I calciatori italiani e la gavetta: quante differenze con i corrispettivi stranieri!

Mai come in questa seconda parte dell’anno si è assistito a un progressivo calo di competitività del nostro calcio. Un declino che ha chiaramente radici lontane e che non è ascrivibile a una sola causa ma che ha, coi pessimi risultati conseguiti al Mondiale brasiliano della nostra Nazionale e con le palesi difficoltà dei nostri maggiori club europei nelle manifestazioni in corso, raggiunto livelli d’emergenza nel momento in cui scriviamo.

Con l’avvento di Conte, qualcosa sembra essersi mosso verso una valorizzazione di nuove risorse, certamente presenti tra i nostri calciatori, ma troppe volte nascoste o lasciate svanire.

A dire la verità, i 9 punti in 3 poco probanti partite delle qualificazioni a Euro 2016, sono frutto soprattutto di una mentalità radicata nel nostro modo di giocare, ed escludendo la convincente prova contro l’Olanda in amichevole (la prima assoluta con in panchina il nuovo tecnico) sul piano del gioco abbiamo assistito a “spettacoli” invero non eccezionali.

Difficile tra l’altro anche per i più volenterosi provare ad attingere a piene mani da un serbatoio azzurro che stenta a produrre giocatori pronti per le grandi ribalte. Si badi bene: non giocatori validi tecnicamente – quelli ne abbiamo, basta osservare le competizioni giovanili, non ultima il recente Europeo Under 21 che ci ha visti cedere le armi solo in finale contro i favoritissimi spagnoli -, ma giocatori pronti, già fatti e finiti.

download

Già che si stia puntando su un’inedita coppia di attaccanti (Immobile e Zaza, oltre alle convocazioni di Pellè, Destro e El Shaarawy) ci lascia intendere che la voglia di rinnovamento c’è, ma obiettivamente la missione diventa quantomeno ardua, se teniamo conto che le nostre migliori squadre sono infarcite sempre più da giocatori esteri (non tutti propriamente dei campioni).

In questo modo risulta automatico andare a pescare tra le rose delle squadre medie/basse dove almeno figurano più italiani, con la conseguenza però che pochi di loro potranno avere sulle spalle quella esperienza minima, necessaria per affrontare competizioni internazionali importanti.

Tutto il contrario di ciò che accade all’estero dove, dati alla mano, si nota come quasi tutti i giocatori che entrano stabilmente nel giro delle proprie nazionali, lo facciano molto prima dei nostri corrispettivi, limitando a pochi anni la propria gavetta e riducendola anzi a un fisiologico inserimento nelle loro squadre dal cui vivaio provengono.

Analizzando le attuali rose della serie A, risulta che gli italiani sono solo in leggera maggioranza rispetto agli stranieri (e nel caso di alcune nostre big, addirittura in inferiorità, basti pensare ai casi di Inter, Napoli o Fiorentina); ancora meno quelle che si affidano a talenti cresciuto nel loro vivaio. Solo Empoli (con una media superiore, visto che provengono dalle giovanili Bassi, Moro, Signorelli, Pucciarelli, Pelagotti, Dossena, Shekiladze, Cammillucci, Valdifiori e i lanciatissimi Tonelli, Hysaj e Rugani) e Atalanta sembrano davvero credere nel valore e nell’importanza dei propri talenti, e vedono il settore giovanile non solo come una possibilità di assestamento, ma anche come fonte di investimento. Altri esempi dicono l’opposto: negli anni buoni (decennio 2000, che l’ha vista vincente a più livelli) la Juventus è riuscita a portare in prima squadra i soli Marchisio – l’unico a imporsi anche in azzurro – e Giovinco; il Milan e l’Inter hanno fatto, se possibile, ancora peggio, visto che nell’ultimo lustro hanno ceduto a cuor leggero, all’estero, i vari Cristante (i rossoneri), Santon, Donati e Caldirola (i nerazzurri). E la rotta non l’hanno invertita nemmeno le ultime due vincitrici del campionato Primavera, Lazio e Chievo. Se i biancocelesti hanno comunque dato buone chances a Onazi e Keita di misurarsi con i “grandi”, la squadra della Diga ha invece optato per una politica diversa, non tenendo in rosa neanche un giocatore tra quelli che hanno furoreggiato per tutto la scorsa stagione, conclusa con una storica affermazione. E si parla di una squadra non dai grandi mezzi finanziari, in piena lotta per non retrocedere. Davvero nessuno tra quei giocatori avrebbe potuto fare alla causa del Chievo? Il vero problema che si trova ad affrontare Conte nel tentativo di far tornare competitiva la Nazionale maggiore è trovare un ricambio generazionale pronto per le ribalte internazionali.

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l'ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest'anno posto nella rosa della prima squadra

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l’ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest’anno posto nella rosa della prima squadra

Un proposito difficile da realizzare visto che, tolta la Juventus, le altre squadre che giocano in Europa, comprese Torino e Lazio, nel loro 11 hanno ben poco di italiano. La rosa attuale, specie in ruoli come la difesa e il centrocampo, necessiterebbe di aria nuova. Verratti da due anni spopola nel Psg, visto che in patria nessuna squadra ha scommesso su di lui, ma viene visto ancora come vice – Pirlo. Ci sono Florenzi e Poli che sgomitano ma tra i convocati figurano anche Giaccherini, Parolo e Candreva, con alle spalle una lunga gavetta, impensabile per i giocatori tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, per non dire argentini o brasiliani. Giack ha giocato con Forlì, Bellaria, Pavia e Cesena, prima di approdare tre anni fa, 26enne alla Juventus. Parolo, anch’egli un 85, partito dal Como, ha girovagato a lungo con Pistoiese, Verona e Cesena (all’epoca in serie C), affermandosi in Romagna nella massima serie, prima di passare al Parma e da quest’anno alla Lazio. Dove è diventato sempre più un leader Candreva, 27 anni, che sin da giovane era protagonista nelle varie under azzurre, quando militava nel vivaio della Ternana. Eppure si è affermato solo due anni fa giungendo nella capitale, dopo gli anni a Terni, il breve passaggio a Udine, la rivelazione a Livorno, la bocciatura prematura alla Juventus e nuove tappe intermedie a Parma e Cesena. Poli e Darmian, considerati ancora come promesse, hanno già 25 anni, un’età in cui all’estero, se hai talento, sei già affermatissimo. Il terzino poi, ex giovane stella del Milan (che in quel reparto certamente non brilla in quanto a interpreti), e tra i pochi a salvarsi dal naufragio azzurro ai Mondiali brasiliani, nella sessione di mercato estivo sembrava a un passo dalla Roma ma poi è rimasto in granata, con i giallorossi che nel ruolo gli hanno preferito Cole e Holebas. Non vanno meglio le cose in difesa dove si sta finalmente dando fiducia a Ranocchia ma mancano riserve all’altezza, per la semplice ragione che i nostri interpreti giocano in squadre di bassa classifica o in cadetteria. Astori, che nei piani della Roma dovrebbe essere titolare a fianco di Manolas, ha comunque 27 anni e prima d’ora mai aveva calcato grandi ribalte, diventando una bandiera del Cagliari di Cellino, dopo anni di gavetta addirittura in serie C, con Pizzighettone e Cremonese.

All’estero è diverso. Eclatanti i casi delle due super potenze espresse nelle ultime edizioni dei Mondiali. Spagna e Germania, diverse come cultura calcistica e modo di intendere il gioco, sono però simili nel voler imporre un modello che si basa sul gioco propositivo, brillante, fresco, reso possibile anche dal continuo rinnovamento, nonostante una base già di prim’ordine. La Spagna, giunta alla fine di un ciclo irripetibile, si è già assicurata un futuro, inserendo in blocco quegli stessi giocatori che si stanno da anni imponendo in ambito giovanile, Under 19, 20 e 21. Il materiale è ottimo, con i vari Isco, Alcantara, Illaramendi, Rodrigo emersi nell’ultimo Europeo Under 21 e che stanno mantenendo le promesse, così come ha avuto un impatto devastante la ventunenne punta del Valencia Paco Alcacer, con 3 reti in altrettante gare in questa prima fase di qualificazione europea. Hanno già esordito anche il terzino Bernat, classe ’93, e la punta El Haddadi, addirittura classe 1995! E che dire di Koke, leader dell’Atletico Madrid e protagonista di una stagione splendida? Sono davvero pochissimi, a differenza dell’Italia, gli over 30 dell’attuale rosa delle Furie Rosse (in pratica il solo Casillas; Iniesta invece ne farà 31 nel 2015).

Ancora più emblematico il caso della Germania, prima al Mondiale con una delle rose più giovani (era la quarta in assoluto con un’età media di 26 anni e 114 giorni, dietro solo a Belgio, 26 anni e 15 giorni e le due africane Nigeria e Ghana, addirittura sui 25 anni) ma che lo stesso sta sentendo l’esigenza di rinverdire ulteriormente i suoi ranghi. Lo dimostrano gli innesti di giocatori come Kramer, Ginter, Durm o Rudiger, tutta gente di 20, massimo 21 anni. In rosa i soli Grosskreutz, prima di affermarsi definitivamente al Borussia Dortmund, dove era cresciuto, o i nomi nuovi Bellarabi e Kruse hanno alle spalle un po’ di gavetta in seconda serie tedesca ma nessuno tra i big (Muller, Ozil, Khedira, Reus, Neuer, il solo Hummels ma con la seconda squadra del Bayern dai 18 ai 20 anni) ha faticato per emergere tra i grandi, non avendo mai giocato in seconda serie, e men che meno in terza.

Il Belgio, con un copioso numero di figli di immigrati che ormai costituiscono la base per tutte le loro rappresentative, e l’Olanda vantano sì rose giovanissime (età media attorno ai 26 anni e mezzo, inferiori a Spagna e Francia che sono oltre i 27) ma allo stesso tempo esperte. Gli oranje vantano un gruppo di giocatori che si sta imponendo nelle maggiori squadre europee o sono comunque protagonisti ad alti livelli in patria, dove scarseggiano gli stranieri a favore della piena valorizzazione dei vivai nazionali (emblematici i casi di Ajax e Feyenoord, con quest’ultimo che in prima squadra vanta ben 17 giocatori provenienti dal proprio settore giovanile, di cui 6 finiti stabilmente in Nazionale).

Questo è l’esempio da seguire per il calcio italiano: occorre dare la possibilità ai migliori interpreti di esprimersi a certi livelli, senza incorrere a gavette lunghissime, col serio rischio che arrivino agli appuntamenti importanti ormai a un’età in cui all’estero i coetanei hanno già accumulato preziosa esperienza in più. Si tratta di un percorso lungo e che comporta un radicale cambio di mentalità ma sicuramente percorribile, visto che – cosa più importante – il materiale umano su cui lavorare è comunque di prima qualità.

 

Dossier sugli stranieri giunti in Serie A quest’estate… tra (pochi) promossi e molti rimandati

Riporto anche qui, ampliandolo, un mio articolo uscito nel recente numero del Guerin Sportivo, con copertina dedicata al Pallone d’Oro Cristiano Ronaldo, che trovate in tutte le edicole d’Italia.

Si tratta di un dossier sugli stranieri giunti quest’anno nel nostro massimo campionato di calcio. Tra sorprese, delusioni e conferme, ecco quindi un quadro completo dell’impatto che questi giocatori hanno avuto con la serie A.

Nello scorso numero del GS campeggiava in copertina Paul Pogba: un giusto riconoscimento per un giovane straniero del nostro calcio, assurto ormai a rango di fuoriclasse, dopo aver esordito un anno prima con la Juventus. E quest’anno, invertendo una tendenza rispetto alle recenti stagioni, la serie A si è arricchita ulteriormente, presentando ai nastri di partenza alcuni stranieri definiti come “top player”. Accanto ai vari Tevez, Higuain, Gomez (che come i neo romanisti Gervinho e Strootman si meritarono la prima pagina della nostra rivista) sono però giunti in Italia tanti altri interpreti dall’estero con esiti sinora contradditori.

Nell’ Atalanta, squadra dai forti connotati locali, molti alla vigilia indicavano nel romeno Nica un sicuro pretendente del ruolo di terzino destro: alla resa dei conti però non si è mai visto, e in quella posizione – con alterne fortune – si stanno alternando l’adattato Canini, il capitano Bellini, il ripescato Scaloni e il tornante Raimondi, efficace ma più a suo agio da metà campo in su

Nel  Bologna si stanno ben disimpegnando i due sudamericani Laxalt e Cristaldo. Nel contesto di un grigiore generale, almeno hanno garantito vivacità e impegno, specie l’uruguaiano di proprietà dell’Inter, più arrembante e meno fumoso dell’argentino ex Metalist. Superfluo invece l’apporto dell’esperto terzino sinistro Cech, mai sopra una sufficienza piena e presto scalzato dal più efficiente Morleo. Sono ancora in lista d’attesa il trequartista francese Yaisien, accostato in patria a Zidane,  e l’attaccante romeno Alibec, che già fece parte del vivaio dell’Inter con qualche fugace apparizione in prima squadra.

Il Cagliari fa suo di anno in anno il motto “rinnovamento nella continuità”: pochi innesti mirati, da inserire gradualmente. Difficile ad esempio per il trequartista Ibraimi, che pure ha mostrato buone doti tecniche, superare nelle gerarchie il talento di casa Cossu, in assenza del quale peraltro il mister Lopez preferisce alzare la mezzala svedese Ekdal. E’ scomparso letteralmente dai radar invece il centrale difensivo greco Oikonomou, sempre titolare nelle amichevoli estive ma bocciato alla prova del campionato in favore dell’inossidabile coppia Rossettini-Astori e preceduto pure da Ariaudo.

Il Catania sta pagando dazio in classifica anche a causa del tourbillon di acquisti stranieri avvenuto in estate, molti dei quali, per ora, dimostratosi non all’altezza dei predecessori. In difesa il giovane Gyomber ha avuto le sue possibilità, vista la prolungata assenza del titolare Spolli ma è parso molto acerbo e insicuro, così come Monzon non si è ancora impadronito della fascia sinistra lasciata vuota da Marchese. E’tornato disponibile sul finale del girone d’andata il terzino argentino Peruzzi, considerato l’erede di Javier Zanetti dallo stesso capitano dell’Inter. L’impatto è stato difficile  ma il tempo per dimostrare le sue doti è dalla sua parte. Anche l’attaccante Leto ha mostrato limiti evidenti, soprattutto da un punto di vista fisico e il paragone con il Papu Gomez davvero non regge. Si salva l’esperto mediano tutto polmoni Plasil, dal rendimento costante.

Il Chievo, dopo la partenza shock, con Corini ha ritrovato risultati e molti dei suoi interpreti migliori. Poco spazio quindi  per i nuovi, come l’esterno sinistro Pamic.

Nella Fiorentina tutti aspettavano al varco la coppia offensiva formata da Rossi e Gomez, la meglio assortita della serie A. I due, complici gli innumerevoli guai fisici del panzer tedesco, si sono visti poco assieme sinora, e così l’italiano si è trovato a duettare con le frecce Cuadrado e Joaquin. Lo spagnolo non è più il funambolo dei tempi del Valencia, ma garantisce equilibrio, oltre che fiammate offensive. Dei tanti giovani giunti in maglia viola abbiamo visto le gesta soprattutto nel fortunato cammino in Europa League. Era lecito aspettarsi qualcosa in più da Rebic, il nuovo Boksic, mentre ha fatto intravedere le sue qualità solo a sprazzi l’uruguaiano Vecino, trequartista d’origine impostato da interno. Non pervenuto Iakovenko, mentre buoni segnali ha dato il ventenne brasiliano Matos, esordiente di fatto, ma in realtà fiorentino d’adozione, essendo nei ranghi delle giovanili viola da quand’era poco più che un adolescente.

Il Genoa sfoggia con vanto il giovane nazionale croato Vrsaljko, a cui sono bastate poche convincenti apparizioni sull’out destro per destare le attenzioni dei maggiori club italiani ed europei. Subito positivo anche durante la breve e sfortunata parentesi di Liverani, al ragazzo non fanno difetto tecnica,corsa e personalità. Buono anche l’apporto della zanzara greca Fetfatzidis,  ormai titolare fisso in un tridente anomalo con Kucka di supporto all’unica punta Gilardino. Il Gasp è riuscito a incanalarne nel modo adeguato la fantasia di cui dispone. Promette bene Konatè: per il ventenne senegalese qualche buona apparizione in attacco  non supportata sinora dalla necessaria concretezza.

Nell’Inter,  in attesa degli investimenti di Thohir si è puntati dapprima a ritrovare un solido 11 base sul quale lavorare. L’unico neo acquisto da fuori è stato l’ex Chelsea Wallace si è visto davvero pochissimo, detronizzato subito nel ruolo di terzino destro dal suo connazionale Jonathan, con Ricky Alvarez forse il “vero” nuovo straniero in organico dei nerazzurri, visto che entrambi paiono lontani parenti dagli abulici giocatori visti in precedenza.

La Juventus, a detta di tutti, aveva fatto il colpaccio in estate, assicurandosi un giocatore di primo piano come l’argentino Tevez e un primo bilancio non può che essere assolutamente positivo. L’Apache in pochi mesi è diventato leader della squadra, con doti tecniche che tutti gli riconoscevano ma dimostrando anche un comportamento esemplare, fungendo da esempio e trascinatore della squadra, degno erede di quel famoso 10 che ha fatto la storia recente della Juve. Accanto a lui in attacco pian piano è lievitato anche lo spagnolo Llorrente, al quale sono servite più settimane per ambientarsi. Frettolosamente ha rischiato di essere etichettato come flop dopo i casi scioccanti di Elia o Anelka, invece l’ex Athletic Bilbao stava solo aspettando il proprio turno, lavorando in silenzio per ottenere la forma migliore. Non sarà mai un cecchino infallibile alla Trezeguet, cui è stato ingiustamente paragonato, ma i galloni da titolare sono ormai sulla sua maglia.

Nella Lazio i nuovi arrivi stranieri non stanno certo incidendo secondo le attese e, un po’ come a Catania, stride molto il paragone tra titolari e riserve. In difesa, ad esempio, sta demeritando Novaretti, cui spesso Petkovic  preferisce piuttosto adattare il centrocampista albanese Cana. Anche i brasiliani Vinicious e Felipe Anderson stanno deludendo. Il fantasista ex Santos ha una tecnica invidiabile e indubbio talento ma tra infortuni e una difficile collocazione tattica non ha praticamente mai inciso. Stessa cosa si può dire dell’acerbo centravanti colombiano Perea, assai poco prolifico nei panni sporadici di vice Klose, visto che si è fatto scavalcare nelle gerarchie dal talento di casa Keità (classe ’95).. Rimane da dire dell’argentino Biglia, il cui acquisto, a lungo inseguito, era stato messo in discussione già dal ritiro estivo, quando parve davvero poco probabile l’opzione doppio regista con il capitano Ledesma. Troppo simili i due alle spalle di Hernanes, così che il biondo ex Anderlecht è finito presto tra i rincalzi, nel frattempo scavalcato dal giovane nazionale nigeriano Onazi.

Il Livorno, nella difficile corsa alla salvezza, sta preferendo affidarsi a giocatori esperti o reduci dalla splendida cavalcata della promozione dell’anno scorso. Poco presenti finora i giovani Mosquera e Borja (entrambi colombiani), ancora fermo ai box l’argentino prestato dall’Inter Botta (di cui si dice un gran bene) e presto rimandato il centrale difensivo Valentini, cui vengono preferiti il talento di casa Ceccherini e il navigato Rinaudo.

Il Milan, alle prese con un’epocale svolta societaria, non aveva investito granchè all’estero quest’estate, riuscendo a ingaggiare in extremis il cavallo di ritorno Kakà. Da molti dato per bollito, e considerato dai più una sorta di acquisto dal sapore “romantico”, quello del brasiliano si può invece definire come probabilmente l’ultimo colpo messo a referto da Galliani prima di passare la mano alla rampante Barbara Berlusconi

Nel Napoli il vero acquisto straniero è in panca, quel Rafa Benitez, capace di conquistare tutti nel breve volgere di un ritiro estivo. Per farlo si è avvalso di una rosa composta in buona parte da stranieri inediti per il nostro campionato. Il compito più arduo spettava al Pipita Higuain, che doveva sostituire al centro dell’attacco il Matador Cavani. L’argentino sta facendo la sua parte, con gol e ottime prestazioni, sia in campionato che in Europa. Dietro di lui stanno furoreggiando i fantasisti Callejon e Mertens che si alternano con il talento nostrano Insigne, componendo con Hamsik uno splendido ed efficace tridente offensivo. Se lo spagnolo, mai del tutto compiuto in patria, è quello che ha garantito finora più puntualità in zona gol ed equilibrio tattico, il piccolo belga invece è l’uomo abile a scardinare le difese avversarie, spesso a partita in corso, sgominando i rivali con accelerazioni devastanti e tecnica di base sopra alla media. Poche chances ma discretamente sfruttate le ha colte in avanti anche il giovane Duvan Zapata, mentre in difesa è titolare fisso lo spagnolo Albiol, non immune però da errori anche banali in coppia con Britos o più spesso Fernandez. In porta è parso invece da subito una sicurezza il portiere ex Liverpool Reina, anche se essendo in prestito secco difficilmente potrà essere riconfermato, viste le lusinghe di casa Barcellona. Alle sue spalle, sul finale del girone d’andata,  ha fatto la sua comparsa tra alti e bassi il giovane Rafael, da molti considerato in Brasile il portiere del futuro.

Il Parma di Donadoni, un po’ come Atalanta e Cagliari, ha cambiato pochissimo rispetto alla passata stagione e gli stranieri giunti in Emilia sono per lo più giovanissimi che alla resa dei conti non hanno mai assaggiato la prima squadra: gente talentuosa come il serbo ex Stella Rossa Jankovic (classe ’95) e il difensore  ivoriano Mory Kone (classe ’94). Qualche apparizione (modesta) da parte del difensore portoghese Pedro Mendes, che pare più un  “tronista” che un ruvido difensore. Dura per lui conquistare posto in una linea difensiva titolare formata da giocatori fidati come Cassani, Lucarelli e Paletta. E anche quando l’italo argentino è stato fuori a lungo per infortunio, è toccato spesso e volentieri all’esperto brasiliano Felipe sostituirlo.

Per la rivelazione Roma di questa parte di stagione vale un po’ lo stesso discorso relativo al Napoli. L’acquisto boom tra i nuovi stranieri giunti in serie A sta in panca e risponde al pittoresco nome di Rudi Garcia. Il tecnico francese ex Lille è entrato presto in sintonia con società e squadra, scegliendo un apparente profilo basso, non nascondendo però tra le righe la propria ambizione. In una squadra largamente rinnovata stanno facendo meraviglie gente come Strootman e Gervinho, uomo di fiducia del neo allenatore, con cui vinse uno splendido scudetto in Francia.Se all’Arsenal non era riuscito a imporsi, sembrando più che altro un poco efficace giocoliere,a Roma è stato capace di segnare, fornire splendidi  assist al bacio e garantire una lucida spinta costante sulle fasce. L’interno olandese, pedina insostituibile a metà campo,a soli 23 anni si muove da veterano, con assoluta padronanza del ruolo, mostrando personalità, muscoli, senso tattico e ottima tecnica di base con entrambi i piedi: un investimento davvero azzeccato. Al promettente centrale croato Jedvaj (classe ’95), di cui si dicono meraviglie, non sono state per ora concesse opportunità importanti per mostrare il proprio valore.

Nella Sampdoria rivitalizzata sul finale di andata da Mihajlovic, in mezzo ai tanti stranieri che compongono per la maggior parte la rosa della squadra, in pratica quest’anno è arrivato solo il ventunenne laterale polacco Wszolek,  visto solo a sprazzi e raramente titolare.

Il Sassuolo, matricola assoluta della nostra serie A, sta disputando un campionato più che dignitoso,. E lo sta facendo in pratica con un gruppo di tutti italiani in campo, almeno per quanto concerne l’11 base ormai individuato dal tecnico Di Francesco. Alla vigilia del torneo pareva in rampa di lancio l’attaccante romeno Alexe, che nel breve minutaggio messo a disposizione si era pure mosso bene ma che è finito clamorosamente nelle retrovie una volta tornato dalla squalifica il super talento Berardi.

Il Torino di Ventura ai nastri di partenza presentava due nuovi stranieri: il giovane di belle speranze Maksimovic (ex Stella Rossa, classe ’91) e il più esperto, anche a livello internazionale, Farnerud. Il primo, soffiato a grandi club, si sta inserendo molto gradualmente, complice anche la solidità di un reparto già affiatato. Il centrocampista svedese, forgiato da campionati come quello francese, tedesco e svizzero, non c’ha messo molto ad adattarsi al clima della serie A, nonostante abbia patito una serie di guai fisici che ne hanno ridotto l’utilizzo sin qui in mezzo al campo.

L’Udinese sta vivendo una stagione di transizione, dalla cui solita infornata di stranieri  pochi hanno lasciato traccia evidente di sé. Certamente non lo hanno fatto il laterale svizzero Widmer, acerbo e in pratica “né carne, né pesce” sulla fascia destra, o il mediano croato Mlinar. Mai visti in pratica i giovanissimi brasiliani Douglas Santos (classe ’94) e Jadson (regista classe ’93 in possesso di indiscusse doti tecniche, per molti il nuovo Pizarro), mentre in difesa ha stentato nelle occasioni in cui è stato schierato il croato Bubnjic. In porta un esordiente assoluto del nostro campionato era il venticinquenne Kelava, subito titolare in porta per ovviare all’infortunio occorso presto al designato Brkic. Buona personalità ma anche qualche errore di troppo ne hanno compromesso l’ascesa in bianconero, e col ritorno in campo del portierone ex Siena, per lui le presenze si sono ridotte al lumicino.

Tra i diversi nomi nuovi del campionato del Verona, si è messo prepotentemente in luce sin dai primi banchi di prova il sudamericano Iturbe.  Una sorta di predestinato, conteso dalla nazionale paraguaiana, nazione d’origine dei genitori e da quella argentina. Dei tanti “nuovi Messi” è quello che in effetti più gli somiglia, nella velocità palla al piede, nel dribbling fulmineo, anche se deve  limare alcuni egoismi. Gli avversari stanno imparando a conoscerlo e a limitarlo ma rimane, dietro ai big Tevez e Higuain, il miglior straniero giunto quest’anno. Meno incisivi invece il play basso Cirigliano e i due centrali difensivi Marques e Gonzalez. Per il brasiliano poche apparizioni e mai convincenti;  per il grintoso uruguaiano, qualche svarione di troppo e in generale una tecnica di base approssimativa che lo hanno fatto incappare in grossolani errori costati cari. Non ha avuto spazio invece il figlio d’arte Mihajlov, portiere della nazionale bulgara, causa l’ottima conferma in serie A del titolare Rafael.

Insomma, un primo bilancio che sembra porre in chiaro scuro la faccenda dell’incidenza positiva degli stranieri sul nostro campionato. Se, come analizzato, i cosiddetti top player, giunti in soccorso di una serie A sempre più povera di interpreti di valore, stanno svolgendo bene il proprio compito, altri non stanno contribuendo in maniera pregnante alle sorti delle loro compagini. Il tutto in un quadro generale sempre più globalizzato, che mai come quest’anno ha consentito a tanti giocatori italiani di tentare a loro volta la carta dell’esperienza fuori dai propri confini.

(Gianni Gardon)

ps.. il tutto considerando che, a una così poco confortante ondata di nuovi giocatori provenienti dall’estero, non ha fatto da contraltare un’adeguata esplosione dei giovani di casa nostra, come da tempo auspicato da più parti.

Parole al vento, verrebbe da dire, se è vero che, nonostante le buone premesse, i risultati ottenuti di recente dall’Under 21 di Mangia agli Europei disputati la scorsa estate in Israele, e lo sporadico lancio di giovani visto un anno fa (pensiamo ai milanisti De Sciglio e  El Sharaawy o prima ancora il regista Verratti), quest’anno la tanto attesa inversione di tendenza definitiva, la consacrazione di un interessante movimento non c’è stata. Anzi, nel campionato in corso, quello importantissimo che dovrà dare delle indicazioni definitive a Prandelli in vista del Mondiale brasiliano, si stanno facendo valere prevalentemente i “grandi vecchi”, gente come Totti, Toni, il più giovane ma comunque ultratrentenne Gilardino, più che i nuovi nomi.

E se da noi giungono tanti stranieri, è anche vero che accade pure il contrario, e la fuga degli italiani all’estero non riguarda più ormai solo i famosi “cervelli”, ma si allarga anche a giovani comuni, così come a pensionati che vanno a spendere i loro (pochi) risparmi magari in Paesi dell’Est dove la vita costa meno e.. magari anche a quei giocatori “in esubero” nel nostro campionato, nè giovani, nè vecchi, ma forse con poche prospettive per mettersi in mostra da noi.

Mai come quest’anno quindi, non si contano i nostri atleti impegnati all’estero, non solo ex promesse come gli “inglesi” Macheda, Petrucci, Borini, Mannone o Santon, o campioni affermati come i “parigini” Verratti, Sirigu o il naturalizzato Motta o i giovani in rampa di lancio, strapagati all’estero ma finiti clamorosamente ai margini a casa nostra (gente come gli ex interisti Donati e Caldirola, immalinconiti nelle categorie  minori prima di passare a fare i titolari in club prestigiosi come Bayer Leverkusen e Werder Brema).

No, quest’anno ad aver fatto le valigie ci hanno pensato anche l’ex bolognese Pisanu, ormai finito in Lega Pro dopo un fulgido passato in serie A con il Parma e un passato remoto da predestinato, che è tornato alla ribalta nella Major Soccer League, nella stessa squadra di Ferrari e Di Vaio, con quest’ultimo sempre tra i migliori e più prolifici attaccanti di quella lega. E poi in Ungheria gioca l’ex juventino Alcibiade, ancora giovane ma mai esploso; in Francia è titolare indiscusso in Ligue 1 il difensore Tonucci, così come l’ex bolognese Raggi, addirittura nel top Club Monaco, allenato da Ranieri, quando lo raggiunse in tempi non sospetti con la squadra scesa mestamente in Ligue2, prima della “miracolosa” acquisizione da parte degli sceicchi; in Portogallo nell’Olhanenense gioca Dionisi, protagonista assoluto nel Livorno di Nicola fino alla bella promozione dello scorso anno mentre in Olanda è ormai un vip, un uomo di punta l’attaccante leccese Pellè, splendido cannoniere.

In Scozia gioca ormai da veterano il centrocampista Manuel Pascali, da noi visto all’opera solo in terza serie e lì diventato uomo simbolo, da molti stagioni (ben 6) trascinatore del Kilmarnock, così come in Grecia spopola da anni l’attaccante Napoleoni.

In Premier quest’anno sono arrivati come grandi acquisti due nazionali azzurri come l’attaccante Osvaldo (invero un oriundo) al Southampton e il piccolo jolly Giaccherini al Sunderland, dopo la bellissima e convincente Confederation Cup disputata l’estate scorsa. In Inghilterra è finito pure il portiere mai del tutto compiuto in tutto il suo talento Emiliano Viviano, anche se quest’anno all’Arsenal è davvero dura ritagliarsi il giusto spazio. Sempre oltre Manica, ma nella seconda serie, molti italiani sono stati “parcheggiati” al Watford dall’Udinese, visto che entrambe le squadre fanno capo al presidente Pozzo. Ecco quindi che alla corte di Zola prima, e di Sannino ora, giocano i vari Fabbrini, Faraoni, Battocchio, Forestieri, Angella, tutti col desiderio non nascosto di imporsi e di tornare da protagonisti a calcare i palcoscenici del nostro massimo campionato. Nella Liga Spagnola è impegnato invece un altro reduce da un buonissimo europeo Under 21, il centrocampista Fausto Rossi, cresciuto nella Juventus dove aveva esordito precocemente in prima squadra, prima di iniziare un lungo girovagare tra le categorie minori.

Caso più unico che raro è quello del Novi Gorica, società satellite del Parma, dove il presidente Ghirardi ha mandato a farsi le ossa o ad accumulare minutaggio importante tantissimi elementi sotto contratto con la squadra madre: gente anche di indubbio talento come l’ex nazionale giovanile azzurro Gaetano Misuraca, i difensori Abel Gigli e Alessandro Favalli, la punta Massimo Coda o di lunga esperienza nei campionati minori italiani come gli attaccanti  Lapadula e Bazzoffia, il centrale difensivo Checcucci, il portiere Cordaz o di recente il tornante Finocchio, ex nazionale under 17.

Insomma, un esercito intero presente nella vicina Slovenia, con tanti giocatori che hanno accettato di percorrere altri lidi pur di trovare spazio e giocare con continuità, rimettendosi in gioco, in un momento in cui anche il calcio italiano, inteso proprio come sistema, sembra sempre più in forte crisi, non solo economica.

Calciatori italiani d’esportazione: ormai non si contano più! Ecco una lunga panoramica di questi nuovi emigranti del pallone: dai big come Verratti, Osvaldo, Giaccherini a giovani emergenti come Borini o Donati a mestieranti in cerca di nuovo rilancio come Raggi, Misuraca, Piovaccari, inaspettati protagonisti europei

Italiani popolo di emigranti! Un tempo, nemmeno lontano, erano  i nostri nonni a lasciare la propria terra in cerca di fortuna, o almeno per portare i soldi a casa; attualmente si parla più che altro di “fuga di cervelli”, in quanto stiamo messi male anche anche in quel campo e quello pare il destino più adeguato per le più brillanti menti del nostro  Paese. Fatte le debite proporzioni, e stante la crisi ormai diffusa in tutti i settori dell’economia, ecco che tutta una serie di cause ha portato anche i calciatori ad adeguarsi, unita al fatto che, specie se ci riferiamo ai giovani, c’è da rimarcare l’ennesima stagione nella quale  alle parole non sono succeduti efficacemente i fatti. Ma andiamo con ordine, cercando di stilare una lista, non completa, perchè i nomi impegnati fuori dall’Italia sono in effetti tantissimi ormai, ma credibile e rappresentativa di coloro che hanno optato per la soluzione estera, non limitandosi a coloro che calcano i più prestigiosi palcoscenici.

Giovani in rampa di lancio, alcuni prelevati direttamente dopo le belle prove in maglia azzurra disputate nel recente Europeo Under 21 (belle, ma evidentemente non troppo, devono aver pensato i nostri club che hanno preferito monetizzare anzichè dare loro una chance in prima squadra in serie A), ma anche calciatori in cerca di rilancio;  altri ai quali illuminati procuratori sono riusciti a trovare ingaggi impensati e altri ancora onesti mestieranti che si stanno rifacendo una vita dignitosa altrove trovando una propria dimensione calcistica più consona alle proprie capacità.

– IN BUNDESLIGA

Caldirola al Werder dall'inter

Caldirola al Werder dall’inter

nella massima serie tedesca, una delle leghe più interessanti e spettacolari del mondo, sia per innovazione, partecipazione, bel gioco e trend economico, figurano dei nostri atleti che ben si stanno disimpegnando. In particolare è l’ex interista Giulio Donati a destare meraviglia. La storia del terzino è ormai nota ai più: ritrovatosi a Grosseto in LEGA pro, e ancora incompiuto nei suoi primi anni da professionista in Italia, dopo uno splendido europeo ha attirato le attenzioni su di sè, fino a convincere l’ambizioso Bayer Leverkusen a puntare su di lui. Straordinario il modo in cui l’azzurro si sta imponendo in terra tedesca, visto che da subito è diventato titolare della fascia destra, in una difesa a 4, e oltre a ben figurare in campionato, col BAYER a un tiro di schioppo dalle due super big Bayern e Dortmund, sta giocando a testa altissima pure in Champions. Fortunatamente per l’Inter un rinato Jonathan  sta colmando un ruolo che sembrava perennemente vacante in nerazzurro, ma ancora stride che in casa nerazzurra sia stato preferibile monetizzare su un talento cresciuto in casa piuttosto che lanciarlo in prima squadra.

Caldirola, altro prodotto interista, sin dai tempi della categoria esordienti, e capitano dell’Under 21, sta faticando un po’ di più a Brema, ma gioca comunque titolare, lui che in Italia aveva sempre giocato in cadetteria. Peccato che la difesa sia da anni il punto debole della squadra, da sempre votata all’attacco e questo mette spesso alla berlina i suoi difensori. Caldirola per ora gioca più sul versante sinistro, lui centrale per vocazione e la sua non proverbiale velocità lo sta penalizzando, anche se con la sua determinazione e la sua personalità, sono sicuro che saprà diventare protagonista.

Un po’ come lo è stato per diverse stagioni Molinaro, terzino sinistro ormai trentenne che dopo aver toccato il picco con la Juventus del rientro tra le grandi, dopo il flop calciopoli, era passato allo Stoccarda. Niente di trascendentale per lui, ma ormai è una certezza, sebbene non sia più titolare fisso; tuttavia in Germania il suo nome ormai è ben spendibile e c’è la reale possibilità che possa costruirsi un buon finale di carriera rimanendo in terra tedesca.

Giulio Donati, dopo la delusione di Grosseto e il clamoroso rilancio con l'Europeo Under 21 prosegue il suo momento magico: titolare fisso nel Bayer Leverkusen!

Giulio Donati, dopo la delusione di Grosseto e il clamoroso rilancio con l’Europeo Under 21 prosegue il suo momento magico: titolare fisso nel Bayer Leverkusen!

– IN PREMIER LEAGUE

tra giovani presenti nelle liste di categoria o nei campionati riserve (e negli ultimi anni ce ne sono stati tantissimi, poi emersi a livelli più o meno alti, da Borini a Macheda, attualmente in Premier e in Championship con Sunderland e Doncaster, ma anche Petrucci, Fornasier, Moscatiello, Laribi, Santonocito, Massacci), e altri acquistati di sana pianta come veri colpi di mercato, la ricchissima  e ambitissima Premier League rappresenta spesso un’isola felice per i nostri calciatori.

Nel Sunderland, fino a pochissimo tempo fa allenato dal focoso Di Canio, è arrivato in pompa magna, dopo l’ottima Confederations Cup l’ex juventino Giaccherini, vero jolly del centrocampo, abile sulle fasce e sulla trequarti. Il piccolo Giak sta dimostrando in pieno le sue caratteristiche, abnegazione (tanta) ma sorretta da altrettanta qualità.

Osvaldo a Southampton si sta ritrovando in tutto il suo talento, dopo i dissapori di Roma. E’ un patrimonio azzurro, probabile centravanti ai Mondiali e Pochettino, suo attuale mister, sta riuscendo in pochi mesi a minarne gli spigoli caratteriali.

A Newcastle si sta affermando Santon, troppo presto lasciato andare dall’Inter e più in generale dal calcio italiano, visto che di lui si parlava come di “nuovo Facchetti” (ahi, ahi, quanto possono pesare le etichette!). Ma sull’ancora giovanissimo calciatore (è un ’91) hanno pesato moltissimo, oltre alle troppe aspettative, anche i numerosi infortuni.

In championship c’è proprio una colonia azzurra, rappresentata dal Watford, società presieduta dai Pozzo: oltre a un trainer come Zola, venerato in Inghilterra molto più che in Italia per i suoi trascorsi da “Magic Box” al Chelsea, figurano e stanno ben contribuendo al buon campionato della loro compagine calciatori come il fantasista Forestieri (’90) italo argentino ex grande talento di casa nostra che non era mai emerso ad alti livelli da noi; l’esile trequartista classe ’90 Diego Fabbrini,  il difensore goleador Angella (’89), il laterale difensivo Faraoni (’91), anch’egli grande promessa del nostro calcio, ai tempi della Lazio, quando l’Inter riuscì a strapparlo ai biancocelesti facendo un grande colpo a livello giovanile. In rosa anche un altro italo argentino, attuale regista della nuova under 21 di Di Biagio: Battocchio, uno dei migliori della squadra export dell’Udinese.

Da poco in Premier anche Viviano, mai esploso del tutto in Italia e anzi reduce da brutte esperienze tra Palermo e Fiorentina. Dire “brutte” forse è troppo ingeneroso per il portiere toscano, ma anche qui si doveva misurare con alte aspettative, che sono state in parte disattese. Attualmente infortunato, ha una grossissima occasione di rilancio in un top club europeo come l’Arsenal, da cui proveniva anche l’altro portiere Mannone, ora in prestito al Sunderland.

– in LIGUE 1

Succursale italiana, nonostante sia partito verso altri lidi il mister Ancelotti, volato a Madrid, sponda Real, è il ricchissimo Paris St Germain, dove militano ben tre azzurri “da Nazionale”: il baby Verratti, predestinato e subito capace di conquistare il neo tecnico Blanc, che lo utilizza da interno in un centrocampo a 3, il regista basso Thiago Motta, assolutamente in fase di rilancio e il portiere saracinesca Sirigu. Considerato che nell’11 base figurano pure Ibra, Cavani, Maxwell, Thiago Silva, Marquinhos e all’occorrenza Lavezzi, Menez e un tuttora appannato Pastore, si capisce come la lingua universale nella Parigi calcistica più che l’internazionale e istituzionale inglese, sia quella italiana.

il regista Verratti, ormai stellina indiscussa del calcio italiano e pedina fondamentale del Psg

il regista Verratti, ormai stellina indiscussa del calcio italiano e pedina fondamentale del Psg

Nella rivale dei paragini, il Monaco di mister Ranieri figurano due giocatori italiani: Raggi, capitano l’anno scorso in Ligue 2 e dignitosa prima riserva quest’anno nel contesto di una squadra stellare, uno che in Italia non era mai andato oltre la sufficienza in squadre comunque di medio o basso cabotaggio (tra Palermo, Empoli e Bologna, probabilmente il suo picco più alto) e il giovane Crescenzi, fortemente voluto dal tecnico. Nell’Ajaccio dell’esordiente mister Ravanelli c’è lo stopper Denis Tonucci, classe ’88, che mai ha toccato la serie A, essendo però stato apprezzato come valido difensore cadetto nelle sue esperienze a Cesena, società in cui è cresciuto, Piacenza e Vicenza.

– nella LIGA SPAGNOLA

vi gioca un altro reduce da una fortunata esperienza con l’Under 21, un calciatore del quale da anni si riconoscono le doti tecniche a metà campo, ma che alla Juventus, dopo gli stupendi anni giovanili, conditi da vittorie finali in campionato e al “Viareggio” non è (ancora) riuscito a dimostrare il suo valore: Fausto Rossi, finito in prestito al Valladolid, dopo un lungo apprendistato cadetto fatto di alti e bassi (anche a causa di infortuni più o meno gravi).

– ALTRI CAMPIONATI

detto della lontanissima lega americana, che per noi rappresenta ancora a livello mediatico un calcio lontano (vi giocano da star soprattutto giocatori a fine carriera, come Di Vaio, ancora implacabile bomber e il difensore centrale Ferrari, mentre brevissima si è rivelata l’esperienza oltreoceano della punta trentasettenne Bernardo Corradi), anche altre terre europee stanno accogliendo giocatori nostrani, che qui vengono assurti a veri big.

Il caso più eclatante è certamente quello del centravanti del Feyenoord Graziano Pellè, che l’anno scorso coi suoi 27 gol, solo sul filo di lana si è visto soffiare il titolo di capocannoniere della Eredivisie olandese. Sterile punta da noi, eccezion fatta per gli anni giovanili di Lecce, dove infilò due storici scudetti Primavera consecutivi e fu titolare della spedizione azzurra al Mondiale Under 20, ormai è un olandese d’adozione,dopo la tanta esperienza qui maturata, anche prima di Feyenoord.

Il leccese Graziano Pellè, incompiuto in tutte le sue stagioni in Italia, trasformatosi in implacabile bomber in Olanda!

Il leccese Graziano Pellè, incompiuto in tutte le sue stagioni in Italia, trasformatosi in implacabile bomber in Olanda!

In Scozia da tanti anni gioca il fantasista Manuel Pascali, partito in cerca di gloria da Foligno e ormai trascinatore del Kilmarnock. In Italia giocò solo in serie C ma le sue caratteristiche da combattente mai domo hanno trovato terreno fertile oltre Manica.

In Ungheria si sta destreggiando l’ex difensore della Juventus Alcibiade, dopo alcune non  felicissime parentesi minori  (Gubbio, Nocerina, Carrarese)  in prestito all’Honved. Per lui la prospettiva di giocare in un campionato senz’altro minore ma nel contesto ungherese in una big, potrebbe davvero rivelarsi vincente.

In Portogallo cerca di farsi spazio con la sua grande tecnica un attaccante che nelle ultime stagioni a Livorno ha fatto vedere meraviglie: Federico Dionisi. Nella piccola Olhanense ha già segnato un gol poco dopo il suo esordio; chissà che il Livorno non si debba pentire di averlo lasciato partire precocemente, non ritenendolo probabilmente all’altezza di un torneo per lui inedito  come la serie A.

Se storicamente la Svizzera ha sempre dato ospitalità, anche per vicinanza geografica e affinità calcistiche (specie in squadre del CANTON TICINO, come Lugano o Chiasso) negli ultimi dieci anni sono molti anche i nostri giocatori che hanno trovato spazio e gloria in Grecia (pensiamo alle lunghe militanze di Cirillo o  Sorrentino. che hanno accumulato anche diverse presenze europee tra Champions e vecchia Coppa Uefa), Romania (De Zerbi, Piccolo, Sforzini ai tempi del Cluj in Champions League, e ora Piovaccari. Quest’ultimo, passato da un’onesta carriera in B, spesa tra Cittadella, Novara, Brescia e altre ancora all’essere centravanti titolare della titolata Steaua Bucarest ha fatto un grande passo in avanti, essendo protagonista insperato fino a pochi mesi fa (quando al termine della scorsa stagione era mestamente retrocesso in Lega PRO col  Grosseto, come Giulio Donati) dell’attuale Champions League.

Quest’anno, complici gli stretti rapporti del patron del Parma Ghirardi con il Nova Gorica, sono invece diversi i nostri calciatori che hanno accettato di rimettersi in gioco in un campionato sì minore ma che potrebbe regalare loro maggior visibilità. La Slovenia poi è davvero vicina ed,essendo il Nova Gorica appunto controllato da Ghirardi (in partnership sostanzialmente, il chè ha portato in squadra, oltre a diversi giocatori di proprietà del Parma, molti dei quali provenienti dal vivaio, anche l’ex bandiera Gigi Apolloni come allenatore) la speranza concreta è quella di rientrare da protagonisti nel nostro massimo campionato. Ci si aspetta il salto definitivo soprattutto dall’ex azzurrino Gianvito Misuraca, fantasista classe ’90, che spinse con le sue stupende giocate il Palermo a vincere uno storico campionato Primavera, insieme ad altri assi offensivi come Giovio e Mbakogu. La lista degli italiani è lunghissima: ci sono i difensori Lebran, Checchucci, il giovanissimo Favalli, il jolly Berardocco, tutti esperti a livello di Lega Pro, ma anche un difensore brasiliano ma formato calcisticamente da noi sin dai tempi gloriosi della Primavera del Torino come Ronaldo Vanin, che vanta una lunghissima carriera da protagonista in terza serie come laterale destro principalmente (l’anno scorso nella sfortunata stagione leccese c’era anche lui, dopo i tanti anni spesi a Sorrento), il portiere Cordaz, la promessa dei ducati Abel Gigli, mai pienamente sbocciata da noi, e gli attaccanti Bazzoffia, Lapadula e Massimo Coda. Insomma, una vera succursale azzurra, senza tener conto dei tanti altri atleti che hanno passato la maggior parte della carriera nel nostro campionato, come il vecchio centravanti lituano Danilevicius.

il trequartista Gianvito Misuraca, gran talento delle nazionali giovanili azzurre, cerca il rilancio in Slovenia, nel Nova Gorica, dopo alcune deludenti esperienze cadette tra Grosseto e Vicenza, dove solo a sprazzi ha mostrato le sue qualità

il trequartista Gianvito Misuraca, gran talento delle nazionali giovanili azzurre, cerca il rilancio in Slovenia, nel Nova Gorica, dopo alcune deludenti esperienze cadette tra Grosseto e Vicenza, dove solo a sprazzi ha mostrato le sue qualità

In Russia invece da diversi stagioni militano con alterne fortune, legate però soprattutto a problemi di infortuni, due grandi talenti nostrani, ancora azzurrabili, i difensori ex Genoa Mimmo Criscito, in forze allo Zenit di Spalletti e Salvatore Bocchetti, che dopo un buon passato al Rubin Kazan, ha firmato il contratto della vita, passando a una grande del campionato, lo Spartak Mosca, dove è assoluto protagonista nel ruolo di difensore.  Per lui -che si era fatto apprezzare anche in Italia, suscitando l’interesse delle squadre che lottano ai vertici delle classifiche – è stato più provvidenziale  accettare le laute proposte estere e la possibilità concreta di affermarsi a livello europeo.

PELLEeCALAMAIO continuerà a seguire, come negli anni precedenti, l’evolversi delle loro esperienze calcistiche all’estero, augurando a tutti le migliori fortune.

Bilancio finale Confederation’s Cup

 

Brasile in trionfo! Sconfitti scetticismo, pressione e convissuto in un clima surreale, di eccitazione, festa mista a paura e sgomento per le tante manifestazioni e gli scontri di piazza, la squadra di Scolari ora può solo guardare al futuro con fiducia, visto che le indicazioni sono molte e positive. L’allenatore ha un anno davanti per limare alcune situazioni, per ampliare il proprio parco giocatori (qui ha puntato su un 11 titolare base) e per creare un gruppo ancora più coeso, magari più spettacolare dal punto di vista prettamente tecnico. Di contro la Spagna potrebbe apparire al canto del cigno, ma in fondo certi alibi valgono anche per lei, se poi sono gli stessi che applichiamo per “giustificare” le prime anonime prestazioni azzurre.. la stagione lunga, tirata (in Spagna poi la Liga è terminata per ultima rispetto agli altri massimi campionati europei) e la sensazione che, se parte di un ciclo storico sia in discesa di rendimento (direi fisiologico), stiano bussando alla porta nuovi fenomeni degni eredi. Un anno davanti per la giusta amalgama può bastare, senza scordare che pure nell’ultima edizione della Confederations Cup la Spagna giunse solo terza, salvo poi vincere in Sudafrica l’anno successivo il suo primo storico Mondiale.

conf

BRASILE 8 – Una nazionale verde oro che ha somigliato più a quella targata Scolari 2002 (discorso tattico a parte) che non a quelle scintillanti dell’82 o del ’70, giusto per richiamare dei e miti, ma che alla resa dei conti ha convinto. Sorretta dal talento autentico di Neymar, dalla freddezza sotto porta del poco appariscente Fred, finalizzatore esperto che più utile non si può, e da una difesa mai così convincente nella storia verdeoro, può guardare al futuro (tra un anno) con entusiasmo e fiducia, confidando nel lancio o nella scoperta di nuovi astri.

SPAGNA 6 – in debito d’ossigeno, chiaramente svuotata, poco in palla già nella fortunata gara vinta contro l’Italia, distratta da gossip vari.. Insomma, giriamola come volete, non si sono viste le autentiche Furie Rosse, che tuttavia sembrano mantenere un atteggiamento – a mio avviso controproducente, ma sono affari loro – di supponenza, per non dire di arroganza. Umiltè, direbbe Arrigo Sacchi

ITALIA 6.5 – ma sì, dai, una piena sufficienza per la squadra di Prandelli. Sono convinto che sia l’allenatore giusto, un tecnico che – lo dice la sua storia- bada al sodo, al risultato ma attraverso il bel gioco, il possesso palla, la tecnica anche individuale, privilegiando il singolo che dà del tu al pallone. Ha ricompattato una squadra che sembrava davvero ai passi, stremata, a terra fisicamente e poco motivata. Sta cementando un gruppo vero. Ha ridato tanta credibilità a tutto il calcio italiano, dopo il flop di 3 anni fa in Sudafrica, ormai a detta di tutti, avversari in primis, siamo la seconda nazionale europea più forte, appena sotto i pluricampioni spagnoli.

URUGUAY 6 – un ciclo che ha dato tutto, ma che urge di essere rimpolpato da ricambi che non paiono tuttavia all’altezza. Rimane il timbro di Tabarez e il talento purissimo di Suarez e Cavani, due campioni autentici, probabilmente la miglior coppia offensiva del mondo, almeno sulla carta, perché poi sul campo continuo a pensare che siano poco compatibili e forse nemmeno così tanto sodali tra loro.

LE ALTRE: Ha solleticato attenzione il Giappone di Zaccheroni, almeno fino alla realtà dei fatti, inerme contro un modesto Messico. Insomma, la nazionale del Sol Levante è una bella realtà, gioca bene, è un piacere vedere all’opera giocatori come Kagawa, Honda, Okazaki ma pecca ancora di continuità. Impalpabile la presenza di una delle big africane, la Nigeria, che non sta certo vivendo uno dei suoi momenti calcistici migliori (è in pratica già tagliata fuori dalle qualificazioni mondiali, con un rendimento bassissimo nel proprio girone), anche se almeno ha vissuto un po’ di gloria l’attaccante ancora di proprietà milanista Ouadumadi, autore di una tripletta contro i dilettanti di Tahiti. Ecco, proprio quest’ultima nazione ha rappresentato un paradosso. Giusto che abbiano partecipato, regolamento alla mano, non hanno rubato niente e hanno gareggiato con dignità, ma è innegabile che dal punto di vista meramente sportivo e agonistico non fossero all’altezza della situazione. Ammirevole lo sforzo di Marama Vahirua, apprezzabilissima punta che ha fatto tutta la trafila e la carriera in Francia, a medio alto livello (è solo da un anno emigrato in Grecia per il finale di un percorso più che positivo) di compattare una compagine di carneadi, di persone con l’hobby del pallone, ma ciò che si è vista è stata una debacle senza pietà. Bello però l’applauso di “solidarietà” di tutto lo stadio al rigore sbagliato dalla Spagna nell’impari scontro terminato con l’iperbolico punteggio di 10 a 0.

bras

TOP 10

1-      NEYMAR  Ok, divo, tuffatore, provocatore, glamour, ma finalmente si è visto che a soli 20 anni è in grado di caricarsi sul tetto di un’importante manifestazione come la Confederation’s Cup una nazionale (e una Nazione) intera. Al Barcellona potrà veramente segnare un’epoca, il momento pare quello opportuno.

2-      FRED diciamolo, non è bello esteticamente, non richiama le folle ma da tempo il Brasile non aveva un terminale così efficace. Favorito dal fatto che Scolari ha puntato su di lui, non cedendo a critiche in fondo ingiustificate (i gol li ha sempre fatti, ovunque e poi la concorrenza,  a parte un redivivo Jo, non pareva delle più forti), ha risposto con i gol.

3-      INIESTA – degli spagnoli è parso l’unico a metterci sempre quel quid in più che lo contraddistingue da un decennio. Non ha mai veramente steccato, a parte l’amara finale, e ha provato sempre a imbastire la manovra, con tagli, tocchi, regia, giocate. Insomma, quello a cui c’ha abituati, e che abbiamo rivisto meno in questa occasione nei compagni Xavi, Fabregas o Silva, lontanissimi dai propri standard

4-      CAVANI – al di là delle distrazioni, impossibili da evitare, indotte da voci irrefrenabili di mercato, Edinson ce l’ha messa davvero tutta per dar ragione al suo presidente De Laurentiis. Per cederlo è giusto che si paghi la famosa clausola rescissoria, né più, né meno perché lui, insieme a Falcao è veramente l’attaccante più forte del mondo… (ps, “quei due là di Barcellona e Real”ormai non li contiamo più, ok?”)

5-      GIACCHERINI – ebbene sì, proprio “l’antieroe” Giak, spesso criticato o sopravvalutato per il fatto che sia nel giro azzurro senza giocare titolare  nel suo club d’appartenenza. Eppure ci sarà un motivo se i suoi tecnici, Conte e Prandelli, non vi vogliano rinunciare. Disponibile, duttile, intelligente tatticamente, in possesso di discrete qualità tecniche, evidenziate in match decisivi, può solo trarre vantaggi da questa acquisita esperienza.

6-      PAULINHO – gran giocatore, centrocampista moderno. Non fa parte della stirpe dei brasiliani dai piedi d’oro, alla Socrates o alla Falcao, per dire, ma certo vale più del doppio di un Lucas Leiva,per dire, intoccabile nel ciclo precedente. Regista, ma pure incontrista e abile a inserirsi alla bisogna, è un tuttofare della mediana, ricco pure di grande personalità, pur non avendo mai giocato in campionati più competitivi del Brasileirao. Affare ormai sfumato per l’Inter, si accaserà e sarà gran colpo in Premier League (Tottenham?)

7-      BALOTELLI – ce ne fosse bisogno, Mario ha fugato via gli ultimi dubbi. Talento assai precoce, potenzialmente fenomeno assoluto, ha sempre pagato in discontinuità (e questo non mi ha fatto risparmiare dubbi sul suo reale valore nel tempo), fino al rientro in Italia e a un’affermazione in Nazionale iniziata dodici mesi fa con uno splendido Europeo e proseguito qui, dove è sembrato in palla e volenteroso (oltre che decisivo) quasi al pari di Neymar fino all’infortunio, per fortuna di lieve entità

8-      THIAGO SILVA – potremmo dire senza voto, o se volete ordinaria amministrazione. Traduciamo scrivendo che si è confermato il miglior difensore del mondo: leader vero, attento, tecnico, veloce, sicuro, pragmatico, mai falloso gratuitamente, leale. Il Brasile per vincere ha pensato bene di mettere radici solide dalla difesa

9-      KAGAWA – nelle prime partite del girone ha davvero entusiasmato, nel contesto di una formazione briosa, frizzante e bellissima a vedersi. Un brasiliano con gli occhi a mandorla, come già ampiamente dimostrato negli splendidi anni di Dortmund e a sprazzi (per il momento) nello United.

10-   TORRES–  di buon auspicio, perché alla fine è emerso soprattutto nella partita d’allenamento contro Tahiti, dove sembrava quasi si provassero degli schemi. Per lui la prossima sarà l’ennesima stagione cruciale, quella che dovrà sancirne il rilancio nell’empireo dei big europei, o il precoce declino, dopo gli anni avari al Chelsea.

 

 

Emanuele Giaccherini era forte ben prima di diventare “Giaccherinho”

Ho sempre apprezzato Emanuele Giaccherini, ben prima che qualche giornalista si affrettasse a ribattezzarlo Giaccherinho (ben prima della Confederation Cup, ci pensò il suo tecnico Conte a definirlo così, sottointendendo quello che di fatto accade da anni: si perdono per strada bravi giovani – Giack di gavetta ne ha fatta eccome, finanche a ipotizzare di ritirarsi anzitempo tra i dilettanti della Romagna – per prendere presunti fenomeni esotici).

giacch

Giaccherini non è più giovanissimo ma si è guadagnato sul campo, con sudore e- perchè no? – buone qualità tecniche, i gradini più alti, la Juve, gli scudetti, la chiamata in Nazionale, l’esordio, la permanenza del gruppo e ora un po’ di meritata ribalta, visto che sin qui, della claudicante esperienza della spedizione azzurra, si sta rivelando il più convincente, se non altro il più “in palla” fra i compagni.

Dalle Giovanili del Cesena (dove assieme al più vecchio compagno d’attacco, Meloni, lui sì ormai perso per il calcio dei pro fa sfracelli di gol) si intuisce che siamo di fronte a un giocatore dalle grandi potenzialità, ma i dubbi sul fisico sono legittimi.

A 19 anni va in prestito a farsi le ossa nella vicina Forlì, segna un solo gol, è acerbo ma colpisce per intraprendenza, velocità impressionante, insomma, ci si può investire, il Cesena ci crede. Poi altra tappa nelle vicinanze a Bellaria, sempre c2, Gioca titolare, prende dimestichezza col mondo dei pro, ma nella seconda stagioene incappa in un brutto infortunio, il recupero è lento e difficile, i ritmi spaventano, Emanuele medita seriamente di ritirarsi anzitempo, la strada pare troppo in salita e forse percepisce che la casa madre, impegnata a costruire una squadra forte per risalire in categorie più consone al proprio blasone, vuole puntare su grossi nomi di categoria, più esperti.

Invece arrivano forti rassicurazioni, l’anno successivo la nuova ripartenza è quella giusta. A Pavia, in una situazione di evidente emergenza, confeziona una stagione monstre, segnando 9 gol e mettendo in mostra un repertorio di guizzi, di fantasia e velocità niente male per uno che staziona da troppi anni in quarta serie.

Torna a Cesena, pare però destinato a non rientrare nei piani di una squadra lanciatissima verso la B, invece il neo tecnico Bisoli si “innamora” della sua tenacia, della sua determinazione, della sua motivazione e della sua educazione, la sua personalità e punta sul talento di casa, venendone ampiamente ripagato.

Contribuisce da punto fermo, da punto di forza, alle due promozioni consecutive che porteranno la squadra romagnola in serie A dopo un ventennio. E’ la realizzazione di un sogno, che si materializza di gara in gara nello splendido primo anno di A con Massimo Ficcadenti in panchina, dove Emanuele, con i compagni Parolo e Nagatomo, diverrà rivelazione dell’intero massimo torneo italiano.

Saranno ben 97 presenze, condite da 20 reti per Giak, ormai non più solo attaccante esterno veloce e punzecchiante come le zanzare sui difensori avversari, ma giocatore quasi a tutto campo, come divenuto ormai agli ordini dei due suoi attuali mister, Conte e Prandelli che, pur usandolo con parsimonia, vengono sempre ripagati da prestazioni certe, consolidate. Ala, interno, mezzz’ala, a sostegno delle punte, niente di spettacolare o lasciato al caso (anche se rimangono sporadici colpi ad effetto, come quello visto in occasione del gol contro il Brasile o degli assist dispensati durante la manifestazione in corso) ma si tratta di un giocatore su cui gli allenatori sanno di poter contare a occhi chiusi. Avercene di così, e difatti dubito che la Juve se ne disferà a cuor leggero. La storia è piena di gente che, con umiltà e determinazione, ha raggiunto traguardi magari insperati alla vigilia. Non per scomodare paragoni ingombranti, ma nella stessa squadra bianconera, tra gli uomini chiave di quello splendido primo ciclo di Lippi c’erano Torricelli, Di Livio o Pessotto, che non  mi pare avessero pedigree da campione conclamati, eppure conquistarono grandi vittorie.

Italia – Giappone 4 a 3: per fortuna mancavano all’appello Holly e Benji

Chissà che deve aver pensato Yoichi Takahashi, creatore del manga Capitan Tsubasa (poi tramutato nell’immortale cartone Holly e Benji), lui che iniziò a disegnare fumetti calcistici, con l’ambizione che un giorno, magari nemmeno troppo lontano, i suoi connazionali nippponici sarebbero riusciti a tener testa alle big mondiali.

Da tanti anni, ormai, il calcio giapponese ha assunto una dimensione quanto meno di dignità internazionale, basti vedere le numerose partecipazioni alla rassegna mondiale, e di eccellenza nell’ambito della zona asiatica,specie da quando si è insediato il “nostro” Zac.

Ieri ho notato come in molti ironizzassero sul fatto che alla squadra schierata contro gli azzurri di Prandelli mancassero i veri big: Holly Hutton, Mark Landers, Tom Baker o Benji Price. Beh, aggiungo io, da assoluto fanatico del cartone (lo seguivo con una passione degna di un campionato di serie A quando ero più piccino!), non ci sarebbe stata storia.

Il fatto però è che questi funamboli ieri sembravano essersi incarnati in Kagawa, Honda e compagnia, al punto da mettere in serio imbarazzo una nazionale azzurra davvero svagata e abulica per essere vera, specie nel primo tempo. I migliori alla fine sono stati, oltre a un De Rossi ritrovatosi dopo la sua peggior stagione della carriera, i spesso vituperati Giaccherini e Giovinco, i due nanetti bianconeri che hanno cambiato la gara.

Ora ci si giocherà la semifinale della Confederations Cup contro il Brasile di Neymar, ieri in gran spolvero e occorrerà cambiare registro.

Nel frattempo, nella notte abbiamo assistito a una gara divertente, ma sinceramente, più che appellarsi alla storica Italia – Germania del 70, identica nel punteggio, mi viene in mente la girandola di gol con cui la New Team di Holly battè la squadra gialloverde dell’Hirado rimontando dallo 0 a 3.

Scudetto meritatissimo della Juve! Ma quanti sono: 30 o 28?

In rete si sono scatenati in tanti: chi irride, chi fa un motto di orgoglio, chi gioisce in modo sfrenato, chi continua a fare la conta dei torti, altri che fanno la conta… degli scudetti: 28 o 30, come sosterrebbe la società? O addirittura meno, come sostengono i maligni tifosi rivali?

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: se c’è uno scudetto meritato negli ultimi anni, è proprio quello juventino! Per la squadra egregiamente guidata dal semi esordiente in serie A (se escludiamo la breve e infelice parentesi bergamasca) Antonio Conte hanno contato fattori determinanti come il bel gioco, la continuità di rendimento, una rosa disponibile e molto flessibile, le qualità individuali al servizio del collettivo, e non è quest’ultima una frase fatta, se si considera che la Juventus ha vinto senza un centravanti capace di andare agevolmente in doppia cifra, anzi, facendolo ruotare a seconda degli impegni e dello stato di forma.

Di contro il Milan, l’unico vero ostacolo alla conquista di un insperato scudetto alla vigilia, ha pagato nel corso della stagione i numerosi e pesanti infortuni (su tutti Cassano, Boateng e Thiago Silva), la sopravvalutazione di alcuni pezzi pregiati (mi riferisco a Pato e Aquilani) e non sono bastate l’abnegazione della rivelazione Nocerino, i gol del sempre più implacabile (in campionato) Ibrahimovic, nettamente il migliore atleta di una serie A sempre più povera e la compattezza di un gruppo che forse ha davvero dato tutto. Polemiche infinite a parte, gol non gol visti e non visti, la Juventus ha meritato ampiamente, poco per volta si è insinuata davanti, in una posizione di vertice alla quale francamente non era più abituata nè avvezza.

Il protagonista a mio avviso è stato l’allenatore, probabilmente sin troppo borioso, nonostante abbia reclamizzato sacrificio e l’inferiorità nei confronti del Milan, professando umiltà ad ogni intervista; il tecnico salentino da tempo sognava di guidare la Sua Juventus, dopo esserne stato per anni un trascinatore, un combattente. Allievo di Lippi, ancora giovane ma con le idee sufficientemente chiare, e bravo a mutare pelle, lui che all’inizio tutti indicavano come strenuo fautore di un futuristico quanto improbabile 4-2-4. Una Juve camaleontica, capace di difendersi a 3. a 4, di giocare a una punta, col tridente e forte di una mediana incisiva ma anche spettacolare. La difesa ha retto alla grande, di Buffon, tornato a ottimi livelli dopo le insidie casalinghe di Storari, si ricorda solo l’erroraccio col Lecce che ha levato un po’ di sonno ai tanti sostenitori bianconeri; il trio Barzagli- Bonucci- Chiellini è parso compatto e assolutamente efficace, tanto che a una gara dal termine sono solo 19 i gol subiti. Velocità di Barzagli, tecnica di Bonucci, ripresosi alla grande dopo un girone d’andata difficile, e concretezza di Chiellini ed ecco pronta per la Nazionale una difesa di ferro. Sulle fasce ottimo Liechtsteiner, pur “pressato” dal jolly Caceres e sbocciato lo sfortunato De Ceglie, in lizza con il nuovo Estigarribia sulla corsia mancina. Che dire del sontuoso Pirlo? I termini si sprecano, il miglior regista del mondo basta come definizione? Esploso in tutto il suo talento il prodigio di casa Marchisio, nuovo Capitano, e rivelatosi il cileno Vidal non solo come abile incontrista ma pure come polmone dai piedi buoni. In attacco spazio per tutti, dal tecnico Vucinic, cresciuto a dismisura nel ritorno, anche se poco concreto spesso sotto rete, ai ritrovati Quagliarella e Borriello, al concreto Matri, fino al multiuso Simone Pepe, bravo sia da esterno che da centrocampista puro, un po’ come il rincalzo Giaccherini. Commiato d’addio con vittoria per una Bandiera assoluta come Del Piero, mai una polemica, un esempio straordinario di attaccamento al campo e ai colori. Non pervenuti gli stranieri che avrebbero dovuto far volare la squadra sulle fasce secondo pronostici estivi: Elia, vero oggetto misterioso del campionato e Krasic, opaco, intristito dal poco utilizzo e non consono agli schemi del mister.

Proviamo a inserire De Rossi, Maggio e Balotelli al posto degli stranieri, come ha detto ieri Costacurta in un programma di Sky Sport, e notiamo con piacere che potrebbe nascerne una Nazionale Azzurra efficace e in linea con le squadre più forti per contendersi gli Europei.

Ora però qualcuno ci dica quanti sono questi benedetti scudetti bianconeri? 30 o 28???