Come Conte ti può cambiare la Nazionale in due partite. Italia convincente grazie agli uomini nuovi come Zaza. E occhio ai fulgidi talenti dell’Under 21

Buona prova ieri della nostra nazionale maggiore, in quella che è stata la prima ufficiale del neo tecnico Conte, dopo le buone premesse dimostrate contro una quotata Olanda. Chiaramente la Norvegia non era un avversario così ostico ma quante volte si sono in realtà nascoste insidie in gare di questo genere? E’ piaciuto l’approccio dei nostri, il fatto che giocassero quasi alla morte su ogni palla, come da tempo (diciamolo pure, dal primo Lippi) non si assisteva in incontri di questa levatura (per non dire delle fiacchissime e soporifere amichevoli). Insomma, il tecnico salentino può piacere o no, stare antipatico ai più (compreso a me, non ne faccio mistero) ma i risultati ottenuti sinora – Europa a parte – stanno lì a confermare la bontà del suo operato.

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Sembra che gli azzurri abbiano capito che di occasioni vere per entrare nelle sue grazie ce ne saranno poche, e che bisognerà sudarsi la chiamata e la conferma. Per questo gente come Immobile, Zaza – gran protagonista ieri ma campioncino in erba da tempo – ma anche Florenzi o Darmian hanno dato il massimo. Conte ha fatto intendere di voler puntare su un gruppo con determinate caratteristiche tecniche e agonistiche, piano perfetto per califfi come De Rossi o Bonucci, sin troppo appannati nella sciagurata avventura brasiliana. Se poi un po’ per volta farà integrare sempre più i vari De Sciglio, Poli, El Shaarawy (il trio milanista avrà grandi chances quest’anno con Inzaghi) ma anche talenti come Insigne, Verratti, Santon, Destro, ecco che forse la situazione sarà meno grigia di come realisticamente sembrava anche solo un paio di mesi fa. La difesa poi appare solidissima in gente come Buffon e Astori e nella ritrovata coppia Bonucci – Ranocchia, finalmente ricomposta dopo i fasti di Bari, una cerniera centrale che da due stagioni a questa parte a ogni sessione di mercato il tecnico azzurro avrebbe voluto rivedere insieme in maglia bianconera.

E la cosa più interessante è che, dopo la paura contro la Serbia, pure l’Under 21 di Di Biagio ha dimostrato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanta benzina verde in realtà vi sia nel serbatoio della Nazionale italiana. Exploit fantastico nelle proporzioni contro Cipro (7 a 1) a parte, ciò che è piaciuto è stato anche qui vedere lo spirito, la motivazione, la determinazione con cui i nostri hanno affrontato le due gare decisive. Il resto l’ha fatto il talento, quello puro, naturale che sgorga dai piedi di gente come l’acclamato Berardi, finalmente uomo più anche in Under, il possente Belotti (speriamo che a Palermo trovi spazio), il geometrico Sturaro, il folletto Battocchio – impantanato in B dopo due anni al Watford, lui che è di proprietà dell’Udinese di Pozzo – lo scattante Zappacosta, già pienamente a suo agio alla sua prima in A con l’Atalanta, i sicuri Antei e Rugani e il tecnico Bernardeschi (con Rossi fuori, magari Montella puntasse sul suo estro e sulla sua efficacia in zona gol). Tanta carne al fuoco ma il punto è sempre quello: questi ragazzi devono giocare. Punto. Le qualità le hanno, non possono perdere anni e anni facendo una gavetta infinita e a conti fatti, il più delle volte deleteria.

 

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Emanuele Giaccherini era forte ben prima di diventare “Giaccherinho”

Ho sempre apprezzato Emanuele Giaccherini, ben prima che qualche giornalista si affrettasse a ribattezzarlo Giaccherinho (ben prima della Confederation Cup, ci pensò il suo tecnico Conte a definirlo così, sottointendendo quello che di fatto accade da anni: si perdono per strada bravi giovani – Giack di gavetta ne ha fatta eccome, finanche a ipotizzare di ritirarsi anzitempo tra i dilettanti della Romagna – per prendere presunti fenomeni esotici).

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Giaccherini non è più giovanissimo ma si è guadagnato sul campo, con sudore e- perchè no? – buone qualità tecniche, i gradini più alti, la Juve, gli scudetti, la chiamata in Nazionale, l’esordio, la permanenza del gruppo e ora un po’ di meritata ribalta, visto che sin qui, della claudicante esperienza della spedizione azzurra, si sta rivelando il più convincente, se non altro il più “in palla” fra i compagni.

Dalle Giovanili del Cesena (dove assieme al più vecchio compagno d’attacco, Meloni, lui sì ormai perso per il calcio dei pro fa sfracelli di gol) si intuisce che siamo di fronte a un giocatore dalle grandi potenzialità, ma i dubbi sul fisico sono legittimi.

A 19 anni va in prestito a farsi le ossa nella vicina Forlì, segna un solo gol, è acerbo ma colpisce per intraprendenza, velocità impressionante, insomma, ci si può investire, il Cesena ci crede. Poi altra tappa nelle vicinanze a Bellaria, sempre c2, Gioca titolare, prende dimestichezza col mondo dei pro, ma nella seconda stagioene incappa in un brutto infortunio, il recupero è lento e difficile, i ritmi spaventano, Emanuele medita seriamente di ritirarsi anzitempo, la strada pare troppo in salita e forse percepisce che la casa madre, impegnata a costruire una squadra forte per risalire in categorie più consone al proprio blasone, vuole puntare su grossi nomi di categoria, più esperti.

Invece arrivano forti rassicurazioni, l’anno successivo la nuova ripartenza è quella giusta. A Pavia, in una situazione di evidente emergenza, confeziona una stagione monstre, segnando 9 gol e mettendo in mostra un repertorio di guizzi, di fantasia e velocità niente male per uno che staziona da troppi anni in quarta serie.

Torna a Cesena, pare però destinato a non rientrare nei piani di una squadra lanciatissima verso la B, invece il neo tecnico Bisoli si “innamora” della sua tenacia, della sua determinazione, della sua motivazione e della sua educazione, la sua personalità e punta sul talento di casa, venendone ampiamente ripagato.

Contribuisce da punto fermo, da punto di forza, alle due promozioni consecutive che porteranno la squadra romagnola in serie A dopo un ventennio. E’ la realizzazione di un sogno, che si materializza di gara in gara nello splendido primo anno di A con Massimo Ficcadenti in panchina, dove Emanuele, con i compagni Parolo e Nagatomo, diverrà rivelazione dell’intero massimo torneo italiano.

Saranno ben 97 presenze, condite da 20 reti per Giak, ormai non più solo attaccante esterno veloce e punzecchiante come le zanzare sui difensori avversari, ma giocatore quasi a tutto campo, come divenuto ormai agli ordini dei due suoi attuali mister, Conte e Prandelli che, pur usandolo con parsimonia, vengono sempre ripagati da prestazioni certe, consolidate. Ala, interno, mezzz’ala, a sostegno delle punte, niente di spettacolare o lasciato al caso (anche se rimangono sporadici colpi ad effetto, come quello visto in occasione del gol contro il Brasile o degli assist dispensati durante la manifestazione in corso) ma si tratta di un giocatore su cui gli allenatori sanno di poter contare a occhi chiusi. Avercene di così, e difatti dubito che la Juve se ne disferà a cuor leggero. La storia è piena di gente che, con umiltà e determinazione, ha raggiunto traguardi magari insperati alla vigilia. Non per scomodare paragoni ingombranti, ma nella stessa squadra bianconera, tra gli uomini chiave di quello splendido primo ciclo di Lippi c’erano Torricelli, Di Livio o Pessotto, che non  mi pare avessero pedigree da campione conclamati, eppure conquistarono grandi vittorie.