Come Conte ti può cambiare la Nazionale in due partite. Italia convincente grazie agli uomini nuovi come Zaza. E occhio ai fulgidi talenti dell’Under 21

Buona prova ieri della nostra nazionale maggiore, in quella che è stata la prima ufficiale del neo tecnico Conte, dopo le buone premesse dimostrate contro una quotata Olanda. Chiaramente la Norvegia non era un avversario così ostico ma quante volte si sono in realtà nascoste insidie in gare di questo genere? E’ piaciuto l’approccio dei nostri, il fatto che giocassero quasi alla morte su ogni palla, come da tempo (diciamolo pure, dal primo Lippi) non si assisteva in incontri di questa levatura (per non dire delle fiacchissime e soporifere amichevoli). Insomma, il tecnico salentino può piacere o no, stare antipatico ai più (compreso a me, non ne faccio mistero) ma i risultati ottenuti sinora – Europa a parte – stanno lì a confermare la bontà del suo operato.

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Sembra che gli azzurri abbiano capito che di occasioni vere per entrare nelle sue grazie ce ne saranno poche, e che bisognerà sudarsi la chiamata e la conferma. Per questo gente come Immobile, Zaza – gran protagonista ieri ma campioncino in erba da tempo – ma anche Florenzi o Darmian hanno dato il massimo. Conte ha fatto intendere di voler puntare su un gruppo con determinate caratteristiche tecniche e agonistiche, piano perfetto per califfi come De Rossi o Bonucci, sin troppo appannati nella sciagurata avventura brasiliana. Se poi un po’ per volta farà integrare sempre più i vari De Sciglio, Poli, El Shaarawy (il trio milanista avrà grandi chances quest’anno con Inzaghi) ma anche talenti come Insigne, Verratti, Santon, Destro, ecco che forse la situazione sarà meno grigia di come realisticamente sembrava anche solo un paio di mesi fa. La difesa poi appare solidissima in gente come Buffon e Astori e nella ritrovata coppia Bonucci – Ranocchia, finalmente ricomposta dopo i fasti di Bari, una cerniera centrale che da due stagioni a questa parte a ogni sessione di mercato il tecnico azzurro avrebbe voluto rivedere insieme in maglia bianconera.

E la cosa più interessante è che, dopo la paura contro la Serbia, pure l’Under 21 di Di Biagio ha dimostrato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanta benzina verde in realtà vi sia nel serbatoio della Nazionale italiana. Exploit fantastico nelle proporzioni contro Cipro (7 a 1) a parte, ciò che è piaciuto è stato anche qui vedere lo spirito, la motivazione, la determinazione con cui i nostri hanno affrontato le due gare decisive. Il resto l’ha fatto il talento, quello puro, naturale che sgorga dai piedi di gente come l’acclamato Berardi, finalmente uomo più anche in Under, il possente Belotti (speriamo che a Palermo trovi spazio), il geometrico Sturaro, il folletto Battocchio – impantanato in B dopo due anni al Watford, lui che è di proprietà dell’Udinese di Pozzo – lo scattante Zappacosta, già pienamente a suo agio alla sua prima in A con l’Atalanta, i sicuri Antei e Rugani e il tecnico Bernardeschi (con Rossi fuori, magari Montella puntasse sul suo estro e sulla sua efficacia in zona gol). Tanta carne al fuoco ma il punto è sempre quello: questi ragazzi devono giocare. Punto. Le qualità le hanno, non possono perdere anni e anni facendo una gavetta infinita e a conti fatti, il più delle volte deleteria.

 

L’eliminazione della Juventus è lo specchio dello stato attuale in cui versa il calcio italiano

 

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L’eliminazione della Juventus a un passo dalla finalissima di Europa League non poteva certo lasciare indifferenti i milioni di tifosi italiani, juventini e detrattori (ben pochi, si sa, sono coloro che provano sentimenti di indifferenza nei confronti dei bianconeri). Fermo restando che è sempre molto azzardato, per non dire pericoloso, dare per scontato – magari non in modo palese, ma di fatto è stato così da più parti – dare un pronostico in competizioni simili, in quest’occasione la possibilità reale, ghiotta, di potersi giocare la prestigiosa coppa nel proprio fortino, quello “Stadium” inespugnabile in patria, pareva davvero alla portata e di conseguenza l’amarezza è forte. Obbiettivamente per il calcio italiano sarebbe stato un prestigioso ritorno europeo, con una bella vittoria che ormai manca da troppi anni, soprattutto – e pare un paradosso – in quella che da tutti è considerata unanimemente come la cugina povera delle coppe internazionali. Checchè se ne dica, un’affermazione di questo tipo sarebbe stata una manna dal cielo: il ranking europeo non è cosa campata per aria e proprio il Portogallo, grazie al forte Benfica, ci ha ufficialmente superato, e non poteva essere altrimenti, visto che tra Porto, lo stesso Benfica, la crescita di realtà come il Braga, protagonista lo scorso anno in Champions o il ritorno a buonissimi livelli dell’altra squadra di Lisbona, lo Sporting, che a lungo ha conteso il titolo in patria ai biancorossi, i risultati sono sotto gli occhi di tutti, e sono migliori se paragonati ai recenti score delle compagini italiane.

Cosa sia mancato alla Juve è difficile dirlo ma certamente la squadra di Conte in Europa quest’anno, al netto di un evidente miglioramento qualitativo della rosa rispetto alla passata stagione (vedi Tevez e Llorente che sono andati a rinforzar il reparto offensivo, quello che sembrava il più debole), raramente ha convinto e anzi mai ha sfoderato prestazioni come da tre anni ci ha abituato in serie A. La mia sensazione sempre più convinta è che il tutto sia uno specchio del grigiore, dell’impoverimento del nostro massimo torneo, un decadimento che non è frutto di una singola stagione, ma il processo involutivo che da qualche anno è in corso, una regressione qualitativa che purtroppo ormai si sta palesando in modo chiaro, netto. La Juventus che domina in lungo e in largo in Italia fatica tremendamente non appena il livello delle avversarie si alza, vedi Galatasaray o lo stesso Benfica, per non parlare del Real Madrid: pensando che in teoria tra i legittimi obiettivi futuri della dirigenza bianconera vi è la conquista della Champions League, direi che la strada da percorrere è ancora tanto lunga. Due considerazioni tecniche in conclusione. La prima riguarda una questione tattica: la famosa difesa a 3, imbattibile o quasi in Italia, scoppole subite contro Fiorentina e Napoli escluse, non sembra funzionale in Europa, dove le squadre avversarie hanno meno timori reverenziali e giocano maggiormente a viso aperto. Ne deriva un atteggiamento troppo chiuso, rinunciatario, o meglio, prevedibile con i rivali abili a inventarsi facilmente delle contromosse. Secondo: è parso evidente che la Juventus sia arrivata a questa semifinale piuttosto cotta, sfinita in alcuni suoi elementi chiave, vedi Vidal, per non dire della difesa. Può capitare quando in pratica da settembre giocano sempre gli stessi. Mi si dirà che anche l’Atletico Madrid che rischia seriamente di pigliare tutto a fine stagione gioca con 14 titolari che si alternano ma probabilmente avranno delle risorse maggiori, fatico ad addentrarmi in questo genere di discorsi. Resta il fatto che si è trattato di una grossa occasione persa, al di là delle lamentele e delle insinuazioni di Conte, le stesse che il tecnico salentino mal sopporta quando provengono dai suoi rivali nella corsa per lo Scudetto, quello sì ormai in cascina…. Già, ma in Europa quanto occorrerà ancora aspettare per tornare competitivi ai massimi livelli?

 

L’Hellas Verona esce sconfitto dallo Juventus Stadium ma certamente non ridimensionato

L’Hellas Verona è uscito a testa altissima dal temibile scontro contro la favoritissima Juventus, a detta di chi scrive ancora la più seria candidata alla vittoria dello scudetto, quello che sarebbe il terzo consecutivo, nonostante la forza di gara in gara dimostrata da rivali come Napoli e le redivive Roma e Inter.

la gioia incontenibile di Cacciatore (qui festeggiato dall'ottimo Jorginho) dopo l'illusorio gol del vantaggio dell'Hellas contro la Juventus

la gioia incontenibile di Cacciatore (qui festeggiato dall’ottimo Jorginho) dopo l’illusorio gol del vantaggio dell’Hellas contro la Juventus

E’ stato sconfitto, quello sì, però con dignità, mettendo in serie difficoltà, almeno per un tempo, i campioni bianconeri. Poi la qualità nettamente superiore dei singoli ha avuto la meglio, ma di certo, detto obbiettivamente, non si è vista la miglior Juventus, imbrigliata dal gioco difensivo stile anni ’60/’70 impostato dal tecnico gialloblu Mandorlini.

Catenaccio, detta in maniera povera, spesso connotato di un significato negativo ma che alla resa dei conti stava pagando gli sforzi dei veronesi, specie con l’asfissiante marcatura del gioiello Jorginho su Pirlo, mai visto così abulico e in difficoltà, chiaramente a disagio e infine al momento della sostituzione, persino tardiva forse, arrabbiato al punto di non sedersi nemmeno in panca tra lo stupore e il disappunto del suo allenatore. Chiaro, il brasiliano dell’Hellas così facendo non ha potuto dare il suo contributo nel costruire il gioco ma qui allo Juventus Stadium, realisticamente, si è badato a distruggere, a impedire il gioco , solitamente sfavillante e assai incisivo degli avversari. Difesa a cinque, chiusa a bunker, palla sui piedi dei difensori Ogbonna, Barzagli e Bonucci, che ottimi nei loro ruoli, non lo sono altrettanto a costruire e a tirare in porta, specialità invece dei Pirlo, Vidal e Pogba, qui abilmente controllati e nel caso del regista azzurro, annullati come detto prima.

lì'incornata vincente dello spagnolo Llorente in anticipo sul greco Moras, sino a quell'episodio molto convincente in marcatura sul centravanti juventino

l’incornata vincente dello spagnolo Llorente in anticipo sul greco Moras, sino a quell’episodio molto convincente in marcatura sul centravanti juventino

Poi nel calcio succede che da un calcio da fermo ci può scappare il gol e così il terzino Cacciatore stava pure per diventare l’eroe del giorno col suo gol del vantaggio gialloblu. Qui però gli assi della Juve hanno iniziato a spingere maggiormente, creando pressione in area di rigore. Specie Tevez, che già sembrava tra i più in palla e propositivi, ha iniziato a prendere le misure a Rafael e a puntare con maggior decisione il giovane Bianchetti, un semi esordiente in serie A, con i suoi 20 anni.  L’azzurrino non  stava demeritando ma è chiaro che poteva pagare lo scotto dell’inesperienza e così l’Apache, sbilanciandolo lievemente con una bel movimento, prima di scagliare un forte e angolato tiro imprendibile per un pur attentissimo Rafael, alla fine lo ha “fregato”, siglando il pareggio dopo pochi minuti.

Il resto parla di una Juve sempre più in assalto dell’area del Verona, fino al bel gol in incornata dell’atteso Llorente, che forse per la prima volta è riuscito, nell’azione decisiva del gol juventino, ad anticipare un sin  lì impeccabile Moras, cambiando il corso della partita e probabilmente della sua stagione, visto che la mia sensazione è che, se non avesse fatto quel bel gol, Conte lo avrebbe sostituito.

Il Verona si è preso anche i complimenti di Conte, e c’è da dire che i 6 punti sin qui incamerati, a fronte di un calendario oggettivamente difficile (Milan, Roma, Sassuolo, Juventus) sono grasso che cola, ottenuti tra l’altro con buone prestazioni (se escludiamo forse quella con la Roma). Insomma, meglio averne 6 che 0 come il Sassuolo, alla vigilia da alcuni commentatori accreditato come compagine più completa dell’Hellas. Per carità, siamo ancora all’inizio, ma le mie sensazioni rimangono buone.

La rosa è ampia, completa, assortita, con scommesse stuzzicanti come Iturbe. Bisogna rimanere coi piedi per terra, perchè i punti si devono fare con le dirette concorrenti in lotta per salvarsi, obiettivo che deve rimanere bene in vista. E già a Torino non sarà semplice, vista la bella partenza dei granata. Tuttavia mi aspetto una gara più a viso aperto, propositiva da parte degli uomini di Mandorlini; se con la Juve la tattica stava per funzionare e a ben vedere probabilmente era l’unica possibile per provare a uscire indenni dalla sfida contro i Campioni d’Italia, già col Sassuolo l’atteggiamento remissivo era stato molto rischioso, e la partita si chiuse solo al novantesimo sul 2 a 0 dopo un assedio a vuoto dei nero verdi emiliani.

Vedremo dove potrò arrivare la squadra veronese in quello che, come da molti evidenziato, si prospetta davvero un torneo diviso a metà, con squadre d’alta classifica in lotta per traguardi europei e le altre a giocarsi la salvezza. Con squadre come Parma, Atalanta, Sampdoria e Catania partite così male, potrebbero esserci anche quest’anno, dopo l’esperienza del Palermo, delle sorprese eclatanti in zona retrocessione.

Emanuele Giaccherini era forte ben prima di diventare “Giaccherinho”

Ho sempre apprezzato Emanuele Giaccherini, ben prima che qualche giornalista si affrettasse a ribattezzarlo Giaccherinho (ben prima della Confederation Cup, ci pensò il suo tecnico Conte a definirlo così, sottointendendo quello che di fatto accade da anni: si perdono per strada bravi giovani – Giack di gavetta ne ha fatta eccome, finanche a ipotizzare di ritirarsi anzitempo tra i dilettanti della Romagna – per prendere presunti fenomeni esotici).

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Giaccherini non è più giovanissimo ma si è guadagnato sul campo, con sudore e- perchè no? – buone qualità tecniche, i gradini più alti, la Juve, gli scudetti, la chiamata in Nazionale, l’esordio, la permanenza del gruppo e ora un po’ di meritata ribalta, visto che sin qui, della claudicante esperienza della spedizione azzurra, si sta rivelando il più convincente, se non altro il più “in palla” fra i compagni.

Dalle Giovanili del Cesena (dove assieme al più vecchio compagno d’attacco, Meloni, lui sì ormai perso per il calcio dei pro fa sfracelli di gol) si intuisce che siamo di fronte a un giocatore dalle grandi potenzialità, ma i dubbi sul fisico sono legittimi.

A 19 anni va in prestito a farsi le ossa nella vicina Forlì, segna un solo gol, è acerbo ma colpisce per intraprendenza, velocità impressionante, insomma, ci si può investire, il Cesena ci crede. Poi altra tappa nelle vicinanze a Bellaria, sempre c2, Gioca titolare, prende dimestichezza col mondo dei pro, ma nella seconda stagioene incappa in un brutto infortunio, il recupero è lento e difficile, i ritmi spaventano, Emanuele medita seriamente di ritirarsi anzitempo, la strada pare troppo in salita e forse percepisce che la casa madre, impegnata a costruire una squadra forte per risalire in categorie più consone al proprio blasone, vuole puntare su grossi nomi di categoria, più esperti.

Invece arrivano forti rassicurazioni, l’anno successivo la nuova ripartenza è quella giusta. A Pavia, in una situazione di evidente emergenza, confeziona una stagione monstre, segnando 9 gol e mettendo in mostra un repertorio di guizzi, di fantasia e velocità niente male per uno che staziona da troppi anni in quarta serie.

Torna a Cesena, pare però destinato a non rientrare nei piani di una squadra lanciatissima verso la B, invece il neo tecnico Bisoli si “innamora” della sua tenacia, della sua determinazione, della sua motivazione e della sua educazione, la sua personalità e punta sul talento di casa, venendone ampiamente ripagato.

Contribuisce da punto fermo, da punto di forza, alle due promozioni consecutive che porteranno la squadra romagnola in serie A dopo un ventennio. E’ la realizzazione di un sogno, che si materializza di gara in gara nello splendido primo anno di A con Massimo Ficcadenti in panchina, dove Emanuele, con i compagni Parolo e Nagatomo, diverrà rivelazione dell’intero massimo torneo italiano.

Saranno ben 97 presenze, condite da 20 reti per Giak, ormai non più solo attaccante esterno veloce e punzecchiante come le zanzare sui difensori avversari, ma giocatore quasi a tutto campo, come divenuto ormai agli ordini dei due suoi attuali mister, Conte e Prandelli che, pur usandolo con parsimonia, vengono sempre ripagati da prestazioni certe, consolidate. Ala, interno, mezzz’ala, a sostegno delle punte, niente di spettacolare o lasciato al caso (anche se rimangono sporadici colpi ad effetto, come quello visto in occasione del gol contro il Brasile o degli assist dispensati durante la manifestazione in corso) ma si tratta di un giocatore su cui gli allenatori sanno di poter contare a occhi chiusi. Avercene di così, e difatti dubito che la Juve se ne disferà a cuor leggero. La storia è piena di gente che, con umiltà e determinazione, ha raggiunto traguardi magari insperati alla vigilia. Non per scomodare paragoni ingombranti, ma nella stessa squadra bianconera, tra gli uomini chiave di quello splendido primo ciclo di Lippi c’erano Torricelli, Di Livio o Pessotto, che non  mi pare avessero pedigree da campione conclamati, eppure conquistarono grandi vittorie.

Il ritorno della difesa a 3

 

All’inizio erano solo Udinese e Napoli ma ora sta dilagando sempre il nuovo (vecchio) credo. Sto parlando del ritorno della difesa a 3, sulla scia dei rinnovati successi juventini e dell’affidabilità di un modulo che contempla maggior attenzione alla fase difensiva, senza precludere giocate offensive.

Ovviamente la storia di questo sport, ha dimostrato che non esistono moduli o sistemi di gioco migliori di altri, una formula vincente non l’ha inventata ancora nessuna, anche perché poi sarebbe inevitabilmente replicabile. A volte è successo che un modo di giocare producesse delle vere e proprie mode, tuttavia pochi hanno saputo raggiungere i risultati del Torino di Mazzola o dell’Ajax di Cruijff, per fortuna poi in campo contano gli interpreti e non freddi numeri, ma ciò non toglie che, andato in sordina il 4-2-3-1 che in pratica aveva estromesso i registi classici in virtù di fantasiosi laterali offensivi, e trascurato l’iper offensivo 4-2-4, in molti sono tornati a giocare con un modulo che richiama alla memoria il primo Parma di Nevio Scala, che seppe stupire tutta Europa e l’Udinese di Zaccheroni.

Chi  schiera terzini a centrocampo, chi invece arretra vere ali nella linea mediana, la ricetta è trovare equilibrio. Quello che sembra essere riuscito al camaleontico Conte, che si è ritrovato in casa validi difensori come gli italiani Barzagli, Bonucci e Chiellini, alle spalle della saracinesca Buffon (che manna dal cielo in vista degli imminenti Campionati Europei), ha avanzato da una parte il terzino Liechsteiner, inserendo un centrocampista puro dall’altro lato, in tal modo l’equilibrio di cui sopra.

Ma anche squadre che devono lottare per salvarsi hanno abbandonato il 4-4-2 per affidarsi al trio centrale: quella  è stata la scelta che hanno condiviso i neo tecnici di Lecce e Novara, Cosmi e Mondonico, alle prese con una difficile missione. Atteggiamenti diversi, se pensiamo che Cosmi schiera da un lato l’offensivo Cuadrado (e abbiamo ancora negli occhi il golasso di ieri) e dall’altro il più difensivo ma efficace pure in propulsione Davide Brivio, finalmente maturo dopo il boom giovanile, uno dei nuovi nomi del panoramo italiano; il vecchio leone Mondonico invece per prima cosa ha chiuso le serrature, inserendo 5 difensori pure, lasciando spazio alle invenzioni di Rigoni e Mascara in fase di rilancio. In entrambe le situazioni i frutti stanno arrivando!

Persino Sannino , Delio Rossi e Reja stanno utilizzando, con esiti ancora incerti il nuovo assetto difensivo. Mi stupisce un po’ la scelta del tecnico del Siena che si trova in squadra validi terzini puri come Vitiello e Del Grosso (o Rossi) e due ottimi centrali (l’esperto Terzi e l’emergente Rossettini, uno dei migliori difensori del campionato per rendimento) ma forse si è trattato di un esperimento, di un modo – sbagliato- di giocare speculare all’avversario.

Anche il Bologna da un paio di mesi si affida a un buon trio difensivo e a due terzini che spingono benissimo (il recuperato Garics e l’instancabile Morleo); il Parma di Donadoni schiera strettissimi Zaccardo-Ferrario-Lucarelli liberando poi l’estro di Biabiany e l’abnegazione di Valiani e Gobbi.

I casi di Napoli e Udinese insegnano comunque che a fare la differenza sono comunque i polmoni degli esterni, non a caso l’azzurro Maggio e il bianconero Armero  sono i migliori su piazza del nostro campionato.  Noi italiani in fatto di tattica siamo sempre stati all’avanguardia e ben attenti, ma c’è pure voglia di novità, come insegnano i numerosi cambi in corso del romanista Luis Enrique che le sta provando  davvero tutte per far rendere al meglio i suoi giovani talenti. Un po’ come l’Inter, che però, oltre ai numeri, dovrebbe anche far ripassare ai suoi giocatori altri punti fermi dell’abc di un calciatore, come l’attaccamento alla maglia, la grinta e la volontà. Non me ne vogliano i tifosi interisti, ma francamente è difficile spiegarsi un’involuzione così netta nelle ultime 5 gare, condite da 4 sconfitte e un misero pari, innumerevoli gol subiti, sbandate con compagini obbiettivamente più deboli (Lecce, Novara e Bologna, quest’ultime affrontate a San Siro). La cessione di Motta e le maliziose accuse di giocare contro Ranieri sembrano scuse deboli, si tratta di rimboccarsi le maniche e di saper trovare nuova linfa dalle stesse vittorie, come d’altronde fanno squadre come Manchester Utd, Barcellona e Milan.

La stagione della Juve dipende da Conte

E’ stato un mercato certamente frenetico quello condotto dal direttore generale bianconero Marotta. Nell’ennesimo tentativo di risalire e arrivare al pari delle big storiche, la Juventus post Calciopoli, non ha più attenuanti. O meglio, ne ha sul piano squisitamente tecnico e questo si rivela a conti fatti un punto assai dolente per il popolo juventino, poco abituato a veder vincere le altre squadre in ripetuta serie, per giunta.
Se Marotta abbia fatto o meno un buon lavoro, solo il campo potrà dirlo. Per ora permangono dubbi nella gestione di alcune dinamiche spiacevoli, in merito soprattutto al caso Amauri, alle mancate cessioni di Bonucci e Pepe, acquistati a peso d’oro appena un anno fa, ma anche rispetto alla situazione di Ziegler si è sfiorato il paradosso (e non mi si venga a dire che da un punto di vista meramente economico è stata fatta una buona plusvalenza).
L’organico della Juve può competere ad alti livelli, almeno in patria, un tempo terreno fertilissimo per i suoi successi?
Antonio Conte esordisce ad altissimi livelli ancora molto giovane, avendo da poco compiuti 42 anni ma ha un pedigree di tutto valore, non solo dettato dalla notevole carriera da giocatore, ma pure corroborato da risultati vincenti nella sua breve carriera di tecnico (esclusa la parentesi atalantina, giunta prematuramente dopo il boom di Bari). Sembra avere innegabile una dote, importantissima per tutti gli allenatori ad ogni latitudine e a ogni categoria: sa far rendere al massimo i suoi giocatori e su questo si poggiano le speranze dei tifosi, oltre che sulle qualità dei nuovi arrivati. Conte sarà la chiave di volta della stagione bianconera, adotta lo stesso modulo tattico del precedente mister Delneri, ma sembra possedere maggior piglio, maggior sfrontatezza e soprattutto una miglior dimestichezza con l’ambiente. E’ uno che lavora e fa parlare i fatti ma sa pure alzare la voce, mi ricorda un po’ Mancini, se solo il paragone non potesse sembrare blasfemo agli occhi dei tifosi dell’una e dell’altra parte.  Molto più concretamente dovrà saper far fronte a diversi nodi intricati, non solo tattici. La questione degli esuberi, la gestione degli scontenti, dei separati in casa e far convivere più anime, scovando la miscela giusta per non sacrificare gente come il forte nazionale Marchisio, il quotato cileno Vidal (occorre risolvere al più presto l’interrogativo sul suo ruolo.. a fare il jolly rischia di disperdere le sue attitudini principali), lo stesso Pepe, Quagliarella. Ci sono tantissimi esterni, non tutti di primissimo piano ma almeno sull’olandese Elia è necessario puntare con forza, nonostante la sua la sua propensione all’offesa, più che alla ricerca dell’equilibrio, fondamentale per far funzionare al meglio il credo calcistico del tecnico (lasciamo da parte i numeri per una volta). Certo, mi direte, ma Conte ama esterni che attacchino, i cosiddetti “finti attaccanti”, coloro che trasformano l’obsoleto 4-4-2 in un moderno e efficace 4-2-4. Sì, ok ma il problema è che né Elia, né Krasic vanno molto sul fondo: il primo, dotato di ottima fantasia, è un po’ anarchico o comunque un dribblomane nato, l’altro l’abbiamo visto e per buona parte della stagione scorsa apprezzato e non poco, ma è uno che partecipa poco all’azione corale della squadra… Palla a lui e via a testa bassa lungo la fascia ma di assist o meglio, di cross, ne ricordo pochini a memoria. In attacco Matri è imprescindibile: l’ex cagliaritano ha il gol nel sangue. Vucinic non farà certo panchina, a meno che non si dimostri incostante come a Roma, ma il vecchio capitano, il già citato Quagliarella? Mi sembra un organico troppo debordante per una squadra che sarà in lizza solo per una competizione. A Conte l’onere di risolvere il bandolo della matassa.

Il ruolo della Juve nel prossimo campionato

Si sta delineando sempre più la nuova Juventus di Antonio Conte (l'ennesima scommessa, ma forse meno ardita rispetto a quella dell'anno scorso con Delneri).
Ci stiamo abituando a una squadra rivoluzionata di anno in anno, alla ricerca di un'identità smarrita, di un nuovo ruolo all'interno del campionato.
Se dopo la bufera Calciopoli, i tifosi si erano aggrappati ai propri colori, orgogliosi di cosa essi rappresentassero al di là di scandali e intercettazioni varie, a distanza di 5 anni cominciano a reclamare qualcosa di più.
Ambizioni mai sopite ma duramente sottoposte alla realtà dei fatti, e cioè che da due stagioni la squadra nemmeno raggiunge la Champions League.
Il cantiere è ancora aperto ma qualcosa si è già aggiustato, se non altro il neo tecnico possiede nel proprio dna tutti i cromosomi della "juventinità", che potrebbero tradursi come valore aggiunto in termini di motivazioni.
Tuttavia la storia insegna che è molto difficile rinascere dalle proprie ceneri, modificare assetti, squadre e staff ogni anno, almeno queste sono situazioni a cui molti tifosi non erano certo abituati.
Arriveranno forse Lugano (o Alex), magari anche Vargas ma basteranno a far tornare a primeggiare la Juventus, o almeno a farla competere con le milanesi, il Napoli o la Roma?
Marotta si dice soddisfatto ma in realtà gli resta un lavoro titanico ancora da sbrigare: sfoltire la rosa, eliminando doppioni e indesiderati. Poi toccherà a Conte trovare l'assetto giusto (lui è un seguace di un 4-4-2 molto offensivo, tanto da indurre gli addetti ai lavori a chiamarlo 4-2-4 ma con gli uomini a disposizione è davvero il modulo giusto?).
Non sarebbe più consono un 4-3-3 di modo da poter schierare una mediana completa e ben assortita con Marchisio-Pirlo-Vidal e un tridente composto da Krasic-Matri-Vucinic?
Ma indipendentemente da moduli, schemi e quant'altro, confrontando il roster della squadra bianconera con quello di altre big italiane, vi sembra all'altezza di centrare il bersaglio della Champions? I posti sono diminuiti, sono solo 3 e, se non paiono già assegnati, poco ci manca.
Le milanesi sembrano le candidate numero uno alla vittoria finale, sul Napoli mi sono già espresso, è senz'altro la squadra che si è migliorata di più e deve solo considerare per bene alcune variabili legate alla grande pressione e al doppio impegno (De Laurentiis si è già espresso in proposito…), la Roma è anch'essa un po' un'incognita, Lazio e Udinese sembrano possedere i mezzi per fare il bis.
Insomma, il futuro della Juve appare ancora piuttosto nebuloso. Si parla molto spesso a sproposito di "progetto a lungo termine", vedremo se Conte avrà modo di plasmare con cura la sua squadra, anche qualora non dovesse centrare nessun traguardo. E' un bravissimo tecnico, sa far giocare le sue squadre in modo arioso ma pure concreto, è un gran lavoratore abituato a tirar fuori il meglio di sè dai suoi giocatori… un po' come quello che si diceva un anno fa circa a proposito di un altro tecnico fedele al 4-4-2!