Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.2)

Alban Fuam “Whiskey n’beer” (Maxy Sound)
Album d’esordio coi fiocchi quello dei veronesi Alban Fuam, imperdibile per tutti gli amanti dei suoni irish e con una predilezione per tutto ciò che anche solo lontanamente può richiamare la magica Terra verde irlandese.
12 brani della tradizione celtica suonate tenendo fede agli originali ma arricchite da un gusto per il suono, arrangiato e ben prodotto, che va così a premiare tutte le scelte della banda capitanata dal cantante Piero Facci. Chiare soprattutto le influenze folk ma riecheggiano anche elementi country e di matrice cantautorale, specie nella convincente Molly Malone. Per chi da sempre ascolta musica irlandese sarà facile distinguere quelli che sono a tutti gli effetti dei vari classici, ma mi piace citare almeno le versioni di Dirty Old town, in cui Alessandro Antonelli si è staccato dallo stile cantato di Shane McGowan, optando per toni da crooner; una scatenata The irish rover (come a dire l’abcdell’irish folk!); una Fields of Athenry che qui diventa una ballata amorosa a due voci (duetta con Facci l’angelica Giulia Vallisari) o quella Great song of indifference più vicina a quella del suo autore Bob Geldof che non alla stranota traduzione dei Modena City Ramblers. Giustamente l’etichetta intende esportarli oltre confine, visto che i presupposti per inserirsi con successo tra i fautori di un efficace recupero di suoni popolari rivisitati in chiave moderna ci sono tutti (e d’altronde il gruppo da ben prima di esordire ufficialmente aveva già calcato tanti palchi proprio in Irlanda).

Vincent Maredomini “Tutto Sembra” (autoprodotto)
Torna a distanza di 4 anni dal precedente “Il linguaggio del sognare” il cantautore veronese Claudio Ferrigato, in arte Vincent Maredomini con il nuovo “Tutto sembra”. 11 tracce, di cui 2 riprese dal precedente ma impreziosite in questo caso dalla dolce voce di Eleonora Martinelli (il duetto Amanda e Gershon e l’epica Nuove generazioni) che tra l’altro svettano nel contesto di un album abbastanza omogeneo ma non per questo privo di interesse. Più che altro è da avvalorare la coerenza nelle scelte artistiche di Maredomini, di affidarsi a un songwriting sempre più maturo soprattutto in fase di composizione, per il quale si è avvalso dell’equipe di musicisti con cui da anni collabora (fra tutti cito almeno Mario Marcassa, che oltre a suonare il basso e occuparsi della programmazione della batteria elettronica è anche colui che ha registrato e mixato il lavoro presso il Cat Sound Studio di Badia Polesine). Solida musica d’autore, imperniata su tematiche in genere esistenzialiste o sentimentali (come in Di quale vita o Sogni senza gravità) ma impreziosite da arrangiamenti che sanno dipingere affreschi vivaci in oppure in Anna uscita dalla notte, la più narrativa del lotto. Un lavoro sì artigianale, frutto di passione ma soprattutto di tanto studio e ricerca.

Dada Circus “Lato del cerchio” (Goodfellas)
Sestetto romano con base a Tivoli, arrivano a distanza di due anni dal precedente disco autoprodotto, successivo a una felice partecipazione a Rock Targato Italia. Con questo vivace lavoro compiuto, 10 brani pieni di ritmo, energia e calore, mirano a un posto al sole in campo… boh? Viene difficile definire tutto il meltingpot che fuoriesce da brani come L’Albatros, Quasi trent’anni o D’Amore e di fumo. Patchanka sonora fatta di ska, pop, gipsy, con i fiati spessissimo in primo piano. I ragazzi mostrano di sentirsi a proprio agio anche nei momenti più riflessivi, quando smettono di muoversi scatenati per addentrarci in territori più cadenzati, folk (nelle ballad Per le vie della seta, in odor di Irlanda, Estatica o nella strumentale L’ultima thulè. Ma a mio avviso il pezzo che meglio potrebbe rappresentarli è l’ironica e pungente Fregene 90210.

Daniele Sepe  “A note spiegate” (MVM/Goodfellas)
Torna in pista con un progetto molto viscerale, sanguigno, “vero” il polivalente artista napoletano Daniele Sepe che, a 60 anni suonati, ha deciso di finanziarsi con musicraiser questo suo venticinquesimo album. Un disco in cui si potranno riconoscere gli ingredienti principali della più genuina musica jazz, al di là dei connotati musicali ben riconoscibili e di una tecnica invidiabile. Però nei 13 brani di “A note spiegate”, frutto di dieci concerti/laboratori tenuti fra Napoli e il Mondo, non c’è solo maestria negli arrangiamenti e gusto retrò, ma soprattutto l’impatto, la verve e il dinamismo di un progetto in itinere. Spiccano il funambolico brano d’apertura Fables of Faubus, la calorosa Blue Moon, da night club, la fluttuante Antonico o l’irriverente, ondivaga Big Nick U’n’L, dai ritmi honkytonk.
Daniele Sepe è riuscito a creare un’alchimia perfetta, pescando da un repertorio vastissimo e attingendo a piene mani dai grandi, rifuggendo però sterili paragoni e evidenziando il suo tocco personale, inconfondibile al sassofono, riuscendo da esperimenti veri e propri (quelli che inscenava nei dieci incontri laboratori in cui insegnava le varie partiture di un brano) a comporre dei strumentali molto efficaci.

Valentina Lupi “Partenze intelligenti” (Goodfellas)
La cantautrice romana Valentina Lupi torna con un ep di 5 brani realizzato con il suo collaboratore storico Matteo Scannicchio, in cui i suoni sono minimali, non invasivi, come a non togliere spazio a una voce pulita, chiara e convincente sotto ogni punto di vista, soprattutto quello interpretativo. A partire dal brano eponimo, secondo in scaletta, si percepisce come il viaggio sia centrale all’interno di questo lavoro. Un viaggio della mente, prima ancora che fisico. Qui in particolare l’elettronica quasi vintage è perfetta a tessere musicalmente una canzone molto personale, perfetta per fotografare una situazione esistenziale. Il ritornello killer fa la sua egregia parte, per un brano che nulla ha da invidiare alla più acclamata Levante, tanto per restare in tema di fenomeni indie. Reduci è invece meno briosa e più riflessiva, mentre in La signora che tesse la tela, che richiama una storia di attesa più che di partenza, la Lupi ci culla in un’atmosfera sognante, con buonissimi inserti sonori e uno stile che può ricordare la grande Ginevra di Marco.

Davide Ravera “Gospel” (Hazy Music/Audioglobe)
Davvero convincente questo nuovo lavoro del cantautore modenese Davide Ravera che, traendo ispirazione dal Vangelo come allegoria dei nostri tempi così contradditori, mette in fila 14 canzoni profonde e viscerali, portandoci in un viaggio in cui sono compresi pericoli, abissi e brusche fermate lungo la via Emilia, la sua Terra spesso evocata. Piace lo stile, l’attitudine, l’interpretazione che rimanda a echi di blues, post rock e furore punk, questi a braccetto con episodi più rallentati ma comunque d’impatto emotivo. A partire dalla sua voce ruvida, da un canto che privilegia l’intensità alla tecnica, da parole spesso brutali, sboccate, quasi uscissero dalla penna dei poeti maledetti. Si sente eccome la mano di Umberto Palazzo dietro le quinte in veste di produttore artistico, uno dei più geniali musicisti della sua generazione.

Rumore Rosa “UOAAOO” (Consorzio ZdB)
Dopo molti anni di digiuno dai dischi (ma in cui hanno suonato in molte tappe su e giù per lo Stivale) tornano più freschi e coinvolgenti che mai i Rumore Rosa. Un disco in cui si mescolano tante sonorità, creando un’alchimia variegata che, gira e rigira, sa di fragoroso pop. Sofisticati il giusto, con la voce della solista Margot che incanta e ammalia in episodi assai riusciti come l’eterea Giorni sani o che pare giungere da galassie lontane in Non altrove, riescono pure a stupire pestando l’acceleratore in brani come Non appartengo (puro dream pop chitarristico) o cavalcando onde psichedeliche in Mrs no where. Ci credete se vi dico che, a volte, mi ricordano un po’ i Madreblu? Un buon ritorno all’insegna dell’indipendenza creativa.

Jarred, The Caveman “I’m Good If Yer Good” (Stop Records)
Convince appieno il disco del trio che ha trovato dimora in Italia ma che potrebbe appartenere a una qualsiasi landa desolata su questo Pianeta. Atmosfere rilassate, talora al contrario disturbanti, suoni maestosi così come lievi a simboleggiare l’universo incantanto che sgorga dalle note di Alejandro (argentino di Rosario con l’America country e folk nel cuore), Luca e Matteo. Giunto in Italia il primo con tanti sogni, cerca di realizzarli in musica, e con l’aiuto dei sodali dà alle stampe 11 canzoni senza precisa definizione, tra solchi della più radiosa tradizione southern rock, roots contaminato e folk più autentico e genuino. In alcuni brani gli arrangiamenti vestono canzoni basilari gonfiando il tutto di archi e ottoni. Il più delle volte sono sonorità acustiche a farla da padrone, tra armoniche, banjo e guitar slide. In particolare la terza traccia non sfigurerebbe di certo nel repertorio dei Mumford&Sons! Prevalgono le atmosfere calde per quello che si può considerare a ragione un progetto da tenere saldo in mente.

Gonzaga “Tutto è Guerra” (Stop Records)
I lucchesi Gonzaga (curioso il riferimento al casato mantovano…) esordiscono con un album di solido rock, nervoso, austero e senza compromessi. Solchi fiammeggianti già dall’intro Via Maldonado che parte piano, puntellato da visioni space rock per poi lasciare spazio all’irruenza di voci e chitarre. La fa da padrone la voce sicura del leader Angelo Sabia, che ruggisce, inneggia, e ci trasporta lungo 12 canzoni dai toni fiammeggianti, sin dal paradigmatico titolo “Tutto è guerra”. Poca speranza e molta intensità in Tragedie annunciate e in Ist die Zeit, suoni sinistri che fanno capolino in Abracadabra. Un disco insomma di non semplice fruibilità, forse anche di difficile collocazione ma che mostra degli artisti maturi e con idee chiare, più che altro con una “visione” da condividere, tra Muse e certo noise rock.

David Ragghianti “Portland” (CaipiraRecords / Musica Distesa)
Esordisce con un filo di voce, senza urlare o sgomitare, il cantautore toscano David Ragghianti, all’insegna di un pop d’autore, ricordando a tratti Giuliano Dottori, qui in veste di produttore. David tuttavia è in grado di farsi ascoltare, non deve ricorrere a chissà quali orpelli per emergere, laddove brillano arrangiamenti magari un po’ scarni e pressochè acustici, ma raffinati e soavi, portatori di luce e candore più che di ombre e paure, nonostante testi che spesso ci fanno immergere nella malinconica quotidianità. Passi esistenziali nella convincente 300 anni, nostalgia di ciò che potrebbe un giorno accadere nella disillusa eppur romantica Pause estive, con toni che diventano fiduciosi nella cadenzata a ritmo iniziale a suon di reggae in Se non ti ammali mai. Un lavoro omogeneo, dove la pecca che vi si può riscontrare è quando alla fine degli ascolti ti rendi conto che, a conti fatti, nessun brano è riuscito a spiccare e prendere quota sugli altri.

Emmanuelle Sigal “Songs From the Underground (Brutture Moderne)
Sono dieci convincenti tracce a costellare l’universo sonoro del debutto di questa cantautrice francese di origine israeliana. Musica per palati fini, dove la canzone d’autore – dai cenni etnici – si sposa meravigliosamente con l’anima più sperimentale, in grado di unire nel calderone tendenze swing, folk e minimal-elettroniche (se si pensa alle atmosfere vagamente new age di Happiness). Blues train che apre il disco è forse il brano più a fuoco, frizzante e dai toni caldi, mentre altrove si fa strada la malinconia che però non scende nei meandri della mestizia (la titletrack, per lo più sognante, o la fluttuosa Deepcoldsea. Le canzoni toccano temi profondi, essendo debitrici dell’amore della Sigal per le opere di Dostoevskij ma non fatevi ingannare dall’ingombrante mentore: l’aria è serena e per nulla pesante!

Laurex Pallas “La prestigiosa Milano-Montreaux” (Rodeo Dischi)
Collettivo giunto al termine di una trilogia, definita “della fatica”, iniziata nel 2007 e tutta dedicata a mitiche corse ciclistiche. Nella fattispecie si attinge a un mondo fatto di contrasti, di metafore, di ironia velata o meno, che emerge soprattutto nei testi e nelle idee dell’ensemble. In un miscuglio sonoro schizofrenico, dove non mancano pregevoli spunti dal punto di vista degli arrangiamenti (ci sono fiati, violoncelli, pianoforti, intrecci di voci) mancano però le canzoni significative, quelle che finiscono per fare la differenza. Piace il ritmo cadenzato di Ninna Nanna della cabina(tema davvero insolito, sulla solitudine delle cabine telefoniche!) e la bandistica Luci d’alba ma per il resto come detto, le melodie non ci paiono all’altezza degli spunti narrativi.

Paolo Zanardi “Viaggio di ritorno” (Lapidarie incisioni)
Compositore maturo ed eclettico, già autore e compositore dei Borgo Pirano, Zanardi, pugliese trapiantato a Roma, attinge per questo suo quarto album a tutto un immaginario legato alla canzone d’autore italiana, quella più oscura e raffinata, a partire dalla citazione quasi esplicita di Piero Ciampi nell’iniziale, bellissima ed evocativa, C’è splendore in ogni cosa, in grado di catapultarti nelle balere anni ’60, come ha spiegato lo stesso autore. Il secondo brano L’arca di Noè parte da un sogno, e lì finisce per trasportarti, mentre la voce graffiante emerge principalmente nelle narrazioni diOspedale militare (storia di un travestito), ispirata a un fatto vero, vivace anche dal punto di vista musicale. L’omaggio a Marylin nel brano quasi eponimo è una divagazione onirica che ci rimanda a certi autori degli anni ’80, anche nel modo di interpretare e raccontare una storia. Al di là di intenti nobili e di riferimenti “alti”, a tratti sembra di ascoltare Luca Carboni o esponenti pop degli anni ’60… non che sia un male, ma forse nemmeno il massimo dell’attualità!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...