“Due giorni, una notte” è un film davvero intenso, che tocca le corde più profonde della nostra anima. E ci ritroviamo così a “tifare” tutti per la protagonista Sandra in cerca di giustizia!

Devo ammettere che il film “Due giorni, una notte”, scritto, diretto e prodotto da Jean-Pierre e Luc Dardenne e magistralmente interpretato dall’attrice Marion Cotillard, visto ieri durante la rassegna del Cineforum, ha saputo coinvolgermi enormemente, toccando le corde più profonde del mio animo. Non avevo grandi pretese in fondo; sì, ero a conoscenza del fatto che il film fosse stato in concorso per la Palma d’Oro a Cannes ed è risaputo la maestria dei Dardenne nello scrivere storie ad ampio raggio, in grado di trattare tematiche dalla forte impronta sociale ma pensavo che il film fosse un ritratto solo efficace ma nulla più di situazioni legate all’attualità sin troppo espresse in vari campi.

Invece mi sbagliavo, e credo che solo “Jersey Boys”, di tutt’altra fattura, lo possa sopravanzare nei miei gusti personali in questa annata di film visti al Mignon di Cerea, ma lì si tratta di un film “musicale”, e per di più ambientato nei mitici ’60, quindi per me è proprio “fuori classifica”… sono i miei preferiti!

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Ma “Due giorni, una notte” come detto ha saputo emozionarmi molto, perché un po’ mi ci sono ritrovato nella triste vicenda della protagonista. Non voglio mettere in piazza proprio tutta la mia storia, però anch’io sono andato incontro a serie difficoltà dopo aver trascorso un lungo periodo di inattività al lavoro a causa di un periodo di malattia, dopo che ero incorso in una grave sindrome da cui mi sono salvato per miracolo. Come la protagonista Sandra, anch’io al mio rientro in ditta ho dovuto “accettare” delle condizioni diverse in merito al mio impiego, a una professione che amo e che ho sempre svolto negli ultimi 15 anni, quella di educatore formatore. Un po’ per precauzione, perché venivo da 7 mesi (4 di ospedale + 3 di convalescenza e riabilitazione) di forzato riposo e un po’ in nome di una conclamata crisi che ha toccato con forza anche il settore socio sanitario, con enormi tagli dei soldi pubblici, delle Regioni e delle Ulss di appartenenza territoriale, ecco che anche a me è stato proposto un reintegro in formato ridotto rispetto alle 38 ore lavorative che abitualmente svolgevo. Scelta forse comprensibile ma lo stesso per me fu una grossa botta a livello psicologico perché anch’io, come la protagonista del film, una volta guarito e ristabilitomi, avevo ancora più voglia e motivazione di riprendere il mio posto e le mie mansioni. A distanza di un anno le cose si sono appianate, e anch’io ho sul campo dimostrato di stare meglio, di essermi appunto ripreso del tutto ma da una parte, mettendomi dalla parte del datore di lavoro, mi sono reso conto anch’io che le cose sono cambiate, che la crisi si sente e molti colleghi sono stati messi part time o i contratti in scadenza non rinnovati. Io con tutto il cuore voglio riprendermi le ore che prima mi vedevano impegnato perché ho dimostrato di essere pienamente efficiente e spero che il tempo sarà della mia parte. Nel film invece la situazione era un po’ più complessa, con le persone di un reparto costretti a scegliere se rinunciare a un bonus di mille euro al fine di poter reintergrare Sandra, da poco uscita da una forte depressione, tra i ranghi.

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Non tutti saranno d’accordo e per Sandra inizierà una sfiancante, e a tratti umiliante, corsa per cercare di convincere a uno a uno i propri colleghi a votare diversamente in una prossima riunione che deciderà appunto il suo destino. Non sto a svelare il finale del film per chi vorrà vederlo ma di certo avverrà una riabilitazione da parte di Sandra, anche se dovrà essere messa a dura prova la sua ancora fragile psiche. Un bellissimo film, davvero, per nulla retorico e anzi ancorato a una realtà che di questi tempi così difficili a livello economico, è sempre più dura e cruda.

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