Music Summer Festival: altro che Festivalbar!

Ero indeciso se dedicare addirittura un intero post al Music Summer Festival, annunciato come grande novità del palinsesto Mediaset di quest’estate, salutato da più parti come erede più diretto di quella kermesse storica che ha accompagnato intere generazioni di piazza in piazza per tantissimi anni, vale a dire il Festivalbar. Stimolato da una conversazione avvenuta su un noto social network, eccomi quindi condividere con voi lettori le mie impressioni. Innanzitutto, io, al di là del contesto godereccio, di aggregazione giovanile e di voglia di fare festa, non ho rivisto quello spirito che emanava il mitico, quello sì, programma ideato dall’ indimenticato Salvetti. Sgombero il campo da possibili equivoci, non è questioni di facili nostalgie per il tempo andato (pure lecito quando arrivi a 36 anni), nè un desiderio inconscio di voler per forza paragonare, comparare, due epoche che sembrano lontanissime, visto il mutamento stesso della società tutta – avvenuta a ritmi vertiginosi – con conseguenze dirette sul modo di usufruire, ascoltare, produrre, presentare quel bene prezioso che è la musica. Eppure anche mia mamma, che si è vista una finale all’Arena del Festivalbar sul finire degli anni 70, mi ha scritto a un certo punto un sms dicendomi che i programmi le parevano simili.

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(Clementino, il mio favorito è lui: buoni testi, bella attitudine e musiche che non tradiscono la sua terra)

Mah, musica di tendenza a parte… domina il teen rap e questo è un dato di fatto… a mio avviso il rap vero è un altro, n0n dico quello delle posse o quello per forza di cose politicamente impegnato, ma qui siamo a livelli di pop di consumo, di isterie che mi fa sempre pensare a fenomeni “da stagione”. Non me ne vogliano coloro che sono partiti dall’underground e che ora si godono dei primati in classifica FIMI (Salmo, Gemitaiz, Ensi, Rocco Hunt, Vacca, Noyz Narcose tanti altri)… infatti loro non sono stati invitati… ma per tutti gli altri l’effetto è del “mordi e fuggi”,come quella moda effimera di due/tre anni fa che aveva portato alla ribalta insipide teen pop italiane come Lost, Dari ecc… poi scomparse dalle scene. Se devo dire comunque un nome che rappresenta il rap per come piace a me, allora spendo volentieri una parola per Clementino. Lui sì che mette nei testi tematiche sociali, vicine alla sua città e lo fa con buon gusto musicale, non dimenticando le radici napoletane. “O’ vient” è un gran pezzo. Poi parere personale, eh? Uno può anche accontentarsi di ballare e saltare per un  brano come “Alfonso Signorini” del pluritatuato Fedez, ma nella musica io cerco altro.

Tuttavia qualcosa secondo me non ha funzionato dalla base, dai conduttori ad esempio. Stendo un velo pietoso sul figlio di Walter Chiari, e passo alla Marcuzzi. Dai, almeno studia un po’.. cavoli, c’è Nicole Schwerzinger, possibile che proprio non sappiate spiaccicare una sola parola di inglese??? E’ vero che pure gli stranieri dovrebbero sforzarsi di dire due parole in italiano, però scusa, te che conduci, interagisci un po’, mostra interesse e professionalità! Il criterio di gara poi è quanto meno ambiguo: ammetto che non mi sono ben informato sul regolamento prima di mettermi alla visione ma quando ho sentito parlare di gara per emergenti e Moreno me lo escludi, beh, mi viene qualche dubbio. Forse perchè si dà per scontata la sua vittoria, così come lo era quella ad Amici (torniamo al discorso della “moda” del teen pop e delle scene di isteria delle quattordicenni, le stesse che vanno ai One Direction… il pubblico è il medesimo, vorrà dire qualcosa?), e allora diciamolo, è stato una m0ssa promozionale vera e propria: piazzarlo in apertura, al massimo dell’audience, fargli gli inevitabili complimenti.. ma ripeto, il rap esiste nei bassifondi da 30 e passa anni ormai… e poi via alla gara, francamente in tono dimesso. Una Bianca Atzei, per cui nemmeno il duetto con i Modà ha portato un po’ di gloria, veramente deludente, nonostante l’apporto di un plastificato e lampadatissimo Maurizio Solieri ad affiancarla alla chitarra elettrica.. Si sta parlando di uno dei migliori chitarristi rock italiani… ovviamente non cag.. non citato dai competenti conduttori. I big poi non mi entusiasmano in simili contesti.. cavoli, è una gara di giovani? E allora non rubare la scena, tanto sei ovunque. Logico, il brano di Zucchero mi è piaciuto tantissimo, ma sarebbe ora che questi big si mettessero in gioco in una gara una volta ogni tanto… L’amico Carlo Calabrò, musicofilo italiano (questo è il suo interessante blog http://notedazzurro.blogspot.it/ suggeriva una soluzione che a me non dispiacerebbe.. perchè non dare spazio in competizioni simili al rilancio di artisti certo non datati o “vecchi” che proprio in questi giorni a fari un po’ spenti sono tornati sulle scene con un nuovo disco? Gente valida come Fabrizio Moro, Alexia o la giovane Erica Mou che ormai si è inserita con successo pure nel contesto indie alternativo, collaborando con ottime band come Perturbazione ed essendo stata prodotta per il suo sorprendente terzo  album (secondo dopo Sanremo con etichetta Sugar)dal Subsonica Boosta, mago dei suoni elettronici. Tanti quesiti, tanti dubbi che mi hanno lasciato l’amaro in bocca, tanto che alle 10 e poco più ho spento la tv e mi sono immerso in una piacevole lettura che in più parti rievocava il mito del Cantagiro, alla faccia del passato e della nostalgia 🙂 In definitiva, mi è parso più efficace il WIND MUSICA AWARDS, ed è tutto dire!

Dossier Sanremo: ha ancora senso per gli artisti “alternativi” partecipare al Festival? Ecco chi ha svoltato e chi no dopo la gara.

Nella lunga storia sanremese si sono succedute negli anni molte presenze di artisti cosiddetti “alternativi”, gente cioè che palesemente proponeva brani poco in linea con la classicità della kermesse in questione.

Spesso si tratta di veri e propri ingressi nel mondo dorato della musica propriamente detta “di consumo”, ma il più delle volte sembra che Sanremo possa costituire una sorta di “promozione”, o di consacrazione presso un pubblico certamente più vasto di quello che questi artisti poco conosciuti dalla massa solitamente raccolgono.

Ci sono però dei pro e dei contro e con questo articolo – che non ha pretese di completezza, nonostante i diversi artisti che prenderò in esame – miro a dimostrare che il Festival magari non ti cambierà la vita, ma costituisce invero sempre un viatico fondamentale per la carriera di un artista, nel bene e nel male. Dopo avervi partecipato nulla sarà più come prima.

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Il primo in cui mi imbatto è un folkloristico cantastorie che sul finire degli anni ’70 era davvero difficile da incasellare per la critica musicale. Rino Gaetano era lontanissimo dai cantautori classici, sia a livello di tematiche, sia come struttura dei suoi brani che come testi:  cinici, surreali e talvolta irriverenti ma sempre capaci di far pensare. Un “giullare” della musica italiana, che sul palco sanremese diventò un vero fenomeno di costume, grazie alla divertente e liberatoria “Gianna”. Arriverà a un passo dalla vittoria finale, ma il vero trionfatore di quell’edizione sarà proprio lui, che con il singolo sanremese conquisterà il grande pubblico, prima della precoce morte che lo verrà a cogliere, quando davvero stava per diventare un modello di riferimento per i giovani cantanti di inizio anni ’80. Pezzi come “Il cielo è sempre più blu” o “Mio fratello è figlio unico” rimangono pietre miliari di tutta la produzione italica, brani originali e in un certo senso ancora attuali.

Negli 80 si esibisce sul prestigioso palco sanremese anche un giovane gruppo, lontanissimo dagli stilemi cari al Festival. I Decibel suonano post punk spruzzato di new wave, alla loro guida un giovanissimo Enrico Ruggeri appare bizzarro con i suoi occhialoni bianchi ma anche in possesso di ottime corde vocali e della giusta genialità per far parlare di sé a lungo negli anni a venire. Il buon Rouge, discostandosi dai suoni cari al suo gruppo e scandagliando la vasta gamma della musica leggera italiana, diverrà poi uno dei massimi cantautori italiani, tra i più raffinati e versatili.

vasco

Destano stupore e meraviglia, specie col senno di poi (visto le onorate e lunghissime carriere portate avanti) le esibizioni di due super big della musica italiana: Vasco Rossi e Zucchero. Ma a dire il vero, all’epoca il loro modo di cantare e di comunicare era davvero particolare per i palati sanremesi e nessuno, sul momento, si scandalizzò delle loro sfortunate performance. Se Zucchero ebbe bisogno di incidere anni dopo un album epocale come “Blue’s” per divenire un fenomeno di massa, Vasco già dopo la manifestazione televisiva, fece breccia nel cuore di centinaia di migliaia di giovani, che ben si immedesimavano in lui, nelle sue storie, spesso disperate e ribelli. “Vita spericolata” non avrebbe potuto, a essere attenti, passare inosservata, col suo carico di pathos e il suo trasporto, con la sua interpretazione biascicata, lontanissima dal bel canto. A fine anno l’album “Bollicine” consacrerà il Blasco e il suo popolo, vendendo un milione di copie e aggiudicandosi il prestigioso Festivalbar.

Ma negli anni 80, nonostante alcuni attribuiscano l’episodio a una puntata del Festivalbar, secondo alcune autorevoli fonti (“Dizionario Completo della canzone italiana” a cura di Enrico Deregibus, ed. Giunti e “Enciclopedia del Rock Italiano”, ed. Arcana) fece la sua apparizione sul palco dell’Ariston anche un artista davvero sui generis, chiamato Faust’O. Un personaggio quasi alieno, che riuscì a mettere in scena durante la sua esibizione in play back del brano “Hotel Plaza” (in quegli anni era consentito) il gesto più punk dell’intera storia sanremese, con lui che si mise a mangiare candidamente una mela. Solo gli Aeroplanitaliani del geniale Alessio Bertallot, molti anni dopo, nel 92, fecero un gesto altrettanto ribelle, rimanere zitti per più di 10 secondi durante la loro canzone, intitolata appunto “ Zitti, zitti (Il silenzio è d’oro)”.

Eppure per Fausto Rossi, questo il vero nome di Faust’O, Sanremo rappresentò il classico “quarto d’ora di celebrità” caro a Andy Warhol, per poi tornare tra le pieghe del mondo alternativo, quando non proprio nel pieno anonimato. Ha continuato a fare dischi col suo vero nome, è attivo su Facebook ed è una persona ricca di umanità, artista sensibile e attento, ma la celebrità vera per lui non è mai arrivata.

Un forte impulso alle partecipazioni di artisti alternativi ci fu negli anni 90, con band emergenti del movimento legato al rock italiano che hanno cercato, tramite la vetrina del Festival, di sdoganarsi presso il grande pubblico, non sempre però con grandi risultati. Quasi in sequenza, gruppi celebri nel circuito alternativo o comunque rock come i Bluvertigo, i Negrita e i Timoria calcarono l’Ariston, trovando però più delusioni che altro, e non spostando di una virgola il loro percorso, limitando l’esperienza di Sanremo a una semplice tappa verso una crescente carriera. In particolare i Negrita portarono un brano debole, tra i peggiori del loro repertorio, ma ciò non impedì, al di là di una posizione nelle retrovie, a Pau e compagni di proseguire alla grande il loro cammino, fino a divenire uno dei pilastri del rinascente rock nostrano.

elioo

Nel 96 però per pochissimo non accade qualcosa di inaudito, di inconsueto, quanto meno di anomalo. Uno dei gruppi demenziali per eccellenza, noto sotto la sigla “Elio e le storie tese” finì addirittura per insidiare i vincitori Ron e Tosca, piazzandosi secondo, tra l’altro con annesse polemiche. Elio letteralmente sbancò, passando da artista seguitissimo ma pur sempre di culto a dominatore delle classifiche e delle radio. La sua “Terra dei cachi”, specchio fedele in chiave ironica del nostro Paese, è divenuta negli anni un vero e proprio classico sanremese (e come ben sapete, quest’anno, a distanza di 17 anni, hanno replicato il secondo posto di allora con la scoppiettante e geniale “La canzone mononota”).

Un’altra band che beneficiò non poco della kermesse ligure per ampliare il proprio pubblico e fare il cosiddetto salto tra i grandi è certamente quella dei Subsonica, la cui “Tutti i miei sbagli”, pur non discostandosi dal sound elettronico caro al gruppo torinese, fece breccia sin da subito presso una platea generalista. Il successivo album entrò direttamente al primo posto delle classifiche di vendite, confermando la band di Samuel e Max Casacci come una delle migliori della loro epoca.

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Nel 2005 tra i giovani fece scandalo l’esclusione nella prima serata sanremese di un giovane gruppo salentino, i Negramaro. Guidati dal talentuoso Giuliano Sangiorgi, diventato successivamente uno dei più ricercati songwriters italiani (ha scritto tra gli altri per Mina e Malika Ayane, contribuendo all’affermazione di quest’ultima), il gruppo esplose subito, vendendo centinaia di migliaia di copie dell’album “Mentre tutto scorre”, il cui titolo riprendeva quello del favoloso brano presentato a Sanremo Giovani.

Arriviamo così ai giorni nostri. Qualche anno fa si presentarono all’Ariston i La Crus, nonostante di fatto non esistessero più (infatti la dicitura ufficiale riportava Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus). Giovanardi, noto ai più come Giò, era l’anima e il leader della band milanese che tentò più volte, in concomitanza con il loro miglior periodo discografico, di accedere a Sanremo, cercando in qualche modo una consacrazione del suo gruppo, il cui genere, un mix di classicismo e contemporaneità, in effetti non avrebbe sfigurato al cospetto di artisti più navigati.

E’ stata la volta infine delle top band alternative italiane, dei gruppi rock per eccellenza emersi in Italia negli ultimi 20 anni (tanto che i loro dischi, rispettivamente “Hai paura del buio?” e “Catartica” sono risultati i più votati in assoluti degli ultimi 20 anni in un sondaggio organizzato dal portale Rockit).

Sto parlando degli Afterhours di Manuel Agnelli e dei Marlene Kuntz di Cristiano Godano. Le loro apparizioni sanremesi con brani ben congeniati come “Il paese è reale” e “Canzone per un figlio” tuttavia poco o nulla hanno aggiunto alla carriera di entrambi e Sanremo è divenuto quindi una specie di suggello di una carriera spesa con onore nel circuito underground.

marte

La stessa cosa a mio avviso si ripeterà per i Marta sui Tubi e gli Almamegretta, le ultime due band prese in esame per questo dossier. Le loro recenti partecipazioni sono state tutto sommate positive e dignitose – diciamo che come sempre mi accade con artisti che sento affini, mi sono pure emozionato nel vederli su quel palco – ma credo che non serviranno da volano per fare il classico “botto” in classifica (posto che i dischi ormai quasi non si vendono più). Come ho scritto in un recente post dedicato al Festival, il rischio che possono correre è semmai il contrario, cioè che siano d’ora in poi guardati con sospetto da quello stesso pubblico “indie” che ne ha da anni decretato un piccolo successo. Ma stiamo comunque parlando di due gruppi saldi, maturi e che hanno i mezzi per “difendersi” da eventuali accuse di essersi in qualche modo “venduti”. Direi che proprio saremmo fuori strada, visto che hanno presentato dei bei brani, in linea con il loro particolare repertorio.