Sanremo Nuove Proposte: nella serata dei duetti d’autore, ecco il trionfo del giovane rapper Rocco Hunt! Me ne farò una ragione…


ROCCO HUNT

Alla fine l’esito della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2014 era abbastanza scontato. Ho letto ovviamente tantissimi pareri discordanti, specie nell’area dei musicisti “alti”. Bisogna vedere le cose con un minimo di oggettività, al di là dei gusti personali che, volenti o nolenti, contribuiscono spesso in maniera determinante a inficiare i nostri giudizi.

Rocco Hunt, quindi, 19 anni (e ne dimostra pure meno!), rapper da Salerno, si issa in cima alle preferenze, non solo dei tele votanti ma anche della cosiddetta “giuria di qualità”, presente in prima fila ieri all’Ariston e presieduta dallo stimato regista Paolo Virzì.

Tre componenti  (il genere, la giovane età, la provenienza) che la dicono lunga sul fatto che fosse in qualche modo, non scontato (come azzardato a inizio articolo) ma quanto meno prevedibile sì. Se, come scritto ieri, questa settimana sono entrati direttamente al primo posto nelle classifiche di vendite i due mediocri rapper Two Fingerz, non c’è da stupirsi di nulla. Il rap, l’hip hop, che poco o davvero nulla ha di che spartire con quello emerso anche in Italia all’incirca nel ’92 con solide band come Sangue Misto, Assalti Frontali e Isola Posse, sta dominando le charts, basti vedere altri “fenomeni” giovani che hanno sbancato negli ultimi due anni, da Emis Killa a Fedez, da Clementino all’”amico” Moreno, persino personaggi poco allineati a logiche commerciali come Gemitaiz, Coez e Salmo (quest’ultimo giunto anch’egli primo in classifica) hanno fatto il botto.

Troppo semplicistico però relegare l’exploit di Hunt a cosa ovvia, avendo tra l’altro come rivali talenti dal sicuro avvenire –  oltre che dal solido presente – come The Niro e soprattutto Zibba che con i suoi Almalibre da anni è “abituato” a ricevere riconoscimenti d’ogni genere.

Ciò che mi ha poco convinto è il brano in sé: intendiamoci, ha smosso la platea, è orecchiabilissimo, musicalmente ha quel che di reggae che non guasta mai, se vuoi azzeccare l’hit  e dare un vago senso di “appartenenza” politica e popolare e il testo va a toccare, seppur in maniera alquanto retorica, trita e ritrita, dei punti nevralgici della nostra situazione socio-politica, del sud in particolare.

Il fatto è che, al dispetto della giovanissima età, Rocco è già un big nel suo genere, vende un botto di dischi, vanta un numero di visualizzazioni, nell’era digitale un dato inoppugnabile di popolarità e fama, dieci volte superiore a quelle di Zibba, The Niro e Diodato messi insieme, e già a sua volta, dopo aver collaborato un po’ con tutti nel suo ambiente, a partire dall’amico Clementino, ringraziato anche ieri dal palco al momento di ritirare i premi vittoria, è un ricercato produttore di altri rapper.

Però il pezzo in sé non era sto granchè, mio fratello Jonathan, amante e profondo conoscitore della scena, da subito era dubbioso, temendo in una canzone ad ampio respiro, con frasi fatte, proprio Hunt che invece è considerato un maestro nel “freestyle” e ha quindi la rima facile e arguta.

Non sono rimaste che le briciole alla fine della fiera per gli alti tre artisti in gara, tutti meritevoli a mio avviso di proseguire il proprio percorso, aumentando il loro “bacino di utenza” se questo era lo scopo appunto di gente come The Niro e Zibba, già pienamente affermati nei loro ambiti, quello indie per il primo e quello della canzone d’autore per il secondo . Diodato si ritrova un po’ in mezzo al guado, ma ha buone qualità, personalità e magnetismo interpretativo per provare a imporsi in un mercato sempre più ostico.

Restano da dire due parole sul resto della serata, dedicata ai duetti in merito alla canzone d’autore italiana, forte della collaborazione siglata tra il Festival e il Club Tenco, due mondi spesso percepiti come distanti. Non tutti gli omaggi sono riusciti, in particolare mi ha poco convinto quello a Enrico Ruggeri fatto da Giusy con i due attori Alessandro Haber e Alessio Boni (uno dei miei preferiti in assoluto ma ieri parso un po’ “strano”… scusate, non mi viene l’aggettivo giusto!), quello di Noemi al grande Fossati, quello assai improbabile di Frankie con la Mannoia.

Promuovo a pieni voti stavolta Giuliano Palma, Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio alla batteria (l’attore pugliese, già visto all’opera al pianoforte nel riuscito ultimo film di Rocco Papaleo, si è proprio divertito ieri sera sul palco), i Perturbazione con l’amica Violante Placido in una delicata “La donna cannone” e lo squalificato Riccardo Sinigallia, accompagnato oltre che dalla sodale Laura Arzilli da due bravissime interpreti quali Marina Rei (tra l’altro sua cognata, essendo questa la compagna del fratello Daniele Sinigallia, chitarrista e produttore) e Paola Turci. Bene anche il recupero di Ron dell’amico Lucio Dalla e l’insolita collaborazione della Ruggiero con dei suonatori di tablet (!).

Senza infamia e senza lode i due favoriti Renga, cui Kekko dei Modà ha ricambiato il duetto della passata edizione, quando col suo gruppo era in gara, e Arisa alle prese con un classico di Battiato, accompagnata da un trio nordico, gli WhoMadeWho.

Citazione a parte per Cristiano De Andrè che ha commosso tutti con l’omaggio sentito al padre in “Verranno a chiederti del nostro amore”, il quale ha pure ricordato un aneddoto relativo a quando il padre lo scrisse, dedicandolo alla madre.

Gino Paoli ha invece omaggiato la scena genovese, raccogliendo applausi a scena aperta e mostrando, ormai ottantenne, una classe intatta, direi innata.

Infine, poco prima di svelare il nome del vincitore della categoria, arriva il momento dell’ospite.. e che ospite! Il giovane cantautore scozzese, ma di chiare origine italiane, Paolo Nutini, prima abbozza un’incerta – nella pronuncia – “Caruso”, caricandola della sua voce roca e profonda, poi canta “Candy”, una delle sue hit, inclusa nel precedente ultimo album, un capolavoro assoluto, e infine ci delizia con il nuovissimo singolo, anteprima di un imminente nuovo album di inediti, previsto per aprile. Anche in questo caso, si tratta di una invenzione sonora, di un recupero di un qualcosa, attualizzato e miscelato. Nutini è stato in grado, partendo dall’indie pop rock caro al suo idolo dichiarato Damien Rice, che lo ha anticipato di una serata sul palco dell’Ariston, di spostarsi verso territori sempre più ampi, contemplando grandi dosi di soul, rythm and blues, country, folk irlandese/scozzese, pop, reggae, jazz in un unico calderone. E il nuovo singolo “Scream” ha confermato questa sua attitudine. Un grande talento davvero, ancora under 30, essendo un classe ’87!

Recensione di “Sheepwolf”, il nuovo e sorprendente album della poliedrica Viola (Violante Placido)

Confesso di essermi messo all’ascolto attento di questo disco con uno stato d’animo ben diverso da quello che purtroppo anima tanti recensori, spinti talvolta da pregiudizio. E nel caso di Viola, alias Violante Placido, la cosa avviene di frequente, essendo lei famosissima “figlia di cotanto padre”. Ma, dicevo, il mio stato d’animo non contemplava assolutamente pregiudizio, anzi, ero ansioso di ascoltarla alla seconda prova discografica, dopo aver letteralmente consumato il suo cd d’esordio, uscito ben 7 anni prima rispetto a  questo recente “Sheepwolf”. Attesa ripagata, fatta di anni in cui la poliedrica Placido, neo mamma del piccolo Vasco,  oltre ad affermarsi pienamente come una delle attrici più talentuose della sua generazione, mietendo successi in fiction tv così come in produzioni hollywoodiane a fianco di nomi di assoluto grido (da George Clooney a Nicholas Cage), ha accumulato esperienza in questa sua veste più “alternativa”, diciamo così, di moderna cantautrice “indie”, se il termine non fosse ormai così abusato e spesso decontestualizzato.

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Sgomberiamo il campo dagli equivoci: Viola sin dai primi timidi passi in musica ha scelto un profilo molto lontano da platee glamour, mainstream, preferendo assecondare la sua indole più introversa, rock, viscerale, in parte lontana dallo stereotipo cui si è soliti associare le “dive”. Ha esordito con una piccola etichetta, gestita dall’ex Giuliodorme, l’eclettico Giulio Corda, all’insegna di un genere pop folk quasi etereo in alcuni suoi punti. Laddove “Don’t be shy… ” accarezzava con suoni puliti, minimali e una voce delicata ma invero ancora un po’ acerba, “Sheepwolf”, edito dall’illuminata etichetta discografica Mescal, recupera sonorità più dure, distorte, malate, ma allo stesso tempo sognanti, malinconiche a tratti, efficace affresco di uno spettro sonoro/musicale eterogeneo ma allo stesso tempo molto a fuoco, ben rappresentativo delle tante anime della cantautrice. Lo ha fatto avvalendosi di un team d’eccezione, con la conferma di un gruppo solido, di amici, alla produzione e alla collaborazione dei pezzi. A suonare con lei l’altro Giuliodorme – ora nel nuovo progetto Guna col già citato Giulio Corda – Andrea Moscianese, che ha composto assieme a Viola “Scared of my ghosts”, Leziero Rescigno, Fabio Rondanini e Giuseppe Fiori, mentre un ruolo più rilevante lo hanno avuto Gaben (Alessandro Gabini) e Lele Battista. Entrambi polistrumentisti, il primo – con cui la Placido ha avuto pure una breve relazione… chiusa parentesi gossipara –  è produttore e co-autore di diverse parti musicali; il secondo, nome di punta tra i cantautori della scuderia Mescal, ha scritto con Viola gli unici brani in italiano presenti in scaletta, tra cui il singolo di lancio “Precipitazioni”.

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Sin dal primo brano, si intuisce che la direzione musicale è cambiata e che Violante, autrice di tutti i brani, è cresciuta artisticamente, ampliando il suo raggio d’azione.

“Dreams”, a dispetto del titolo, si insinua minacciosa col suo incedere elettronico e le voci come artefatte da un vocoder, provenienti da un pianeta lontano. Siamo lontanissimi dal brano che apriva il suo album d’esordio. Se “Together” accarezzava dolcemente, “Dreams” un po’ inquieta e ci proietta in un viaggio nuovo, più irto di pericoli forse, ma altrettanto affascinante.

Con la successiva “Funny Faces”, con testo e musica suoi, i suoni si fanno più amorevolmente pop: si sentono echi dei mai dimenticati milanesi Soon, anche se probabilmente la vicinanza è del tutto casuale, visto il differente background musicale.

“Scared of my ghosts” è una frizzante canzone mid-tempo con aperture rock che ricordano un certo indie pop anni ’90, quello caro a band come gli inglesi Sleeper o gli americani Veruca Salt, guidati dalle due leader Louise Post e Nina Gordon.

Si arriva così al picco più emozionale dell’intera raccolta, rappresentato dall’uno-due “We will save the show” e “Hey sister”, delle quali Viola ha scritto e composto testi e musiche. Il lirismo vola alto in strofe come “Oh what shame, what a waste of time/making excuses, while you’re trying to hide/thinking that it’s not your time/we will save the show/we will let everybody know/we’re so happy”.

“Hey sister” è la prima vera ballata in cui ci si imbatte, con l’interpretazione che sale di intensità.

In “Don’t come close” fanno capolino delle spigolature alla Pj Harvey, con la voce che a tratti si carica di rabbia, mentre con “Systematic Rules” i toni tornano più delicati, a fianco di uno dei testi più ispirati dell’intera raccolta.

“You poison me” recupera invece l’intensità e la profondità delle tracce 4 e 5 già citate, preludio al singolo “Precipitazioni”, come detto in precedenza frutto della collaborazione con l’ex leader de “La Sintesi”, Lele Battista. Si tratta di una canzone malinconica, esistenziale (“esci allo scoperto/pieno di precauzioni inutili/esci allo scoperto/ma ti nascondi lo stesso… non restare nell’ombra di te stesso”). Il sound è quello di un pop rock spruzzato di elettronica non invasiva. Più lenta ed eterea la successiva “Qualcosa dev’essere successo”, unica canzone scritta interamente da Battista. Chiudono la scaletta le meno convincenti “Always late” e il brano eponimo dell’album, dalle tinte scure e dal testo corrosivo.

Un album a suo modo sorprendente, proprio per l’ampia tavolozza di colori messi in mostra, frutto di un’acquisita maturità espressiva e che dovrebbe godere di maggior risalto. Duole dirlo ma se fosse stata un’artista d’Oltre Oceano a presentare un’opera così, molto probabilmente avrebbe ottenuto più visibilità e clamore. Ma si sa, spesso per i “figli d’arte” il pregiudizio è difficile da superare. A me in fondo non interessa sapere quale sia la “vera” Violante, se quella “chic” che partecipa alle passerelle di moda e alle serate di gala; quella magnetica della pubblicità di prodotti di bellezza o quella più “alternativa” a cui piace esprimersi imbracciando una chitarra e duettando con artisti del calibro di Mauro Giovanardi o i Perturbazione, con cui debutterà nella serata speciale dei duetti a Sanremo. Preludio questo, chissà,  di una sua partecipazione futura alla più famosa rassegna canora italiana, dopo che, si vocifera, già quest’anno si era presentata con un brano in coppia con il cantautore (e bassista degli Afterhours) Roberto Dellera.

Probabilmente Viola è un insieme di tutto questo, un’artista a tutto tondo che merita il successo che si è conquistata negli anni.

una splendida Violante Placido

una splendida Violante Placido