Serie A al giro di boa: il punto sul girone di andata squadra per squadra

E’ terminato il girone d’andata di serie A, in attesa di due posticipi di questa sera che poco andranno a incidere sulle sorti della classifica o quanto meno sui giudizi sin qui ottenuti.

Una classifica veritiera, spietata quasi nella sua demarcazione netta tra le prime 3 squadre in avanti, altre 3 in linea di galleggiamento per l’Europa, poche altre al riparo da eventuali cadute rovinose e la maggior parte, una buona metà, che d’ora innanzi si ritroverà a fare a sportellate per non retrocedere in serie B. Fa specie che in questa categoria rientri il Milan, nobile decaduta o per lo meno lontanissima parente dalla squadra lungamente ammirata negli ultimi 25 anni.

Davanti hanno mantenuto ritmi vertiginosi la capolista Juventus,  che a dispetto di una rovinosa, inaspettata e per certi versi scioccante – alla luce della campagna di rafforzamento estiva – eliminazione in Champions League, in campionato ha dimostrato di essere la più forte, la più completa in ogni reparto, grazie alle conferme dei vari Vidal, Pogba, ormai assurto a vero big, e all’impatto dei nuovi Tevez e Llorente, che si stanno imponendo in serie A a suon di gol.

Record nuovi, come quello del numero di vittorie consecutive in serie A per il club (11 conseguito proprio ieri) e un numero di punti impressionanti. La forza dei bianconeri è stata quella di reggere alla partenza sprint della Roma di Garcia, altra splendida realtà del nostro calcio. Dalle prime 10 vittorie consecutive, alla difesa a lungo imperforata, dalle giocate di un redivivo Totti, della freccia Gervinho, scommessa vinta dal tecnico francese, alla conferma del talento di casa Florenzi, i recuperi di De Rossi e Maicon e la solidità di Strootman e Benatia: ecco tutti gli ingredienti di una Roma tornata assolutamente competitiva per la lotta al vertice.

Una lotta cui può, nonostante il ritardo accumulato causa alcuni improvvisi black out strada facendo, legittimamente ambire anche il Napoli di Benitez, splendido protagonista (sfortunato) pure in Champions League. La qualità offensiva, in gente come Higuain, Callejon, Mertens, Insigne e un Hamsik troppo spesso fermo ai box, è impressionante e pure la difesa si sta lentamente assestando; si prospetta un bel duello anche in Europa League tra i partenopei e i bianconeri.

Un po’ più indietro la Fiorentina di Montella, che ha messo in mostra un bel calcio, sulla falsariga della passata stagione, pur cambiando registro in attacco e affidandosi in principio a una super coppia gol, quella formata da Gomez e Rossi. Se quest’ultimo però in pratica non si è mai visto, Rossi ha chiuso da capocannoniere l’andata, salvo poi infortunarsi gravemente. Sperando tutti insieme che possa tornare in piena forma per il Mondiale brasiliano, nel frattempo Montella dovrò reinventarsi qualcosa, pur sapendo di poter contare su due grandi talenti come Borja Valero e Cuadrado.

Al quinto posto chiude sorprendentemente la rivelazione Hellas Verona, capace di rendere praticamente inespugnabile il fortino del Bentegodi (sconfitto solo nel derby col Chievo e ieri col Napoli) e in generale sempre convincente al cospetto delle squadre del proprio lignaggio (non caso ha perso solo con le 4 squadre davanti a sé, oltre che Genoa e Inter, compensate dalle belle vittorie contro Milan e Lazio). Sugli scudi un rinato Toni, alla rincorsa di una convocazione per i Mondiali, i giovani Iturbe e Jorginho, appetiti dai grandi club e Romulo, vero colpo di mercato del ds Sogliano.

L’Inter è riuscita con Mazzarri a riappropriarsi di una dimensione più consona al proprio rango, dopo il disastroso girone di ritorno della passata stagione. Ha ritrovato identità ma soprattutto dignità, pur evidenziando un notevole gap con le prime tre davanti: in difesa si continuano a prendere troppi gol, mentre davanti il solo Palacio assicura pericolosità e gol, non essendo in pratica pervenuti  gli attesi Icardi e Belfoldi. Stagione di transizione, in attesa degli investimenti del nuovo presidente Thohir.

Altra rivelazione è il Torino di Ventura, che per un anno sembra ai ripari da una stagione al cardiopalma: da tempo a Torino non ci si divertiva così, non si assistevano a gare anche entusiasmanti. Si dovrebbero davvero evitare patemi, specie se Cerci e Immobile continueranno ad essere la nuova coppia gol del calcio italiano.

Altre squadre che stanno disputando un campionato in linea con le ambizioni sono Parma e Genoa, nonostante quest’ultima sia partita a fari spenti, ritrovandosi poi impelagata in piena zona retrocessione nella prima fase di torneo, quando a guidarla era l’esordiente Liverani. Il ritorno di Gasperini ha contribuito enormemente a ristabilire certe gerarchie, anche se il Grifone pare ancora altalenante nelle prestazioni, più che nei risultati. Implacabile il Gila davanti, bene anche Kucka fino al serio infortunio, affidabile la retroguardia che fa perno sull’esperienza del trio centrale e sul talento degli emergenti Perin, portiere del futuro, e Vrsaljiko. Più complicato pare parlare del Parma, società che come il Cagliari, da anni si ritrova a conseguire con largo anticipo la quota salvezza, salvo poi cullarsi sugli allori, alternando prestazioni sontuose a inesorabili scivoloni. Quest’anno assisteremo alla stessa situazione, con i ducali che presentano una rosa ricca di elementi di qualità, tale da poter provare a puntare a qualcosa di più di una salvezza tranquilla? Gente come Parolo, tornato meritatamente in Nazionale, Paletta, in odor di naturalizzazione, o un Cassano – comunque irrequieto sul finale di stagione – sollecitano certi pensieri, ma occorrono anche motivazioni forti e una maggior continuità di rendimento. Il Cagliari è un po’ in ritardo sul roulino di marcia, e ora dovrà pure colmare il vuoto lasciato dal richiestissimo Nainggolan, ma l’impressione è che l’obiettivo verrà raggiunto, specie se il bomberino Sau sarà meno perseguitato da guai fisici che lo stanno attanagliando da inizio stagione.

Anche l’Udinese pare in grado di risollevarsi da una situazione oggettivamente complicata ma è alquanto azzardato ipotizzare una rimonta simile alla stagione scorsa. Si paga la discontinuità in zona gol di Di Natale, stranamente in difficoltà sotto porta, al punto di arrivare a meditare di lasciare a fine anno. Tuttavia è ingeneroso attribuire alla sua attuale scarsa vena realizzativa – dopo che ci aveva abituati benissimo, con medie da fuoriclasse assoluto – tutti i mali della squadra friuliana. Manca il supporto di gente come Maicosuel e Pereyra, in possesso di indubbie doti tecniche ma non ancora decisivi, così come l’acciaccato cronico Muriel, da due anni potenziale crack a livello mondiale.

Nelle retrovie sembrano più accreditate Sampdoria, Atalanta e Chievo rispetto a Bologna e Sassuolo, ma la lotta rimarrà aperta fino alla fine. I bergamaschi si stanno limitando al compitino, abili soprattutto in casa davanti al proprio pubblico, e rimangono sempre pericolosi in gente come Denis e un ritrovato Maxi Moralez, con in panca un condottiero navigato come Colantuono, una vera garanzia a Bergamo. La Samp ha pagato caro lo scotto di inizio stagione, con una partenza shock culminata con l’esonero di Delio Rossi , avvicendato dal mai dimenticato da queste parti Mihajlovic. Il tecnico serbo ha compattato la squadra, ce l’ha in pugno e la sa governare bene. La qualità media non è elevatissima, ma l’allenatore sta tirando fuori il massimo da gente come Eder, mai così prolifico in serie A e Palombo, riproposto spesso e volentieri da titolare, sia al centro della difesa ma soprattutto nell’originario ruolo di regista basso, come quando giunse meritatamente in azzurro. Lecito attendersi di più dal giovane Gabbiadini, che finora si è espresso solo a sprazzi. Il Chievo forse ha atteso sin troppo a richiamare in panca Corini, artefice della salvezza dell’anno scorso, confidando che prima o poi il pur bravo Sannino sapesse come invertire una pericolosa rotta. Ma alcune scelte andavano fatte e il Genio affidandosi a un rigenerato Thereau, l’uomo di maggior tasso tecnico dei clivensi, inspiegabilmente finito ai margini nella gestione precedente, e a un Rigoni non più solo abile interdittore davanti alla difesa ma ormai anche illuminato play maker, sebbene anomalo, formato Nazionale, è riuscito a far riemergere la squadra dai bassifondi della classifica.

Il Sassuolo ci ha messo un po’ ad abituarsi alla serie A e non poteva essere altrimenti: la svolta è successa dopo il pesantissimo ko contro l’Inter. Il passivo di sette reti ha ricompattato la squadra, raccoltasi vicina al tecnico del miracolo, Di Francesco, colui che l’aveva portato in Paradiso. Poi c’è voluto tutto il talento, l’estro, i gol del giovanissimo Berardi, talento di casa ma comprato per metà dalla Juve, capace non solo di segnare a 19 anni 4 gol al Milan (!) ma di chiudere addirittura a 11 reti questo girone, dietro solo al viola Rossi nella classifica cannonieri. Si sono messi in luce anche lo storico capitano Magnanelli, a suo agio nei panni di illuminato regista anche in serie A, i giovani Antei (difensore scuola Roma) e Zaza (altro attaccante a metà con i bianconeri) e l’affidabile portiere Pegolo, spesso decisivo con le sue parate.

A conti fatti le più serie candidate alla retrocessione sembrano il Bologna, il Livorno e il Catania… storie diversissime le loro. Il Bologna giunge in extremis alla decisione sofferta ma oramai inevitabile di sostituire Pioli con Ballardini, il cui compito appare comunque arduo, specie se non si ricorrerà a migliorare la squadra in zona gol, dove pesa l’assenza di un attaccante in grado di sostituire degnamente Gilardino. Bianchi appare involuto e in piena crisi tecnica, così che tocca a un encomiabile capitan Diamanti cantare e portare la croce. Il Livorno era partito a razzo, con l’allenatore Nicola nei panni del predestinato. Alla lunga però l’inesperienza e in generale una qualità media piuttosto bassa della rosa toscana si è fatta sentire in maniera predominante, e anche gente come Paulinho e Siligardi, che hanno mostrato dei bei numeri anche nella massima serie, è progressivamente scaduta a livello di rendimento. Il Catania invece pareva chiaramente indebolito dal mercato estivo ma è indubbio che pochi si sarebbero aspettati un crollo simile dopo lo splendido torneo scorso, culminato col record storico per la squadra etnea in serie A. Ora è tornato Lodi, forse, ma siamo in zona “fantacalcio” potrebbe rientrare alla base anche Gomez, immalinconitosi in Russia, ma probabilmente sarebbe opportuno tornasse pure Maran, a mio avviso frettolosamente esonerato in favore di De Canio, il quale però non ha invertito la rotta, anzi. C0n giocatori ancora da recuperare e tutto un girone di ritorno da disputare, la salvezza è ancora possibile, ma occorre cambiare marcia, soprattutto da un punto di vista mentale.

Resta da dire delle due vere, eclatanti delusioni della stagione: Lazio e Milan. Intristito tutto l’ambiente biancoceleste, dove c’ è un clima assolutamente diverso da 12 mesi fa, quando la Lazio chiuse a ridosso della Juve la prima parte di cammino in campionato. Petkovic indicato come colpevole del calo di rendimento, ci pare tuttavia ingiusto addossare tutte le colpe a un tecnico che al primo esame in serie A fece meraviglie.  Il fatto è, che a parte un Candreva in gran spolvero, per tutta una serie di motivi sono mancati per lunghi tratti alcuni giocatori chiave, da Klose, a Hernanes a Mauri. Stagione di transizione, poi bisognerà vedere se Lotito avrà la voglia e la forza di fare la rivoluzione.

Più delicato il discorso relativo al Milan: l’esonero di Allegri è giunto a completamento di una situazione paradossale, con un cambio societario in corso, non del tutto indolore, e con una squadra sempre più allo sbando, senza anima, senza personalità. Pochi da salvare, forse il solo Kakà – per lo meno per quanto concerne impegno, cuore e passione – mentre persino a Balotelli stanno finendo i bonus. Da lui ci si aspetta di più, inutile girarci attorno: non bastano più i gol (su rigore, direbbero i maligni) e alcune prestazioni da top player. Servono più continuità, rendimento, grinta, determinazione, anche serietà se vogliamo, insomma… serve il salto di qualità, anche in vista del Mondiale.

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L’Hellas Verona esce sconfitto dallo Juventus Stadium ma certamente non ridimensionato

L’Hellas Verona è uscito a testa altissima dal temibile scontro contro la favoritissima Juventus, a detta di chi scrive ancora la più seria candidata alla vittoria dello scudetto, quello che sarebbe il terzo consecutivo, nonostante la forza di gara in gara dimostrata da rivali come Napoli e le redivive Roma e Inter.

la gioia incontenibile di Cacciatore (qui festeggiato dall'ottimo Jorginho) dopo l'illusorio gol del vantaggio dell'Hellas contro la Juventus

la gioia incontenibile di Cacciatore (qui festeggiato dall’ottimo Jorginho) dopo l’illusorio gol del vantaggio dell’Hellas contro la Juventus

E’ stato sconfitto, quello sì, però con dignità, mettendo in serie difficoltà, almeno per un tempo, i campioni bianconeri. Poi la qualità nettamente superiore dei singoli ha avuto la meglio, ma di certo, detto obbiettivamente, non si è vista la miglior Juventus, imbrigliata dal gioco difensivo stile anni ’60/’70 impostato dal tecnico gialloblu Mandorlini.

Catenaccio, detta in maniera povera, spesso connotato di un significato negativo ma che alla resa dei conti stava pagando gli sforzi dei veronesi, specie con l’asfissiante marcatura del gioiello Jorginho su Pirlo, mai visto così abulico e in difficoltà, chiaramente a disagio e infine al momento della sostituzione, persino tardiva forse, arrabbiato al punto di non sedersi nemmeno in panca tra lo stupore e il disappunto del suo allenatore. Chiaro, il brasiliano dell’Hellas così facendo non ha potuto dare il suo contributo nel costruire il gioco ma qui allo Juventus Stadium, realisticamente, si è badato a distruggere, a impedire il gioco , solitamente sfavillante e assai incisivo degli avversari. Difesa a cinque, chiusa a bunker, palla sui piedi dei difensori Ogbonna, Barzagli e Bonucci, che ottimi nei loro ruoli, non lo sono altrettanto a costruire e a tirare in porta, specialità invece dei Pirlo, Vidal e Pogba, qui abilmente controllati e nel caso del regista azzurro, annullati come detto prima.

lì'incornata vincente dello spagnolo Llorente in anticipo sul greco Moras, sino a quell'episodio molto convincente in marcatura sul centravanti juventino

l’incornata vincente dello spagnolo Llorente in anticipo sul greco Moras, sino a quell’episodio molto convincente in marcatura sul centravanti juventino

Poi nel calcio succede che da un calcio da fermo ci può scappare il gol e così il terzino Cacciatore stava pure per diventare l’eroe del giorno col suo gol del vantaggio gialloblu. Qui però gli assi della Juve hanno iniziato a spingere maggiormente, creando pressione in area di rigore. Specie Tevez, che già sembrava tra i più in palla e propositivi, ha iniziato a prendere le misure a Rafael e a puntare con maggior decisione il giovane Bianchetti, un semi esordiente in serie A, con i suoi 20 anni.  L’azzurrino non  stava demeritando ma è chiaro che poteva pagare lo scotto dell’inesperienza e così l’Apache, sbilanciandolo lievemente con una bel movimento, prima di scagliare un forte e angolato tiro imprendibile per un pur attentissimo Rafael, alla fine lo ha “fregato”, siglando il pareggio dopo pochi minuti.

Il resto parla di una Juve sempre più in assalto dell’area del Verona, fino al bel gol in incornata dell’atteso Llorente, che forse per la prima volta è riuscito, nell’azione decisiva del gol juventino, ad anticipare un sin  lì impeccabile Moras, cambiando il corso della partita e probabilmente della sua stagione, visto che la mia sensazione è che, se non avesse fatto quel bel gol, Conte lo avrebbe sostituito.

Il Verona si è preso anche i complimenti di Conte, e c’è da dire che i 6 punti sin qui incamerati, a fronte di un calendario oggettivamente difficile (Milan, Roma, Sassuolo, Juventus) sono grasso che cola, ottenuti tra l’altro con buone prestazioni (se escludiamo forse quella con la Roma). Insomma, meglio averne 6 che 0 come il Sassuolo, alla vigilia da alcuni commentatori accreditato come compagine più completa dell’Hellas. Per carità, siamo ancora all’inizio, ma le mie sensazioni rimangono buone.

La rosa è ampia, completa, assortita, con scommesse stuzzicanti come Iturbe. Bisogna rimanere coi piedi per terra, perchè i punti si devono fare con le dirette concorrenti in lotta per salvarsi, obiettivo che deve rimanere bene in vista. E già a Torino non sarà semplice, vista la bella partenza dei granata. Tuttavia mi aspetto una gara più a viso aperto, propositiva da parte degli uomini di Mandorlini; se con la Juve la tattica stava per funzionare e a ben vedere probabilmente era l’unica possibile per provare a uscire indenni dalla sfida contro i Campioni d’Italia, già col Sassuolo l’atteggiamento remissivo era stato molto rischioso, e la partita si chiuse solo al novantesimo sul 2 a 0 dopo un assedio a vuoto dei nero verdi emiliani.

Vedremo dove potrò arrivare la squadra veronese in quello che, come da molti evidenziato, si prospetta davvero un torneo diviso a metà, con squadre d’alta classifica in lotta per traguardi europei e le altre a giocarsi la salvezza. Con squadre come Parma, Atalanta, Sampdoria e Catania partite così male, potrebbero esserci anche quest’anno, dopo l’esperienza del Palermo, delle sorprese eclatanti in zona retrocessione.

Kondogbia al Monaco: sfuma il sogno di rivedere lui e il “gemello” Pogba di nuovo insieme a centrocampo. Ma la Juve rimane la più forte: ecco un primo bilancio dopo la prima giornata di serie A

Da grande appassionato di calcio giovanile, devo ammettere che un po’ ci avevo fatto l’acquolina in bocca: rivedere fianco a fianco in mediana i due assi che hanno trascinato la Francia Under20 al titolo di campione del Mondo di categoria. Ma in fondo qui non si tratta di essere solo dei cultori del calcio giovanile, perchè sia Kondogbia che il ben più noto – dalle nostre parti -Paul Pogba, asso della Juventus di Conte, sono ormai delle realtà solide, e tra le più fulgide del calcio mondiale.

i due assi Kondogbia e Pogba trascinatori della Francia vincitrice dei recenti Mondiali Under 20

i due assi Kondogbia e Pogba trascinatori della Francia vincitrice dei recenti Mondiali Under 20

E invece il francese ormai ex Siviglia, cui a un certo punto la Juventus, forse con ritardo e con la fretta di dover momentaneamente sostituire un intoccabile come Marchisio, attualmente infortunato, non è riuscito a intavolare una trattativa soddisfacente (si parlava di prenderlo in prestito con diritto di riscatto) e a quel punto sono intervenuti i freschi soldi del magnate patron del Monaco, uomo che ha portato Falcao e molti altri ai biancorossi, consentendo alla squadra del Principato di potersi contendere da “anomala” neopromossa lo scettro per campione della Ligue 1 di Ibra e Cavani.

Poco male, li rivedremo presto nella Nazionale francese, dove i due sono destinati a segnare un’epoca; d’altronde è dall’Under 16 che si frequentano, che “rivaleggiano” in talento, seppur diversi tatticamente: di Pogba abbiamo imparato a conoscere tutta la forza fisica, abbinata a una personalità, una tecnica, una duttilità e un eclettismo davvero difficile da miscelare così sapientemente in un solo atleta.  Presentato in principio come possibile erede di Pirlo sta dimostrando che può invero asssumere tutti i ruoli del centrocampo, ed è puro dotato di talento puro e istinto in fase conclusiva.

Kondogbia, classe ’93, è invece più un mediano classico, se vogliamo, un frangiflutti ma dai piedi finissimi, paragonato in patria da molti a un Desailly, ma in realtà più propenso anch’egli, come il “gemello” Pogba (curiosa tra l’altro l’assonanza dei loro nomi!) al gioco di squadra, fatto anche di tecnica e inserimenti, e non solo eccelso sul piano del contenimento dell’avversario.

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Intendiamoci, non che la Juventus – tolto appunto il “contrattempo” legato all’infortunio del nazionale azzurro Marchisio – sia messo male in mediana, anzi, è il reparto che sin da ora le dà più ampie garanzie, tra l’infinito Pirlo, il polivalente Vidal, il fisico Asamoah, il genio Pogba , oltre a Liechsteiner, laterale che copre tutta la fascia come pochi, un ritrovato Isla e un Pepe suila via del recupero, però il “rammarico” di non vedere assieme i due “ragazzotti” francesi un po’ mi è rimasto.

Improbabile fare già un primo bilancio sul campionato appena iniziato, ma è parsa evidente, sin dalle prime competizioni ufficiali, quanto la squadra di Conte appaia avanti alle altre . se non altro perchè il gruppo è bene rodato e a questi si è aggiunto un Tevez che pare già ben integrato, a differenza di Llorente che probabilmente avrà bisogno di sbloccarsi con un gol per scalare una gerarchia che lo vede già in seconda fila dopo un redivivo Vucinic.

In ogni caso vedo bene anche il Napoli, con un Benitez che sta dando con tempistiche assai brevi, una nuova identità tattica alla squadra, sfruttando sul talento puro di nuovi acquisti quali il bomber Higuain o l’esterno offensivo Callejon, sottoutilizzato a Madrid, dove onestamente la concorrenza dalla trequarti in su era, ed è, davvero spietata.

Credo la Fiorentina si riconfermerà, potendo fare da “terzo incomodo”; la Roma su cui nutrivo dei dubbi, a fronte delle numerose eccellenti cessioni, ha comunque rimpiazzato bene l’astro nascente Lamela con l’altrettanto talentuoso Ljaijc sul quale però bisognerà capire se è cresciuto in continuità o se rimarrà uomo da grandi ma isolati exploit.

L’inter può solo migliorare e Mazzarri è il masimo per tirare fuori dai suoi le potenzialità ancora inespresse e rendere al meglio tutti gli atleti a sua disposizione… mi rimangono invece delle perplessità sulla Lazio, incapace di mantenere ritmi alti tutta la stagione, forse per la relativa tecnica dei “panchinari” rispetto ai titolari o forse perchè semplicemente la cosiddetta coperta è effettivamente sin troppo corta. Il Milan, onestamente, mi pare indietro, certo ha riacciuffato con merito la qualificazione in Champions battendo agevolmente i bambini prodigio (che però a San Siro hanno scioperato!) ma penso che alla fine faranno un po’ il percorso come l’anno scorso, una faticosa rincorsa alle prime, ma mai in lizza per gareggiare per il titolo.

Poi, è un po’ più difficile azzardare pronostici, il Livorno mi parrebbe la squadra meno attrezzata – ma con un grande tecnico emergente come Nicola – tuttavia non credo farà la squadra cuscinetto; il Verona ha esordito bene e pare la più rinforzata tra le neopromosse ma già dalla prossima si aspetta un impegno ben probante fuori casa contro la Roma; le due genovesi sono incognite, della serie “vorrei ma non posso”: potenzialità, dirigenza, tifo caldo, bacino d’utenza sono dalla loro parte ma da troppi anni qualcosa non va. Il Catania e l’Udinese, seppur ridimensionate, si candidano come sempre allo scomodo ruolo di out siders, capaci di poter mettere in difficoltà chiunque. Il Cagliari, ormai habituè della serie A è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre Atalanta, Parma e Chievo come sempre partono a fari spenti, salvezza e se viene in anticipo tanto meglio, ma almeno i ducali con un Cassano in canna, e forse all’ultima chance della carriera (ma quante volte lo abbiamo detto!) avrebbero il dovere di provare a puntare all’Europa, posto che poi non interessa a nessuno giocarci. Vedo involuto il Bologna, seppur consideri Bianchi all’altezza di chi lo ha preceduto, almeno in termine di potenziale offensivo, se non di talento puro. Il Torino è partito è partito col piede giustissimo, e con un Cerci già in forma, dopo l’abulica esperienza personale in Confederations Cup, e la squadra, con modulo nuovo e ringiovanita (occhio ai talenti Maksimovic in difesa e ai centrocampisti dai piedi buoni El Kaddouri e Bellomo, entrambi alla prima stagione in serie A, se si escludono gli assaggi che Mazzarri ha concesso al marocchino ex Brescia nello scorso campionato. Molta curiosità nei confronti del Sassuolo che si è mossa bene nel mercato e ha una solida dirigenza e un allenatore in gamba dietro un progetto tecnico preciso che potrebbe seguire le orme del primo storico Chievo di Gigi Delneri.

DOSSIER SERIE A: quanto hanno inciso gli stranieri nel nostro campionato? PARTE 2

GENOA

Stagione a lungo compromessa quella dei liguri, ma poi abilmente rimessa in carreggiata da un tecnico poco reclamizzato come Ballardini. Tanti stranieri, ma alla fine a tirar fuori i ragni dai buchi c’hanno pensato soprattutto Borriello, Portanova, Manfredini, Bertolacci, Antonelli…

Sugli scudi comunque Matuzalem, giunto a gennaio e subito carismatico e propositivo, più che sufficiente l’apporto di Kucka, gigante del centrocampo, in possesso di doti atletiche non comuni, poco utilizzato Tozser, e così pure altri stranieri che Preziosi ostinatamente cerca di portare a Genova, confidando nel boom, non sempre a portata di mano. In difesa, in mezzo ai già citati pilastri italiani, ha brillato per un’altra stagione la stella di Grandqvist, ruvido come si addice ai difensori nordici ma terribilmente efficace, uno che in campo non alza mai bandiera bianca.

INTER

Nella stagione più tribolata dell’ultimo decennio nerazzurro, ben poco hanno fatto gli stranieri (che compongono la maggior parte della rosa, a dire il vero), fatta eccezione per il capitano Zanetti e per gli attaccanti Milito e Palacio, sempre sugli scudi, finchè il fisico ha sorretto. Alla fine il migliore è stato Handanovic, addirittura ora accreditato come uno dei migliori portieri europei. Lo sloveno, da una vita in Italia, ha in effetti salvato spesso la baracca, poco aiutato da un Samuel sempre in infermeria (per non parlare di Chivu) o da un Juan Jesus promettente ma invero acerbo e spesso lasciato allo sbaraglio. Sempre rotti Mudingayi e Stankovic, al capolinea il buon Cambiasso, fuori categoria Jonathan, a sprazzi ha fatto vedere tecnica e impegno l’ex oggetto misterioso Ricky Alvarez, ma siamo lontani da livelli di eccellenza. Guarin ha entusiasmato in alcune partite ma urge un’adeguata collocazione tattica per non disperdere le sue qualità, così come vale per il giovauissimo Kovavic, dotato di indubbio talento e futuro ma troppo lasciato solo in mezzo al campo. Ormai una sicurezza Nagatomo, mai in affanno, mentre Kuzmanovic è parso privo di spessore a metà campo, lento e involuto, così come l’esterno Pereira, raramente incisivo, e scarso in difesa. Insomma, una debacle vera e propria, c’è da ricostruire e in fretta, anche se la firma di Mazzarri pare sorridere ai tanti sostenitori nerazzurri

CATANIA

Chiedo venia, sto andando a memoria e dimenticavo la squadra “estera” per eccellenza del nostro campionato, lo splendido Catania di Maran. Dopo la Fiorentina e l’Udinese, sugli scudi vanno gli “argentini” siciliani che hanno disputato tutti una stagione, l’ennesima, sopra le righe. Ottimi Andujar, finalmente continuo e sul pezzo, il terzino roccioso Alvarez, il gigante Spolli non è più una novità e ha ben esordito alle sue spalle il giovane Rolin; semplicemente fantastici i tre davanti Bergessio, ormai goleador, Barrientos, classe pura dopo tanti guai fisici e il piccolo e velocista Gomez. Impeccabili Almiron e Izco… una squadra costruita con grande sagacia e maestria, un gruppo vero.

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JUVENTUS

Ha dominato il torneo con un blocco italiano, quello che costituisce, specie in difesa la colonna azzurra. Eppure hanno fatto bene la loro parte per la conquista dello scudetto bis lo svizzero Liechtsteiner, abilissimo nelle due fasi in fascia, il ghanese Asamoah, specie nel girone d’andata in un ruolo non propriamente suo. Su tutti, quasi scontato dirlo, è volato alto il cileno Vidal, che a tratti ha trascinato la squadra nel vero senso della parola. Pogba, a 20 anni, è già una realtà e il suo impatto è stato devastante. Ci si aspettava qualcosa in più da Isla, visto a Udine pareva un fenomeno, ma ha pesato tantissimo l’infortunio. Vucinic ha contribuito allo scudetto ma non è parso migliorato rispetto allo scorso anno e probabilmente partirà. Caceres ha giocato poco ma rimane pedina giovane e affidabile. Strano però constatare che nella splendida stagione bianconera siano presenti anche i “flop players” della serie A: lo sfortunato Bendtner, subito fermo per infortunio e ricordato a Torino più che altro per i suoi modi da dandy e l’enigmatico, ma sarebbe più corretto dire “ex calciatore” Anelka, pagato a peso d’oro per un improbabile impiego europeo.

LAZIO

Buon ciclo quello assortito da un tecnico tra i migliori visti all’opera, seppur esordiente a certi livelli. Petkovic ha conquistato tutti e ha saputo tirar fuori dal cilindro una splendida stagione, nonostante l’utilizzo di pochi uomini. Ottimo Hernanes, sempre più leader, certezza Ledesma, in ribasso Dias, strepitoso il vecchio Klose, sempre affidabili Radu, seppur spesso fermo ai box e Lulic, in grande crescita sulla fascia, un trattore inarrestabile. Bene Cavanda, finchè ha potuto e nel finale è emersa la stella di Onazi, già protagonista con la Primavera in finale l’anno scorso.

MILAN

Stagione riacciuffata per i capelli, ma come per la Juve hanno pesato molto di più gli italiani, dal Faraone a inizio campionato, a Montolivo e Balotelli nel ritorno. Tra gli stranieri pochi si sono messi in mostra, meritano però una menzione un ritrovato Flamini, un sorprendente Constant, anche se alla lunga è piaciuto di più il giovanissimo autoctono De Sciglio, enfant du pays. Col tempo si è assestata la coppia difensiva Mexes – Zapata, non al riparo però da grosse ingenuità.

Scudetto meritatissimo della Juve! Ma quanti sono: 30 o 28?

In rete si sono scatenati in tanti: chi irride, chi fa un motto di orgoglio, chi gioisce in modo sfrenato, chi continua a fare la conta dei torti, altri che fanno la conta… degli scudetti: 28 o 30, come sosterrebbe la società? O addirittura meno, come sostengono i maligni tifosi rivali?

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: se c’è uno scudetto meritato negli ultimi anni, è proprio quello juventino! Per la squadra egregiamente guidata dal semi esordiente in serie A (se escludiamo la breve e infelice parentesi bergamasca) Antonio Conte hanno contato fattori determinanti come il bel gioco, la continuità di rendimento, una rosa disponibile e molto flessibile, le qualità individuali al servizio del collettivo, e non è quest’ultima una frase fatta, se si considera che la Juventus ha vinto senza un centravanti capace di andare agevolmente in doppia cifra, anzi, facendolo ruotare a seconda degli impegni e dello stato di forma.

Di contro il Milan, l’unico vero ostacolo alla conquista di un insperato scudetto alla vigilia, ha pagato nel corso della stagione i numerosi e pesanti infortuni (su tutti Cassano, Boateng e Thiago Silva), la sopravvalutazione di alcuni pezzi pregiati (mi riferisco a Pato e Aquilani) e non sono bastate l’abnegazione della rivelazione Nocerino, i gol del sempre più implacabile (in campionato) Ibrahimovic, nettamente il migliore atleta di una serie A sempre più povera e la compattezza di un gruppo che forse ha davvero dato tutto. Polemiche infinite a parte, gol non gol visti e non visti, la Juventus ha meritato ampiamente, poco per volta si è insinuata davanti, in una posizione di vertice alla quale francamente non era più abituata nè avvezza.

Il protagonista a mio avviso è stato l’allenatore, probabilmente sin troppo borioso, nonostante abbia reclamizzato sacrificio e l’inferiorità nei confronti del Milan, professando umiltà ad ogni intervista; il tecnico salentino da tempo sognava di guidare la Sua Juventus, dopo esserne stato per anni un trascinatore, un combattente. Allievo di Lippi, ancora giovane ma con le idee sufficientemente chiare, e bravo a mutare pelle, lui che all’inizio tutti indicavano come strenuo fautore di un futuristico quanto improbabile 4-2-4. Una Juve camaleontica, capace di difendersi a 3. a 4, di giocare a una punta, col tridente e forte di una mediana incisiva ma anche spettacolare. La difesa ha retto alla grande, di Buffon, tornato a ottimi livelli dopo le insidie casalinghe di Storari, si ricorda solo l’erroraccio col Lecce che ha levato un po’ di sonno ai tanti sostenitori bianconeri; il trio Barzagli- Bonucci- Chiellini è parso compatto e assolutamente efficace, tanto che a una gara dal termine sono solo 19 i gol subiti. Velocità di Barzagli, tecnica di Bonucci, ripresosi alla grande dopo un girone d’andata difficile, e concretezza di Chiellini ed ecco pronta per la Nazionale una difesa di ferro. Sulle fasce ottimo Liechtsteiner, pur “pressato” dal jolly Caceres e sbocciato lo sfortunato De Ceglie, in lizza con il nuovo Estigarribia sulla corsia mancina. Che dire del sontuoso Pirlo? I termini si sprecano, il miglior regista del mondo basta come definizione? Esploso in tutto il suo talento il prodigio di casa Marchisio, nuovo Capitano, e rivelatosi il cileno Vidal non solo come abile incontrista ma pure come polmone dai piedi buoni. In attacco spazio per tutti, dal tecnico Vucinic, cresciuto a dismisura nel ritorno, anche se poco concreto spesso sotto rete, ai ritrovati Quagliarella e Borriello, al concreto Matri, fino al multiuso Simone Pepe, bravo sia da esterno che da centrocampista puro, un po’ come il rincalzo Giaccherini. Commiato d’addio con vittoria per una Bandiera assoluta come Del Piero, mai una polemica, un esempio straordinario di attaccamento al campo e ai colori. Non pervenuti gli stranieri che avrebbero dovuto far volare la squadra sulle fasce secondo pronostici estivi: Elia, vero oggetto misterioso del campionato e Krasic, opaco, intristito dal poco utilizzo e non consono agli schemi del mister.

Proviamo a inserire De Rossi, Maggio e Balotelli al posto degli stranieri, come ha detto ieri Costacurta in un programma di Sky Sport, e notiamo con piacere che potrebbe nascerne una Nazionale Azzurra efficace e in linea con le squadre più forti per contendersi gli Europei.

Ora però qualcuno ci dica quanti sono questi benedetti scudetti bianconeri? 30 o 28???