Festival di Sanremo: vince in maniera scontata Arisa. Ecco le mie considerazioni finali sulla 64esima edizione del Festival della Musica Italiana

E così va in archivio anche la 64esima edizione del Festival di Sanremo, che non sarà certamente annoverata tra le più memorabili e riuscite, almeno a detta di chi scrive.

la vincitrice Arisa

la vincitrice Arisa

Sin troppa sobrietà, pacatezza, verrebbe da dire mestizia, a partire da elementi (per me marginali) ma invero da sempre importanti nel contesto della manifestazione, quali la scenografia, i momenti di “spettacolo”, le sorprese. Ci sono state almeno le canzoni, ma purtroppo relegate quasi a comprimarie e allora, almeno ci fosse stato di che divertirsi e divagare con la mente.

Leggendo vari commenti, parlando con le persone interessate o meno, perché comunque di Sanremo in questa settimana parlano tutti, mi rendo conto (e non so quanto dovrebbero farlo anche lo stesso Fazio e il suo team) di come sia stata determinante ai fini del flop (perché di questo si tratta!) la pessima, squallida, pesantissima partenza della 5 giorni sanremese.

Se gente come mia sorella o altri che solitamente non si perdono una battuta, hanno mollato il colpo dopo la prima sera, senza nemmeno arrivare alla fine, per poi decidere di passare oltre, e di recuperare i loro artisti preferiti grazie ai passaggi radio e ai video presenti in rete sin dalle primissime battute, significa davvero che qualcosa è andato storto.

Fazio davvero sto giro non mi ha convinto, troppo fiacca la sua conduzione e all’insegna di un buonismo troppo sfacciato, di maniera. Molto meglio le due edizioni di Morandi, se devo fare un confronto generale. Non dico si debba arrivare ai vertici di creatività e di esplosività di un Bonolis o di un Fiorello, qualora davvero l’anchorman siciliano volesse prima o poi cimentarsi alla conduzione di Sanremo, ma qualcosa di più frizzante e attraente il conduttore ligure doveva architettarlo. Si salva la Littizzetto, seppur meno pungente e incisiva rispetto a 12 mesi prima. Nota di merito per alcuni ospiti stranieri da me assai graditi, non certo nomi altisonanti, specie per quanto concerne la popolarità di massa, ma invero tra i migliori del loro tempo, quali Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e, non ultimo, ieri sera, l’istrionico e sfuggente cantautore belga Stromae.

Le canzoni tutto sommato sono state dignitose, i miei giudizi dati nei giorni scorsi restano sostanzialmente invariati, trattandosi comunque di gusti personali che ho tra l’altro sempre cercato di motivare, senza fermarmi a sensazioni “a pelle”. Devo dire che, anche con coloro con cui sono stato più severo, vedi Giuliano Palma, la Ruggiero o Frankie, non si possa parlare di “brutte canzoni”: semplicemente mi aspettavo di meglio, specie da quest’ultimo, che tornava alla ribalta dopo un po’ e che ci ha proposto una – migliorata comunque dopo la prima esibizione  – “Pedala”, molto somigliante comunque a brani di matrice folk-reggae poco nelle sue corde e più care a band storiche che, mi sa, davvero mai vedremo a queste latitudine, vale a dire gli Africa Unite. Se devo dare un giudizio complessivo, magari stupirò qualcuno, ma il pezzo meno convincente in assoluto è stato quello di Francesco Sarcina. Testo inconsistente, con brutte immagini poco efficaci e scarsamente evocative, un piglio nel canto esagerato ,troppo sopra le righe; una melodia che non decollava, se non negli inutili gargarismi e vocalizzi del Nostro, troppo impegnato a cercare una sua via, tra rimasugli di un Piero Pelù d’annata e un contemporaneo Kekko dei Modà, impossibile tuttora da scalzare nel cuore degli amanti dell’ “emo-pop”, concedetemi il neologismo.

Discreti brani anche quelli di Ron, Giusy e Noemi, all’insegna però di un pop un po’ striminzito. Specie da Noemi mi aspettavo di più: rimane una validissima interprete, che tiene bene il palco ed è in grado di trasmettere qualcosa, ma stavolta non ho avvertito quel pathos nel canto, quel “graffiato” che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Sul podio arrivano due outsider, i cui pezzi singolarmente non erano male, anche se c’ho messo diversi ascolti a digerire uno dei miei idoli: Raphael Gualazzi. Alla fine il pezzo non è male, non all’altezza di altre sue produzioni, ma significativo di un talento in evoluzione, cui poco ha giovato in ogni caso, se non in fase di scrittura del pezzo, l’apporto del mascherato Bloody Beetroots. Di quest’ultimo si è avvertita solo la presenza scenica sul palco, musicalmente sta su un altro pianeta (guardate i tantissimi video presenti sul tubo per capire di che sto parlando). Renzo Rubino – che per giorni ho chiamato Sergio, come ho fatto per mesi con una mia collega, chiamandola Sara, anziché Lara – è un buon prospetto, talentuoso sicuramente nel suo genere ma anche lui è andato più volte sopra le righe, quasi  volesse emulare Morgan. Per carità, rimanga sé stesso, che è giovanissimo e già quotato, e cerchi una sua strada originale e credibile. Bravi, interessanti, ma a mio avviso non meritevoli del podio.

Uno che doveva starci, nonostante mi sia espresso poco convinto del suo pezzo in gara, a discapito di quello eliminato che ritenevo più nelle sue corde, era il favorito Francesco Renga. Un altro invece che davvero lo meritava assolutamente era Cristiano De Andrè, che almeno si è rifatto con i premi della critica… dati al pezzo scartato, la splendida e autobiografica, seppur scritta dal bravo Fabio Ferraboschi, “Invisibili”. Già questo dovrebbe far rivedere una volta per tutti l’assurdo regolamento di presentare due brani! “Invisibili”, senza nulla togliere all’altro brano, indubbiamente efficace, aveva davvero una marcia in più e si sentiva quanto Cristiano avesse messo di suo nel pezzo. Io poi mi ci sono ritrovato molto e, riascoltandolo nella notte dal mio Iphone, il brano  è riuscito ad emozionarmi e a commuovermi. Mi ci sono immedesimato e poco importa se si parla di Genova e di suo padre, e non del mio, che è altrettanto “invisibile” da quasi 9 anni.

Tornando a discorsi più generali, insomma, nel mio podio dovevano finirci De Andrè, Renga (il mio potenziale vincitore, per tutta una serie di criteri, legati alla canzone stessa, alla sua interpretazione, al suo significato e alla sua capacità di arrivare a più persone, di rappresentare il brano “sanremese” per eccellenza), e Arisa.

Quest’ultima, ritrovatasi a rivaleggiare nella finalissima con i due ragazzi al pianoforte, ha avuto vita facile, tanto che sembrava per nulla stupita del suo eccellente risultato. Un brano ben confezionato , adattissimo a lei e alla sua ispirata e perfetta voce, scritta da un autore come Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato e ora collaboratore storico, che sarebbe giusto rivalutare come uno dei più interessanti della sua generazione.

Hanno fatto un figurone anche alcuni dei miei idoli, ma non solo; persone che davvero stimo e seguo da sempre, per i quali ho provato emozioni vere nel vederli calcare alla grande “quel” palco: i Perturbazione, Riccardo Sinigallia (peccato per la precoce e giusta, in base al regolamento, squalifica, ma almeno ha avuto lo spazio come gli altri e non c’ha rimesso per nulla!), e tra le Nuove Proposte i grandi Zibba, senza Almalibre – ma i ragazzi c’erano eccome – e Davide “The Niro” Combusti. Quest’ultimo ha interagito in rete con tanti di noi, nonostante le pressioni e le tempistiche del Festival davvero strette, testimoniando anche della nascita e della condivisione di amicizie che magari potrebbero portare in futuro anche ad interessanti collaborazioni, nel suo caso con il bravo cantautore tarantino Diodato, una delle sorprese di questa rassegna. Mi è piaciuto anche Filippo Graziani… porta un nome pesante e lui ne è consapevole, ma bisognerebbe andare oltre i paragoni, altrimenti rischieremmo per l’ennesima volta di schiacciare un gran talento che magari non arriverà mai alle vette del padre Ivan, ma che potrebbe regalarci in ogni caso delle belle canzoni. E’ dura comunque per i giovani in questi anni, il mercato è spietato e gli spazi e i tempi, seppur illimitati e condivisibili con tantissime persone, sanno anche clamorosamente restringersi, tanta è la concorrenza. Senza andare troppo a ritroso, negli ultimi anni, abbiamo visto calcare Sanremo Giovani validissimi cantanti: l’anno scorso, oltre a Rubino, anche il vincitore Maggio (io l’avrei voluto volentieri rivedere quest’anno, oltretutto ho apprezzato tanto il suo disco d’esordio!), il Cile e Nardinocchi; l’anno precedente la bravissima Erica Mou e Guazzone. E poi ancora gli IoHoSempreVoglia che provenivano dal mondo indie.

E che dire di un’edizione che porto nel cuore, quella del 2010? Gareggiavano gente come La Fame di Camilla, che l’anno scorso hanno annunciato il loro scioglimento, Luca Marino, Nicholas Bonazzi, Mattia De Luca, Romeus e Jacopo Ratini, che ho avuto modo di conoscere, pur non avendolo mai incontrato di persona. Un grande talento, c’ha riprovato anche quest’anno, dopo aver presentato un bellissimo brano, ma senza fortuna. Eppure, la sua esperienza sanremese non la dimenticherà mai e mi è capitato di scrivergli in questi giorni: è stato bello scoprire come sia ancora in stretto contatto con molti di quegli artisti che condivisero con lui quel palco, appunto Marino o il chitarrista dei La Fame di Camilla, segno come scritto prima, che possono nascere anche dei buoni e spontanei sodalizi, al di là delle competizioni e del fatto che in pochi minuti ci si possa giocare una carriera. Ci sono anche i rapporti, le persone, il sudore e l’impegno dietro quei 4/5 minuti, spesso condensati ad orari da nottambuli, e chi organizza un Festival così rilevante ne dovrebbe, ahimè, tenere conto. Quell’anno, in cui emerse almeno la bravissima Nina Zilli, vinse uno dei ragazzi più inconsistenti fuori usciti dai talent show, Tony Maiello. Non me ne voglia il ragazzo, che trovo davvero impersonale, ma il confronto ad esempio con Marco Mengoni, per distacco a mio avviso, il più completo e talentuoso proveniente dal “vivaio” di X Factor, è davvero impietoso.

Tutto per dire comunque che, forse, quest’anno, nonostante abbia portato in luce pochi esempi di coloro che stanno facendo carriera in confronto di chi lo meriterebbe, c’è davvero chi potrebbe, indipendentemente dall’andamento della classifica finale, continuare bene il proprio percorso, specie appunto Zibba e The Niro che hanno alle spalle un nutrito numero di sostenitori.

Va beh, mi sono reso conto di aver perso un po’il filo del discorso, è ora di resettare il tutto, chiudere questa lunga settimana sanremese e guardare avanti, sperando comunque che la musica non sia ricordata solo in questi frenetici 5 giorni. Si ritorna alla realtà, dopo aver vissuto quasi in una bolla di sapone, tanto che in pratica nessun artista in gara, ha parlato di cose”sociali”, della situazione attuale del Nostro Paese. Il tema, piuttosto, declinato talvolta in modo stucchevole e retorico, è stato quello universale, e proprio per questo, “ingiudicabile” e indefinibile oggettivamente, della bellezza. Mi è parso efficace comunque il monologo di Crozza: forse davvero sarebbe il caso di ricordarci più spesso chi siamo e cosa siamo stati in grado di rappresentare nel Mondo, anziché guardare al futuro con rassegnazione e scarsa fiducia, vergognandoci del presente che stiamo attraversando. Io nel mio piccolo cerco sempre più di un appiglio per andare avanti con serenità d’animo, col sorriso, con tanti piccoli e grandi progetti. Basterebbe poco per migliorare la nostra vita, ma bisogna partire dalle piccole cose, da noi stessi.

Lo stupendo brano di Cristiano De Andrè: “Invisibili”

Sanremo 2014: primi giudizi sulla manifestazione tra noia, sbadigli e qualche interessante guizzo

Archiviata con qualche infamia e pochissime lodi la prima serata del Festival di Sanremo, mi appresto a scriverne in maniera meno istintiva di come avrei fatto se mi fossi messo alla tastiera nella tardissima serata di ieri. Un po’ la stanchezza derivata da un’intensa giornata di lavoro e di preparativi per le mie imminenti nozze (un po’ di sano autobiografismo in fondo non guasta mai!), un po’ una formula che già l’anno precedente non mi aveva entusiasmato, mi hanno impedito di gustarmi l’attesa che sovente mi pervade in circostanze simili, quando Sanremo prende il sopravvento. Ho ascoltato, lasciato qualche commento sparso, letto con piacere alcune disamine dei tanti amici coinvolti più o meno in prima persona, riso dietro alcuni status sdrammatizzanti o ironici, ma mi sono fatto ovviamente al contempo un giudizio tutto mio, che giocoforza andrà a modificarsi  con la riproposizione dei brani rimasti in gara (sob!)

Chiarisco, ce ne fosse ancora bisogno per chi mi stesse leggendo per la prima volta, che io sono legato a certi stilemi, che a me interessano le canzoni, che il contorno – da sempre necessario in una kermesse simile – ha sempre su di me l’effetto di qualcosa di straniante che mi vorrebbe fare allontanare dalla tv, o per lo meno farmi avventurare in zapping selvaggi (nemmeno tanto poi, vista ieri l’attrattiva per la super sfida di Champions League tra il City e il Barcellona).

Dedicherò quindi poche scarne righe al “contorno” per poi soffermarmi maggiormente sulle canzoni presentate.

Devo dire che, svanito l’effetto novità di una delle coppie più affiatate della tv, la conduzione Fazio&Littizzetto ha dato via a una delle puntate più noiose, lunghe, dilatate e piene di “buchi”televisivi, di pubblicità mai viste prima. Una lagna a volte, con pochissimi spazi dedicati alla musica, che sembrava alla fine diventata quella il contorno, non LO spettacolo per eccellenza. Dall’agghiacciante (come direbbe Antonio Conte!) inizio all’assai improbabile duetto con una ripescata Letitia Casta, sorta di ossessione di Fazio, col conduttore davvero imbranato e astruso nei panni di uno show man, all’omaggio a De Andrè a mio avviso mal riuscito, a quello ridicolo, forzato a Freak Antoni, giusto per dire che “anche noi di Sanremo lo abbiamo voluto ricordare”. Ligabue, la cui presenza non mi convince nemmeno per principio, ha cantato in modo assai improbabile “Creuza de ma”, capolavoro assoluto del grandissimo cantautore genovese, ma forse non era meglio se avesse interpretato “Fiume Sand Creek” già ottimamente coverizzata da lui in un intenso concerto tributo a Faber di 11 anni prima? Mi spiace Luciano, ma quel tuo accento fortemente emiliano strideva un sacco col significato delle parole care a Fabrizio. Cat Stevens ha fatto una buona passerella, dimostrando di essere in piena forma, cantando però in pratica uno striminzito repertorio, fatto tra l’altro di cover dei Beatles (e i maligni sono stati subito abili nel dire che, avendo Paul McCartney preteso un cachet milionario, si è ripiegati su Stevens) e di due suoi super classici. Meglio la Carrà, specchio comunque di un’Italia fermissima da un punto di vista delle novità vere per quanto riguarda il mondo dello spettacolo “tout court”: avercene come la bionda nazionale, davvero all’orizzonte non si intravedono degne sue eredi.

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Arriviamo alle canzoni, con la formula dei doppi brani assolutamente da evitare in futuro. Già l’anno scorso non mi era piaciuta, non ne colgo il senso. Non mi si venga a dire che è per promuovere due brani in un colpo solo: ma figurati… già al primo ascolto nessuna canzone ti può rimanere in testa, una che viene eliminata prontamente ancora meno. E poi, facciamo un brevissimo excursus alla passata edizione: eccezion fatta per chi ha comprato i loro dischi, qualcuno ricorda o ha sentito nuovamente le canzoni eliminate dalla gara sanremese di Mengoni, Elio o i Modà, tanto per citare i primi piazzati in graduatoria? Bene, la risposta ve la siete data da soli immagino!

Ha aperto le danze Arisa, le cui interpretazioni sono state a mio avviso convincenti, secondo suo registro. Tanta attesa per il primo brano, che aveva l’arduo compito appunto di aprire l’intera rassegna canora. Stimo tantissimo la Donà, co-autrice della prima canzone, di recente intervistata anche in occasione di un mio saggio di prossima uscita sulla musica italiana degli anni ’90, e sono sicuro che, cantata da lei e con un arrangiamento diverso, “Lentamente…” avrebbe avuto maggior fortuna. Passa il secondo brano di Arisa, scritta come alcune delle sue migliori canzoni precedenti (“Sincerità”, “La notte”, “L’amore è un’altra cosa”) dal suo ex compagno e ora stretto collaboratore Giuseppe Anastasi, più incline alla sua indole da “usignolo”, ma la sensazione, a un primo sommario ascolto, è che siamo lontani dal lirismo e dall’intensità del brano arrivato secondo due anni fa. In ogni caso, l’artista lucana, a dispetto della breve carriera, è quasi una veterana, essendo questa la sua quarta partecipazione dal 2009, quando vinse a mani basse nelle Nuove Proposte.

Arriva la prima delusione vera della serata, con le due canzoni presentate da uno dei miei “eroi” degli anni ’90, quel Frankie Hi-Nrg autentico protagonista della prima ondata rap in Italia negli anni ’90 e anch’egli giustamente immortalato nel mio saggio. Ok, rimarrà nella storia per aver sfornato un brano come “Quelli che ben pensano”, capolavoro assoluto della musica italiana tutta, ma ieri sera pareva davvero fuori tempo massimo, poco ispirato anche nel primo brano, quello che mi piaceva di più. Ovviamente è passata la seconda, una ridicola canzoncina vagamente reggae, il cui significato terra terra è più o meno questo: “sei  con le pezze al culo, non ti resta che pedalare”. Da lui mi aspettavo qualcosa in più di questa filosofia alquanto spiccia.

Altra attesa mal ripagata è stata quella affidata all’inedito e inconsueto duo Raphael Gualazzi/The Bloody BeetRoots. Non che non mi siano piaciuti del tutto, però l’azzardo è stato fatto a metà. Ne sono usciti due compromessi che non hanno arricchito né il moderno “Paolo Conte” di nuova generazione, né l’affermato deejay d’avanguardia che tanto successo sta mietendo nei club di tutto il mondo.

Davvero pesante il primo pezzo, scritto dall’onnipresente Giuliano Sangiorgi, meglio il secondo che ha avuto se non altro il pregio di “risvegliare” – è il caso di dirlo, visto i tempi biblici di conduzione del programma – la platea. Tuttavia il brano ammesso alla fase finale non mi dice nulla, non lo sento assolutamente nelle corde di Raphael, artista che apprezzo tantissimo e di cui ho divorato di ascolti i precedenti due album. Acquisterò sicuramente il disco e sono sicuro che non mi deluderà, ma questa di Sanremo mi sa tanto di occasione persa per lui: ribadisco quanto scritto in un altro post, cioè che gli va dato atto di aver voluto rischiare, reinventandosi. In quanto al pur bravo deejay Rifo, che dire? Ho trovato il suo apporto francamente superfluo: nel primo soporifero brano si è limitato a pizzicare le corde di un basso elettrico; nel secondo si è mosso da “guitar hero” per tutto il brano, sortendo un effetto davvero pacchiano al tutto. Mettiamoci poi, per quanto a me di look mi interessi ben poco, che la sua consueta maschera, efficace finchè vogliamo nei dj set, qui lo faceva rassomigliare più che altro a Spider Man o, peggio, al piccolo wrestler Rey Misterio.

Con Antonella Ruggiero so che scontenterò qualcuno, ma davvero non mi è piaciuta per nulla. Scontatissima nel suo voler essere per forza di cose “aliena”, sofisticata, “perfetta”. Anche lei fuori tempo massimo, rimasta ferma a stilemi una volta meravigliosi (non solo ai tempi dei Matia Bazar, dei quali resta per distacco la migliore vocalist del gruppo, ma anche dei suoi precedenti brani sanremesi “Echi d’infinito” e soprattutto la splendida “Amore lontanissimo”) ma ora superati, artefatti. Spiace non mi sia “arrivato” il brano scritto per lei dal validissimo Simone Lenzi, leader di uno dei miei gruppi preferiti, i Virginiana Miller, e valido scrittore. Purtroppo, il suo testo è risultato penalizzato da un arrangiamento troppo “pieno”. Avrei voluto riascoltarla al Festival, ma purtroppo è passata l’altra canzone, invero molto simile nelle sonorità.

Il primo picco emozionale l’ho avvertito forte con le due esibizioni di Cristiano De Andrè, al quale da sempre la critica guarda “con sospetto”. Inutile girarci intorno, non diventerà mai come il padre, né potrà mai avvicinarvisi, ma parliamo in fondo di uno dei massimi artisti del nostro secolo. Limitiamoci a dire quindi che, lungi dall’esserne una grigia controfigura, Cristiano ha grandi doti di musicista, polistrumentista e un’intensità interpretativa che molti suoi colleghi si sognano. Ho trovato splendida la prima canzone, sia nelle eccezionali musiche (qualche critico che stimo già ha accennato però a un presunto plagio…) sia nelle liriche fortemente autobiografiche. Il brano, scritto in collaborazione con Fabio Ferraboschi, amico e produttore del mio amico Alberto Morselli, ex cantante dei Modena City Ramblers, colpisce al cuore. Anche il secondo presentato, scritto assieme a Diego Mancino, un altro cantautore che meriterebbe ben altra fortuna a livello di popolarità, è di grande impatto, più viscerale e in un certo senso ad ampio respiro, guadagna alla fine l’accesso alla finale. Inutile: come lo stesso De Andrè si è lasciato scappare in diretta, avrei preferito “Invisibili” ma tant’è, parte del mio tifo andrà a lui.

Ed eccoci ai Perturbazione, da moltissimi (come me) attesi, in quanto gruppo portavoce del variegato mondo “indie”. Che dire, sembrerò di parte, ma per me sono promossi a pieni voti. Concedo a Tommaso, come fatto l’anno precedente con Gulino dei Marta sui Tubi, qualche stonatura nell’ambito di due belle interpretazioni, frizzanti, armoniose, in linea con le loro produzioni. Non si sono “commercializzati” gli amici piemontesi, d’altronde a differenza di altre band alternative protagoniste di recente a Sanremo (come Afterhours, Marlene, La Crus o Almamegretta), hanno sempre proposto un buon sano pop rock melodico. E non si sono smentiti sul prestigioso palco, con loro in piena forma: elegantissimi, sereni, col sorriso, proprio come se volessero assaporare ogni momento di un traguardo giustamente raggiunto. E’ passata “L’unica” che tutti i sei componenti avevano indicato nelle ore precedenti all’esibizione come la loro favorita. E’ un brano ironico, melodico, attinente al sound più moderno del recente loro album di studio “Musica X”, uscito per Mescal. Più “classico” e legato ai primi Perturbazione il secondo brano “L’Italia vista dal bar”, oltre che quello che io avrei fatto passare, ma questa è un’altra storia. In ogni caso, in bocca al lupo ragazzi, da giovedì inizierò anch’io a tele votare!

Ha chiuso a tardissima serata (nottata?) Giusy Ferreri, che da tempo attendavamo al via, dopo anni di oblio, e dopo che nel frattempo ha seriamente rischiato di venire soppiantata dalle numerosissime interpreti femminili affacciatesi “a forza” nel mercato discografico, in seguito a talent di ogni genere. Lei, che è stata la progenitrice di questo filone, è molto avvezza al pregiudizio altrui, ma a mio avviso ha superato alla grande la prova del palco. Due canzoni –  entrambe firmate da Casalino, autore del vittorioso Marco Mengoni un anno prima e che ha scritto pure un brano per il favoritissimo Francesco Renga in gara stasera – molto nelle corde di Giusy, due ballate “sanremesi”, e non si colga l’accezione negativa all’aggettivo. Tanto per cambiare avrei preferito il brano scartato, ma comunque pure “Ti porto a cena con me” ha delle buone chances per arrivare in alto in classifica.

Tutto sommato mi sarei aspettato di più, posto come detto che la formula dei due brani, così come è concepita, non mi convince per niente. Due brani in fila, votati a distanza brevissima, senza nemmeno dare il tempo agli ascoltatori di sentirle bene entrambe e di dare una oggettiva preferenza. Non sarebbe meglio fare cantare prima 7 canzoni (una per artista) e poi in un secondo momento le altre 7? Va beh, considerazioni che lasciano il tempo che trovano, come il fatto che con solo 7 interpreti in gara si è sforato comunque di molto la mezzanotte! Insomma, Fazio, stavolta ti rimando a tempi migliori, ma già stasera avrai modo di rifarti.. vedremo, resto fiducioso!

Sanremo 2014: svelato il cast dei BIG in gara! Un bel mix quello realizzato dalla commissione artistica presieduta dallo stesso Fazio

Ok, la mia giornata è stata pienissima, dopo una bella tirata al lavoro ieri. Ho scritto da stamattina presto, dovevo consegnare un pezzo lungo per il giornale, poi nel tardo pomeriggio via dal medico per fargli vedere dei risultati di alcune analisi (per fortuna andate benissimo!), poi in farmacia, altre commissioni. Però, visto che stranamente ho ancora la forza per scrivere, ecco a postare sin da stasera, dopo commenti sparsi qua e là sulle bacheche di amici vari, le mie prime impressioni sul cast di Sanremo, su cui avrò modo di approfondire prossimamente.

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Un cast eterogeneo, forse poco allineato ai gusti di un pubblico, diciamo generalista, ma su questo potrei obbiettare. A volte si dà per scontato che certa musica non possa necessariamente piacere a chi solitamente apprezza ciò che passa la radio o più semplicemente la musica leggera in toto.  Magari è proprio perchè non si conoscono certe cose che non le si apprezza!

Ecco quindi la lista annunciata in diretta dal confermatissimo direttore Fabio Fazio.

ARISA – quasi una veterana della kermesse, torna dopo la convincente affermazione de “La notte”, di due anni fa, quando non avrebbe demeritato la vittoria finale, andata poi a Emma

NOEMI – come Arisa è una habituè di Sanremo, visto che partecipa per la terza volta in pochi anni al Festival. Convincente due anni fa con il pezzo scritto per lei da Fabrizio Moro

RAPHAEL GUALAZZI e THE BLOODY BEETROOTS – per palati fini, ma non solo. Ormai Gualazzi ha raggiunto standard elevati, piace in modo incondizionato, per la sua classe, la sua proposta raffinata. Curioso sarà vederlo all’opera con gli altrettanto interessanti e inusuali Bloody Beetroots, così lontani in apparenza dal suo registro poetico e musicale

PERTURBAZIONE – lo ammetto, ogni anno nella lista trovo artisti per cui mi ritroverò indipendentemente dai brani a patteggiare. Stavolta è il turno del gruppo di Rivoli capitanati da Tommaso Cerasuolo, tra i migliori esponenti di un certo pop rock d’autore in italiano. Meglio tardi che mai!

CRISTIANO DE ANDRE’ – Spiace per le frequenti vicende personali che lo vedono spesso protagonista – nel male – ma a livello musicale il talento del figlio del grande Faber non è certo in discussione. Mi aspetto canzoni dal forte impatto.

RENZO RUBINO – Meritevole l’anno scorso nella categoria Nuove Proposte, pur non vincendo, si distinse per la sua tecnica e la sua qualità di songwriter e arrangiatore, paragonabile in parte a Vinicio Capossela, anche se di sicuro è meno funambolico rispetto al folletto romagnolo-tedesco-pugliese.

FRANKIE HI-NRG – una vera sorpresa il suo ripescaggio. Esponente di punta dell’hip hop anni ’90 (quello vero!) torna a rimettersi in gioco su un palco dove i rapper raramente hanno avuto fortuna. Di recente visto all’opera come attore nel film di Virzì jr “I più grandi di tutti”, ha i mezzi per lasciare un bel segno.

GIULIANO PALMA – un altro esponente del mondo rock alternativo che, partendo dal basso, attraversando cicli storici, mutando espressioni musicali – un po’ come Neffa in altri contesti – si è ritrovato via via lanciato verso la popolarità mainstream, grazie al progetto Bluebeaters, con i quali ha riarrangiato in chiave ska rockabilly tanti successi della canzone leggera italiana.

RICCARDO SINIGALLIA – un altro dei miei “idoli”, lo dico sinceramente. Assurdo che con uno con le sue capacità non sia quanto meno conosciuto da un vasto pubblico. Cantautore, ma prima ancora talent scout, produttore,  arrangiatore, per un periodo preciso (fine ’90, inizio 2000) tutto ciò su cui metteva mano si tramutava in oro, avendo contributo ad esempio a lanciare in orbita i vari cantautori amici della scuola romana, da Niccolò Fabi a Max Gazzè, dai Tiromancino allo stesso Frankie Hi-Nrg, spesso collaborando attivamente col fratello Daniele, valente musicista e arrangiatore, oltre che compagno nella vita di Marina Rei. Ora ha un’occasione d’oro di fare il salto di qualità presso il grande pubblico, cosa che io gli auguro di cuore.

ANTONELLA RUGGIERO – torna dopo un bel po’ di tempo l’ex voce storica dei Matia Bazar che, anche in veste solista, si è tolta più di una soddisfazione su quest0 palco, sempre presentando brani dalla grande atmosfera, coronati dalla sua voce eterea e suadente.

GIUSY FERRERI – da un po’ di anni scomparsa dai radar, torna alla ribalta la prima vera cantante di successo uscita da un talent italiano. Sembra passata una vita, ma in realtà era solo il 2008 quando si ritrovò a spopolare in hit parade col brano scritto per lei da Tiziano Ferro (il celebre “Non ti scordar mai di me”). Nel frattempo in molti hanno provato a offuscarlo e lei stessa ha voluto un po’ allontanarsi da un certo clichè legato appunto a quei tipi di contest. Vedremo come si ritufferà nell’atmosfera sanremese, dopo aver ben figurato nell’ ultima sua partecipazione.

FRANCESCO RENGA – ci riprova a distanza di due anni anche l’ex cantante dei Timoria (curioso che in commissione, tra molti esperti, ci fosse anche il suo amico-rivale Omar Pedrini che con lui divise gioie e dolori alla guida della rock band bresciana, prima dell’addio con tanto di strascichi polemici in odor di gossip). Per uno che ha già vinto la gara nel 2005 un pronostico è un po’ azzardato: ripetersi è sempre più difficile ma non credo proprio che Francesco voglia limitarsi a una comparsata

RON – a sorpresa riappare sulle scene anche Ron, che ultimamente aveva abbracciato progetti interessanti ma un po’ lontani da certi riflettori, come quello relativo al rifacimento di vecchi brani cantautorali americani. Ci riprova dopo che l’ultima volta aveva presentato un brano troppo impersonale e non all’altezza dei suoi momenti migliori.

FRANCESCO SARCINA – l’ex leader del gruppo de “Le Vibrazioni” da poco ha avviato una carriera solista e per lui arriva pronta l’occasione del Festivalone. In bilico se assecondare le sue istanze più rock o quelle decisamente più pop mainstream legate al suo maggior successo, la deliziosa “Dedicato a te”, brano divenuto un autentico cult, potrebbe rappresentare il vero outsider dell’edizione 2014