Rivalutiamo il calcio italiano: ieri il Milan ha ridimensionato il fenomeno Barcellona con una gara d’altri tempi

Milan – Barcellona 2 a 0: fosse successo una ventina d’anni fa, nel periodo in cui il calcio italiano era al top nel mondo per qualità di interpreti e di gioco, nessuno avrebbe lanciato titoli come “impresa rossonera” o cose simili.

Ma si sa, ormai siamo bistrattati un po’ ovunque, persino quel simpaticone di Gary Lineker – uno che non mi sembra abbia vinto tantissimo a livello internazionale – ha twittato dal suo profilo un bel “Portsmouth – Barcellona 2- 0”. Ah ah ah, che simpaticone, proprio un bell’humour inglese, niente da eccepire.

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La realtà è che, seppur ridimensionato, il calcio italiano ha ancora le potenzialità per riemergere, a partire dalla bellissima e, tanto per cambiare, sorprendente esperienza nei recenti Europei al lancio definitivo dei nostri migliori talenti.

Ok, mancano gli stadi di proprietà, mancano probabilmente anche quelle innovazioni tattiche che ci hanno sempre contraddistinto sin dai primordi del calcio professionistico, ma possibile che siano proprio gli italiani per primi a non riconoscere che non siamo proprio così scarsi? E’ vero, la nostra qualità media è peggiorata e non ci sono più i campioni di un certo livello a calcare i nostri palcoscenici ma il popolo italiano è capace anche di rialzarsi con ingegno e fantasia.

E’ successo ieri quindi che il Barcellona, per il quale ormai credo siano conclusi gli aggettivi altisonanti da ogni vocabolario, così come le iperbole sparate da tutti i mass media possibili e inimmaginabili, abbia perso contro un Milan certo in crescita da un paio di mesi a questa parte, ma fortemente in disarmo dinnanzi a una simile corazzata.

Risultato: la squadra rossonera ha dato una lezione di calcio ai catalani. Lo so, amplifico il concetto e molti non concorderanno; nessuna scienza è meno inesatta del calcio ma resta il fatto che due gol di scarto non siano proprio pochi da rimontare, nonostante i titoli spagnoli già parlino di rimonta sicura.

Le opinioni sono sempre soggettive e seguo (e mi occupo) di calcio da tanto tempo ormai per riconoscere che il Barcellona sta segnando un’epoca e che si tratta in ogni caso della squadra più forte del mondo.

Ma davanti a certi dati non si può più parlare di casualità… qui entra in gioco la statistica.

Il famoso tichi taca, così ammaliante ed efficace, ieri si è tradotto in un possesso palla altamente sterile e improduttivo. Nessun tiro in porta, se non dalla lunghissima distanza, per il dio Messi poi nessun dribbling riuscito e al suo cospetto aveva davanti un semi – esordiente come Constant, autore di una notevole partita.

Non mi voglio “perdere” il decennio di Messi, cercando il pelo nell’uovo per criticarlo a ogni costo… ma resta un clamoroso dato di fatto: uno che in fatto di reti ha una media da extraterrestre come lui (più di un gol a partita, contando le gare di Liga, Champions e quelle con la nazionale argentina) contro le italiane ha siglato appena 3 gol (nessuno su azione) in 10 partite. Insomma, non si tratta di un caso, significa che le squadre italiane, magari difendendosi (ma senza vergognarsi di questo; in fondo a livello tattico siamo sempre stati i migliori nel leggere e interpretare le partite) sanno come contrastarlo e farlo tornare “normale”.

E poi, diciamolo, sarà fortissimo, ha segnato quasi 100 gol in due campionati in Spagna, ma da noi ci riuscirebbe davvero? Inoltre, è vero che con la palla al piede fa quello che vuole, ma in fondo nel corso degli anni in Italia ne abbiamo visti di campioni così. Ci siamo forse dimenticati di Platini, Zico, Van Basten, Ronaldo, Baggio, Zidane? … Maradona???

Per questo un po’ mi stupisco quando sento delle esagerazioni incredibili, tipo che il Barcellona è la squadra più forte di ogni epoca! E l’Honved, il Grande Torino, il Real delle 5 coppe Campioni, l’Ajax di Cruyff, il Milan di Sacchi?

Forse in molti hanno la memoria corta, ma anche fosse vero che Messi, Iniesta, Xavi e compagni sono i migliori della storia, beh… ieri non lo hanno fatto vedere. Al limite sono parsi presuntuosi e poco combattivi, per nulla reattivi.

Magari i milanisti giustamente toccheranno ferro in vista della partita di ritorno, ma nel frattempo la loro squadra del cuore ha dimostrato che il movimento calcistico italiano è ancora vivo e ha nuovamente qualcosa da insegnare.

Nella Lazio dei miracoli, perchè nessuno parla mai di Giuseppe Biava? La storia di un grande difensore, scopertosi big dopo i 30 anni

Nella splendida stagione laziale, che viene a completamento delle due precedenti quando, con un po’ di fortuna in più, invece di “sfiorarla” la zona Champions, la si sarebbe potuta ottenere con pieno merito, i punti sono suddivisi in parti uguali tra un tecnico rivelazione come Petkovic, una società che sta sempre di più diventando modello, nonostante l’antipatia di fondo dimostrata a più riprese dal boss Lotito e la rosa dei giocatori, ricca di indubbio talento.

Gente come il bomber sempreverde Klose, i centrocampisti dai piedi buoni Hernanes (uno dei migliori stranieri giunti in Italia negli ultimi 5 anni), Mauri e Ledesma, i consolidati Konko, Radu e Marchetti o gli emergenti Lulic e Candreva spesso entrano nell’immaginario dei tifosi o anche dei più semplici appassionati di calcio italiano, ai quali non può sfuggire la qualità del gioco biancoceleste.

Tuttavia, c’è un giocatore assai poco reclamizzato che da due e anni e mezzo a questa parte sta comandando di fatto la difesa, con intelligenza tattica, esperienza, grinta e tenacia: sto parlando di Giuseppe Biava.

Giuseppe Biava, uno "stopper" impeccabile

Giuseppe Biava, uno “stopper” impeccabile

Bergamasco e quasi mio “gemello” (essendo lui nato l’8 maggio ’77, noto che ci dividono soltanto 3 giorni!) da tempo immemore gioca da professionista e quasi sempre da protagonista, dagli inizi pionieristici in C quando l’Albinoleffe non si chiamava ancora così (infatti lui militava nell’Albinese prima che si fondesse appunto con il Leffe) e una parentesi formativa a Biella.

La svolta, dopo anni di onorato servizio cadetto a Leffe, avviene con la chiamata del Palermo di Guidolin, all’epoca desiderosa di conquistare la massima serie con una grande produzione di sforzi, anche economici.  Zamparini allestisce una rosa che non può avere rivali in B, con gente come Luca Toni, che da qui spiccherà il grande salto, l’altro futuro campione del Mondo Grosso, i centrocampisti offensivi Santana e Zauli, il leader in mezzo al campo Eugenio Corini, dopo i fasti del Chievo sceso per guidare i rosanero verso la tanto agognata promozione e altri validissimi interpreti come un rampante Gasbarroni e un Brienza poi tornato dopo onorata carriera in Sicilia .

In difesa il terzetto base recitava Ferri – Biava – Accardi.  Non erano ancora conosciuti, ma gli ultimi due poi si ritroveranno entrambi in A avversari nel derby di Genova, quando sembrava essere Accardi il più accreditato a recitare il ruolo del difensore emergente, erede di Cannavaro per alcuni critici. Invece, mentre quest’ultimo finirà in panchina alla Sampdoria e non saprà confermare le belle premesse della prima annata blucerchiata con Mazzarri alla guida della squadra, Biava al Genoa divenne presto baluardo insuperabile, capace con il tattico Ferrari e il talentuoso Criscito di garantire aggressività, rendimento (è uno che non molla mai l’osso) e attaccamento alla maglia, doti sempre preziose nel calcio che conta.

Clamorosamente però non verrà confermato dopo delle validissime stagioni sotto la Lanterna (il Genoa però proprio da tre anni a questa parte inizierà un vortice di cambi e scambi infinito, tra giocatori e mister) a più di 30 anni finirà addirittura nella Capitale, alla Lazio. Come al solito all’inizio non verrà considerato tra i titolari, il suo nome non riempirà le colonne dei quotidiani o non farà impennare i tweet dei tifosi ma sia Reja che Petkovic non avranno mai dubbi sul suo utilizzo.

Difensore vecchio stampo, uno stopper perfetto se fossimo negli anni ’80, Biava non si risparmia mai, non teme nessun attaccante, nemmeno i più prestigiosi, è costante nel rendimento – anche più di compagni tecnicamente meglio dotati come Diakitè o Dias – e qualche golletto riesce persino a segnarlo.

A quasi 36 anni pare ancora pienamente in forma, e forse riuscirà a strappare un rinnovo del contratto (gli scadrà a fine giugno 2013) che francamente meriterebbe alla grande.

Suggellare una carriera partita in sordina, ma proseguita migliorando di anno in anno come il vino buono, addirittura con la conquista dello Scudetto forse sarebbe chiedere troppo, ma qualcuno a Roma in fondo ci sta facendo un pensierino, visto anche i passi falsi della Juventus.

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Scudetto meritatissimo della Juve! Ma quanti sono: 30 o 28?

In rete si sono scatenati in tanti: chi irride, chi fa un motto di orgoglio, chi gioisce in modo sfrenato, chi continua a fare la conta dei torti, altri che fanno la conta… degli scudetti: 28 o 30, come sosterrebbe la società? O addirittura meno, come sostengono i maligni tifosi rivali?

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: se c’è uno scudetto meritato negli ultimi anni, è proprio quello juventino! Per la squadra egregiamente guidata dal semi esordiente in serie A (se escludiamo la breve e infelice parentesi bergamasca) Antonio Conte hanno contato fattori determinanti come il bel gioco, la continuità di rendimento, una rosa disponibile e molto flessibile, le qualità individuali al servizio del collettivo, e non è quest’ultima una frase fatta, se si considera che la Juventus ha vinto senza un centravanti capace di andare agevolmente in doppia cifra, anzi, facendolo ruotare a seconda degli impegni e dello stato di forma.

Di contro il Milan, l’unico vero ostacolo alla conquista di un insperato scudetto alla vigilia, ha pagato nel corso della stagione i numerosi e pesanti infortuni (su tutti Cassano, Boateng e Thiago Silva), la sopravvalutazione di alcuni pezzi pregiati (mi riferisco a Pato e Aquilani) e non sono bastate l’abnegazione della rivelazione Nocerino, i gol del sempre più implacabile (in campionato) Ibrahimovic, nettamente il migliore atleta di una serie A sempre più povera e la compattezza di un gruppo che forse ha davvero dato tutto. Polemiche infinite a parte, gol non gol visti e non visti, la Juventus ha meritato ampiamente, poco per volta si è insinuata davanti, in una posizione di vertice alla quale francamente non era più abituata nè avvezza.

Il protagonista a mio avviso è stato l’allenatore, probabilmente sin troppo borioso, nonostante abbia reclamizzato sacrificio e l’inferiorità nei confronti del Milan, professando umiltà ad ogni intervista; il tecnico salentino da tempo sognava di guidare la Sua Juventus, dopo esserne stato per anni un trascinatore, un combattente. Allievo di Lippi, ancora giovane ma con le idee sufficientemente chiare, e bravo a mutare pelle, lui che all’inizio tutti indicavano come strenuo fautore di un futuristico quanto improbabile 4-2-4. Una Juve camaleontica, capace di difendersi a 3. a 4, di giocare a una punta, col tridente e forte di una mediana incisiva ma anche spettacolare. La difesa ha retto alla grande, di Buffon, tornato a ottimi livelli dopo le insidie casalinghe di Storari, si ricorda solo l’erroraccio col Lecce che ha levato un po’ di sonno ai tanti sostenitori bianconeri; il trio Barzagli- Bonucci- Chiellini è parso compatto e assolutamente efficace, tanto che a una gara dal termine sono solo 19 i gol subiti. Velocità di Barzagli, tecnica di Bonucci, ripresosi alla grande dopo un girone d’andata difficile, e concretezza di Chiellini ed ecco pronta per la Nazionale una difesa di ferro. Sulle fasce ottimo Liechtsteiner, pur “pressato” dal jolly Caceres e sbocciato lo sfortunato De Ceglie, in lizza con il nuovo Estigarribia sulla corsia mancina. Che dire del sontuoso Pirlo? I termini si sprecano, il miglior regista del mondo basta come definizione? Esploso in tutto il suo talento il prodigio di casa Marchisio, nuovo Capitano, e rivelatosi il cileno Vidal non solo come abile incontrista ma pure come polmone dai piedi buoni. In attacco spazio per tutti, dal tecnico Vucinic, cresciuto a dismisura nel ritorno, anche se poco concreto spesso sotto rete, ai ritrovati Quagliarella e Borriello, al concreto Matri, fino al multiuso Simone Pepe, bravo sia da esterno che da centrocampista puro, un po’ come il rincalzo Giaccherini. Commiato d’addio con vittoria per una Bandiera assoluta come Del Piero, mai una polemica, un esempio straordinario di attaccamento al campo e ai colori. Non pervenuti gli stranieri che avrebbero dovuto far volare la squadra sulle fasce secondo pronostici estivi: Elia, vero oggetto misterioso del campionato e Krasic, opaco, intristito dal poco utilizzo e non consono agli schemi del mister.

Proviamo a inserire De Rossi, Maggio e Balotelli al posto degli stranieri, come ha detto ieri Costacurta in un programma di Sky Sport, e notiamo con piacere che potrebbe nascerne una Nazionale Azzurra efficace e in linea con le squadre più forti per contendersi gli Europei.

Ora però qualcuno ci dica quanti sono questi benedetti scudetti bianconeri? 30 o 28???

PELLEeCALAMAIO incontra Marco Fanna, ex giovanili Verona, figlio del grande Piero

Con immenso piacere sono riuscito a ospitare sul mio blog Marco Fanna, il figlio del mitico Piero, trascinatore dell’Hellas Verona scudettato ormai 26 anni fa. Marco non era ancora nato, essendo un classe ’86 ma col tempo ha maturato cosa significa essere il figlio di Fanna, cosa suo padre ha rappresentato per i tifosi veronesi ma non solo, direi tutti i cittadini scaligeri, ai quali ha saputo regalare e far vivere un sogno.

Inevitabile quindi partire da lì, se per Marco avvicinarsi al calcio è stato un fatto assolutamente spontaneo, oppure se ha vissuto la sua passione come tutti i bambini affascinati da un pallone in fondo alla rete.

“Ciao Gianni, è un piacere anche per me conoscerti e direi che è buona la seconda, nel senso che mi sono avvicinato al calcio da solo, come fanno tutti i bambini, giocando con i miei amici al campetto, per il solo gusto di farlo. No, all’inizio davvero non mi sono reso conto dell’importanza del mio cognome a Verona, mio padre è sempre stato discreto, certo mi seguiva ma senza mai fare pressioni di alcun tipo. Chiaro, ci teneva che in qualche modo mi avvicinassi al suo mondo, e quando intravide delle doti particolari nel mio modo di giocare cominciò a interessarsi in maniera più decisa e iniziò la mia trafila in gialloblu, non poteva essere altrimenti, anche perché me la cavavo abbastanza”

Direi proprio di sì, ti ricordo davvero efficace sulla fascia, guarda caso il ruolo di tuo padre in campo, sebbene le caratteristiche fossero molto diverse

“Certo, giocavamo nella stessa posizione, e quindi i suoi consigli erano prettamente di natura tecnica, anche se sono il primo a rifuggire ogni tipo di confronto con lui. Mio padre giocava indifferentemente di destro e di sinistro, era devastante in velocità, e in possesso di notevoli doti tecniche”. Tanto da guadagnarsi, aggiungo io, la nomea di big del campionato ‘84/’85 da parte dell’illustre Carlo F.Chiesa, giornalista storico del Guerin Sportivo.


Dalle giovanili del Verona al Parma, e poi le prime esperienze professionistiche. Ci vuoi raccontare qualcosa dei tuoi inizi?

“Certo, la prima esperienza fu al Portogruaro, esordii tra i Professionisti, ma mi infortunai anche gravemente, stetti fermo 10 mesi, poi passai alla Reggiana e lì purtroppo ho molto rammarico. Mi allenavo bene, sentivo di poter dire la mia ma in pratica non ebbi proprio mai modo di dimostrare le mie qualità. Il mister proprio non mi vedeva e così mi ritrovai a giocare per lo meno con la Berretti, tanto per non perdere il ritmo partita, ma è chiaro che confidavo in qualche chance. In quel momento ero in comproprietà tra Parma e Reggiana e non volevo rischiare, rimanendo un altro anno a Reggio, di allenarmi duramente e poi guardare gli altri giocare la domenica. Così fui disposto a scendere di categoria, andando a Trento. Giocai comunque poco, la squadra retrocesse e l’anno dopo firmai per il Somma sempre in serie D. A quel punto però fu inevitabile farsi delle domande sulla mia carriera, riflettere.. la delusione e in parte lo scoraggiamento erano evidenti. Io ho una passione fortissima per questo sport e c’ ho sempre creduto ma il dato di fatto è che stavo faticando e non poco per trovare la mia dimensione”

Giusto, anche perché con le qualità tecniche che ti ritrovi una lega pro pensavo fosse il minimo a cui potevi ambire. Che risposta ti sei dato ai tuoi quesiti sulla carriera deviata verso i dilettanti?

“Purtroppo non c’è una ricetta per sfondare, ma sicuramente ho capito ben presto che le sole, pure qualità tecniche, e nemmeno l’impegno, bastano per farti un calciatore. Ti faccio un esempio: quando arrivai a Parma avevo circa 18 anni, non ero mai andato in una realtà calcistica diversa da Verona. Fu un impatto difficile, ero un ragazzo, avevo dei timori, oltre ovviamente a tanto entusiasmo; Dessena invece, più giovane di me di un anno, magari a livello tecnico non era granchè, non meglio di altri comunque (diciamo che non gli avrei predetto una carriera in serie A, attenendomi alle sole qualità tecniche) però aveva una serietà incredibile, si poneva come un uomo, si allenava in maniera perfetta. L’aspetto della personalità conta enormemente.”

Come è proseguita quindi la tua carriera, all’insegna di un sogno?

“Dici bene, il sogno di sfondare non l’avevo mai abbandonato però decisi di tentare una carta avventurosa, mi trasferii con un amico in Inghilterra per un anno. Mi allenai tutto il tempo col Wimbledon, non nego che speravo in un ingaggio, si era in quarta serie inglese. Però anche lì le leggi sono ferree, non è facile farsi tesserare, così tornai in Italia, certamente arricchito ma orientato a scendere nuovamente di categoria, questa volta finendo in una società ambiziosa come il Vigasio. Giocai benissimo però qualcosa si era forse rotto, la motivazione dopo tante delusioni si era fatta sentire. Feci uno più uno e decisi di fare una scelta ancora più drastica, accettando di giocare con lo Zevio, allenata da Gigi Sacchetti, protagonista del Verona di Bagnoli e grande amico di mio padre. Una persona davvero per bene, con lui mi trovo benissimo e mi diverto come il primo giorno a giocare. Certo, ormai ho abbandonato l’idea del professionismo ma sono sereno. Come ti dicevo, contano tanti fattori. Se ci pensi, anche mio padre se fosse rimasto alla Juve con un allenatore come Trapattoni che non lo vedeva molto e non lo faceva giocare nel suo ruolo, non avrebbe mai combinato quello che poi ha fatto con l’Hellas. Anch’io mi rammarico per l’anno perso a Reggio Emilia, ero in Lega Pro, sentivo di poter giocare, di competere a certi livelli. La lega pro è un calcio molto fisico, con le mie qualità tecniche potevo emergere. Forse mi è mancata la “cattiveria” giusta, essere un po’ più “sbruffone”.

Anche perché eri arrivato all’Under 19 in compagnia di gente che poi ha fatto carriera

“Sì, tra i tanti ricordo bene Andreolli, Pozzi, Abate, già allora una vera freccia sulla fascia. Io ero esterno alto, lui appena più dietro, si vedeva lontano un miglio che avrebbe fatto carriera. Ma quelli che ricordo meglio sono gli ex atalantini Motta e Morosini. Due fenomeni! Il primo, pienamente sicuro di sé, d’altronde è sempre stato il capitano di tutte le rappresentative azzurre, aveva una personalità fortissima, il secondo.. beh, non perché ora è successo quello che è successo.. ma Mario era davvero speciale, come lo hanno poi dipinto tutti quanti. Un amico innanzitutto,un calciatore dalle grandissime qualità tecniche, e poi una persona umile, per bene, eccezionale. Andavamo d’accordissimo, ci somigliavamo pure come carattere. A livello tecnico poi spiccava davvero, e credo anzi che con una personalità più forte, con un carattere più “cattivo” avrebbe potuto fare una carriera migliore. E comunque ricordo bene, al termine di una finale di un torneo giovanile, tra Verona e Atalanta. Avevamo solo 11 anni e mio papà al termine di quella gara mi disse: “vedrai che il 2 e il 4 dell’Atalanta faranno di sicuro carriera in serie A”. Si trattava proprio di Motta e Morosini”

E chi invece tra quei compagni non ce l’ha fatta a mantenere appieno le promesse? Oppure tra i tuoi ex compagni della Primavera gialloblu: ricordo ad esempio Hofer, il portiere Cecchini…

“Di quella nazionale forse mi sarei aspettato di più dal centravanti Rej Volpato, non so più adesso dove gioca…”  E’ ormai da anni in Lega Pro, vittima di perenni infortuni, di lui si parlava come fosse l’erede del Bobo Vieri dei tempi migliori.

“Invece dei miei compagni dell’epoca del Verona mi sembra che solo Luca Nizzetto giochi stabilmente, e con pieno merito, in Lega Pro, alla Cremonese. Gli altri che hai nominato li ho persi di vista, forse Cecchini è in Eccellenza. Comunque, nessuno ha sfondato, è un po’ come la canzone di Morandi: uno su mille ce la fa!”

Tornando alla domanda iniziale, insomma, quando hai cominciato a sentire il peso del tuo cognome sul rettangolo verde di gioco? Mi ricordo da cronista che in tribuna gli occhi erano tutti inevitabilmente puntati su di te…

“Direi verso i 14/15 anni, prima no. Però, come ti ho detto, mio padre ha sempre evitato di farsi vedere, non era uno da intrusioni, non voleva in qualche modo condizionare le scelte, far pensare che gioco solo perché ero suo figlio. Penso che quello che ho fatto me lo sono guadagnato con le mie qualità, lui era inarrivabile”

Chiudo anch’io con un aneddoto che mi regala sempre forti emozioni. Mio padre Vincenzo è stato per più di 20 anni presidente di un nutrito calcio club dell’Hellas Verona. Si può dire che sono cresciuto in mezzo a quei giocatori, assaporando gli anni migliori della storia del club. Ho bellissime foto con tuo padre Piero, con Tricella, Galderisi, tutti protagonisti assoluti di quelle splendide annate. Ero un bambino di 8 anni, e inevitabilmente i ricordi sono sbiaditi e trasfigurati eppure sentendo anche i discorsi di mio papà ho vivido il concetto che si trattasse non solo di campioni in campo, ma di uomini veri, in gamba, persone speciali.

“E’ proprio così Gianni. Lo riscontro anche con il mio mister Gigi Sacchetti. Quel gruppo aveva un’alchimia speciale, erano bravissime persone, umili, erano anche amici fuori dal campo (certo, come dimenticare lo splendido capodanno a Cavalese in cui i giocatori gialloblu strinsero un vero patto d’alleanza verso lo scudetto che a dicembre era ancora un argomento tabù, nonostante gli splendidi risultati che si stavano conseguendo partita dopo partita!). Mio padre mi ha trasmesso grandi valori, di questo lo ringrazierò sempre”

E la sensazione, dopo un’ora di piacevole conversazione telefonica con Marco Fanna, è proprio quella di aver parlato con un ragazzo senz’altro maturo, profondo, intelligente che ha fatto suoi quei valori di cui si è parlato, e che sembrano non appartenere a molti calciatori professionisti.