Alla scoperta delle Nuove Proposte in gara a Sanremo 2015: chi saprà raccogliere il testimone del giovane rapper Rocco Hunt?

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Nell’articolo precedente dedicato ai big in gara a Sanremo quest’anno, avevo solo accennato in modo sbrigativo alla categoria delle Nuove Proposte che solitamente, chi mi conosce lo sa bene, è quella che maggiormente raccoglie il mio interesse, non foss’altro per la curiosità di vedere se qualche nome emergente sia pronto o meno per salire di gradino.

Avevo frettolosamente liquidato a soli due nomi quelli da tenere particolarmente d’occhio ma – come da prassi di queste ultime edizioni – è possibile ascoltare in anteprima i  loro brani in gara (cosa che da nostalgico e abitudinario quale sono, ancora non riesco ad accettare del tutto…) e allora, dopo qualche prova concessa, posso sbilanciarmi con maggior enfasi e dire che tutto sommato la qualità non è male.

Sarà che purtroppo negli ultimi anni sono sempre stati meno coloro che sono riusciti a rimanere ancorati a un pubblico maggiore che non sia quello di nicchia o delle etichette indipendenti (per non dire delle autoproduzioni), sarà che di talenti “persi” per strada purtroppo ne ricordo molti, forse troppi, sarà forse infine che ero stanco di vedere relegate a tardissima notte le loro esibizioni, fatto sta che in vista di questa edizione avevo perso un po’ di fiducia. A differenza del passato, mi pare mancassero poi veri esponenti di una scena cosiddetta “indie” che da sempre ascolto con attenzione, dopo le partecipazioni di gente come The Niro o Zibba, solo per citare casi recentissimi. Però le scelte degli originali Kutso, della sofisticata Amara, dei cantautori in erba Enrico Nigiotti (lontanissimo dai tempi in cui partecipò ad “Amici”) e Giovanni Caccamo, l’uno più giovanile e “fresco”, l’altro più raffinato e “serioso” mi inducono all’ottimismo e mi pare che anche le canzoni di artisti in gara meno noti come la bella Chanty, la giovane Rakele, la più “classica” Serena Brancale e l’inusuale rapper Kaligola, giovanissimo ma dai testi assai profondi e un po’ colti, siano quantomeno ascoltabili e godibili. Insomma, mettiamoci inoltre che, finalmente, avranno la loro giustissima occasione di cantare in un orario accessibile, addirittura tra le 21 e le 22, mi pare abbia affermato il conduttore Conti, beh… allora motivi per seguirli con attenzione ve n’è più di uno. Dopo tutto, la vetrina dell’anno scorso ha fatto benissimo al vincitore Rocco Hunt, che nonostante la concorrenza di agguerritissimi rapper, col suo stile meno sboccato e più eterogeneo nelle atmosfere, cui mischiava all’hip hop un po’ di sano reggae, è riuscito a scalare le classifiche di vendite, dando inizio a quella che potrebbe essere una duratura carriera. In bocca al lupo ai ragazzi quindi, che possano cullare a lungo il loro sogno in musica!

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Tempo di Sanremo… via ai pronostici!

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Si sta avvicinando l’edizione sanremese 2015 targata Carlo Conti, l’uomo Rai per eccellenza dell’ultimo decennio, colui che in molti sostenitori di Sanremo attendevano come il conduttore adatto a riportarlo in territori più legati a stilemi classici della musica leggera italiana. Detto fatto: quest’anno si torna a una proposta senz’altro più appetibile per gli ascoltatori medi di musica, piuttosto lontani dall’esperienza biennale del predecessore Fabio Fazio, che aveva invece – anche coraggiosamente – optato per un cast eterogeneo, facendo esibire sul prestigioso palco anche artisti di area alternativa, o comunque poco noti alla massa.

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Mi stupisce quindi, dico la verità, leggere di critiche, commenti inzuppati di sarcasmo, in merito alle scelte dei 20 big che gareggeranno quest’anno. Che vi aspettavate in fondo da lui? Io, lo ammetto, ero ancora più prevenuto nei suoi confronti, al punto da essere quasi certo che avrebbe portato sul palco molti dei concorrenti della sua ultima trasmissione “Tale e Quale Show”, di notevole successo, nella quale avevano sfilato tanti nomi dello spettacolo italiano, tra cui diversi cantanti in cerca di rilancio e popolarità. Invece nella lista definitiva dei campioni in gara non compaiono i nomi dei vari Valerio Scanu, Attilio Fontana, Matteo Becucci o la rediviva Silvia Salemi, che fecero un figurone durante il programma.

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Al loro posto però Conti, che ha portato il numero dei partecipanti a 20, ha puntato su nomi piuttosto noti e popolari, non cadendo nel pericolo nostalgia, vintage, tanto che i “vecchi” sono in fondo artisti ancora piuttosto sulla cresta dell’onda, discograficamente parlando.

Io lo seguirò come sempre, anche se mi immagino un certo livello “piatto” dei brani in gara, pochissima innovazione e tante canzoni dal sapore pop, melodico, quando invece nei due anni di Fazio mi ero ritrovato a supportare da vero fan alcuni interpreti sui generis della musica italiana, poco consoni a questi contesti, come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro, Frankie Hi Nrg o Zibba.

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Quest’anno troverò comunque i miei motivi di interesse, anche se fra i giovani conosco in pratica solo l’ex concorrente di Amici Enrico Nigiotti, che fu protagonista del programma in un’epoca precedente all’ingresso poderoso delle case discografiche dentro quegli studi (con conseguenti enormi successi dei vari Marco Carta, Alessandra Amoroso o Emma Marrone) e gli originali Kutso (chissà se pronunceranno in modo esatto il loro nome!) che sin da ora saranno i miei favoriti. Gli altri a mio avviso sono sin troppo “conservatori”, vedo come poco probabile il fatto che possano emergere.

Passando in rassegna invece i Big, o Campioni, vediamo più nel dettaglio i miei pronostici, non avendo conosciuto in anteprima i loro pezzi, e basandomi quindi su sensazioni e proiezioni.

Innanzitutto è notevole il numero delle interpreti femminili, quasi tutti di ultimissima generazione, eccezion fatta per  Lara Fabian, invero nettamente più famosa in Francia, e la grintosa Irene Grandi, sorta di “madrina” delle varie Emma o Noemi (a proposito, la popolare bionda cantante lanciata da Amici, tanto per cambiare, comporrà l’insolita coppia di vallette con l’altra cantante Arisa). Non che la Grandi sia vecchia, ha appena compiuto 45 anni ma di fatto può già vantare un’esperienza ventennale, anche se dal Festival manca dal 2010, quando portò un brano scritto per lei da Bianconi dei Baustelle, lo stesso che la rilanciò anni prima, cedendole la frizzante “Bruci la città”.

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Detto ciò, mi intrigano maggiormente i nomi nuovi, o comunque quelle cantanti che da un lustro circa, chi più, chi meno, stanno facendo parlare di sé con buoni risultati e che ora sono qui per la consacrazione definitiva (un po’ come successo ad Arisa che vinse qui proprio 12 mesi fa).

Personalmente potrei avventurarmi in un pronostico positivo, vedendole pronte a puntare al grande botto, nei confronti di Nina Zilli e Malika Ayane, entrambe con solide credenziali, sia in ambito mainstream che commerciale. Ma in gara figurano pure la rossa Annalisa Scarrone, ex Amici, che già un paio d’anni fa fece bella figura con un brano un po’ in stile anni ’50. Il salto per lei non è arrivato, nonostante possa contare ancora su un numero notevole di agguerrite fans, che la sostengono attivamente sui social network. Anche la discussa Anna Tatangelo, a dispetto della ancor giovane età (andrà per i 28) una veterana di Sanremo, conta di coinvolgere un cospicuo pubblico, portando un brano scrittole dal prezzemolino Kekko dei Modà, lo stesso che l’estate scorsa le confezionò l’agghiacciante “Muchacha”.  Si rivede pure, a distanza di un biennio, l’altra fuoriuscita da un talent di successo, in questo caso X Factor, Chiara Galiazzo che cerca di ritrovare una credibile dimensione discografica dopo molto tempo trascorso a prestare la sua voce a un noto spot pubblicitario. Meno entusiasmante, a mio avviso, la partecipazione della perennemente emergente Bianca Atzei che, dopo collaborazioni e duetti vari, mandati a memoria dai boss di Rtl e Radio Italia, si gioca una carta davvero impegnativa. Non le manca di certo una bella voce graffiante, seppur poco originale, ma non so se basterà.

Restando in tema talent, è impossibile non pronosticare come seri candidati alla vittoria finale i Dear Jack lanciati da Maria De Filippi, che, pur essendo giunti secondi dietro a Debora Iurato, hanno poi dominato a lungo le classifiche di vendite, non solo quelle di Itunes, diventando dei veri idoli, soprattutto per le ragazzine. Anche Moreno, che trionfò in trasmissione due anni fa e l’anno scorso fece il bis da “coach” guidando alla vittoria la squadra dei “Bianchi”, ha buone e concrete possibilità di sbaragliare la concorrenza, considerando pure che il suo genere di riferimento, il rap, sta andando per la maggiore nel desolante panorama musicale italiano. Meno chance credo le abbia il “nuovissimo” Lorenzo Fragola, appena passato dalla vittoria a X Factor a un palco così importante come quello rivierasco. Tra l’altro il suo primo inedito, un grazioso brano pop interamente scritto da lui, è per giunta in inglese, quindi pare un po’ un azzardo vederlo a Sanremo ma tant’è…

il giovanissimo trio Il Volo, il nome su cui puntare per la vittoria di Sanremo

il giovanissimo trio Il Volo, il nome su cui puntare per la vittoria di Sanremo

Sempre da un talent provengono pure gli ex bambini, appena appena cresciuti, lanciati nel programma di Antonella Clerici “Ti lascio una canzone” (di recente sospeso). I tre ragazzini de Il Volo hanno letteralmente spiccato il volo – perdonatemi il banale ma inevitabile gioco di parole –  non solo vendendo dischi in serie in Italia, ma pure divenendo dei fenomeni OltreOceano, andando a scaldare i cuori, con le loro possenti voci, del pubblico americano, rinverdendo e rinnovando i fasti di Andrea Bocelli. Considerando che la loro proposta sarà quanto meno “classica” e di ampio respiro, va a loro il mio pronostico principale come vincitori della kermesse, convinto che potranno davvero sorprendere raccogliendo consenso popolare e di critica (oltre che vagonate di televoti, visto il loro recente passato televisivo).

Scorrendo la lista dei rimanenti partecipanti, noto come Nesli finalmente, dopo averci provato più volte e avendo dichiarato in tv tutta la sua amarezza per le varie esclusioni, sia inserito in cartellone. Poi, per carità, mi mancano proprio gli elementi razionali per comprendere come possa piacere uno come lui, che reputo sostanzialmente né carne, né pesce, laddove da anni ormai (tolta una esigua presenza come corista e collaboratore del più trasgressivo fratello Fabri Fibra) propone canzoni di stampo melodico che vorrebbero correlarsi al mondo hip hop e dance ma spesso, dal mio punto di vista, con risultati alquanto imbarazzanti.

 

download (3)Infine i veterani, gente che ha conosciuto il loro apice soprattutto negli anni ’80 e ’90. Come Raf ad sempio, che manca da questo palco da tempo immemore, da quando propose la suggestiva “Oggi un Dio non ho”. Talento purissimo della musica leggera italiana, negli anni ha sempre navigato sul versante pop di qualità, passando con disinvoltura dalla lingua inglese (ai tempi della dance made in Italy, di cui la sua “Self Control” divenne sorta di manifesto) a quella italiana, con tantissime hit mandate a memoria. Inutile dire che mi aspetto da lui un buon brano, senz’altro raffinato e ben prodotto. Anche Alex Britti manca da queste parti da quasi un decennio ma il suo score sanremese è di tutto rispetto e, bene o male, ad ogni nuova uscita discografica riesce sempre a incontrare i gusti del pubblico, nonostante sia maturato nel tempo dal punto di vista della proposta musicale. Mi stuzzicano meno la fantasia altri due ritorni “eccellenti”, quelli di Marco Masini e di Nek. Il primo tuttavia, alla prova sanremese raramente stecca – anche se il suo nome, almeno presso il grande pubblico da anni sembra caduto nell’oblio – e il secondo ha comunque uno zoccolo duro di fans, consolidato nel tempo.

download (2)Tiferò invece per Gianluca Grignani, non ho problemi ad ammetterlo, il quale ben poche volte nel corso della sua ventennale carriera (solo artisticamente parlando, la vita privata è un’altra storia) ha steccato e che meriterebbe magari una bella affermazione a Sanremo, dopo tanti tentativi che, a livello di piazzamenti, non gli hanno regalato chissà quali soddisfazioni.

Termino la mia veloce disamina con due improbabili coppie che, sicuramente per motivi che mi sfuggono, si trovano ad aver “rubato” il posto a qualche altro cantante o musicista, diciamo “vero”. Già, perché considerare tali Biggio & Mandelli, alias “I Soliti Idioti” pare un’eresia e la vedo più come un recupero di certe performance, già presenti in edizioni lontane, che esulavano un po’ dal contesto (i casi di musica demenziale, o di Marisa Laurito, Gigi Sabani, Francesco Salvi) per variare un po’ la proposta, se non altro alleggerendone i toni. Potrebbe rivelarsi invece più plausibile il duetto tra Grazia Di Michele, al ritorno al Festival dopo più di 20 anni, quando giunse addirittura terza assieme alla raffinata Rossana Casale e da tanti anni ormai conosciuta soprattutto come rigidissima docente di canto ad Amici e Mauro Coruzzi, ai più noto/a come Platinette. Sì, proprio così, e pare evidente come i due si siano conosciuti proprio nella celebre trasmissione della De Filippi, quando Coruzzi si trovava spesso nelle parti dell’esperto in giuria, o tra gli opinionisti.

Insomma, l’edizione appare assortita, nella ricerca di incontrare favorevolmente il gusto del pubblico più generalista, ma diciamolo pure, senza troppe pretese dal punto di vista prettamente artistico. Speriamo per lo meno che le canzoni siano valide, chè poi è quello che in sostanza conta veramente (o almeno così dovrebbe essere!)

 

Sanremo Nuove Proposte: nella serata dei duetti d’autore, ecco il trionfo del giovane rapper Rocco Hunt! Me ne farò una ragione…


ROCCO HUNT

Alla fine l’esito della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2014 era abbastanza scontato. Ho letto ovviamente tantissimi pareri discordanti, specie nell’area dei musicisti “alti”. Bisogna vedere le cose con un minimo di oggettività, al di là dei gusti personali che, volenti o nolenti, contribuiscono spesso in maniera determinante a inficiare i nostri giudizi.

Rocco Hunt, quindi, 19 anni (e ne dimostra pure meno!), rapper da Salerno, si issa in cima alle preferenze, non solo dei tele votanti ma anche della cosiddetta “giuria di qualità”, presente in prima fila ieri all’Ariston e presieduta dallo stimato regista Paolo Virzì.

Tre componenti  (il genere, la giovane età, la provenienza) che la dicono lunga sul fatto che fosse in qualche modo, non scontato (come azzardato a inizio articolo) ma quanto meno prevedibile sì. Se, come scritto ieri, questa settimana sono entrati direttamente al primo posto nelle classifiche di vendite i due mediocri rapper Two Fingerz, non c’è da stupirsi di nulla. Il rap, l’hip hop, che poco o davvero nulla ha di che spartire con quello emerso anche in Italia all’incirca nel ’92 con solide band come Sangue Misto, Assalti Frontali e Isola Posse, sta dominando le charts, basti vedere altri “fenomeni” giovani che hanno sbancato negli ultimi due anni, da Emis Killa a Fedez, da Clementino all’”amico” Moreno, persino personaggi poco allineati a logiche commerciali come Gemitaiz, Coez e Salmo (quest’ultimo giunto anch’egli primo in classifica) hanno fatto il botto.

Troppo semplicistico però relegare l’exploit di Hunt a cosa ovvia, avendo tra l’altro come rivali talenti dal sicuro avvenire –  oltre che dal solido presente – come The Niro e soprattutto Zibba che con i suoi Almalibre da anni è “abituato” a ricevere riconoscimenti d’ogni genere.

Ciò che mi ha poco convinto è il brano in sé: intendiamoci, ha smosso la platea, è orecchiabilissimo, musicalmente ha quel che di reggae che non guasta mai, se vuoi azzeccare l’hit  e dare un vago senso di “appartenenza” politica e popolare e il testo va a toccare, seppur in maniera alquanto retorica, trita e ritrita, dei punti nevralgici della nostra situazione socio-politica, del sud in particolare.

Il fatto è che, al dispetto della giovanissima età, Rocco è già un big nel suo genere, vende un botto di dischi, vanta un numero di visualizzazioni, nell’era digitale un dato inoppugnabile di popolarità e fama, dieci volte superiore a quelle di Zibba, The Niro e Diodato messi insieme, e già a sua volta, dopo aver collaborato un po’ con tutti nel suo ambiente, a partire dall’amico Clementino, ringraziato anche ieri dal palco al momento di ritirare i premi vittoria, è un ricercato produttore di altri rapper.

Però il pezzo in sé non era sto granchè, mio fratello Jonathan, amante e profondo conoscitore della scena, da subito era dubbioso, temendo in una canzone ad ampio respiro, con frasi fatte, proprio Hunt che invece è considerato un maestro nel “freestyle” e ha quindi la rima facile e arguta.

Non sono rimaste che le briciole alla fine della fiera per gli alti tre artisti in gara, tutti meritevoli a mio avviso di proseguire il proprio percorso, aumentando il loro “bacino di utenza” se questo era lo scopo appunto di gente come The Niro e Zibba, già pienamente affermati nei loro ambiti, quello indie per il primo e quello della canzone d’autore per il secondo . Diodato si ritrova un po’ in mezzo al guado, ma ha buone qualità, personalità e magnetismo interpretativo per provare a imporsi in un mercato sempre più ostico.

Restano da dire due parole sul resto della serata, dedicata ai duetti in merito alla canzone d’autore italiana, forte della collaborazione siglata tra il Festival e il Club Tenco, due mondi spesso percepiti come distanti. Non tutti gli omaggi sono riusciti, in particolare mi ha poco convinto quello a Enrico Ruggeri fatto da Giusy con i due attori Alessandro Haber e Alessio Boni (uno dei miei preferiti in assoluto ma ieri parso un po’ “strano”… scusate, non mi viene l’aggettivo giusto!), quello di Noemi al grande Fossati, quello assai improbabile di Frankie con la Mannoia.

Promuovo a pieni voti stavolta Giuliano Palma, Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio alla batteria (l’attore pugliese, già visto all’opera al pianoforte nel riuscito ultimo film di Rocco Papaleo, si è proprio divertito ieri sera sul palco), i Perturbazione con l’amica Violante Placido in una delicata “La donna cannone” e lo squalificato Riccardo Sinigallia, accompagnato oltre che dalla sodale Laura Arzilli da due bravissime interpreti quali Marina Rei (tra l’altro sua cognata, essendo questa la compagna del fratello Daniele Sinigallia, chitarrista e produttore) e Paola Turci. Bene anche il recupero di Ron dell’amico Lucio Dalla e l’insolita collaborazione della Ruggiero con dei suonatori di tablet (!).

Senza infamia e senza lode i due favoriti Renga, cui Kekko dei Modà ha ricambiato il duetto della passata edizione, quando col suo gruppo era in gara, e Arisa alle prese con un classico di Battiato, accompagnata da un trio nordico, gli WhoMadeWho.

Citazione a parte per Cristiano De Andrè che ha commosso tutti con l’omaggio sentito al padre in “Verranno a chiederti del nostro amore”, il quale ha pure ricordato un aneddoto relativo a quando il padre lo scrisse, dedicandolo alla madre.

Gino Paoli ha invece omaggiato la scena genovese, raccogliendo applausi a scena aperta e mostrando, ormai ottantenne, una classe intatta, direi innata.

Infine, poco prima di svelare il nome del vincitore della categoria, arriva il momento dell’ospite.. e che ospite! Il giovane cantautore scozzese, ma di chiare origine italiane, Paolo Nutini, prima abbozza un’incerta – nella pronuncia – “Caruso”, caricandola della sua voce roca e profonda, poi canta “Candy”, una delle sue hit, inclusa nel precedente ultimo album, un capolavoro assoluto, e infine ci delizia con il nuovissimo singolo, anteprima di un imminente nuovo album di inediti, previsto per aprile. Anche in questo caso, si tratta di una invenzione sonora, di un recupero di un qualcosa, attualizzato e miscelato. Nutini è stato in grado, partendo dall’indie pop rock caro al suo idolo dichiarato Damien Rice, che lo ha anticipato di una serata sul palco dell’Ariston, di spostarsi verso territori sempre più ampi, contemplando grandi dosi di soul, rythm and blues, country, folk irlandese/scozzese, pop, reggae, jazz in un unico calderone. E il nuovo singolo “Scream” ha confermato questa sua attitudine. Un grande talento davvero, ancora under 30, essendo un classe ’87!

Sanremo 2014: prime classifiche e primi miei voti!

Premesso che ieri non ho visto il Festival, se non a tardissima serata, quando era in corso l’esibizione di uno dei miei idoli, l’irlandese Damien Rice (apro piccola parentesi di cronaca: ovviamente Rice ha attinto dal primo album i due splendidi brani presentati, ma si è avvertita, e lo dico da un po’, l’assenza della sua collaboratrice Lisa Hannigan, la cui carriera solistica non mi sta convincendo: secondo me, separandosi artisticamente, c’hanno rimesso tutti e due!). A parità di stima e ammirazione, mi è parsa più convincente l’esibizione nella serata precedente di Rufus Wainwright.

Parlo prima dei giovani, visto che in diretta ho fatto tempo ad assistere alle loro esibizioni – d’altronde anche fossi rincasato più tardi ancora della mezzanotte li avrei beccati, visto l’assurdo palinsesto – e sono pienamente soddisfatto che sia passato con pieno merito in finale l’amico Davide Combusti, alias The Niro.

Qualità eccelsa per il “Jeff Buckley italiano”, che ha portato un pezzo “classico” secondo i suoi stilemi almeno, anche se ammetto che devo ancora abituarmi a sentirlo cantare nella nostra lingua madre. Passa pure un innocuo Rocco Hunt, ma al giovanissimo rapper campano bisogna almeno riconoscergli una verve e una personalità che hanno colpito nel segno diversi ascoltatori, per lo più giovanissimi. Poi se ne facciamo una questione di gusti, allora, a fianco dei miei favoriti Zibba e The Niro, avrei fatto passare, oltre all’interessante Diodato, anche Filippo Graziani, ma tant’è: la legge del televoto è implacabile e d’altronde basta dare un’occhiata alle classifiche di vendite per rendersi conto che il neo hip hop italiano sta imperando (proprio mentre scrivo, in testa alla classifica FIMI hanno esordito i due discutibili rapper Two Fingerz, non certo il top per la categoria!).

Ah, dimenticavo: in gara pure l’ex partecipante di “The Voice”, Veronica De Simone, che non ha lasciato traccia, con i suoi tratti impersonali e l’inconsistente Vadim, dipinto come uno dei tanti nuovi “Vasco Rossi”. In verità, è parso privo di talento e originalità, conoscevo almeno una cinquantina di nomi tra quelli arrivati in semifinale che avrebbero potuto decisamente fare più bella figura di lui.

Sono felice quindi per le affermazioni di Zibba e Davide che, per molti, nemmeno dovrebbero stare fra le Nuove Proposte, visto il curriculum, la carriera e i riconoscimenti, magari non proprio alla stregua di artisti come Perturbazione e Sinigallia, anch’essi poco conosciuti dalle masse, ma sicuramente più “famosi” e popolari di un Rubino, per dire, per quanto quest’ultimo alla fine sia uno dei più convincenti in gara qeust’anno.

Tuttavia con le votazioni non si può mai dare nulla per scontato e per esempio, solo 12 mesi fa, di questi tempi, lasciarono prematuramente la gara dei giovani i favoriti alla vigilia Andrea Nardinocchi e Il Cile. Poco male, l’anno scorso si erano dovuti scontrare con validi outsider come appunto Renzo Rubino e il futuro vincitore, il bravo Antonio Maggio. Quest’anno però, fermo restando l’appeal di Rocco Hunt, mi auguro davvero che per la vittoria finale sia corsa a due tra il cantautore savonese e quello romano.

Venendo ai campioni, non ho visto le esibizioni di ieri sera, ma ormai i brani sono in air play radiofonico, ci sono già i primi video sul tubo e, soprattutto ci sono i primi parziali verdetti. Carne al fuoco a sufficienza quindi per stilare i miei primi voti alle canzoni in gara.

Vado in ordine sparso:

Raphael Gualazzi/The Bloody Beetroots: ok, è un problema tutto mio. Sarà che adoro Gualazzi e che per me quello vero non è rappresentato da sto pezzo un po’ ibrido, ma a me non sono piaciuti. Ammetto che ci sia della qualità, che il brano sia ballabile e possa ben prestarsi a lasciarsi ricordare e a farsi remixare per le discoteche care a Rifo. Ma non merita, a mio avviso, come leggo da più parti, il podio o addirittura la vittoria finale. VOTO 6

Frankie Hi-Nrg: confermo quanto detto a un primo ascolto, il pezzo non mi piace, lo trovo pochissimo ispirato, specie considerando il suo autore, e a livello musicale non mi suscita certo grandi entusiasmi. Non dico che si sia cercato l’ultimo posto, ma fosse per me lo classificherei… terz’ultimo! VOTO 5

Giuliano Palma: faccio “outing”, non sono mai stato un suo fan, se non ai tempi in cui duettava magnificamente con Alioscia negli avanguardisti Casino Royale. La svolta pop, reggae, rockabilly ecc ecc non mi ha mai convinto, o meglio, mi è venuta ben presto a noia. E poco importa che se l’avesse cantata Nina Zilli sarebbe stata una buona canzone… sul palco c’è andato lui! VOTO 4,5

Riccardo Sinigallia: sorrido quando sento dire da gente insospettata (presunta esperta di musica) che il pezzo è bello ma è “troppo” Tiromancino! Cacchio: se non ci fosse stato lui a fare da “eminenza grigia” al gruppo di Zampaglione, questi non sarebbero mai diventati quelli che sono. La canzone di Riccardo, dipendesse da me, arriverebbe dritta nel podio. Ben scritta, arrangiata, dal testo incisivo e dalle melodie avvolgenti. Peccato che lui scelga sempre un po’ il basso profilo, nonostante dietro le quinte sia invece uno che difficilmente si fa mettere i piedi in testa. VOTO 8

Antonella Ruggiero: che volete che vi dica? Non si scopre certo ora, brava è brava, a dir poco, ma questo ennesimo “ripescaggio” sanremese, dopo anni di dignitoso oblio, non mi ha convinto, aggiungendo ben poco al suo ricco e prestigioso repertorio. VOTO 5,5

Noemi: un’altra delle favoritissime della vigilia, non mi ha certo entusiasmato, avrei preferito passasse il primo pezzo, ma ormai è assurdo parlarne. Lei tiene benissimo il palco, da artista consumata, ha una splendida voce “bluesy”, è gggiovane, frizzante e non se la tira per niente. Ma decisamente meglio furono altri suoi pezzi. VOTO 6

Giusy Ferreri: vale lo stesso discorso fatto per Noemi. Avrebbe tutto quest’anno per affermarsi nel contesto festivaliero, ma è il pezzo in sé ad essere debole. Sarebbe stato meglio quello eliminato…Ops, l’avevo già detto? VOTO 6

Francesco Sarcina: non ci siamo, caro Francesco. Sei bravo, dotato, con Le Vibrazioni però hai sbagliato direzione. Non hai saputo scegliere da che parte stare? Con gli alternativi, con i veri rocker o con i “commerciali”? Insomma, a metà del guado tra Negramaro e Modà, ma senza i picchi né degli uni, né degli altri nelle rispettive categorie, si sta perdendo in un limbo. E la partecipazione solistica non ha facilitato il processo di crescita. Pezzo sin troppo enfatico. VOTO 5

Ron: un artista che ho sempre stimato ma che si è presentato al Festival con una canzone dalla dubbia efficacia. Non so quanto questo moderno folk sia effettivamente nelle sue corde, lui sì reduce da un ottimo album di cover dal sapore vagamente roots country, ma tuttavia poco a fuoco in questo pezzo scontato e leggero come la piuma. VOTO 5,5

Cristiano De Andrè: qui lo dico seriamente. Fermo restando che avrei preferito il pezzo scartato, davvero splendido, ammetto che pure con questo in gara, il figlio del grande Faber avrebbe tutte le carte in regola per ambire alla vittoria. Per me è lui il vincitore morale. Intensità, lirismo, passione… VOTO 8

Perturbazione: che soddisfazione vederli issati momentaneamente lassù, quarti!!! E poco importa che “L’Unica” non tenga il passo di alcune loro celebri canzoni del passato. Tanto basta per farli emergere nel contesto di questa gara. VOTO 7,5

Francesco Renga: alla fine è probabile che vincerà, come da pronostico, l’ex cantante dei Timoria, ormai nell’Olimpo della musica leggera italiana. E tutto sommato non ci sarebbe davvero nulla di che scandalizzarsi. Il pezzo, scritto da Elisa, c’è, l’interpretazione solida e convincente, la personalità, il bel canto,  la presenza scenica. Insomma, un big, dai, non c’è nemmeno da star lì a discutere. VOTO 7

Arisa: dicono che anche lei sia fortemente in lizza per la vittoria finale e qui, francamente, avrei tanto da obbiettare. Sinceramente questa sua “Controvento” non è troppo a fuoco, non ha le stimmate della vincitrice, è una canzone discreta, ben confezionata ma poco più. Nel repertorio della brava artista lucana c’è moooolto di meglio. VOTO 6

Renzo Rubino: il neopromosso  – lui stesso si è paragonato al… Sassuolo, esordiente in Serie A –  rischia seriamente di fare il botto, oscurando a mio avviso gente più quotata come ad esempio Gualazzi. Bel piglio, ottimo sound, nel suo caso sì che il cambiamento gli ha giovato, almeno in questo brano di forte matrice pop jazz, ottimamente ritmato. Bravo! VOTO 7.5

Il cast di SANREMO GIOVANI 2014

Nel giorno in cui sono stati resi noti i nomi dei prossimi big che accederanno alla rassegna finale del Festival di Sanremo, facciamo un passo indietro e torniamo alla selezione delle nuove proposte che a noi, di PELLEeCALAMAIO, interessa sempre particolarmente. Detta di una passata edizione che ha visto dominare l’ex Aram Quartet Antonio Maggio, poi confermatosi anche nelle vendite con il suo bell’album di esordio e ben figurare il talentuoso Renzo Rubino, anche quest’anno ai nastri di partenza si profilava una bella battaglia, come si è notato dalla lista dei 60 nomi arrivati in semifinale. Tra gente nota e meno nota, cantanti provenienti dai talent (come Antonella Lo Coco di X Factor o Edwyn e il tenore Matteo Macchioni di Amici), artisti di area underground come Il Pan del Diavolo o di matrice indie rock come i giovani Caponord o i Nonostanteclizia, interpreti più pop come Levante o al contrario più sofisticati come Jacopo Ratini – peraltro già presente a Sanremo Giovani 2010 – e  Edipo, e figli d’arte come Alberto Bertoli, alla fine della fiera ne sono rimasti solo 8, di cui due provenienti da AREA SANREMO (Bianca e Vadim).

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I loro nomi sono certo interessanti ed eterogenei nel contesto di un Festival che, come l’anno scorso, sembra prediligere una certa “qualità” della proposta, indipendentemente dal genere più o meno “sanremese” che possa rappresentare.

Ecco quindi gli attesi The Niro e Zibba & Almalibre, entrambi da tempo nelle grazie di certa critica e, a detta di chi scrive, autentici talenti della scena musicale italiana. Il primo, al secolo Davide Combusti, ha iniziato cantando in inglese proprie composizioni, in parte legate a un immaginario lirico strettamente collegato a quello di grandi cantautori come Jeff Buckley, di cui prodigiosamente è in grado di accostarsi vocalmente, per poi passare alla lingua madre. In passato, ai tempi del suo splendido esordio, era stata lanciato all’estero dalla sua etichetta, la Universal, decisa a sfruttarne l’enorme potenziale. I secondi, ensemble composito con sede a Genova, sono già pienamente affermati in contesti autoriali come quelli legati alla rassegna del Club Tenco, dove nel 2012 vinsero il premio più prestigioso con la targa per il miglior album in assoluto dell’anno con “Il passo silenzioso della neve”, seppur ex equo con “Padania” degli Afterhours. Giustissimo riconoscimento per un gruppo che fonda tante anime: dal jazz, alla canzone d’autore, dal roots al rock, alla tradizione italiana. A Sanremo partono dal basso ma a mio avviso potrebbero ripercorrere le orme di Raphael Gualazzi, ampliando cioè il loro pubblico arrivando a colpire anche chi ha gusti meno sofisticati.

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Tra le nuove proposte anche gli interessanti Diodato, autori di una raffinata proposta rock, il rapper napoletano Rocco Hunt, rappresentante di un genere tra i più in voga in Italia, specie tra i giovanissimi, Veronica De Simone, già nota a molti per la sua partecipazione alla prima edizione di “The Voice” e Filippo Graziani, figlio del compianto Ivan e, come il padre, valente cantautore sui generis, anche se dovrà combattere col pregiudizio di essere “figlio di”.

Motivi di interesse ce ne stanno parecchi insomma, anche se a completamento del post mi piace ricordare alcuni artisti passati di qui negli ultimi anni che non hanno avuto molta fortuna ma che secondo me meritavano maggior successo e attenzione.

Vi lascio i loro video.. ce ne sarebbero tanti ma non voglio lasciare troppo spazio alla nostalgia 🙂

BUON FESTIVAL A TUTTI, in attesa di un articolo sul cast dei BIG nei prossimi giorni!

Marco Baroni “L’immagine che ho di te”

Stefano Centomo “Bivio”

Marco Guazzone “Guasto”

Intervista a JACOPO RATINI, cantautore emergente tra i più originali in circolazione, protagonista a Sanremo Giovani nel 2010

PELLEeCALAMAIO incontra il giovane cantautore emergente JACOPO RATINI, protagonista a Sanremo Giovani nel 2010.

E’ stato davvero un piacere per me scambiare una bella chiacchierata telefonica con Jacopo Ratini, uno tra i più interessanti cantautori dell’ultima generazione. Sentirlo parlare mi ha dato ulteriore conferma che si tratta di un ragazzo serio, umile ma pure ambizioso e con  la voglia di imprimere a fuoco il suo nome all’insegna dell’arte più a tutto tondo, tenendo conto di tante sue attività collaterali.

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Per il grande pubblico però, tutto è iniziato con la sua partecipazione sanremese, nel 2010, con la delicata e quasi fiabesca “Su quella panchina”, apprezzata nel contesto di una ricca edizione, considerando che in lizza tra le nuove proposte c’erano ad esempio band già note come gli ormai sciolti “La Fame di Camilla”, un sicuro talento come Nina Zilli, artisti che già incidevano per la Sugar della Caselli (Romeus), altri scoperti da Cecchetto come Nicholas Bonazzi, addirittura una boy band nostrana sul punto di esplodere (I Broken Heart College, che alla fine si “bruciarono” portando un pezzo di rara bruttezza) e un fuoriuscito da X Factor, già piuttosto noto alla gente, come Tony Maiello, che infatti si aggiudicò la vittoria finale, a mio avviso ingiustamente.

Ho chiesto quindi a Jacopo per prima cosa che bilancio, col senno di poi, si sia fatto di un’esperienza così particolare come la partecipazione sanremese. Cosa in lui ha prevalso? Emozione?, Gioia di esibirsi davanti a una grande platea? Una palestra necessaria o una cocente delusione?

“Ciao Gianni, piacere mio. Guarda, delusione assolutamente no! Sanremo è il massimo a cui si possa ambire per farsi conoscere, per proporre a un vasto pubblico la tua musica, in un contesto unico. E poi era il mio sogno, e l’ho realizzato, seppur non piazzandomi nei primi posti. Io poi provenivo proprio dall’Accademia, è stato un bel percorso.  Ma non ho nessun rimpianto, ho continuato a comporre – lo faccio di continuo, non mi mancano certo le idee – tanto che c’ho provato pure l’anno scorso. Ripetere l’esperienza mi  sarebbe piaciuto, considerando la maturità acquisita e in generale una maggior consapevolezza di quello che sono in grado di creare”

“Ma almeno mi confermi che quella settimana è una specie di “tritacarne” per chi vi partecipa? Così mi hanno riferito diversi tuoi colleghi”

“In fondo sì, se ti riferisci al fatto che l’attenzione mediatica nei tuoi confronti è assoluta, passi da una radio all’altra, sei invitato a tante trasmissioni, chiedono i tuoi pareri, la gente comune comincia a farsi un’idea di chi sei, vede la tua faccia. E’ chiaro che ingigantisci la tua popolarità, se almeno la paragoni al periodo prima di arrivarci, quando sei ancora nella fase del “sogno”. Io l’ho vissuta bene, aspettavo da tempo un momento simile e, ripeto, calcare quel prestigioso palco, mi  ha regalato una fortissima emozione che mi porterò nel cuore e che spero di poter ripetere un giorno”

(qui sotto il bel brano presentato a Sanremo Giovani 2010)

“Le tue doti comunque non sono passate certo inosservate, per la qualità dei tuoi testi hai ricevuto il prestigioso Premio Lunezia come miglior cantautore emergente e altri ancora a testimonianza della tua qualità da autore. Pensi che la musica possa avere ancora una funzione “sociale”, lanciando dei messaggi a chi ascolta?”

“Nel mio caso, credo proprio di sì, cerco però un linguaggio tutto mio, semplice e diretto se vogliamo, lontano da intellettualismi di certi colleghi, perché il mio obiettivo primario è quello di arrivare a più gente possibile”

PS: – a quel punto intervengo per raccontargli un aneddoto curioso, che riguarda la mia sfera professionale… lavorando a fianco di persone con disagio psichico in occasioni di progetti di teatro terapia di cui mi occupo da anni, ho notato che mentre la fisioterapista preparava degli esercizi specifici usando la musica come sottofondo, proprio la canzone di Ratini suscitava molto interesse, quasi ipnotizzava col suo ritmo da dolce “ninna nanna” come mi piaceva definirla all’epoca –

“Beh, mi fa piacere quello che mi dici, ma guarda , riprendendo il discorso di prima, io scrivo, arrangio, produco le mia canzoni, ma mi muovo e mi viene naturale farlo nell’ambito pop:  certo, un pop “intelligente”, se mi consenti il termine, senza per questo sembrare in nessun modo presuntuoso. Pop d’altronde deriva da popolare e non ha senso, almeno credo non ne abbia per chi voglia comunicare delle cose, o abbia l’esigenza di dire delle cose, chiudersi in una nicchia. Poi, pur non essendo facile creare qualcosa di sempre nuovo, sto cercando anch’io di trovare un mio stile, unico, riconoscibile e questa cosa si ottiene col tempo, visto che io non ho certo intenzione di fermarmi”

Tu intitolasti ironicamente il tuo primo disco autoprodotto “Ora che va di moda auto prodursi”. Era il 2009, solo tre anni fa, eppure ora davvero anche i grandi spesso e volentieri scelgono di auto prodursi. Come vivi questa situazione attuale della discografia, tu che dopo Sanremo hai avuto modo di approdare a un’importante major. Preferivi quella “classica” oppure meglio ora che con i mezzi tecnologici si può confezionare un buon prodotto e grazie al web diffonderlo piuttosto agevolmente?”

“Questo è un discorso interessante e molto vasto, se vogliamo. Non tanto tempo fa era la norma passare da piccole etichette alle major, sperando nel salto di qualità, nel “successo”, termine che onestamente considero sin troppo vacuo, perché in nessun modo esistono delle ricette per emergere, niente segreti ma  tante componenti che devono concorrere tutte insieme per farti emergere a certi livelli di popolarità. Ora è cambiato tutto, e se ne stanno accorgendo in tanti, auto prodursi è diventato non dico una norma, ma quasi una necessità, sia perché obbiettivamente si possono ottenere risultati ottimi senza più spendere cifre importanti, per non dire proibitive, sia perché se parliamo di “vendite” in senso stretto, beh, allora sono davvero pochi quelli che possono poter legittimamente dire che riescono ancora a vendere tanti dischi”

“Per non parlare del fenomeno, ormai consolidato anche in Italia, del crowdfunding che veramente riguarda artisti anche di un certo “peso”, non solo emergenti che hanno bisogno di auto prodursi”

“Quello è un altro aspetto ancora, ma che va sempre in direzione contraria alla logica della major,  che magari sì, poteva avere più mezzi per promuoverti, far arrivare il tuo disco più facilmente nei negozi, ma con Internet tante “distanze” si sono ridotte, affievolite. E poi anch’io sono passato da major all’indipendenza. Il mio ultimo lavoro “Disturbi di personalità” è totalmente mio al 100% (essendo uscito per la mia personale etichetta): mi occupo in pratica di tanti aspetti organizzativi, può essere gravoso per molti, ma allo stesso tempo è stimolante per quelli come me. Così ho un controllo ancora più diretto con la mia musica, e le strategie di marketing cambiano necessariamente. Invito caldamente ad ascoltare il mio  cd, visto che uscirà con canali meno tradizionali, ormai non si può più fare a meno della rete, dei social, e il rapporto col pubblico diventa più intimo, diretto.”

“Dopo l’esperienza di un musical, scritto per Claudia Koll, cosa bolle in pentola? Giri molto  per concerti, quanto è importante un riscontro immediato del pubblico, instaurare la giusta empatia?”

“Sì, una bella soddisfazione, ma d’altronde mi piace muovermi da sempre su più fronti, non perché non abbia una direzione in mente da prendere, ma proprio perché sono interessato a tante forme artistiche, da cui traggo comunque soddisfazioni, come sta succedendo con la pubblicazione del mio libro “Se rinasco voglio essere Yoko Ono” che, al netto di una promozione non proprio massiccia, sta comunque raccogliendo  consensi!”

“Sei un cantautore piuttosto atipico, specie considerando il linguaggio usato, che mescola spesso ironia e delicatezza piuttosto che rabbia e indignazione. Come si sta evolvendo la tua musica, il tuo modus operandi?”

“ Sono convinto di essere maturato come artista e pur mantenendomi appunto nell’ambito pop, ho svariato molto come temi e a livello di arrangiamento e atmosfere: vedo che la risposta del pubblico mi sta dando conforto”

“Quali sono i tuoi modelli di riferimento? E su quale musica attuale sei riversato, parlo dal punto di vista dell’ascoltatore?”

“Non esistono veri modelli di riferimento ma è chiaro che sento più affine a me coloro che scrivono pezzi alla portata di tutti, non banali ovviamente, ma ad ampio respiro, che ambiscano a colpire il cuore di più persone possibili”

“Oltre che musicista, sei pure psicologo del lavoro e attento alle varie arti come la poesia e i racconti. Come concili tutte queste passioni. Quanto i tuoi studi influiscono nelle canzoni o sono risultato di un processo creativo più istintivo e immediato?”

“Beh, psicologo del lavoro appartiene più al mio percorso di studi (ma, aggiungo io, penso abbia contribuito ad avvicinarlo a un certo tipo di sensibilità verso il prossimo), mentre per il resto dicevo che sono interessato a diverse forme che in qualche modo si riconducano all’arte. Il libro ad esempio è nato perché mi piaceva alternare sul palco durante i miei live dei pezzi di racconti, di poesie, di testi e alla fine è venuto naturale, visto anche l’impatto positivo degli spettatori, renderli pubblici. Poi ho ultimato una fiaba e grazie a una bravissima illustratrice ne è nato un progetto interessante che mi auguro possa trovare un editore o comunque una sua collocazione, perché è una cosa a cui credo, come tutti i progetti in cui mi butto a capofitto: sono un iperattivo, non resto mai senza progetti, senza scrivere qualcosa, anche se ovviamente c’è differenza tra una forma e l’altra”

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“Insomma, sei “tante cose” insieme: cantautore, artista, scrittore.. cos’hai scritto sulla carta d’identità?”

“Ah ah, beh, su quella c’è ancora scritto “studente”, per lo meno nell’ultima, in quella rinnovata non è più indicato il “mestiere”, però rispondendoti più seriamente devo dire che, riallacciandomi a quanto accennato prima, le differenze sono notevoli quando ti metti all’opera per qualcosa, sia un disco o un libro. Sono sempre un fermento di idee, anche in relazione a un nuovo romanzo, più strutturato e pensato. Ma appunto, lì il modus operandi è completamente differente. A parte che ci vuole materialmente più tempo, e poi non basta una storia, occorre ovviamente saperla strutturare, comporla, lo ritengo un lavoro stupendo ma certamente più meditato rispetto alla forma canzone.

In quel caso, è diverso, la mia ispirazione può venire all’improvviso: una melodia, un termine particolare, una frase che ti colpisce. Le classiche volte in cui magari per non perdere l’ispirazione e l’attimo ti ritrovi a segnarti gli appunti ovunque capita, poi una volta a casa con calma ci si lavora, si riprende lo spunto e si parte. Penso quindi – tornando alla tua domanda – di essere nettamente più portato alla forma canzone, proprio a livello espressivo. Scrivo in continuazione, quando incido un album ho già le idee per il prossimo,e questo mi conforta perché vedo la mia carriera come un percorso, un itinerario che va avanti, sempre con più esperienza e con più maturità, e ovviamente cercando sempre di migliorare, di salire un gradino. Ma più che un conforto vero e proprio, direi che è la realtà che già concretamente sto vivendo, quella di fare la vita dell’artista, seppure i tempi siano cambiati, come detto all’inizio”

Dopo aver ascoltato il recente album di Jacopo, posso confermare le sue parole: se da una parte il registro poetico è sostanzialmente simile come approccio ai lavori precedenti, si nota un voler affrancarsi da certe strutture musicali, lasciando spazio anche a brani più ritmati e meno riflessivi, pezzi allegri dove non fa mancare la sua proverbiale ironia (come nel frizzante brano “Mi sono innamorato del tuo nome, purtroppo”) , altri in cui prevalgono elementi più chiaramente autobiografici o che ben si riferiscono a ritratti di rara umanità, tipo “Ogni mio passo”, la mia preferita dell’album, brano profondo e dall’arrangiamento insolito.

 

Un caloroso saluto a Jacopo e un enorme “in bocca al lupo” per il prosieguo della tua carriera, all’insegna della qualità.

“Ricambio volentieri il saluto e grazie a te”

 

(nota a margine: l’intervista con Jacopo era prevista tempo prima, come minimo sicuramente a ridosso dell’uscita del disco – quindi maggio – ma un po’ per motivi promozionali suoi, tra lancio del disco, numerosi concerti e la divulgazione del suo libro e soprattutto per  il fatto che quest’estate l’ho purtroppo trascorsa per lo più in ospedale per problemi di salute – ora si spera definitivamente alle spalle- ci siamo sempre tenuti in contatto e l’idea di farla telefonicamente è venuta proprio da Jacopo a testimonianza della sua disponibilità.  Sono molto soddisfatto dell’esito e mi rendo conto che il contatto telefonico, non sempre possibile con tutti gli artisti che si intervista, sia meglio talvolta di una via mail, ma è stato quanto meno “bizzarro” e particolare farla da un letto d’ospedale, nell’orario post flebo del pomeriggio! Comunque, anche a detta della mia ragazza, che stava al mio fianco, tutto è filato liscio e ha compreso subito la bella empatia instaurata tra il sottoscritto e l’artista)

(qui sotto uno dei migliori brani contenuti nel suo ultimo lavoro discografico “Disturbi di personalità”)

 

(Gianni Gardon PELLEeCALAMAIO)

Music Summer Festival: altro che Festivalbar!

Ero indeciso se dedicare addirittura un intero post al Music Summer Festival, annunciato come grande novità del palinsesto Mediaset di quest’estate, salutato da più parti come erede più diretto di quella kermesse storica che ha accompagnato intere generazioni di piazza in piazza per tantissimi anni, vale a dire il Festivalbar. Stimolato da una conversazione avvenuta su un noto social network, eccomi quindi condividere con voi lettori le mie impressioni. Innanzitutto, io, al di là del contesto godereccio, di aggregazione giovanile e di voglia di fare festa, non ho rivisto quello spirito che emanava il mitico, quello sì, programma ideato dall’ indimenticato Salvetti. Sgombero il campo da possibili equivoci, non è questioni di facili nostalgie per il tempo andato (pure lecito quando arrivi a 36 anni), nè un desiderio inconscio di voler per forza paragonare, comparare, due epoche che sembrano lontanissime, visto il mutamento stesso della società tutta – avvenuta a ritmi vertiginosi – con conseguenze dirette sul modo di usufruire, ascoltare, produrre, presentare quel bene prezioso che è la musica. Eppure anche mia mamma, che si è vista una finale all’Arena del Festivalbar sul finire degli anni 70, mi ha scritto a un certo punto un sms dicendomi che i programmi le parevano simili.

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(Clementino, il mio favorito è lui: buoni testi, bella attitudine e musiche che non tradiscono la sua terra)

Mah, musica di tendenza a parte… domina il teen rap e questo è un dato di fatto… a mio avviso il rap vero è un altro, n0n dico quello delle posse o quello per forza di cose politicamente impegnato, ma qui siamo a livelli di pop di consumo, di isterie che mi fa sempre pensare a fenomeni “da stagione”. Non me ne vogliano coloro che sono partiti dall’underground e che ora si godono dei primati in classifica FIMI (Salmo, Gemitaiz, Ensi, Rocco Hunt, Vacca, Noyz Narcose tanti altri)… infatti loro non sono stati invitati… ma per tutti gli altri l’effetto è del “mordi e fuggi”,come quella moda effimera di due/tre anni fa che aveva portato alla ribalta insipide teen pop italiane come Lost, Dari ecc… poi scomparse dalle scene. Se devo dire comunque un nome che rappresenta il rap per come piace a me, allora spendo volentieri una parola per Clementino. Lui sì che mette nei testi tematiche sociali, vicine alla sua città e lo fa con buon gusto musicale, non dimenticando le radici napoletane. “O’ vient” è un gran pezzo. Poi parere personale, eh? Uno può anche accontentarsi di ballare e saltare per un  brano come “Alfonso Signorini” del pluritatuato Fedez, ma nella musica io cerco altro.

Tuttavia qualcosa secondo me non ha funzionato dalla base, dai conduttori ad esempio. Stendo un velo pietoso sul figlio di Walter Chiari, e passo alla Marcuzzi. Dai, almeno studia un po’.. cavoli, c’è Nicole Schwerzinger, possibile che proprio non sappiate spiaccicare una sola parola di inglese??? E’ vero che pure gli stranieri dovrebbero sforzarsi di dire due parole in italiano, però scusa, te che conduci, interagisci un po’, mostra interesse e professionalità! Il criterio di gara poi è quanto meno ambiguo: ammetto che non mi sono ben informato sul regolamento prima di mettermi alla visione ma quando ho sentito parlare di gara per emergenti e Moreno me lo escludi, beh, mi viene qualche dubbio. Forse perchè si dà per scontata la sua vittoria, così come lo era quella ad Amici (torniamo al discorso della “moda” del teen pop e delle scene di isteria delle quattordicenni, le stesse che vanno ai One Direction… il pubblico è il medesimo, vorrà dire qualcosa?), e allora diciamolo, è stato una m0ssa promozionale vera e propria: piazzarlo in apertura, al massimo dell’audience, fargli gli inevitabili complimenti.. ma ripeto, il rap esiste nei bassifondi da 30 e passa anni ormai… e poi via alla gara, francamente in tono dimesso. Una Bianca Atzei, per cui nemmeno il duetto con i Modà ha portato un po’ di gloria, veramente deludente, nonostante l’apporto di un plastificato e lampadatissimo Maurizio Solieri ad affiancarla alla chitarra elettrica.. Si sta parlando di uno dei migliori chitarristi rock italiani… ovviamente non cag.. non citato dai competenti conduttori. I big poi non mi entusiasmano in simili contesti.. cavoli, è una gara di giovani? E allora non rubare la scena, tanto sei ovunque. Logico, il brano di Zucchero mi è piaciuto tantissimo, ma sarebbe ora che questi big si mettessero in gioco in una gara una volta ogni tanto… L’amico Carlo Calabrò, musicofilo italiano (questo è il suo interessante blog http://notedazzurro.blogspot.it/ suggeriva una soluzione che a me non dispiacerebbe.. perchè non dare spazio in competizioni simili al rilancio di artisti certo non datati o “vecchi” che proprio in questi giorni a fari un po’ spenti sono tornati sulle scene con un nuovo disco? Gente valida come Fabrizio Moro, Alexia o la giovane Erica Mou che ormai si è inserita con successo pure nel contesto indie alternativo, collaborando con ottime band come Perturbazione ed essendo stata prodotta per il suo sorprendente terzo  album (secondo dopo Sanremo con etichetta Sugar)dal Subsonica Boosta, mago dei suoni elettronici. Tanti quesiti, tanti dubbi che mi hanno lasciato l’amaro in bocca, tanto che alle 10 e poco più ho spento la tv e mi sono immerso in una piacevole lettura che in più parti rievocava il mito del Cantagiro, alla faccia del passato e della nostalgia 🙂 In definitiva, mi è parso più efficace il WIND MUSICA AWARDS, ed è tutto dire!