I primi frutti di tanto lavoro: dopo il convegno a Firenze sulla musica indipendente, domenica 4 presenterò al MEI di Faenza il mio quarto libro “Rock’n Words”

Mi rendo conto che è da un bel po’ di tempo che non scrivo di “cose personali” in questo blog, utilizzandolo (tra l’altro con una frequenza molto ridotta rispetto agli anni precedenti) tutt’al più per condividere alcuni miei articoli che pubblico on line su vari siti o eventi ai quali ho partecipato. Non è stata una scelta “a tavolino” la mia: semplicemente il tempo da potervi dedicare si era come compresso nell’ultimo periodo. Il lavoro in struttura mi impegna molto, e anche le altre attività extra che nel tempo si sono – come dire – moltiplicate. Si scrive di più, insomma,anzichè no, ma lo si fa in altre circostanze, per riviste, siti, o cercando il più possibile di procedere con la realizzazione di manoscritti, i quali poi si spera potranno diventare veri e propri libri.

Nel 2015 ho in pratica raccolto un po’ i frutti, o forse sto iniziando a farlo ora, di quanto seminato nel biennio precedente. A livello letterario, quindi, sono molto impegnato con le mie due ultime, ravvicinate (oltre che correlate) pubblicazioni, entrambe di saggistica musicale: “Revolution 90” e “Rock ‘n Words”, usciti come i miei due precedenti “Verrà il tempo per noi” (romanzo di narrativa) e “Pinguini di carta” (raccolta di testi) per “Nulla die Edizioni” di Massimiliano e Salvatore Giordano. rispettivamente nel 2014 e a giugno 2015.

Ho terminato da un po’ anche un saggio sulla mia “vera” materia, il calcio, una raccolta di ritratti di atleti di questo sport (di varie epoche e nazionalità) che, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a mantenere le grosse aspettative che c’erano su di loro.  Ho preso spunto per questo mio nuovo lavoro da una fortunata rubrica che tenni per qualche tempo sul “Guerin Sportivo”, testata per cui collaboro, chiamata “Stelle Comete”.

Quindi, ho rimesso mano alle schede e alle minibiografie già pubblicate, eventualmente riattualizzandole, integrando il tutto con molte altre storie, cercando così di dare un quadro più esaustivo e ricco dell’argomento preso in esame. Penso di aver scritto un buon lavoro, senz’altro ricercato e di un qualche interesse almeno per gli appassionati sportivi… pertanto, la mia “attesa scrittevole” è riposta qui al momento.

Ho in cantiere poi due progetti diversi: riprendere in mano un soggetto per un nuovo romanzo (ammetto che avrei voglia di cimentarmi con una nuova storia di narrativa, sperando di mettere a frutto quel po’ di esperienza maturata nel frattempo in questi anni, e data inoltre da moltissime letture) e dedicarmi a una nuova opera di saggistica, in questo caso però legata all’attualità.

Proprio per questo mi sa che dovrei riordinare le priorità e mettermi al lavoro per raccogliere materiale in tal senso, perchè sarebbe il momento giusto: scrivere di questi artisti – che per mantenere un po’ di suspence non nominerò –  oltretutto considerando che sono persone che stimo molto e che ho avuto modo di conoscere benissimo negli anni; quindi di informazioni anche “esclusive” o comunque inedite ne avrei, proprio per conoscenza diretta. Vedremo! Il problema è il solito, il tempo! Però, solitamente quando mi ci metto, poi divento molto “vorace” di parole, e lo scrivere fluisce quasi da sè. Con 4 libri pubblicati in 4 anni e uno già terminato credo di essere stato sin troppo prolifico in fondo 🙂

Poi si fa ogni cosa con passione, si scrive perchè si ha un bisogno, un’esigenza, un’urgenza, che poi genera irrimediabilmente altra urgenza, cioè quella di comunicare ciò che hai scritto. Nel mio caso non è più una questione “narcisistica” (e se lo è stata in parte, lo è stata solo inevitabilmente all’inizio, quando è innegabile faccia un certo effetto vedere il proprio nome e cognome stampato su una copertina e il proprio lavoro in uno scaffale di una libreria), anzi, forse in questo senso non me la sono mai “goduta” fino in fondo, e quando raggiungo un risultato che mi ero prefissato, mi vien naturale pensare al prossimo step. E’ una questione caratteriale, non è che sono uno scontento cronico… sono sicuramente soddisfatto di quanto fatto finora ma sono una persona che ambisce sempre a qualcos’altro, che cerca di arrivare altrove, dove ancora non è arrivato.

Più che le vendite che, se paragonate ai bestsellers sono veramente risibili, ma in fondo lo sono ugualmente, se si considera che per arrivare a camparci bisogna proprio fare il botto o mille altre attività collaterali, a inorgoglirmi e a incitarmi a proseguire sono le occasioni di incontro con persone che ti stimano per quello che scrivi, o ancora meglio, per quello che sei. Nel mio caso mi fa molto piacere quando mi dicono che il mio stile è riconoscibile, non lo vedo assolutamente come un limite, e se ci penso è strano perchè avendo scritto un romanzo, una silloge, un saggio romanzato e un saggio con interviste e approfondimenti – quindi opere profondamente differenti –  è un fatto direi inusuale. Anche nella vita però sono così, non riesco a fare una cosa sola, perchè io per primo sono “tante cose”, abbastanza mutevole o forse più semplicemente “un curioso” per natura. Ciò mi incita a continuare, a voler sempre progredire, conoscere, sapere, per provare a migliorarsi.

Dicevo delle occasioni di incontri…  proprio lo scorso weekend, accompagnato dalla mia splendida moglie Mary (che mi asseconda seguendo la mia inclinazione, a volte faticando a starmi dietro, con tutto ciò che mi frulla per la testa e relativi progetti), sono stato a Firenze, nella splendida cornice di Villa Strozzi. L’occasione era ghiotta, una “due giorni” interamente dedicata alla musica e alla cultura indipendente della scena toscana, e fiorentina in particolare. Ero inserito in cartellone per presentare il mio “Rock ‘n Words” nel quale ho intervistato tantissimi esponenti della scena rock italiana tout court. Ho avuto modo di conoscere persone davvero influenti della musica italiana recente, membri storici di band come Litfiba, C.S.I., produttori, manager, editori, giornalisti, soprattutto tanti appassionati della musica che amo. E’ stato bellissimo stare in mezzo a loro, e poter intervenire a mia volta al convegno per presentare la mia opera. Tra le varie persone mi ha fatto immenso piacere conoscere finalmente di persona Giordano Sangiorgi, patron del MEI, bellissima manifestazione ventennale che si tiene a Faenza sul mondo della musica indipendente italiana (che ho intervistato fra gli altri proprio nel mio libro, e che in pratica mi ha messo in contatto con quelli dell’organizzazione qui a Firenze) e Bruno Casini, il primo storico manager dei Litfiba, i migliori, quelli della storica prima formazione. Bruno è stato il promotore della manifestazione fiorentina e si è mostrato una persona affabilissima, disponibile, con l’entusiasmo di un ragazzino, nonostante sia da decenni che opera in questo mondo.

E domenica 4 ottobre, quindi fra 3 giorni, avrò modo di presentare il mio libro proprio al MEI di Faenza, e per me sarà un’emozione davvero particolare. Al MEI ci sono stato in molte occasioni, era per me un po’ come andare al luna park, con tutta quella musica live, quei dischi spesso introvabili (delle etichette indipendenti, la cui rassegna è in pratica interamente dedicata), quei libri, le biografie, i saggi, i gadget, le bancarelle, i convegni, i molteplici incontri, le scoperte!

E’ vero che quest’anno avevo in mano la carta giusta e così ho provato a giocarmela dal momento in cui avevo, come detto, intervistato anche il patron Sangiorgi. Poi nel libro avevo fatto intervenire anche Federico Guglielmi, uno dei massimi critici di musica rock in Italia, lo stesso che poi,con mia grandissima soddisfazione, mi aveva coinvolto come giurato per l’assegnazione del PIMI 2015, targa speciale che va consegnata nei giorni del MEI (1-4 ottobre quest’anno) al miglior disco indipendente italiano dell’anno. Insomma, c’erano i presupposti per essere inserito nel programmone degli eventi, e così è andata. E se comunque il grande Guglielmi, impegnatissimo in simultanea con altri incontri, mi ha detto che gradirebbe intervenire sul palco per dire due parole, nel momento in cui mi è stato chiesto di indicare un nome di giornalista come possibile mio interlocutore, non c’ho pensato un attimo!

Ho subito fatto il nome di Riccardo Cavrioli, uno dei miei migliori amici, con cui in 20 anni ho condiviso un numero ormai non più quantificabile di eventi, concerti, momenti da ricordare. Una persona che non solo è di diritto tra quelle che contano nella mia vita – è stato anche fra i miei testimoni di nozze 🙂 – , ma anche un grandissimo esperto di musica, con una competenza incredibile. In pratica iniziammo insieme, in una radio locale, ma un po’ di strada evidentemente l’abbiamo fatta da allora, senza perdere di vista la nostra realtà quotidiana, senza voli pindarici, ma sempre procedendo a piccoli passi.

E quindi mi emoziona sapere che, proprio noi che per tanti anni ci ritrovavamo a girare come trottole impazzite tra i padiglioni e i gli spazi del MEI ad assistere a premiazioni, presentazioni ecc, ora saremo “dall’altra parte”: lui come giornalista a intervistare me come autore! Anche per questo, comunque vada, so già che per me “sarà un successo”, e un momento che rimarrà impresso… uno di quei motivi per cui dico che vale ancora la pena scrivere e raccontare.

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Report della presentazione del mio libro “Revolution ’90” alla libreria Feltrinelli di Verona

Sabato pomeriggio per la prima volta ho presentato un mio libro al circuito Feltrinelli, precisamente a Verona. Ci tenevo che tutto andasse bene, perchè in fondo si tratta della mia città e perchè è sempre emozionante incontrare persone, poche o tante che siano, giunte apposta per sentirti, incontrarti, conoscerti, stringerti la mano. E’ stata una festa, in mezzo a diversi amici, alcuni giunti per l’occasione anche da molto lontano (Trento, Milano, dalla bassa provincia), parenti stretti (immancabili e non smetterò mai di ringraziarli per il continuo sostegno e apporto) e a facce nuove ma già conosciute e che ho accolto con particolare piacere. Con la diretta dalla webradio yastaradio, con la quale ho modo di collaborare, curata dal grande Dalse, sempre impeccabile, e presentato dall’immenso Riccardo, valente giornalista di Rockerilla e Troublezine, ma soprattutto amico e compagno di tante avventure, alcune delle quali narrate pure nel libro, tutto è filato liscio, in piena serenità e in un clima rilassato e divertito. “Revolution ’90” è stato ben introdotto dall’organizzatrice dell’evento, Silvia Franceschini, e spiegato tra il serio e il faceto da me e Ricky, abile come sempre a pungolarmi con domande molto pertinenti e interessanti. Tra noi c’è piena sintonia, ci conosciamo da ben 18 anni e abbiamo condiviso molte esperienze insieme, legate alla musica. Tra gli sguardi divertiti dei presenti, di mia moglie in primis, è stata snocciolata l’essenza di questo mio saggio “sui generis”, edito da Nulla die, che per la terza volta mi ha rinnovato fiducia, portandomi alla pubblicazione. Un libro che non è solo una raccolta di dischi significativi dell’epoca dei ’90, ma soprattutto un viaggio a ritroso nella società e cultura dell’epoca, con tanti aneddoti personali legati a determinati gruppi, artisti, dischi, canzoni, alle emozioni che hanno saputo regalarmi e che ancora, a distanza di tanti anni, mi suscitano all’ascolto. Sabato 29 novembre replicherò a Legnago, in provincia di Verona, dove davvero sarò nel mio ambiente e molto probabilmente circondato da tante persone, molte delle quali più facilitati a partecipare. Mi voglio godere queste giornate, frutto del tanto impegno speso a seguire questa mia grande passione, quella di scrivere, di comunicare. Grazie a tutti quelle persone che mi hanno dato fiducia e che, leggendomi, continuano ad alimentarmi il Sogno! 🙂

Vi lascio con alcune foto dell’evento di sabato sera in libreria a Verona

il mio libro ben esposto in Feltrinelli

il mio libro ben esposto in Feltrinelli

 

chissà che aneddoto stavo raccontando a Riccardo

chissà che aneddoto stavo raccontando a Riccardo

 

un po' di foto del pubblico accorso

un po’ di foto del pubblico accorso

 

panoramica sul pubblico

panoramica sul pubblico

Rock italiano anni ’90: C.O.D.

I C.O.D., band trentina capitanata da Emanuele Lapiana, furono tra coloro che, seppur brevemente – come una stella cometa – illuminarono le sorti del nascente rock alternativo italiano degli anni  ’90. Avevo anticipato la mia volontà di dedicare spazio nel mio blog a quegli artisti che, per una serie di ragioni, non avevano trovato spazio all’interno del mio volume sulla musica italiana, “Revolution ‘90”, da poco pubblicato da Nulla die edizioni e già disponibile nei vari bookstore.

Nel loro caso non si è trattato di demeriti artistici, anzi, il gruppo seppe imprimere nella memoria collettiva un sound davvero unico, originale e poco declinato su ciò che andava per la maggiore dalle nostri parti. Niente rock aggressivo, rimasugli grunge o tentativi di flirtare con la canzone d’autore ma piuttosto la ricerca ponderata di un equilibrio tra forma e sostanza, tra leggerezza e intensità, dosate alla perfezione tra testi trasognanti, disillusi e tormentati  e arrangiamenti particolari, che strizzavano l’occhio al pop rock elettronico, quello “vero”, non infarcito di suoni smaccatamente commerciali. La forza di canzoni come “Fiore” o “Polaroid” stava nell’impatto melodico, nella profondità di fondo, ben compensate da testi comunque comprensibili, senza velleità intellettualistiche. E’ addirittura improprio scrivere di loro come band “indie”, sebbene nell’attitudine lo fossero ben più di altri che si ergevano a paladini di una certa purezza d’intenzioni. Il fatto che, appena messo fuori il naso dal Trentino, avessero cominciato a far incetta di premi importanti, come “Enzimi” o il “Pim” ha senz’altro condizionato i loro destini, facendo loro firmare con il colosso Virgin.

All’epoca il rock italiano sembrava davvero sul punto di deflagrare (e alcuni indizi erano più che sufficienti a farne delle prove, vedi le affermazioni su vasta scala di C.S.I., Subsonica o Marlene Kuntz) ma comunque era un fatto insolito che una multinazionale mettesse sotto contratto degli esordienti assoluti. Proliferavano le etichette indipendenti che, proprio grazie al loro acume e fiuto per i talenti, fronteggiavano quasi alla pari sul piano della visibilità queste grosse case discografiche. L’effetto boomerang nel caso dei C.O.D. fu lampante. Un album eccezionale come “La velocità della luce”, prodotto da un nome allora molto in auge, Luca Rossi, artefice dei successi degli interessanti Ustmamo, non ebbe tutto il risalto che avrebbe meritato, nonostante gli echi di R.E.M., Smiths e altre suggestioni fossero ben presenti. Forse in Virgin ragionavano per grandi numeri, fatto sta che iniziò un momento di crisi per il gruppo, in particolare per il leader che, col senno di poi, ha ammesso che forse non erano pronti, nonostante il tanto entusiasmo e il talento autentico, a fare della musica una professione, anziché viverla con la passione degli esordi. Cambiarono i vertici in società, forse qualcuno non credeva più in loro, o semplicemente non era avvezzo a una proposta così all’avanguardia e poco consona alle classifiche, a ciò che tirava in ambito rock italiano. Cambiò pure la formazione, creando disagio in Lapiana che, pur riconoscendo il valore dei nuovi compagni, non vi si trovava in piena sintonia. Sciolto il pesante contratto con la major, passarono ben 6 lunghissimi anni per dare un seguito a quella fulgida opera prima. Quando nel 2005 venne dato alle stampe il seguito, sotto marchio Fosbury Records, distribuito da Audioglobe, già il titolo era programmatico del tema dell’album. “Preparatevi per la fine” era annuncio imminente di ciò che sarebbe successo, con la sigla sociale ormai congelata. Un album oltremodo diverso dal primo, ma con spunti interessanti che poi Lapiana riuscì magistralmente a far confluire nel suo album solista, uscito sotto pseudonimo N.A.N.O. , in cui l’elettronica “da cameretta” si sposa alla perfezione col pop più sofisticato. Negli anni ho avuto modo di conoscere Emanuele, tramite amici comuni, e l’impressione è quella di un giovane uomo in pace con sé stesso, realizzato in altri settori ma sempre col pallino della musica nel cuore. Un talento straordinario che avrebbe meritato maggior risalto, indubbiamente!

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Cosa bolle in pentola?

Mi lascio alle spalle il Ferragosto più piovoso della mia vita e ne approfitto, in questo sabato mattina che mi pare domenica, per riprendere a scrivere su questo blog, ultimamente un po’ trascurato, ma solo per motivi contingenti. Negli ultimi mesi… mi sono sposato, ho fatto una piccola ma salutare vacanza, ho continuato a scrivere altrove – per fortuna – e ripreso il lavoro piuttosto velocemente e a buon ritmo.
Da settembre in poi si dovranno concretizzare un bel po’ di cosette. Innanzitutto con agosto terminerò la mia fortunata rubrica sul sito del Guerin Sportivo (“Stelle Comete”). Era stato un esperimento, una proposta fatta ormai diversi mesi fa al direttore Matteo Marani e alla redazione, un modo per omaggiare non solo quei campioni conclamati per i quali i gol e le carriere parlano da sé, ma anche coloro che magari per un breve ma intenso lasso di tempo hanno fatto comunque sognare i loro tifosi. E allora, via via, ho presentato le storie di Morfeo, Massimo Orlando, De Franceschi, Pirri, Meghni, Paro, Martinez, Dell’Anno, Iannuzzi, Cipriani, Bernacci, Oshadogan, Coco, Baronio, Ventola e altri ancora. All’appello ne mancano due, che verranno nelle prossime conclusive settimane del mese. Poi, mi auguro, riprenderò a scrivere sulla rivista, dopo aver dato il mio buon contributo nel numero speciale del Guerin sui Mondiali Brasiliani. Avevo scritto di Costa d’Avorio, Ghana e Nigeria e alla fine è stata proprio quest’ultima, la meno accreditata alla vigilia, a fare la miglior figura. Con l’autunno riprenderò la collaborazione anche con “Il Nuovo Calcio”, iniziata quest’anno, e probabilmente anche il programma radio su yastaradio.com dopo le 10 puntate andate in onda fino all’estate. Ma soprattutto finalmente sarà la volta di “Revolution 90”, il mio terzo lavoro letterario. Devo dire la verità, pensavo onestamente che a quest’ora il libro, che verrà pubblicato da Nulla die Edizioni, sarebbe già stato presente in libreria, ma purtroppo i tempi si sono allungati. Dapprima la decisione, concordata con l’editore Salvatore Giordano e condivida pienamente dal sottoscritto, di dividere il volume in due parti, vista la mole dell’opera: un saggio vero e proprio con schede di dischi e rubriche e una parte dedicata all’approfondimento, con interviste esclusive e tanti contributi di addetti ai lavori (artisti/musicisti, giornalisti, discografici, organizzatori di eventi). Alla fine quindi per la prima settimana di settembre uscirà il saggio, sul quale ho riversato tutto me stesso, mentre confido entro anno possa essere disponibile anche il suo “gemello”, per il quale sto assemblando al meglio tutto il materiale inedito finora raccolto. E’ stata una vera sfida, finora avevo pubblicato un romanzo e una raccolta di testi, mi ero cimentato in opere teatrali ma coltivo da sempre una passione per la saggistica di vario genere. Ne leggo in quantità industriale, negli anni ho scritto tanti articoli e brevi saggi, quindi ormai più di un anno fa ho deciso di provarci. E devo dire che la fatica è stata, non dico più grande, ma sicuramente “diversa” rispetto a quella per scrivere un’opera di narrativa. Laddove infatti reputo difficile articolare la storia e renderla al meglio, una volta identificata una buona trama, in un saggio contano elementi di veridicità, di verifica delle fonti, di attendibilità e di obiettività: niente deve essere lasciato al caso, anche se a fare la differenza può essere lo stile personale dell’autore, almeno per me (da lettore) è sempre stato così. Mentre per l’altro libro in lavorazione la soddisfazione è ancora maggiore, perché la quasi totalità della gente interpellata – che non svelo solo per non togliere “suspence” ai miei potenziali lettori – mi ha dato da subito piena disponibilità a far parte del progetto, concedendomi fiducia e in molti casi arricchendolo notevolmente l’opera dall’alto delle loro esperienze dirette in materia. In realtà sto ancora attendendo due contributi, di persone che stimo profondamente, ma – ahimè – ho dovuto/voluto darmi anch’io ormai un termine per la consegna della bozza definitiva, in quanto temo altrimenti di slittare troppo in avanti col tutto, considerando che alcune interviste le ho realizzate quasi un anno fa, e pur essendo l’argomento del libro circoscritto a un’epoca precisa (la musica italiana emersa negli anni ’90), è chiaro che nelle risposte ci entri sempre anche l’attualità del momento in cui si scrive. Per questo quindi vorrei davvero che il libro uscisse al limite entro il 2014, non oltre. Ma direi che ormai sono a buon punto. Pertanto, visto che un po’ di cose bollono in pentola, speriamo che dal calderone si possa estrarre qualcosa di veramente significativo, fermo restando che sto già covando nuovi progetti per l’anno venturo… non riesco proprio a stare con le mani in mano. Spero di ritrovarvi numerosi al mio fianco lungo questo cammino che ho intrapreso, pressappoco nel periodo in cui ho aperto questo blog, che grazie a tutti voi – che crescete di settimana in settimana – continua ad alimentarsi, seppur con i miei tempi. Ps.. in mezzo a tanto lavoro però mi aspetta anche il vero viaggio di nozze nella seconda metà di settembre. anche Mary sta tirando tantissimo in questo periodo. Un abbraccio. Gianni G.

Le mie impressioni sul ritorno dei Coldplay e il loro ultimo album “Ghost Stories”

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Scrivo saltuariamente di musica (chi mi segue lo sa già) nonostante la mia materia “professionale” sia lo sport. Ultimamente mi sono molto concentrato su un progetto importante, un saggio sulla musica italiana che proprio a giugno vedrà la sua uscita. Molte energie in ambito di scrittura musicale sono state necessariamente riversate lì, fermo restando il mio appuntamento settimanale col programma radio che va in onda su yastaradio ogni venerdì alle 21. Le recensioni in senso stretto si sono tuttavia ridotte, non perchè non abbia continuato ad ascoltare musica (… in fondo… è la passione di una vita, sotto vari aspetti!) ma perchè il tempo per scriverne era sempre più compresso e il materiale da valutare davvero molto. Tra quella che compero, scarico, ascolto in rete, e quella che ricevo da radio, uffici, amici ecc è difficile starci dietro, anche se a volte l’istinto di dire la mia fa sì che prima di andare a letto ancora mi possa venire in mente di accendere un’ultima volta il pc per lasciarvi alcune mie impressioni. Non è questo il caso, e perdonate la lunghezza dell’incipit. Questa infatti non vuole essere una recensione, sto scrivendo di corsa e a briglia sciolta in un momento di pausa da tutt’altro (tanti impegni si stanno sovrapponendo tra giugno e luglio) ma da giorni sono sintonizzato fra gli altri sul nuovo, tanto per cambiare, discusso disco dei Coldplay, una band che – a scanso di equivoci lo dico subito – ho letteralmente adorato per i primi tre dischi. Non voglio passare per uno snob, in fondo ascolto roba anche veramente commerciale e non me ne vergogno, ma spesso sono anch’io assoggettato dalla sindrome “del successo”, specie se ritieni di essere stato “tra i primi” a fiutare un potenziale nuovo fenomeno della musica. Nel caso del gruppo di Chris Martin e soci, ai tempi di “Parachutes”, il loro epocale esordio, mi direte voi che non ci sarebbe voluto un genio per capire dove sarebbero arrivati. Ma in realtà vi ricordo che eravamo a fine ’90, inizio duemila in un momento delicato di passaggio, dove la musica – e l’industria – stavano prendendo direzioni diverse, spesso non convergenti quando si trattava di proporre musica di qualità. La loro indubbiamente lo era, come il fatto che si trattasse di qualcosa, certo ispirato e riciclato,  ma comunque innovativo. Niente schitarrate rock ma nemmeno pop melenso, commerciale nel senso più bieco del termine. Atmosfere languide, soffuse, pianistiche, che poi avrebbero fatto la fortuna per tutta una schiera di band a loro volta ispirate ai Coldplay, i primi che fecero il botto col “nuovo verbo” (parlo ad esempio di Keane, Starsailor… ma persino i nostri Negramaro a inizio carriera li potevano ricordare, ascoltate ad esempio “Solo” o “Come sempre” e poi ditemi…). Ho adorato, dicevo, i Coldplay per i primi tre album, mentre ammetto candidamente di averli un po’ snobbato nel periodo di massima esposizione mediatica, coincisa col boom mondiale dei successivi “Viva la vida” e “Mylo Xyloto”. Semplicemente non erano più i miei Coldplay, nonostante sin da subito, dagli esordi in pratica, fossero già divenuti popolari ai più e non solo patrimoni di pochi sedicenti esperti. Non mi piacevano le loro soluzioni musicali ricercate, il loro tentativo di avvicinarsi a dei gusti di un pubblico perennemente in evoluzione ma allo stesso modo volubile, sempre più attratto dalle mode del momento. In particolare “Mylo Xyiloto” ho fatto fatica a digerirlo, concedendogli sporadici ascolti, escludendo quelli “passivi”, i bombardamenti di radio e tv. Ora con questo “Ghost Stories”, al quale mi sono accostato con curiosità ma anche con parecchia diffidenza, visto l’ennesimo cambio di rotta evidenziato nel lentissimo singolo apripista “Magic”, dal sapore elettronico/retrò, in parte sto ritrovando il mio gruppo. Saranno state le vicissitudine amorose occorse al leader, separatosi da poco dalla moglie, l’attrice Gwynteh Paltrow, o una consapevolezza che forse si stava troppo uscendo dai binari, deragliando ogni contesto musicale per frullare in modo poco autentico pop, dance, house ecc… fatto sta che in tracce come l’apertura “Always in my head” (titolo assai emblematico…),  l’onirica “Ink”, una delle mie preferite del disco, le sognanti “True love”, “Midnight” e “O”, ripresa in due parti, ho ritrovato quei suoni cari alla band, soprattutto quelle atmosfere calde e profonde per cui mi ero innamorato di loro al primo ascolto. Poi per i ragazzi che volessero per forza scatenarsi, ballare e stare al passo col trend, ecco che comunque una concessione forte al mercato i 4 inglesi l’hanno data col compatissimo nuovo singolo, in odor di… Avicii e David Guetta, “A Sky full of Stars” ma un piccolo cedimento glielo posso, a questo punto, concedere anch’io in cambio di un disco che nel complesso ritengo all’altezza della loro fama.

In anteprima una mia intervista al grande Umberto Palazzo dei Santo Niente: un’occasione per parlare dell’argomento del mio saggio sulla musica italiana anni ’90 e sul suo personale percorso artistico

PELLEeCALAMAIO ha il piacere di ospitare Umberto Palazzo, protagonista del panorama musicale alternativo italiano sin dagli anni ’80, alla guida di varie band  e ora protagonista di interessanti e diversi progetti.

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 “Ciao Umberto, l’argomento del mio saggio di prossima uscita è sì la musica italiana emersa nel decennio dei ’90 ma anche il contesto in cui veniva intessuto lo sviluppo artistico e culturale, se in effetti c’è stato. Tu che ne sei stato protagonista in prima persona, è stata “rivoluzione”, rispetto alle derive anni ’80 o solo un’illusione?”

 All’ inizio degli anni novanta ci fu un momento di vuoto assoluto dominato dai Litfiba e dai loro emuli, che faccio fatica a definire musica che mi appartenga. Le contemporanee tendenze americane erano seguite  poco o nulla, però erano molto vitali le scene hardcore e “posse”. I CCCP si erano sciolti. Poi arrivammo noi, quello che fu poi chiamato il Nuovo Rock Italiano e in un certo senso ci fu una piccola rivoluzione, favorita dall’exploit mondiale del grunge.

“Vorrei partire analizzando i passi della tua lunga carriera. Eri un giovane che ti spostasti a Bologna per motivi di studi (poi completati)..un iter comune a molti, così come l’infatuazione per la città, i suoi stimoli. In cosa pensi sia cambiata l’atmosfera rispetto a quei tempi?” 

Bologna non mi dice più niente, è sempre una bellissima e civilissima città, ma non è certo il crocevia di idee e creatività che è stata per un certo periodo. Direi che oggi un posto vale l’altro, abbiamo internet e gli aperitivi è meglio non frequentarli.

“Ciò che scopristi in Inghilterra e che finì per influire nel tuo percorso artistico una volta rientrato alla base, era impossibile da trovare in Italia?

Più che impossibile. Non ce n’era alcuna consapevolezza.

Non eri rimasto incuriosito o affascinato dai gruppi primigeni di un certo recupero di rock in senso stretto (gli esempi scontati sono quelli dei gruppi dell’IRA: Diaframma, Litfiba, Moda ecc..) o i tuoi riferimenti musicali e culturali erano già ben definiti?”

 

Nell’ottanta/ottantuno i miei riferimenti musicali erano, per quel decennio, già definiti. L’IRA è venuta dopo, ma non aveva nulla a che fare con il recupero del rock, la new wave era la negazione esplicita del rock.

“Ho letto con piacere il libro di Andrea Pomini sulla storia dei Massimo Volume, il cui tuo contributo nella genesi del loro processo creativo è stato importante e talvolta ho impressione che non sia stato non valorizzato. Nel libro è stato illuminante sentire diverse versioni. Col senno di poi mi viene da pensare che sarebbe stato interessante vedere l’evoluzione della band con le due menti creative, ma alla resa dei conti mi sembra ci fossero sin troppe divergenze sulla linea guida da tenere. Tu immaginavi che sarebbero diventati così “di culto” per molta gente con gli anni a venire?” 

Sì, io credevo tantissimo in quella band e le potenzialità si videro immediatamente, l’impatto fu subito fortissimo. Le divergenze non erano poi così tante, visto che le musiche che ho scritto per Mimì vengono tutt’ora suonate dal vivo. Il punto è che in origine c’erano due cantanti e poi si decise che ce ne fosse solo uno, ma io non fui coinvolto né avvertito di questa decisione. Ho amato quella band ed esserne allontanato è una delle cose che mi ha fatto più soffrire in assoluto. E’ ovvio che il mio apporto non sia valorizzato, perché il modo in cui hanno gestito la faccenda rimane fonte d’imbarazzo.

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

“L’esperienza dei Santo Niente fu un ritorno a un  viscerale rock, direi inedito per l’Italia, con testi ricchi di immagini anche “violente” o capaci di destabilizzare. Mi ricordavi Perry Farrell per l’attitudine. Vi vidi dal vivo sul finire degli anni ’90 e l’energia che emanavate era in effetti trascinante,pazzesca, eppure così diversa da quella trasmessa da band allora in auge come Marlene Kuntz o Afterhours. Pensi che il risultare forse eccessivi o “disturbanti” abbia influito negativamente sul percorso del tuo gruppo o pensi di aver raccolto il massimo?” 

Non era un ritorno perché prima quel modo di fare e suonare in Italia non c’era. Sicuramente eravamo troppo estremi. In realtà fummo definiti dalla major che finanziava il Consorzio “improponibili” al pubblico subito dopo la registrazione de “La vita è facile” e non ci fu dato alcun budget pubblicitario. Tutti sapevano che il Santo Niente era un morto che camminava, ma abbiamo lo stesso insistito a suonare e fare dischi e ancora oggi insisto. Ho motivazioni che vanno oltre la ricerca del successo, di cui ho perso ogni speranza già nel 96. E non ho raccolto nulla: le spese sono immensamente superiori agli incassi e non sono quello che si dice un artista di chiara fama. Per molti sono solo un cretino che non vuole ammettere di non essere tagliato per fare il musicista e non si perde occasione per ricordarmelo.

“Negli ultimi anni, pur non essendo mai stato dimenticato da chi ti seguiva prima, sei diventato piuttosto popolare per i tuoi interventi, a volte forse provocatori ma sempre lucidi e analitici, sui social network in merito a questioni non solo musicali. Una sorta di “opinion maker” autorevole e credibile, e non lo penso solo io. Tante volte mi dai l’impressione quasi di doverti “giustificare” per la tua attività fiorente di deejay, che per molti più integerrimi fans del rock più puro (esiste ancora?) è in netta contrapposizione con quanto esprimevi ad inizio carriera. Mi pare di capire che tu conosci a fondo la storia della musica, le sue evoluzioni e non ne faccia una questione sterile di supremazia di certi generi su altri, giusto?” 

Il fatto che gli appassionati del rock abbiano dei problemi con la musica dance dimostra solo quanto sia arretrata, puritana e poco consapevole delle origini la scena rock italiana. Io amo la dance e l’elettronica in tutte le sue forme ed è anche a causa della mia formazione: la new wave era musica per ballare. Il più grande hit dance degli ottanta è opera degli ex Joy Division, per fare un ovvio esempio. Ora il rock alternativo italiano, con pochissime eccezioni, è triste, autocommiserativo e patetico, oppure è ruffiano e sta morendo per questo. Ciò che non è vitale non attrae nuovi appassionati e quindi il rock italiano non fa altro che celebrare la sua stessa agonia. Manca totalmente di orgoglio.

Non ho mai voluto essere un opinion maker: posto le mie idee in genere mentre faccio altro, tipo pubbliche relazioni per una serata in un club. Quello che succede, succede per caso.

“Tante volte si è dibattuto sul fenomeno internet e anch’io mi chiedo spesso (e lo chiedo ai gruppi e agli artisti) se non fosse meglio un tempo nemmeno lontano, quando era più difficile farsi notare dalle case discografiche ma poi si seguiva bene o male un iter, una gavetta (pur non essendoci mai stata una “guida” per emergere), oppure ora che è facile per chiunque caricare i propri pezzi e i propri video in rete? Non pensi che, al di là dell’opportunità unica di diffondere “liberamente”, senza molti filtri la propria musica, ci sia sin troppa musica da ascoltare, da scoprire, da condividere, col rischio concreto che si perda la qualità vera, in funzione della quantità?” 

Non ha nessun senso chiedersi se fosse meglio o peggio prima. Il passato è passato e non tornerà. Bisogna piuttosto chiedersi come affrontare per il meglio cambiamenti che sono ovviamente irreversibili e sempre in corso e non mi sembra che ci si ponga abbastanza in quest’ottica: l’italiano non ama le novità. L’era del disco dal punto di vista pragmatico è lontana quanto quella del cilindro di cera di Edison. Persino il download è obsoleto e si perde tempo in discorsi sul come eravamo. L’unico discorso giusto sarebbe quello sul come saremo.

“La crisi discografica sembra non avere fine, salvata in parte solo dai “fenomeni” usciti dai talent, tendenza non solo italiana, ma che anzi ha radici lontane e radicate anche oltreoceano e oltreManica, le patrie del rock. Dove credi che porterà tutto questo? E’ una caduta irreversibile quella del disco, che scenari ti immagini da qui a dieci anni?” 

 La crisi discografica è finita, nel senso che l’industria discografica non esiste più: il tempo è dalla parte dei nativi digitali, per cui i dischi sono buffi oggetti d’antiquariato. Esiste l’industria della musica, che è altro. Bisogna sbrigarsi a capire questo e liberarsi da ogni nostalgia.

l'audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

l’audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

“Come sta procedendo il discorso relativo al tuo progetto solista, da cantautore sui generis, se mi permetti. Sei soddisfatto dei riscontri, e cosa sta bollendo in pentola? Stai scrivendo altro materiale in quella direzione o ti vedi di nuovo impegnato col gruppo? Da dove ricavi le tue ispirazioni? E cosa fa la differenza nel tuo caso, quali elementi influiscono maggiormente nel farti decidere se incanalare le tue suggestioni e i tuoi stimoli in un nuovo percorso solistico o nel Santo Niente?” 

E’ appena uscito “Mare Tranquillitatis”, il nuovo album del Santo Niente e sono totalmente preso da questo.

NEL RINGRAZIARTI PER LA TUA DISPONIBILITA’ E NEL RINNOVARTI I MIEI SINCERI COMPLIMENTI PER LA TUA MULTIFORME ATTIVITA’, TI SALUTO E MI AUGURO DI VEDERTI PRESTO LIVE.

(Gianni Gardon)

 

In anteprima su PELLEeCALAMAIO la mia intervista a Luca Lanzi, voce e autore della “Casa del Vento”, una delle band cardine del folk rock italiano

In occasione dell’uscita recente della loro ultima fatica discografica “Giorni dell’Eden” – sempre sotto il marchio Mescal, tra le più attive di tutta la scena musicale italiana – approfittiamo di fare due chiacchiere con Luca Lanzi, da sempre voce, anima e leader storico della “Casa del Vento”, collettivo ormai sulla scena da più di 20 anni. In questo modo cercheremo di capire dai diretti interessati non solo l’evoluzione del loro percorso, ma anche approfondire certe tematiche sulla differenza di un ruolo che rivestiva la musica negli anni ’90 rispetto a oggi.

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Ciao Luca, vi seguo da sempre, e ho notato che voi siete tra i principali gruppi ancora attivi da vent’anni a questa parte che, pur cambiando rotta a livello di genere, avete mantenuto una continuità di percorso, soprattutto a livello di “messaggio”, che nel vostro contesto è stato sempre qualcosa di ben più che funzionale all’aspetto musicale. Quanto sentivate “urgente”, nei primi anni, l’esigenza di comunicare il vostro pensiero sulla società in genere, esponendovi sempre in maniera chiara e netta? Qual’è stata in pratica la scintilla che ha fatto scattare in voi la molla giusta per dire “ok, buttiamoci nella mischia e proviamo a fare qualcosa di concreto”?

– Iniziammo nell’autunno del 1991, suonando musica irlandese pensando che certa musica di stampo folk rappresentasse al meglio la possibilità per comunicare emozioni, idee e stati d’animo. Certi artisti che ascoltavamo poi, se da una parte davano idea di grande energia, dall’altra tracciavano dei messaggi con la musica. Uno come Shane McGowan scrisse con i Pogues storie di emigrazioni, desolazione sociale, amore e tenerezza. Insomma, senza saperlo piano piano facemmo nostro quel linguaggio e cominciammo a definire melodie sulle quali adattare la scrittura di parole. Nacquero canzoni come “Pioggia nera” e “Inishmore” che ancora fanno parte del nostro live. Sentirsi inoltre parte di una certa “working class” e alcune memorie di famiglia (ad esempio l’uccisione di mio nonno in una strage nazi-fascista nel 1944)  ci hanno portato a voler descrivere tutto questo attraverso le canzoni.

I temi delle nostre canzoni furono da sempre coraggiosi e molte persone cominciarono a frequentare i nostri concerti. Sentivamo il bisogno di fare cultura e movimento.

 

Senza per forza etichettare o distinguere che genere sia migliore o più “vero” di un altro, io da amante di certi suoni generalmente associati al folk, ho sempre pensato che quando un gruppo prende in mano strumenti dal gusto popolare sia perché mosso da una passione autentica, che ha radici lontane. Voi ad esempio siete stati tanto influenzati nella prima fase del gruppo dai ritmi irlandesi, immagino che sia stata una passione comune, legata a qualcos’altro di oltre la musica. Quando vi siete avvicinati a questo tipo di sound vi chiamavate pure in gaelico, e sul palco sprigionavate una tale energia dalla quale era arduo non farsi contagiare. Com’è maturata l’idea di convertirsi alla lingua italiana, pur mantenendo una struttura musicale facilmente riconducibile a un’altra cultura?

– Raccontando noi stessi. Pensa che quando scrissi le parole di “Pioggia nera” lo feci perché stavo realmente decidendo di andare a vivere in Cile, destinazione Santiago. Ero disoccupato e una scuola italiana mi stava offrendo un lavoro. Cominciò una fase di passione fortissima, di pacifismo militante, di recupero della memorie dei fatti della Resistenza. Una scoperta e una ricerca anche per noi stessi.

Quindi era necessario scrivere in Italiano, anche perché era proprio alle persone del nostro paese che volevamo rivolgerci.

 

Dai primi concerti alla prima uscita ufficiale sono passati quasi dieci anni, non si può certo dire che non abbiate fatto la classica gavetta. L’incontro con Cisco dei Modena City Ramblers (gruppo col quale eravate già in amicizia e con i quali erano evidenti grandi affinità) è servito certamente a darvi notorietà. Che ricordi associ a quell’esperienza?

– Conoscemmo Cisco e Giovanni Rubbiani a Parma, nel 1995, durante un nostro concerto a Parma al mitico Onirica. Loro si entusiasmarono per l’energia e in qualche modo ci considerarono i loro alter ego toscani.

Fu un anno dopo che chiesero a Francesco Moneti e Massimo Giuntini – rispettivamente il nostro violinista e il nostro cornamusista – di entrare nei Modena. Coinvolsero anche me come tour manager.  La situazione però divenne molto precaria per noi perchè Francesco e Massimo restarono con i Modena. Io e Sauro Lanzi, in pratica rimanemmo soli. Io decisi di chiudere l’esperienza on the road con i Ramblers perché volevo rimanere nella musica, ma come artista. Fortunatamente trovammo altri musicisti: il violinista inglese Patrick Wright, il batterista fiorentino Fabrizio Morganti e l’attuale bassista Massimiliano Gregorio.

I contatti con Cisco restarono però costanti e sapevo della stima che lui provava per le nostre canzoni. Per questo volle dare concretezza a tutto ciò mettendosi in gioco e realizzando con noi “900” il nostro primo album. Era il 2000 e un pubblico ben più ampio cominciò a conoscere la Casa del Vento.  Il disco fu prodotto da Mescal e con la produzione artistica di Kaba Cavazzuti. L’esperienza in studio fu dura ma anche molto formativa.

 

Man mano che andavate avanti con la carriera, i suoni si sono fatti più levigati, senza però andare a inficiare sui testi, sempre votati all’impegno, al recupero della memoria e a temi di forte impatto sociale. E la poesia ha preso il sopravvento, almeno io ho notato davvero una spiccata vena poetica che ha impresso tanta profondità alla schiettezza. Scelta ponderata immagino o frutto di una nuova consapevolezza, di desiderio di esplorare strade nuove?

– Diciamo che in ogni album abbiamo usato entrambi questi approcci. Le cose da dire hanno determinato il tipo di canzone. Ne “Il grande niente” coesistono brani come “La meglio gioventù”, canzone contro la mafia, e brani come “Alla fine della terra” dedicato alla tenerezza del vivere momenti bellissimi con le persone a te care: una sorta di fiaba. Talvolta era necessario essere diretti, altre volte invece preferivamo usare poesia e metafora.

 

Ho spesso notato che la maggior parte delle band quando fanno uscire un “best” scrivono un paio di inediti che risultano essere quasi dei “riempitivi” a giustificare la carrellata di canzoni più famose. Nel vostro caso invece non ho avuto dubbi nello specificare come uno dei miei brani preferiti vostri sia proprio un inedito della raccolta, “Il fuoco e la neve”, senza tener conto dell’alta qualità di tutti gli altri che, assieme al recupero di pezzi vecchi, anche riarrangiati, danno davvero un’immagine esaustiva del vostro percorso. Ora invece sembra che sempre più prevalga cogliere l’istantaneo, il momento. E’una caratteristica della sempre più frenetica società di oggi, dove la tecnologia e la rete hanno  permesso a dismisura che tutti potessero intasare il mercato, magari grazie a trovate che poco c’entrano con la musica stessa, oppure pensate che Internet possa avere dato linfa a band che non avrebbero avuto spazio, considerata la crisi attuale che ha investito anche il settore discografico musicale? Insomma, pro o contro questo nuovo sistema: era meglio negli anni ‘90, quando c’erano iter ben precisi da percorrere o adesso, grazie a un sistema che molti arditamente definiscono come “democratizzare la musica?

– È indubbio che internet sia uno strumento importante per comunicare la propria musica.

Per assurdo però la gente si muove di meno. S’incontra sul web, ma (mi sembra) meno di persona; gira più musica ma ci sono meno occasioni per suonare e questo è un male soprattutto per le giovani band. Prima c’erano alcuni programmi come Roxy Bar che tutti, ma proprio tutti vedevano. Ora ti puoi fare i video e pubblicare la tua musica che però non sempre arriva. È difficile fare quel salto utile per essere più conosciuti.

Noi preferiamo ponderare un po’ le cose, registrarle e creare delle occasioni d’incontro con il pubblico. “Il fuoco e la neve” ad esempio è una canzone sulla coerenza; una riflessione sul proprio cammino e sulle proprie fragilità.

 

Negli anni ‘90, inizi 2000, siete stati immancabilmente correlati a una scena, quella del combat folk. In effetti era palese una dichiarazione d’intenti e un’attitudine molto simile per molti gruppi ivi inseriti. Quanto sentivate forte questa “unione” e comunanza d’intenti? Sarebbe ancora possibile oggi che tutta una serie di band alternative riuscisse a emergere, facendo leva appunto su questioni comuni? A me pare che ci sia sempre più una chiusura tra le band, delle nicchie, e raramente delle aperture ad ampio raggio. Alcuni gruppi emergono per qualità oggettive ma forse manca il riconoscimento della gente, che invece va a premiare quasi sempre i personaggi del momento. Come vedete il futuro dei giovanissimi che, magari come voi, iniziano a provare per divertimento, per stare assieme, per condividere una passione o un sogno? Devono rassegnarsi a passare per uno dei numerosi talent musicali?

– A parte un certo legame con Cisco e con i Modena non è che siamo riusciti a interagire molto; diciamolo pure senza peli sulla lingua che alcuni artisti anche geograficamente vicini a noi non ci hanno mai considerato. In definitiva e onestamente penso che le band si parlino molto poco. I motivi non saprei definirli, prendi la cosiddetta musica “indie”. Mai si sognerebbero certe band di mischiarsi con band come la Casa. Noi invece abbiamo cercato di collaborare con molti artisti anche molto diversi da noi: Elisa, Ginevra di Marco, David Rhodes. Per fortuna artisti immensi ti incontrano, si emozionano e partono da New York perché vogliono collaborare e registrare con te.

Consiglio ai ragazzi di essere se stessi, di esprimere le proprie emozioni, di essere onesti e umani nel loro tentativo di comunicare.

Ma i talent show no, please! L’arte, la musica non può essere solo usa e getta.

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Trovo “Giorni dell’Eden” molto caldo, affascinante nei temi, dove ricorrono spesso elementi primordiali legati alla natura. Un disco dai suoni vividi, chiari, rivelatori di una capacità melodica forse mai espressa prima, che avvolge ma anche come sempre fa riflettere. Risaltano nella loro diversità in particolare due brani, quello d’apertura “Portato dalle nuvole”, insolitamente dotata di un ritornello cantabilissimo, di quelli che ti entrano in testa sin dal primo ascolto e l’interessante, dolcissimo duetto con Viola in “Icarus”, uno dei miei brani preferiti. Un disco che mette in mostra un gruppo nel pieno della forma, specie dopo l’incontro con un’Artista con la A maiuscola come Patti Smith, in grado di riconoscere in voi  il talento come forse mai hanno fatto nella maniera adeguata certi media italiani.  Cosa vi aspettate da questo nuovo lavoro e com’è stata la reazione in generale che avete percepito nei vostri sostenitori? Per chiudere in bellezza, dovessi mai scrivere un altro saggio sui gruppi dei 2010, voi contate di esserci ancora con tante nuove idee e progetti: quali sono le vostre sensazioni, sentite ancora quell’entusiasmo dei primi giorni, lo spirito che vi accompagnava?

– “Giorni dell’Eden” è un album di grandissima intensità, coraggioso e per noi molto affascinante. E’ anche – crediamo – molto godibile e avvolgente in certe canzoni che tu menzionavi.

È un disco che si regge sulle metafore per il raggiungimento di una propria salvezza dopo anni di lotta e ferite. “Don’t give up” diceva Peter Gabriel, “Don’t fear… I will be there to dry your tears” cantò Patti Smith improvvisando nel nostro brano “Ogni splendido giorno”.

L’incontro con Patti Smith doveva lasciare una traccia e l’ha lasciata. Non volevamo ripetere le solite ricette; volevamo stupire noi stessi e il pubblico con canzoni intense. La critica lo ha apprezzato; anche chi in passato ci stroncava ora ha cambiato opinione. Poi noi restiamo la Casa del Vento e certi mondi rimangono per noi un tabù. Pensiamo che se una rock star chiede ad una band italiana di realizzare con lei 2 dei 12 brani del suo album “Banga” pubblicato mondialmente, i media di questo paese dovrebbero dare a questa cosa il giusto rilievo. Cosi non è stato il che dimostra come siamo messi in Italia.

Con orgoglio andiamo avanti consapevoli e forti di ciò che abbiamo fatto tant’e’ che stiamo progettando un album dal vivo con tanto di documentario-dvd sulla nostra storia.

 

(Gianni Gardon)