Sanremo al rush finale: ecco le mie impressioni e i miei pronostici.

Per la prima volta dopo tanti anni, ho seguito il Festival di Sanremo a tratti, sovrastato da stanchezza e altri impegni.

Certo, qualcosa in diretta ho sentito ma il più delle volte mi sono avvalso di recuperi dal web, di video già dalle prim’ore dopo le esecuzioni disponibili su youtube, partecipando piuttosto passivamente (non avendo visto del tutto le serate live)  pure al giochino – ultimamente un po’ stucchevole – della ricerca della “battuta facile”, ironica, sarcastica, spesso velatamente condita da offese su questo o l’altro artista.

Chiaro, anch’io sin dagli eroici anni universitari, mi dilettavo con gli allora compagni d’appartamento a commentare, a volte entusiasta, altre sconcertato o irriverente, le performance o i look dei cantanti in gara, ma ora mi pare ci sia gente che della musica italiana gliene freghi ben poco e si atteggi e basta.

Io non ho di questi problemi, passando da ascolti compulsivi di musica indie, d’autore e ricercata a quella più smaccatamente pop. E in fondo tutti sanno, perché Sanremo non è cambiato di una virgola, che questo Festival non è “solo” musica, ma anche spettacolo, intrattenimento, lustrini e paillettes.

Venendo finalmente alle canzoni, ammetto che un po’ mi spaventava l’eccessiva infornata di artisti usciti dai talent.

Non sono integralista, ben vengano le commistioni e che si dia uno sguardo a ciò che “vende” di più, ma allora sarebbe giusto che ci fosse un giusto mix tra classici, emergenti “veri”, fuoriusciti dai talent e altri appartenenti al rango della musica su citata che prediligo. Invece la fetta destinata (?) alla musica indipendente è stata fagocitata e in tal senso l’ultima edizione che davvero mi ha convinto è stata quella del Fazio Bis, con a fianco di cantanti mainstream, altri di area alternativa come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro o Diodato, ma in fondo anche il buon Cristiano De Andrè.

Al di là che non avessero fatto domanda o che gliene importi una mazza di un evento del genere, mi sarebbe piaciuto vedere sul palco gente come Brunori, Mannarino o i Baustelle, freschi di convincenti (dal mio punto di vista) lavori discografici.

Accontentandoci di quello che passava, e bando ai pregiudizi, sapevo che lo spettacolo sarebbe stato comunque televisivamente appetibile, con due mostri sacri come Carlo Conti e la De Filippi.

Le canzoni – come sempre accade – con gli ascolti si insinuano, si fanno più interessanti.

Però anche da parte di chi partiva coi chiari favori del pronostico, alludo principalmente a Fiorella Mannoia e a Sergio Sylvestre, sono mancati a mio avviso gli acuti (in senso metaforico).

Probabilmente lo stesso arriveranno per loro dei premi, in fondo non ci sarebbe da gridare allo scandalo, ma in partenza pensavo a qualcosa di diverso.

Iniziamo dalle Nuove Proposte, sicuramente più valorizzati rispetto alla crudelissima formula dei due anni precedenti che prevedeva scontri diretti. Tutti si sono esibiti, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità (orologio alla mano, un po’ meno) e pochi – rispetto agli anni d’oro, tipo i ’90 quando il vivaio sanremese sfornava talenti a ripetizione – rimarranno nel tempo.

Dubito anche che usciranno da qui dei nuovi Gabbani o Meta, che come vedremo ben si stanno disimpegnando fra i “grandi”.

Vince Lele con merito, e non solo perché viene da Amici, come subito sottolineato dai malpensanti che auspicavano la vittoria di Maldestro, giunto invece secondo.

Chiaro, il secondo – scusate il gioco di parole – era l’opposto del giovane virgulto “defilippiano”,  essendo già noto nei “miei” ambienti, con un suo seguito e una sua credibilità artistica, però secondo me non aveva sul palco quel “quid”, non l’ho visto a suo agio come successe ad esempio al grande Zibba quando giunse anch’egli secondo dietro allo scoppiettante Rocco Hunt ma facendosi comunque notare (era appunto l’edizione Faziana, quella a cui alludeva prima)

Gli altri due hanno cantato brani in linea con la tradizione, personalmente Guasti non mi ha trasmesso nulla, mentre se non altro Lamacchia qualche emozione sincera l’ha lasciata trasparire. Il suo brano in questo contesto mi piaceva, ma era forse sin troppo demodè.

Nemmeno gli eliminati tra i Big mi hanno sorpreso più di tanto, come ho già scritto in sede di commenti, pur con i distinguo del caso.

Le due coppie, fatte fuori alla prima tornata, c’entravano assai poco col contesto. Se almeno il pezzo di Nesli e Alice Paba aveva un buon ritornello (in cui di contro veniva meno il concetto di duetto, visto che la flebile voce dello pseudo rapper era sovrastata da quella della vincitrice di The Voice) e in radio potrebbe funzionare, quello di Raige e Georgia Luzi ha fatto acqua da tutte le parti.

Leggo commenti sbigottiti sulle eliminazioni dei tre grandi classici e della Ferreri. Musicalmente forse avrei dato una chance perlomeno a Ron (in una qualsiasi gara “qualitativa” avrebbe sbaragliato un Bernabei, per dire), mentre Al Bano e Gigi D’Alessio hanno presentato delle canzoni sin troppo in linea con la tradizione. Onore a Carrisi, il suo è un brano di buon livello ma l’ha cantato in tono dimesso, non sembrava certo in formissima (e comunque tornare sul palco dopo i noti problemi di salute che l’hanno colpito è stato ammirevole da parte sua). D’Alessio aveva un testo interessante e molto personale ma non corredato da ‘sta gran melodia, era troppo ingabbiato, senza scossoni.

Diverso il discorso su Giusy, il cui brano molto probabilmente si farà ampia strada tra i singoli e in radio ma che dal vivo non ha reso, complice delle interpretazioni precarie, direi sconcertanti.

I miei pronostici della vigilia andavano alla Mannoia (sai che novità!) e la rossa non si può dire che abbia sbagliato pezzo. Le stimmate del brano vincitore sono ben visibili, ma mi sarei aspettato qualcosa di meno “retorico” e buonista. Non una rivoluzione ma già la canzone recente che ha interpretato per la colonna sonora del film “Perfetti Sconosciuti” mi pareva più incline alle sue corde.

Credo sul podio ci finirà anche Ermal Meta e la cosa mi farebbe molto piacere. Sin dai tempi del suo gruppo “La Fame di Camilla”, con cui giocò un Sanremo Giovani all’altezza nel 2010, il cantautore albanese dimostra di saperci fare con le parole e le melodie. Qui ha puntato più in alto con un brano non facile ma di grande impatto, senza tener conto del figurone fatto nella serata delle cover, dove ha giustamente vinto.

Al terzo posto metterei uno tra Fabrizio Moro, in grado sempre di trasmettermi tutte le emozioni che riversa nei suoi pezzi e nel cantato sofferto, Francesco Gabbani, la cui canzone è assolutamente irresistibile e una rediviva Paola Turci, in autentico stato di grazia.

Ho apprezzato anche le canzoni di Masini e Zarrillo, pur riconoscendo che non abbiano portato i brani “della vita”… almeno il primo ha rischiato, interpretando un brano lontano dai suoi canoni.

Sergio creda abbia gettato al vento un’occasione importante. Poi magari vincerà, l’accoglienza del pubblico è stata ottima. Però, ragazzone, Madre Natura ti ha fatto dono di una voce stupenda e se non ti sai scrivere le canzoni, devi almeno sapertele scegliere. Uno che ha note soul così evidenti, capace di cantare indistintamente John Legend o Barry White, non può trovarsi a tentare note altissime, urlando stonato e forzando la voce in un falsetto innaturale.

Gli altri in gara non mi hanno suscitato chissà cosa. Lodovica Comello è carina, fa tenerezza ma la sua canzone è leggerina, con pochissima sostanza. Michele Bravi canta benissimo, la voce può piacere o meno ma umanamente mi fa simpatia e la sua storia è quella di uno cui i talent hanno più nuociuto che altro. Chiara sa cantare ma ha poco peso specifico, specie in gare come questa. Stesso discorso vale per Elodie, la cui presenza scenica e sicurezza nel canto non basta, quando hai un pezzo monocorde, ripetitivo e noioso.

Per Clementino applico il discorso fatto per Michele Bravi, pur partendo da contesti diversi.  E’ uno vero, ha la faccia simpatica e pulita. Purtroppo non ha osato molto, aveva un tema che si prestava a un testo più profondo e meno all’acqua di rose. Se sei rapper, e lui è davvero partito dal basso, te lo potevi permettere.

Non riesco proprio a trovare qualcosa di interessante in Alessio Bernabei. Oltre ad avere spocchia –  ok, dovrei evitare di giudicare simili aspetti – e una certa padronanza del palco, non trovo in lui grandi qualità. Non ha una gran voce, di quelle che si fanno ricordare per l’originalità o il tratto, ma soprattutto non ha le canzoni, tutte annacquate da arrangiamenti “moderni”, a nascondere una povertà di idee lampante.

Chiudo con la più bersagliata dal mondo social: Bianca Atzei. Ovvio, anche a me da’ fastidio sapere che sotto c’è una macchina discografica massiccia che ce la sta imponendo a forza in tutte le salse, in tutti i programmi, in tutte le manifestazioni. Visto che mi sono affidato in precedenza a  soggettivissime valutazioni “ a pelle” nei confronti di altri, va beh, dico che lei non è che ti ispiri tutta questa empatia, però arrivare a pensare che ieri durante la sua esibizione abbia fatto finta di commuoversi fin quasi alle lacrime per far presa sulla giuria e sul televoto mi pare francamente eccessivo. La sua è una canzone ariosa, fuori tempo massimo e con un testo che forse Kekko avrà scritto per la fidanzatina quando stava alle Medie, ma lei canta bene e in queste vesti è credibile.

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Festival di Sanremo: vince in maniera scontata Arisa. Ecco le mie considerazioni finali sulla 64esima edizione del Festival della Musica Italiana

E così va in archivio anche la 64esima edizione del Festival di Sanremo, che non sarà certamente annoverata tra le più memorabili e riuscite, almeno a detta di chi scrive.

la vincitrice Arisa

la vincitrice Arisa

Sin troppa sobrietà, pacatezza, verrebbe da dire mestizia, a partire da elementi (per me marginali) ma invero da sempre importanti nel contesto della manifestazione, quali la scenografia, i momenti di “spettacolo”, le sorprese. Ci sono state almeno le canzoni, ma purtroppo relegate quasi a comprimarie e allora, almeno ci fosse stato di che divertirsi e divagare con la mente.

Leggendo vari commenti, parlando con le persone interessate o meno, perché comunque di Sanremo in questa settimana parlano tutti, mi rendo conto (e non so quanto dovrebbero farlo anche lo stesso Fazio e il suo team) di come sia stata determinante ai fini del flop (perché di questo si tratta!) la pessima, squallida, pesantissima partenza della 5 giorni sanremese.

Se gente come mia sorella o altri che solitamente non si perdono una battuta, hanno mollato il colpo dopo la prima sera, senza nemmeno arrivare alla fine, per poi decidere di passare oltre, e di recuperare i loro artisti preferiti grazie ai passaggi radio e ai video presenti in rete sin dalle primissime battute, significa davvero che qualcosa è andato storto.

Fazio davvero sto giro non mi ha convinto, troppo fiacca la sua conduzione e all’insegna di un buonismo troppo sfacciato, di maniera. Molto meglio le due edizioni di Morandi, se devo fare un confronto generale. Non dico si debba arrivare ai vertici di creatività e di esplosività di un Bonolis o di un Fiorello, qualora davvero l’anchorman siciliano volesse prima o poi cimentarsi alla conduzione di Sanremo, ma qualcosa di più frizzante e attraente il conduttore ligure doveva architettarlo. Si salva la Littizzetto, seppur meno pungente e incisiva rispetto a 12 mesi prima. Nota di merito per alcuni ospiti stranieri da me assai graditi, non certo nomi altisonanti, specie per quanto concerne la popolarità di massa, ma invero tra i migliori del loro tempo, quali Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e, non ultimo, ieri sera, l’istrionico e sfuggente cantautore belga Stromae.

Le canzoni tutto sommato sono state dignitose, i miei giudizi dati nei giorni scorsi restano sostanzialmente invariati, trattandosi comunque di gusti personali che ho tra l’altro sempre cercato di motivare, senza fermarmi a sensazioni “a pelle”. Devo dire che, anche con coloro con cui sono stato più severo, vedi Giuliano Palma, la Ruggiero o Frankie, non si possa parlare di “brutte canzoni”: semplicemente mi aspettavo di meglio, specie da quest’ultimo, che tornava alla ribalta dopo un po’ e che ci ha proposto una – migliorata comunque dopo la prima esibizione  – “Pedala”, molto somigliante comunque a brani di matrice folk-reggae poco nelle sue corde e più care a band storiche che, mi sa, davvero mai vedremo a queste latitudine, vale a dire gli Africa Unite. Se devo dare un giudizio complessivo, magari stupirò qualcuno, ma il pezzo meno convincente in assoluto è stato quello di Francesco Sarcina. Testo inconsistente, con brutte immagini poco efficaci e scarsamente evocative, un piglio nel canto esagerato ,troppo sopra le righe; una melodia che non decollava, se non negli inutili gargarismi e vocalizzi del Nostro, troppo impegnato a cercare una sua via, tra rimasugli di un Piero Pelù d’annata e un contemporaneo Kekko dei Modà, impossibile tuttora da scalzare nel cuore degli amanti dell’ “emo-pop”, concedetemi il neologismo.

Discreti brani anche quelli di Ron, Giusy e Noemi, all’insegna però di un pop un po’ striminzito. Specie da Noemi mi aspettavo di più: rimane una validissima interprete, che tiene bene il palco ed è in grado di trasmettere qualcosa, ma stavolta non ho avvertito quel pathos nel canto, quel “graffiato” che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Sul podio arrivano due outsider, i cui pezzi singolarmente non erano male, anche se c’ho messo diversi ascolti a digerire uno dei miei idoli: Raphael Gualazzi. Alla fine il pezzo non è male, non all’altezza di altre sue produzioni, ma significativo di un talento in evoluzione, cui poco ha giovato in ogni caso, se non in fase di scrittura del pezzo, l’apporto del mascherato Bloody Beetroots. Di quest’ultimo si è avvertita solo la presenza scenica sul palco, musicalmente sta su un altro pianeta (guardate i tantissimi video presenti sul tubo per capire di che sto parlando). Renzo Rubino – che per giorni ho chiamato Sergio, come ho fatto per mesi con una mia collega, chiamandola Sara, anziché Lara – è un buon prospetto, talentuoso sicuramente nel suo genere ma anche lui è andato più volte sopra le righe, quasi  volesse emulare Morgan. Per carità, rimanga sé stesso, che è giovanissimo e già quotato, e cerchi una sua strada originale e credibile. Bravi, interessanti, ma a mio avviso non meritevoli del podio.

Uno che doveva starci, nonostante mi sia espresso poco convinto del suo pezzo in gara, a discapito di quello eliminato che ritenevo più nelle sue corde, era il favorito Francesco Renga. Un altro invece che davvero lo meritava assolutamente era Cristiano De Andrè, che almeno si è rifatto con i premi della critica… dati al pezzo scartato, la splendida e autobiografica, seppur scritta dal bravo Fabio Ferraboschi, “Invisibili”. Già questo dovrebbe far rivedere una volta per tutti l’assurdo regolamento di presentare due brani! “Invisibili”, senza nulla togliere all’altro brano, indubbiamente efficace, aveva davvero una marcia in più e si sentiva quanto Cristiano avesse messo di suo nel pezzo. Io poi mi ci sono ritrovato molto e, riascoltandolo nella notte dal mio Iphone, il brano  è riuscito ad emozionarmi e a commuovermi. Mi ci sono immedesimato e poco importa se si parla di Genova e di suo padre, e non del mio, che è altrettanto “invisibile” da quasi 9 anni.

Tornando a discorsi più generali, insomma, nel mio podio dovevano finirci De Andrè, Renga (il mio potenziale vincitore, per tutta una serie di criteri, legati alla canzone stessa, alla sua interpretazione, al suo significato e alla sua capacità di arrivare a più persone, di rappresentare il brano “sanremese” per eccellenza), e Arisa.

Quest’ultima, ritrovatasi a rivaleggiare nella finalissima con i due ragazzi al pianoforte, ha avuto vita facile, tanto che sembrava per nulla stupita del suo eccellente risultato. Un brano ben confezionato , adattissimo a lei e alla sua ispirata e perfetta voce, scritta da un autore come Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato e ora collaboratore storico, che sarebbe giusto rivalutare come uno dei più interessanti della sua generazione.

Hanno fatto un figurone anche alcuni dei miei idoli, ma non solo; persone che davvero stimo e seguo da sempre, per i quali ho provato emozioni vere nel vederli calcare alla grande “quel” palco: i Perturbazione, Riccardo Sinigallia (peccato per la precoce e giusta, in base al regolamento, squalifica, ma almeno ha avuto lo spazio come gli altri e non c’ha rimesso per nulla!), e tra le Nuove Proposte i grandi Zibba, senza Almalibre – ma i ragazzi c’erano eccome – e Davide “The Niro” Combusti. Quest’ultimo ha interagito in rete con tanti di noi, nonostante le pressioni e le tempistiche del Festival davvero strette, testimoniando anche della nascita e della condivisione di amicizie che magari potrebbero portare in futuro anche ad interessanti collaborazioni, nel suo caso con il bravo cantautore tarantino Diodato, una delle sorprese di questa rassegna. Mi è piaciuto anche Filippo Graziani… porta un nome pesante e lui ne è consapevole, ma bisognerebbe andare oltre i paragoni, altrimenti rischieremmo per l’ennesima volta di schiacciare un gran talento che magari non arriverà mai alle vette del padre Ivan, ma che potrebbe regalarci in ogni caso delle belle canzoni. E’ dura comunque per i giovani in questi anni, il mercato è spietato e gli spazi e i tempi, seppur illimitati e condivisibili con tantissime persone, sanno anche clamorosamente restringersi, tanta è la concorrenza. Senza andare troppo a ritroso, negli ultimi anni, abbiamo visto calcare Sanremo Giovani validissimi cantanti: l’anno scorso, oltre a Rubino, anche il vincitore Maggio (io l’avrei voluto volentieri rivedere quest’anno, oltretutto ho apprezzato tanto il suo disco d’esordio!), il Cile e Nardinocchi; l’anno precedente la bravissima Erica Mou e Guazzone. E poi ancora gli IoHoSempreVoglia che provenivano dal mondo indie.

E che dire di un’edizione che porto nel cuore, quella del 2010? Gareggiavano gente come La Fame di Camilla, che l’anno scorso hanno annunciato il loro scioglimento, Luca Marino, Nicholas Bonazzi, Mattia De Luca, Romeus e Jacopo Ratini, che ho avuto modo di conoscere, pur non avendolo mai incontrato di persona. Un grande talento, c’ha riprovato anche quest’anno, dopo aver presentato un bellissimo brano, ma senza fortuna. Eppure, la sua esperienza sanremese non la dimenticherà mai e mi è capitato di scrivergli in questi giorni: è stato bello scoprire come sia ancora in stretto contatto con molti di quegli artisti che condivisero con lui quel palco, appunto Marino o il chitarrista dei La Fame di Camilla, segno come scritto prima, che possono nascere anche dei buoni e spontanei sodalizi, al di là delle competizioni e del fatto che in pochi minuti ci si possa giocare una carriera. Ci sono anche i rapporti, le persone, il sudore e l’impegno dietro quei 4/5 minuti, spesso condensati ad orari da nottambuli, e chi organizza un Festival così rilevante ne dovrebbe, ahimè, tenere conto. Quell’anno, in cui emerse almeno la bravissima Nina Zilli, vinse uno dei ragazzi più inconsistenti fuori usciti dai talent show, Tony Maiello. Non me ne voglia il ragazzo, che trovo davvero impersonale, ma il confronto ad esempio con Marco Mengoni, per distacco a mio avviso, il più completo e talentuoso proveniente dal “vivaio” di X Factor, è davvero impietoso.

Tutto per dire comunque che, forse, quest’anno, nonostante abbia portato in luce pochi esempi di coloro che stanno facendo carriera in confronto di chi lo meriterebbe, c’è davvero chi potrebbe, indipendentemente dall’andamento della classifica finale, continuare bene il proprio percorso, specie appunto Zibba e The Niro che hanno alle spalle un nutrito numero di sostenitori.

Va beh, mi sono reso conto di aver perso un po’il filo del discorso, è ora di resettare il tutto, chiudere questa lunga settimana sanremese e guardare avanti, sperando comunque che la musica non sia ricordata solo in questi frenetici 5 giorni. Si ritorna alla realtà, dopo aver vissuto quasi in una bolla di sapone, tanto che in pratica nessun artista in gara, ha parlato di cose”sociali”, della situazione attuale del Nostro Paese. Il tema, piuttosto, declinato talvolta in modo stucchevole e retorico, è stato quello universale, e proprio per questo, “ingiudicabile” e indefinibile oggettivamente, della bellezza. Mi è parso efficace comunque il monologo di Crozza: forse davvero sarebbe il caso di ricordarci più spesso chi siamo e cosa siamo stati in grado di rappresentare nel Mondo, anziché guardare al futuro con rassegnazione e scarsa fiducia, vergognandoci del presente che stiamo attraversando. Io nel mio piccolo cerco sempre più di un appiglio per andare avanti con serenità d’animo, col sorriso, con tanti piccoli e grandi progetti. Basterebbe poco per migliorare la nostra vita, ma bisogna partire dalle piccole cose, da noi stessi.

Lo stupendo brano di Cristiano De Andrè: “Invisibili”

Sanremo Nuove Proposte: nella serata dei duetti d’autore, ecco il trionfo del giovane rapper Rocco Hunt! Me ne farò una ragione…


ROCCO HUNT

Alla fine l’esito della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2014 era abbastanza scontato. Ho letto ovviamente tantissimi pareri discordanti, specie nell’area dei musicisti “alti”. Bisogna vedere le cose con un minimo di oggettività, al di là dei gusti personali che, volenti o nolenti, contribuiscono spesso in maniera determinante a inficiare i nostri giudizi.

Rocco Hunt, quindi, 19 anni (e ne dimostra pure meno!), rapper da Salerno, si issa in cima alle preferenze, non solo dei tele votanti ma anche della cosiddetta “giuria di qualità”, presente in prima fila ieri all’Ariston e presieduta dallo stimato regista Paolo Virzì.

Tre componenti  (il genere, la giovane età, la provenienza) che la dicono lunga sul fatto che fosse in qualche modo, non scontato (come azzardato a inizio articolo) ma quanto meno prevedibile sì. Se, come scritto ieri, questa settimana sono entrati direttamente al primo posto nelle classifiche di vendite i due mediocri rapper Two Fingerz, non c’è da stupirsi di nulla. Il rap, l’hip hop, che poco o davvero nulla ha di che spartire con quello emerso anche in Italia all’incirca nel ’92 con solide band come Sangue Misto, Assalti Frontali e Isola Posse, sta dominando le charts, basti vedere altri “fenomeni” giovani che hanno sbancato negli ultimi due anni, da Emis Killa a Fedez, da Clementino all’”amico” Moreno, persino personaggi poco allineati a logiche commerciali come Gemitaiz, Coez e Salmo (quest’ultimo giunto anch’egli primo in classifica) hanno fatto il botto.

Troppo semplicistico però relegare l’exploit di Hunt a cosa ovvia, avendo tra l’altro come rivali talenti dal sicuro avvenire –  oltre che dal solido presente – come The Niro e soprattutto Zibba che con i suoi Almalibre da anni è “abituato” a ricevere riconoscimenti d’ogni genere.

Ciò che mi ha poco convinto è il brano in sé: intendiamoci, ha smosso la platea, è orecchiabilissimo, musicalmente ha quel che di reggae che non guasta mai, se vuoi azzeccare l’hit  e dare un vago senso di “appartenenza” politica e popolare e il testo va a toccare, seppur in maniera alquanto retorica, trita e ritrita, dei punti nevralgici della nostra situazione socio-politica, del sud in particolare.

Il fatto è che, al dispetto della giovanissima età, Rocco è già un big nel suo genere, vende un botto di dischi, vanta un numero di visualizzazioni, nell’era digitale un dato inoppugnabile di popolarità e fama, dieci volte superiore a quelle di Zibba, The Niro e Diodato messi insieme, e già a sua volta, dopo aver collaborato un po’ con tutti nel suo ambiente, a partire dall’amico Clementino, ringraziato anche ieri dal palco al momento di ritirare i premi vittoria, è un ricercato produttore di altri rapper.

Però il pezzo in sé non era sto granchè, mio fratello Jonathan, amante e profondo conoscitore della scena, da subito era dubbioso, temendo in una canzone ad ampio respiro, con frasi fatte, proprio Hunt che invece è considerato un maestro nel “freestyle” e ha quindi la rima facile e arguta.

Non sono rimaste che le briciole alla fine della fiera per gli alti tre artisti in gara, tutti meritevoli a mio avviso di proseguire il proprio percorso, aumentando il loro “bacino di utenza” se questo era lo scopo appunto di gente come The Niro e Zibba, già pienamente affermati nei loro ambiti, quello indie per il primo e quello della canzone d’autore per il secondo . Diodato si ritrova un po’ in mezzo al guado, ma ha buone qualità, personalità e magnetismo interpretativo per provare a imporsi in un mercato sempre più ostico.

Restano da dire due parole sul resto della serata, dedicata ai duetti in merito alla canzone d’autore italiana, forte della collaborazione siglata tra il Festival e il Club Tenco, due mondi spesso percepiti come distanti. Non tutti gli omaggi sono riusciti, in particolare mi ha poco convinto quello a Enrico Ruggeri fatto da Giusy con i due attori Alessandro Haber e Alessio Boni (uno dei miei preferiti in assoluto ma ieri parso un po’ “strano”… scusate, non mi viene l’aggettivo giusto!), quello di Noemi al grande Fossati, quello assai improbabile di Frankie con la Mannoia.

Promuovo a pieni voti stavolta Giuliano Palma, Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio alla batteria (l’attore pugliese, già visto all’opera al pianoforte nel riuscito ultimo film di Rocco Papaleo, si è proprio divertito ieri sera sul palco), i Perturbazione con l’amica Violante Placido in una delicata “La donna cannone” e lo squalificato Riccardo Sinigallia, accompagnato oltre che dalla sodale Laura Arzilli da due bravissime interpreti quali Marina Rei (tra l’altro sua cognata, essendo questa la compagna del fratello Daniele Sinigallia, chitarrista e produttore) e Paola Turci. Bene anche il recupero di Ron dell’amico Lucio Dalla e l’insolita collaborazione della Ruggiero con dei suonatori di tablet (!).

Senza infamia e senza lode i due favoriti Renga, cui Kekko dei Modà ha ricambiato il duetto della passata edizione, quando col suo gruppo era in gara, e Arisa alle prese con un classico di Battiato, accompagnata da un trio nordico, gli WhoMadeWho.

Citazione a parte per Cristiano De Andrè che ha commosso tutti con l’omaggio sentito al padre in “Verranno a chiederti del nostro amore”, il quale ha pure ricordato un aneddoto relativo a quando il padre lo scrisse, dedicandolo alla madre.

Gino Paoli ha invece omaggiato la scena genovese, raccogliendo applausi a scena aperta e mostrando, ormai ottantenne, una classe intatta, direi innata.

Infine, poco prima di svelare il nome del vincitore della categoria, arriva il momento dell’ospite.. e che ospite! Il giovane cantautore scozzese, ma di chiare origine italiane, Paolo Nutini, prima abbozza un’incerta – nella pronuncia – “Caruso”, caricandola della sua voce roca e profonda, poi canta “Candy”, una delle sue hit, inclusa nel precedente ultimo album, un capolavoro assoluto, e infine ci delizia con il nuovissimo singolo, anteprima di un imminente nuovo album di inediti, previsto per aprile. Anche in questo caso, si tratta di una invenzione sonora, di un recupero di un qualcosa, attualizzato e miscelato. Nutini è stato in grado, partendo dall’indie pop rock caro al suo idolo dichiarato Damien Rice, che lo ha anticipato di una serata sul palco dell’Ariston, di spostarsi verso territori sempre più ampi, contemplando grandi dosi di soul, rythm and blues, country, folk irlandese/scozzese, pop, reggae, jazz in un unico calderone. E il nuovo singolo “Scream” ha confermato questa sua attitudine. Un grande talento davvero, ancora under 30, essendo un classe ’87!

Sanremo 2014: prime classifiche e primi miei voti!

Premesso che ieri non ho visto il Festival, se non a tardissima serata, quando era in corso l’esibizione di uno dei miei idoli, l’irlandese Damien Rice (apro piccola parentesi di cronaca: ovviamente Rice ha attinto dal primo album i due splendidi brani presentati, ma si è avvertita, e lo dico da un po’, l’assenza della sua collaboratrice Lisa Hannigan, la cui carriera solistica non mi sta convincendo: secondo me, separandosi artisticamente, c’hanno rimesso tutti e due!). A parità di stima e ammirazione, mi è parsa più convincente l’esibizione nella serata precedente di Rufus Wainwright.

Parlo prima dei giovani, visto che in diretta ho fatto tempo ad assistere alle loro esibizioni – d’altronde anche fossi rincasato più tardi ancora della mezzanotte li avrei beccati, visto l’assurdo palinsesto – e sono pienamente soddisfatto che sia passato con pieno merito in finale l’amico Davide Combusti, alias The Niro.

Qualità eccelsa per il “Jeff Buckley italiano”, che ha portato un pezzo “classico” secondo i suoi stilemi almeno, anche se ammetto che devo ancora abituarmi a sentirlo cantare nella nostra lingua madre. Passa pure un innocuo Rocco Hunt, ma al giovanissimo rapper campano bisogna almeno riconoscergli una verve e una personalità che hanno colpito nel segno diversi ascoltatori, per lo più giovanissimi. Poi se ne facciamo una questione di gusti, allora, a fianco dei miei favoriti Zibba e The Niro, avrei fatto passare, oltre all’interessante Diodato, anche Filippo Graziani, ma tant’è: la legge del televoto è implacabile e d’altronde basta dare un’occhiata alle classifiche di vendite per rendersi conto che il neo hip hop italiano sta imperando (proprio mentre scrivo, in testa alla classifica FIMI hanno esordito i due discutibili rapper Two Fingerz, non certo il top per la categoria!).

Ah, dimenticavo: in gara pure l’ex partecipante di “The Voice”, Veronica De Simone, che non ha lasciato traccia, con i suoi tratti impersonali e l’inconsistente Vadim, dipinto come uno dei tanti nuovi “Vasco Rossi”. In verità, è parso privo di talento e originalità, conoscevo almeno una cinquantina di nomi tra quelli arrivati in semifinale che avrebbero potuto decisamente fare più bella figura di lui.

Sono felice quindi per le affermazioni di Zibba e Davide che, per molti, nemmeno dovrebbero stare fra le Nuove Proposte, visto il curriculum, la carriera e i riconoscimenti, magari non proprio alla stregua di artisti come Perturbazione e Sinigallia, anch’essi poco conosciuti dalle masse, ma sicuramente più “famosi” e popolari di un Rubino, per dire, per quanto quest’ultimo alla fine sia uno dei più convincenti in gara qeust’anno.

Tuttavia con le votazioni non si può mai dare nulla per scontato e per esempio, solo 12 mesi fa, di questi tempi, lasciarono prematuramente la gara dei giovani i favoriti alla vigilia Andrea Nardinocchi e Il Cile. Poco male, l’anno scorso si erano dovuti scontrare con validi outsider come appunto Renzo Rubino e il futuro vincitore, il bravo Antonio Maggio. Quest’anno però, fermo restando l’appeal di Rocco Hunt, mi auguro davvero che per la vittoria finale sia corsa a due tra il cantautore savonese e quello romano.

Venendo ai campioni, non ho visto le esibizioni di ieri sera, ma ormai i brani sono in air play radiofonico, ci sono già i primi video sul tubo e, soprattutto ci sono i primi parziali verdetti. Carne al fuoco a sufficienza quindi per stilare i miei primi voti alle canzoni in gara.

Vado in ordine sparso:

Raphael Gualazzi/The Bloody Beetroots: ok, è un problema tutto mio. Sarà che adoro Gualazzi e che per me quello vero non è rappresentato da sto pezzo un po’ ibrido, ma a me non sono piaciuti. Ammetto che ci sia della qualità, che il brano sia ballabile e possa ben prestarsi a lasciarsi ricordare e a farsi remixare per le discoteche care a Rifo. Ma non merita, a mio avviso, come leggo da più parti, il podio o addirittura la vittoria finale. VOTO 6

Frankie Hi-Nrg: confermo quanto detto a un primo ascolto, il pezzo non mi piace, lo trovo pochissimo ispirato, specie considerando il suo autore, e a livello musicale non mi suscita certo grandi entusiasmi. Non dico che si sia cercato l’ultimo posto, ma fosse per me lo classificherei… terz’ultimo! VOTO 5

Giuliano Palma: faccio “outing”, non sono mai stato un suo fan, se non ai tempi in cui duettava magnificamente con Alioscia negli avanguardisti Casino Royale. La svolta pop, reggae, rockabilly ecc ecc non mi ha mai convinto, o meglio, mi è venuta ben presto a noia. E poco importa che se l’avesse cantata Nina Zilli sarebbe stata una buona canzone… sul palco c’è andato lui! VOTO 4,5

Riccardo Sinigallia: sorrido quando sento dire da gente insospettata (presunta esperta di musica) che il pezzo è bello ma è “troppo” Tiromancino! Cacchio: se non ci fosse stato lui a fare da “eminenza grigia” al gruppo di Zampaglione, questi non sarebbero mai diventati quelli che sono. La canzone di Riccardo, dipendesse da me, arriverebbe dritta nel podio. Ben scritta, arrangiata, dal testo incisivo e dalle melodie avvolgenti. Peccato che lui scelga sempre un po’ il basso profilo, nonostante dietro le quinte sia invece uno che difficilmente si fa mettere i piedi in testa. VOTO 8

Antonella Ruggiero: che volete che vi dica? Non si scopre certo ora, brava è brava, a dir poco, ma questo ennesimo “ripescaggio” sanremese, dopo anni di dignitoso oblio, non mi ha convinto, aggiungendo ben poco al suo ricco e prestigioso repertorio. VOTO 5,5

Noemi: un’altra delle favoritissime della vigilia, non mi ha certo entusiasmato, avrei preferito passasse il primo pezzo, ma ormai è assurdo parlarne. Lei tiene benissimo il palco, da artista consumata, ha una splendida voce “bluesy”, è gggiovane, frizzante e non se la tira per niente. Ma decisamente meglio furono altri suoi pezzi. VOTO 6

Giusy Ferreri: vale lo stesso discorso fatto per Noemi. Avrebbe tutto quest’anno per affermarsi nel contesto festivaliero, ma è il pezzo in sé ad essere debole. Sarebbe stato meglio quello eliminato…Ops, l’avevo già detto? VOTO 6

Francesco Sarcina: non ci siamo, caro Francesco. Sei bravo, dotato, con Le Vibrazioni però hai sbagliato direzione. Non hai saputo scegliere da che parte stare? Con gli alternativi, con i veri rocker o con i “commerciali”? Insomma, a metà del guado tra Negramaro e Modà, ma senza i picchi né degli uni, né degli altri nelle rispettive categorie, si sta perdendo in un limbo. E la partecipazione solistica non ha facilitato il processo di crescita. Pezzo sin troppo enfatico. VOTO 5

Ron: un artista che ho sempre stimato ma che si è presentato al Festival con una canzone dalla dubbia efficacia. Non so quanto questo moderno folk sia effettivamente nelle sue corde, lui sì reduce da un ottimo album di cover dal sapore vagamente roots country, ma tuttavia poco a fuoco in questo pezzo scontato e leggero come la piuma. VOTO 5,5

Cristiano De Andrè: qui lo dico seriamente. Fermo restando che avrei preferito il pezzo scartato, davvero splendido, ammetto che pure con questo in gara, il figlio del grande Faber avrebbe tutte le carte in regola per ambire alla vittoria. Per me è lui il vincitore morale. Intensità, lirismo, passione… VOTO 8

Perturbazione: che soddisfazione vederli issati momentaneamente lassù, quarti!!! E poco importa che “L’Unica” non tenga il passo di alcune loro celebri canzoni del passato. Tanto basta per farli emergere nel contesto di questa gara. VOTO 7,5

Francesco Renga: alla fine è probabile che vincerà, come da pronostico, l’ex cantante dei Timoria, ormai nell’Olimpo della musica leggera italiana. E tutto sommato non ci sarebbe davvero nulla di che scandalizzarsi. Il pezzo, scritto da Elisa, c’è, l’interpretazione solida e convincente, la personalità, il bel canto,  la presenza scenica. Insomma, un big, dai, non c’è nemmeno da star lì a discutere. VOTO 7

Arisa: dicono che anche lei sia fortemente in lizza per la vittoria finale e qui, francamente, avrei tanto da obbiettare. Sinceramente questa sua “Controvento” non è troppo a fuoco, non ha le stimmate della vincitrice, è una canzone discreta, ben confezionata ma poco più. Nel repertorio della brava artista lucana c’è moooolto di meglio. VOTO 6

Renzo Rubino: il neopromosso  – lui stesso si è paragonato al… Sassuolo, esordiente in Serie A –  rischia seriamente di fare il botto, oscurando a mio avviso gente più quotata come ad esempio Gualazzi. Bel piglio, ottimo sound, nel suo caso sì che il cambiamento gli ha giovato, almeno in questo brano di forte matrice pop jazz, ottimamente ritmato. Bravo! VOTO 7.5

Festival di Sanremo: seconda giornata con gli altri 7 big in gara e le prime nuove proposte (a notte fonda). Il livello musicale generale è migliorato

Diciamocelo: non ci voleva  poi molto per migliorare le performance della prima serata sanremese. Il famoso “contorno” ha funzionato meglio, con i conduttori più sciolti, un Baglioni in forma e una Franca Valeri, a 94 anni un autentico mito nazionale, per la quale è davvero impossibile non provare empatia e tenerezza. Persino un Rufus Wainwright, accompagnato da assurde polemiche degne del peggior “paese dei balocchi” è passato indenne dalle forche caudine festivaliere, suonando e cantando con la solita classe che lo contraddistingue.

Le canzoni, come l’anno scorso, mi sono parse migliori, a partire dal favorito alla vigilia Francesco Renga. L’ex cantante dei mai troppo rimpianti Timoria, ormai a pieno diritto tra i totem della musica leggera, fa ancora storcere il naso a parecchi per la sua “conversione” al commerciale, da dove non potrà più tornare indietro, ma a me convince pure in questa nuova veste, sempre contestualizzando il tutto, ovviamente. E’ andato più che mai sul sicuro, con due brani paritetici, il primo scritto dal “deus ex machina” del pop da classifica Roberto Casalino, il secondo da Elisa Toffoli. Entrambe con il giusto appeal per aggiudicarsi la vittoria finale, passa la seconda.

Deludentissima invece, a detta di chi scrive, l’esibizione di Giuliano Palma, anch’egli proveniente da una ormai remota appartenenza indie con i Casino Royale prima e con i BlueBeaters poi. Il primo pezzo, scritto con Nina Zilli, con cui brillantemente aveva collaborato in passato, contribuendo enormemente all’affermazione della bella e brava interprete piacentina, era leggermente migliore ma non mi ha lasciato granchè traccia.

Noemi si è disimpegnata piuttosto bene: totalmente a suo agio sul palco, si permette pure di “smuovere” persino l’attempato pubblico delle prime file, facendo battere a tempo le mani, al suono di due brani melodici e spensierati, specie il secondo che alla fine si aggiudica la finale, nonostante (come ovvio!) io preferissi il primo brano, scritto da lei assieme al valido Diego Mancino. Sorvolo sul pessimo look, dopo averla scherzosamente burlata su Facebook!

Ron non avrebbe nemmeno presentato due brutte canzoni e in fondo, come si dice, la classe non è acqua; tuttavia la prima mi è sembrata sin troppo classica e melensa, mentre la seconda  – che nei suoi piani avrebbe dovuto passare per una sorta di omaggio ai contemporanei folk singer Mumford & Sons non mi ha convinto per nulla… e a quanto pare nemmeno ha fatto breccia nei tele votanti.

Ottime invece le due esibizioni del giovane cantautore Renzo Rubino. Innegabile che il giovane pugliese abbia del gran talento, come si evinceva dalla passata edizione, quando vinse a mani basse il Premio della Critica fra le Nuove Proposte. Speriamo non si disperda: nel frattempo ha presentato in gara due canzoni solide, molto diverse tra loro. La prima decisamente più moderna e orecchiabile, la seconda più legato a uno stile jazz pianistico classico. Passa con mio pieno favore la prima… almeno un pronostico azzeccato secondo mio gusto!

Buoni anche i due cantautori – diversissimi per stili, background e attitudini: Riccardo Sinigallia e Francesco Sarcina. Entrambi conosciuti ai più per le precedenti esperienze in gruppi, Sinigallia nei Tiromancino e in veste di produttore per una marea di artisti di area romana e non solo (Gazzè, Fabi, Frankie Hi-Nrg), Sarcina alla guida de “Le Vibrazioni”, forti di un grande successo di massa sin dal fortunatissimo esordio con la hit “Dedicato a te..”.

I due non si smerciano dal suono che li hanno contraddistinti. Sinigallia sfodera due canzoni diverse ma accomunate dal suo scintillante e poetico songwriting. Si sente la mano in fase di stesura di un altro grande cantautore “di nicchia”, quale il romano Filippo Gatti, già negli Elettrojoyce, e prezioso risulta pure l’apporto della dolce e valida compagna bassista Laura Arzilli, anch’essa ex Tiromancino, specie nel primo brano che giustamente passa in finale, a scapito di una comunque azzeccata “La rigenerazione”.

Francesco Sarcina è l’unico fra tutti e 14 artisti presenti in gara a proporre due brani, sì orecchiabili e dalle grandi aperture melodiche, ma pure permeati di sonorità rock. Non memorabili ma onesti, anche se forse interpretati con sin troppa enfasi, specie il brano passato in finale, dedicato al piccolo figlio Tobia.

I giovani si esibiscono sfortunatamente tardissimo e francamente è una scelta che continuo a non concepire e contemplare. Già hanno poca visibilità, tra big, ospiti, vedette e polemiche assortite; fare loro sparare le uniche cartucce – visto che sono previste da subito eliminazione per due di loro ogni sera – è un rischio che può far vanificare gli sforzi di un’intera carriera, figuriamoci cantando ben oltre la mezzanotte, visto che il primo in gara (Diodato) è salito sul palco a mezzanotte e un quarto.

I primi due – Diodato e il figlio d’arte Filippo Graziani– hanno buona personalità e un buon piglio rock, col primo più intenso e profondo e il secondo più diretto e viscerale.

Bianca canta indubbiamente bene ma l’impressione è che non abbia quel “quid” in più per farla restare; capitolo a parte meriterebbe Zibba, per il quale mi sono già lungamente espresso in più post pre-Festival. Si tratta di un talento già ben riconosciuto in certi ambiti, un cantautore eclettico, sui generis, con una voce profonda, roca e che scalda i cuori e innovative soluzioni musicali.

Peccato come detto che di 8 interessanti nuove proposte (domani tra gli altri si esibirà un altro grande talento come Davide Combusti “The Niro”, che già avuto notevoli consensi all’estero e il giovane rapper in ascesa Rocco Hunt), solo 4 accederanno alla finale, ma almeno Fabio Fazio ha confermato quanto già era fuoriuscito, e cioè che tutti avranno comunque a gara finita un’ulteriore vetrina, potendo ri – esibirsi nella serata conclusiva del Festival.

Passano il turno, a mio avviso meritatamente, il cantautore tarantino Diodato e Zibba!

Sanremo 2014: svelato il cast dei BIG in gara! Un bel mix quello realizzato dalla commissione artistica presieduta dallo stesso Fazio

Ok, la mia giornata è stata pienissima, dopo una bella tirata al lavoro ieri. Ho scritto da stamattina presto, dovevo consegnare un pezzo lungo per il giornale, poi nel tardo pomeriggio via dal medico per fargli vedere dei risultati di alcune analisi (per fortuna andate benissimo!), poi in farmacia, altre commissioni. Però, visto che stranamente ho ancora la forza per scrivere, ecco a postare sin da stasera, dopo commenti sparsi qua e là sulle bacheche di amici vari, le mie prime impressioni sul cast di Sanremo, su cui avrò modo di approfondire prossimamente.

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Un cast eterogeneo, forse poco allineato ai gusti di un pubblico, diciamo generalista, ma su questo potrei obbiettare. A volte si dà per scontato che certa musica non possa necessariamente piacere a chi solitamente apprezza ciò che passa la radio o più semplicemente la musica leggera in toto.  Magari è proprio perchè non si conoscono certe cose che non le si apprezza!

Ecco quindi la lista annunciata in diretta dal confermatissimo direttore Fabio Fazio.

ARISA – quasi una veterana della kermesse, torna dopo la convincente affermazione de “La notte”, di due anni fa, quando non avrebbe demeritato la vittoria finale, andata poi a Emma

NOEMI – come Arisa è una habituè di Sanremo, visto che partecipa per la terza volta in pochi anni al Festival. Convincente due anni fa con il pezzo scritto per lei da Fabrizio Moro

RAPHAEL GUALAZZI e THE BLOODY BEETROOTS – per palati fini, ma non solo. Ormai Gualazzi ha raggiunto standard elevati, piace in modo incondizionato, per la sua classe, la sua proposta raffinata. Curioso sarà vederlo all’opera con gli altrettanto interessanti e inusuali Bloody Beetroots, così lontani in apparenza dal suo registro poetico e musicale

PERTURBAZIONE – lo ammetto, ogni anno nella lista trovo artisti per cui mi ritroverò indipendentemente dai brani a patteggiare. Stavolta è il turno del gruppo di Rivoli capitanati da Tommaso Cerasuolo, tra i migliori esponenti di un certo pop rock d’autore in italiano. Meglio tardi che mai!

CRISTIANO DE ANDRE’ – Spiace per le frequenti vicende personali che lo vedono spesso protagonista – nel male – ma a livello musicale il talento del figlio del grande Faber non è certo in discussione. Mi aspetto canzoni dal forte impatto.

RENZO RUBINO – Meritevole l’anno scorso nella categoria Nuove Proposte, pur non vincendo, si distinse per la sua tecnica e la sua qualità di songwriter e arrangiatore, paragonabile in parte a Vinicio Capossela, anche se di sicuro è meno funambolico rispetto al folletto romagnolo-tedesco-pugliese.

FRANKIE HI-NRG – una vera sorpresa il suo ripescaggio. Esponente di punta dell’hip hop anni ’90 (quello vero!) torna a rimettersi in gioco su un palco dove i rapper raramente hanno avuto fortuna. Di recente visto all’opera come attore nel film di Virzì jr “I più grandi di tutti”, ha i mezzi per lasciare un bel segno.

GIULIANO PALMA – un altro esponente del mondo rock alternativo che, partendo dal basso, attraversando cicli storici, mutando espressioni musicali – un po’ come Neffa in altri contesti – si è ritrovato via via lanciato verso la popolarità mainstream, grazie al progetto Bluebeaters, con i quali ha riarrangiato in chiave ska rockabilly tanti successi della canzone leggera italiana.

RICCARDO SINIGALLIA – un altro dei miei “idoli”, lo dico sinceramente. Assurdo che con uno con le sue capacità non sia quanto meno conosciuto da un vasto pubblico. Cantautore, ma prima ancora talent scout, produttore,  arrangiatore, per un periodo preciso (fine ’90, inizio 2000) tutto ciò su cui metteva mano si tramutava in oro, avendo contributo ad esempio a lanciare in orbita i vari cantautori amici della scuola romana, da Niccolò Fabi a Max Gazzè, dai Tiromancino allo stesso Frankie Hi-Nrg, spesso collaborando attivamente col fratello Daniele, valente musicista e arrangiatore, oltre che compagno nella vita di Marina Rei. Ora ha un’occasione d’oro di fare il salto di qualità presso il grande pubblico, cosa che io gli auguro di cuore.

ANTONELLA RUGGIERO – torna dopo un bel po’ di tempo l’ex voce storica dei Matia Bazar che, anche in veste solista, si è tolta più di una soddisfazione su quest0 palco, sempre presentando brani dalla grande atmosfera, coronati dalla sua voce eterea e suadente.

GIUSY FERRERI – da un po’ di anni scomparsa dai radar, torna alla ribalta la prima vera cantante di successo uscita da un talent italiano. Sembra passata una vita, ma in realtà era solo il 2008 quando si ritrovò a spopolare in hit parade col brano scritto per lei da Tiziano Ferro (il celebre “Non ti scordar mai di me”). Nel frattempo in molti hanno provato a offuscarlo e lei stessa ha voluto un po’ allontanarsi da un certo clichè legato appunto a quei tipi di contest. Vedremo come si ritufferà nell’atmosfera sanremese, dopo aver ben figurato nell’ ultima sua partecipazione.

FRANCESCO RENGA – ci riprova a distanza di due anni anche l’ex cantante dei Timoria (curioso che in commissione, tra molti esperti, ci fosse anche il suo amico-rivale Omar Pedrini che con lui divise gioie e dolori alla guida della rock band bresciana, prima dell’addio con tanto di strascichi polemici in odor di gossip). Per uno che ha già vinto la gara nel 2005 un pronostico è un po’ azzardato: ripetersi è sempre più difficile ma non credo proprio che Francesco voglia limitarsi a una comparsata

RON – a sorpresa riappare sulle scene anche Ron, che ultimamente aveva abbracciato progetti interessanti ma un po’ lontani da certi riflettori, come quello relativo al rifacimento di vecchi brani cantautorali americani. Ci riprova dopo che l’ultima volta aveva presentato un brano troppo impersonale e non all’altezza dei suoi momenti migliori.

FRANCESCO SARCINA – l’ex leader del gruppo de “Le Vibrazioni” da poco ha avviato una carriera solista e per lui arriva pronta l’occasione del Festivalone. In bilico se assecondare le sue istanze più rock o quelle decisamente più pop mainstream legate al suo maggior successo, la deliziosa “Dedicato a te”, brano divenuto un autentico cult, potrebbe rappresentare il vero outsider dell’edizione 2014