Intervista a Nicola Corrent: ritratto a tutto tondo di un ex grande calciatore veronese, ora all’Albaronco ma con un futuro da allenatore tutto da scrivere

E’ con grandissimo piacere che  ospito su PELLEeCALAMAIO il calciatore Nicola Corrent, veronese come me, e protagonista per tanti anni su campi prestigiosi, italiani e internazionali.

Sarà una ghiotta occasione per ripercorrere con lui le tappe salienti della sua fortunata carriera professionista, dopo il suo recente annuncio ufficiale di ritiro

“Ciao Nicola, partirei proprio da lì, da questa tua decisione, in un certo senso per noi appassionati sportivi inaspettata, anche se hai tenuto subito a precisare che continuerai a calcare i campi – meno prestigiosi magari ma sempre carichi di passione – dilettantistici della nostra zona. Come mai proprio in questo momento hai deciso di dire stop al professionismo? in fondo sei ancora relativamente giovane e immagino le offerte dai pro non ti mancassero”

Ciao Gianni eccoci:

Si si può cominciare dal 10/12/2013 un giorno importante perchè dopo 16 anni sono passato al calcio dilettantistico.

ALBA RONCO: 1′ categoria. Il motivo è semplice, ho mantenuto una promessa a mio fratello Andrea ( che ha fatto il sett. giovanile al Verona ma dopo un anno a Legnano non ha avuto la fortuna di far diventare la propria passione un lavoro..) a cui avevo detto che,  se non avessi fatto il professionista, avrei giocato con lui a prescindere dalla categoria.

Certo che da fare il capitano alla Carrarese in Lega Pro alla Prima Categoria il salto è stato lungo e forse con un po’ di pazienza avrei trovato qualche categoria superiore ma ho fatto una scelta di ‘cuore’. Obiettivamente con la mia età e la parentesi sportivamente negativa alla Virtus Vecomp sarebbe stato molto difficile rimanere tra i prof. e ho pensato di cambiare del tutto vita.

Allenamenti serali , tempo da dedicare a mio figlio Alexander , ai famigliari, agli amici, e al TERZO GRADO,  il birrificio artigianale e ristorante che ho aperto 4 anni fa con 2 amici.

cooo

“Hai iniziato a Porto San Pancrazio e subito sei stato notato dal Milan. Una realtà e un mondo completamente diversi. All’epoca quale fu il tuo impatto, parlo a livello emotivo soprattutto, visto che in campo hai dato subito risposte positive. In pratica titolare fisso, subito in grado di importi e fare tutta la trafila con tanto di convocazioni nelle varie Nazionali giovanili… Eravate una bellissima squadra, con tanti giocatori poi affermatisi. Ci vuoi fare qualche nome di tuoi compagni illustri e magari anche di qualcuno su cui avresti scommesso ad occhi chiusi e che invece non è arrivato al grande calcio?”

Sono tornato dopo esser andato via di casa a 11 anni  per fare il sett. giovanile al Milan, e dopo 5 anni di collegio a Lodi e 5 a Milanello e tanti sacrifici e selezioni sono arrivato a fare il CALCIATORE.

E’ stato difficile perchè la famiglia e gli amici mi sono mancati molto e si può dire che l’adolescenza l’ho quasi ‘saltata’.. Calcio e studio… per il resto quasi niente … ma sapevo dove volevo arrivare e ci ho messo tutto me stesso.

Il Milan è una grande società e mi ha dato tanto: da grandi allenatori quali Tassotti, De Vecchi, Boldini; Morini, Frigerio, Bertuzzo… a una cultura del lavoro e sacrificio per arrivare a ottenere qualcosa..

Ho avuto la possibilità di rimanere in costante contatto con la prima squadra allenandomi con loro , facendo amichevoli, tornei, preparazioni estive e panchine in gare ufficiali… senza mai esordire .. purtroppo… Un esperienza indimenticabile giocare con Baggio, Maldini, Baresi, Boban, Weah, Pirlo…. e altri tantissimi… ed esser allenato da Sacchi, Capello, Terim, Zaccheroni…. fantastico…

Nel sett giovanile eravamo in tanti e i migliori sono ‘arrivati’ quasi tutti Miccoli, Maresca,Coco, Daino, De Zerbi, Maccarone, Saudati, Allegretti…. per citarne qualcuno.. E  se devo ricordare un ragazzo dalle qualità incredibili ma che ha fatto molto poco sicuramente Vincenzo Maiolo… quando vincemmo lo scudetto Allievi Nazionali fece 36 gol e giocate pazzesche.

“Dalle giovanili del Milan inizi una fruttuosa e lunga esperienza di prestiti, fino a passare in via definitiva al Como. Sono anni in cui ti destreggi bene in serie A, segnando pure un gol, e sei protagonista in un bel ciclo con l’Under 21. Sognavi di debuttare in massima serie col Milan o è stato più bello farlo con una squadra che avevi contribuito a portare in serie A? E cosa invece non funzionò l’anno di Modena, quando alla fine scelsi di rientrare in B con la Ternana?”

Il mio trampolino è stato il Monza , una piccola realtà che faceva la serie B e sono stato molto contento di aver giocato e contribuito ad un importante salvezza.

Certamente i 2 anni alla Salernitana mi hanno fatto maturare molto; ma tra mille difficoltà di una piazza difficile ma affascinate posso dire di esser diventato un Calciatore.. Molte partite anche in Nazionale Under 21 e un gol importante sono un altro ricordo piacevolissimo: indossare la maglia della Nazionale é fantastico!

Una bella storica salvezza nei 6 mesi della parentesi Siena e poi ho trovato Preziosi che ha creduto in me aquisendomi prima per metà e poi definitivamente dal Milan..

Vincemmo il campionato col Como in un anno fantastico e vissuto da protagonista e finalmente ho raggiunto il sogno di tutti: la SERIE A

Fu difficile e purtroppo finì con la retrocessione a causa di un girone d’andata molto negativo ma giocare e misurarsi con campioni come Kaka, Totti, Vieri, Del Pietro, Seedorf ….. in certi stadi resterà una soddisfazione unica! Riuscii a fare anche un gol alla mia prima da titolare.. contro la Lazio e a Peruzzi.. una bella fortuna.

“Gli anni di Terni, visti da fuori e col senno di poi, sembravano molto “tempestosi” a livello societario, con una squadra in teoria con cui potevate davvero arrivare in serie A. Ci sei rimasto molto tempo, che ricordi hai di quell’esperienza?”

Successivamente  a Modena non riuscii a trovare spazio e decisi di andare alla Ternana in serie B. Sembrava una Società perfetta e avevamo una squadra fortissima ( Jimenez, Zampagna, Frick, Paci, Kharja.. ) ma con l’addio di Agarini si sfasciò tutto e la Fiorentina prese il nostro posto per la promozione in A.

A Terni con la nuova dirigenza ci furono molti problemi per molti giocatori e tra periodi fuori rosa e litigi vari non fu un esperienza da ricordare col sorriso.

“La tua prima volta in terza serie è stata un po’ anomala, visto che si trattava di Napoli. Confermi quanto si dice sull’attaccamento e la passione di quella tifoseria, capace di riempire il San Paolo anche in serie C?”

Napoli invece è stata una grande occasione ma anche un grande rimpianto…

Primo anno di De Laurentis e squadra nata dal nulla che con Ventura e poi Reja arrivò alla finale con l’Avellino.

Perdemmo… ma la cosa che più mi fece male fu non giocare il ritorno per un infortunio , dopo che all’andata, davanti a 70000 persone feci  una delle mie più belle partite.

Nicola Corrent  con la storica maglia numero 10 del Napoli

Nicola Corrent con la storica maglia numero 10 del Napoli

“E così poco alla volta arrivi nella “tua”, nella “nostra” Verona. Tempi bui anche in questo caso, da nobile decaduta, ancora lontani dal ritorno a certi fasti attuali. Ma al di là di questo, cosa ha contato per te indossare quella maglia, fino a esserne capitano, sentire la curva, i “butei”?

Tornai a Terni ma dopo 6 mesi di litigi ecco un sogno realizzato: giocare nella squadra della mia città, di cui sono molto tifoso e il terzo anno di esserne Capitano… Il massimo… come quello che ho provato a segnare sotto la Curva Sud e ad esultare sotto i miei ‘Butei…’

Ho dimenticato un altro ricordo da segnare: esser stato  il primo ad aver ‘rispolverato..’  il num. 10 a Napoli… non per meriti chiaramente… ma in C qualcuno doveva metterla e mister Ventura decise per me..

La grande delusione arrivò con la notizia del mancato rinnovo a Verona… avevo fatto tante rinunce per indossare la maglia gialloblu perchè per me non aveva e non ha prezzo ma la nuova società con Bonato fece altre scelte e cosi mi trovai a Coverciano tra gli svincolati a prender il patentino da allenatore..

Il veronese doc Corrent con l'amata maglia dell'Hellas, di cui diverrà capitano

Il veronese doc Corrent con l’amata maglia dell’Hellas, di cui diverrà capitano

“Una tappa a Lecco e poi la lunga, felice, indimenticabile per te e per i suoi tifosi, militanza alla Carrarese, all’epoca in C/2 (Ok, non si chiamava più così, ma fa lo stesso… ) e che proprio tu, con la tua classe, la tua personalità, aiutasti a tornare in una categoria più consona alla sua storia. Hai segnato tu quello che fu il rigore decisivo nella gara di play off promozione contro il Prato. Pensi che sia stato uno degli episodi più felici della tua carriera, proprio partendo dal fatto di quanto da allora sei entrato nei cuori dei tifosi toscani?  Tuttora,da quel che ho capito sei legato da un connubio molto stretto con la città e i tifosi, vero?”

Un periodo duro ma il Lecco mi contattò e mi diede una possibilità… inizio fantastico con 5 gol ( mio record) ma ritorno con molti infortuni e prestazioni negative finite con la retrocessione..

Poi un Grande rilancio a Carrara in una società nuova con Buffon presidente (con il quale ho ancora oggi un bellissimo rapporto anche extra calcistico con la sua presenza nella mia attività di birrificio a Verona) e Nelso Ricci ds… Vittoria nel mio primo anno in C/2 e gol promozione… il secondo anno molto positivo con play off sfiorati e purtroppo retrocessione il terzo…

Ma a Carrara si è creato un grande legame tra me e la piazza che ricordo con grande piacere e orgoglio..  Un rapporto di stima e rispetto, certamente per le mie prestazioni, il gol promozione, l’attaccamento… e anche il gol decisivo nel sentitissimo derby con lo Spezia…

“Al termine del nostro viaggio, con il tuo ritorno a casa e il desiderio realizzato di poter giocare con tuo fratello (anche lui molto dotato dal punto di vista tecnico, anche se purtroppo non è riuscito a farsi una carriera simile alla tua) che bilancio ti ritieni di fare? Hai qualche rimpianto, avresti potuto fare di più, ci sono stati momenti chiave che hanno fatto svoltare in un modo o nell’altro il tuo percorso sportivo o ti ritieni soddisfatto così? E, per ultima, una domanda più generale sul calcio attuale. In fondo non sono passati secoli fa dai tuoi esordi ma tante cose sembrano cambiate nel modo di porsi, di iniziare… Credi che alla base di tutto, al di là del talento e delle doti personali ,ci debba sempre essere la passione, la determinazione, la volontà a guidare un ragazzino col sogno di giocare a calcio? E’ ancora possibile resettare tutto, in un mondo sempre più inquinato da scommesse e da una crisi generalizzata, specie nei settori giovanili?”

Direi che in queste parole c’è tutto…  soprattutto tanti ricordi…

Grandi allenatori tutti diversi tra loro: Ventura, Malesani, Reja, Colomba, Sarri, Fascetti, Cagni, Remondina, Monaco… e tanti altri

Grandi Presidenti: Preziosi, De Laurentiis, Aliberti, Buffon e tanti altri… soprattutto ARVEDI e MARTINELLI che non ci sono più…

Tanti tifosi…

L’aspetto negativo è rendersi conto che troppe persone ti si avvicinano per interesse e poche per amicizia vera.. ma conservo pochi AMICI che non hanno ‘categoria…’ tra cui  De Zerbi, Troise, Sibilano, Maccarone, Cavallo, Brevi, Pecchia…

Se devo fare un bilancio sono soddisfatto… forse qualche anno in più in B lo potevo fare ma per demeriti miei, qualche decisione affrettata e rivelatasi sbagliata, qualche società che mi ha ostacolato è andata cosi… e io sono convinto che alla fine uno ha quello che si merita e che ha costruito…

Sono contento e orgoglioso della mia carriera…

Ora farò un pò di pausa ma certamente farò il tentativo di allenare perchè il calcio è passione e la passione non si può accendere e spegnere come un interruttore..

Parole Sante, Nicola! E a me, salutandoti, non resta che farti un enorme “in bocca al lupo” per il tuo futuro in questo ambiente, che tu possa coronare il sogno di allenare e di ritornare protagonista nel calcio in questa tua nuova veste!

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Addio a Stefano Borgonovo, un esempio per tutti

Scrivo a caldo, d’altronde ho appreso la notizia dieci minuti fa: è morto Stefano Borgonovo, l’ex calciatore fra le altre di Fiorentina e Milan. Ha lottato tanto, con una forza, una dignità encomiabile. Purtroppo la SLA, antipaticamente etichettata, assai in modo semplicistico come “la malattia dei calciatori” (tra i più noti deceduti anche l’ex capitano del Genoa Signorini), è una brutta bestia e non dà scampo, nonostante i passi da gigante nella ricerca della cura.

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Ti arriva come un fulmine a ciel sereno, quando la diagnosi è certa, sai che andrai incontro a un calvario, dapprima psicologico, poi fisico, visto che poco per volta ci si consuma. Resta lucida fino all’ultimo la mente, ma decadono diverse facoltà, poco per volta la comunicazione diventa non verbale, poi si bloccano in pratica tutti gli arti, si comunica con gli occhi, ci si affida nel caso di tecniche all’avanguardia – che non tutte le persone comuni ovviamente possono permettersi – a computer che leggono e interpretano la linea dello sguardo, componendo parole e frasi (anche in questo modo Stefano Borgonovo è riuscito a scrivere il suo toccante libro “Attaccante noto” e a collaborare sino all’ultimo con la Gazzetta dello Sport; lessi la sua rubrica anche l’altro ieri)… negli altri casi ci sono lavagnette più semplici ma comunque efficaci. Ho conosciuto anch’io una persona speciale, perita in medesime circostanze… una persona splendida, ho fatto in tempo a percepirne l’entusiasmo per la vita, per i viaggi, per il suo lavoro di imprenditore, per le moto e soprattutto per la compagna. Anche lui ha lottato davvero fino alla fine, anche lui ha sofferto, anche lui è stato un esempio, Roberto, non ti dimenticherò mai, sappilo! E di Borgonovo, al di là della genuina e sincera massima ammirazione per il calciatore, straordinario all’epoca della Fiorentina in coppia con  Roby Baggio, quando facendo insieme gol a grappoli si guadagnarono la chiamata di Milan e Juventus, rimane soprattutto impresso nella memoria collettiva questo suo coraggio, questa sua forza!

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Tantissimi giocatori gli sono sempre stati accanto, la moglie si è dimostrata donna straordinaria. Ma di lui mi rimane soprattutto la forza dell’uomo, l’esempio, il sorriso nonostante tutto. Il giorno che troveranno la cura per la SLA sarà di gran festa, esistono tante associazioni, tante manifestazioni, tante iniziative. Mai come in questo caso occorre metterci del nostro, darci da fare.

AGGIORNAMENTO

era prevedibile giungessero tantissimi messaggi di affetto, solidarietà, stima… parole vere e sincere, come lo era l’animo e lo spirito di Stefano.

Mi sono rimaste impresse fra tutte quelle di BAGGIO, che non si limitò ad esserne splendido compagno di reparto in attacco, ma fu uno di quelli che gli furono vicini anche dopo.

a un certo punto della sua toccante lettera (semplice ma per nulla retorica),dopo aver rievocato alcuni episodi, elogiato la moglie Chantal e ricordato le emozioni della maglia azzurra raggiunta insieme quando erano giovani promesse della Viola, condividendo quindi un sogno, Roby ha aggiunto: “ma la cosa più bella e importante per me, e forse non te l’ho mai detta, era quando con un assist ti mandavo in gol e vedevo i tuoi occhi pieni di felicità”… devo dire, un po’ mi sono commosso, credo che amicizia voglia dire queste cose.

ecco i gol del bomber in A

http://www.youtube.com/watch?v=V7TCtBw1Sxg

DOSSIER FIGLI E FRATELLI D’ARTE NEL MONDO DEL CALCIO

Nel calcio, come in ogni settore lavorativo, è facile imbattersi nei cosiddetti “figli d’arte”, quei protagonisti di una certa professione o disciplina che possono “vantare” un cognome di un certo prestigio, tale in alcune situazioni da poter ambire a possibilità di carriera altrimenti precluse. Pensiamo a tanti giovani rampolli di famiglia che assumono incarichi prestigiosi nelle aziende messe in piedi dai propri genitori o più semplicemente a certi fenomeni di vero e proprio nepotismo che hanno riguardato, sino ai nostri giorni in maniera persino preponderante, la sfera sociale e politica. Ma in alcuni ambiti è davvero impossibile bluffare, avvalendosi cioè di un importante cognome per fare strada. Pensiamo agli artisti in genere, del cinema o della musica, dove esistono belle eccezioni, ma a cui non basta chiamarsi “Lennon” o “Presley” per diventare ai livelli del padre, né tanto meno “De Sica”. Dove vige il talento, esistono delle forme di “giustizia” o quanto meno di obbiettività che indicano una strada privilegiata alla meritocrazia, diffusa ad ogni latitudine, in quanto queste regole valgono all’estero come in Italia, territorio privilegiato per questa inchiesta.

Nel calcio, come in tutti gli sport, d’altronde, alle chiacchiere si contrappongono dati, numeri e vittorie e, pertanto, non basta portare un nome sulla maglietta (per quanto prestigioso, pensiamo al “Maradona” del Cervia, la squadra del Reality “Campioni” che aveva assoldato il figlio di Diego sperando si presume in una ancora più efficace strategia di marketing, non fosse già bastata in quel contesto la tv). Ma neppure il fratello minore di Maradona, Hugo (una comparsata nell’Ascoli ventisette anni fa) seppe minimamente avvicinarsi a cotanti gesta calcistiche. Eppure, non sempre un cognome “di peso” si dimostra essere alla prova dei fatti un boomerang. Esistono casi importanti di giocatori che hanno avvicinato, eguagliato e in pochi sparuti casi superato i trionfi del padre, aprendo la porta a vere dinastie di atleti.

Foto storica, con l'immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell'Inter di Herrera

Foto storica, con l’immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell’Inter di Herrera

Sin dai tempi pionieristici pre- Campionato unico, era solito vedere nelle fila delle squadre, coppie di fratelli. Uno dei massimi esponenti calcistici degli anni 10 e 20 (ma la cui carriera si protrasse fin quasi a metà degli anni ’30, con una ricomparsa nel ’39 ad Arezzo a quasi 45 anni) è Luigi Cevenini, detto “terzo” (III in numeri romani, come si era soliti usare all’epoca), in quanto poteva vantare due fratelli maggiori e due minori calciatori come lui. Luigi tuttavia divenne presto il più completo, la star di famiglia, accumulando qualcosa come 190 partite in campionato condite da ben 158 reti, nonostante lo stop forzato di 4 anni in piena Prima Guerra Mondiale, dal 15 al 19, quando vestiva la maglia del Milan.

Nella Juve del quinquennio, centravanti infallibile e assai prolifico, prima di un ridimensionamento tecnico coinciso con un infortunio, era Felice Placido Borel, detto anche II, perché già il fratello di Aldo Giuseppe, anch’egli tra gli altri giocatore della Juve in precedenza. Borel II divenne campione del Mondo nel ’34, seppur da comprimario dietro i più affermati Meazza, Schiavio e Orsi, e segnò la bellezza di 132 reti in carriera in 257 gare di campionato, in pratica una ogni due partite.

Negli anni ’40, dal suo esordio in A sino al tragico epilogo di Superga, furoreggia il 10 di Valentino Mazzola, giocatore universale, riconosciuto dai più come il massimo talento della sua epoca. Porta in dote al Torino ben cinque scudetti consecutivi, intervallati dalla parentesi dello Spezia nel campionato di guerra del ’44, trascinando la squadra granata nella leggenda di questo sport. Eppure uno dei suoi figli, l’interista Sandro, riuscì a eguagliarne le gesta, nonostante una differenza tecnica piuttosto evidente, sia come ruolo che come personalità in campo. Sandrino, efficace sia come finto centravanti che successivamente come interno, vinse con la squadra nerazzurra ben 4 scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali, divenendo pure capocannoniere in una stagione (come successe al padre, seppur quest’ultimo non giocasse da attaccante).

Meno felice la carriera del fratello minore Ferruccio, che alcuni accreditavano da giovane come più promettente rispetto a Sandro, in possesso di una tecnica cristallina e di un modo di stare in campo (centrocampista puro o trequartista) non dissimile da quello del padre Valentino.

Eppure Ferruccio, piuttosto discontinuo, dopo le giovanili nell’Inter e la positiva esperienza di Venezia, sulle orme del padre, non seppe confermarsi ad alti livelli, mancando il salto di qualità in squadre come Lecco, Lazio e Fiorentina, sfiorendo in serie C a nemmeno 30 anni, con il Sant’Angelo.

Da metà degli anni ’60 fino agli inizi degli ’80 uno dei migliori cannonieri italiani è stato Giuseppe Savoldi, cresciuto nella fucina di talenti dell’Atalanta ma poi consacratosi tra Bologna e Napoli, dove divenne mister miliardo. Per lui, bomber di razza, la bellezza di 168 reti in 405 gare di campionato (con l’apice del titolo di cannoniere nel ’73 insieme a Pulici e Rivera, mentre poca fortuna ebbe in Nazionale, vista la concomitanza di tanti validi giocatori nel ruolo di prima punta.

Il fratello minore Gianluigi, precocemente scomparso a 58 anni nel 2008 dopo una grave malattia, pur talentuoso nel ruolo di mezz’ala non seppe avvicinarsi alle vette di Giuseppe, pur entrando dopo la trafila atalantina e due esperienze formative in categorie minori, nelle grazie della Juventus. Il bianconero tuttavia sembrava andargli troppo largo, vista la concorrenza di fenomeni nel ruolo (su tutti Capello e Haller) e così proseguì la carriera tra Cesena e Vicenza, senza tuttavia mai far decollare le buone premesse.

In genere, un ruolo completamente diverso rispetto al predecessore, può aiutare nell’allontanare confronti spesso rischiosi. Venendo quindi ai giorni nostri non si può certo dire che Daniele Conti stia sfigurando in serie A, seppur non toccando i vertici del padre Bruno, favoloso fantasista mancino protagonista del Mundial ’82 dove fu eletto da Pelè come miglior giocatore della manifestazione. Daniele non possiede le doti tecniche del padre ma abbina forza fisica e senso tattico da gran regista che gli hanno consentito, una volta smentito gli scettici, una carriera che sinora lo ha portato al totale di 361 presenze, quasi tutte nella massima serie, se si escludono i 4 anni di B ad inizio carriera, e quasi tutti con la sola maglia del Cagliari, squadra adottiva dopo il precoce esordio in maglia giallorossa sulle orme del padre.

Maggiori tuttavia i casi di figli d’arte nel calcio che non riescono ad esprimere quanto fatto in carriera dai loro padri. Per loro all’inizio il nome non è un problema, nel senso che più facilmente rispetto al ragazzino che parte dal club locale possono arrivare in vivai importanti ma poi molto spesso i riflettori cominciano a puntare su di loro. Tutti, dai tifosi alla dirigenza, ai semplici appassionati sportivi, si aspettano quel “qualcosa” in più che il cognome dovrebbe in qualche modo garantire, come se la genetica contasse su tutto. In questi casi essere “figli di papà” non aiuta, lo certificano casi come quelli di Alessandro Bettega, Mattia Altobelli, Marco Fanna, Mattia Pin che, seppur ancora giovani, hanno abbandonato da tempo sogni di gloria e di professionismo, mentre appare impervia anche la strada di Gianmarco Zigoni e Matteo Mandorlini, nonostante l’indubbio talento messo in mostra nelle categorie giovanili.

Dura pure la vita dei fratelli d’arte, specie se il tuo, di nome Roberto,  è stato Pallone d’Oro nel ’93, finalista al Mondiale l’anno successivo o molto più semplicemente il miglior giocatore italiano degli ultimi 50 anni. Eddy Baggio ha speso una carriera tra tanta serie C e un po’ di B, segnando comunque a palate (soprattutto nelle Marche, ad Ascoli e Ancona ma anche a Pisa e Catania tra le altre) e onorando il suo cognome con tanta passione e dignità.

E mentre all’orizzonte del grande calcio si stanno affacciando i figli di Maurizio Ganz e Antonio Comi (rispettivamente Simone e Gianmario), trascinante coppia gol dell’ultima Primavera del Milan, a Carpi si è fatto le ossa Filippo Boniperti, nipote del grande Giampiero, icona juventina e a Gubbio l’anno scorso ha ben debuttato il centrale difensivo scuola Torino e Inter Simone Benedetti (figlio del cuore Toro Silvano), c’è anche chi ha saputo superare, forti di una carriera straordinaria le pur bellissime carriere dei propri cari.

Christian Vieri, possente attaccante che ha militato in tantissime squadre (le due di Torino, le due milanesi, la Lazio, l’Atalanta, l’Atletico Madrid, il Monaco, la Fiorentina e negli anni di gavetta al Pisa, al Venezia e al Ravenna) è uno dei più prolifici attaccanti italiani di sempre, con i suoi 142 gol in serie A. In tutta la carriera ne segnerà ben 194 solo nei vari campionati con l’apice dei 24 gol in altrettante gare nell’unico anno in Spagna con i “Colchoneros” e i ben 103 in 144 con la maglia dell’Inter, tra il 1999 e il 2005, periodo in cui da molti addetti ai lavori era considerato il miglior centravanti del mondo.

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Il padre Roberto, gran talento della trequarti negli anni ’60, agiva in posizione più arretrata, da classico 10 di fantasia e giocò le sue migliori stagioni alla Sampdoria, ma poi fallì alla Juventus e successivamente si limitò al compitino alla Roma e al Bologna. Dotato di ottima tecnica ma di scarsa propensione al sacrificio, optò poi per scelte di vita che lo condurranno prima a giocare a Toronto e successivamente in Australia, dove nacque l’altro figlio Max, anch’egli discreto giocatore cadetto in Italia, ma senza la grinta e la personalità del fratellone “Bobo”.

Il caso più eclatante di giocatore italiano in grado di superare la già egregia carriera del padre è tuttavia quello di Paolo Maldini, figlio di Cesare.

Quest’ultimo, classe ’32, triestino di ferro, dopo due promettenti stagioni nella squadra di casa, la gloriosa Triestina di cui divenne a soli 21 anni capitano, passò al Milan, legando indissolubilmente il suo nome al club rossonero, forte di 347 presenze e 3 reti. Difensore straordinario, col fisico, il senso tattico, uno dei più efficaci primi “liberi” del nostro calcio, si impose grazie anche alla strabordante personalità e intelligenza calcistica. Battendo in finale il Benfica di Eusebio nel ’63, toccò a lui, emblema e capitano del Milan, alzare in cielo la prima Coppa dei Campioni, stessa sorte toccata esattamente 40 anni dopo dal figlio Paolo, che di coppe dei campioni prima ne aveva già vinte 3 e successivamente nel 2007 a quasi 39 anni  ne avrebbe vinta un’altra, portando così il suo totale a 5.

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(la dinastia dei Maldini: Paolo e il padre Cesare alzano da capitani la Coppa dei Campioni con la maglia del Milan… e all’orizzonte si prepara per il grande calcio il giovane Christian, classe ’96, figlio di Paolo e già negli Allievi dei rossoneri)

Difensore universale, ha composto per anni una delle difese meglio assortite di tutta la storia del calcio, con Tassotti, Costacurta e Baresi, debuttando da terzino sinistro, ruolo in cui si impose come il migliore in assoluto della sua epoca, per poi passare in tarda età a centrale, sulla falsariga di altri grandi difensori italiani. Sin dal suo debutto in serie A, datato 20 gennaio 1985 a nemmeno 18 anni, fu palese che del raccomandato non aveva proprio nulla e la sua lunghissima carriera (cui ricordare tutti i numeri e trofei diventa quasi un’impresa, basti pensare al record di partite ufficiali con lo stesso club, il Milan, ben 902 o quello delle finali di Champions in coabitazione col madridista Gento, 8  per farsi un’idea della sua statura di giocatore) ne è una fulgida testimonianza. E alla finestra è già pronto in rampa di lancio il figlio Christian, classe ’96, che gli addetti ai lavori indicano già come probabile erede in campo al Milan, giusto prosecutore di una dinastia davvero unica.

 

 

 

 

Alla scoperta di Lorenzo Tassi, predestinato del calcio italiano.

Lorenzo Tassi (classe ’95) è quello che si può tranquillamente definire un predestinato del calcio! Scrissi di lui già tre anni fa, quando a Brescia già faceva faville in campo, scomodando paragoni importanti. Esordio precoce a meno di 16 anni in serie A col Brescia, paragoni importanti ma certificati da tornei giovanili e campionati dove prevaricava le categorie, emergendo facilmente tra coetanei. Ha fatto specie il suo debutto nell’ultima gara di serie A di due stagioni orsono (dove esordì pure il compagno di un anno più vecchio Nana Welbeck), perché avvenuto alla stessa età di gente come Roby Baggio o Francesco Totti. E se un esordio così in anticipo sui tempi, non sempre è sinonimo poi di carriera duratura e ad alti livelli, l’Inter non ci ha pensato due volte e, a suon di milioni di euro investiti, lo ha acquistato per potenziare dapprima i propri ranghi giovanili.

Il suo score è piuttosto deludente se ci affidiamo ai soli numeri ma la realtà dei fatti è che Lorenzo solo a sprazzi l’anno scorso, aggregato agli Allievi Nazionali nerazzurri, ha potuto ben contribuire agli ottimi risultati ottenuti dall’Inter, a causa di una pubalgia che lo ha attanagliato per quasi tutta la stagione, facendolo comparire solo a primavera inoltrata.

Quest’anno invece i segnali da parte sua sono decisamente incoraggianti: Tassi, aggregato alla Primavera con compagni anche di due anni più vecchi di lui, sta bruciando le tappe, dimostrando sul campo una personalità che da sempre gli viene riconosciuta tra gli addetti ai lavori. Nel recente Trentino Cup ad esempio, un suo splendido calcio di punizione ha riportato l’Inter in parità contro i viola e in generale, nei pochi minuti disputati, ha messo in mostra ottime cose a centrocampo, ruolo che maggiormente gli si addice e dove può far risultare al meglio le proprie qualità tecniche. Tassi non è uno che si tira indietro, si assume le proprie responsabilità, in mezzo al campo chiede la palla e la distribuisce sempre sapientemente, non cercando spesso il colpo a sorpresa (che pure è nelle sue corde) ma carburando come un diesel per esplodere durante la gara. Gioca a testa alta, destro-sinistro, ha un buon tiro e dribbling… fisicamente risente ancora dell’anagrafe ma ha tutto il tempo di potenziarsi. Insomma, un talento enorme da salvaguardare ma allo stesso tempo da far emergere nel modo più adeguato, non relegandolo a un ruolo di eterna promessa. Il nuovo corso nerazzurro sembra illuminante in tal senso e penso proprio che un tecnico abile con i giovani come Stramaccioni non si faccia sfuggire l’occasione di far nascere un campioncino nel proprio orticello.