Pillole europee

Torno per un attimo a farmi vivo, in attesa di partire per la “vera” vacanza, fra un paio di giorni tra l’Alto Adige e l’Austria.

In questi giorni di distacco dal blog ho ultimato alcune cosette interessanti: innanzitutto un articolo sugli Europei in prossimità del nuovo numero del GS, incentrato come ovvio sulla recente manifestazione. Poi, sono finalmente riuscito a ultimare un lavoro da sottoporre all’attenzione del mio editore. Non è il nuovo manoscritto, il romanzo che farà da successore a “Verrà il tempo per noi” ma un’idea diversa che è stata partorita quasi per caso. Nel senso che erano scritti nati non per essere giudicati da un editore ma piuttosto intimi e personali. Vedremo se per fine anno diverranno qualcosa di più… la mia seconda pubblicazione ufficiale, in pratica! 🙂

Gli Europei si sono appena conclusi: volutamente non ne ho parlato molto, a parte qualche commento sparuto per il web, in particolare su facebook dove ho molti amici calciofili come me.

Direi che possiamo essere soddisfatti della marcia degli Azzurri, capaci (come sempre, la storia insegna) nelle difficoltà di tirar fuori il meglio, rendendo la vita difficile a ogni avversario. Era stato così anche all’esordio contro i futuri campioni della Spagna ma allora eravamo ancora in fase di rodaggio, in fondo. Poi è venuta la prima svolta tattica, con il ritorno alla difesa a 4, che ha consentito a Prandelli di ricomporre la retroguardia juventina. A disagio Maggio in difesa, è stato preferito dar spazio a Balzaretti e Abate, due veri terzini, col milanista ormai pienamente maturato in questo ruolo, lui che ha sempre giostrato da ala pura. Benissimo il centrocampo, con De Rossi a protezione della difesa (ma mai più da stopper, per carità, si perde metà del potenziale suo e di squadra), un Montolivo finalmente a livelli da “grande squadra” (e molto ha contribuito Prandelli nella sua evoluzione, visto i precedenti insieme a Firenze), Marchisio ormai un big a tutti gli effetti e un Pirlo assolutamente sontuoso, a parte il cucchiaio che ha fatto innamorare mezza Europa. Davanti i due “discoli” Cassano e Balotelli che col tempo hanno affinato la loro intesa, già perfetta fuori dal campo. Ne è uscita una Nazionale compatta, diretta discendente di quella che ha trionfato a Berlino 6 anni fa, con lo stesso spirito, la stessa determinazione, la stessa capacità di imbrigliare e sorprendere la squadra avversaria, impedendola di esprimersi al meglio. E’ successo contro un’Inghilterra molto “italiana” e soprattutto con la sbarazzina Germania, che sprizzava talento da tutti i pori.

Fino a che non ci siamo schiantati con la Spagna. Arrivati giù di corda, stremati dalla fatica dell’impresa tedesca e con alcuni giocatori francamente non al top (pensiamo al guerriero Chiellini), non abbiamo avuto chance con la Spagna, pur reduce da una semifinale lunghissima contro i cugini portoghesi. Ma se in campo prendono il pallino del gioco i vari Xavi, Iniesta (si potrebbe dare un Pallone d’oro di coppia, o lo diamo ancora a Messi?), Silva (superbo con la sua fantasia al servizio della squadra), Fabregas (ormai una sicurezza nel ruolo della “zanzara offensiva”, Alonso è dura per tutti. Gli spagnoli poi non hanno dato respiro a Pirlo e a Balotelli, i nostri uomini più pericolosi, accerchiandoli continuamente, e persino Cassano ha sbattuto spesso contro il muro difensivo avversario (in particolare contro Ramos, una roccia). Insomma, occorre ripartire da qui, pur tenendo conto della distanza che ancora ci separa dai nuovi dèi del calcio. Prandelli forse qualcosa ha sbagliato nella finale, nel secondo tempo a un certo punto, si poteva osare di più inserendo anche il combattivo Diamanti al posto di Motta, poi subito infortunatosi. Siamo rimasti in 10, inermi di fronte alla furia e alla sagacia tattica e tecnica degli uomini di Del Bosque, abile come pochi nel saper far convivere le due anime, quella del Real Madrid e quella del Barcellona. Un complesso, quello spagnolo, che si può permettere di giocare senza centravanti di ruolo, un po’ come la Grande Ungheria degli anni ’50, in cui tutti attaccavano e difendevano insieme. Rivelazione Jordi Alba in difesa, lui che in realtà spinge sempre e risulta quasi un attaccante aggiunto (rivedere il gol in finale contro gli azzurri). Per il resto i soliti noti, giocatori ancora giovani che hanno tutto per marcare ancora di più il divario sugli avversari. Noi abbiamo giocato con onore, forza, abbiamo riconquistato dignità, nel contesto del ciclone scommesse, e sarà necessario ripartire da Prandelli, nella speranza che i nostri migliori giovani in rampa di lancio (Destro, Verratti, Insigne… ), già protagonisti in questa sessione estiva di calciomercato, lo divengano poi anche in campo, magari nei grossi club!

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Sentimentale? Sì! Romantico? Credo! Sdolcinato? No, grazie!

Apro questo post, sollecitato da un commento dell’amico Ricky, il quale tra il serio e il faceto, ma con la solita franchezza che lo ha sempre contraddistinto e sulla quale si fonda il nostro rapporto, mi ha lanciato delle perplessità riguardo una possibile piega che potrebbe prendere il mio nuovo romanzo. Si riferiva a un punto in cui dicevo in un precedente post che avrei potuto includere delle scene tratte dalla mia degenza ospedaliera o cadere nel romantico e nello sdolcinamento, avendo io definito quello che sarà il mio prossimo lavoro come una storia d’amore.

Beh, io mai potrei scrivere a tavolino una storia lacrimevole per poter impietosire i lettori o accaparrarmi una critica da “strappalacrime” ma allo stesso tempo non metterei mai in piazza la mia vita, spiattellata in un momento così intimo e personale come è stato il superamento di una grave malattia.

Dico però che certe emozioni e certi stati d’animo provati mi hanno segnato molto, anche se in un primo momento non me ne sono nemmeno accorto. Ho bisogno di riversare molte pulsioni e molte tensioni racchiuse in quel letto d’ospedale, ma ciò non significa che farò una radiografia di un  ricovero ospedaliero. Parlerò, scriverò di cosa si possa provare quando da un momento all’altro la vita te la senti sfuggire dalle dita, ma questo argomento permeerà tutta la storia: molte vicende che andrò a narrare riguarderanno quei momenti topici in cui l’uomo si può ritrovare, quando non riesce a svoltare, quando perde occasioni importanti, quando si sente frenato dalla paura, quando non  si rende conto che tutto ciò che desidera in fondo è a portata di mano.

Per questo dico che il mio romanzo racconterà la vita e l’amore per la vita stessa, perché l’Amore non deve essere per forza di cose banalizzato o stereotipato, ma può fungere ancora da motore per ricostruirsi un’esistenza.

Niente lacrime e niente pietismi, né tanto meno scritture a tavolino per colpire un determinato pubblico, io scrivo sempre spontaneamente, col cuore ma anche cercando di canalizzare al meglio le emozioni che intendo mettere nero su bianco.

Ma chi mi ha letto, e Ricky lo ha fatto sin dal primissimo manoscritto ancora in attesa di editing, sa che anche nel dramma cerco di inserire un sorriso, mi piace mischiare i generi e provo a raccontare scenari di vita, attraverso le storie di personaggi, sì inventati, ma nei quali rifletto ciò che conosco, situazioni che ho visto o vissuto.

Ho provato, da lettore, ad accostarmi a scrittori lontanissimi dal mio stile, parlo di autori assai famosi. Accetto chi propone temi scabrosi, specie se lo fa con assoluta maestria; riconosco il grande talento anche in chi usa termini forti, al limite dello sboccato, ma non mi ci sento rappresentato. Sarei veramente ridicolo se provassi a riciclarmi in quel modo, e ho notato che molti giovani scrittori italiani lo fanno eccome, e finiscono con lo scimmiottare i grandi scrittori di genere ma senza possederne lo spirito vero, l’attitudine, il sarcasmo. Quindi, io voglio prima di tutto essere sincero e onesto con me stesso, e allora ok continuo a parlare di sentimenti ma lo faccio a modo mio, senza tanto miele!