Riccardo Montolivo: si può diventare leader a 27 anni?

Riccardo Montolivo ha iniziato ben presto a deliziare le platee pallonare, emergendo precocemente nel contesto di un vivaio fortissimo, come da sempre lo è quello dell’Atalanta. Il suo non è mai stato, a onor del vero, calcio champagne, la sua attitudine raramente metteva in mostra giocate a effetto o il gol strappa applausi. Eppure a 18 anni già vestiva la maglia da titolare, nella stessa stagione cadetta che vide il contemporaneo lancio della punta Pazzini, di un anno più vecchio.

Riccardo, già pilastro delle varie rappresentazioni giovanili, era meno esuberante di altri validi compagni di reparto, come Aquilani o Lodi, meno appariscente – tanto per restare in tema – ma terribilmente efficace e in possesso di una maturità evidente.

Sembrava calcare certi scenari da una vita, forte di una proprietà di palleggio, di un senso tattico innato e di una maestria nel saper sempre cogliere al volo il passaggio giusto, quello più funzionale all’intera squadra. Un generoso pure, uno che non si risparmia.

Ma anche e soprattutto un ibrido del nostro calcio: nè regista, nè mezzapunta, nè fantasista, nè uomo dell’ultimo passaggio, con l’assist sempre in canna, nè troppo aggressivo, nè veloce, ma neppure lento o remissivo. Insomma, un bel rebus, specie in un’epoca di forte incasellamento tattico.

Lo prende la Fiorentina e qui Riccardo inizia un’avventura fatta di tanti alti e bassi, di prove convincenti e altre al limite dell’apatia. Puntualmente nascono inserimenti di altre squadre, anche legate alla Bundesliga, visto che tra l’altro Monto è per metà tedesco – da parte di madre – ma le sirene giungono pure dalle classiche big italiane, in particolare dal Milan che sembra prevederne un futuro “alla Pirlo”. Un Pirlo più fisico, meno fantasioso ma comunque efficace. Tuttavia Ricky è molto deludente al momento del dunque e sembra destinato davvero a rimanere nel limbo degli incompiuti, nonostante a Firenze sembrava poter far rivivere il mito di Antognoni, visto che a conti fatti, come il grande ex numero 10 viola, anch’egli agisce meglio da mezz’ala.

Al termine di una stagione alquanto opaca, nel contesto di un ciclo finito a Firenze, Montolivo approda così in un Milan dal forte senso di rinnovamento, termine poco appropriato forse per indicare un ridimensionamento oggettivo del club.

Riccardo è reduce da un ottimo Europeo, nel quale da titolare inamovibile ha disputato le sue migliori prove in azzurro ma i dubbi su un suo adattamento con la squadra rossonera permangono, specie alla luce dell’abbandono di tanti, troppi big nella zona nevralgica del campo. Insomma, tra Pirlo, che se n’è andato con un anno di anticipo, Seedorf, Van Bommel e compagnia, l’eredità a metà campo pare in effetti pesante, tralasciando i perenni dubbi legati al ruolo.

Il presente parla chiaro: Montolivo, pur in una stagione difficile e iniziata in salita, è a tutti gli effetti il leader della squadra, finalmente, a 27 anni compiuti. Via le timidezze, i “vorrei ma non posso”, ora Montolivo dirige la squadra, sprona i compagni, prova spesso il tiro da fuori, nel quale si sta rivelando davvero prezioso e quasi implacabile, è un centrocampista a tutto campo, con la qualità necessaria per eventualmente pure supportare gli avanti con precisione e puntualità.

Allegri lo sta valorizzando al meglio e lui ripaga con prestazioni sempre all’altezza, le migliori della carriera, tolti gli ottimi sprazzi giovanili, e la prova contro la capolista Juventus è il chiaro esempio di questa sua evoluzione, ormai pressochè definitiva. Si può proprio dire che il suo talento sia emerso del tutto, era ora, specie in vista di appuntamenti internazionali importanti, sia in chiave rossonera, che in chiave azzurra.

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El Shaarawy è già oltre Super Mario Balotelli

Si fa un gran parlare da qualche settimana a questa parte del giovane talento rossonero, cresciuto nel Genoa, El Shaarawy. Io stesso gli ho già dedicato più post, i maggiori quotidiani e il Guerin Sportivo lo immortalano in prima pagina… tutto giusto, a mio avviso, visto come a soli 20 anni, alla prima vera stagione da protagonista in una grande storica della serie A, si sta dimostrando un campione, risolvendo le partite da solo, oltre che i guai assortiti di casa Milan. 10 gol che ne fanno il capocannoniere solitario della serie A, 10 gol, uno più bello dell’altro, a testimonianza del vasto bagaglio tecnico di cui dispone, e siamo appena a novembre.

Viene da pensare a cosa potrebbe ambire il Milan se avesse trattenuti i suoi gioielli Ibra e Thiago Silva, resta il fatto che, nel contesto di una stagione di transizione, il giovane Stephan dimostri, gara dopo gara, di che pasta sia fatto…. siamo davanti al nome nuovo del calcio italiano.

Probabilmente il Faraone, in mezza stagione da titolare in A, ha già dimostrato di più rispetto a Balotelli nei suoi anni italiani, all’Inter. E sì che da più parti si parla del giocatore del City come del ’90 più forte del mondo. Eppure Super Mario è ancora un incompiuto, ha esordito prestissimo lasciando il segno, sin dai tempi in cui furoreggiava a 15 nel Lumezzane, con conseguente esordio nei professionisti e l’approdo all’Inter, dopo essere stato ben valutato pure dal Barca.

Questa sembrava la stagione della consacrazione di Balo, considerando lo splendido Europeo, giocando da leader offensivo azzurro, e invece il City – e Roberto Mancini in primis – non ne può proprio più delle sue mattanze, dei suoi ritardi agli allenamenti, della sua vita poco incline alla vita di un professionista che vuole primeggiare ai massimi livelli nel calcio.

Parlo da grande estimatore di Balotelli, da uno che lo segue e stima dai suoi primi vagiti in serie A, prima ancora nella Primavera dell’Inter, portata “da solo” a vincere un campionato di categoria. Ma in effetti, deve maturare e chissà mai se lo farà, nel frattempo la stella di El Shaarawy brilla sempre più luminosa… lui sì  che sembra non essersi montato la testa. E pensare che potenzialmente abbiamo la miglior coppia d’attacco del mondo negli anni a venire. C’ è ancora tempo Balo, ma occorre mettersi in carreggiata.. le carriere di Cassano – tra l’altro giunto a 30 anni ai migliori standard di rendimento – e dell’altro ex nerazzurro Adriano stanno lì a dimostrare che senza impegno, determinazione e serietà non si fa molta strada.

Pillole europee

Torno per un attimo a farmi vivo, in attesa di partire per la “vera” vacanza, fra un paio di giorni tra l’Alto Adige e l’Austria.

In questi giorni di distacco dal blog ho ultimato alcune cosette interessanti: innanzitutto un articolo sugli Europei in prossimità del nuovo numero del GS, incentrato come ovvio sulla recente manifestazione. Poi, sono finalmente riuscito a ultimare un lavoro da sottoporre all’attenzione del mio editore. Non è il nuovo manoscritto, il romanzo che farà da successore a “Verrà il tempo per noi” ma un’idea diversa che è stata partorita quasi per caso. Nel senso che erano scritti nati non per essere giudicati da un editore ma piuttosto intimi e personali. Vedremo se per fine anno diverranno qualcosa di più… la mia seconda pubblicazione ufficiale, in pratica! 🙂

Gli Europei si sono appena conclusi: volutamente non ne ho parlato molto, a parte qualche commento sparuto per il web, in particolare su facebook dove ho molti amici calciofili come me.

Direi che possiamo essere soddisfatti della marcia degli Azzurri, capaci (come sempre, la storia insegna) nelle difficoltà di tirar fuori il meglio, rendendo la vita difficile a ogni avversario. Era stato così anche all’esordio contro i futuri campioni della Spagna ma allora eravamo ancora in fase di rodaggio, in fondo. Poi è venuta la prima svolta tattica, con il ritorno alla difesa a 4, che ha consentito a Prandelli di ricomporre la retroguardia juventina. A disagio Maggio in difesa, è stato preferito dar spazio a Balzaretti e Abate, due veri terzini, col milanista ormai pienamente maturato in questo ruolo, lui che ha sempre giostrato da ala pura. Benissimo il centrocampo, con De Rossi a protezione della difesa (ma mai più da stopper, per carità, si perde metà del potenziale suo e di squadra), un Montolivo finalmente a livelli da “grande squadra” (e molto ha contribuito Prandelli nella sua evoluzione, visto i precedenti insieme a Firenze), Marchisio ormai un big a tutti gli effetti e un Pirlo assolutamente sontuoso, a parte il cucchiaio che ha fatto innamorare mezza Europa. Davanti i due “discoli” Cassano e Balotelli che col tempo hanno affinato la loro intesa, già perfetta fuori dal campo. Ne è uscita una Nazionale compatta, diretta discendente di quella che ha trionfato a Berlino 6 anni fa, con lo stesso spirito, la stessa determinazione, la stessa capacità di imbrigliare e sorprendere la squadra avversaria, impedendola di esprimersi al meglio. E’ successo contro un’Inghilterra molto “italiana” e soprattutto con la sbarazzina Germania, che sprizzava talento da tutti i pori.

Fino a che non ci siamo schiantati con la Spagna. Arrivati giù di corda, stremati dalla fatica dell’impresa tedesca e con alcuni giocatori francamente non al top (pensiamo al guerriero Chiellini), non abbiamo avuto chance con la Spagna, pur reduce da una semifinale lunghissima contro i cugini portoghesi. Ma se in campo prendono il pallino del gioco i vari Xavi, Iniesta (si potrebbe dare un Pallone d’oro di coppia, o lo diamo ancora a Messi?), Silva (superbo con la sua fantasia al servizio della squadra), Fabregas (ormai una sicurezza nel ruolo della “zanzara offensiva”, Alonso è dura per tutti. Gli spagnoli poi non hanno dato respiro a Pirlo e a Balotelli, i nostri uomini più pericolosi, accerchiandoli continuamente, e persino Cassano ha sbattuto spesso contro il muro difensivo avversario (in particolare contro Ramos, una roccia). Insomma, occorre ripartire da qui, pur tenendo conto della distanza che ancora ci separa dai nuovi dèi del calcio. Prandelli forse qualcosa ha sbagliato nella finale, nel secondo tempo a un certo punto, si poteva osare di più inserendo anche il combattivo Diamanti al posto di Motta, poi subito infortunatosi. Siamo rimasti in 10, inermi di fronte alla furia e alla sagacia tattica e tecnica degli uomini di Del Bosque, abile come pochi nel saper far convivere le due anime, quella del Real Madrid e quella del Barcellona. Un complesso, quello spagnolo, che si può permettere di giocare senza centravanti di ruolo, un po’ come la Grande Ungheria degli anni ’50, in cui tutti attaccavano e difendevano insieme. Rivelazione Jordi Alba in difesa, lui che in realtà spinge sempre e risulta quasi un attaccante aggiunto (rivedere il gol in finale contro gli azzurri). Per il resto i soliti noti, giocatori ancora giovani che hanno tutto per marcare ancora di più il divario sugli avversari. Noi abbiamo giocato con onore, forza, abbiamo riconquistato dignità, nel contesto del ciclone scommesse, e sarà necessario ripartire da Prandelli, nella speranza che i nostri migliori giovani in rampa di lancio (Destro, Verratti, Insigne… ), già protagonisti in questa sessione estiva di calciomercato, lo divengano poi anche in campo, magari nei grossi club!

AAA difensori centrali cercasi. Che si possa riformare la coppia Bonucci-Ranocchia in bianconero?

Il calcio mercato sta entrando nel vivo in queste settimane, nonostante (o forse grazie a) l’Europeo sia in piena fase di coinvolgimento. Un tempo, nemmeno troppo remoto, competizioni come un Europeo o un Mondiale, diventavano occasioni per conoscere calciatori, testare alla prova del campo presunti talenti e magari provare a scommettere sul nome “nuovo”.

Ora il nome “nuovo” è impossibile da scovare, la tv massificata e il web che aggiorna costantemente ogni situazione di ogni campionato, anche quello più sperduto, se da una parte hanno fatto sì che gente come me andasse in brodo di giuggiole (insomma, più informazioni ci sono, meglio è) allo stesso tempo hanno tolto una sorta di curiosità, di magia sul da farsi, volendo essere romantici ad ogni costo. Così, un terzino interessante come il colored ceco Gebre Selassie, dopo un paio di partite buone, poteva tornare utile per qualche  squadra italiana (la Roma?). Macchè, come anticipato in altre sedi, in pratica era già stato promesso al Werder. Difficile poi che, in tempi di magra come questo che stiamo vivendo, si possano fare certi investimenti in Italia. Chi vende bene è certamente l’Udinese, capace di fare delle plusvalenze da urlo (ultimo caso, i 36 milioni complessivi guadagnati per Isla e Asamoah dalla Juventus, una delle poche società italiane con soldi freschi da spendere).

Si punterà molto sul mercato interno, credo, almeno quello di solito diventa un’ancora di salvataggio per coloro i quali, più che i soldi, devono mettere sul piatto l’ingegno.

Lunga premessa per dire che, da qualche giorno a questa parte, in sede di mercato, oltre che  top player (odio questa parola) veri e presunti, sembra che a tenere banco siano alcuni tra i nostri migliori difensori centrali.

Su Astori si erano mossi il Milan prima e poi la Roma, e quest’ultima potrebbe essere in pole, considerando che probabilmente non otterrà il prestito del danese Kjaer (peraltro a mio avviso molto sopravvalutato). Il fatto è che la squadra di Cellino molto probabilmente finirà per cedere l’altro centrale difensivo, il 27enne Canini, anch’egli di gran talento e appetito dall’Atalanta (nel cui florido vivaio è cresciuto) e soprattutto dal Torino, a un passo dall’acquisto. Così Astori (classe ’87)  in bilico fino all’ultimo per partecipare all’Europeo, dovrebbe rimanere un altro anno a Cagliari.

Le mosse del Milan da tempo portano a Acerbi, autentica rivelazione del Chievo nella stagione appena conclusa. Lunga gavetta, nonostante la giovane età (è un 88). Dalla Lega Pro di Pavia alla cadetteria di Reggio Calabria, dove già l’anno scorso aveva dimostrato meraviglie, assieme a un altro talento emergente di difesa, Adejo, di un anno più giovane.

Con il riscatto della comproprietà da parte del Genoa, che deteneva il suo cartellino  insieme al Chievo, il giocatore finirà al Milan, così come da accordi presi con la squadra di Preziosi. Acerbi ha pazientato durante tutto il girone di andata, aspettando il suo turno ma, una volta entrato, non ha più concesso presenze ai suoi rivali, essendo comunque i vari Cesar, Morero, Mandelli degli onesti mestieranti ma nulla più. Con Andreolli (su cui è stato smentito un suo ritorno all’Inter), Acerbi ha formato una delle più interessanti coppie difensive della serie A. Tutte le big, dal Milan all’Inter, dalla Roma alla Juventus hanno chiesto informazioni su di lui, e alla fine come scritto sopra, la spunterà il Diavolo. Non un nuovo Nesta, per carità, ma alla fisicità e alla velocità, Acerbi unisce una buona tecnica. Un giocatore su cui provare a scommettere, insomma.

Solitamente il passaggio da una realtà di provincia a una squadra in lotta per grandi vertici provoca una situazione ambivalente. Chi supera la prova, sia da un punto di vista caratteriale che tecnico, diventa un “big”, chi invece non emerge è destinato a tornare in una società meno ambiziosa. Esistono le eccezioni, le seconde possibilità, per carità. E forse è a questo che sta pensando Antonio Conte nei confronti di Andrea Ranocchia, suo pupillo all’Arezzo e protagonista a Bari.

Da un anno e mezzo all’Inter, non si può proprio dire che Andrea abbia convinto gli scettici, anzi, forse è riuscito pure a scoraggiare chi in lui davvero rivedeva un erede legittimo dei grandi difensori di scuola italiana. Io continuo a pensare che sia un ottimo giocatore, probabilmente gli manca la cattiveria giusta, la personalità prorompente, sembra timido e sulla difensiva, metaforicamente parlando.

Ma un addetto ai lavori, un addetto di mercato, deve capire se sull’ex prodigio Ranocchia (classe ’88) si può ancora puntare, magari fidandosi di chi meglio lo conosce. Se davvero Andrea andasse alla Juve (ma la stima nei suoi confronti nell’ambiente è tanta, basti pensare che pure il Mancio del Manchester City e Ancelotti del Paris St Germain stanno provando a sondare il terreno con l’Inter), potrebbe riformare con Bonucci la coppia d’oro di Bari.

Tutti gli appassionati di calcio hanno negli occhi la stagione favolosa della squadra pugliese due anni fa, agli ordini di Ventura, ideale prosecutore del disegno di Conte. Di quel bel giocattolo, i fiori all’occhiello erano indubbiamente i due talenti al centro della difesa, che sin dalla primissima giornata, seppero imbrigliare i fortissimi attaccanti interisti. Da lì un crescendo di prestazioni, con i due complementari e perfetti insieme, abili sia con i piedi (forse sin troppo, infatti Bonucci ogni tanto si concede dei rischi) che con la “testa”. Ciò che colpiva era la grande intelligenza calcistica di entrambi, la loro affinità. Ricordo bene come i loro nomi da lì a pochi mesi finirono dritti nei taccuini di mezza Europa (si parlava di Arsenal, Manchester Utd, oltre che di tutte le big italiane).

Il resto è storia, con Bonucci in difficoltà nel primo anno juventino con Delneri alla guida (ma in fondo, in quella stagione delusero proprio tutti) e in pieno riscatto in quello successivo, con tanto di scudetto conquistato da titolare. Ranocchia invece, tra infortuni più o meno seri, e amnesie (come nella gara contro il Bologna, nella quale regalò un gol a Di Vaio con uno stop assai impreciso), a immalinconirsi in panchina nell’Inter.

Sarei proprio curioso, lo ammetto, di vedere ricomposta quella splendida coppia che aveva fatto sognare i tifosi del Bari. Io darei un’altra chance ad Andrea, le sue qualità erano davvero evidenti. Poi, è chiaro, la Juve può vantare i difensori titolari della Nazionale (Chiellini e Barzagli) ma avere in ogni caso un ct come Conte che ti stima potrebbe sbaragliare le carte in campo; per questo credo davvero che la voce che vuole la Juve interessata a Ranocchia sia tutt’altro che infondata e, anzi, sia il preludio a un ottimo affare di mercato.

Italia contro il biscotto! Prima la vittoria e poi la provvidenza

Parlerò degli Europei diffusamente qui e in altri lidi a giochi fatti, ma a poche ore dalla gara decisiva degli Azzurri, mi va di esternare un pensiero che sembra essere l’ultimo degli italiani, almeno di quelli superficiali (anche se pure da parte di alcuni giocatori aleggia questa recondita paura).

Il fatto cioè che, prima di tutto, l’Italia di Prandelli DEVE almeno vincere per sperare di passare il turno, non ci si può appellare come, sotto traccia si sta facendo da giorni, al bel gioco della Spagna, alla LORO mentalità vincente ecc..

Anche lo stesso ct ieri in conferenza stampa si è messo a elogiare la squadra iberica, ricordando che le Furie Rosse giocano sempre per vincere, quasi a cercare – inconsciamente – quelle rassicurazioni che poi sono puntualmente arrivate dalle pagine dei quotidiani spagnoli, inorriditi di fronte al fatto che la Spagna possa pareggiare, 2 a 2 per giunta!

Bando alle dietrologie, i punti focali sono 3. Il più ovvio è che, come detto, occorre innanzitutto, buttarla dentro, possibilmente non una sola volta ma vincere con un paio di gol di vantaggio (e sinora il nostro attacco è stato alquanto sterile, per non dire irritante), poi non è assolutamente vero che tutto dipende da noi, come ripetuto ieri dal tecnico. Dipende “in parte” da noi, perchè l’Italia si è messa in queste pericolose condizioni, come fosse nelle sabbie mobili. Secondo: non è possibile dover sempre – o quantomeno molto spesso – metterci in queste situazioni… battevamo la Croazia e tanti calcoli non sarebbero stati fatti! Ma qui siamo in orbita dietrologia e allora rifuggiamo subito questo tortuoso sentiero.

Terzo… e, ahimè, possibile esito. Spagna e Croazia “effettivamente” pareggiano 2 a 2. Alla fine è un risultato come un altro, se ci pensiamo! Come la Spagna, così tanto invincibile, ha pareggiato con l’Italia, non può pareggiare contro la Croazia? Non è per gufare, assolutamente, io spero anzi che la Croazia batta la Spagna! Ma non si potrebbe automaticamente parlare di “biscotto”, anche qualora la gara terminasse col fatidico pareggio. Insomma, ci sarà da sudare, bisognerà uscire dalle sabbie mobili, possibilmente a testa alta (e quindi, come minimo, dobbiamo disputare una grande gara contro l’Irlanda del Trap). Poi, nel mio cantuccio, sono convinto che la Spagna di Del Bosque possa – non dico agevolmente – avere la meglio sui croati, quindi ciò significherebbe per noi, in caso di affermazione vincente, il passaggio del turno. Dopodichè poi dovremo necessariamente cambiare marcia, altrimenti al primo scontro diretto andremmo fuori come i siluri. Sono un po’ amareggiato, lo ammetto. Ma sempre speranzoso e fiducioso. Forza Azzurri!!! E a bando la scaramanzia!

Scudetto meritatissimo della Juve! Ma quanti sono: 30 o 28?

In rete si sono scatenati in tanti: chi irride, chi fa un motto di orgoglio, chi gioisce in modo sfrenato, chi continua a fare la conta dei torti, altri che fanno la conta… degli scudetti: 28 o 30, come sosterrebbe la società? O addirittura meno, come sostengono i maligni tifosi rivali?

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: se c’è uno scudetto meritato negli ultimi anni, è proprio quello juventino! Per la squadra egregiamente guidata dal semi esordiente in serie A (se escludiamo la breve e infelice parentesi bergamasca) Antonio Conte hanno contato fattori determinanti come il bel gioco, la continuità di rendimento, una rosa disponibile e molto flessibile, le qualità individuali al servizio del collettivo, e non è quest’ultima una frase fatta, se si considera che la Juventus ha vinto senza un centravanti capace di andare agevolmente in doppia cifra, anzi, facendolo ruotare a seconda degli impegni e dello stato di forma.

Di contro il Milan, l’unico vero ostacolo alla conquista di un insperato scudetto alla vigilia, ha pagato nel corso della stagione i numerosi e pesanti infortuni (su tutti Cassano, Boateng e Thiago Silva), la sopravvalutazione di alcuni pezzi pregiati (mi riferisco a Pato e Aquilani) e non sono bastate l’abnegazione della rivelazione Nocerino, i gol del sempre più implacabile (in campionato) Ibrahimovic, nettamente il migliore atleta di una serie A sempre più povera e la compattezza di un gruppo che forse ha davvero dato tutto. Polemiche infinite a parte, gol non gol visti e non visti, la Juventus ha meritato ampiamente, poco per volta si è insinuata davanti, in una posizione di vertice alla quale francamente non era più abituata nè avvezza.

Il protagonista a mio avviso è stato l’allenatore, probabilmente sin troppo borioso, nonostante abbia reclamizzato sacrificio e l’inferiorità nei confronti del Milan, professando umiltà ad ogni intervista; il tecnico salentino da tempo sognava di guidare la Sua Juventus, dopo esserne stato per anni un trascinatore, un combattente. Allievo di Lippi, ancora giovane ma con le idee sufficientemente chiare, e bravo a mutare pelle, lui che all’inizio tutti indicavano come strenuo fautore di un futuristico quanto improbabile 4-2-4. Una Juve camaleontica, capace di difendersi a 3. a 4, di giocare a una punta, col tridente e forte di una mediana incisiva ma anche spettacolare. La difesa ha retto alla grande, di Buffon, tornato a ottimi livelli dopo le insidie casalinghe di Storari, si ricorda solo l’erroraccio col Lecce che ha levato un po’ di sonno ai tanti sostenitori bianconeri; il trio Barzagli- Bonucci- Chiellini è parso compatto e assolutamente efficace, tanto che a una gara dal termine sono solo 19 i gol subiti. Velocità di Barzagli, tecnica di Bonucci, ripresosi alla grande dopo un girone d’andata difficile, e concretezza di Chiellini ed ecco pronta per la Nazionale una difesa di ferro. Sulle fasce ottimo Liechtsteiner, pur “pressato” dal jolly Caceres e sbocciato lo sfortunato De Ceglie, in lizza con il nuovo Estigarribia sulla corsia mancina. Che dire del sontuoso Pirlo? I termini si sprecano, il miglior regista del mondo basta come definizione? Esploso in tutto il suo talento il prodigio di casa Marchisio, nuovo Capitano, e rivelatosi il cileno Vidal non solo come abile incontrista ma pure come polmone dai piedi buoni. In attacco spazio per tutti, dal tecnico Vucinic, cresciuto a dismisura nel ritorno, anche se poco concreto spesso sotto rete, ai ritrovati Quagliarella e Borriello, al concreto Matri, fino al multiuso Simone Pepe, bravo sia da esterno che da centrocampista puro, un po’ come il rincalzo Giaccherini. Commiato d’addio con vittoria per una Bandiera assoluta come Del Piero, mai una polemica, un esempio straordinario di attaccamento al campo e ai colori. Non pervenuti gli stranieri che avrebbero dovuto far volare la squadra sulle fasce secondo pronostici estivi: Elia, vero oggetto misterioso del campionato e Krasic, opaco, intristito dal poco utilizzo e non consono agli schemi del mister.

Proviamo a inserire De Rossi, Maggio e Balotelli al posto degli stranieri, come ha detto ieri Costacurta in un programma di Sky Sport, e notiamo con piacere che potrebbe nascerne una Nazionale Azzurra efficace e in linea con le squadre più forti per contendersi gli Europei.

Ora però qualcuno ci dica quanti sono questi benedetti scudetti bianconeri? 30 o 28???

Il futuro è di Giovinco


 

Ne ha dovuto attendere del tempo il buon Sebastian Giovinco per sentirsi giocatore vero, importante ad alti livelli. Proprio l'aggettivo "alto" ha rischiato di non fargli dormire sonni tranquilli: lui che di statura non raggiunge il metro e 65 ha, da quando mosse i primi passi nel calcio professionistico, dovuto lottare con i pregiudizi. Invece, lungi dal farsi abbattere da critiche talora sconsiderate e immotivate, si è trincerato dietro il duro lavoro, conquistando di partita in partita la fiducia da parte non solo dei mister di turno che l'hanno allenato sin qui, ma pure dei compagni più navigati che ora vedono in lui (giustamente) l'elemento – chiave della squadra, il giocatore che può farti vincere le partite in ogni momento della gara, grazie a una invenzione geniale. Eppure è sempre stato così, sin dai tempi delle giovanili della Juventus, nelle quali – è bene ribadirlo – ha sempre ottenuto risultati individuali e di squadra notevoli. Eccelleva a livello tecnico, su questo tutti a posteriori sono d'accordo, compagni e allenatori (e sì che di giocatori validi in rosa quella baby Juve ne aveva, pensiamo solo al caso di Marchisio), segnava gol a palate, sgusciava imprendibile e batteva delle punizioni con un destro a giro da favola. Tutti ingredienti che gli valsero il meritato quanto roboante appellativo di "Formica Atomica". Con compagni come il già citato Marchisio, i difensori Masiello e Criscito, i terzini Rossi (ora al Siena) e Del Prete (ora alla Nocerina), gli attaccanti Maniero, Lanzafame, Paolucci, Volpato, i centrocampisti De Ceglie (all'epoca giocava da esterno in mediana), Bianco, Cuneaz e Venitucci (attualmente in Lega Pro nonostante indubbie qualità tecniche) e pure il figlio di Bettega, Alessandro, che prima di perdersi in stagioni anonime sotto il peso di cotanto cognome, faceva bene il suo in cabina di regia, Sebastian vinse tutto quello che c'era da vincere e il passaggio in prima squadra, in una Juventus mestamente scesa in cadetteria per le note vicende legate a Calciopoli, era obbligato, si annusava nell'aria. Infatti a turno esordirono in molti suoi compagni ma gli addetti ai lavori attendevano lui, il prodotto torinese fatto in casa, seppur originario del sud Italia, come molti del resto fra i piemontesi. Pronti, via… Giovinco non si fa intimidire, tocca un pallone ed è subito assist vincente per il gol del Re di Francia Trezeguet. L'abbraccio tra i due fa ravvisare subito una differenza di stazza notevole, che finirà per accompagnare per tutte le due stagioni successive i giudizi su di lui. Sebbene a Empoli non sfiguri (per niente, anzi, è spesso decisivo con i suoi 6 gol all'esordio nella massima serie), è su Marchisio che si concentrano le attenzioni della casa madre bianconera che difatti lo riprenderà subito per fargli fare il titolare. Giovinco invece, smorzato da illusioni tattiche e da vedute a dir poco guardinghe del tecnico Ranieri, si inserisce molto gradualmente, defilato a sinistra, un ruolo che non ha mai praticato, nemmeno in amichevole. Lui ci mette grinta e umiltà, non si lamenta mai, nonostante sia chiaro come gran parte della stampa e dei tifosi lo invochino a gran voce, in quanto ne riscontrano il sosia del capitano Del Piero. Buone alcune apparizioni in Champions ma in campionato le occasioni di farsi notare latitano sempre più e si comincia a temere l'effetto Chiumiento, l'altro grande campioncino della Primavera juventina, persosi a conti fatti a confronto con una realtà professionistica che non concede molte chance di rivincita. Che poi lo svizzero stia riuscendo comunque a portare avanti una carriera tra alti (l'esordio in Nazionale con i rossocrociati) e bassi (il recente ingaggio con una squadra canadese iscritta per la prima volta al campionato nazionale statunitense.. per carità, ingaggio da capogiro ma visibilità pari a zero ad appena 27 anni) è un altro discorso, ma Giovinco ha un carattere di ferro, forgiato da anni in cui ha dovuto combattere contro le malelingue e le facili ironie sulla sua bassezza. Per alcuni non potrebbe giocare in area di rigore, perchè vanno di moda i Drogba, gli Ibrahimovic, i Torres… ma se per questo vanno di moda anche i Rooney, gli Iniesta, i Ribery, i… Messi!!! Non vogliamo apparire blasfemi paragonandolo a campioni dei genere ma possibile che nessuno in Italia non avesse fatto simili considerazioni? Accentrato il raggio d'azione Sebastian comincia ad essere decisivo, a far vedere finalmente tra i "grandi" quei guizzi da campione, le serpentine, la grande visione di gioco, la tecnica assolutamente cristallina. A Parma negli anni '90 giocò un certo Gianfranco Zola, che poi finì per incantare il mondo intero… Ricordo che molti ridevano quando si faceva notare che Maradona fu sostituito da un piccoletto sardo proveniente dalla C! La storia ci ha insegnato in quel caso che stava nascendo un campione di tecnica, umiltà ma anche tanta concretezza, le stesse doti che sembrano appartenere anche a Giovinco. Prandelli gli ha confermato fiducia, premiandolo con la maglia azzurra, Marotta non ha potuto esimersi dall'affermare che chi gioca con l'Italia, necessariamente può essere più che utile anche alla causa della Juventus, il vero rimpianto della sin qui giovane carriera del nostro.
Il futuro è tutto da scrivere ma qualcosa ci dice che potrebbe portare la firma di un talento nostrano, un piccoletto in grado di fare in campo il gigante.