Sanremo al rush finale: ecco le mie impressioni e i miei pronostici.

Per la prima volta dopo tanti anni, ho seguito il Festival di Sanremo a tratti, sovrastato da stanchezza e altri impegni.

Certo, qualcosa in diretta ho sentito ma il più delle volte mi sono avvalso di recuperi dal web, di video già dalle prim’ore dopo le esecuzioni disponibili su youtube, partecipando piuttosto passivamente (non avendo visto del tutto le serate live)  pure al giochino – ultimamente un po’ stucchevole – della ricerca della “battuta facile”, ironica, sarcastica, spesso velatamente condita da offese su questo o l’altro artista.

Chiaro, anch’io sin dagli eroici anni universitari, mi dilettavo con gli allora compagni d’appartamento a commentare, a volte entusiasta, altre sconcertato o irriverente, le performance o i look dei cantanti in gara, ma ora mi pare ci sia gente che della musica italiana gliene freghi ben poco e si atteggi e basta.

Io non ho di questi problemi, passando da ascolti compulsivi di musica indie, d’autore e ricercata a quella più smaccatamente pop. E in fondo tutti sanno, perché Sanremo non è cambiato di una virgola, che questo Festival non è “solo” musica, ma anche spettacolo, intrattenimento, lustrini e paillettes.

Venendo finalmente alle canzoni, ammetto che un po’ mi spaventava l’eccessiva infornata di artisti usciti dai talent.

Non sono integralista, ben vengano le commistioni e che si dia uno sguardo a ciò che “vende” di più, ma allora sarebbe giusto che ci fosse un giusto mix tra classici, emergenti “veri”, fuoriusciti dai talent e altri appartenenti al rango della musica su citata che prediligo. Invece la fetta destinata (?) alla musica indipendente è stata fagocitata e in tal senso l’ultima edizione che davvero mi ha convinto è stata quella del Fazio Bis, con a fianco di cantanti mainstream, altri di area alternativa come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro o Diodato, ma in fondo anche il buon Cristiano De Andrè.

Al di là che non avessero fatto domanda o che gliene importi una mazza di un evento del genere, mi sarebbe piaciuto vedere sul palco gente come Brunori, Mannarino o i Baustelle, freschi di convincenti (dal mio punto di vista) lavori discografici.

Accontentandoci di quello che passava, e bando ai pregiudizi, sapevo che lo spettacolo sarebbe stato comunque televisivamente appetibile, con due mostri sacri come Carlo Conti e la De Filippi.

Le canzoni – come sempre accade – con gli ascolti si insinuano, si fanno più interessanti.

Però anche da parte di chi partiva coi chiari favori del pronostico, alludo principalmente a Fiorella Mannoia e a Sergio Sylvestre, sono mancati a mio avviso gli acuti (in senso metaforico).

Probabilmente lo stesso arriveranno per loro dei premi, in fondo non ci sarebbe da gridare allo scandalo, ma in partenza pensavo a qualcosa di diverso.

Iniziamo dalle Nuove Proposte, sicuramente più valorizzati rispetto alla crudelissima formula dei due anni precedenti che prevedeva scontri diretti. Tutti si sono esibiti, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità (orologio alla mano, un po’ meno) e pochi – rispetto agli anni d’oro, tipo i ’90 quando il vivaio sanremese sfornava talenti a ripetizione – rimarranno nel tempo.

Dubito anche che usciranno da qui dei nuovi Gabbani o Meta, che come vedremo ben si stanno disimpegnando fra i “grandi”.

Vince Lele con merito, e non solo perché viene da Amici, come subito sottolineato dai malpensanti che auspicavano la vittoria di Maldestro, giunto invece secondo.

Chiaro, il secondo – scusate il gioco di parole – era l’opposto del giovane virgulto “defilippiano”,  essendo già noto nei “miei” ambienti, con un suo seguito e una sua credibilità artistica, però secondo me non aveva sul palco quel “quid”, non l’ho visto a suo agio come successe ad esempio al grande Zibba quando giunse anch’egli secondo dietro allo scoppiettante Rocco Hunt ma facendosi comunque notare (era appunto l’edizione Faziana, quella a cui alludeva prima)

Gli altri due hanno cantato brani in linea con la tradizione, personalmente Guasti non mi ha trasmesso nulla, mentre se non altro Lamacchia qualche emozione sincera l’ha lasciata trasparire. Il suo brano in questo contesto mi piaceva, ma era forse sin troppo demodè.

Nemmeno gli eliminati tra i Big mi hanno sorpreso più di tanto, come ho già scritto in sede di commenti, pur con i distinguo del caso.

Le due coppie, fatte fuori alla prima tornata, c’entravano assai poco col contesto. Se almeno il pezzo di Nesli e Alice Paba aveva un buon ritornello (in cui di contro veniva meno il concetto di duetto, visto che la flebile voce dello pseudo rapper era sovrastata da quella della vincitrice di The Voice) e in radio potrebbe funzionare, quello di Raige e Georgia Luzi ha fatto acqua da tutte le parti.

Leggo commenti sbigottiti sulle eliminazioni dei tre grandi classici e della Ferreri. Musicalmente forse avrei dato una chance perlomeno a Ron (in una qualsiasi gara “qualitativa” avrebbe sbaragliato un Bernabei, per dire), mentre Al Bano e Gigi D’Alessio hanno presentato delle canzoni sin troppo in linea con la tradizione. Onore a Carrisi, il suo è un brano di buon livello ma l’ha cantato in tono dimesso, non sembrava certo in formissima (e comunque tornare sul palco dopo i noti problemi di salute che l’hanno colpito è stato ammirevole da parte sua). D’Alessio aveva un testo interessante e molto personale ma non corredato da ‘sta gran melodia, era troppo ingabbiato, senza scossoni.

Diverso il discorso su Giusy, il cui brano molto probabilmente si farà ampia strada tra i singoli e in radio ma che dal vivo non ha reso, complice delle interpretazioni precarie, direi sconcertanti.

I miei pronostici della vigilia andavano alla Mannoia (sai che novità!) e la rossa non si può dire che abbia sbagliato pezzo. Le stimmate del brano vincitore sono ben visibili, ma mi sarei aspettato qualcosa di meno “retorico” e buonista. Non una rivoluzione ma già la canzone recente che ha interpretato per la colonna sonora del film “Perfetti Sconosciuti” mi pareva più incline alle sue corde.

Credo sul podio ci finirà anche Ermal Meta e la cosa mi farebbe molto piacere. Sin dai tempi del suo gruppo “La Fame di Camilla”, con cui giocò un Sanremo Giovani all’altezza nel 2010, il cantautore albanese dimostra di saperci fare con le parole e le melodie. Qui ha puntato più in alto con un brano non facile ma di grande impatto, senza tener conto del figurone fatto nella serata delle cover, dove ha giustamente vinto.

Al terzo posto metterei uno tra Fabrizio Moro, in grado sempre di trasmettermi tutte le emozioni che riversa nei suoi pezzi e nel cantato sofferto, Francesco Gabbani, la cui canzone è assolutamente irresistibile e una rediviva Paola Turci, in autentico stato di grazia.

Ho apprezzato anche le canzoni di Masini e Zarrillo, pur riconoscendo che non abbiano portato i brani “della vita”… almeno il primo ha rischiato, interpretando un brano lontano dai suoi canoni.

Sergio creda abbia gettato al vento un’occasione importante. Poi magari vincerà, l’accoglienza del pubblico è stata ottima. Però, ragazzone, Madre Natura ti ha fatto dono di una voce stupenda e se non ti sai scrivere le canzoni, devi almeno sapertele scegliere. Uno che ha note soul così evidenti, capace di cantare indistintamente John Legend o Barry White, non può trovarsi a tentare note altissime, urlando stonato e forzando la voce in un falsetto innaturale.

Gli altri in gara non mi hanno suscitato chissà cosa. Lodovica Comello è carina, fa tenerezza ma la sua canzone è leggerina, con pochissima sostanza. Michele Bravi canta benissimo, la voce può piacere o meno ma umanamente mi fa simpatia e la sua storia è quella di uno cui i talent hanno più nuociuto che altro. Chiara sa cantare ma ha poco peso specifico, specie in gare come questa. Stesso discorso vale per Elodie, la cui presenza scenica e sicurezza nel canto non basta, quando hai un pezzo monocorde, ripetitivo e noioso.

Per Clementino applico il discorso fatto per Michele Bravi, pur partendo da contesti diversi.  E’ uno vero, ha la faccia simpatica e pulita. Purtroppo non ha osato molto, aveva un tema che si prestava a un testo più profondo e meno all’acqua di rose. Se sei rapper, e lui è davvero partito dal basso, te lo potevi permettere.

Non riesco proprio a trovare qualcosa di interessante in Alessio Bernabei. Oltre ad avere spocchia –  ok, dovrei evitare di giudicare simili aspetti – e una certa padronanza del palco, non trovo in lui grandi qualità. Non ha una gran voce, di quelle che si fanno ricordare per l’originalità o il tratto, ma soprattutto non ha le canzoni, tutte annacquate da arrangiamenti “moderni”, a nascondere una povertà di idee lampante.

Chiudo con la più bersagliata dal mondo social: Bianca Atzei. Ovvio, anche a me da’ fastidio sapere che sotto c’è una macchina discografica massiccia che ce la sta imponendo a forza in tutte le salse, in tutti i programmi, in tutte le manifestazioni. Visto che mi sono affidato in precedenza a  soggettivissime valutazioni “ a pelle” nei confronti di altri, va beh, dico che lei non è che ti ispiri tutta questa empatia, però arrivare a pensare che ieri durante la sua esibizione abbia fatto finta di commuoversi fin quasi alle lacrime per far presa sulla giuria e sul televoto mi pare francamente eccessivo. La sua è una canzone ariosa, fuori tempo massimo e con un testo che forse Kekko avrà scritto per la fidanzatina quando stava alle Medie, ma lei canta bene e in queste vesti è credibile.

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Recensione di un vecchio concerto che tengo nel cuore: Fiorella Mannoia a Verona il 25/10/2010

Posto più che volentieri una mia vecchia recensione che Ricky postò poi sul sito di RadioPopolare e che il Dalse inserì sul portale di yastaradio.

La ripropongo a distanza di anni perchè quel concerto ce l’ho ancora negli occhi e nelle orecchie. Fu l’ultima data del tour che poi fu raccolto in un cd- dvd live. Proprio la data veronese, all’interno dello splendido e suggestivo Teatro Filarmonico è stata immortalata nel video, cosicchè in più parti facciamo capolino io, la mia ragazza Mary e la nostra amica Elena, visto che eravamo in prima fila e che durante i bis avevamo la Mannoia a meno di due metri. Abbiamo cantato “Il cielo d’Irlanda” assieme a lei!

La settimana scorsa ho avuto modo di assistere alla seconda data di Fiorella Mannoia al Teatro Filarmonico, grazie al caro amico Riccardo al quale, tra le innumerevoli diciture per definirlo ora dovrei aggiungere pure “neo papà”, che, in occasione del mio recente trentatreesimo compleanno  ha pensato di regalarmi due biglietti, intuendo che potesse essere di gradimento anche per la mia ragazza.

Mary infatti era felicissima e io ho accolto bene l’invito anche perchè 30 anni di onorata carriera di musica leggera vorranno pur dire qualcosa.

Ecco quindi il mio dettagliato resoconto della serata:

Un concerto bellissimo, emozionante, all’insegna della classe e della raffinatezza, elementi che da sempre caratterizzano la musica di Fiorella Mannoia.
Che si affidi a famosi parolieri o che interpreti brani editi da altri artisti, il risultato non cambia: la Mannoia prende i pezzi, li plasma, li fa propri, grazie ad un’intensità interpretativa davvero fuori dal comune.
Molti dei brani in scaletta provengono dall’ultimo lavoro di studio, compostointeramente da cover, a dire il vero, nemmeno troppo ricercate, nel senso che si tratta soprattutto di brani molto famosi e relativamente recenti.
Un’operazione di recupero simile a quello realizzato da Laura Pausini, lontano invece da altri rifacimenti più “concettuali”, come possono essere stati i cd “Fleurs” di Battiato o l’album di Morgan interamente dedicato ad un famoso lavoro di De Andrè.
Si inizia subito nella cornice splendida, piena ma non gremita (è pur sempre la seconda data consecutiva in città) del Filarmonico con tre pezzi che il pubblico conosce bene e dimostra di apprezzare: “Le tue parole fanno male”  di Cremonini, “Cercami” di Renato Zero e la celebre “Ho imparato a sognare” dei Negrita, scelto come singolo per lanciare l’ultimo album. Si tratta di una canzone che ha guadagnato in grazia, mantenendo lo spirito “sognante” del pezzo (resta tuttavia incomprensibile la “censura” sul verso “quel prete palloso… ” scambiato con un più rassicurante “quel prete noioso”…il Vaticano ringrazierà).
Fiorella Mannoia dimostra, dall’alto della sua quasi trentennale esperienza (il tempo per lei sembra non essere passato) di saper usare la propria voce in modo egregio, alternando performance più intime ad altre di più ampio respiro, nelle quali la cantante esprime anche con forza il suo punto di vista su questioni sociali e il suo malcontento sull’attuale governo e  sull’opposizione.
Sempre attenta alle parole che canta, come ci spiega prima di un brano notevole, scritto per lei dagli amici Laura Pausini e Tiziano Ferro (“La paura non esiste”), vuole sentirsi a suo agio con quello che trasmette, ci mette la faccia e guarda il proprio pubblico dritto negli occhi.
Ci sono in scaletta brani più vecchi come “Luna spina”, “I treni a vapore”, il primo momento di pieno abbraccio con il pubblico che ha sempre manifestato grande ammirazione per quel pezzo.
“Sorvolando Eilat” chiude il primo set con una coda arabeggiante, e la stessa Mannoia ad accompagnare con strumentazione etnica il giovane percussionista.
L’emozione sale alle stelle, l’esecuzione del brano è una vera perla.
Da sempre debitrice e riconoscente a cantautori come Fossati e Pierangelo Bertoli, del quale nel finale interpreta, tra le ovazioni del pubblico la sempre attuale “Il pescatore” la Mannoia dimostra di essere attentissima  anche ai nuovi talenti e, come era accaduto su singolo, propone in coppia con una visibilmente emozionata Noemi, la super hit “L’amore si odia”. Il paragone tra la pur brava ma ancora acerba cantante uscita da X Factor (che sembra voler emulare la stessa Mannoia e Nada) e l’impeccabile Fiorella appare ancora improbabile ma la passione con cui le due voci si incrociano lascia ben sperare per eventuali altre collaborazioni tra le due amiche, come le stesse si sono
definite.
C’è spazio pure per gli attesi bis, i brani che più hanno caratterizzato la carriera della Mannoia: due manifesti, diversissimi tra loro ma ben rappresentanti delle due anime dell’interprete, quella romantica e quella sociale.
“Quello che le donne non dicono” e “Il cielo d’Irlanda”, cantata all’unisono con e in mezzo al pubblico sono degli autentici classici della musica leggera italiana, oltre che pietre miliari della sua produzione.
Un concerto senza alcuna pecca, ben suonato da una band d’eccezione con quartetto d’archi, piano, mandolino, chitarra e ottima sezione ritmica con due mostri sacri come Paolo Costa e Lele Melotti.
Fiorella Mannoia a gestire il tutto con maestria e autorevolezza, magnetica nei suoi sfavillanti abiti classici e molto disponibile con il pubblico, loquace, pronta a confrontarsi col sorriso, come quando dice che non gliene frega niente se qualcuno filma, fotografa, mette filmati su you tube… fate pure voi! Anche così riesce a guadagnarsi ulteriori applausi e simpatie da parte dei fans… una schiera di gente molto composita: giovani e meno giovani, signore di mezza età in abito da sera vicine a ragazzi alternativi che da sempre la apprezzano, anche per certe scelte fatte durante la carriera, all’insegna di brani di facile ascolto ma non biecamente commerciali.
La qualità dei brani non si è mai misurata da un genere specifico e Fiorella Mannoia, interpretando pezzi come “Estate” dei Negramaro e soprattutto “Sally”, che ha fatto commuovere persino lo stesso Vasco, autore del brano, ha dimostrato ancora di più quanto possa contare sentire sulla propria pelle certe canzoni e riuscire a trasmettere alla gente quel tipo di emozione.