Recensione del nuovo disco degli Africa Unite “Il Punto di Partenza”: passano gli anni ma il gruppo torinese è sempre in grado di rinnovarsi con successo

Condivido con gli amici del blog la mia recensione del nuovo bellissimo disco degli Africa Unite che ho scritto per il sito di “Troublezine”

http://www.troublezine.it/reviews/21470/africa-unite-il-punto-di-partenza

Sono tornati in pista dopo 5 lunghi anni dall’ultimo loro disco di inediti (“Rootz”) i torinesi Africa Unite, esponenti di spicco del reggae italiano, da sempre però visto in chiave assolutamente moderna, grazie a combinazioni sonore efficace che mescolano tanti suoni e arrangiamenti.

Una storia ormai lunghissima, visto che i primi esperimenti musicali dei due leader Bunna e Madaski risalgono addirittura a 35 anni fa, e fa specie vedere questi due giovani cinquantenni approcciarsi alla materia con un entusiasmo così genuino, puro, totalmente immutato dopo tanto tempo, nonostante l’acqua passata sotto i ponti, le vicissitudini ma soprattutto i molti consensi e successi, al punto da renderli punto di riferimento imprescindibile non solo per gli amanti di Bob Marley et similia, ma di tutto un movimento tricolore all’insegna della ricerca, della sperimentazione, della qualità, di una maniera alternativa di proporre testi e musica.

E in questo recentissimo “Il punto di partenza”, prima dispensato in free download, alla faccia di stantie logiche commerciali e solo dal vivo, dopo i concerti, distribuito fisicamente su cd, si ritrovano forti e chiari tutti i temi da sempre presenti nella loro poetica, ma sicuramente attualizzati ai tempi che corrono inesorabili, sempre più veloci e frenetici.

In questo gli Africa sono sempre stati dei maestri, nel saper cogliere attimi di una realtà che ti scorre accanto, spesso travolgendoti. Hanno pensato tante volte, riuscendoci, di fissare polaroid, non solo mettendoci la faccia su questioni socio-politiche, non nascondendo mai le proprie idee in tal senso, ma anche scrutando l’orizzonte e ampliandolo sul mondo.

E in particolare in questo ultimo lavoro, l’accento sembra essere fissato sul qui e ora, sulle problematiche legate al nostro tempo, a un’attualità fatta di apparenza, di effimero, della potenza dei social, del voler autorappresentarsi tramite gli status, il numero dei like e cose che a pensarle a inizio del loro percorso artistico sembrava fantascienza.

Certi temi ricorrono frequenti, mischiandosi a occhi puntati sulle ingiustizie del mondo, senza però cadere nella retorica e anzi andando dritti al sodo, come nel convincente duo “L’attacco al tasto” e “L’attacco alla corda”, quest’ultima versione impreziosita in maniera ottimale dall’apporto del quintetto di formazione classica “Architorti”. Una collaborazione la loro nata quindici anni prima e che qui fa rendere al meglio un pezzo dai forti connotati sociali, con l’incisione di ben 200 archi nell’arrangiamento.

Molto significative sono anche l’elettronica, straniante “L’Esercito con gli occhiali a specchio”, dove l’anima di Madaski emerge in pieno, per uno dei brani più esemplificativi dell’intero album. Molto efficace il cantato a due voci, per un pezzo che può inserirsi tra le canzoni migliori mai realizzate dalla band.

L’aspetto dualistico del gruppo, con i due leader complementari nelle loro peculiarità (Bunna più solare e legato al reggae delle origini, Madaski più sperimentale e oscuro) funziona alla grande anche in brani come “La teoria” – molto melodica –  e “Ritratti”, dai suoni sintetici e freddissimi.

A tenere alta la bandiera del reggae ci pensa una delicata, intensa “Riflessioni” che immaginiamo molto forte nelle esibizioni live.

Non si tratta di un album facile, certamente lo è meno rispetto al precedente, nel quale gli Africa concettualmente avevano sentito l’esigenza di tornare alle proprie origini. Qui invece emerge tutta la voglia di rischiare, di mettersi in gioco, di tentare strade difficili, ostiche, nel presentare brani urticanti, nati per provocare reazioni, o più semplicemente per far pensare, non limitando la musica a un sottofondo o a un espediente per ballare. Perché con loro, da sempre, il ballo, la bellezza del muoversi, il senso del ritmo, insito nelle loro canzoni, va sempre a braccetto con il contenuto, con idee, tale da far muovere in perfetto sincrono cuore, gambe e cervello.

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Report della presentazione del mio libro “Revolution ’90” alla libreria Feltrinelli di Verona

Sabato pomeriggio per la prima volta ho presentato un mio libro al circuito Feltrinelli, precisamente a Verona. Ci tenevo che tutto andasse bene, perchè in fondo si tratta della mia città e perchè è sempre emozionante incontrare persone, poche o tante che siano, giunte apposta per sentirti, incontrarti, conoscerti, stringerti la mano. E’ stata una festa, in mezzo a diversi amici, alcuni giunti per l’occasione anche da molto lontano (Trento, Milano, dalla bassa provincia), parenti stretti (immancabili e non smetterò mai di ringraziarli per il continuo sostegno e apporto) e a facce nuove ma già conosciute e che ho accolto con particolare piacere. Con la diretta dalla webradio yastaradio, con la quale ho modo di collaborare, curata dal grande Dalse, sempre impeccabile, e presentato dall’immenso Riccardo, valente giornalista di Rockerilla e Troublezine, ma soprattutto amico e compagno di tante avventure, alcune delle quali narrate pure nel libro, tutto è filato liscio, in piena serenità e in un clima rilassato e divertito. “Revolution ’90” è stato ben introdotto dall’organizzatrice dell’evento, Silvia Franceschini, e spiegato tra il serio e il faceto da me e Ricky, abile come sempre a pungolarmi con domande molto pertinenti e interessanti. Tra noi c’è piena sintonia, ci conosciamo da ben 18 anni e abbiamo condiviso molte esperienze insieme, legate alla musica. Tra gli sguardi divertiti dei presenti, di mia moglie in primis, è stata snocciolata l’essenza di questo mio saggio “sui generis”, edito da Nulla die, che per la terza volta mi ha rinnovato fiducia, portandomi alla pubblicazione. Un libro che non è solo una raccolta di dischi significativi dell’epoca dei ’90, ma soprattutto un viaggio a ritroso nella società e cultura dell’epoca, con tanti aneddoti personali legati a determinati gruppi, artisti, dischi, canzoni, alle emozioni che hanno saputo regalarmi e che ancora, a distanza di tanti anni, mi suscitano all’ascolto. Sabato 29 novembre replicherò a Legnago, in provincia di Verona, dove davvero sarò nel mio ambiente e molto probabilmente circondato da tante persone, molte delle quali più facilitati a partecipare. Mi voglio godere queste giornate, frutto del tanto impegno speso a seguire questa mia grande passione, quella di scrivere, di comunicare. Grazie a tutti quelle persone che mi hanno dato fiducia e che, leggendomi, continuano ad alimentarmi il Sogno! 🙂

Vi lascio con alcune foto dell’evento di sabato sera in libreria a Verona

il mio libro ben esposto in Feltrinelli

il mio libro ben esposto in Feltrinelli

 

chissà che aneddoto stavo raccontando a Riccardo

chissà che aneddoto stavo raccontando a Riccardo

 

un po' di foto del pubblico accorso

un po’ di foto del pubblico accorso

 

panoramica sul pubblico

panoramica sul pubblico

Rock italiano anni ’90: C.O.D.

I C.O.D., band trentina capitanata da Emanuele Lapiana, furono tra coloro che, seppur brevemente – come una stella cometa – illuminarono le sorti del nascente rock alternativo italiano degli anni  ’90. Avevo anticipato la mia volontà di dedicare spazio nel mio blog a quegli artisti che, per una serie di ragioni, non avevano trovato spazio all’interno del mio volume sulla musica italiana, “Revolution ‘90”, da poco pubblicato da Nulla die edizioni e già disponibile nei vari bookstore.

Nel loro caso non si è trattato di demeriti artistici, anzi, il gruppo seppe imprimere nella memoria collettiva un sound davvero unico, originale e poco declinato su ciò che andava per la maggiore dalle nostri parti. Niente rock aggressivo, rimasugli grunge o tentativi di flirtare con la canzone d’autore ma piuttosto la ricerca ponderata di un equilibrio tra forma e sostanza, tra leggerezza e intensità, dosate alla perfezione tra testi trasognanti, disillusi e tormentati  e arrangiamenti particolari, che strizzavano l’occhio al pop rock elettronico, quello “vero”, non infarcito di suoni smaccatamente commerciali. La forza di canzoni come “Fiore” o “Polaroid” stava nell’impatto melodico, nella profondità di fondo, ben compensate da testi comunque comprensibili, senza velleità intellettualistiche. E’ addirittura improprio scrivere di loro come band “indie”, sebbene nell’attitudine lo fossero ben più di altri che si ergevano a paladini di una certa purezza d’intenzioni. Il fatto che, appena messo fuori il naso dal Trentino, avessero cominciato a far incetta di premi importanti, come “Enzimi” o il “Pim” ha senz’altro condizionato i loro destini, facendo loro firmare con il colosso Virgin.

All’epoca il rock italiano sembrava davvero sul punto di deflagrare (e alcuni indizi erano più che sufficienti a farne delle prove, vedi le affermazioni su vasta scala di C.S.I., Subsonica o Marlene Kuntz) ma comunque era un fatto insolito che una multinazionale mettesse sotto contratto degli esordienti assoluti. Proliferavano le etichette indipendenti che, proprio grazie al loro acume e fiuto per i talenti, fronteggiavano quasi alla pari sul piano della visibilità queste grosse case discografiche. L’effetto boomerang nel caso dei C.O.D. fu lampante. Un album eccezionale come “La velocità della luce”, prodotto da un nome allora molto in auge, Luca Rossi, artefice dei successi degli interessanti Ustmamo, non ebbe tutto il risalto che avrebbe meritato, nonostante gli echi di R.E.M., Smiths e altre suggestioni fossero ben presenti. Forse in Virgin ragionavano per grandi numeri, fatto sta che iniziò un momento di crisi per il gruppo, in particolare per il leader che, col senno di poi, ha ammesso che forse non erano pronti, nonostante il tanto entusiasmo e il talento autentico, a fare della musica una professione, anziché viverla con la passione degli esordi. Cambiarono i vertici in società, forse qualcuno non credeva più in loro, o semplicemente non era avvezzo a una proposta così all’avanguardia e poco consona alle classifiche, a ciò che tirava in ambito rock italiano. Cambiò pure la formazione, creando disagio in Lapiana che, pur riconoscendo il valore dei nuovi compagni, non vi si trovava in piena sintonia. Sciolto il pesante contratto con la major, passarono ben 6 lunghissimi anni per dare un seguito a quella fulgida opera prima. Quando nel 2005 venne dato alle stampe il seguito, sotto marchio Fosbury Records, distribuito da Audioglobe, già il titolo era programmatico del tema dell’album. “Preparatevi per la fine” era annuncio imminente di ciò che sarebbe successo, con la sigla sociale ormai congelata. Un album oltremodo diverso dal primo, ma con spunti interessanti che poi Lapiana riuscì magistralmente a far confluire nel suo album solista, uscito sotto pseudonimo N.A.N.O. , in cui l’elettronica “da cameretta” si sposa alla perfezione col pop più sofisticato. Negli anni ho avuto modo di conoscere Emanuele, tramite amici comuni, e l’impressione è quella di un giovane uomo in pace con sé stesso, realizzato in altri settori ma sempre col pallino della musica nel cuore. Un talento straordinario che avrebbe meritato maggior risalto, indubbiamente!

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In anteprima una mia intervista al grande Umberto Palazzo dei Santo Niente: un’occasione per parlare dell’argomento del mio saggio sulla musica italiana anni ’90 e sul suo personale percorso artistico

PELLEeCALAMAIO ha il piacere di ospitare Umberto Palazzo, protagonista del panorama musicale alternativo italiano sin dagli anni ’80, alla guida di varie band  e ora protagonista di interessanti e diversi progetti.

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 “Ciao Umberto, l’argomento del mio saggio di prossima uscita è sì la musica italiana emersa nel decennio dei ’90 ma anche il contesto in cui veniva intessuto lo sviluppo artistico e culturale, se in effetti c’è stato. Tu che ne sei stato protagonista in prima persona, è stata “rivoluzione”, rispetto alle derive anni ’80 o solo un’illusione?”

 All’ inizio degli anni novanta ci fu un momento di vuoto assoluto dominato dai Litfiba e dai loro emuli, che faccio fatica a definire musica che mi appartenga. Le contemporanee tendenze americane erano seguite  poco o nulla, però erano molto vitali le scene hardcore e “posse”. I CCCP si erano sciolti. Poi arrivammo noi, quello che fu poi chiamato il Nuovo Rock Italiano e in un certo senso ci fu una piccola rivoluzione, favorita dall’exploit mondiale del grunge.

“Vorrei partire analizzando i passi della tua lunga carriera. Eri un giovane che ti spostasti a Bologna per motivi di studi (poi completati)..un iter comune a molti, così come l’infatuazione per la città, i suoi stimoli. In cosa pensi sia cambiata l’atmosfera rispetto a quei tempi?” 

Bologna non mi dice più niente, è sempre una bellissima e civilissima città, ma non è certo il crocevia di idee e creatività che è stata per un certo periodo. Direi che oggi un posto vale l’altro, abbiamo internet e gli aperitivi è meglio non frequentarli.

“Ciò che scopristi in Inghilterra e che finì per influire nel tuo percorso artistico una volta rientrato alla base, era impossibile da trovare in Italia?

Più che impossibile. Non ce n’era alcuna consapevolezza.

Non eri rimasto incuriosito o affascinato dai gruppi primigeni di un certo recupero di rock in senso stretto (gli esempi scontati sono quelli dei gruppi dell’IRA: Diaframma, Litfiba, Moda ecc..) o i tuoi riferimenti musicali e culturali erano già ben definiti?”

 

Nell’ottanta/ottantuno i miei riferimenti musicali erano, per quel decennio, già definiti. L’IRA è venuta dopo, ma non aveva nulla a che fare con il recupero del rock, la new wave era la negazione esplicita del rock.

“Ho letto con piacere il libro di Andrea Pomini sulla storia dei Massimo Volume, il cui tuo contributo nella genesi del loro processo creativo è stato importante e talvolta ho impressione che non sia stato non valorizzato. Nel libro è stato illuminante sentire diverse versioni. Col senno di poi mi viene da pensare che sarebbe stato interessante vedere l’evoluzione della band con le due menti creative, ma alla resa dei conti mi sembra ci fossero sin troppe divergenze sulla linea guida da tenere. Tu immaginavi che sarebbero diventati così “di culto” per molta gente con gli anni a venire?” 

Sì, io credevo tantissimo in quella band e le potenzialità si videro immediatamente, l’impatto fu subito fortissimo. Le divergenze non erano poi così tante, visto che le musiche che ho scritto per Mimì vengono tutt’ora suonate dal vivo. Il punto è che in origine c’erano due cantanti e poi si decise che ce ne fosse solo uno, ma io non fui coinvolto né avvertito di questa decisione. Ho amato quella band ed esserne allontanato è una delle cose che mi ha fatto più soffrire in assoluto. E’ ovvio che il mio apporto non sia valorizzato, perché il modo in cui hanno gestito la faccenda rimane fonte d’imbarazzo.

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

“L’esperienza dei Santo Niente fu un ritorno a un  viscerale rock, direi inedito per l’Italia, con testi ricchi di immagini anche “violente” o capaci di destabilizzare. Mi ricordavi Perry Farrell per l’attitudine. Vi vidi dal vivo sul finire degli anni ’90 e l’energia che emanavate era in effetti trascinante,pazzesca, eppure così diversa da quella trasmessa da band allora in auge come Marlene Kuntz o Afterhours. Pensi che il risultare forse eccessivi o “disturbanti” abbia influito negativamente sul percorso del tuo gruppo o pensi di aver raccolto il massimo?” 

Non era un ritorno perché prima quel modo di fare e suonare in Italia non c’era. Sicuramente eravamo troppo estremi. In realtà fummo definiti dalla major che finanziava il Consorzio “improponibili” al pubblico subito dopo la registrazione de “La vita è facile” e non ci fu dato alcun budget pubblicitario. Tutti sapevano che il Santo Niente era un morto che camminava, ma abbiamo lo stesso insistito a suonare e fare dischi e ancora oggi insisto. Ho motivazioni che vanno oltre la ricerca del successo, di cui ho perso ogni speranza già nel 96. E non ho raccolto nulla: le spese sono immensamente superiori agli incassi e non sono quello che si dice un artista di chiara fama. Per molti sono solo un cretino che non vuole ammettere di non essere tagliato per fare il musicista e non si perde occasione per ricordarmelo.

“Negli ultimi anni, pur non essendo mai stato dimenticato da chi ti seguiva prima, sei diventato piuttosto popolare per i tuoi interventi, a volte forse provocatori ma sempre lucidi e analitici, sui social network in merito a questioni non solo musicali. Una sorta di “opinion maker” autorevole e credibile, e non lo penso solo io. Tante volte mi dai l’impressione quasi di doverti “giustificare” per la tua attività fiorente di deejay, che per molti più integerrimi fans del rock più puro (esiste ancora?) è in netta contrapposizione con quanto esprimevi ad inizio carriera. Mi pare di capire che tu conosci a fondo la storia della musica, le sue evoluzioni e non ne faccia una questione sterile di supremazia di certi generi su altri, giusto?” 

Il fatto che gli appassionati del rock abbiano dei problemi con la musica dance dimostra solo quanto sia arretrata, puritana e poco consapevole delle origini la scena rock italiana. Io amo la dance e l’elettronica in tutte le sue forme ed è anche a causa della mia formazione: la new wave era musica per ballare. Il più grande hit dance degli ottanta è opera degli ex Joy Division, per fare un ovvio esempio. Ora il rock alternativo italiano, con pochissime eccezioni, è triste, autocommiserativo e patetico, oppure è ruffiano e sta morendo per questo. Ciò che non è vitale non attrae nuovi appassionati e quindi il rock italiano non fa altro che celebrare la sua stessa agonia. Manca totalmente di orgoglio.

Non ho mai voluto essere un opinion maker: posto le mie idee in genere mentre faccio altro, tipo pubbliche relazioni per una serata in un club. Quello che succede, succede per caso.

“Tante volte si è dibattuto sul fenomeno internet e anch’io mi chiedo spesso (e lo chiedo ai gruppi e agli artisti) se non fosse meglio un tempo nemmeno lontano, quando era più difficile farsi notare dalle case discografiche ma poi si seguiva bene o male un iter, una gavetta (pur non essendoci mai stata una “guida” per emergere), oppure ora che è facile per chiunque caricare i propri pezzi e i propri video in rete? Non pensi che, al di là dell’opportunità unica di diffondere “liberamente”, senza molti filtri la propria musica, ci sia sin troppa musica da ascoltare, da scoprire, da condividere, col rischio concreto che si perda la qualità vera, in funzione della quantità?” 

Non ha nessun senso chiedersi se fosse meglio o peggio prima. Il passato è passato e non tornerà. Bisogna piuttosto chiedersi come affrontare per il meglio cambiamenti che sono ovviamente irreversibili e sempre in corso e non mi sembra che ci si ponga abbastanza in quest’ottica: l’italiano non ama le novità. L’era del disco dal punto di vista pragmatico è lontana quanto quella del cilindro di cera di Edison. Persino il download è obsoleto e si perde tempo in discorsi sul come eravamo. L’unico discorso giusto sarebbe quello sul come saremo.

“La crisi discografica sembra non avere fine, salvata in parte solo dai “fenomeni” usciti dai talent, tendenza non solo italiana, ma che anzi ha radici lontane e radicate anche oltreoceano e oltreManica, le patrie del rock. Dove credi che porterà tutto questo? E’ una caduta irreversibile quella del disco, che scenari ti immagini da qui a dieci anni?” 

 La crisi discografica è finita, nel senso che l’industria discografica non esiste più: il tempo è dalla parte dei nativi digitali, per cui i dischi sono buffi oggetti d’antiquariato. Esiste l’industria della musica, che è altro. Bisogna sbrigarsi a capire questo e liberarsi da ogni nostalgia.

l'audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

l’audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

“Come sta procedendo il discorso relativo al tuo progetto solista, da cantautore sui generis, se mi permetti. Sei soddisfatto dei riscontri, e cosa sta bollendo in pentola? Stai scrivendo altro materiale in quella direzione o ti vedi di nuovo impegnato col gruppo? Da dove ricavi le tue ispirazioni? E cosa fa la differenza nel tuo caso, quali elementi influiscono maggiormente nel farti decidere se incanalare le tue suggestioni e i tuoi stimoli in un nuovo percorso solistico o nel Santo Niente?” 

E’ appena uscito “Mare Tranquillitatis”, il nuovo album del Santo Niente e sono totalmente preso da questo.

NEL RINGRAZIARTI PER LA TUA DISPONIBILITA’ E NEL RINNOVARTI I MIEI SINCERI COMPLIMENTI PER LA TUA MULTIFORME ATTIVITA’, TI SALUTO E MI AUGURO DI VEDERTI PRESTO LIVE.

(Gianni Gardon)