Eroi musicali anni ’90: Nick Mc Cabe (The Verve)

Per la mia rubrica “90’s memories” su Troublezine, eccovi l’articolo dedicato a un altro dei miei personali eroi degli anni ’90: il geniale, oscuro, introverso chitarrista dei Verve Nick Mc Cabe

http://www.troublezine.it/columns/20069/90s-memories-nick-mccabe

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Ho sempre considerato Nick McCabe, noto principalmente per essere stato chitarrista e artefice dei primi successi dei Verve, uno dei talenti più cristallini della musica inglese degli ultimi 25 anni.
Un temperamento forse troppo particolare, un carattere magari fragile e poco incline a certi compromessi e la sua indole introversa hanno finito per minare il consolidamento della sua carriera, proprio quando il suo primigenio gruppo stava raccogliendo i meritati frutti di un lungo lavoro e di tanti sacrifici.
Già, ma nel ’97, quando uscì l’epocale “Urban Hymns”, delle composizioni del valente chitarrista nativo di St.Helens, vicino Wigan, non vi era quasi più traccia, visto che la piena leadership della band era ormai saldamente nelle mani dell’amico/rivale Richard Ashcroft, ormai pronto a contendersi lo scettro di uomo simbolo del britpop.
I Verve degli esordi però, quelli dove il tocco di Nick è evidente, erano quanto di più lontano da certe atmosfere care ad esempio ai Blur, ai Pulp o agli Oasis, visto che si muovevano in territori molto vicini allapsichedelia anni ’60, allo space rock, grande passione del Nostro.

In particolare nell’album d’esordio dei Verve, l’allucinato, ipnotico e ondivago “A storm in Heaven” erano molte le canzoni in cui era massiccio l’utilizzo di reverberi, di fischi, di suoni oltremodo dilatati, e anche il cantato di Richard andava all’unisono in questa direzione.
Brani come Beautiful minds o i singoli Blue e Slide away sono chiare testimonianze dell’attitudine “barrettiana” dei Verve e di McCabe in particolare, visto che tutte le musiche portano la sua firma.
Siamo nel 1993, e i quattro componenti, che si erano conosciuti al college, sono ancora giovanissimi, appena 22enni ma a quanto pare non molto facili, anzi “ribelli” per natura, visto che non intendono piegarsi alle mode imperanti del periodo, prima ancora che deflagrasse il britpop, sancendo la rinascita del pop inglese. Sì, qualche richiamo ai gruppi coevi shoegazer si può sentire ma in fondo il contesto sonoro in cui si muove il gruppo veleggia su altre coordinate stilistiche.
E all’attitudine musicale, parente stretta di certa psichedelia, andavano di pari passo anche certe “abitudini” associate ad essa, come il grande abuso di sostanze, per lo più acide, chimiche. In particolare sarà il cantante a subire le più gravi conseguenze di questo atteggiamento, finendo per essere ricoverato in seguito aun’ overdose di ecstasy, all’indomani di un’importante partecipazione al Festival itinerante americano “Lollapalooza”.
Sarebbe stata un’occasione di riscatto per i quattro, visto che in patria il loro album era stato accolto molto tiepidamente, nonostante il secondo singolo “Slide away” fosse stato capace di issarsi in cima alle charts indie.

Due anni dopo, in un clima molto teso per i problemi di droga e lo scarso successo sinora ottenuto, i Verve replicarono con “A Northern soul”, che già nel titolo richiama atmosfere in teoria più rilassate. La conferma avverrà con le prime derive pop della loro proposta musicale, come si evince da due singoli (History e On your own) molto lenti, quasi acustici, ballate come mai prima ne avevano prodotte.
Nonostante proprio il chitarrista Nick McCabe si fosse dichiarato entusiasta delle prime sedute di registrazione, i mesi che portarono alla pubblicazione del disco furono molto pesanti, con voci sempre più insistenti di scioglimento. Noel Gallagher, leader degli Oasis con i quali era giunto al successo di massa sin dal disco d’esordio della sua band, pensò bene di dedicare un pezzo struggente all’amico Richard Ashcroft (la bellissima Cast no shadow, presente nel secondo epocale album degli Oasis, uscito poco dopo la pubblicazione di “A northern soul”).
I rapporti tra i due leader riconosciuti dei Verve sono sempre più tesi, e a farne le spese è proprio Nick, nel pieno di una crisi personale. Non va più d’accordo con gli altri, non si sente valorizzato e, cosa non da poco, non si ritrova più nella musica che fa, specie alla luce della nuova direzione che vuole imporre l’altro, orientato maggiormente su un pop rock molto classico e in un certo senso “misurato”, tranquillo.

Alla fine, nel ’96 Nick rompe gli indugi, mollando il gruppo, ma così facendo romperà soprattutto i già fragili equilibri interni dei Verve, che difatti quasi simultaneamente alla sua irrevocabile decisione si scioglieranno. Si cercherà dapprima di sostituirlo con un nome eccellente, quel Bernard Butler, da poco fuoriuscito in maniera non meno burrascosa dai Suede (vedi puntata precedente) ma la cosa durerà lo spazio di due giorni. Fu così assoldato Simon Tong e sarà con lui che i Verve si metteranno al lavoro sulle nuove canzoni, tutte ispirate a una nuova condizione fisica e spirituale di Richard Ashcroft, sempre più deciso a chiudere con il passato fatto di eccessi e con la musica sperimentale, e intento ad approdare come detto in un solco musicale più placido, indolore.
Il tempo è sempre utile a ricomporre anche quelle che possono sembrare ferite insanabili e così, nel ’97, nel bel mezzo delle session che porteranno a “Urban Hymns” Nick McCabe si riavvicinerà ai compagni, sino a riprendere il suo posto di chitarrista, affiancando però Tong, abile anche alle tastiere.
Il contributo artistico di Nick però, in quello che a tutti gli effetti risulterà essere il capolavoro del gruppo, è davvero misero, visto che in pratica già tutto era stato deciso (oltre che suonato).

Echi della sua chitarra si avvertono ancora, specie in The Rolling People e Catching the Butterfly, le più psichedeliche della fortunata raccolta, entrambe firmate dal quintetto insieme, mentre la sola Neon Wilderness porta il suo nome, ma sa molto di incompiuta e letteralmente scompare, perdendo consistenza davanti alla grandezza e alla profondità dei brani scritti da Ashcroft, specie i singoloni The drugs don’t work (molto autobiografica), Sonnet e Lucky Man. Ma quasi la totalità dei brani è interamente del cantante, compreso il testo del classico Bitter sweet symphony per il quale però dovette per forza citare le due menti dei Rolling Stones, visto che tutta la canzone faceva perno su accordi palesemente già sentiti.

In questa situazione di estraneità di McCabe fu quasi scontato arrivare a una seconda rottura, che stavolta però sapeva tanto di resa definitiva, mentre l’album si apprestava velocemente a diventare un best seller a livello internazionale, raggiungendo il primo posto delle charts praticamente in tutta Europa, facendo diventare i Verve delle autentiche star anche in Italia.
Poco male si disse all’epoca, visto che già l’ultimo album sembrava appunto un’emanazione solista del sempre più accentratore Richard Ashcroft, già prontissimo a lanciarsi verso una carriera da cantautore.
Due destini che sembravano davvero opposti, due percorsi ormai segnati, con Nick finito presto nell’anonimato, e l’altro pronto a contendere a Gallagher, Damon Albarn o Jarvis Cocker lo scettro di re del pop inglese.

Le cose non andranno proprio così e se per un periodo Ashcroft riuscì a mantenere le promesse  – senza però nemmeno sfiorare l’ispirazione che lo aveva guidato per comporre i brani di “Urban Hymns” – nelle retrovie in realtà tornò a muoversi anche l’introverso chitarrista, che riuscì a riallacciare i rapporti con gli altri membri dei Verve.
La riappacificazione e una ritrovata serenità coinvolgeranno anche il cantante e faranno da preludio alla registrazione di nuovi brani, che poi confluiranno nell’attesissimo “Forth”, uscito nel 2008, a ben 11 anni quindi da “Urban Hymns”.
E’ un disco dove si possono scorgere evidenti i richiami ai primi album, quelli più segnati dalla chitarra di Nick, che difatti anche a posteriori si dichiarerà sempre molto orgoglioso di questi pezzi dal sapore psichedelico (basti ascoltare la suite Noise Epic che ricorda addirittura le atmosfere di Gravity Grave, una delle migliori composizioni partorite dal chitarrista)
L’album entrerà direttamente al primo posto in Inghilterra e otterrà un successo un po’ ovunque in Europa, grazie anche a riuscitissime date. I rapporti sembravano veramente buoni, complice anche l’acquisita maturità del quartetto originario (in questa reunion infatti non era presente Simon Tong, impegnato nel supergruppo di Damon Albarn “The Good, the Bad& the Queen”) e in particolare il singolo Love is noise farà bella mostra di sè nelle charts internazionali.
Tuttavia, nonostante la nuova affermazione,il gruppo si sciolse nuovamente, complice impegni contrattuali di Ashcroft che andarono a impattare con quelli della band, costretta a fermarsi nel bel mezzo di un fortunato tour.

Nick non è più rimasto con le mani in mano, coinvolgendo da subito i suoi colleghi e amici Simon Jones e Pete Salisbury (la storica sezione ritmica dei Verve) nel suo nuovo progetto, i Black Ships. Salisbury mollò subito il colpo ma gli altri due cominciarono a comporre a buon ritmo, anche se furono costretti per motivi di copyright a cambiare sigla sociale in Black Submarine (un richiamo nemmeno troppo velato agli amati Beatles, da sempre fonte di ispirazione insieme ai Pink Floyd di Nick).
Nella prima emanazione di questa nuova band, a collaborare con McCabe c’era anche Davide Rossi, violinista e polistrumentista, tra i nostri esponenti musicali più apprezzati all’estero.
Anche queste nuove canzoni prodotte da Nick sono all’insegna di un sound talvolta sognante, talvolta spigoloso, ma sempre molto ricercato e lontano da logiche commerciali o da classifica, secondo l’inclinazione che da sempre lo caratterizza.

In molte occasioni tramite la sua pagina facebook Nick ha dichiarato di aver provato più volte a ricontattare Richard per poter iniziare nuovamente a scrivere o produrre qualcosa insieme, segno di un immutato rispetto, ma soprattutto di una sincera stima e amicizia che si è instaurata tra i due nel corso di tante esperienze belle e brutte condivise in questi anni. Sinora i suoi sono stati tentativi andati a vuoti ma tutto lascia presagire che in realtà molto probabilmente torneremo ancora a parlare di loro, soprattutto delle loro canzoni, con o senza Verve.

 

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dal sito di Troublezine il mio articolo celebrativo su Richey James Edwards

Da poco ho avuto il piacere e l’onore di iniziare una collaborazione con l’interessantissimo sito musicale Troblezine, su imbeccata e richiesta del mio storico amico Riccardo Cavrioli, redattore dello stesso e collaboratore della storica rivista musicale “Rockerilla”.

Avrò modo di scrivere della musica che più amo, occupandomi di volta in volta di recensioni, con predilizione per i gruppi di area indie italiana, ma soprattutto curando a mio piacimento una rubrica su alcuni miei eroi musicali degli anni ’90, materia già affrontata nel mio saggio a tema “Revolution ’90”.

Questa carrellata di ritratti di artisti che hanno segnato i miei ascolti e la mia crescita musicale riguarderà gente magari non tra la più nota in certi ambiti (niente Kurt Cobain, Liam Gallagher, Damon Albarn, Eddie Vedder per capirci) ma non perchè determinati artisti divenuti simbolo del loro tempo non abbiano contato molto per me, anzi, ma proprio perchè volevo omaggiare personaggi forse di minore impatto per le masse ma ugualmente imprescindibili.

Ho voluto iniziare con il mitico chitarrista dei Manic Street Preachers, quel Richey James Edwards, che proprio 20 anni, febbraio 1995, decise di scomparire per sempre, lasciando un vuoto incolmabile dietro di sè.

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Linko qui di seguito l’indirizzo al mio articolo sul sito di Troublezine… buona lettura!

http://www.troublezine.it/columns/20053/90s-memories-richey-james-edwards

Quando pensavo che “The Smurfs” fossero un gruppo britpop!

Sembra incredibile a pensarlo adesso, ma c’è stato un tempo – relativamente vicino (si parla di metà anni ’90) – in cui Internet non era proprio alla portata di tutti. Cominciavano a fare capolino nelle città i primi Internet Point ma i tempi di connessione erano spesso lunghissimi, a seconda delle zone, e i costi, non dico proibitivi, ma nemmeno praticamente “free” come adesso, e non certo da altri dispositivi che non fossero i soliti computer. Insomma, per documentarsi esistevano molti altri modi, magari – anzi, quasi sicuramente – più autorevoli e certificati, come le vecchie enciclopedie, i libri, anche la televisione e le radio. Per chi, come me, era appassionato di musica, esistevano tante riviste specializzate ma così pure la bella pratica di andare a ordinarsi le riviste oltre Manica, o oltre Oceano (vabbè, qui mi potranno capire solo i “fanatici”).

Con Internet però è indubbio che molte distanze si siano avvicinate, o quasi azzerate. Qualsiasi tipo di informazione è a portata di click. Certo, poi bisogna quanto meno verificare ma anche in quel caso le soluzioni sono alla portata di tutti e in tempi brevi.

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Tutta questa premessa per dirvi che all’epoca della mia vera infatuazione per la musica passata poi a posteri come “britpop” Internet non era così diffuso, per lo meno non lo era a casa mia o nei dintorni. Così, quando gli Oasis, i Blur o i Suede iniziarono a insinuarsi in me con le loro splendide canzone e atmosfere, avevo voglia di raggranellare ogni tipo di notizia su di loro e su altri gruppi. Le riviste erano sì fondamentali, eppure alcuni gruppi erano (giustamente, col senno di poi) lasciati in secondo piano. In Italia l’ondata inglese stava lentamente ma inesorabilmente arrivando, terminata la fortunata stagione del grunge in modo tragico (con il suicidio di Cobain) e in classifica emergevano soprattutto i già citati Oasis e Blur, protagonisti in patria dell’osannata, quanto artefatta, “battle of the bands”, ma anche Radiohead e, più tardi, Verve. Scorgendo le classifiche inglesi però, accanto a questi gruppi divenuti poi classici del loro tempo, stavano a far bella mostra di sé altri esponenti del ribattezzato filone britpop. Gente che gli appassionati del genere conosce bene ma che in realtà da noi ebbero poca eco a livello di massa. Alludo a Bluetones, Ocean Colour Scene, Menswe@r, Sleeper, Elastica. Tutti gli altri nomi che ogni tanto finivano nei primissimi posti in classifica erano magari meteore ma di mia conoscenza. Invece quegli “Smurfs” proprio non mi dicevano niente. Mai una riga in nessuna rivista musicale, mai indicati nel britpop, il nome tradotto che non mi diceva assolutamente nulla (non c’erano Internet, lo ricordo, e i dizionari cartacei di inglese non riportavano nessun termine associato a questo bizzarro nominativo). Insomma, buio totale per me. Eppure per quasi 2 anni consecutivi rimasero nei piani altissimi delle charts inglesi, sia per Melody Maker che per New Musical Express, in classifiche ufficiali quindi. Ricordo che nel ’96 in particolare “The Smurfs go pop” stette al primo posto quasi per un mese! Ah, e nessun video mai visto su Mtv, allora rete esclusivamente musicale e che sul britpop puntò moltissimo. Passarono anni, di loro mi dimenticai celermente. Quando anni dopo capii chi fossero, quasi mi vergognai della mia “ricerca” folle iniziata prima. Per fortuna non ne parlai con nessuno dei miei amici super appassionati. Perché mi è venuto in mente tutto questo nel 2014? Perché, proprio vicino al mio ufficio, la mia collega aveva sopra la scrivania un pacchetto di fazzoletti, probabilmente dei suoi bimbi, con sopra disegnati i mitici Puffi e la scritta, in inglese, “The Smurfs”! Hai capito, e io che credevo che Cristina D’Avena con le canzoni dei cartoni facesse successo solo da noi. Invece, anche nell’Inghilterra tanto all’avanguardia in fatto musicale, in charts dominate dai gruppi britpop, i più venduti erano gli strani ometti blu con le loro simpatiche canzoncine!

ps: nella settimana in cui in Inghilterra “The Smurfs go pop!” era primo in classifica, da noi in Italia in vetta stazionava Olmo & Friends, il disco del personaggio di Fabio De Luigi lanciato con successo nel programma della Gialappa’s Band!

Le mie impressioni sul ritorno dei Coldplay e il loro ultimo album “Ghost Stories”

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Scrivo saltuariamente di musica (chi mi segue lo sa già) nonostante la mia materia “professionale” sia lo sport. Ultimamente mi sono molto concentrato su un progetto importante, un saggio sulla musica italiana che proprio a giugno vedrà la sua uscita. Molte energie in ambito di scrittura musicale sono state necessariamente riversate lì, fermo restando il mio appuntamento settimanale col programma radio che va in onda su yastaradio ogni venerdì alle 21. Le recensioni in senso stretto si sono tuttavia ridotte, non perchè non abbia continuato ad ascoltare musica (… in fondo… è la passione di una vita, sotto vari aspetti!) ma perchè il tempo per scriverne era sempre più compresso e il materiale da valutare davvero molto. Tra quella che compero, scarico, ascolto in rete, e quella che ricevo da radio, uffici, amici ecc è difficile starci dietro, anche se a volte l’istinto di dire la mia fa sì che prima di andare a letto ancora mi possa venire in mente di accendere un’ultima volta il pc per lasciarvi alcune mie impressioni. Non è questo il caso, e perdonate la lunghezza dell’incipit. Questa infatti non vuole essere una recensione, sto scrivendo di corsa e a briglia sciolta in un momento di pausa da tutt’altro (tanti impegni si stanno sovrapponendo tra giugno e luglio) ma da giorni sono sintonizzato fra gli altri sul nuovo, tanto per cambiare, discusso disco dei Coldplay, una band che – a scanso di equivoci lo dico subito – ho letteralmente adorato per i primi tre dischi. Non voglio passare per uno snob, in fondo ascolto roba anche veramente commerciale e non me ne vergogno, ma spesso sono anch’io assoggettato dalla sindrome “del successo”, specie se ritieni di essere stato “tra i primi” a fiutare un potenziale nuovo fenomeno della musica. Nel caso del gruppo di Chris Martin e soci, ai tempi di “Parachutes”, il loro epocale esordio, mi direte voi che non ci sarebbe voluto un genio per capire dove sarebbero arrivati. Ma in realtà vi ricordo che eravamo a fine ’90, inizio duemila in un momento delicato di passaggio, dove la musica – e l’industria – stavano prendendo direzioni diverse, spesso non convergenti quando si trattava di proporre musica di qualità. La loro indubbiamente lo era, come il fatto che si trattasse di qualcosa, certo ispirato e riciclato,  ma comunque innovativo. Niente schitarrate rock ma nemmeno pop melenso, commerciale nel senso più bieco del termine. Atmosfere languide, soffuse, pianistiche, che poi avrebbero fatto la fortuna per tutta una schiera di band a loro volta ispirate ai Coldplay, i primi che fecero il botto col “nuovo verbo” (parlo ad esempio di Keane, Starsailor… ma persino i nostri Negramaro a inizio carriera li potevano ricordare, ascoltate ad esempio “Solo” o “Come sempre” e poi ditemi…). Ho adorato, dicevo, i Coldplay per i primi tre album, mentre ammetto candidamente di averli un po’ snobbato nel periodo di massima esposizione mediatica, coincisa col boom mondiale dei successivi “Viva la vida” e “Mylo Xyloto”. Semplicemente non erano più i miei Coldplay, nonostante sin da subito, dagli esordi in pratica, fossero già divenuti popolari ai più e non solo patrimoni di pochi sedicenti esperti. Non mi piacevano le loro soluzioni musicali ricercate, il loro tentativo di avvicinarsi a dei gusti di un pubblico perennemente in evoluzione ma allo stesso modo volubile, sempre più attratto dalle mode del momento. In particolare “Mylo Xyiloto” ho fatto fatica a digerirlo, concedendogli sporadici ascolti, escludendo quelli “passivi”, i bombardamenti di radio e tv. Ora con questo “Ghost Stories”, al quale mi sono accostato con curiosità ma anche con parecchia diffidenza, visto l’ennesimo cambio di rotta evidenziato nel lentissimo singolo apripista “Magic”, dal sapore elettronico/retrò, in parte sto ritrovando il mio gruppo. Saranno state le vicissitudine amorose occorse al leader, separatosi da poco dalla moglie, l’attrice Gwynteh Paltrow, o una consapevolezza che forse si stava troppo uscendo dai binari, deragliando ogni contesto musicale per frullare in modo poco autentico pop, dance, house ecc… fatto sta che in tracce come l’apertura “Always in my head” (titolo assai emblematico…),  l’onirica “Ink”, una delle mie preferite del disco, le sognanti “True love”, “Midnight” e “O”, ripresa in due parti, ho ritrovato quei suoni cari alla band, soprattutto quelle atmosfere calde e profonde per cui mi ero innamorato di loro al primo ascolto. Poi per i ragazzi che volessero per forza scatenarsi, ballare e stare al passo col trend, ecco che comunque una concessione forte al mercato i 4 inglesi l’hanno data col compatissimo nuovo singolo, in odor di… Avicii e David Guetta, “A Sky full of Stars” ma un piccolo cedimento glielo posso, a questo punto, concedere anch’io in cambio di un disco che nel complesso ritengo all’altezza della loro fama.

Blur live in Italia: si va di britpop!

Dopo i Pulp, visti l’anno scorso a Pordenone, è la volta dei Blur che torneranno in Italia per una mini serie di concerti. E tutti i fans del gruppo, come me, non possono che gioire, visto che si tratta di un gruppo che assolutamente ha fatto la storia – non solo del pop rock di matrice inglese anni ’90 – ma di tutto un periodo musicale davvero unico, se si pensa che in quel decennio ci furono pure l’esplosione del grunge e la definitiva consacrazione dell’hip hop. Ma un nuovo rinascimento inglese lo si era avuto proprio grazie al quartetto di Colchester, che ha saputo, partendo dal movimento baggy, progredire vorticosamente album dopo album, fino all’epocale “Parklife”, manifesto di un’intera generazione brit-pop. Poi ci fu la rivalità con gli altri super big del genere, gli Oasis dei fratelli Gallagher e la svolta totale da un punto di vista musicale, con la rinuncia alle facili melodie beatlesiane in favore di suoni più sporchi, più rock ma in un certo senso più articolati, più “artistici” sulla falsariga di ciò che, in modo assai più grezzo, producevano quando da giovanissimi ancora si facevano chiamare Seymour.

I Blur ai tempi d'oro, negli anni 90

I Blur ai tempi d’oro, negli anni 90

Un grande gruppo quello di Damon Albarn, poliedrico frontman, Graham Coxon, geniale e schivo chitarrista, Alex James, il bassista glamour e Dave Rowntree, che tutto sembrava tranne che un batterista rock.

La sigla Blur era stata in qualche modo congelata, ma già dopo la dipartita dell’irrequieto Coxon, che mal sopportava le luci accecanti del successo e del music business, di fatto non esisteva più, con i componenti della band tutti protesi verso altri progetti.

Soprattutto il leader Albarn, l’intellettuale del gruppo, si era dato un gran daffare in questi anni, sia alla guida dei Good, Bad & Queens, poliedrico gruppo pop orchestrale, fautori di un album che sapeva di colonna sonora morriconiana, sia come mentore e factotum della sigla Gorillaz, dietro la quale appunto si celava il suo genio creativo. Band virtuale, composta da personaggi fumettistici, assieme al produttore Dan Nakamura e al disegnatore Jamie Hewlett, ha messo insieme una miriade di singoli pop dance elettronici, in grado di scalare le classifiche internazionali grazie al sound dall’indubbio appeal.

Graham aveva continuato a pubblicare validi album lo-fi, mentre Alex si era prodigato sopratutto come autore e conduttore tv, famoso soprattutto per un suo documentario sul trattamento della coca in Colombia.

La reunion dei 4 era già avvenuta fragorosamente nel Regno Unito, con splendide e acclamate esibizioni nei Festival più prestigiosi di Inghilterra; poi era stata la volta di un paio di nuovi brani, più vicini alle atmosfere degli ultimi Blur a dire la verità, più che di quelli freschi e orecchiabili dei tempi belli, ma è stato pur sempre una grande gioia risentirli in studio.

Ora finalmente l’ufficialità delle date italiane e… noi ci saremo, in prima linea! Con gli amici di sempre, appassionati incalliti brit pop, con la nostalgia che scorrerà a fiumi, con la felicità che si leggerà nei nostri occhi, con le canzoni da mandare a memoria, in cori sfrenati. Immensi Blur, ci vediamo a luglio!

I Blur di nuovo insieme, versione 2013

I Blur di nuovo insieme, versione 2013

Torna il mio programma radio OUT OF TIME, tutti i venerdì su Yastaradio

Dopo la pausa doverosa in concomitanza con le festività Natalizie, stasera al consueto orario (21 – 22,15) ritornerà puntale la mia trasmissione radiofonica OUT OF TIME, in onda sulle frequenze web di Yastaradio.com.

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Si tratta già della dodicesima puntata, un grande traguardo, su cui posso abbozzare un primo bilancio.

La trasmissione procede bene, con possibilità per gli ascoltatori di potermi sentire pure in replica, ad un orario in cui molti sono in ufficio per lavoro o in auto, dalle ore 15 alle 16.15 circa). Per alcuni fedeli sostenitori l’appuntamento preferito è il venerdì, prima di approntare la serata, per altri appunto il martedì pomeriggio.

La piena libertà artistica mi ha consentito, nell’arco di questi primi 3 mesi (come vola il tempo!) di sperimentare, proponendo la musica che essenzialmente prediligo. Ma siccome non sono legato a un genere in particolare, la natura del mio programma è spesso ondivaga, anche se molto spazio è stato dato al movimento del rock tricolore, visto che difficilmente alcuni brani, o alcuni artisti vengono passati nelle radio tradizionali. Il bello di una webradio, e di Yastaradio, nello specifico, è il clima da “radio libera” che si respira, la possibilità di spaziare, di non incasinarsi in scalette o dettami commerciali. Questo non a scapito della pura improvvisazione o della scarsa professionalità, in certe cose il Dalse, il boss della radio, è fermo e sempre “perfetto”.

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Ma c’è una libertà di espressione, di avvallare idee, di proporre brani dimenticati, di lanciare alcuni nomi nuovi, di trattare argomenti tematici, non solo a livello musicale… a me è successo con alcune puntate in particolare, una dedicata all’editoria italiana, un’altra con la descrizione e l’analisi di due film antitetici che avevo visto in sequenza.

Nella puntata del rientro dalle “vacanze” metterò in onda una monografia, dopo quella sui Modena City Ramblers. Stavolta però parlerò di due gruppi, e della loro storica rivalità che aveva toccato vette nel periodo d’oro del Britpop, quando andò in scena la famosa “Battle of the bands”, quella disputata tra Blur e Oasis.

Nostalgici del pop inglese anni ’90, quindi, mi rivolgo direttamente a voi… stasera, collegatevi con Yastaradio e vi ritroverete scaraventati nuovamente nei mitici anni ’90, quando sembrava che Damon Albarn e Liam  Gallagher fossero i nuovi dominatori del rock mondiale.

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E così posso anche annunciarvi che, al termine delle 15 puntate di OUT OF TIME, non lascerò la conduzione “tout court” visto che sarò impegnato proprio con una serie di puntate monografiche dedicate a singoli artisti. Senza pretese di insegnare chissà che, però mi piace l’idea di una radio che possa ancora fare informazione musicale, perchè non dobbiamo dare per scontato che l’ascoltatore sia sempre ferrato in tutti gli argomenti musicali, o al contrario che consideri la radio solo come pure intrattenimento. A quanto pare, gli ascoltatori di Yastaradio sono fedeli, appassionati e anche curiosi, competenti. E io spero con Out of Time di garantire brillantezza nella conduzione, così come professionalità e un pizzico di allegria.

Interessante ritorno per i Suede con il singolo “Barriers”

Che si fossero riuniti era cosa ormai risaputa, così come alcune date avevano certificato. Ma ora i Suede hanno pubblicato un nuovo singolo, e la notizia è che si tratta di un ritorno in linea con le produzioni storiche della band, almeno di quelle post – Butler. La canzone in questione, lungi dal voler essere considerata originale o innovatrice, è altresì carina, melodica il giusto e frizzante, come si converrebbe a una band messa su in piedi da giovani collegiali, non da un gruppo dato per morto da anni, in preda a lotte contro droga e strascichi personali. “Barriers” possiede il tocco di Richard Oakes, un sound chitarristico semplice ma efficace, lontano dai barocchismi del predecessore Bernard Butler, mentre Brett Andersson non ha smarrito l’intensità nell’interpretazione.

la band in una foto di qualche anno fa

la band in una foto di qualche anno fa

Per chi ha amato alla follia i Suede basta e avanza come positiva “buona nuova” di questo inizio 2013, con la speranza che, qualora decidessero di mettere su un repertorio live di un certo spessore, pensassero bene di ripassare da queste parti, considerato uno zoccolo duro di fan ancora fedelissimo e appassionato.

Dopotutto la band londinese è stata tra quelle cardine di inizio anni ’90, anticipatrice del fenomeno Britpop, ma non rimanendone mai invischiata, anzi, nel sound dei Suede si riconoscevano varie influenze sapientemente miscelate fra loro e che poco avevano a che spartire con i coevi Blur o gli appena successivi, in ordine temporale, Oasis.

Glam, psichedelia, rock, pop, lirismo… tutti ingredienti immancabili in canzoni come “Animal Nitrate”, “”Metal Mickey” o “My Insatiable One”, quest’ultima addirittura una B-side, giusto per far capire quanto la qualità fosse alta nelle prime composizioni della ditta Andersson/Butler.

Il fenomeno implode all’uscita dell’oscuro, raffinato, melodrammatico seguito “Dog Man Star” con il chitarrista che molla la barca, ma il sostituto, all’epoca minorenne (!) si dimostra da subito credibile, oltre che valido. Richard Oakes e Neil Codling (quest’ultimo alla tastiera) ringiovaniscono la band, l’immagine pubblica ne guadagna e i pezzi fanno scatenare l’immaginario britpoppiano con perle come “Trash” e “Beautiful Ones”. Il disco della rinascita si issa in cima alle classifiche inglesi – non era mai successo in precedenza – e fa buoni proseliti nel resto d’Europa. Poi il trend per un po’ si ripete, perdendo però in efficacia.

Ora il bel ritorno, con un gruppo che pare davvero in forma e rigenerato, nonostante qualche chilo in più e qualche capello in meno

(qui di seguito il link al quale accedere per scaricare gratuitamente l’mp3 del nuovo singolo “Barriers”)

http://suedebarriers.viinyl.com/