Eroi musicali anni ’90: Nick Mc Cabe (The Verve)

Per la mia rubrica “90’s memories” su Troublezine, eccovi l’articolo dedicato a un altro dei miei personali eroi degli anni ’90: il geniale, oscuro, introverso chitarrista dei Verve Nick Mc Cabe

http://www.troublezine.it/columns/20069/90s-memories-nick-mccabe

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Ho sempre considerato Nick McCabe, noto principalmente per essere stato chitarrista e artefice dei primi successi dei Verve, uno dei talenti più cristallini della musica inglese degli ultimi 25 anni.
Un temperamento forse troppo particolare, un carattere magari fragile e poco incline a certi compromessi e la sua indole introversa hanno finito per minare il consolidamento della sua carriera, proprio quando il suo primigenio gruppo stava raccogliendo i meritati frutti di un lungo lavoro e di tanti sacrifici.
Già, ma nel ’97, quando uscì l’epocale “Urban Hymns”, delle composizioni del valente chitarrista nativo di St.Helens, vicino Wigan, non vi era quasi più traccia, visto che la piena leadership della band era ormai saldamente nelle mani dell’amico/rivale Richard Ashcroft, ormai pronto a contendersi lo scettro di uomo simbolo del britpop.
I Verve degli esordi però, quelli dove il tocco di Nick è evidente, erano quanto di più lontano da certe atmosfere care ad esempio ai Blur, ai Pulp o agli Oasis, visto che si muovevano in territori molto vicini allapsichedelia anni ’60, allo space rock, grande passione del Nostro.

In particolare nell’album d’esordio dei Verve, l’allucinato, ipnotico e ondivago “A storm in Heaven” erano molte le canzoni in cui era massiccio l’utilizzo di reverberi, di fischi, di suoni oltremodo dilatati, e anche il cantato di Richard andava all’unisono in questa direzione.
Brani come Beautiful minds o i singoli Blue e Slide away sono chiare testimonianze dell’attitudine “barrettiana” dei Verve e di McCabe in particolare, visto che tutte le musiche portano la sua firma.
Siamo nel 1993, e i quattro componenti, che si erano conosciuti al college, sono ancora giovanissimi, appena 22enni ma a quanto pare non molto facili, anzi “ribelli” per natura, visto che non intendono piegarsi alle mode imperanti del periodo, prima ancora che deflagrasse il britpop, sancendo la rinascita del pop inglese. Sì, qualche richiamo ai gruppi coevi shoegazer si può sentire ma in fondo il contesto sonoro in cui si muove il gruppo veleggia su altre coordinate stilistiche.
E all’attitudine musicale, parente stretta di certa psichedelia, andavano di pari passo anche certe “abitudini” associate ad essa, come il grande abuso di sostanze, per lo più acide, chimiche. In particolare sarà il cantante a subire le più gravi conseguenze di questo atteggiamento, finendo per essere ricoverato in seguito aun’ overdose di ecstasy, all’indomani di un’importante partecipazione al Festival itinerante americano “Lollapalooza”.
Sarebbe stata un’occasione di riscatto per i quattro, visto che in patria il loro album era stato accolto molto tiepidamente, nonostante il secondo singolo “Slide away” fosse stato capace di issarsi in cima alle charts indie.

Due anni dopo, in un clima molto teso per i problemi di droga e lo scarso successo sinora ottenuto, i Verve replicarono con “A Northern soul”, che già nel titolo richiama atmosfere in teoria più rilassate. La conferma avverrà con le prime derive pop della loro proposta musicale, come si evince da due singoli (History e On your own) molto lenti, quasi acustici, ballate come mai prima ne avevano prodotte.
Nonostante proprio il chitarrista Nick McCabe si fosse dichiarato entusiasta delle prime sedute di registrazione, i mesi che portarono alla pubblicazione del disco furono molto pesanti, con voci sempre più insistenti di scioglimento. Noel Gallagher, leader degli Oasis con i quali era giunto al successo di massa sin dal disco d’esordio della sua band, pensò bene di dedicare un pezzo struggente all’amico Richard Ashcroft (la bellissima Cast no shadow, presente nel secondo epocale album degli Oasis, uscito poco dopo la pubblicazione di “A northern soul”).
I rapporti tra i due leader riconosciuti dei Verve sono sempre più tesi, e a farne le spese è proprio Nick, nel pieno di una crisi personale. Non va più d’accordo con gli altri, non si sente valorizzato e, cosa non da poco, non si ritrova più nella musica che fa, specie alla luce della nuova direzione che vuole imporre l’altro, orientato maggiormente su un pop rock molto classico e in un certo senso “misurato”, tranquillo.

Alla fine, nel ’96 Nick rompe gli indugi, mollando il gruppo, ma così facendo romperà soprattutto i già fragili equilibri interni dei Verve, che difatti quasi simultaneamente alla sua irrevocabile decisione si scioglieranno. Si cercherà dapprima di sostituirlo con un nome eccellente, quel Bernard Butler, da poco fuoriuscito in maniera non meno burrascosa dai Suede (vedi puntata precedente) ma la cosa durerà lo spazio di due giorni. Fu così assoldato Simon Tong e sarà con lui che i Verve si metteranno al lavoro sulle nuove canzoni, tutte ispirate a una nuova condizione fisica e spirituale di Richard Ashcroft, sempre più deciso a chiudere con il passato fatto di eccessi e con la musica sperimentale, e intento ad approdare come detto in un solco musicale più placido, indolore.
Il tempo è sempre utile a ricomporre anche quelle che possono sembrare ferite insanabili e così, nel ’97, nel bel mezzo delle session che porteranno a “Urban Hymns” Nick McCabe si riavvicinerà ai compagni, sino a riprendere il suo posto di chitarrista, affiancando però Tong, abile anche alle tastiere.
Il contributo artistico di Nick però, in quello che a tutti gli effetti risulterà essere il capolavoro del gruppo, è davvero misero, visto che in pratica già tutto era stato deciso (oltre che suonato).

Echi della sua chitarra si avvertono ancora, specie in The Rolling People e Catching the Butterfly, le più psichedeliche della fortunata raccolta, entrambe firmate dal quintetto insieme, mentre la sola Neon Wilderness porta il suo nome, ma sa molto di incompiuta e letteralmente scompare, perdendo consistenza davanti alla grandezza e alla profondità dei brani scritti da Ashcroft, specie i singoloni The drugs don’t work (molto autobiografica), Sonnet e Lucky Man. Ma quasi la totalità dei brani è interamente del cantante, compreso il testo del classico Bitter sweet symphony per il quale però dovette per forza citare le due menti dei Rolling Stones, visto che tutta la canzone faceva perno su accordi palesemente già sentiti.

In questa situazione di estraneità di McCabe fu quasi scontato arrivare a una seconda rottura, che stavolta però sapeva tanto di resa definitiva, mentre l’album si apprestava velocemente a diventare un best seller a livello internazionale, raggiungendo il primo posto delle charts praticamente in tutta Europa, facendo diventare i Verve delle autentiche star anche in Italia.
Poco male si disse all’epoca, visto che già l’ultimo album sembrava appunto un’emanazione solista del sempre più accentratore Richard Ashcroft, già prontissimo a lanciarsi verso una carriera da cantautore.
Due destini che sembravano davvero opposti, due percorsi ormai segnati, con Nick finito presto nell’anonimato, e l’altro pronto a contendere a Gallagher, Damon Albarn o Jarvis Cocker lo scettro di re del pop inglese.

Le cose non andranno proprio così e se per un periodo Ashcroft riuscì a mantenere le promesse  – senza però nemmeno sfiorare l’ispirazione che lo aveva guidato per comporre i brani di “Urban Hymns” – nelle retrovie in realtà tornò a muoversi anche l’introverso chitarrista, che riuscì a riallacciare i rapporti con gli altri membri dei Verve.
La riappacificazione e una ritrovata serenità coinvolgeranno anche il cantante e faranno da preludio alla registrazione di nuovi brani, che poi confluiranno nell’attesissimo “Forth”, uscito nel 2008, a ben 11 anni quindi da “Urban Hymns”.
E’ un disco dove si possono scorgere evidenti i richiami ai primi album, quelli più segnati dalla chitarra di Nick, che difatti anche a posteriori si dichiarerà sempre molto orgoglioso di questi pezzi dal sapore psichedelico (basti ascoltare la suite Noise Epic che ricorda addirittura le atmosfere di Gravity Grave, una delle migliori composizioni partorite dal chitarrista)
L’album entrerà direttamente al primo posto in Inghilterra e otterrà un successo un po’ ovunque in Europa, grazie anche a riuscitissime date. I rapporti sembravano veramente buoni, complice anche l’acquisita maturità del quartetto originario (in questa reunion infatti non era presente Simon Tong, impegnato nel supergruppo di Damon Albarn “The Good, the Bad& the Queen”) e in particolare il singolo Love is noise farà bella mostra di sè nelle charts internazionali.
Tuttavia, nonostante la nuova affermazione,il gruppo si sciolse nuovamente, complice impegni contrattuali di Ashcroft che andarono a impattare con quelli della band, costretta a fermarsi nel bel mezzo di un fortunato tour.

Nick non è più rimasto con le mani in mano, coinvolgendo da subito i suoi colleghi e amici Simon Jones e Pete Salisbury (la storica sezione ritmica dei Verve) nel suo nuovo progetto, i Black Ships. Salisbury mollò subito il colpo ma gli altri due cominciarono a comporre a buon ritmo, anche se furono costretti per motivi di copyright a cambiare sigla sociale in Black Submarine (un richiamo nemmeno troppo velato agli amati Beatles, da sempre fonte di ispirazione insieme ai Pink Floyd di Nick).
Nella prima emanazione di questa nuova band, a collaborare con McCabe c’era anche Davide Rossi, violinista e polistrumentista, tra i nostri esponenti musicali più apprezzati all’estero.
Anche queste nuove canzoni prodotte da Nick sono all’insegna di un sound talvolta sognante, talvolta spigoloso, ma sempre molto ricercato e lontano da logiche commerciali o da classifica, secondo l’inclinazione che da sempre lo caratterizza.

In molte occasioni tramite la sua pagina facebook Nick ha dichiarato di aver provato più volte a ricontattare Richard per poter iniziare nuovamente a scrivere o produrre qualcosa insieme, segno di un immutato rispetto, ma soprattutto di una sincera stima e amicizia che si è instaurata tra i due nel corso di tante esperienze belle e brutte condivise in questi anni. Sinora i suoi sono stati tentativi andati a vuoti ma tutto lascia presagire che in realtà molto probabilmente torneremo ancora a parlare di loro, soprattutto delle loro canzoni, con o senza Verve.

 

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Report della presentazione del mio libro “Revolution ’90” alla libreria Feltrinelli di Verona

Sabato pomeriggio per la prima volta ho presentato un mio libro al circuito Feltrinelli, precisamente a Verona. Ci tenevo che tutto andasse bene, perchè in fondo si tratta della mia città e perchè è sempre emozionante incontrare persone, poche o tante che siano, giunte apposta per sentirti, incontrarti, conoscerti, stringerti la mano. E’ stata una festa, in mezzo a diversi amici, alcuni giunti per l’occasione anche da molto lontano (Trento, Milano, dalla bassa provincia), parenti stretti (immancabili e non smetterò mai di ringraziarli per il continuo sostegno e apporto) e a facce nuove ma già conosciute e che ho accolto con particolare piacere. Con la diretta dalla webradio yastaradio, con la quale ho modo di collaborare, curata dal grande Dalse, sempre impeccabile, e presentato dall’immenso Riccardo, valente giornalista di Rockerilla e Troublezine, ma soprattutto amico e compagno di tante avventure, alcune delle quali narrate pure nel libro, tutto è filato liscio, in piena serenità e in un clima rilassato e divertito. “Revolution ’90” è stato ben introdotto dall’organizzatrice dell’evento, Silvia Franceschini, e spiegato tra il serio e il faceto da me e Ricky, abile come sempre a pungolarmi con domande molto pertinenti e interessanti. Tra noi c’è piena sintonia, ci conosciamo da ben 18 anni e abbiamo condiviso molte esperienze insieme, legate alla musica. Tra gli sguardi divertiti dei presenti, di mia moglie in primis, è stata snocciolata l’essenza di questo mio saggio “sui generis”, edito da Nulla die, che per la terza volta mi ha rinnovato fiducia, portandomi alla pubblicazione. Un libro che non è solo una raccolta di dischi significativi dell’epoca dei ’90, ma soprattutto un viaggio a ritroso nella società e cultura dell’epoca, con tanti aneddoti personali legati a determinati gruppi, artisti, dischi, canzoni, alle emozioni che hanno saputo regalarmi e che ancora, a distanza di tanti anni, mi suscitano all’ascolto. Sabato 29 novembre replicherò a Legnago, in provincia di Verona, dove davvero sarò nel mio ambiente e molto probabilmente circondato da tante persone, molte delle quali più facilitati a partecipare. Mi voglio godere queste giornate, frutto del tanto impegno speso a seguire questa mia grande passione, quella di scrivere, di comunicare. Grazie a tutti quelle persone che mi hanno dato fiducia e che, leggendomi, continuano ad alimentarmi il Sogno! 🙂

Vi lascio con alcune foto dell’evento di sabato sera in libreria a Verona

il mio libro ben esposto in Feltrinelli

il mio libro ben esposto in Feltrinelli

 

chissà che aneddoto stavo raccontando a Riccardo

chissà che aneddoto stavo raccontando a Riccardo

 

un po' di foto del pubblico accorso

un po’ di foto del pubblico accorso

 

panoramica sul pubblico

panoramica sul pubblico

Splendida data veronese dei Marlene Kuntz per il tour celebrativo di “Catartica” e la presentazione di “Pansonica”

Ieri sera, assieme a un nutrito gruppo di amici di vecchia data, ho assistito alla data veronese del tour celebrativo dei Marlene Kuntz. Celebrativo perché si festeggiavano i 20 anni dal loro esordio discografico ufficiale, contrassegnato dall’epocale “Catartica”, qui omaggiato appieno, e rivisitato in ogni sua traccia. Quest’anno hanno dato alle stampe un nuovo album molto distante dalle loro recenti aperture alla musica d’autore italiana, tornando indietro nel tempo. Infatti “Pansonica” poco o nulla ha a che spartire con gli album della “svolta” del gruppo di Cuneo, risalendo nei suoi brani proprio alla genesi di “Catartica”. Non scarti dell’epoca – sarebbe ingeneroso affermarlo – ma piuttosto delle b-sides nello spirito. Già su disco avevano dimostrato in qualche modo di competere con le “elette”, quelle tracce immortalate poi nel primo fortunato album, ma a maggior ragione, eseguite dal vivo, nel contesto di un recupero delle atmosfere primordiali della band, si sono caratterizzate per la medesima intensità, per il notevole impatto e, non secondario, per la potenza delle parole. Mi ha sempre colpito del gruppo di Godano la capacità di “fare rumore”, senza disdegnare testi che spesse volte assomigliavano a veri testamenti intrisi di poesia. Così è stato ieri, con il pubblico – assai numeroso e partecipe –  avvolto in una rassicurante viaggio a ritroso nel tempo, nel pieno degli anni ’90, con unica concessione nel finale a quella “Musa”, inserita nell’insolito (per il loro repertorio) “Uno”. Da tempo, da una decina d’anni, forse di più, i Marlene Kuntz stanno battendo strade nuove, senza perdere comunque la loro attitudine e il loro spirito. Puntualizzato questo aspetto, è innegabile come, a risentirle tutte assieme, una dietro l’altra (e inframmezzate dai pezzi di “Pansonica” che, come detto, si legano ad esse come un continuum temporale), le canzoni di “Catartica” non abbiano smarrito un grammo del loro fascino e della loro carica. E poi, loro, i “ragazzi”: davvero a loro agio sul palco, a riappropriarsi della loro storia, più che a autocelebrarsi. Un’operazione che, lungi dall’essere meramente commerciale, o inserita in un momento storico di “stanchezza creativa”, mi ha convinto del tutto, specie dopo aver visto la piena sintonia tra band e affezionati sostenitori. Un tributo doveroso, con la consapevolezza di aver indicato all’epoca una strada credibile e autorevole, proiettata verso la piena affermazione di un certo tipo di rock alternativo che potesse avere una sua valenza anche in un territorio piuttosto ostico come il panorama musicale italiano.

Menzione speciale per le celebri cavalcate “Festa Mesta” e “Sonica” (probabilmente le più attese del pubblico, che si è scatenato letteralmente al loro incedere) e per il manifesto “Nuotando nell’aria”, prototipo valido per chiunque volesse cimentarsi nello scrivere una vera ballata rock con tutti i crismi, una delle perle più splendenti dell’intera produzione italiana degli anni ’90 (e non solo!). E poi ho trovato impeccabile la versione di “Trasudamerica”(per inciso, da sempre, una delle mie preferite del gruppo piemontese) e assolutamente trascinante, nella sua imperiosa melodia, “Canzone di domani”. Forse la sola “Lieve” (che adoro, specie nella loro primigenia versione, più che in quella passata alla storia grazie ai padrini C.S.I.) mi è parsa leggermente sottotono, ma questo è solo un punto di vista condiviso al più con il mio amico Riccardo, anche lui per il resto assolutamente soddisfatto dello spettacolo a cui abbiamo assistito. Tra le canzoni di “Pansonica” già su disco mi avevano colpito in particolare “Parti” e “Capello lungo”, e dopo averle sentite dal vivo, confermo la mia idea che non avrebbero assolutamente sfigurato in “Catartica”. Già, quella “Capello lungo” che ebbi modo di ascoltare molto tempo prima dell’inclusione in “Pansonica”, perché ne esiste una versione “lo-fi” su you tube, tratto da uno dei primi demo dei Marlene, quando ancora alla voce vi era Alex Astegiano, ora affermato fotografo e al seguito del gruppo, di cui è rimasto in strettissimi rapporti. Dopo il concerto, nonostante ci fosse davvero un sacco di gente accorsa per vederli, anch’io sono riuscito a scambiare piacevolmente due parole con il leader Cristiano Godano, autentica icona del rock italiano, che anche a vederlo in abiti “normali”, non in scena diciamo così, emana ugualmente fascino e carisma. Gli ho fatto i miei più sinceri complimenti e ho avuto anche modo di dirgli che ho omaggiato lui e il suo gruppo nel mio recente saggio “Revolution ‘90”, incentrato proprio sulla musica italiana degli anni’90. Lui mi ha salutato, a sua volta, con un sincero ’”in bocca al lupo” per il libro e la cosa mi ha fatto molto piacere; d’altronde non ho remore a definire i Marlene Kuntz come uno tra i 3 gruppi che maggiormente hanno segnato il mio immaginario dell’epoca (ma non credo di sbagliarmi se dico che la cosa ha riguardato la stragrande maggioranza del pubblico giunto ieri a Verona). Peccato non essere riuscito a salutare Alex che tempo fa mi rilasciò un’interessante intervista, già pubblicata nel mio blog e che includerò pure in un mio libro di prossima uscita: “Rock ‘n Words”. Mi auguro comunque ci saranno altre occasioni, perché questo tour vale davvero il prezzo del biglietto e non è detto che non mi conceda un’altra data qui nelle vicinanze.

Esce oggi nelle librerie il mio terzo libro: “Revolution ’90”, edizioni Nulla die. Vai a suon di musica italiana anni 90

Era da tempo che tra le righe ne scrivevo ma ora finalmente è ufficiale l’uscita nelle librerie (fisiche e negli store on line) della mia terza fatica letteraria: “Revolution ‘90”. Sempre grazie ai gentili signori della casa editrice “Nulla die”, il giovanissimo Massimiliano e il padre Salvatore, direttore editoriale, sono giunto a questo traguardo, dopo un anno di lavoro.

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Un lavoro che si è protratto molto più a lungo rispetto ai miei precedenti libri, sia per la tipologia dell’opera, un saggio, sia per dei sopraggiunti problemi di salute che mi hanno tenuto letteralmente bloccato a lungo per quasi tutto il 2013 (inutile rivangare la storia, ormai è fortunatamente acqua passata e chi mi legge qui sa già a cosa mi riferisco). Ma ora, come detto, questo libro lo posso orgogliosamente presentare ai miei più fedeli lettori, come fosse una parte nascosta di me. Direte voi: “ma come, se si tratta di saggistica?”. In effetti, non avete tutti i torti, è un saggio vero, musicale per l’esattezza, ma proprio attraverso la descrizione di quei dischi, quelle canzoni, quegli artisti, che hanno segnato il periodo preso in esame (il decennio dei ’90) si dipana la mia storia, la mia crescita professionale e personale. Attraverso dolci ricordi, risate, anche eventi tristi, tutta la vasta gamma di emozioni che solo la musica riesce a regalare in ogni momento, segnandolo in modo indelebile nella nostra memoria. Ecco così che accanto a una parte propriamente tecnica, con più di 100 schede dedicate a quelli che soggettivamente ho ritenuto essere stati i dischi italiani più significativi, ve n’è un’altra fatta invece di piccoli racconti, storie che si intrecciano magicamente con quei dischi. Infine ho voluto, senza pretese scientifiche o accademiche (non ne avrei proprio le capacità) scrivere degli approfondimenti su alcuni aspetti caratterizzanti quella storica decade. Quindi, indicando alcuni avvenimenti sociali fondamentali, come l’avvento di Internet e la diffusione sempre più massiccia e in un certo senso invasiva della tecnologia, oppure la cadute della prima repubblica e la progressiva perdita di valori, dopo le prime illusioni, ma anche argomenti più frivoli legati al costume dell’epoca, le mode ecc. Non ho voluto farlo in modo pretenzioso ma solo chiudendo gli occhi e ributtandomi a capofitto in quegli anni, cruciali per me, visto che, essendo del ’77, aprivo il decennio con il primo anno di Liceo e lo chiudevo in prossimità della Laurea in Lettere e Filosofia che sarebbe arrivata a inizio del 2002. Insomma, dentro ci sta davvero tutto il corollario di tematiche che segnano il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. All’origine dello slittamento dell’uscita c’è pure una scelta editoriale, da me condivisa lungo il percorso, di dividere il volume originario in due parti. Quindi, la prima è confluita in “Revolution ’90”, la seconda invece è tuttora in fase di stesura e riguarda l’inserimento di tantissime testimonianze dirette da parte di artisti, musicisti, giornalisti, discografici, addetti ai lavori, organizzatori di eventi che nel corso dell’anno ho raccolto e assemblato (e che ancora sto finendo di fare, ma confido nei ritardatari, perchè ci terrei a fare uscire questo volume gemello, dal titolo provvisorio “Rock’n Words” entro il 2014).

Ultima nota ma se acquistate il libro avrete modo di leggerli con calma… mai come in questa occasione, ho sentito l’esigenza di ringraziare tanta gente, la stessa che mi è stata a lungo vicina durante le fasi di stesura del libro, finchè ero ricoverato in ospedale. La mia famiglia in primis, la Mary, quella che sarebbe diventata di lì a poco mia moglie e le tantissime persone che mi hanno contattato in quei mesi, non facendomi mai sentire solo. Un ringraziamento anche all’amico Riccardo Cavrioli, giornalista della storica testata musicale Rockerilla (ma anche… uno dei miei testimoni di nozze!) che mi ha scritto una bellissima prefazione; grazie anche a Dalse, il direttore della webradio per cui da anni collaboro (yastaradio) che ha partecipato al libro, scrivendo un capitolo bellissimo, uno sguardo su ciò che in contemporanea in quegli anni accadeva nel mondo in ambiti musicali. E poi grazie a mio fratello Jonathan per la copertina che reputo bellissima (ha reso ottimamente una mia idea) e a Claudia Branzan che ha dipinto il soggetto. Basta così, il resto lo troverete tra le pagine del libro.

Buona lettura, sperando siate in molti incuriositi a leggermi. Un abbraccio forte a tutti voi.

Intervista esclusiva a STEFANO FIORI, per anni una colonna dei RATTI DELLA SABINA

PELLEeCALAMAIO ha il piacere di ospitare sulle sue pagine Stefano Fiori che per anni ha condiviso il ruolo di uomo guida assieme al fondatore Roberto Billi nei Ratti della Sabina.

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“Buongiorno Stefano, prima di tutto, come ti vanno le cose? Partiamo dall’odierno, come procede l’attività da ex “ratto”, nella nuova denominazione “Area 765”? La musica continua a mantenere quell’alone magico nella tua vita, un ruolo preponderante o è stato in qualche modo messo da parte l’impeto che vi animava. Insomma, “invecchiando” subentra più consapevolezza e l’indignazione o la voglia di sfogare le proprie idee è sempre la medesima?”

Ciao Gianni, le cose vanno molto bene, grazie. Con area765 siamo al terzo anno di vita e siamo in chiusura del Tour estivo 2013, anche se poi sostanzialmente i nostri tour non finiscono mai poiché l’attività live rimane l’elemento principale della nostra espressione artistica.

Per quanto mi riguarda, la musica, e nello specifico scrivere canzoni, è ormai una fatto di esigenza piuttosto che di voglia. Da che ho cominciato di tempo ne è passato e “invecchiando” sicuramente il modo di comunicare il proprio punto di vista può essere mutato. Riascoltando le prime canzoni che ho scritto provo un senso quasi di tenerezza derivante dall’”istinto” che trasudano; Oggi magari sono più riflessivo, ma questo credo che sia inevitabile al cospetto del tempo che hai visto passare.

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“Come “Ratti della Sabina” avete avuto un percorso molto particolare, partendo da una grinta, una personalità straripante che non aveva sin da subito paura di schierarsi, di denunciare quella parte sociale più deleteria. E in più da buskers agli esordi davate proprio l’idea di un gruppo coeso, che prima di tutto faceva cose con autentica genuinità. Quando è scattata in voi la voglia di “fare sul serio” e di pubblicare?”

La voglia di pubblicare diciamo che è scattata da subito. Le prime registrazioni finirono su di un CD (credo ormai introvabile) di cui noi stessi ne fotocopiavamo la copertina, ed era il 1997. Più genuino di così si muore!

Più che la necessità di schierarsi avevamo (e continuiamo anche nel progetto area765) la necessità di esprimere la propria visione delle cose, il proprio punto di vista, le proprie idee. 

“Nei ’90 c’era una folta schiera di gruppi legata assieme da una chiara comunione di intenti, quanto si avvertiva tra voi l’idea condivisa di far parte di una scena, chiamiamola per facilitare di area folk?”

La vera e propria consapevolezza forse non c’è mai stata. Noi seguivamo la nostra strada come sicuramente anche gli altri gruppi facenti parte dell’”area folk”. Il fatto di far parte di una “scena” è un qualcosa che, più che il gruppo in se, percepisce il pubblico e soprattutto gli addetti ai lavori che per motivi di connettività comunicativa tendono a creare macro-categorie musicali.

 “Voi avete a un certo punto, direi quasi da subito, evidenziato arrangiamenti potenti, nei quali era impossibile non rimarcare la vena rock, tanto che eravate forse gli unici a saper unire assieme le due anime, folk e rock. La vostra è stata solo una soluzione azzeccata ponderata al fine di rimarcare ancora di più certi messaggi già espliciti oppure una naturale evoluzione di crescita artistica?”

Abbiamo cominciato che eravamo un gruppo puramente folk nel tempo abbiamo creato uno spazio sempre più evidente da riempire con un groove di batteria basso e chitarre elettriche di matrice rock. Nel farlo abbiamo seguito semplicemente il nostro istinto e quella che era una linea evolutiva che ha coinvolto tutti gli elementi del gruppo.

“Raramente si sono visti due frontmen, due leader autentici, combaciare in questo modo, sposandosi alla perfezione in funzione del gruppo, pur essendo diversissimi come attitudine, almeno così mi viene da pensare ripensando alle canzoni scritte e interpretate da te e quelle da Roberto. Intesa naturale o no, era stupendo riscontrare nei dischi delle differenze stilistiche che poi si declinavano con la diversificazione di vari aspetti della forma canzone, come l’uso o meno della componente ironica (che spesso e volentieri ha sfornato capolavori), la forma più “sloganistica”, quella più di denuncia e quella più sognante, romantica, se mi concedi il termine. Come vi organizzavate nella fase di composizione? Voi arrivavate con i pezzi nuovi e lavoravate assieme sugli arrangiamenti e i vari aspetti sul suono o c’era condivisione sin da subito con gli altri componenti?”

Nella maggior parte dei casi le canzoni arrivavano da me e da Roberto già complete della loro struttura in termini di musica e testo. Insieme agli altri elementi del gruppo poi si provvedeva al confezionamento definitivo del brano su direttive consigliate dagli autori. Nell’ultimo periodo dei “Ratti”, su canzoni scritte da me, ho lasciato maggiore libertà di espressione, in fase di produzione artistica, a Carlo Ferretti e Valerio Manelfi. Portavo le mie canzoni chitarra e voce, le affidavo a loro e loro provvedevano a farle suonare.

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 “Ritengo il vostro album del canto del cigno ( “Va tutto bene”) uno dei migliori tra quelli che avete sfornato: ricco di spunti, di atmosfere, dove tra l’altro vi erano per la prima volta anche brani co-firmati dagli altri componenti della band. Davvero non mi sarei aspettato l’epilogo del gruppo. Stanchezza, esigenze artistiche diverse… cosa ci fu davvero all’origine della rottura tra voi e colui che fondò il gruppo, anzi prima di tutto fondò l’idea stessa di band, avendo ideato il logo e il nome addirittura prima del fatidico incontro con te? Ci sarà mai una reunion dei Ratti e se così non fosse quale gruppo ritenete possa prendere in mano la vostra eredità musicale e culturale? Io butto lì un paio di nomi: Legittimo Brigantaggio e Riserva Moac, che ne pensi?”.

I “Ratti della Sabina” sono durati per 14 anni e sono stati costituiti sempre dagli stessi 8 elementi, se ci pensi bene è un piccolo record. Come tutte le cose anche il progetto “Ratti” ha avuto un inizio e una fine. E’ stato più che altro un processo fisiologico con alla base esigenze sia artistiche che personali diverse fra gli elementi che hanno costituito il progetto stesso. Al momento mi sento di escludere una possibilità di reunion, ognuno ha i propri progetti e sta investendo tempo ed energia in quelli

Sinceramente non credo al concetto di eredità artistiche, ognuno ha la sua storia e le proprie strade da seguire. Sia i “Legittimo Brigantaggio” che “La Riserva Moac” sono realtà validissime con i loro stili delineati e in piena fase evolutiva.

“Ti saluto facendoti un grosso in bocca al lupo per la tua carriera, per il proseguimento di tutti i tuoi progetti e mi auguro di potere vedere inserito o inserirlo io stesso, dovessi cimentarmi in un futuro in un altro ipotetico saggio sugli artisti italiani, il tuo nome ancora per tanti anni tra i più significativi di un decennio”

Grazie a te Gianni, e in bocca al lupo per i tuoi progetti.

(Gianni Gardon – PELLEeCALAMAIO blog, http://www.yastaradio.com)

Blur live in Italia: si va di britpop!

Dopo i Pulp, visti l’anno scorso a Pordenone, è la volta dei Blur che torneranno in Italia per una mini serie di concerti. E tutti i fans del gruppo, come me, non possono che gioire, visto che si tratta di un gruppo che assolutamente ha fatto la storia – non solo del pop rock di matrice inglese anni ’90 – ma di tutto un periodo musicale davvero unico, se si pensa che in quel decennio ci furono pure l’esplosione del grunge e la definitiva consacrazione dell’hip hop. Ma un nuovo rinascimento inglese lo si era avuto proprio grazie al quartetto di Colchester, che ha saputo, partendo dal movimento baggy, progredire vorticosamente album dopo album, fino all’epocale “Parklife”, manifesto di un’intera generazione brit-pop. Poi ci fu la rivalità con gli altri super big del genere, gli Oasis dei fratelli Gallagher e la svolta totale da un punto di vista musicale, con la rinuncia alle facili melodie beatlesiane in favore di suoni più sporchi, più rock ma in un certo senso più articolati, più “artistici” sulla falsariga di ciò che, in modo assai più grezzo, producevano quando da giovanissimi ancora si facevano chiamare Seymour.

I Blur ai tempi d'oro, negli anni 90

I Blur ai tempi d’oro, negli anni 90

Un grande gruppo quello di Damon Albarn, poliedrico frontman, Graham Coxon, geniale e schivo chitarrista, Alex James, il bassista glamour e Dave Rowntree, che tutto sembrava tranne che un batterista rock.

La sigla Blur era stata in qualche modo congelata, ma già dopo la dipartita dell’irrequieto Coxon, che mal sopportava le luci accecanti del successo e del music business, di fatto non esisteva più, con i componenti della band tutti protesi verso altri progetti.

Soprattutto il leader Albarn, l’intellettuale del gruppo, si era dato un gran daffare in questi anni, sia alla guida dei Good, Bad & Queens, poliedrico gruppo pop orchestrale, fautori di un album che sapeva di colonna sonora morriconiana, sia come mentore e factotum della sigla Gorillaz, dietro la quale appunto si celava il suo genio creativo. Band virtuale, composta da personaggi fumettistici, assieme al produttore Dan Nakamura e al disegnatore Jamie Hewlett, ha messo insieme una miriade di singoli pop dance elettronici, in grado di scalare le classifiche internazionali grazie al sound dall’indubbio appeal.

Graham aveva continuato a pubblicare validi album lo-fi, mentre Alex si era prodigato sopratutto come autore e conduttore tv, famoso soprattutto per un suo documentario sul trattamento della coca in Colombia.

La reunion dei 4 era già avvenuta fragorosamente nel Regno Unito, con splendide e acclamate esibizioni nei Festival più prestigiosi di Inghilterra; poi era stata la volta di un paio di nuovi brani, più vicini alle atmosfere degli ultimi Blur a dire la verità, più che di quelli freschi e orecchiabili dei tempi belli, ma è stato pur sempre una grande gioia risentirli in studio.

Ora finalmente l’ufficialità delle date italiane e… noi ci saremo, in prima linea! Con gli amici di sempre, appassionati incalliti brit pop, con la nostalgia che scorrerà a fiumi, con la felicità che si leggerà nei nostri occhi, con le canzoni da mandare a memoria, in cori sfrenati. Immensi Blur, ci vediamo a luglio!

I Blur di nuovo insieme, versione 2013

I Blur di nuovo insieme, versione 2013

Out of Time, il mio nuovo programma, a breve su Yastaradio!

Sono molto orgoglioso di annunciare in modo seppur non ancora ufficiale il mio ritorno alla radio, come anticipato in un post precedente. Alla fine ho sciolto le riserve e con grande entusiasmo ho accolto il proposito di Dalse, il responsabile e inventore di Yastaradio, oltre che un amico e grande appassionato di musica e di arti varie (tra cui i mitici Peanuts per cui condividiamo una sorta di venerazione!).

Il mio riserbo riguardava l’oggettivo scarso tempo a mia disposizione e la poca propensione a dialogare con macchine e pc. Purtroppo abito lontano dai centri in cui si appoggia la radio e pertanto approfitto della possibilità profilata dal director di lavorare in pratica da casa. Datemi un microfono e delle cuffie e io parto: non mi mancano iniziative, idee e la buona musica. E allora presto si riparte, ad ottobre, con un mio programma nuovo di zecca, di cui a breve verrà pubblicato sul sito della radio un piccolo “proclama”.

Tanta musica, tanti contenuti, qualche sorriso e molti aneddoti: questa in ogni caso la ricetta principale della mia trasmissione… che si chiamerà (questo ormai lo posso annunciare) “Out of Time” , sorta di omaggio a uno dei miei gruppi preferiti di sempre, i georgiani R.E.M. e a uno dei loro più famosi album (quello della svolta pop “di qualità”, contenente la celeberrima “Losing My Religion”) e paradigmatica del mio modo di essere e di pensare, un po’ fuori dal tempo! Infatti, non mi soffermerò su un’epoca particolare, anche se attingerò a  mani basse dagli anni ’90, periodo preso in esame nel mio saggio di imminente uscita, ma spazierò alla ricerca di suggestioni, di atmosfere, di rimandi, di emozioni da regalare al pubblico degli ascoltatori. Non nego la mia grande emozione, a poche settimane dal via. Ancora abbisogno di qualche lezioncina del Maestro ma poi allacceremo le cinture e manderemo in orbita questo mio ulteriore progetto. Quante cose in questo 2012, e l’anno venturo non sarà da meno, tra il nuovo lavoro editoriale in uscita, il consolidamento di collaborazioni giornalistiche e soprattutto il MATRIMONIO!!!

in mezzo a tutto questo, il ritorno in radio sarà sicuramente uno di quei momenti più lieti, sperando ovviamente di trovare il vostro gradimento!

 

 

alle prossime con le news definitive 🙂