Calcio italiano: cosa significa realmente partire dai giovani? Dar loro la possibilità concreta di giocarsela e pure di sbagliare

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Si sono consumati fiumi di inchiostro sul trionfo tedesco ai Mondiali: giustissimo omaggiare i campioni e la loro organizzazione ma si è fatta anche tanta demagogia sulla vittoria della Germania e su come il suo modello calcistico sia quello a cui guardare per provare a riemergere dalle sabbie mobili in cui invece il nostro calcio, quello italiano, è ormai sprofondato. Io da sempre sostengo come ci sia bisogno di un reale cambiamento in seno ai nostri campionati, e l’esempio della Germania doveva in realtà illuminarci da ben prima di questa loro fulgida e meritatissima affermazione mondiale. Le radici infatti affondano ben più in là negli anni, da quando anche loro avevano subito un clamoroso tonfo – certo, non paragonabile alla nostra debacle brasiliana -, così forte da indurre la loro federazione (a differenza della nostra, realmente convinta del cambiamento, e poco restìa a condizionamenti di vario tipo) a una svolta radicale. Senza cercare di scovare ricette magiche, occorrerebbe dapprima una piena, credibile valorizzazione dei giovani. Ciò non significa gettare nella mischia chiunque, col rischio serissimo di bruciarli ma dare una chance ai più pronti, senza negare la possibilità di carriera a tanti altri. La gavetta può avere un senso ma non deve essere eterna e, soprattutto, non è consono che un “nuovo Totti”o “nuovo Del Piero” partano dalla Lega Pro, per dire, col rischio di impantanarsi se non si emerge subito. La vecchia C ci può stare, in fondo hanno calcato certi polverosi palcoscenici anche campioni autentici come Baggio e Zola, ma in genere il salto in alto avviene in modo repentino, spesso scalando categorie di anno in anno. Ma se non si fa il botto subito, o se semplicemente un giovane non trova l’allenatore che crede in lui, questo rischia davvero di perdere gli anni migliori, senza tra l’altro giocare troppo. Un circolo vizioso, perché, non accumulando minutaggio, di conseguenza viene meno anche l’esperienza acquisita sul campo e, di pari passo, anche la giovane promessa, da tutti ritenuta fin dai vivai possibile campione da professionista, si ritrova a peregrinare, fino a scelte talvolta dolorose: la discesa nei dilettanti, pur di giocare e di trovare un ingaggio a volte migliori di molte società di Lega Pro, oppure addirittura il precoce ritiro agonistico per dedicarsi ad altro.

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E allora qualche riforma per favorire l’inserimento dei migliori giovani la si deve approntare. Ben vengano le proposte ma personalmente mi sembrano poco realistiche o pratiche le cosiddette “seconde squadre” sull’esempio della Liga o la squadra riserve come accade da decenni in Inghilterra. E col mercato libero e i prezzi spesso spropositati per i giovani azzurri di prospettiva, ecco che molte squadre già dai vivai si affidano a ragazzi stranieri. L’involuzione della Juventus in tal senso è notevole: da squadra plurivittoriosa nel decennio del 2000 è divenuta un’incompiuta in questi primi anni del ’10, con tantissimi volti esotici in rosa che, alla resa dei conti, stanno rendendo molto meno di altri talenti autoctoni. Ma era il mio ovviamente solo un esempio, credo sarebbe importante, quello sì, che in ogni squadra di serie A e B ci fossero degli elementi provenienti dal vivaio ma… non per proforma, come accade con le comiche liste della Champions, ingolfate da nomi del vivaio che mai verranno realmente presi in considerazione. Io parlo di cose concrete: si infortunano due difensori di una grossa squadra, che succede all’estero? Semplice, fanno giocare uno del vivaio: caso recente successo al Chelsea, non a una squadretta, e in un match cruciale per l’assegnazione di una Premier il cui esito all’epoca era ancora incerto. Da noi invece parte la caccia al difensore straniero (spesso svincolato, sia mai, soldi da spendere ce ne sono sempre meno!). Perché la Juve, il Milan, la Roma o l’Inter non possono (nell’emergenza) dare una chance a prospetti di sicuro avvenire quali Romagna, Calabria, Capradossi o Dimarco. Perché non c’è coraggio, questa è l’amara constatazione. E ho citato tutti giocatori che gli esperti di calcio giovanile conoscono bene, trattandosi di nazionali Under 17 e 18, alcuni dei quali compagni di Scuffet ai recenti Mondiali Under 17. E altri in quella competizione iridata avevano messo in luce buone doti, penso anche all’attaccante milanista Vido, al dinamico mediano atalantino Pugliese, al trequartista dai piedi buoni Perugini, di proprietà del Toro e visto, assai poco, nella sfortunata stagione alla Juve Stabia (davvero non c’era modo di farlo giocare di più in quel contesto?) e al regista napoletano Antonio Romano. Guardando poi alle finali del campionato Primavera, impossibile non notare la tecnica, la bravura, il talento di gente come i clivensi Magri, Brunelli, Messetti, Steffè e soprattutto Costa o i granata Aramu, Barreca o Comentale. Gente così meriterebbe una chance in cadetteria, per non dire di provare a giocarsela nella rosa della prima squadra. Senza contare che in vista, per gli appassionati di calcio giovanile, tra i quali da sempre mi annovero anch’io, c’è una fortissima generazione della classe ’98. Insomma, scrivendo con cognizione di causa, sono certo, e i numeri fino a pochi anni fa lo stavano a testimoniare, vista l’incetta di premi a livello di Under 21, che i nostri giovani, almeno fino ai 18 anni, non abbiano davvero nulla da invidiare agli spagnoli o ai tedeschi, tanto per dire di due scuole attualmente all’avanguardia del panorama calcistico mondiale. Il problema per i nostri avviene dopo, se è vero che Darmian, forse unico azzurro salvabile della disastrosa avventura mondiale 2014, pur considerato e percepito alla stregua di un ragazzino, è in realtà un venticinquenne e viene da una lunghissima gavetta, dopo un’ottima esperienza giovanile nel vivaio del Milan, dei quali era la stella, mentre la maggior parte dei giocatori della rosa campione della Germania è composta da giocatori suoi coetanei, se non più giovani (vedi i decisivi Schurrle o Gotze).

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Il Chievo, vincendo il suo primo campionato Primavera, entra nella storia del calcio italiano

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L’attesissima sfida valevole per lo scettro di miglior squadra del campionato di calcio Primavera, riservato agli Under 20, è stata aggiudicata dal sorprendente Chievo ai danni di un comunque forte e mai domo Torino. Due squadre che si sono equivalse sul piano del gioco, spiccando per tutto il lunghissimo torneo per compattezza difensiva (del Toro il minor passivo in assoluto fra tutti i gironi eliminatori della Regular Season, del Chievo il portiere – Moschin, addirittura classe ’96 – il miglior giocatore delle Final Eight giudicato al termine della kermesse) e per spirito di gruppo. Uno spirito di gruppo capace di non far pesare le notevoli assenze che entrambe le compagini palesavano giunti alla meritata finale. Hanno fatto più clamore le assenze degli avversari del Torino di Moreno Longo (vero cuore granata, da giovane calciatore cresciuto a pane e Toro, aveva già perso una finale Primavera contro la Juventus di Del Piero, Cammarata, Binotto, Manfredini, Sartor e Dal Canto), vale da dire quelle della Lazio in semifinale (gli squalificati Lombardi e Minala) e appunto del Chievo in finale (la fortissima coppia d’attacco Da Silva, capocannoniere dell’intero campionato Primavera e esordiente quest’anno in serie A e Alimi) ma indubbiamente anche ai piemontesi mancavano abili pedine dello scacchiere. A onor di cronaca occorre ribadire che, per quanto non indifferenti, le assenze sono state ben suffragate, specie tra i veronesi, con l’attaccante Gatto (fratello dell’altrettanto talentuoso attaccante del Lanciano, nazionale Under 21 di serie B) assolutamente tra i migliori ieri sera tra i suoi.

Il Torino era partito forte, con una spinta costante ma alla prova dei fatti, inconsistente, riuscendo raramente a impensierire il forte portiere avversario. Solo sul finale l’arrembante terzino sinistro granata Barreca (cui ci sentiamo di scommettere per l’immediato futuro) ha fallito un’occasione d’oro, poco prima di approdare agli scontati – a quel punto, visto l’equilibrio mostrato in campo – tempi supplementari. Lì hanno prevalso soprattutto la paura e la stanchezza, nonostante quasi allo scadere del secondo tempo supplementare l’attaccante  franco-camerunense del Chievo Yamga si sia letteralmente divorato una nitida occasione da gol dentro l’area piccola. Il sostituto dell’implacabile brasiliano Da Silva si è però fatto ampiamente perdonare trasformando con grande freddezza il quarto rigore della serie, “inducendo” all’errore il povero torinista Morra, che a quel punto aveva la patata bollente tra i piedi, considerando che la serie dei penalty si era aperta con l’errore (traversa) del forte Gyasi.

Il Chievo a questo punto conquista, senza ricorrere all’ultimo tiro dal dischetto previsto per il centrocampista dai piedi buoni Messetti, la sua prima importante coppa nazionale, vincendo il Campionato Primavera 2014. Un suggello a un vivaio straordinario, che da quasi dieci anni rientra nelle magnifiche dei playoff, con l’apice raggiunto l’anno scorso, battuto solo in semifinale dai futuri campioni della Lazio. Già c’erano state belle e significative affermazioni con i tantissimi ragazzi – in età Giovanissimi e Allievi – prestati negli anni alle varie Nazionali, non ultimi il fenomenale terzino Costa, rientrato proprio per sprintare sulla fascia nel secondo tempo di ieri, dopo un gravissimo infortunio. Costa, nato a due passi da casa mia, a Noventa Vicentina, è una colonna dell’Under 19 e già ieri in pochi minuti ha sfoderato giocate d’alta classe, mostrando un buon piede sinistro e segnando uno dei rigori della lotteria finale. Nella squadra clivense, entrata ieri sera nella storia, meritano una citazione moltissimi interpreti, dall’insuperabile Moschin, capace di scalare gerarchie in campionato e di rivelarsi para tutto nelle decisive gare playoff contro le più quotate Juventus e Fiorentina. Coetaneo di Scuffet, non è un gigante d’altezza, ma è reattivo, scattante e freddo in porta, sempre sicuro, guarda gli avversari dritti negli occhi, senza timore. La difesa a 3, imperniata sul capitano Kevin Magri, ieri travolto dal tifo di tanti amici e parenti giunti a Rimini dalla natìa Campobasso, è una cerniera insuperabile, con Aldrovandi e il gigante Brunetti, anch’egli impeccabile al pari di Magri, ben sostenuta ai lati dall’inesauribile Troiani a destra e Costa a sinistra (ieri e a lungo nel torneo sostituito egregiamente dal giovanissimo classe ’96  Sanè). A centrocampo il fosforo è garantito dal mancino Messetti, con al centro la piovra Mbaye, un autentico colosso in mezzo e a sostegno il coriaceo Steffè, che ha partecipato da prezioso rincalzo alla spedizione della Nazionale Under 17 al recente Mondiale di categoria. Grande senso tattico per la mezz’ala a metà con l’Inter, così come Tibolla, rientrato in nerazzurro a gennaio. In attacco, detto dell’agile e tecnico Gatto, è spiaciuto non aver visto all’opera lo straordinario bomber Da Silva, appiedato dal giudice sportivo per un turno dopo la tirata semifinale contro i viola. Un grande plauso alla società e a mister Nicolato, che ha rappresentato la continuità per il Chievo in tutti questi anni.

Nel Toro, che rimane la squadra più titolata d’Italia a livello Primavera con 8 affermazioni (senza contare le 7 coppe Italia e i tornei di Viareggio), la vittoria è sfuggita, a 20 anni e più dall’ultima finale, quando si scontrarono due futuri campionissimi come il già citato Del Piero, simbolo della Juventus e Bobo Vieri che mosse proprio in granata i primi passi di una fulgida carriera. Le carte in regola per puntare in altissimo c’erano tutte, dopo aver letteralmente dominato il proprio girone (come il Chievo dall’altra parte, primo in classifica in un girone con Atalanta, Milan e Inter), e mostrato per tutto l’anno grandi doti tecniche e agonistiche in elementi di sicuro avvenire come il citato Barreca, dal sinistro fatato e dalla corsa infinita, già più volte finito in prima squadra con Ventura, senza però assaporare la gioia dell’esordio, o come nella fantasiosa punta Aramu, stella conclamata della squadra, 19enne ma già molto esperto, avendo sempre giocato con compagni più grandi di lui, anche di due anni. Benissimo anche l’altro terzino, l’ex juventino Bertinetti, spina nel fianco sull’out destro, il play basso Comentale, l’interno Coccolo, stantuffo inesauribile o il centrale difensivo Ientile. Insomma, gli ingredienti per ripartire ci sono tutti, e va dato grande merito alla gestione Cairo, in grado di ridare grande dignità a un vivaio storico, caduto tristemente nell’oblio a causa di scellerate presidenze precedenti al suo avvento in società. La cosa più importante sarebbe quella di compiere un ulteriore passo in avanti, portando alcuni di queste giovani stelle tra i “grandi” della prima squadra, a iniziare magari già dal ritiro estivo di quest’anno.

Semifinali campionato Primavera: la favorita rimane la Lazio per quello che sarebbe uno storico bis.

la Lazio Primavera vincitrice del campionato un anno fa ha tutte le carte in regola per centrare uno storico bis

la Lazio Primavera vincitrice del campionato un anno fa ha tutte le carte in regola per centrare uno storico bis

C’è una tendenza negli ultimi anni per quanto riguarda il campionato Primavera, solitamente non immune da novità ad alti livelli (ricordiamo i due scudetti in serie agli inizi del duemila del Lecce o gli exploit qualche anno dopo di Genoa, Sampdoria e Palermo, oltre alle quasi affermazioni di Udinese e Siena): anche qui, come nei tornei professionistici italiani si stanno mettendo in mostra più o meno sempre le stesse squadre che poi arrivano alla fine a contendersi i titoli.

Certo, non mancano sorprese, casi isolati, ma raramente da tre anni a questa parte si esce da certi “giri”, e la cosa vale anche per gli Allievi.

In parole povere, se andiamo a vedere il cartellone delle semifinali del più importante torneo giovanile italiano, completato ieri, notiamo che le pretendenti all’ambito titolo, sono sempre le stesse: la Lazio, la Fiorentina, il Chievo con il ritorno di una storica squadra come il Torino, autentica big del calcio giovanile ma assente da tanto tempo dal contendersi posizioni di prestigio.

E prima erano uscite comunque compagini come Atalanta – finalista 12 mesi fa contro la Lazio, la Juventus – che dal nuovo millennio ha fatto letteralmente incetta di premi – il già citato Palermo e la Roma, altra big del calcio giovanile.

Ciò significa che si stanno delineando determinate gerarchie, che la lungimiranza di certe società alla fine viene premiata, che la cosiddetta programmazione può ancora effettivamente avere un senso, specie se contribuisce al lancio di promesse del vivaio destinate a diventare papabili titolari tra i ranghi della prima squadra. Prendiamo la Lazio, che negli ultimi due anni, è arrivata due volte in finale, perdendo la prima contro una forte e più esperta Inter (in cui militavano le forti punte Longo e Livaja, il regista Crisetig, il mediano Duncan e il difensore Bianchetti fra gli altri) e trionfando l’anno successivo contro l’Atalanta. In due anni sono approdati con buoni esiti in prima squadra elementi come Onazi e Keita, hanno esordito altri come Rozzi – ora nella cantera del Real Madrid – l’esterno sinistro Crecco e l’interno Minala, autentici attuali protagonisti dell’11 capitolino, e fuori sede sta facendo faville l’ex capitano Cataldi, titolare inamovibile nel Crotone dei miracoli di quest’anno, a un passo dalla conquista della serie A. Il Chievo era già stato semifinalista l’anno scorso, sconfitto proprio dalla Lazio nello scontro decisivo ma in12 mesi ha alzato ulteriormente il tiro (e l’asticella delle ambizioni), giungendo primo nel proprio girone eliminatorio (un raggruppamento tutt’altro che abbordabile) e mettendo in mostra un Da Silva, anch’egli già esordiente in serie A quest’anno, da urlo, capocannoniere del girone e autentico mattatore anche in questa fase finale, vedi lo scontro decisivo contro i quotati pari età juventini.

La Fiorentina è un habituè a questi livelli per il calcio giovanile e il Torino, come detto, torna finalmente a contendersi un titolo importante, dopo troppi anni di oblio. Proprio il Toro che nella sua lunga e gloriosa storia ha rappresentato il top in quanto a vivaio, con giocatori cresciuti in casa che hanno fatto letteralmente le fortune del club, rappresenta la vera incognita di queste semifinali. Troverà la favorita Lazio, falcidiata dalle squalifiche – tra cui quella del leader Minala – causate dallo scontro fratricida ad alta tensione contro la Roma (ben due gli espulsi tra i biancocelesti), e potrebbe essere una mina vagante, vista la continuità mostrata per tutto il lungo torneo. I ragazzi di Moreno Longo (cresciuto anch’egli nel Torino e che avrebbe potuto avere una carriera migliore, non fosse stato per i frequenti e pesanti infortuni), tra i quali spiccano il terzino Barreca, dalla personalità straripante e il fantasioso attaccante Aramu, dalla grande tecnica abbinata alla velocità, stanno rinverdendo i fasti di un’antica tradizione granata e potrebbero davvero sovvertire i pronostici, candidandosi prepotentemente per la vittoria finale. Un grande merito va però condiviso con la società, in grado di allestire un vivaio credibile e di grande qualità in pochi anni. Cartellone alla mano in teoria una delle due più forti uscirà necessariamente, visto che si affronteranno appunto da una parte Lazio e Torino e dall’altra le due possibili outsider Chievo e Fiorentina ma si sa che ci sono tante variabili che entrano in gioco arrivati a questo punto del torneo. Segnaliamo fin da ora però altri nomi interessanti: l’esterno offensivo della Lazio Cristiano Lombardi, dal carattere però un po’ fumantino, il mediano tutto polmoni e senso tattico del Chievo, Steffè (già buon protagonista con l’Italia Under 17 ai recenti Mondiali di categoria) e il fantasista tutto guizzi e giocate geniali Messetti,  mentre nella Viola sono da segnalare quantomeno la punta colored Gondo (classe ’96, che unisce in modo incredibile doti fisiche e tecniche) e il regista Capezzi. Tra di loro potrebbero nascondersi i campioni del futuro, tenete gli occhi bene aperti!