Un Festival di Sanremo di grande qualità. Da Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico a Max Gazzè, dai redivivi Decibel ai favoriti Meta e Moro. Chi vincerà?

Devo averlo scritto in qualche commento sui social: probabilmente avevo sottovalutato questo Festival di Sanremo!

Giorno dopo giorno mi sto ricredendo sui brani in gara, che trovo generalmente di livello superiore alle edizioni targate Carlo Conti, per quanto molte di quelle proposte nel triennio in questione siano poi diventati dei buoni successi, anche al di fuori del dorato e ovattato mondo sanremese.

Ammetto di aver avuto una sorta di pregiudizio sulla scelta di Baglioni come Direttore Artistico e come conduttore soprattutto. Col senno di poi confermo le mie perplessità sul suo modo di condurre, per quanto abbia lasciato un buono spazio ai vivaci e tutto sommato convincenti Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, soprattutto riscontrandogli una sorta di fastidiosa autoreferenzialità… credo che nonostante il suo canzoniere sia sconfinato in decenni di onorata carriera, con un po’ di impegno in più ce la potrebbe fare a proporcelo tutto!

Sono ironico ma non molto in fondo. Davvero ho trovato esagerato questo mettere davanti i propri pezzi, quasi a dire che la sua è la “vera musica”. In realtà poi credo si sia capito dalla scelta degli artisti in gara come abbia privilegiato la qualità delle canzoni, e questo gli fa onore, ritornando alla mia premessa iniziale.

Avevo scritto un lungo post con le mie prime impressioni sul Festival, denotando come i brani presentati fossero sin troppo “classici”; non rinnego quella mia definizione ma di certo non la voglio connotare al negativo, proprio perchè non sempre immediatezza e orecchiabilità sono sinonimi di qualità.

Ne ho sentita tanta di qualità, e questo per me è un merito. Guardo Sanremo da sempre e ne scrivo, voi lettori di questo blog lo sapete, ma ero arrivato “stanco” soprattutto mentalmente all’appuntamento con questa edizione, avevo perso addirittura interesse (mi è capitato persino con il Fantacalcio in questo periodo, e chi mi conosce meglio sa che è quello il vero campanello d’allarme!) e la composizione del cast mi aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca.

No, non ho un vero favorito, anche se le primissime impressioni sono confermate, con un podio di miei preferiti che avevo già indicato e che in linea di massima è rimasto invariato. Tuttavia ai tre nomi che avevo scelto ne ho aggiunti altri ed essere arrivati alla conclusione che considero 6 o 7 pezzi di buona qualità è indice che sono pienamente soddisfatto dell’andamento del Festival.

Era dai tempi del Fazio bis, edizione 2014, che non ne contavo così tanti in effetti.

L’orecchiabilità, la melodia più cantabile, il ritornello più a presa facile e diretta, sono garantiti dalla canzone de Lo Stato Sociale, autentica rivelazione dell’edizione, con i quali ero stato piuttosto duro. Forse perchè provenendo il gruppo dal mondo indie, mondo che sento molto affine alle mie corde, mi aspetto sempre qualcosa in più. Loro però sono rimasti sè stessi, alzando anzi l’asticella, riuscendo a colpire anche l’ascoltatore medio in positivo, risultando ironici e simpatici, tanto che le stonature consuete sono passate in secondo piano. Pensare a un Gabbani bis, con i quali invero spartiscono poco, se non nulla, è quanto meno azzardato e, riconoscendo come detto che ci sono brani di ottima fattura in questa edizione, sarebbe troppo che a vincere fossero proprio i cinque ragazzi bolognesi.

Credo che, superate le polemiche, la Palma d’Oro di Sanremo andrà alla coppia Meta-Moro, già attesi alla vigilia e che hanno fatto il loro compito nel migliore dei modi, proponendo una canzone dal buon intento sociale, intensa al punto giusto e interpretata ottimamente. Hanno tutti gli ingredienti, li ho sempre generalmente apprezzati, ma ammetto che il mio cuore quest’anno propenda per altri.

La mia canzone preferita, e non l’avrei mai detto alla vigilia, è quella di Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da Bungaro e Pacifico: che classe ragazzi, per un brano che ha un testo riuscito, sull’amore e la consapevolezza del tempo che passa e che muta i rapporti umani. Non vinceranno ma spero si piazzeranno sul podio.

Anche la poetica composizione di Max Gazzè mi ha colpito da subito: sbagliatissimo aspettarsi dall’istrionico cantautore romano solo funambolismi e canzoni carine e frizzanti. Da sempre Max è in grado di emozionare con la profondità dei versi, scritti quasi sempre assieme al fratello Francesco e la solennità della musica, e questa fiaba tratta da una leggenda del Gargano, Terra d’origine di mia moglie (inconsapevolmente me la sono sentita vicina!), ne è una piena conferma!

Confermo anche una preferenza per Luca Barbarossa, anch’egli sorprendente in queste vesti, sebbene da tempo sia propenso per una proposta di stampo cantautorale. Immagino che se questa canzone l’avesse eseguita Il Muro del Canto, acclamato gruppo romano molto lodato dalla critica, avrebbe avuto più risalto.

Supera la prova del tempo anche la canzone di Diodato con Roy Paci e quella di Enzo Avitabile con Peppe Servillo. Tutti questi nomi in pratica li avevo già fatti, sono quelli “di qualità” a cui avevo fatto riferimento, ma in extremis dopo diversi ascolti, mi va di inserire nel lotto anche il brano dei Decibel. Ieri nel duetto sono stati tra i più convincenti secondo me, anche per loro grande classe indubbiamente!

A conti fatti, a sfigurare, ma non per colpa loro, quanto appunto perchè si trovano davanti ottime canzoni, sono le interpreti femminili, tutte alle prese comunque con brani dignitosi: Annalisa, Noemi e Nina Zilli. Mi fa specie che nelle retrovie si stia piazzando Noemi, il cui testo mi piace molto e con lei al solito in grado di trasmettere emozione e trasporto. La Zilli è molto composta in un brano, “classico” nella struttura, ma dagli spunti interessanti, a partire dal tema, trattato con delicatezza e orgoglio.

Dopo aver ascoltato il brano inedito di Lucio Dalla cantato dalla divina Alice, beh, cala il giudizio su Ron: l’avesse presentata al Festival lei avrei parlato di podio sicuro, il buon Rosalino purtroppo non la rende a dovere.

Al secondo appello mi è parso banalotto il brano di Red Canzian, che trovo degno di nota per il modo in cui l’autore l’ha interpretato, con grande umiltà ma anche con piena convinzione, gettando il cuore oltre l’ostacolo e gridando al vento a pieni polmoni tante cose che aveva dentro, quasi come se nei Pooh si sentisse schiacciato dalla presenza di Roby. Scherzo, ci mancherebbe, ma alla prova del canto, ha assai deluso Facchinetti mai visto così giù di corda, quasi caricaturale e al cui cospetto se non altro l’affascinante Riccardo Fogli ha risposto con garbo e un’interpretazione decisamente migliore, se non altro tra le righe.

Promossi con riserva i Kolors, non male in generale ma rimango convinto debbano cantare in inglese, anche se così facendo nel giro di poco scompariranno perchè in Italia per far successo nel pop devi cantare nella tua lingua. Non mi dicono nulla Le Vibrazioni, la loro reunion non mi ha fatto chissà quale effetto, non mi hanno mai fatto impazzire… buoni musicisti, canzoni pop rock discrete, valide per dare un’alternativa alla musica leggera ma scarse in confronto con quelle degli epigoni rock nostrani a loro contemporanei. il brano sanremese in gara è cantato con la consueta grinta da Francesco Sarcina ma non basta.

Non ho mai citato Mario Biondi e Giovanni Caccamo in un mio pezzo; per il primo vale quanto detto per i Kolors: per la sua proposta musicale rende decisamente meglio in inglese, con quella splendida voce soul che si ritrova. Caccamo invece ha di fatto cantato all’esordio il suo brano migliore, quando vinse tra i Giovani con l’ariosa “Ritornerò da te”: da allora non ha più avuto un guizzo degno di nota, non mi arriva, nonostante l’indubbia bella voce.

Renzo Rubino ha un grande talento, propone sempre brani molto particolari, intensi e mai banali. Lo trovo decisamente bravo ma non è il tipo di cantautore che ascolterei di mia spontanea volontà. Nel contesto sanremese può spiccare per sensibilità e spessore e di certo non lo metto tra i peggiori ma nemmeno credo abbia quel quid per aspirare al podio.

Elio e Le Storie Tese continuo a faticare a giudicarli in questa edizione. Il loro brano rimane nel limbo, nè ballata, nè veloce, nè seria, nè allegra… un saluto che avrebbe potuto essere migliore avessero puntato su un versante o sull’altro. Da loro non ci si aspetta mai canzoni normali, lo dimostra anche la loro storia al Festival.

I giovani invece mi avevano colpito sin dalle prime esibizioni. Il verdetto per me è giusto, ci può stare, nonostante io tifassi apertamente per il romano Mirkoeilcane (che però ha vinto meritatamente il Premio della Critica). Ultimo però ha un brano solido, che arriva dritto, il suo cantato è moderno, l’arrangiamento davvero bello, con i fiati a colorare il pezzo a dovere. La vittoria finale può essere un buon viatico per la sua piena affermazione.

Dividendo per fasce come stanno facendo i conduttori dal primo giorno per dare delle indicazioni al pubblico, faccio anch’io così per delineare i miei gusti.

FASCIA BLU: Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico; Max Gazzè; Diodato e Roy Paci; Enzo Avitabile e Peppe Servillo; Luca Barbarossa; Ermal Meta e Fabrizio Moro; Decibel

FASCIA GIALLA: Noemi; Lo Stato Sociale; Nina Zilli; Annalisa; The Kolors; Renzo Rubino; Ron

FASCIA ROSSA: Elio e le Storie Tese; Red Canzian; Mario Biondi; Le Vibrazioni; Giovanni Caccamo; Roby Facchinetti e Riccardo Fogli

 

 

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Prime impressioni sul Festival di Sanremo 2018

E’ iniziato il Festival di Sanremo, molto si è già detto e scritto, dei conduttori, delle canzoni (ci mancherebbe, ché il succo di ogni manifestazione musicale dovrebbe essere poi quello), delle polemiche persino, se è vero come è vero che si è creato un vero e proprio precedente con la partecipazione in gara del brano (tra l’altro a mio avviso tra i migliori ascoltati durante la serata inaugurale) di Fabrizio Moro e Ermal Meta, che – non solo nel ritornello – riprende pari pari un altro brano scritto da Andrea Febo e già presentato nella sezione Giovani due anni fa.

Febo che è co-autore con gli stessi Moro e Meta dell’incriminata canzone “Non mi avete fatto niente”. Personalmente sono felice di poterla riascoltare in gara ma altresì mi rimangono dei dubbi su questo regolamento che, a quanto pare non risulta essere stato violato.

Il brano, come detto, è molto valido, sia musicalmente che a livello di testo, e i due cantautori, che hanno di recente diviso in diverse vesti l’esperienza nel programma Amici, dando probabilmente il là a una loro collaborazione, sono tra i favoriti dell’intera kermesse, sperando per loro che non  vi siano delle ripercussioni negative, qualche strascico dopo l’amara vicenda terminata a lieto fine.

Le venti canzoni invero mi sono parse sin dal primo ascolto molto “classiche”, il ché non significa necessariamente affibbiarne un’accezione negativa ma… in alcuni casi forse si è esagerato.

Proposte come quelle del duo ex Pooh Roby Facchinetti/Riccardo Fogli sono sembrate francamente modeste, senza far trasparire emozione nel cantato. Meglio l’altro Pooh Red Canzian che almeno c’ha messo cuore e anima nell’esecuzione, pur nell’ambito di un arrangiamento sin troppo maestoso.

Bado al sodo e indico subito la mia triade di favoriti, indicando in una rediviva Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da due fuoriclasse del cantautorato come Bungaro e Pacifico, una delle sorprese più positive, per un brano assai raffinato.

Alla stessa pregiata”razza” appartengono anche la suggestiva canzone proposta da Max Gazzè e quella di Luca Barbarossa, molto convincente nella sua prima esibizione in dialetto romano.

La maggior parte delle canzoni, occorre rimarcarlo, sono dignitose e si staccano dal contesto “poppettaro” ben presente nelle tre precedenti edizioni marchiate Carlo Conti. Un po’ a sorpresa, tuttavia, l’Auditel ha saputo premiare questa “coraggiosa” scelta del direttore artistico Claudio Baglioni (un po’ impacciato secondo me nelle vesti anche di conduttore; molto più sul pezzo e sciolti Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker), come a dire che per il facile disimpegno ormai ci sono tanti altri canali reperibili. Non sono mancati in ogni caso episodi più vivaci, frizzanti, meno seriosi, come ad esempio per Lo Stato Sociale, eroi indie che solitamente fanno il pieno al Concerto del Primo Maggio e man bassa di consensi tra gli universitari fighetti ma capaci di poter arrivare al grande pubblico che in loro già vedono delle affinità con l’ultimo vincitore del Festival Francesco Gabbani… io non ci trovo assolutamente nulla di assimilabile al brillante cantante toscano ma tant’è: è probabile un exploit del gruppo, sulla falsariga, questo sì lo dico con convinzione, degli Elio e le storie Tese prima maniera, per quanto siamo distanti anni luce per tecnica e personalità.

Proprio Elio e soci mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca, oltre a una velata malinconia che traspare anche dalla canzone, paradigmatica, presentata in gara: “Arrivedorci” è del tutta priva della proverbiale verve e genialità a cui il gruppo milanese ci aveva abituati negli anni ma rimarrà storica proprio per il suo essere commiato ufficiale della storica sigla sociale, attiva ininterrottamente dal 1980!

Anche i Decibel non mi hanno entusiasmato molto ma riconosco il buon gusto musicale del vecchio Enrico Ruggeri, pure troppo, visto che il brano in questione avrebbe potuto presentarlo benissimo da solo, anche se ovviamente non avrebbe beneficiato dell’effetto trainante del glorioso nome del gruppo.

Aggiungo alla lista delle canzoni che più mi sono piaciute quelle di Diodato (con Roy Paci a supporto), sempre molto intenso, del duo Avitabile/Servillo (gran classe ma quella la davo per scontata nel loro caso) e di Ron, anche se ammetto che l’effetto “Lucio Dalla” conta molto, visto che il compianto artista bolognese aveva scritto il pezzo, lasciandolo nel classico cassetto.

Solitamente vado di pagelle sin dai primi ascolti ma quest’anno andrò controcorrente e pubblicherò solo a Sanremo ultimato i miei giudizi, confrontandoli ovviamente con quelli della Giuria e dei votanti.

Intanto già ieri ho avuto la mia prima parziale “delusione” nell’appurare all’ultimo posto, seppur provvisorio, il nome fra le Nuove Proposte di Mirkoeilcane che ha invece proposto quello che a mio modesto avviso è il brano PIU’ BELLO E INTERESSANTE DI TUTTO IL FESTIVAL DI SANREMO: una “Stiamo tutti bene” che davvero non può lasciare indifferente, così come il talento assoluto e unico di questo giovane cantastorie che già avevo avuto modo di apprezzare in un’edizione della rassegna “Musicultura”.

Targhe Tenco per la canzone d’autore: si entra nel vivo con i nomi dei finalisti per le 5 categorie

Sono appena usciti i nomi delle cinquine relative ai finalisti delle Targhe Tenco, che ogni anno vengono assegnate a quegli artisti che maggiormente si sono contraddistinti nell’ambito della musica d’autore italiana.

Ogni anno insorgono inevitabili polemiche, di fatto i nomi da valutare sono veramente tanti. Alcuni possono essere discutibili ma in generale si ha una fotografia realistica di ciò che sta accadendo nel sottobosco della musica italiana, fermo restando che di novità in senso stretto non ce ne sono di così eclatanti e forse nemmeno tanti nomi cui gridare al miracolo o quanto meno scommettere ad occhi chiusi. D’altronde la musica italiana di un certo tipo da tempo ormai è una faccenda quasi da “esperti”, da pochi irriducibili paladini della musica alternativa, che se ne frega delle charts (o forse in maniera alquanto credibile finge di fregarsene, visto che l’ambizione della quasi totalità degli artisti proposti alle commissioni sarebbe quella di arrivare con la propria musica al maggior numero di persone possibili).

Io sto vivendo un momento di riflusso forse in merito alla cosiddetta musica d’autore. Ho appena scritto un volume sulla musica italiana degli anni ’90 (“Revolution ‘90”) e a breve verrà pubblicato il suo seguito (“Rock ‘n Words”), il mio punto di vista è ampiamente illustrato lì. Continuo ad ascoltare musica “nuova”, ma sempre più di rado mi capita di emozionarmi all’ascolto, di provare un brivido. Non dico che manchino elementi molto interessanti, anzi, ma rispetto a una ventina d’anni fa, paradossalmente, questi hanno meno visibilità, nonostante in teoria la rete ti dia tante possibilità.

Non ho di che dubitare rispetto alle scelte dei giurati, anzi, mai come quest’anno in commissione c’erano tante persone che conosco e che stimo. Fatta la prima scrematura, ecco quindi i finalisti delle cinque categorie valutate:

per la miglior canzone
L’amore non esiste, scritta da Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri (anche interpreti)

Il cielo è vuoto, scritta da Cristiano De André, Dario Faini, Diego Mancino (interprete: Cristiano De André)
Del suo veloce volo, scritta da Antony Hegarty, Franco Battiato, Manlio Sgalambro (interpreti: Franco Battiato e Antony)
Lettera di San Paolo agli operai, scritta dai Virginiana Miller (anche interpreti)
Sessanta sacchi di carbone, scritta da Giacomo Lariccia (anche interprete)

In questo caso i nomi sono celebri, alcuni pure altisonanti (penso a Battiato o a De Andrè) ma sono scettico sulla nomination al trio romano. Il pezzo è appena uscito e non mi fa impazzire. Lo stesso duetto tra Battiato e Anthony (due geni assoluti) è un po’ una forzatura, essendo uscito in prima battuta diversi anni fa.

Il mio voto va, nonostante ami i Virginiana Miller, allo splendido brano portato a Sanremo da Cristiano De Andrè “Il cielo è vuoto”, che tra gli autori vede il bravissimo Diego Mancino.

Le nomination per la Targa “album dell’anno” riservata a cantautori (qui elencati in ordine alfabetico per artista, così come nelle seguenti sezioni) vedono in lizza:
Brunori Sas, Il cammino di Santiago in taxi
Caparezza, Museica
Le Luci della Centrale Elettrica, Costellazioni
Massimo Volume, Aspettando i barbari
Nada, Occupo poco spazio
Virginiana Miller, Venga il regno

Qui ho meno dubbi: voto lo splendido disco dei Virginiana Miller! Anche Nada è tornata alla grande, così come si sono confermati benissimo gli antichi eroi Massimo Volume, mentre mai avrei votato i nuovi album di Vasco Brondi o di Brunori.

La Targa per l’album in dialetto vede come finalisti:
Enzo Avitabile, Music life O.s.t.
Francesco Di Bella, Francesco Di Bella & Ballads Cafè
99 Posse, Curre curre guagliò 2.0
Davide Van De Sfroos, Goga e Magoga
Loris Vescovo, Penisolâti

Sarei stato in difficoltà nell’assegnare il mio voto. Ascolto con piacere molta musica nei vari dialetti. Solo di recente ho scoperto la profondità e l’arte sublime di Loris Vescovo e in genere apprezzo molto la discografia dei 99 Posse (interessantissimo il loro progetto per il ventennale di Curre curre guagliò) e dell’immenso Enzo Avitabile (ho letteralmente consumato di ascolti il suo album precedenti di duetti, stupendo!). Ma la mia preferenza credo proprio la darei al grande Francesco Di Bella, ex dei mai dimenticati 24 Grana, tornato in pista con un disco favoloso, preludio si spera di un’ottima carriera solista.

Nella sezione “Opera prima” (di cantautore) troviamo:
Betti Barsantini, Betti Barsantini
Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo
Filippo Graziani, Le cose belle
Johann Sebastian Punk, More Lovely and More Temperate
Levante, Manuale distruzione

Mi viene da storcere un po’ il naso, lo ammetto, nel leggere il nome di Capovilla tra le opere prime. In effetti, a norma di regolamento, è giusto che l’ex leader de Il Teatro degli Orrori rientri in questa categoria, però… possiamo davvero paragonarlo agli altri inseriti nel roster, gente pur interessante come il figlio d’arte Filippo Graziani, visto all’opera anche tra le Nuove Proposte a Sanremo o la già nota Levante? Io, a scanso di equivoci, darei il mio voto a Betti Barsantini, progetto sui generis che vede protagonisti due tra i cantautori più “nascosti” ma non per questo meno validi, della generazione ‘90/’00: Marco Parente e Alessandro Fiori, che come sempre ci hanno abituato hanno dispensato anche in questa occasione della pura poesia in musica.

Fra gli interpreti di canzoni non proprie (quindi non cantautori) sono invece arrivati in finale:
Chiara Civello, Canzoni
Fiorella Mannoia, A te
Mirco Menna, Io, Domenico e tu
Alberto Patrucco e Andrea Mirò, Segni (e) particolari
Raiz e Fausto Mesolella, Dago Red
Saluti da Saturno, Shaloma locomotiva

La categoria che francamente meno mi entusiasma ma che, scorrendo l’elenco anche dei vincitori delle passate edizioni, ha un suo senso. Il mio cuore dice Fiorella Mannoia per il grande omaggio fatto a Lucio Dalla, con tutta una serie di rivisitazioni ben riuscite. Ma ho salutato con piacere anche il ritorno di Raiz ( qui in duo con Mesolella degli Avion Travel) che attendo al varco con un nuovo progetto tutto suo.

Indubbiamente ci sono state polemiche per le scelte e, appunto, conoscendo diversi giurati ho avuto modo di scambiare opinioni e pareri con loro o di partecipare a discussioni magari dalle loro bacheche pubbliche. Io rispetto il lavoro di tutti e mi rendo conto che ci fossero davvero tantissimi album da ascoltare e forse poco tempo materiale per star dietro a tutto. Ha suscitato un po’ di scalpore ad esempio lo “sfogo”, affidato al suo sito internet ufficiale, di Fabio Cinti, cantautore in forza alla Mescal che ho pure avuto l’onore di intervistare di recente e che reputo un artista coi fiocchi, a tutto tondo. Magari avrà estremizzato dei concetti ma ammetto che il suo punto di vista sia condivisibile e che è vero come spesso l’immagine del cantautore sia spesso travisata e associata a stilemi forse superati, retaggi antichi che probabilmente lo stesso Tenco avrebbe rifuggito per primo e preso le distanze da queste. Vero che sembra che sia diventata quasi una categoria a sè: il cantautore “da Premio Tenco”, così come ci sono gli artisti “sanremesi” e quelli “da concertone del Primo Maggio, stigmatizzati senza pietà dagli Elii in una loro celebre canzone. Sarebbe un peccato disperdere tutto il talento di cui abbondano ancora oggi molte nuove leve per assoggettarsi a delle regole non scritte di partecipazione. C’erano tantissimi nomi che non ce l’hanno fatta a entrare tra i papabili per la scelta finale e che avrei visto volentieri sul palco a ritirare un prestigioso quanto meritato premio. Penso a Davide Tosches, Giancarlo Frigieri, Riccardo Sinigallia (quest’ultimo a mio avviso titolare del miglior disco dell’anno), mentre una canzone come “En e Xanax di Samuele Bersani avrebbe meritato minimo di entrare tra i migliori della categoria relativa. Ma tant’è… vedremo quindi a breve le scelte finali, fermo restando ovviamente che il reale valore di un’opera artistica non si giudica di certo da una targa vinta.

Intervista a PINO MARINO, uno dei più interessanti cantautori italiani

Abbiamo avuto l’onore di scambiare qualcosa di ben più di una chiacchierata con Pino Marino, uno dei più interessanti cantautori partoriti dalla cosiddetta “scuola romana” (la stessa da cui sono usciti negli ultimi 15 anni Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Zampaglione e molti altri). Per me un’emozione particolare, perché seguo Pino da inizio carriera e ancora a volte non mi capacito di come il suo nome non sia quantomeno famigliare a chi segue la buona musica italiana.

Alla vigilia di un nuovo disco di inediti, che dovrebbe uscire entro l’autunno di quest’anno a distanza di quasi 7 anni dal precedente, stupendo lavoro “Acqua, luce e gas”, il cantautore ha sviscerato con noi una moltitudine di temi e ha tenuto a spiegare il perché di un lasso di tempo così ampio tra un disco e l’altro. Non che nel frattempo il Nostro se ne sia rimasto con le mani in tasca, visto che è stato impegnato in una miriade di progetti collaterali alla sfera musicale, scrivendo, accompagnando in tour diversi artisti e collaborando con altri.

Colto in un momento di quiete apparente, in un luogo non precisato dell’Abruzzo, il ritratto che ne deriva è quello di un uomo di 45 anni in piena fase creativa, mai appagato e mai vinto dalla voglia di curiosare ulteriormente, di comprendere certi fenomeni e di renderli al pubblico sotto forma artistica.

La prima questione che gli preme di affrontare è quella relativa alla già citata “scuola romana” e lui che è partito dal mitico Folkstudio, può ben dire la sua:

“Far parte di una “scena”, come poteva essere ed è stata quella romana del Folkstudio, non ha consentito solamente di muoversi fra le “quinte” di un momento musicale preciso, ma di trovarsi di fatto coinvolti in un momento storico politico e sociale in alta fase analitica e critica, che stava attribuendo al Cantautore un ruolo determinante per il racconto e la diffusione di nuove idee. Certo, il senso della musica era quello di trovare una elaborazione, uno stile, un pubblico e quindi semmai trasformarsi in lavoro. Nella “scena” romana dei miei tempi gli obiettivi erano gia’ invertiti, quindi prima il contratto, poi il gancio mercantile, poi la creazione di uno stile richiesto (non necessariamente il tuo, ma quello individuato come mancante in un mercato gia’ saturo) e la disperata rincorsa al piazzamento sulla griglia. Il Cantautore, in questo senso, era gia’ divenuto estetico, non piu’ critico. Non ci siamo fatti mancare comunque schermaglie e nottate insonni ad armeggiare con le nostre amicizie e le nostre differenti ambizioni. L’amicizia e’ quel che resta oggi e fra alcuni di noi si e’ fatta dominante a prescindere. Non molti anni fa fu proprio Roberto Angelini (e la sua compagna Claudia) ad ospitarmi in casa in un mio periodo di difficolta’ economica (mai piu’interrotto ah ah ah ah). Quella si che e’ stata una “scena” importante, in quel periodo infatti abbiamo gettato le basi, condiviso e lavorato tanto a quello che oggi di fatto ci sta occupando”.

 

Roberto Angelini, uno dei più interessanti cantautori emersi in quel periodo (metà anni 90 in poi) e che forse ha raccolto meno di quanto meritasse, restando probabilmente intrappolato in un pezzo (tema su cui torneremo in seguito) viene tirato in ballo anche mentre si parlava al telefono con Pino circa la direzione musicale intrapresa per il nuovo album in lavorazione.

Infatti, mentre stavano lavorando su un pezzo per l’album di Angelini, quest’ultimo chiese a Pino come fosse possibile che malgrado la musica intorno stesse cambiando sostanzialmente anche nella forma, nel -Marino style- (citando Angelini) non ci fosse ad esempio traccia dei Radiohead, citandoli come la nuova suggestione musicale da inseguire e provare a raggiungere e a cui attingere.

 

Io credo che Marino tuttavia, pur attento a ogni svolta musicale, ha sempre preferito concentrarsi su sé stesso, alla ricerca di una forma musicale e artistica che fosse solo sua.

 “Da quando ho iniziato il mio percorso ho mantenuto un certo rigore sia da un punto di vista letterario che musicale. Credo fermamente nel lavoro di cesello, nel risultato da ottenere grazie alla cura dei dettagli. In questo sbaraglio confuso di adulazioni e possibilita’ repentine, voglio in qualche modo rimanere fedele ai criteri che ho fissato quando ho iniziato a scrivere: la necessita’, non ossessiva ma sincera, di non dover somigliare a nulla per garantirmi una facilitazione, una comprensione benevola, un assegno simpatico o la compagnia di una “scena”. In realtà ci evolviamo continuamente, non siamo mai fermi e immobili. Io mi sono commosso all’ascolto di “Ok Computer” dei Radiohead, non sono uscito di casa per giorni a furia di meravigliati ascolti, ma sarebbe stato grottesco cercare di rievocare o trasferire. Ho solo considerato il mio percorso diverso e importante per me quanto quello per loro. Tutto qui”.

un'intensa esibizione di Pino Marino

un’intensa esibizione di Pino Marino

 

Una coerenza di stile e di scelte che però non vadano quindi a scapito della pura creatività e della crescita dell’artista. Come accennato c’è pure chi non riesce più a “uscire” da un ruolo, giusto o sbagliato che sia, attendibile o meno.

 “Qui mi ricollego all’idea stessa che sta alla base del “cantautore”, specie per come concepiamo questa figura qui in Italia. Che significa, o cosa dovrebbe significare essere cantautore oggi come oggi? Adeguarsi in maniera indebita ad uno stereotipo? O magari invece scrollarsi dallo stesso e colorare di lycra fucsia i marroni a coste di un tempo? Io come cantautore mi pongo come filtro, come decoder, devo essere in grado o almeno ho la funzione che è quella di provarci, di tradurre in un linguaggio distillato la raccolta delle acqua sporche o sparpagliate che siano. E’ la funzione di un carburatore per intenderci. Sono un  carburatore, sono colui che spurga un’idea, sono il contenitore di parole e di fatti che poi necessariamente devo rielaborare in forma accessibile. Sono un linguaggio che, come un carburatore, si occupa di spostare parole, costruendole ex novo, arricchendole e dando nuove prospettive. A chi? A quanti? Non lo so, a me di sicuro”.

 

Eppure, per alcuni la parola “cantautore” rimanda immediatamente a un concetto quasi vetusto, sorpassato

 “Questa è la conseguenza di quanto abbiano inciso e tuttora lo facciano, dei filtri non naturali di catalogazione, di scaffalatura. L’umanita’ e’ meravigliosa quanto autistica, deve sempre riconoscere e catalogare, definire e controllare. Quando si asseconda questa necessita’ facendone mercato, i danni provocati sono ingenti. La fissita’, il non rischio e il puro senso estetico delle cose la vince su tutto. Ma io, onestamente, me ne sto alla larga da etichette e stilemi che a lungo andare finiscono per deteriorare il senso dell’arte. Non credo nella tendenza di canzone d’autore con accordo triste e argomento letterario, così come mi dissocio dall’utilizzo della musica come tappetino becero e a basso costo destinato all’intrattenimento distratto e cafone. Disprezzo la pesca a strascico editoriale su fenomeni capestro da show televisivo, credo alla Magia non al trucco, credo all’ironia e non alla furbizia.

A proposito di nuove forme comunicative e di utilizzo dell’ironia come modo alternativo di lanciare messaggi, è impossibile per me non citare almeno due pezzi della tua discografia che mi stanno particolarmente a cuore, tratte da “Acqua luce e gas”, il mio album preferito. Alludo a “Lo strozzino” e a “Non ho lavoro”, dove affronti certi temi piuttosto pesanti con leggerezza formale, verrebbe da dire, quando invece è soltanto l’utilizzo dell’ironia a levigare il tutto. E in questo mi viene da associarti ad altri due cantautori romani che ascolto molto, come Daniele Silvestri (con il quale sei stato a lungo in tour), capace di scrivere e presentare al pubblico due brani diversissimi tra loro come la scanzonata “La Paranza” e la spettrale “Aria” e  il più giovane Simone Cristicchi.

 “Mi fa piacere che tu abbia citato quei miei due pezzi, perché rappresentano proprio la cifra stilistica a cui mi piace ambire e che danno un senso perfetto a tutto il nostro discorso. Riguardo ai colleghi citati, devo dire che apprezzo molto le loro diversissime quanto efficaci capacita’ e a entrambi sono legato da rapporti di amicizia. Con Daniele poi condivido non solo progetti musicali, ci si sente anche più volte al giorno per parlare in dialetti strani e soprattutto ci scriviamo una certa quantita’ di sms, al limite dell’ingelosimento delle nostre compagne. Sono cantautori diversi fra loro ma accomunati dal fatto di essere stati abili a indossare quando necessario una maschera, di divenire loro stessi “maschere”: questo non sta a significare che essi fingano, anzi, sono stati bravissimi e questa è la loro vera forza, nel creare una forma diversa di comunicazione, anche a livello di impatto visivo. Daniele è proprio così, dentro di sé vive una sorta di schizofrenia creativa che lo porta a concepire brani dal forte senso ironico o ludico (penso anche a un brano di notevole successo come “Salirò” ) e a frequentare contesti differenti tra loro, con eguale appeal su un pubblico ormai fedele nel tempo.

 

Non pensi però che nel caso di Silvestri abbia contato molto, e ancora conti, il fatto che si sia da subito esposto in prima persona su determinate questioni, anche politiche?

 “E’ indubbio che quando un musicista, un personaggio pubblico, manifesta a chiare lettere le proprie istanze personali, le proprie idee politiche a suffragio dei propri valori, si esponga e arrivi a dividere il pubblico, inevitabilmente. Ma Daniele è ben consapevole di questo, e lo è dall’inizio, da quando con successo e con medesimo trasporto ha accettato di partecipare a una nota trasmissione televisiva a quando decide di esibirsi per determinate e finalizzate manifestazioni politiche, a quando intona inni e alimenta slogan. Tutto legittimo, a maggior ragione nel suo caso, in quanto lui è proprio così, è dicotomico nell’esternare le sue emozioni, lasciando spazio invariato all’impegno politico e alla leggerezza di un cabaret. Cosa che invece era praticamente impensabile e quasi inaudita per i cantautori anni ’70.

Il punto e’ che il nostro mercato, e abbandono il sermone su Daniele, ha bisogno di andare continuamente a colmare piccoli vuoti temporali nella vetrina degli acquisti. Mi spiego meglio. Cammariere diventa “il cantautore” nell’immaginario collettivo, perche’ in vetrina mancava da un po’ quel prodotto. Cosi’ il mio amico Sergio, pur non scrivendo parole, lo diventa, semplicemente indossando velluto a coste, cappello, sciarpa e ovviamente sedendo al Pianoforte (cose che veramente lo riguarda da vicino). Cosi’ Gazze’ colma quella lasciata dal filosofo sghembo Battiato e via via.  D’altronde in Italia a un certo punto si sente quasi l’esigenza di rispolverare qualcosa, di attingere, di somigliare, di ricordare e di andare a trovare il nuovo Battiato, il nuovo Endrigo, il nuovo De Gregori, anche se lui per primo oggi conforta e trova evidentemente conforto nella follia degli X-Factor”

pino m

 

Ma qui subentra in gioco una questione delicata, che ci riporta a te e che ci fa convergere come ultima domanda su cosa potremmo ascoltare nel nuovo disco (e perché abbiamo dovuto attendere così a lungo per delle nuove canzoni)

 “Negli ultimi anni è cambiato tutto in Italia, non lo scopro certo io,  ma allargando il cerchio direi che la situazione è la medesima anche all’estero. La discografia ha alzato bandiera bianca dopo aver sperperato, truffato, giocato, scommesso e quasi mai amato la propria fonte di vita.  Ed è assurdo che a decidere o meno determinate sorti di un disco per cui si lavora per anni, siano degli improvvidi e spesso impreparati mestieranti. Direttori giunti a sanare reparti inariditi, provenienti da culture e sistemi non pertinenti. Praterie lasciate arse per l’avvento di una generazione fresca ma ancora principale vittima del nozionismo “copia e incolla” che prima di blaterare dovrebbe imparare a scrivere. Insomma, non mi ritrovo piu’. Il mio disco è pronto e mi fa piacere poter condividere questa notizia con te e i tuoi lettori. Non è giusto nemmeno generalizzare sui mali della modernita’, sul web e sul potenziale di questo mezzo, ma noto che sono più i male informati (che di conseguenza male informano) rispetto a coloro che con coerenza e impegno intendono divulgare e far crescere, alimentare o anche solo mantenere in vita, la fiamma musicale.

L’album è ultimato e a questo punto a livello di canzoni ho solo l’imbarazzo della scelta, alcuni brani non finiranno in scaletta, altri magari verranno ripescati all’ultimo secondo, la qualità media è alta e fatico a escludere qualche pezzo in favore di un altro. I sette anni intercorsi tra l’ultimo album e questo stanno a significare proprio lo stravolgimento a cui si è assistito in ambito discografico in questo lasso di tempo, con persone importanti, fidate, che hanno finito il loro compito.

Ho avuto bisogno di tempo per instaurare rapporti non improvvisati, per creare un gruppo omogeneo e compatto di lavoro. Non c’è solo l’artista, ma un ingranaggio che deve funzionare al meglio per la riuscita di un obiettivo. Una volta, nemmeno tanto tempo fa, i ruoli all’interno di un’etichetta erano ben strutturati, definiti e ora invece ci si arrangia, si fa tutti un po’ di tutto e alcuni meccanismi sono letteralmente implosi. Per questo, nonostante ci sia un distributore già pronto per divulgare questo disco, sto valutando in modo per quanto possibile sereno il da farsi. Non scendo a compromessi ora, posso ridisegnare parabole certamente, ma non comprometterle. In nome di niente e nessuno. Ho lavorato in questi ultimi anni alla scrittura senza la musica, alla regia di spettacoli, alla creazioni di luoghi per la produzione artistica, Orchestre e Collettivi (vedi Collettivo Angelo Mai e il piu’ recente Collettivo Dal Pane). Mantengo la mia integrità.

Valuterò bene ogni cosa, abbiamo atteso tutti questi anni per il disco nuovo e ormai dovremmo riuscire a tirarlo fuori con decoro. Mai avuto fretta, le priorità in ogni modo quando hai 45 anni e più dischi alle spalle cambiano.

 

Nella tua carriera come detto hai imposto coerenza ma non hai mai disdegnato escursioni extra musicali, come quando coinvolgesti l’attore Fabrizio Bentivoglio in un tuo pezzo o come quando hai fondato l’Orchestra di Piazza Vittorio. Cosa bolle in pentola quindi oltre alle canzoni?

 “Molte cose, infatti questo disco sarà il pretesto per inoltrarmi ad una proposta multiforme. La scrittura, il racconto, la forma canzone e tanto altro insieme, come solo in parte ti accennavo prima. Sto lavorando duramente per questo e chissà che per l’inizio dell’anno prossimo la cosa non sia già in via di definizione concreta”.

 

Un grosso in bocca al lupo a Pino Marino e un “grazie” davvero di cuore per la splendida chiacchierata, per averci concesso in esclusiva delle informazioni e per aver condiviso tutta una serie di considerazioni mai banali e seguendo un percorso preciso, sempre in nome della più pura, genuina e sana passione per il mondo delle sette note.

Attendiamo con trepidazione il disco nuovo, nel frattempo riascoltatevi la splendida “LO STROZZINO” , tratta dall’album “Acqua, luce e gas”

 

(Gianni Gardon)

Marco Mengoni vince Sanremo 2013. Ecco il mio pagellone definitivo sul Festival

E’ finito Sanremo e con esso tutto il carico di aspettative, previsioni e polemiche che puntualmente si porta dietro. Per me, come ogni anno, si tratta di una sorta di “full immersion” positiva tra le pieghe del Festival, perché  – pur provenendo da tutt’altri ascolti e chi mi conosce lo sa benissimo – mi piace Sanremo. Non devo giustificarmi ogni volta: Sanremo è patrimonio del nostro Paese, uno specchio fedele dei tempi che cambiano, un retaggio storico- culturale invidiato nel mondo ma mai esportato fedelmente. Da nessuna parte ci sta una gara tra Big con canzoni inedite.

Mi piace la musica rock, pop, folk, jazz, soul, la storia della musica ma un occhio di riguardo ce l’ho sempre avuto anche per la musica italica, non solo quella alternativa.

Diverso è il discorso di chi perde tempo a guardare il Festival, per poi demolirlo, specie ora che esistono i social network. Ma il peggio è che queste considerazioni arrivano – non sempre, per carità, da quegli stessi artisti “alternativi” che da una vita magari inseguono questo prestigioso palco. Ne ho conosciuti e intervistati parecchi nel corso degli anni e vi assicuro che (quasi) tutti, dopo aver guadagnato la stima e la credibilità artistica da parte della critica, si auspicano di calcare l’Ariston da protagonista e di farsi conoscere – ebbene sì, alla faccia degli inutili snobismi – anche dalla casalinga di Voghera o da coloro che seguono “La vita in diretta”.

Apro un ultimo capitolo, quello riguardante le lamentele degli “esclusi”, puntualmente reclamizzati e sponsorizzati, specie dalla rete rivale, quella privata.

A parte che ho visto Nesli a Verissimo, il quale (per onor di cronaca) non ha certo polemizzato, ma ha soltanto ribadito il suo rammarico, in quanto il suo nome da settimane campeggiava tra i partecipanti al Festival e poi non se n’è fatta nulla, senza spiegazione, così ha detto lui.

Meglio ancora Mario Biondi, che non ha rilasciato alcuna dichiarazione anti- Festival e la sua esclusione sì che avrebbe gridato vendetta, visto lo spessore (anche) internazionale del Nostro. Ma la Oxa che ha addirittura sparato a zero contro i Marta sui Tubi, lei stessa che due anni fa li avrebbe chiamati sul palco del Festival a duettare nella serata apposita, non foss’altro che fu eliminata prima. E adesso che loro, dopo anni e anni di gavetta, ce l’hanno fatta a ottenere questa soddisfazione, tu li denigri pubblicamente? Ma vergognati! I Marta ieri hanno da gentiluomini glissato sull’argomento, quasi increduli comunque e si sono rifatti con gli interessi, duettando con la Ruggiero, lei sì una vera “signora”  della musica italiana. Antonella ha raccontato un bell’aneddoto al riguardo, dicendo che aveva conosciuto il gruppo tramite il figlio adolescente che li ascolta da anni a manetta in camera sua. La Ruggiero non è nuova ad aprirsi verso mondi musicali differenti dal suo, vi ricordate l’album di duetti con i migliori esponenti della musica rock italiana? Aveva contribuito notevolmente a far conoscere, tra gli altri, Subsonica o Scisma. Gli artisti come lei sono davvero grandi.

Tornando sulla questione e chiudendola, resta il fatto che se arrivano sul tavolo di Pagani e Fazio circa cento canzoni da valutare e ne devono passare solo 14, è normale – e matematico – che siano di più gli scontenti.

Veniamo dunque a una sintesi, a dei giudizi finali su Sanremo 2013. Ottimi Fazio e Littizzetto, su di loro non mi voglio più ripetere.

La gara, che ieri a onor del vero, non ho visto, se non da tarda serata, ormai aveva già delineato un probabile quadro dei vincitori e sperare in folli rimonte era pressoché utopistico. Ce l’hanno quasi fatta, in ogni caso, i soliti Elii, sospinti a mille dalla giuria di qualità, che ha assegnato loro addirittura due premi. Su quello per il miglior arrangiamento nulla da eccepire, la forza della canzone sta quasi tutta lì, ma su quello della Critica non mi trovo d’accordo. Il testo dice poco o nulla, mi sa di colossale presa in giro, ironica e sarcastica, come loro sanno fare egregiamente da decenni, ma niente a che spartire con la “presa di coscienza” della fortunata “terra dei cachi”. Insomma, a mio avviso, meritavano maggiormente questo premio i due cantautori Silvestri e Cristicchi.

Vince Mengoni e i bene informati mi dicono che in pratica la distanza sua dagli altri era già difficilmente colmabile dalla primissima votazione, quando giunse primo in classifica provvisoria davanti a Modà.

Io avrei preferito vedere e valutare la classifica completa, al momento in cui scrivo non ve n’è traccia in organi ufficiali e allora mi limito a dare delle considerazioni generali sulle performance e la resa globale.

meng

MARCO MENGONI 6,5 – ma sì, che vittoria sia. Sembrava fosse in crisi profonda prima del Festival, ma a quanto pare ha davvero uno stuolo di fan incrollabile, uno zoccolo duro di sostenitori che l’hanno sospinto in altissimo. Viene premiato un Mengoni molto diverso da quello del “Re Matto” (so che non è il titolo esatto del brano in gara nel 2010 ma ormai l’ho sigillato nella memoria come tale): più maturo, elegante e consapevole, ma anche meno sorprendente. Di fatto vince un prodotto dei talent con il pezzo più sanremese del lotto, ma a me non convince più di tanto. Ha un testo interessante ma un andamento sin troppo lento, mi arriva poco.

ELIO E LE STORIE TESE 7 – la mia ragazza rimane basita ogni volta che li ascolta o li vede, ma loro da 30 anni ormai sono abituati a stupirci. Niente di rivoluzionario però stavolta, in fondo si tratta di un (piacevole) divertissement, ma non occorre per forza gridare al miracolo. Complimenti vivissimi per il trucco di ieri, com’erano ciccioni!

MODA’ 6,5 – hanno fatto il loro e una vittoria non sarebbe stata scandalosa. In rete girano cattiverie assurde sul gruppo e in particolare su Kekko. Ma se solo lo si conoscesse, almeno in parte, si capirebbe perfettamente che Francesco Silvestre non ha – e non ha mai avuto – nessuna velleità artistica, se non quella di scrivere canzoni ad ampio respiro, prevalentemente d’amore. Lo fa senza “vergogna”, sa di piacere in particolare alle ragazzine e alle famose “casalinghe” ma queste hanno pari dignità di chi ascolta musica “alta”. Dicono che voglia diventare come Facchinetti dei Pooh ma la cosa è molto probabile. Intanto però somigliano di più a Toto Cutugno, eterni secondi.

ANNALISA 7 – voleva smerciarsi dal fenomeno “Amici” e ottenere maggiore credibilità artistica: missione compiuta. La Scarrone vista sul palco poco o nulla ha a che spartire con altre illustre cantanti uscite dai talent. Non sarà mai una trascinatrice di folle ma è in grado comunque di ammaliare.

CHIARA 5,5 – passare dal quasi anonimato al Festival in due mesi non è cosa da tutti. Chiara Galiazzo è brava e mi sta pure simpatica, la sua parlata mi ricorda fortemente la mia terra. Non aveva la canzone adatta… sarà che sono in una fase in cui sto prendendo fortemente le distanze dal “fenomeno” Baustelle, ma ho trovato il testo poco in linea con la sua personalità, troppo impersonale e pieno delle solite metafore allusive di Bianconi che ormai mi dicono poco o nulla. Non sono sicuro del futuro artistico di Chiara… mi sembra sin troppo ingenua e “vera”, temo possa farsi triturare dal sistema discografico attuale, che spreme e distrugge, come anche porta in alto all’improvviso.

RAPHAEL GUALAZZI 7,5 – ottimo, niente da dire. Nonostante la goffaggine e la timidezza, dietro un pianoforte si trasforma e fa emergere tutta la sua personalità. Non vedo l’ora di vederlo dal vivo nella mia Verona, confidando in un impianto musicale adeguato alle produzioni su disco. Magari avesse anche live un trombettista d’eccezione come il grande Bosso, visto a Sanremo.

SIMONA MOLINARI 5,5 – superato lo shock iniziale, ho provato a concentrarmi sulla canzone ma il mio giudizio sostanzialmente non cambia. Ha voluto anteporre la fisicità, le moine, il gigioneggiare alla sostanza e spiace constatarlo in una ragazza dotata di indubbio talento. Però, da possibile erede di Mina si è trasformata in una pin up che ancheggia su suoni sin troppo swinganti. Parziale delusione, a mio avviso.

MARIA NAZIONALE 6– amo la musica folk, popolare, di molte regioni d’Italia. Mi sono fatto scorpacciate di brani e dischi in dialetto, amando gruppi come Modena City Ramblers, Nidi d’Arac, Agricantus, quelli delle Posse, gli stessi Almamegretta, senza dimenticare artisti minori pugliesi fattimi conoscere dalla mia fidanzata, originaria del Gargano. Ma con Maria Nazionale siamo su territori diversi dal folk di recupero. Siamo in zona Merola/Murolo/il primo D’Alessio e qui mi sento molto distante, trovando questi artisti sin troppo localizzati. Che la Nazionale canti bene e stia divinamente sul palco non ci piove, e il fatto che abbia avuto una vita difficile, non solo professionale, mi fa propendere per valorizzarla. Però questi non sono i dischi che ascolterei al termine di una competizione, molto meglio quando fece da nobile spalla al grande Nino d’Angelo, 3 anni fa.

DANIELE SILVESTRI 8 – ammiro da sempre l’artista e l’uomo. Grande cantautore, quasi unico nel suo essere dicotomico in fase di scrittura e composizione. Meritava a mio avviso il Premio della Critica, il testo era davvero bello, in linea con le sue migliori produzioni.

SIMONE CRISTICCHI 7 – ok, il brano non aveva il funambolismo della precedente canzone presentata a Sanremo nel 2010, quella in cui nominava la Carlà, e ovviamente non possedeva il pathos di quella “Ti regalerò una rosa” che stregò tutti sin dal primo ascolto, vincendo poi a mani basse il Festival, eppure mi è piaciuto tantissimo anche quest’anno. Tema non convenzionale, così come tutto il testo, incastonato in una musica minimale ma efficace. Talento che non può sfiorire o riemergere solo in occasione di Sanremo.

MAX GAZZE’ 7– non si è discostato dal suo stile, anche se l’ha impregnato, colorato di suoni balcanici. Max è simpatico, umile, non se la tira per niente e coniuga intellettualismi e brani alla portata di tutti, quasi favolistici. Non ha fatto eccezione con quelli presentati quest’anno, entrambi meritevoli.

MALIKA AYANE 5 – la vera delusione del Festival di Sanremo 2013, ma non solo per essere rimasta fuori dal podio. Ha proprio portato una canzone tra le meno ispirate del suo ricco repertorio. Riascoltando in questi giorni l’esclusa “Niente” mi rendo conto che quel brano contenesse grandi potenzialità e un’intensità che la prescelta “E se poi” non possiede minimamente. Brano troppo insipido, senza guizzi, senza un’efficace melodia. Delusione.

MARTA SUI TUBI 6 – sei di incoraggiamento, li seguo da sempre e secondo me alcuni loro brani sono tra i migliori del decennio in ambito rock.. ma su questo palco mi sono sembrati da subito fuori posto, come i Marlene Kuntz (gruppo che adoro) 12 mesi fa. Gulino in particolare ha voluto strafare, urlando troppo, o forse era solamente troppo emozionato… e poi quante volta ha dovuto rispondere alla domanda sul nome! Ogni volta bravi a cambiare versione, come fanno da anni tra l’altro. Ritorneranno con maggiore consapevolezza nel loro mondo “indie” ma l’idea è che dopo Sanremo nulla sarà più come prima: lo testimoniano casi come quelli dei Bluvertigo, dei Subsonica, degli Afterhours o degli stessi Marlene. Sanremo può rappresentare una svolta, pensiamo appunto ai Subsonica ma anche cambiare la percezione che i fans integerrimi hanno su di te, col rischio che si possa perdere l’integrità artistica maturata in anni e anni di gavetta nella scena underground. Mi auguro che ai Marta non succeda e che siano sufficientemente maturi per non cadere in queste fuorvianti trappole.

ALMAMEGRETTA 6,5 – sono stato molto felice nel rivedere Raiz di nuovo assieme al gruppo, dopo che aveva provato un’improbabile carriera solista. Insieme sono perfetti, gli Alma non hanno senso senza di lui e l’intesa, la passione che hanno sempre avuto in 20 anni di onorata carriera si è riversata tutta su quel prestigioso palco. Bravi.

Ok, mi direte, i voti sono bassini (facevo così anche da insegnante!) ma d’altronde il massimo lo dò solo alle eccellenze e, purtroppo, in questa edizione, comunque riuscita a livello generale, di brani che si elevavano dalla media non ne ho ascoltati. Dubito che resteranno nella storia di Sanremo, ma apprezzo il grande sforzo dello staff nell’allestire un cast di indubbia qualità artistica. Poi sono mancate le canzoni da canticchiare, da fischiettare, bisognerebbe trovare un giusto equilibrio nelle scelte, ma non sempre è missione facile.

La seconda serata di Sanremo mostra il suo lato migliore: ottimi brani e qualità musicale elevata

Come nel post di ieri, ritengo doveroso fare una premessa: avevo ampiamente previsto – perchè mi capita ogni anno – che riasoltando con calma certi brani, magari su you tube o per radio, mi sarebbero “arrivati” di più e quindi confermo che i pezzi di Silvestri e Gualazzi non sono affatto male!

Ciò detto, occorre ammettere che, come in molti si auspicavano, ieri sera sono scese sul Festival le ammiraglie migliori.

La qualità delle canzoni in gara ieri mi è parsa superiore e, a dire la verità, la scelta di inserire in cartellone nella stessa serata i Modà, Malika, Elio, Cristicchi o Annalisa non è molto comprensibile… si potevano forse dividere meglio le due tranche. In ogni caso, ora inizia il vero Festival, con i 14 brani da votare, abbia inizio la gara con vincenti e perdenti.

I Modà sono i veri favoriti, nonostante la critica spinga per la “cocca” Malika. Non mi aspettavo granchè da loro, hanno mantenuto le promesse senza rischiare nulla: due ballate, non tanto “power” come in teoria si addice loro, cantate con eccessiva enfasi forse (ma in fondo è quello che piace ai loro numerosi fans, l’interpretazione sofferta di Kekko). Passa giustamente il primo pezzo, il secondo – dedicata alla neonata figlia – mi era parso troppo mellifluo.

Cristicchi ha sfoderato l’anima del cantautore giullare come meglio non si poteva, portando all’Ariston due signore canzoni… la prima, più sullo stile “filastrocca”, la seconda vagamente più impegnata, con riferimenti al nonno partigiano. Passa la seconda, ma il livello era buono per entrambe, e poi credo sia arrivato al suo obiettivo: portare pezzi che potessero cantare tutti, anche i bambini.

malik

Malika Ayane, una delle nostre migliori interpreti su piazza, ha il pregio di non sbagliare mai un colpo: che canti in inglese, in italiano, che sia sofferta, allegra, triste o ariosa, il risultato è sempre di quelli più che soddisfacenti.

Non fa una grinza nemmeno la sua partecipazione di ieri, con due brani – scritti entrambi da “mister Negramaro” Giuliano Sangiorgi, già autore di successo per lei – uno più interessante dell’altro. Viene premiata la seconda performance, quando io invece avrei optato maggiormente per il primo brano “Niente”, decisamente più intenso.

Gli Almamegretta sono stati una sorpresa in positivo… ascolto da quasi 20 anni il gruppo napoletano capitanato da Raiz. Tra i primi in Italia a fondere reggae, dub, suoni del mediterraneo, musica araba, dialetto napoletano e timide escursioni nella canzone d’autore, hanno svoltato negli anni ’90 arrivando in alto nelle classifiche inglesi, grazie ai remix per pesi massimi come i Massive Attack. Tornavano dopo una vita, e hanno abbandonato l’elettronica (d’altronde da tempo manca all’appello lo sfortunato e talentuoso D.RaD, morto tragicamente, colui che si occupava dei campionamenti) in favore di suoni caldi. Due ottimi brani, uno reggae scritto da loro e una ballata molto profonda, scritta da Federico e Domenico Zampaglione. Nonostante l’indubbia bellezza della seconda canzone proposta, a passare è la prima, tra la soddisfazione dei loro autori.

Max Gazzè ha fatto un figurone, portando due brani nelle sue corde: è parso allegro, brioso, istrionico, sprigionando il solito talento. Due belle canzoni, complementari anche se piuttosto simili… anche qui passa la seconda, più immediata.

E’ la volta di Annalisa, una delle uscite di “Amici” che maggiormente stanno raccogliendo consensi anche fra il pubblico meno legato ai Talent. Ha eseguito due canzoni molto diverse fra loro, la seconda più tradizionalmente ancorata a stilemi sanremesi, la prima (“Scintille”) dal sapore retrò, sullo stile della Zilli tanto in voga.

Beh, ottima interpretazione, stupenda presenza scenica, direi che ha convinto anche gli scettici, con la sua voce pulita, oserei dire perfetta, senza sbavature.

E infine, attesissimi salgono sul palco gli Elii, a distanza di 17 anni dalla fortunatissima esperienza del ’96 quando giunsero secondi dietro l’inedita coppia Ron – Tosca.

I soliti fenomeni, geniali e divertenti: due canzoni una più efficace dell’altra, difficile scegliere ma alla fine il pubblico premia la solarità e l’originalità della seconda, una sorta di non sense, invece che preferire la ficcante ironia della prima, molto attuale.

Hanno avuto modo di eseguire i loro brani finalmente anche i primi giovani in gara. E quando c’è di mezzo l’eliminazione di alcuni ci sono sempre delle sorprese in agguato, come quella riservata ieri a “Il Cile”, il super favorito della vigilia.

Per carità, il ragazzo ha un’ampia scuderia alle spalle, una carriera già ben avviata (ha toccato i piani alti delle classifiche di vendita col suo album d’esordio, ha partecipato a festival, manifestazioni tv, duettato con i Club Dogo… è insomma “inserito”) e si saprà rifare, ma resta la delusione di una precoce dipartita da Sanremo Giovani. Il suo brano non mi era parso esaltante, una ballata pop rock che poteva ricordare in parte (almeno nel testo) la sua hit “Cemento armato”, a lungo in heavy rotation nelle radio e tv generaliste.

Fuori anche Irene Ghiotto, che ha eseguito il suo brano con grande trasporto, ma onestamente non mi è sembrata nè carne, nè pesce, troppo “artistoide”.

Passano invece con merito il talentuoso Renzo Rubino, che già aveva fatto parlare di sè per un testo piuttosto audace, anche se in definitiva più poetico che altro. Ottimo pianista, da molti addetti ai lavori considerato una sicura promessa del panorama cantautorale italiano, potrebbe seguire le orme del genio di Vinicio Capossela.

Più a sorpresa, ma meritatamente, accedono alla finalissima anche i Blastema, gruppo giovane ma attivo già da qualche anno. Li conoscevo abbastanza bene, e mi ero stupito non poco nel vederli scelti tra il cast. Propongono da sempre un rock intenso, spigoloso, d’impatto ma pure difficile, sullo stile degli idoli Radiohead. Beh, mi fa piacere che le orecchie dei votanti siano state sufficientemente “aperte” per premiarli.

E’ stata una serata molto tranquilla, con i due conduttori sempre più affiatati, con una bellezza del calibro di Bar Rafaeli, un grande Beppe Fiorello e un divertente Neri Marcorè. Non si è giustamente ovviato all’assenza forzata dei Ricchi e Poveri ma in fondo è giusto così, davanti a certe tragedie come quella occorsa a Franco Gatti, che ieri mi ha commosso davvero con le sue parole, lo spettacolo non può sempre andare avanti: ci sono pure i sentimenti intimi da preservare.

Sanremo 2013: finalmente il cast ufficiale dei Big in gara. Fazio ha mantenuto le promesse, si preannuncia un buon Festival

Chi mi segue da tempo o solitamente mi legge qui, ormai ha capito che mi piace ascoltare, parlare e discutere spesso e volentieri di musica “alternativa” nella più ampia accezione del termine, senza scomodare per forza di cose il cosiddetto genere “indie” che poi, a dirla tutta, è stato erroneamente codificato come tale, visto che dovrebbe far accomunare gli artisti più che altro per istanze attitudinali più che musicali in senso stretto.

fazio

Però, c’è un però… e si chiama “Festival di Sanremo”! Sì, perchè nonostante tutto, ascolto il Festival da sempre, da quando ero bambino e volente o nolente ha rappresentato un punto fermo nella mia crescita, anche se mi piace discuterne in senso critico, nel limite del possibile, evitando di farmi travolgere dalle cose che c’entrano ben poco con la performance, il che è ogni anno più difficile, visto che l’attenzione sembra spostarsi sempre più su farfalle tatuate e celentanismi.

Mi fidavo di Fazio e del suo entourage, memore delle sue precedenti edizioni, quando seppe raccogliere alcuni tra i migliori esponenti della scena italiana, per qualità della proposta.

Tra gli esclusi non rimpiango di certo le moltitudini di artistucoli usciti dai talent negli anni – anche se mi spiace sempre generalizzare e, insomma, occorre fare delle distinzioni tra una Giusy Ferreri, una Noemi e un, per dire, Valerio Scanu o Tony Maiello, con tutto il rispetto; dicevo, nessun rimpianto per costoro, un po’ invece lo riservo per quel talento vocale assoluto che risponde al nome di Mario Biondi, attualmente in heavy rotation col duetto con i Pooh.

Oggi è uscito l’elenco ufficiale dei Big per il 2013 e allora rompiamo gli indugi e analizziamo la lista. Solitamente cerco di rimanere obiettivo, o dare una connotazione giornalistica al tutto ma concedetemi, a mente calda, dei giudizi che possono esulare da criteri di oggettività. Forse perchè appunto lo guardavo già insieme a mia nonna, forse perchè a 8 anni tifavo per Luis Miguel, forse perchè ci sono passati mostri sacri della musica tout court, specie nel decennio dei sessanta, forse perchè nei 90 sono emersi autentici puledri di razza (la Consoli, Giorgia, la Pausini, il Grigna ecc), forse perchè alla fine rappresenta uno spaccato dei cambiamenti di costume della nostra società tutta, forse perchè sono arrivati ultimi Vasco, Zucchero e i Negrita, a testimonianza di quanto la giuria sia “aperta”, forse semplicemente perchè Sanremo è Sanremo, come dice il ritornello di una sigla rimasta nel cuore, questo post sarà scritto più “di pancia” che altro, ma va bene così…

– RAPHAEL GUALAZZI felicissimo per il suo ritorno, a due anni dalla meritatissima (e scontata) vittoria in un’edizione Giovani in tono minore. Dopo aver consumato di ascolti il suo album “Reality and Fantasy” mi aspetto un forte contributo di raffinatezza da parte sua

– ALMAMEGRETTA beh, che dire??? Li ho amati alla grande negli anni ’90 quando, guidati dalla splendida e calda voce di Raiz, si issarono in cima alle classifiche generaliste mischiando tradizioni folk e moderno elettronico trip hop. Ritornano e destano curiosità, specie per il fatto che sono il classico gruppo “anti-Sanremese”, nonostante proprio Raiz abbia tentato, con scarsa fortuna, di cimentarsi nelle vesti insolite di cantore italico dalle atmosfere leggere.

– ELIO E LE STORIE TESE nome garanzia, confidando sul fatto che Elio abbandoni le velleità di conduttore/vocal coach/trainer per tornare al suo ruolo principale nel migliore dei modi, credo sia altresì molto improbabile che tirino fuori dal cassetto un brano migliore rispetto alla celeberrima “terra dei cachi” di antica memoria. Ma resto fiducioso su questi ragazzacci virtuosi.

– MALIKA AYANE è nata praticamente qui, nonostante fosse giunta ai primi successi con le canzoncine in inglese. Ormai tra le top italiane, vanta una voce da brividi che le consente di tirar fuori sempre il meglio, anche da pezzi meno riusciti: la classe non è acqua, credo possa essere sin da ora tra le favorite del pubblico

– DANIELE SILVESTRI quasi “scontata” la sua presenza festivaliera quest’anno ma con Daniele, che ebbi modo di intervistare svariati anni fa, dopo tappa a Cerea, si va sul sicuro, sia che proponga sonorità spensierate (“La Paranza” e “Salirò”) sia che spinga il piede su temi sociali, spesso scottanti (“L’uomo col megafono”, con cui si impose su questo palco nel ’95 e la spettrale “Aria”)

– MODA’ unica concessione fortemente “commerciale” dell’elenco, per aver convinto Fazio credo abbiano davvero in canna un grande pezzo, dalle sonorità ariose e potenti, sul loro stile. Puntano dritti alla vittoria, e non potrebbe essere altrimenti, visti gli innumerevoli successi mietuti negli ultimi 3 anni

– SIMONA MOLINARI con PETER CINCOTTI finalmente la Molinari su questo palco, verrebbe da dire, dopo i bagliori dell’edizione giovani 2009 (messa in ombra da un’autentica fucina di talenti emerse nella stessa edizione, dalla vincitrice Arisa, alla raffinata Malika, dalla suol singer Karima alle figlie d’arte Chiara Canzian e Irene Fornaciari). Qui in collaudata coppia con Cincotti, potrebbe essere una sorpresa candidata al Premio Mia Martini

– MARTA SUI TUBI come l’anno prima i Marlene Kuntz e prima ancora con gli Afterhours, i Subsonica o i Quintorigo, quest’anno annuncio in loro i miei favoriti, in quanto provengono dal mio “mondo di riferimento musicale”. Unici nel panorama rock italiano, di recente hanno duettato pure con Lucio Dalla, dopo che già simpaticamente lo avevano citato nella loro frizzante “Cristiana”. Mitici i ragazzi, originali, il minimo che mi viene per definirli

– SIMONE CRISTICCHI  ci sta eccome in un cast simile, visto il suo forte impatto in ambito sociale. Tuttavia Simone è da sempre un joker della musica italiana, capace spesso di ricorrere all’arma dell’ironia e del gioco per trattare tematiche spesso impegnative. Da seguire con attenzione

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– ANNALISA trattasi della rossa di Amici, ma sarebbe davvero riduttivo, oltre che ingeneroso trattarla da “Emma” o “Alessandra Amoroso” di serie B, in quanto possiede certamente più pulizia formale nell’esecuzione, oltre che maggiore eleganza sul palco. Ottima voce, personalità ancora un po’ timida ma capace pure di inchiodare alla tv: è una che si fa ascoltare volentieri

– MAX GAZZE’ un altro dei miei favoriti, inutile girarci attorno. Ogni volta al Festival fa la sua onesta figura. Ricordo una bella intervista tanti anni fa, in coppia con l’amico fraterno Ricky, all’epoca proprio di un post Sanremo (quello de “Una musica può fare”), prima di un suo concerto al mitico Extravagario Teatro Tenda di Verona. Persona colta, squisita, umile.. un grande musicista.

– MARIA NAZIONALE in ambito “nazionale”è nota soprattutto per la sua partecipazione a Sanremo in coppia con il guru Nino D’Angelo nel 2010 (tra l’altro la canzone era davvero notevole), credo non si discosterà molto da quel registro, magari accentuando l’aspetto nazional popolare, meno incline al suono world music di quel pezzo-

– MARCO MENGONI gradito ritorno, uno di quei cantanti usciti da talent (in questo caso da X Factor) che vale la pena di ascoltare, sempre che smetta di voler emulare, in modo inconcludente, il mai dimenticato Jeff Buckley. Mengoni ha una voce bellissima e una personalità straripante, però a 24 anni deve ancora trovare la sua giusta dimensione e, soprattutto, deve cantare pezzi che lo rappresentano appieno, come appunto la “Re Matto” di un paio d’anni fa. Meno virtuosismi e più spazio alla sua vera anima e potrebbe risultare vincente anche in questo contesto

– CHIARA GALIAZZO come Nathalie due anni fa, approda qui direttamente da X Factor, nella quale si era da subito contraddistinta per la bella ugola e per i modi un po’ “da svampita” (in senso buono). Padovana, simpatica e talentuosa, resta tuttavia un’autentica scommessa a questi livelli: vedremo come affronterà un palco tanto prestigioso, capace di far tremare le gambe anche ad artisti molto navigati-

Comincia il conto alla rovescia! Che bella musica sia, e poche cazzate, please!