Premiati i migliori della serie B 2016/2017. Ecco la top 11 del campionato

Con la serie B ai titoli di coda – ma con verdetti importanti ancora da definire dopo le sicure promozioni in A della Spal e le retrocessioni in Lega Pro di Pisa e Latina – ecco che puntuali sono giunti i riconoscimenti dei 22 tecnici delle squadre impegnate nell’edizione 2016/2017.  A Rimini infatti nella 10° edizione del “Gran Galà Top 11”, sono stati indicati i migliori per ruolo ed è stata così allestita una forte Top 11, rappresentativa senz’altro dei valori emersi in campo.

Emergenti e califfi, gente “di categoria” o autentiche sorprese sono andati a comporre questa fantastica squadra.

Il miglior allenatore dell’anno è stato Semplici, vero artefice del “miracolo Spal”, votato dagli stessi colleghi quasi all’unanimità.

il fantasista dell’Ascoli Orsolini con le sue sgroppate sulla fascia a tratti ha ricordato l’olandese Robben

Il giocatore rivelazione dell’anno è stato invece l’estroso attaccante esterno dell’Ascoli Orsolini, sicuro protagonista con l’Italia Under 20 prossima a giocarsi il Mondiale di categoria in Corea del Sud dalla settimana prossima.

Gli altri giocatori, schierati con un ipotetico 4-3-1-2, sono stati:

Cragno – portiere paratutto del Benevento, ormai pronto al grande salto. Il giovane titolare dell’Under 21 ha sfoderato reattività, sicurezza e capacità di guidare il reparto.

Lazzari – primo rappresentante di questa lista della Spal, la “bandiera” ferrarese ha disputato una stagione monstre, tra involate sulla fascia destra, ripieghi, assist, diagonali difensive, e tanta grinta, supportata da una buona qualità.

Mancini – difensore centrale emerso a Perugia dopo le promesse nelle giovanili della Fiorentina. Ha convinto tutti con la sua eleganza, la sua padronanza e il suo tempismo. Già acquistato dall’Atalanta che sui giovani sa vederci lungo.

il difensore Bonifazi, autentico protagonista della capolista Spal

Bonifazi – altra fragorosa sorpresa del campionato, l’aitante centrale spallino, ha finalmente deciso di spiccare il volo, dopo i tentennamenti alle prove col professionismo delle precedenti stagioni. Abile sia in fase di spinta che di contenimento, ha spesso e volentieri giganteggiato sugli avversari, tanto da meritarsi le attenzioni del Ct. Ventura in chiave Nazionale A.

Di Chiara – il terzino sinistro del Perugia ha saputo riscattare la delusione di un anno prima, quando perse la finalissima Play off col suo Foggia. Già allora ci si rendeva conto di avere davanti uno che meritava un’altra categoria e alla prova del nove Gianluca ha convinto tutti, fluidificando (come si diceva un tempo) senza sosta sulla corsa mancina e inanellando molti cross vincenti per gli avanti umbri.

Schiattarella – giunto l’estate scorsa alla corte di Semplici per garantire quel tasso di esperienza cadetta di cui difettavano molti compagni nella Spal, il buon Pasquale non ha tradito le attese, divenendo in breve leader in campo e sorta di braccio destro del mister che sapeva di poter sempre contare sul suo apporto.

stagione sugli scudi per il centrocampista del Perugia Jacopo Dezi, uomo in più per il tecnico Bucchi

Dezi – altro protagonista della positiva stagione del Perugia, Jacopo non è una novità tra i migliori del campionato ma quest’anno il tecnico Bucchi ha saputo tirar fuori il meglio da lui, soprattutto in fase realizzativa. Ha giocato nel cuore del campo, spesso da centrale ma poi lo vedevi in realtà dappertutto. Instancabile motorino in appoggio ai compagni ma anche dispensatore di tanta qualità.

Bessa – Finalmente è esploso secondo le sue potenzialità l’italo brasiliano che letteralmente incantò nelle giovanili dell’Inter. A Verona ha avuto subito la fiducia incondizionata di Pecchia e lui, dapprima funambolo da “tiki taka”, è divenuto guida per i compagni, sempre nel vivo delle azioni gialloblu. Quasi un lusso per la categoria.

Amato Ciciretti ha spesso e volentieri fatto la differenza nella stagione del Benevento

Ciciretti – coetaneo di Bessa, come quest’ultimo c’ha messo un bel po’ per rivelarsi nel calcio che conta, dopo le meraviglie con le giovanili della Roma. A Benevento Baroni ne ha esaltato le caratteristiche. Certe sue giocate hanno fatto strabuzzare gli occhi non solo ai suoi tifosi ma a tutti gli amanti del calcio.

il sempre verde Pazzini ha stabilito il suo record di marcature in un campionato, staccando presto i rivali per il titolo di capocannoniere

Pazzini – ha smentito i molti scettici che dopo la deludente stagione scorsa lo davano sul viale del tramonto. Invece il “Pazzo” ha letteralmente trascinato il Verona, segnando tanti gol decisivi e facendo valere la sua immensa classe. Capocannoniere del torneo.

Dionisi – grande campionato anche per l’attaccante del Frosinone. Più del compagno di reparto Ciofani ha mostrato puntualità sotto rete e continuità di rendimento.

Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

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Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.

 

 

Per Mario Balotelli è il momento della verità

C’ho provato, ma è veramente impossibile rimanere indifferenti all’acquisto boom del calcio mercato di riparazione (ancora) in corso: Mario Balotelli alla fine si è accasato DAVVERO al Milan.

Tante rincorrersi di voci, tante smentite, tanti tira e molla, addirittura qualche infelice appellativo scappato incautamente (“una mela marcia”), ma ecco che i rossoneri possono finalmente abbracciare quello che da più parti è definito il miglior giocatore italiano, quello su cui riporre le maggiori speranze per tornare a competere nelle massime manifestazioni internazionali (come tra l’altro ha già avuto modo di dimostrare nel recente Europeo, nel quale è stato trascinatore degli Azzurri).

Ammetto di esserci andato già pesante in un mio recente post su Facebook, scritto di getto dopo averne appreso la notizia su Sky. Ve lo riporto qui:

“alla faccia dell’Austherity e dei bei discorsi sul progetto giovani, ecco che Berlusca, con ottimo tempismo pre-votazioni, ha scucito il suo lauto assegno per accaparrarsi le prestazioni di uno dei giocatori più sopravvalutati degli ultimi 10 anni: Mario Balotelli. Un campione, se solo volesse dimostrarlo a ogni gara, come fanno i grandi giocatori tipo Messi, Ibra o Ronaldo. Peccato che Super Mario negli ultimi due anni al City sia divenuto famoso soprattutto come piantagrane”

Chiaro, un semplice post su Facebook non può avere forse la “lucidità” di un vero articolo, ma in parte sento di confermare quanto scritto, anche adesso leggendo a mente fredda.

Ritengo che Mario sia un potenziale campione, lo dico da tanti anni. Lo conosco dai tempi del Lumezzane, dal suo esordio a 15 anni nei Pro, quando per gli addetti ai lavori era Barwuah. Era destinato al Barcellona, dove a 17 anni fece un ottimo provino, ma alla fine optò per l’Inter. Coi nerazzurri brucia le tappe, forte di una superiorità schiacciante rispetto ai compagni e a un carattere, una personalità che iniziano ben presto a delinearsi per poi emergere con forza. Il giovane bresciano, ma africano d’origine, mette d’accordo tutti: ha potenza, tecnica e un micidiale fiuto per il gol che lo fanno primeggiare nelle giovanili, come quando trascina da solo l’Inter a uno splendido scudetto Primavera. Segna il gol decisivo e gioca oltretutto sotto età, con gente dell’88 (tra gli altri Siligardi e Biabiany che con lui compongono un sontuoso tridente offensivo), di due anni più vecchi di lui.

Il resto è storia… esordisce splendidamente in prima squadra, come vi giocasse da sempre. Segna gol spettacolari, è una forza della natura, non ha paura di niente ma tra le pieghe di un’invidiabile dimensione tecnica, si fanno avanti prepotentemente anche serie componenti comportamentali che finiranno per minarne la carriera. Screzi ripetuti con gli allenatori, scarsa concentrazione, poca disciplina negli allenamenti, vita un po’ dissipata sotto i riflettori del gossip e le sue abitudini stravolte, una volta giunti nelle sue tasche i primi enormi introiti di un contratto adeguato alla velocità della luce. Lo strappo con l’Inter è definitivo, ad accoglierlo c’è il mentore Roberto Mancini che fa follie per lui, grazie ai soldoni degli sceicchi. In due anni Super Mario non esplode, anzi. Segna gol anche importanti ma finisce per patire la folta e agguerrita concorrenza in attacco (si parla di top player autentici come Aguero, Dzeko e un ritrovato Tevez) che alla fine lo oscurano, togliendogli spazio in campo. Qualche perla è ancora assicurata ma altrettanto una insistita indolenza e un rapporto tumultuoso con i tabloid inglesi, che in pratica lo braccano, tra una festa e l’altra. Dopo uno splendido Europeo, che sembrava davvero poter rappresentare la svolta vera di una carriera sinora giocata tutta di corsa, ecco l’improvviso e imprevisto oblio. Arriva al Milan un Balotelli depauperato da un punto di vista tecnico, lasciato partire senza tanti rimpianti da un top club che su di lui aveva davvero investito tanto.

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Ora si ritroverà a un bivio: non è più il ragazzino superiore alla media che fa tante belle giocate; dovrà invece fungere da leader di una squadra che si sta pienamente ritrovando dopo il ridimensionamento estivo. Sarà il giocatore più atteso, probabilmente il più fischiato  (e su questo ovviamente non sono d’accordo ma purtroppo di antipatie Mario ne ha suscitate molte in questo scorcio di carriera), dovrà dimostrare sul campo di essere un campione vero, non più una splendida promessa. Dovrà in sostanza CRESCERE, tecnicamente ma soprattutto mentalmente, come successe all’ex rossonero mai dimenticato Ibrahimovic, che dopo alcune mattanze giovanili ha messo più o meno la testa a posto, vincendo in serie scudetti ovunque andasse, e facendo sempre la differenza in campo, nonostante il lupo perda il pelo ma non il vizio (e quindi qualche grave episodio disciplinare gli è scappato ancora).

A quasi 23 Mario ha una missione: diventare un campione, come in tantissimi da sempre gli predicono. E’ giunto nella società a cui da sempre occhieggia, di cui si è detto tifoso. Magari sono solo frasi di circostanza, ma è il momento di darsi da fare, di vincere qualcosa da protagonista numero uno. Al Milan, squadra sulla forte via di rinnovamento, tutto questo sarà possibile, se solo ci metterà quell’impegno che non manca mai a campioni quali i già citati Messi, Ronaldo, Ibra, ma anche i nostrani Del Piero e Totti.

(e comunque è sempre bello riabbracciare un talento nostrano e vederlo all’opera in serie A)