Roberto Mancini, idolo dei tifosi del City, da noi sarebbe già stato esonerato?

Roberto Mancini, a detta di tutti, guida una squadra da sogno, in teoria dalle risorse economiche illimitate (poi, vuoi mettere mai che il fair play finanziario venga messo sul serio in atto?), e ogni estate può sedersi tranquillamente al tavolino del club per discutere se sia meglio sganciare soldi per prendere, chessò, Cavani o Falcao?

Eppure, dati alla mano, presenta ancora un curriculum modesto, rosa alla mano: una FA Cup nella vittoria di due anni contro lo Stoke City e una Premier vinta al photofinish nella passata stagione contro i rivali dello United, battuti solo per differenza reti. Lasciamo perdere la Champions, dove, nonostante l’apporto di campioni quali Tevez, Aguero, Dzeko, Silva, Tourè (mi fermo per questioni di… spazio), da due anni consecutivi non riesce a superare la fase a gironi.

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Quest’anno,poi, oltre appunto al fatto di essere stati già eliminati precocemente dalla massima competizione europea, anche in campionato le cose non vanno benissimo: sono ben 12 i punti che separano il City del Mancio dal “solito” United di Ferguson.

Insomma, ci sarebbero tutti i requisiti, se Mancini allenasse in Italia, per far scattare l’allarme – tradotto “l’esonero” – invece in Inghilterra Roberto è considerato alla stregua di un Mito dai suoi tifosi, che gli riconoscono di aver portato quei successi che solo fino a un lustro fa sembravano utopia (ok, non c’erano ancora gli sceicchi, diranno i maligni).

Da più di 30 anni il Man City veleggiava nell’anonimato più assoluto, niente coppe, niente exploit particolari contro le storiche rivali, niente campioni tra le sue fila. Mancini ha portato una caratura internazionale tutta nuova, e con lui i tifosi si sono ritrovati a condividere un sogno, quello di primeggiare contro i cugini plurimedagliati dei Red Devils. Sarebbe come se il Toro, da anni nell’oblio del grande giro calcistico italiano e europeo, si ritrovasse come per magia a primeggiare sul mercato, a vincere in Patria, rinnovando antichi splendori. Utopia, sogno, appunto, e poi i tifosi granata sono ben inchiodati con i piedi per terra per anche solo immaginare un futuro così roseo.

Ma la storia del City e di Mancini deve far riflettere ancora una volta sulle notevoli differenze tra il calcio italiano e quello inglese. Da noi esistono presidenti come Cellino, Preziosi, Zamparini o Camilli (ieri l’ennesimo esonero per il patron del Grosseto) che fanno e disfano, in Inghilterra c’è chi spende milioni e milioni di sterline per vincere (almeno finora) relativamente poco, eppure il tecnico è considerato un Grande, un Intoccabile. La cultura calcistica di un Paese la si vede anche da queste cose. Poi lasciamo stare che i massimi campionati europei (Inghilterra, Germania e Spagna) siano già in pratica decisi a metà stagione (con gli attuali distacchi abissali delle rispettive capolista Manchester Utd, Bayern e Barcellona sul resto del gruppo) e che invece da noi sia bello e avvincente lottare per scudetto, terzo posto e salvezza. Purtroppo le cose che spesso fanno la differenza sono il comportamento, il fair play (di presidenti, di giocatori, di tifosi) e tutto ciò è ancora piuttosto carente sui nostri campi di gioco.

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Non solo Balotelli: dal City è rientrato in Italia anche Luca Scapuzzi

Luca Scapuzzi, giovane calciatore cresciuto nel Milan, è appena rientrato in Italia, acquistato in prestito dall’ambizioso Varese. Attaccante atipico, in possesso di una tecnica molto elevata, non si può propriamente definire un goleador, ma è uno di quei giocatori che può cambiare il corso delle gare, con le sue giocate illuminanti, le sue accelerazioni e i suoi inserimenti. Tutte doti che lo fecero paragonare, quando ancora stava fra i ranghi milanisti, al modello Kakà, nonostante una struttura fisica meno impostata. Su di lui si muovono presto alcuni club minori che lo chiedono in prestito. Se lo aggiudica il Portogruaro e in un ambiente certamente tranquillo e non assuefatto da pressioni esterne, mette a referto in meno di due anni 29 presenze. Ciò è sufficiente per muovere addirittura degli emissari oltre Manica. Finisce addirittura al Manchester City, insieme al figlio di Mancini.

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Si allena spesso con top player autentici, respira la grandeur di un club in grande ascesa internazionale ma le occasioni per farsi notare sono ridotte al lumicino. Mette a segno un paio di gettoni di presenza in Coppa di Lega, assapora insomma il grande calcio inglese. L’anno successivo il City lo presta all’Oldham in terza serie e qui Luca ha modo di giocare e far divertire i suoi tifosi. E’ un ragazzo serio, si applica tantissimo e impara bene la lingua inglese. L’esperienza è fruttuosa e per la successiva stagione, il Mancio decide di prestarlo al Portsmouth, in Championship, in un club che intende risalire in fretta in Premier.

Non gioca tantissimo, a onor del vero, patendo più del dovuto l’irruenza e la fisicità dei difensori inglesi. In Championship non si gioca sul velluto, la componente agonistica è preminente e lui pare non del tutto adeguato alle “battaglie”.

Luca Scapuzzi in maglia City con Dzeko

Luca Scapuzzi in maglia City con Dzeko

Così in gennaio arriva la chiamata di Varese, con i dirigenti Milanese e Montemurro che già da un anno lo tenevano d’occhio. Scapuzzi rientra in Italia con un bagaglio d’esperienza importante, non è più la promessa delle giovanili che sapeva incantare con le sue giocate. Da lui ora ci si aspetta il salto di qualità, e una società seria e ben strutturata come quella lombarda può solo agevolarlo nel suo percorso di crescita. Il Varese sulla trequarti si è rinforzato benissimo, con gli innesti di Ferreira Pinto, fortemente voluto da Castori che lo lanciò a Cesena, Juan Antonio e, appunto, Scapuzzi. I requisiti per fare bene ci sono tutti.

Per Mario Balotelli è il momento della verità

C’ho provato, ma è veramente impossibile rimanere indifferenti all’acquisto boom del calcio mercato di riparazione (ancora) in corso: Mario Balotelli alla fine si è accasato DAVVERO al Milan.

Tante rincorrersi di voci, tante smentite, tanti tira e molla, addirittura qualche infelice appellativo scappato incautamente (“una mela marcia”), ma ecco che i rossoneri possono finalmente abbracciare quello che da più parti è definito il miglior giocatore italiano, quello su cui riporre le maggiori speranze per tornare a competere nelle massime manifestazioni internazionali (come tra l’altro ha già avuto modo di dimostrare nel recente Europeo, nel quale è stato trascinatore degli Azzurri).

Ammetto di esserci andato già pesante in un mio recente post su Facebook, scritto di getto dopo averne appreso la notizia su Sky. Ve lo riporto qui:

“alla faccia dell’Austherity e dei bei discorsi sul progetto giovani, ecco che Berlusca, con ottimo tempismo pre-votazioni, ha scucito il suo lauto assegno per accaparrarsi le prestazioni di uno dei giocatori più sopravvalutati degli ultimi 10 anni: Mario Balotelli. Un campione, se solo volesse dimostrarlo a ogni gara, come fanno i grandi giocatori tipo Messi, Ibra o Ronaldo. Peccato che Super Mario negli ultimi due anni al City sia divenuto famoso soprattutto come piantagrane”

Chiaro, un semplice post su Facebook non può avere forse la “lucidità” di un vero articolo, ma in parte sento di confermare quanto scritto, anche adesso leggendo a mente fredda.

Ritengo che Mario sia un potenziale campione, lo dico da tanti anni. Lo conosco dai tempi del Lumezzane, dal suo esordio a 15 anni nei Pro, quando per gli addetti ai lavori era Barwuah. Era destinato al Barcellona, dove a 17 anni fece un ottimo provino, ma alla fine optò per l’Inter. Coi nerazzurri brucia le tappe, forte di una superiorità schiacciante rispetto ai compagni e a un carattere, una personalità che iniziano ben presto a delinearsi per poi emergere con forza. Il giovane bresciano, ma africano d’origine, mette d’accordo tutti: ha potenza, tecnica e un micidiale fiuto per il gol che lo fanno primeggiare nelle giovanili, come quando trascina da solo l’Inter a uno splendido scudetto Primavera. Segna il gol decisivo e gioca oltretutto sotto età, con gente dell’88 (tra gli altri Siligardi e Biabiany che con lui compongono un sontuoso tridente offensivo), di due anni più vecchi di lui.

Il resto è storia… esordisce splendidamente in prima squadra, come vi giocasse da sempre. Segna gol spettacolari, è una forza della natura, non ha paura di niente ma tra le pieghe di un’invidiabile dimensione tecnica, si fanno avanti prepotentemente anche serie componenti comportamentali che finiranno per minarne la carriera. Screzi ripetuti con gli allenatori, scarsa concentrazione, poca disciplina negli allenamenti, vita un po’ dissipata sotto i riflettori del gossip e le sue abitudini stravolte, una volta giunti nelle sue tasche i primi enormi introiti di un contratto adeguato alla velocità della luce. Lo strappo con l’Inter è definitivo, ad accoglierlo c’è il mentore Roberto Mancini che fa follie per lui, grazie ai soldoni degli sceicchi. In due anni Super Mario non esplode, anzi. Segna gol anche importanti ma finisce per patire la folta e agguerrita concorrenza in attacco (si parla di top player autentici come Aguero, Dzeko e un ritrovato Tevez) che alla fine lo oscurano, togliendogli spazio in campo. Qualche perla è ancora assicurata ma altrettanto una insistita indolenza e un rapporto tumultuoso con i tabloid inglesi, che in pratica lo braccano, tra una festa e l’altra. Dopo uno splendido Europeo, che sembrava davvero poter rappresentare la svolta vera di una carriera sinora giocata tutta di corsa, ecco l’improvviso e imprevisto oblio. Arriva al Milan un Balotelli depauperato da un punto di vista tecnico, lasciato partire senza tanti rimpianti da un top club che su di lui aveva davvero investito tanto.

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Ora si ritroverà a un bivio: non è più il ragazzino superiore alla media che fa tante belle giocate; dovrà invece fungere da leader di una squadra che si sta pienamente ritrovando dopo il ridimensionamento estivo. Sarà il giocatore più atteso, probabilmente il più fischiato  (e su questo ovviamente non sono d’accordo ma purtroppo di antipatie Mario ne ha suscitate molte in questo scorcio di carriera), dovrà dimostrare sul campo di essere un campione vero, non più una splendida promessa. Dovrà in sostanza CRESCERE, tecnicamente ma soprattutto mentalmente, come successe all’ex rossonero mai dimenticato Ibrahimovic, che dopo alcune mattanze giovanili ha messo più o meno la testa a posto, vincendo in serie scudetti ovunque andasse, e facendo sempre la differenza in campo, nonostante il lupo perda il pelo ma non il vizio (e quindi qualche grave episodio disciplinare gli è scappato ancora).

A quasi 23 Mario ha una missione: diventare un campione, come in tantissimi da sempre gli predicono. E’ giunto nella società a cui da sempre occhieggia, di cui si è detto tifoso. Magari sono solo frasi di circostanza, ma è il momento di darsi da fare, di vincere qualcosa da protagonista numero uno. Al Milan, squadra sulla forte via di rinnovamento, tutto questo sarà possibile, se solo ci metterà quell’impegno che non manca mai a campioni quali i già citati Messi, Ronaldo, Ibra, ma anche i nostrani Del Piero e Totti.

(e comunque è sempre bello riabbracciare un talento nostrano e vederlo all’opera in serie A)

Il declino di Valeri Bojinov

Mi spiace, ammetto, scrivere un post simile su un giocatore che apprezzo da sempre e sul quale avevo riposto diverse aspettative in merito all’attuale stagione sportiva. Sto parlando dell’ex enfant prodige Valeri Bojinov, la cui breve avventura all’Hellas Verona sembra giunta precocemente al capolinea.

Bojinov con la maglia del City, quando sembrava davvero avviato a una grande carriera internazionale

Bojinov con la maglia del City, quando sembrava davvero avviato a una grande carriera internazionale

A soli 26 anni per l’attaccante bulgaro, da molti accostato in gioventù al mito locale Hristo Stoichkov, sembra avviato a un decoroso declino, con le promesse lasciate alle spalle, dopo il folgorante esordio a 16 anni con la maglia del Lecce. Sembrava un predestinato Valeri, con il suo mix efficace di tecnica e potenza, con la grande capacità di andare a rete, sorretta da una personalità fuori dal comune e da un innegabile talento, che non solo lo faceva eccellere con i coetanei ma anche non sfigurare al cospetto di compagni di squadra già affermati e poi divenuti campioni come l’attuale attaccante montenegrino della Juventus, Mirko Vucinic.

Con Zeman l’esplosione vera, con una maglia titolare, molti gol in saccoccia e giocate da grande giocatore. Si spalancano per lui le porte delle big. A 19 anni è titolare nella Fiorentina, dove mette a referto 8 gol, prima della svolta vera con il passaggio alla Juventus (nella storica stagione cadetta). Alle spalle della super coppia gol Trezeguet – Del Piero, Bojinov non gioca male, segna e sembra non sentire eccessivamente il peso della maglia bianconera.

Ma proprio dalla stagione successiva inizia il declino, dapprima con il flop, causa pesantissimo infortunio, in Inghilterra, in un Manchester City non ancora come lo conosciamo ma pur sempre sulla via del rilancio nel grande calcio europeo, in epoca “pre-sceicchi”. Un grave crack al ginocchio lo mette fuori gioco dopo sole 11 gare, nelle quali aveva espresso a tratti il suo enorme potenziale.  Stagione compromessa e il ritorno in Italia in sordina, al Parma dove non entusiasma, risultando oltremodo appesantito dalla lunga inattività della stagione precedente. In due stagioni segna comunque 11 gol, non pochissimi. Tuttavia  molti addetti ai lavori se la sentono ancora di scommettere sulle sue doti, d’altronde si tratta a quel punto di un ex campione di 24 anni quando cede alle lusinghe dello Sporting Lisbona, squadra nella quale non riuscirà mai a trovare la giusta collocazione in campo, risultando avulso, spesso abulico e finendo in pratica ai margini della squadra, poco inserito nell’ambiente lusitano.  Nel 2012 torna quindi nella terra che lo aveva cresciuto e lanciato verso il grande calcio, a Lecce. Non gioca titolare, è in prestito e non può, nelle poche partite in cui è chiamato in causa, dare un valido contributo in termini di gol. Ne segna uno solo, fino al passaggio estivo all’Hellas Verona, dove arriva con le stimmate del campione precoce, ma tutto da verificare alla resa del campo. Nemmeno a Verona, dove è stato accolto tra l’entusiasmo generale, per molti considerato il miglior giocatore di tutta la serie B riesce a mantenere le promesse. E’ in evidente ritardo di condizione, soffre probabilmente il fatto di giocarsela nel ruolo da titolare con uno dei migliori frombolieri di tutta la categoria, quel Daniele Cacia che comunque agisce principalmente da prima punta, mentre si sa che Valeri predilige fungere da attaccante di movimento, classico numero 11 di una volta. Raramente è titolare nello schieramento di Mandorlini e quando scende in campo, è quasi sempre largo a destra nel tridente, in un modulo che non ne fa risaltare le qualità. Non sono le 3 punte del modulo di Zeman, per capirci, qui deve sobbarcarsi un ruolo di dedizione al sacrificio, oltre che di punto fermo offensivo.

Bojinov con la maglia gialloblu dell'Hellas Verona, prima del passaggio a gennaio ai rivali del Vicenza

Bojinov con la maglia gialloblu dell’Hellas Verona, prima del passaggio a gennaio ai rivali del Vicenza

Mai pubblicamente messo sotto torchio da pressioni ambientali (anzi, nell’Hellas la stragrande maggioranza dei tifosi ne caldeggia una maglia da titolare, magari al posto di un sin qui deludente Gomez) e mai protagonista di un brutto rapporto con il tecnico, capisce che più passa il tempo, meno è quello che gli resta a disposizione per dimostrare di valere ancora qualcosa come bomber. E così finisce al Vicenza, altra nobile decaduta e invischiata in un difficile campionato, dove la permanenza in cadetteria sarà lo scudetto da difendere. Valeri non è certo tipo che si tira indietro nelle situazioni complicate, ma spiace constatarne il brusco ridimensionamento tecnico. Forse il futuro è davvero già dietro le sue possenti spalle.

El Shaarawy è già oltre Super Mario Balotelli

Si fa un gran parlare da qualche settimana a questa parte del giovane talento rossonero, cresciuto nel Genoa, El Shaarawy. Io stesso gli ho già dedicato più post, i maggiori quotidiani e il Guerin Sportivo lo immortalano in prima pagina… tutto giusto, a mio avviso, visto come a soli 20 anni, alla prima vera stagione da protagonista in una grande storica della serie A, si sta dimostrando un campione, risolvendo le partite da solo, oltre che i guai assortiti di casa Milan. 10 gol che ne fanno il capocannoniere solitario della serie A, 10 gol, uno più bello dell’altro, a testimonianza del vasto bagaglio tecnico di cui dispone, e siamo appena a novembre.

Viene da pensare a cosa potrebbe ambire il Milan se avesse trattenuti i suoi gioielli Ibra e Thiago Silva, resta il fatto che, nel contesto di una stagione di transizione, il giovane Stephan dimostri, gara dopo gara, di che pasta sia fatto…. siamo davanti al nome nuovo del calcio italiano.

Probabilmente il Faraone, in mezza stagione da titolare in A, ha già dimostrato di più rispetto a Balotelli nei suoi anni italiani, all’Inter. E sì che da più parti si parla del giocatore del City come del ’90 più forte del mondo. Eppure Super Mario è ancora un incompiuto, ha esordito prestissimo lasciando il segno, sin dai tempi in cui furoreggiava a 15 nel Lumezzane, con conseguente esordio nei professionisti e l’approdo all’Inter, dopo essere stato ben valutato pure dal Barca.

Questa sembrava la stagione della consacrazione di Balo, considerando lo splendido Europeo, giocando da leader offensivo azzurro, e invece il City – e Roberto Mancini in primis – non ne può proprio più delle sue mattanze, dei suoi ritardi agli allenamenti, della sua vita poco incline alla vita di un professionista che vuole primeggiare ai massimi livelli nel calcio.

Parlo da grande estimatore di Balotelli, da uno che lo segue e stima dai suoi primi vagiti in serie A, prima ancora nella Primavera dell’Inter, portata “da solo” a vincere un campionato di categoria. Ma in effetti, deve maturare e chissà mai se lo farà, nel frattempo la stella di El Shaarawy brilla sempre più luminosa… lui sì  che sembra non essersi montato la testa. E pensare che potenzialmente abbiamo la miglior coppia d’attacco del mondo negli anni a venire. C’ è ancora tempo Balo, ma occorre mettersi in carreggiata.. le carriere di Cassano – tra l’altro giunto a 30 anni ai migliori standard di rendimento – e dell’altro ex nerazzurro Adriano stanno lì a dimostrare che senza impegno, determinazione e serietà non si fa molta strada.

Paris St Germain: e se i petroldollari non bastassero per vincere?

E’ da un po’ che ho in testa questo post, ma ho tentennato sinora per il sospetto che qualcuno potesse tacciarmi di anacronismo o di voler fare il gufo della situazione.

Parlo del Psg, lo so, ormai se ne legge ovunque, direi che ha superato in popolarità persino il City, che nel giro di due anni era diventato il club più chiacchierato al mondo.

Lo so che non si possono arrestare le volontà di sceicchi multimilionari che hanno ben capito che, attraverso il calcio, ci si può addirittura arricchire ulteriormente. Tralasciamo pure che tra loro, pochi sapranno che la palla è pure rotonda, ma a me ciò che proprio non va giù è che questi signori trattano questi club, anche gloriosi o in ogni cosa tutti con una storia da salvaguardare, come dei giocattoli, degli sfizi, facendo da una parte capitolare anche il tifoso più nostalgico (perchè dubito che qualche sostenitore dei Citizens quest’anno abbia per un solo attimo rimpianto gli anni in cui boccheggiavano a metà classifica, lontani anni luce dai cugini ricchi dello United) e dall’altra attraendo anche ogni agente del pianeta terra, pronto a considerare il fatto di poter far firmare al proprio assistito il contratto della vita.

E in campo poi? Che succede se una squadra fallisce un obiettivo? D’altronde non doveva il club della periferia di Parigi dominare anche l’anno scorso un torneo – da tutti considerato poco più che modesto  –  come la Ligue 1?

Invece il colpaccio l’hanno fatto i poverissimi del Montpellier, dominando il campionato, in testa in pratica dalla prima all’ultima giornata e dimostrando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il buon artigianato può produrre ancora risultati soddisfacenti.

Non lo so, in due anni il Paris St Germain ha setacciato in particolar modo il tanto bistrattato campionato italiano, prendendosi dapprima Pastore, Menez, Sissoko, Sirigu e poi in serie Thiago Motta,  Lavezzi, Verratti, addirittura i due campionissimi Thiago Silva e Ibra!

Tutto questo avrà un termine o Leonardo continuerà a trattare giocatori come fossero mandorle ai banchetti delle sagre paesane? D’altronde con tutti i soldi di cui può disporre in sede di mercato ha davvero da sbizzarrirsi. Lasciatemi però concludere con un messaggio che non piacerà ai cugini d’Oltralpe (non me ne vogliano ovviamente i parigini, visto che tra l’altro letteralmente adoro la loro città): io spererei che dopo tutto questo profluvio di petroldollari a vincere fossero ancora quelli del Montpellier! E ora prendetemi pure per scemo! 🙂 Tornando seri, almeno in Francia non ce ne sarà per nessuno, ma siamo sicuri come dice il mercenario Ibra che il Psg sia già pronto a sbancare la Champions League? Ho sinceramente più di un dubbio al riguardo!

Quanto è giusto aspettare Balotelli?

 Non sono mai stato, né mai sarò un “giustizialista” del pallone, tanto meno se si tratta di atleti che, in quanto prima di tutto essere umani, sono dediti a sbagliare come tutti noi. I latini dicevano che importante è non perseverare negli errori. Non tutti seguono alla lettera questi detti, l’ultimo illustre personaggio poco dedito a disciplina è l’ex enfant prodige Mario Balotelli, per molti forse l’unica speranza azzurra degli anni a venire. Io sono stato un suo grande sostenitore, avendo avuto l’opportunità di seguirlo quando ancora stava muovendo i primi passi nel mondo del professionismo, a soli 15 anni aggregato alla prima squadra del Lumezzane. Tecnica sopraffina, fisico incredibile, atletismo naturale. Un colored perfettamente adattato alla sua terra, nel bresciano. Si erano mossi anche quelli del Barcellona, poco dopo il suo precoce esordio in Lega Pro e il periodo di prova in Catalogna fu pure soddisfacente, anche se poi la spuntò l’Inter di Moratti che lo acquistò per una cifra importante, pur essendo al corrente della sua fede milanista. Ma all’epoca Mario, ancora chiamato Barwuah dalla maggior parte dei cronisti locali che sin da subito non gli fecero mancare le loro attenzioni e il loro supporto, era ancora un attaccante in rampa di lancio, della sua vita si sapevano le cose essenziali. Classe ’90 trascina al successo in Primavera i suoi compagni di due o tre anni più grandi e in modo alquanto naturale avviene il passaggio ufficiale tra i grandi. Subito a suo agio, subito a segno. Ma fu facile prevedere che le sue “non esultanze” non nascondevano chissà quali forme di timidezza o pudore, bensì un’ambizione da una parte legittima, ma dall’altra indice di scarso senso dell’umiltà e di una deriva arrogante della sua personalità. “Non esulto quando segno, lo farò al primo gol in Champions”, la sua frase passata ai posteri! L’avesse detta un Rooney ci saremmo probabilmente esaltati, perché il calciatore inglese (che all’Everton a 16 anni esultava eccome ai primi vagiti in Premier) assicura sempre il massimo impegno e una grinta, una determinazione nel raggiungere gli obiettivi assolutamente encomiabile.
Balotelli da allora che  ci ha comunicato? Che ha passione per questo sport? Che vive per il pallone? Ce lo vediamo tra una decina d’anni ancora a incazzarsi per un gol sbagliato, come farebbe Del Piero o Totti, autentiche bandiere e ultimi fuoriclasse del calcio italiano?
Da come affronta le amichevoli (mancando di rispetto a avversari e tifosi, nel momento in cui cerca un inutile e goffo colpo di tacco davanti alla porta), o le partite della Nazionale, con tanto di ipad in panchina, non mi sembra che abbia molta voglia di lottare per un posto da titolare (durante il riscaldamento nemmeno con le ciabatte di Seedorf potrebbe sembrare più irriverente). Non ci siamo Mario, se dopo Mourinho, persino Mancini e Prandelli stanno perdendo la pazienza, la responsabilità è anche tua. Faccio il moralista fino in fondo: troppi milioni, troppe macchinone, troppi paragoni. La testa sembra ben lontana dalle spalle, e speriamo che nel City possa in qualche modo recuperare credito perché altrimenti diventa dura a qualsiasi latitudine trovare posto in campo. L’Inghilterra proverà a rilanciare anche un altro giovane talento nostrano, quel Davide Santon che sembrava anch’egli un predestinato tre anni fa. Il suo caso è meno eclatante di quello di Mario ma certo, vederlo in Under 21 assieme a calciatori appena esordienti da professionisti mi fa un po’ specie. Così come il fatto che l’Inter lo abbia sbolognato così in fretta!