I primi frutti di tanto lavoro: dopo il convegno a Firenze sulla musica indipendente, domenica 4 presenterò al MEI di Faenza il mio quarto libro “Rock’n Words”

Mi rendo conto che è da un bel po’ di tempo che non scrivo di “cose personali” in questo blog, utilizzandolo (tra l’altro con una frequenza molto ridotta rispetto agli anni precedenti) tutt’al più per condividere alcuni miei articoli che pubblico on line su vari siti o eventi ai quali ho partecipato. Non è stata una scelta “a tavolino” la mia: semplicemente il tempo da potervi dedicare si era come compresso nell’ultimo periodo. Il lavoro in struttura mi impegna molto, e anche le altre attività extra che nel tempo si sono – come dire – moltiplicate. Si scrive di più, insomma,anzichè no, ma lo si fa in altre circostanze, per riviste, siti, o cercando il più possibile di procedere con la realizzazione di manoscritti, i quali poi si spera potranno diventare veri e propri libri.

Nel 2015 ho in pratica raccolto un po’ i frutti, o forse sto iniziando a farlo ora, di quanto seminato nel biennio precedente. A livello letterario, quindi, sono molto impegnato con le mie due ultime, ravvicinate (oltre che correlate) pubblicazioni, entrambe di saggistica musicale: “Revolution 90” e “Rock ‘n Words”, usciti come i miei due precedenti “Verrà il tempo per noi” (romanzo di narrativa) e “Pinguini di carta” (raccolta di testi) per “Nulla die Edizioni” di Massimiliano e Salvatore Giordano. rispettivamente nel 2014 e a giugno 2015.

Ho terminato da un po’ anche un saggio sulla mia “vera” materia, il calcio, una raccolta di ritratti di atleti di questo sport (di varie epoche e nazionalità) che, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a mantenere le grosse aspettative che c’erano su di loro.  Ho preso spunto per questo mio nuovo lavoro da una fortunata rubrica che tenni per qualche tempo sul “Guerin Sportivo”, testata per cui collaboro, chiamata “Stelle Comete”.

Quindi, ho rimesso mano alle schede e alle minibiografie già pubblicate, eventualmente riattualizzandole, integrando il tutto con molte altre storie, cercando così di dare un quadro più esaustivo e ricco dell’argomento preso in esame. Penso di aver scritto un buon lavoro, senz’altro ricercato e di un qualche interesse almeno per gli appassionati sportivi… pertanto, la mia “attesa scrittevole” è riposta qui al momento.

Ho in cantiere poi due progetti diversi: riprendere in mano un soggetto per un nuovo romanzo (ammetto che avrei voglia di cimentarmi con una nuova storia di narrativa, sperando di mettere a frutto quel po’ di esperienza maturata nel frattempo in questi anni, e data inoltre da moltissime letture) e dedicarmi a una nuova opera di saggistica, in questo caso però legata all’attualità.

Proprio per questo mi sa che dovrei riordinare le priorità e mettermi al lavoro per raccogliere materiale in tal senso, perchè sarebbe il momento giusto: scrivere di questi artisti – che per mantenere un po’ di suspence non nominerò –  oltretutto considerando che sono persone che stimo molto e che ho avuto modo di conoscere benissimo negli anni; quindi di informazioni anche “esclusive” o comunque inedite ne avrei, proprio per conoscenza diretta. Vedremo! Il problema è il solito, il tempo! Però, solitamente quando mi ci metto, poi divento molto “vorace” di parole, e lo scrivere fluisce quasi da sè. Con 4 libri pubblicati in 4 anni e uno già terminato credo di essere stato sin troppo prolifico in fondo 🙂

Poi si fa ogni cosa con passione, si scrive perchè si ha un bisogno, un’esigenza, un’urgenza, che poi genera irrimediabilmente altra urgenza, cioè quella di comunicare ciò che hai scritto. Nel mio caso non è più una questione “narcisistica” (e se lo è stata in parte, lo è stata solo inevitabilmente all’inizio, quando è innegabile faccia un certo effetto vedere il proprio nome e cognome stampato su una copertina e il proprio lavoro in uno scaffale di una libreria), anzi, forse in questo senso non me la sono mai “goduta” fino in fondo, e quando raggiungo un risultato che mi ero prefissato, mi vien naturale pensare al prossimo step. E’ una questione caratteriale, non è che sono uno scontento cronico… sono sicuramente soddisfatto di quanto fatto finora ma sono una persona che ambisce sempre a qualcos’altro, che cerca di arrivare altrove, dove ancora non è arrivato.

Più che le vendite che, se paragonate ai bestsellers sono veramente risibili, ma in fondo lo sono ugualmente, se si considera che per arrivare a camparci bisogna proprio fare il botto o mille altre attività collaterali, a inorgoglirmi e a incitarmi a proseguire sono le occasioni di incontro con persone che ti stimano per quello che scrivi, o ancora meglio, per quello che sei. Nel mio caso mi fa molto piacere quando mi dicono che il mio stile è riconoscibile, non lo vedo assolutamente come un limite, e se ci penso è strano perchè avendo scritto un romanzo, una silloge, un saggio romanzato e un saggio con interviste e approfondimenti – quindi opere profondamente differenti –  è un fatto direi inusuale. Anche nella vita però sono così, non riesco a fare una cosa sola, perchè io per primo sono “tante cose”, abbastanza mutevole o forse più semplicemente “un curioso” per natura. Ciò mi incita a continuare, a voler sempre progredire, conoscere, sapere, per provare a migliorarsi.

Dicevo delle occasioni di incontri…  proprio lo scorso weekend, accompagnato dalla mia splendida moglie Mary (che mi asseconda seguendo la mia inclinazione, a volte faticando a starmi dietro, con tutto ciò che mi frulla per la testa e relativi progetti), sono stato a Firenze, nella splendida cornice di Villa Strozzi. L’occasione era ghiotta, una “due giorni” interamente dedicata alla musica e alla cultura indipendente della scena toscana, e fiorentina in particolare. Ero inserito in cartellone per presentare il mio “Rock ‘n Words” nel quale ho intervistato tantissimi esponenti della scena rock italiana tout court. Ho avuto modo di conoscere persone davvero influenti della musica italiana recente, membri storici di band come Litfiba, C.S.I., produttori, manager, editori, giornalisti, soprattutto tanti appassionati della musica che amo. E’ stato bellissimo stare in mezzo a loro, e poter intervenire a mia volta al convegno per presentare la mia opera. Tra le varie persone mi ha fatto immenso piacere conoscere finalmente di persona Giordano Sangiorgi, patron del MEI, bellissima manifestazione ventennale che si tiene a Faenza sul mondo della musica indipendente italiana (che ho intervistato fra gli altri proprio nel mio libro, e che in pratica mi ha messo in contatto con quelli dell’organizzazione qui a Firenze) e Bruno Casini, il primo storico manager dei Litfiba, i migliori, quelli della storica prima formazione. Bruno è stato il promotore della manifestazione fiorentina e si è mostrato una persona affabilissima, disponibile, con l’entusiasmo di un ragazzino, nonostante sia da decenni che opera in questo mondo.

E domenica 4 ottobre, quindi fra 3 giorni, avrò modo di presentare il mio libro proprio al MEI di Faenza, e per me sarà un’emozione davvero particolare. Al MEI ci sono stato in molte occasioni, era per me un po’ come andare al luna park, con tutta quella musica live, quei dischi spesso introvabili (delle etichette indipendenti, la cui rassegna è in pratica interamente dedicata), quei libri, le biografie, i saggi, i gadget, le bancarelle, i convegni, i molteplici incontri, le scoperte!

E’ vero che quest’anno avevo in mano la carta giusta e così ho provato a giocarmela dal momento in cui avevo, come detto, intervistato anche il patron Sangiorgi. Poi nel libro avevo fatto intervenire anche Federico Guglielmi, uno dei massimi critici di musica rock in Italia, lo stesso che poi,con mia grandissima soddisfazione, mi aveva coinvolto come giurato per l’assegnazione del PIMI 2015, targa speciale che va consegnata nei giorni del MEI (1-4 ottobre quest’anno) al miglior disco indipendente italiano dell’anno. Insomma, c’erano i presupposti per essere inserito nel programmone degli eventi, e così è andata. E se comunque il grande Guglielmi, impegnatissimo in simultanea con altri incontri, mi ha detto che gradirebbe intervenire sul palco per dire due parole, nel momento in cui mi è stato chiesto di indicare un nome di giornalista come possibile mio interlocutore, non c’ho pensato un attimo!

Ho subito fatto il nome di Riccardo Cavrioli, uno dei miei migliori amici, con cui in 20 anni ho condiviso un numero ormai non più quantificabile di eventi, concerti, momenti da ricordare. Una persona che non solo è di diritto tra quelle che contano nella mia vita – è stato anche fra i miei testimoni di nozze 🙂 – , ma anche un grandissimo esperto di musica, con una competenza incredibile. In pratica iniziammo insieme, in una radio locale, ma un po’ di strada evidentemente l’abbiamo fatta da allora, senza perdere di vista la nostra realtà quotidiana, senza voli pindarici, ma sempre procedendo a piccoli passi.

E quindi mi emoziona sapere che, proprio noi che per tanti anni ci ritrovavamo a girare come trottole impazzite tra i padiglioni e i gli spazi del MEI ad assistere a premiazioni, presentazioni ecc, ora saremo “dall’altra parte”: lui come giornalista a intervistare me come autore! Anche per questo, comunque vada, so già che per me “sarà un successo”, e un momento che rimarrà impresso… uno di quei motivi per cui dico che vale ancora la pena scrivere e raccontare.

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Si nasce incendiari, si muore pompieri

Ormai, arrivati quasi a 36 anni, non ci si dovrebbe stupire più di niente, specie su questioni che riguardano le “ideologie”. Difatti non mi sono stupito, però prendo lo spunto per una riflessione, magari banale.

Per molti, le ideologie sono ancorate alla giovinezza, si manifestano con più enfasi e più forza, più genuino entusiasmo se vogliamo, ma altresì con tanta ingenuità, a volte – nel peggiore dei casi – la si segue solo “per moda”.

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Premetto che intendo parlare di musica e non di politica o di filosofia, conoscete quel detto che dice “si nasce incendiari e si muore pompieri”?

Beh, credo sia molto illuminante, l’ho visto coi miei occhi in tanti casi. Io stesso, lungi dall’essere mai stato in fondo un rivoluzionario, ma un sognatore, idealista quello sì, mi rendo conto che mi sono un po’ “ammorbidito” su certe questioni, non riconoscendone più la priorità rispetto ad altri aspetti dell’esistenza.

Però mi ha fatto un certo effetto ieri sera vedere Cristiano Godano, uno dei rocker italiani che maggiormente ho apprezzato e seguito negli anni, un autore a cui non stonerebbe l’appellativo di “poeta”, vista la statura di molti suoi testi, mogio mogio mentre seguiva le prove di “The voice of Italy”, neo talent show d’importazione che vede tra i giudici mattatori un Piero Pelù che ormai da tempo invece ci sguazza nella tv di consumo.

Per carità, niente di scandaloso, in fondo il cantante dei Marlene Kuntz si è limitato appunto a dare qualche suggerimento (specie sull’arrangiamento del pezzo) alle due concorrenti che di lì a poco si sarebbero sfidate su una hit di Tina Turner… insomma, non si può dire si sia “venduto” ma comunque quest’uomo non sembra lo stesso che cantava con grande enfasi e disperata e poco lucida follia “Voglio una figa blu!”. Il meccanismo del programma è piuttosto semplice, ci sono i coach che hanno le loro squadre di ragazzi (i partecipanti del programma) e hanno pure un pool di collaboratori, tra arrangiatori, pianisti e vocal coach. Ecco, avrei qualcosa da ridire anche qui, visto che Godano, come detto prima, è un grandissimo compositore, un poeta rock ma non si può certo definire un grande cantante da un punto di vista prettamente vocale.

Va beh, fine dello sfogo, dai, ogni tanto mi ci vuole… sapete, quando si invecchia, o si diventa pompieri, o si diventa brontoloni… mi sa che apparterrò di diritto alla seconda categoria!

Ritratto di un grande chitarrista rock italiano: la mia intervista a Cristiano Maramotti, che ha suonato a lungo con Piero Pelù (ma non solo)

La mia intervista con Cristiano Maramotti, uno dei migliori chitarristi rock italiani su piazza, è stata molto diversa dalle altre e pertanto preferisco descriverla, facendo parlare lui, anche se va inevitabilmente persa l’energia e la simpatia da lui sprigionata nella nostra ora di telefonata.

Cristiano, emiliano di Gualtieri, ha una pronuncia che non può certo tradire le sue origini, dalle quali peraltro non si è mai veramente staccato – a parte una felice parentesi fiorentina “città meravigliosa”, come dice Cris, negli anni passati a suonare con Piero Pelù – e un entusiasmo contagioso nel raccontarsi e tracciare una precisa parabola della sua carriera, iniziata prestissimo (a quanto pare)

“Mia mamma voleva trovare al più presto il mio vero talento e vedendomi attratto dalla musica in maniera assai spontanea, mi iscrisse a uno di quei concorsi canori per bambini: avevo 4 anni e cantavo benissimo!”, ricorda Maramotti alla mia domanda se fosse uno dei tanti “folgorati” della chitarra.

“Ho iniziato davvero presto a imparare gli accordi, andando a scuola da un maestro di Brescello. Si respirava davvero un clima da “Don Camillo e Peppone”, erano passati da poco gli anni di quei film, ti sto parlando della fine degli anni ’60, l’atmosfera era quella lì”

“Ho cercato ben presto un mio stile, nonostante avessi ancora una scarsa tecnica da ragazzino ma mi applicavo, suonavo, facevo corsi, ero curioso e interessato a ciò che proveniva da fuori. Nelle grandi città andava un certo tipo di rock, da noi in provincia le cose arrivavano più in ritardo ma se ci pensi è un po’ tutta la cultura rock in Italia ad essere “provinciale” rispetto a ciò che nasceva all’estero. Fossi andato a studiare in America avrei appreso ben prima i segreti del jazz, da professionisti veri e negli ambienti giusti. In ogni caso ho avuto dei grandi maestri anche qui, ho studiato a Parma e soprattutto suonato molto, in gruppi di cover all’inizio. E’ molto utile, indubbiamente, ma poi viene voglia di cimentarsi con la composizione, con la creazione di pezzi tuoi”

“Suonavo già la chitarra quando morì uno dei miei idoli, Jimi Hendrix, ma in quegli anni, nei ’70, emerse tutta la migliore generazione di chitarristi, da Jimmy Page a Ritchie Blackmore a tanti altri. Ascoltavo di tutto, anche i Sex Pistols che andavano tanto di moda, ma ero attratto già da giovanissimo dal jazz. Ho visto in concerto Miles Davis, Dizzy Gillespie ma anche Jaco Pastorius, in un periodo in cui anch’io con i miei gruppi provavo a fondere il rock con la fusion, seguendo l’esempio dei grandi. Un altro che mi ha segnato con il suo modo di suonare la chitarra è stato Stevie Ray Vaughan. In ogni caso, io ho sempre suonato una Stratocaster, anche se da adolescente non avevo ancora un impianto adeguato. Fu un caro amico che possedeva un impianto fortissimo a farmi provare cosa volesse dire la potenza di un’elettrica. Da lui poi scoprimmo pure i Genesis, gruppo fantastico quello nel periodo di Peter Gabriel: un rock, una musica davvero mai sentita prima di allora, una autentica rivelazione. ”

Alla mia domanda su quando avesse capito che la musica sarebbe stata la sua professione, Cristiano mi ha risposto in modo divertito: “Non c’è stato un vero momento, ho sempre suonato.  Avrò avuto 18/20 anni ma già suonavo da tanto e in zona mi conoscevano, così un giorno Cico Falzone, che all’epoca suonava con una cantante pop molto in voga, Viola Valentino, mi disse che stava per passare in un gruppo come chitarrista (senza fare allusioni ai Nomadi) e mi propose come suo sostituto. Devo dire che fu una bella esperienza, anche se ovviamente non era il genere di musica che suonavo, nè tanto meno ascoltavo. Però è stato il mio primo tour, mi pagavano bene. Se per quello non mi vergogno di dire che, all’inizio della mia carriera, ho suonato pure nel gruppo di Orietta Berti, in mezzo a bravissimi musicisti. Poi mollai per seguire strade più consone alla mia indole, ma anche lì è andata bene, pagavano benissimo! :-)”

Wow, Cristiano Maramotti chitarrista di Viola Valentino e Orietta Berti, chi l’avrebbe mai detto?

Ma torniamo al racconto, quando in realtà hai cominciato a fare sul serio in ambito rock?

“Dopo quelle esperienze, in realtà, comparivo sempre più in altri dischi, andavo a incidere. Un’esperienza forte e in un certo senso illuminante è stata quella con Danilo Fatur, che era da poco uscito dai CCCP.  Fondammo insieme i Fax, un progetto folle con Marco Bortesi e Max Pieri, Fatur non era un vero e proprio cantante, ma un animale da palcoscenico e noi musicisti creammo un tappeto sonoro pazzesco, fatto di sfuriate rock, qualcosa di assolutamente innovativo e alternativo in quei primi anni ’90. Fatur declamava slogan, urlava proprio: insomma, ci divertimmo alla grande, fu una bella esperienza ma davvero troppo forte per il mercato di allora”

Proseguivi poi i tuoi studi e le tue collaborazioni.

“Certamente, non ho avuto momenti lunghi sabbatici, suonai in un nuovo gruppo di cover: c’erano validi musicisti, il nostro batterista poi entrò a far parte del gruppo di Nek. Ho suonato nei Gang dei fratelli Severini, bellissime persone e ottimi musicisti ma francamente facevano fatica a “mantenere” un gruppo numeroso. In ogni caso, suonai con loro nella tournèe di apertura a Ligabue, c’erano pure i Negrita. Facemmo San Siro, una grande emozione!”

Si arriva all’incontro con Piero Pelù, da poco uscito dai Litfiba e all’apice di una possibile grande carriera solista, sulle orme di Vasco e Liga. La storia ha detto diversamente, visto che è alla fine tornato a collaborare con Renzulli, riformando il gruppo storico.

“Fu Franco Caforio a dirmi che Pelù cercava un chitarrista e stava provando varie soluzioni, prima del suo esordio ufficiale. Io affrontai il provino con molta tranquillità, sapendo di avere uno stile mio ormai consolidato. Tutto andò per il meglio, rincontrai pure Daniele Bagni, che già suonava con lui nei Litfiba e che io conoscevo da tempo per aver condiviso un’esperienza nel gruppo di Paolo Belli”

Si può ben dire che quello con Pelù fu il tuo momento di maggior popolarità a livello nazionale, di maggior visibilità. Oltretutto nell’ambiente c’era grande curiosità e interesse nello scoprire il nuovo braccio destro di Piero, dopo i fasti con Renzulli.

“Certamente a livello mediatico fu il mio apice, eravamo sempre in tour, in televisione, sempre con la mia chitarra a tracolla dietro. C’erano tantissime aspettative e, almeno per il primo album la cosa funzionò benissimo, c’era anzi grande alchimia tra noi musicisti. Si stava cercando di fondere il rock con elementi latini, qualcosa alla Red Hot Chili Peppers, suonavo pure una Telecaster come Frusciante. In più Piero canta indubbiamente meglio di Anthony Kiedis. Poi però le molteplici idee e l’energia che mettevamo nelle numerose e lunghe prove un po’ si perdeva in sala, con tutto il lavoro di produzione dietro che doveva rendere il prodotto più “pop” possibile. La cosa all’inizio non ci pesava ma poi con i successivi album i nodi sono venuti al pettine. Prima Terzani ha lasciato il gruppo, era uno che forse diceva un po’ “troppo” la sua nei confronti di Piero. Io partecipai anche alla stesura di alcuni brani, tra cui “Presente” e “Lentezza” ma al termine di una tournèe in una data in cui a Piero erano “girate” ci disse di suonare con chitarre acustiche “elettrificate” e l’esibizione venne male, perchè non provata prima. Un giorno in estate, lo chiamai dicendogli che non mi andava più di continuare con lui e la collaborazione finì, ad ogni modo era un po’ nell’aria che sarebbe tornato con Renzulli. Ma io non me la sarei sentita di partecipare ai nuovi Litfiba. ”

Ti rendevi conto che Piero Pelù nella fase solista era attratto dall’idea di diventare “popolare” a tutti i costi: era sempre in tv, ha fatto il duetto con Anguun, ammiccava molto al pubblico generalista

“Già, “l’amore immaginato”… Mah, non credo che Piero avesse bisogno di popolarità, era già famosissimo, tutti lo conoscevano. Forse era anche un po’ “spinto” in certe direzioni. In ogni caso è stato un buon periodo, ricco di soddisfazioni. Facemmo dei grandi e affollati tour, suonai al Live Aid, ebbi modo di conoscere artisti come Santana! Fu inebriante in un certo senso, poi però abbandonai il progetto  e poi rientrai in pista con Graziano Romani, un artista davvero poliedrico, originale. Suonai anche con un gruppo di famosi chitarristi, tra cui Solieri, Max Cottafavi ma il progetto era un po’ estemporaneo, non aveva tanto senso. Ne ho approfittato per tornare a “studiare” la mia amata musica jazz”

“Cosa è cambiato di più in questi anni nel modo di fare musica. E’ più facile o più complicato per i giovani gruppi di oggi emergere a certi livelli?”

“Credo che sia migliorato, e di molto, l’aspetto “tecnico”, le sale di incisioni, le produzioni. Si “produce” letteralmente un fenomeno, si punta sempre più al “pop”, ma quella non è vera musica, è immagine, business puro e certa musica non è fatta solo di business e mercato, ci vogliono cuore, passione”

Quella che sembra proprio non mancare a un “vecchio” ragazzo come Cristiano Maramotti che, poco prima di salutarmi calorosamente, ha anche il tempo di dirmi che si troverà a suonare con un gruppo di validi musicisti tra cui Cottafavi e il chitarrista dei Mamamicarburo (ottima band alternativa degli anni’90), e un giovane asso della chitarra, emulo del grande Jimi Hendrix, Moris Pradella.

ATTENDIAMO PRESTO NOVITA’ SUCCULENTI CHE CERTAMENTE ARRIVERANNO, VISTA TUTTA L’ENERGIA, LA PASSIONE E LA DETERMINAZIONE CHE HANNO SEMPRE CONTRADDISTINTO SIN QUI LA CARRIERA DI CRISTIANO MARAMOTTI

(qui sotto un video di Piero con Cristiano alla chitarra durante il Concertone del 1°Maggio 2003)