Recensione del primo libro di Carlo Calabrò: “Sanremo all’inferno e ritorno”. Un interessante e ottimamente documentato viaggio nel tempo alla scoperta delle edizioni più contraddittorie della storia del Festival

Da molto tempo (purtroppo) non scrivevo su questo blog: d’altronde avevo previsto nei mesi scorsi un’impennata dei miei impegni, lavorativi e non, con il timore rivelato poi fondato che mi rimanessero briciole per tenere vivo questo mio spazio virtuale, che con soddisfazione riesce comunque a mantenere interesse nei lettori, almeno da quello che vedo in merito a statistiche su visualizzazioni e quant’altro.

L’occasione di oggi è ghiotta, perchè andrò a parlarvi di un libro che ho amato molto, trovandolo di grande interesse e utilità, essendo un saggio musicale; oltretutto l’ha scritto una persona che stimo e che negli anni ho avuto modo di conoscere meglio, tanto che nel suo caso, visto quanto anche ci confrontiamo pure su temi personali, non ho remore a definire “amico”: Carlo Calabrò, giornalista genovese.

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Carlo si è cimentato, anche dopo implicite o meno sollecitazioni da parte di persone che ben erano al corrente delle sue competenze in materia, in un excursus su quella che si può definire – come lui stesso ha ben sintetizzato – la fase più “oscura” del Festival di Sanremo, andando a ripercorrere nel dettaglio, non lesinando in informazioni e aneddoti riguardanti battaglie organizzative, comunali e liste di esclusi eccellenti, le edizioni che stavano quasi a sancire la fine di un lungo sogno: lo spettro della chiusura dell’intera manifestazione.

Stiamo parlando, come gli affezionati della rassegna musicale più famosa avranno facilmente capito, di quelle edizioni sanremesi che vanno dal 1973 al 1986, inserendo in questo spazio, come ci dice un azzeccato sottotitolo: “Gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio”. Sì, perchè negli anni ’80, grazie soprattutto all’impegno e alla dedizione alla causa del compianto Gianni Ravera, il Festival pian piano tornerà a occupare posizioni di prestigio nell’esposizione mediatica nazionale, ridotta nei ’70 a un lumicino, con intere edizioni trasmesse a singhiozzo. Già primo un altro indimenticato autore e conduttore, Vittorio Salvetti, seppe tenere in vita la gara, pur non contando su grossi aiuti dall’esterno.

Il libro, pubblicato per il momento nella sola versione ebook ha un titolo programmatico: “Sanremo all’inferno e ritorno” , capace di accompagnarci quindi in un lungo viaggio, facendoci addentrare nei meccanismi, nei giochi di potere di quell’epoca, ma soprattutto di riconsegnarci alla memoria tanti artisti che si sono avvicendati in quegli anni, con alterne fortune.  Alcuni di loro sono stati in grado di segnare un’epoca, altri di “tirare la carretta” (e a questi l’autore sembra voler tributare un omaggio sentito, rimarcando più volte la loro importanza ai fini della sopravvivenza di Sanremo in periodi in cui vi era una sorta di “fuggi fuggi” o di ritrosia da parte dei nomi più gettonati), altri infine finiti nel dimenticatoio.

Insomma, un libro prezioso per molti appassionati di musica italiana, ma non solo: interessante anche per coloro che vogliano approfondire un argomento, sì musicale, ma che si intreccia necessariamente con fatti dell’epoca, divenendo quindi “di costume”.

Una nota a margine, di carattere prettamente “tecnico”: per pubblicare questo saggio, Calabrò ha usufruito di una piattaforma di self publishing – nella fattispecie Youcanprint, dal mio punto di vista la migliore – , forse volendo mantenere un profilo basso (che però non è andato assolutamente, come scritto, a scapito della qualità dell’Opera).

Beh, è innegabile vi siano talvolta dei pregiudizi nei confronti di un libro autopubblicato (anche giustificati in alcuni casi, visto che tali servizi rendono possibile ogni sorta di produzione letteraria, senza che vi sia la mediazione di un “vero” editore), ma nel caso del saggio in questione, non ho riscontrato imperfezioni formali, di scrittura, nè (a memoria) quei refusi nei quali possono incappare anche i grossi marchi editoriali. Quindi, davvero… bravo Carlo, con la consapevolezza che un libro simile avrebbe potuto trovare tranquillamente, pur al cospetto di una conclamata crisi nel settore, uno sbocco editoriale tradizionale.

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Reportage di “Revolution ’90” in quel di Legnago, alla libreria Mondadori di Ferrarin

Non avevo ancora avuto modo di scrivere qualcosa anche sulla presentazione del mio libro “Revolution ’90”, svoltasi a Legnago, dalle mie parti nel veronese, il 29 novembre, due settimane dopo quella tenuta a Verona alla libreria Feltrinelli.

Mentre in città si era trattata della prima volta, a Legnago, presso la libreria Mondadori di Ferrarin, dove ci lavorano i grandi Antonio e Zeudi, facevo capolino per la terza volta, dopo le buone esperienze legati ai miei due libri precedenti: “Verrà il tempo per noi” e “Pinguini di carta”. Giocavo in casa, in un certo senso, ma ciò non toglie che l’emozione e le aspettative non fossero comunque tante, più che altro legate al fatto che mai avevo presentato il libro in occasioni così ravvicinate.

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Invece tutto è andato in scioltezza, gente ne è accorsa parecchia, alcune persone proprio non le avevo mai viste e sono venute incuriosite dal tema del libro, un saggio sulla musica italiana degli anni ’90, altre le conoscevo solo virtualmente e quindi è stata un’ottima possibilità di incontrarci dal vivo e scambiare due chiacchiere. Poi tanti amici e parenti, conoscenti, gente che non vedevo da anni e che ha fatto in modo di partecipare anche per un saluto. Subito io e Riccardo che, al solito mi presentava (era già successo in due precedenti circostanze e d’altronde quando si parla di musica, perchè non approfittare del fatto che uno dei tuoi più cari amici è pure un valente giornalista musicale?), siamo entrati in sintonia, abbiamo parlato di molti argomenti legati al libro e con esso sono emersi curiosi aneddoti, ricordi legati a quel periodo che nel saggio vado a trattare. Il dalse, che ha pure contribuito alla stesura scrivendo un ricco paragrafo, ha ripreso live l’evento per yastaradio, spazio musicale sul web dove collaboro anch’io.

io e la mia splendida Mary

io e la mia splendida Mary

Insomma, mi ha fatto piacere come sempre parlare di ciò che mi sta a cuore, lo scenario era ottimo e alla fine è stato bellissimo salutare tutta quella gente.

Con l’anno nuovo sono in attesa di rimpinguare il numero delle segnalazioni e delle recensioni del libro, visto che molte testate musicali e siti di settore me l’hanno chiesto in lettura. Incrocio le dita, io c’ho messo l’anima in questo lavoro! Sinora sono molto felice dei riscontri, tanta gente mi dice che il libro gli ha fatto tornare in mente un decennio felice, bello, non solo a livello musicale, e molti hanno riscoperto dei dischi di cui ho parlato e che ho voluto recuperare perchè a mio avviso meritevoli di non cadere nell’oblio. Spero proprio di essere riuscito in questa missione… e comunque la mia opera sulla musica italiana degli anni ’90 non è ancora terminata, perchè è in arrivo un altro mio libro sul tema: “Rock ‘n Words”.  Rimanete sintonizzati, a presto!

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Splendida data veronese dei Marlene Kuntz per il tour celebrativo di “Catartica” e la presentazione di “Pansonica”

Ieri sera, assieme a un nutrito gruppo di amici di vecchia data, ho assistito alla data veronese del tour celebrativo dei Marlene Kuntz. Celebrativo perché si festeggiavano i 20 anni dal loro esordio discografico ufficiale, contrassegnato dall’epocale “Catartica”, qui omaggiato appieno, e rivisitato in ogni sua traccia. Quest’anno hanno dato alle stampe un nuovo album molto distante dalle loro recenti aperture alla musica d’autore italiana, tornando indietro nel tempo. Infatti “Pansonica” poco o nulla ha a che spartire con gli album della “svolta” del gruppo di Cuneo, risalendo nei suoi brani proprio alla genesi di “Catartica”. Non scarti dell’epoca – sarebbe ingeneroso affermarlo – ma piuttosto delle b-sides nello spirito. Già su disco avevano dimostrato in qualche modo di competere con le “elette”, quelle tracce immortalate poi nel primo fortunato album, ma a maggior ragione, eseguite dal vivo, nel contesto di un recupero delle atmosfere primordiali della band, si sono caratterizzate per la medesima intensità, per il notevole impatto e, non secondario, per la potenza delle parole. Mi ha sempre colpito del gruppo di Godano la capacità di “fare rumore”, senza disdegnare testi che spesse volte assomigliavano a veri testamenti intrisi di poesia. Così è stato ieri, con il pubblico – assai numeroso e partecipe –  avvolto in una rassicurante viaggio a ritroso nel tempo, nel pieno degli anni ’90, con unica concessione nel finale a quella “Musa”, inserita nell’insolito (per il loro repertorio) “Uno”. Da tempo, da una decina d’anni, forse di più, i Marlene Kuntz stanno battendo strade nuove, senza perdere comunque la loro attitudine e il loro spirito. Puntualizzato questo aspetto, è innegabile come, a risentirle tutte assieme, una dietro l’altra (e inframmezzate dai pezzi di “Pansonica” che, come detto, si legano ad esse come un continuum temporale), le canzoni di “Catartica” non abbiano smarrito un grammo del loro fascino e della loro carica. E poi, loro, i “ragazzi”: davvero a loro agio sul palco, a riappropriarsi della loro storia, più che a autocelebrarsi. Un’operazione che, lungi dall’essere meramente commerciale, o inserita in un momento storico di “stanchezza creativa”, mi ha convinto del tutto, specie dopo aver visto la piena sintonia tra band e affezionati sostenitori. Un tributo doveroso, con la consapevolezza di aver indicato all’epoca una strada credibile e autorevole, proiettata verso la piena affermazione di un certo tipo di rock alternativo che potesse avere una sua valenza anche in un territorio piuttosto ostico come il panorama musicale italiano.

Menzione speciale per le celebri cavalcate “Festa Mesta” e “Sonica” (probabilmente le più attese del pubblico, che si è scatenato letteralmente al loro incedere) e per il manifesto “Nuotando nell’aria”, prototipo valido per chiunque volesse cimentarsi nello scrivere una vera ballata rock con tutti i crismi, una delle perle più splendenti dell’intera produzione italiana degli anni ’90 (e non solo!). E poi ho trovato impeccabile la versione di “Trasudamerica”(per inciso, da sempre, una delle mie preferite del gruppo piemontese) e assolutamente trascinante, nella sua imperiosa melodia, “Canzone di domani”. Forse la sola “Lieve” (che adoro, specie nella loro primigenia versione, più che in quella passata alla storia grazie ai padrini C.S.I.) mi è parsa leggermente sottotono, ma questo è solo un punto di vista condiviso al più con il mio amico Riccardo, anche lui per il resto assolutamente soddisfatto dello spettacolo a cui abbiamo assistito. Tra le canzoni di “Pansonica” già su disco mi avevano colpito in particolare “Parti” e “Capello lungo”, e dopo averle sentite dal vivo, confermo la mia idea che non avrebbero assolutamente sfigurato in “Catartica”. Già, quella “Capello lungo” che ebbi modo di ascoltare molto tempo prima dell’inclusione in “Pansonica”, perché ne esiste una versione “lo-fi” su you tube, tratto da uno dei primi demo dei Marlene, quando ancora alla voce vi era Alex Astegiano, ora affermato fotografo e al seguito del gruppo, di cui è rimasto in strettissimi rapporti. Dopo il concerto, nonostante ci fosse davvero un sacco di gente accorsa per vederli, anch’io sono riuscito a scambiare piacevolmente due parole con il leader Cristiano Godano, autentica icona del rock italiano, che anche a vederlo in abiti “normali”, non in scena diciamo così, emana ugualmente fascino e carisma. Gli ho fatto i miei più sinceri complimenti e ho avuto anche modo di dirgli che ho omaggiato lui e il suo gruppo nel mio recente saggio “Revolution ‘90”, incentrato proprio sulla musica italiana degli anni’90. Lui mi ha salutato, a sua volta, con un sincero ’”in bocca al lupo” per il libro e la cosa mi ha fatto molto piacere; d’altronde non ho remore a definire i Marlene Kuntz come uno tra i 3 gruppi che maggiormente hanno segnato il mio immaginario dell’epoca (ma non credo di sbagliarmi se dico che la cosa ha riguardato la stragrande maggioranza del pubblico giunto ieri a Verona). Peccato non essere riuscito a salutare Alex che tempo fa mi rilasciò un’interessante intervista, già pubblicata nel mio blog e che includerò pure in un mio libro di prossima uscita: “Rock ‘n Words”. Mi auguro comunque ci saranno altre occasioni, perché questo tour vale davvero il prezzo del biglietto e non è detto che non mi conceda un’altra data qui nelle vicinanze.

Revolution ’90: primi feedback e una grossa novità per coloro che purtroppo ho dovuto escludere dalla mia lista

E’ uscito da poco il mio terzo libro, “Revolution ‘90”, in cui ho voluto omaggiare uno specifico periodo considerato da me assai florido per le sorti della musica italiana. Con soddisfazione il mio editore lo sta promuovendo a dovere, tanto che dovrebbero uscire recensioni sui principali siti di settore e su quelle stesse riviste musicali con cui sono cresciuto, alimentando la mia grande passione. Le prime segnalazioni in rete stanno uscendo, qualche intervista che mi hanno già inviato diversi portali (e che ringrazio sentitamente per l’interesse, la disponibilità e l’opportunità concessa), soprattutto mi stanno giungendo i primi feedback da parte di persone assai competenti in materia, che si sommeranno ovviamente alle recensioni “di peso” cui ho accennato sopra.

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Confrontandomi con la maggior parte dei miei contatti virtuali, moltissimi di loro ferrati in materia, mi hanno scritto ringraziandomi per aver magari ripescato un disco o un gruppo a loro cari, altri mi hanno “bastonato” gentilmente per alcune omissioni, o meglio, per alcune forzate rinunce perché verosimilmente da solo non potevo, pur possedendo tantissimo materiale e aver consumato centinaia e centinaia di dischi, inserire le schede di TUTTI i gruppi emersi in quel periodo. Ho compiuto una scelta, come specificato all’inizio del libro, spiegando i miei criteri di inclusione nel volume, basandomi non esclusivamente su gusti personali o sull’emozione del momento, ma facendo un lavoro di recupero dell’epoca, inserendo artisti che mi hanno rimandato a un’epoca assai formativa per me. So che ci sarebbero stati i requisiti per pubblicare un libro tutto dedicato alla miriade di gruppi di area “indie”, che ho amato alla follia e che ancora ascolto volentieri ma alla fine ho scelto di scrivere anche di artisti “mainstream”, alcuni commercialissimi – me ne rendo conto – perché in un modo diverso hanno segnato anch’essi un decennio, se non altro a livello di forte impatto sul grande pubblico e di esposizione. Tuttavia, proprio per ovviare al fatto che ho dovuto sacrificare alcuni nomi di artisti alternativi che meritavano per la qualità della loro proposta di essere anch’essi inseriti nella mia raccolta, ho deciso che settimanalmente su questo mio blog dedicherò un post, una scheda a un gruppo (o artista). Non vi svelerò i nomi, ma sono certo che per gli amanti del genere, ci saranno molte gradite sorprese. Rimanete sintonizzati!

Esce oggi nelle librerie il mio terzo libro: “Revolution ’90”, edizioni Nulla die. Vai a suon di musica italiana anni 90

Era da tempo che tra le righe ne scrivevo ma ora finalmente è ufficiale l’uscita nelle librerie (fisiche e negli store on line) della mia terza fatica letteraria: “Revolution ‘90”. Sempre grazie ai gentili signori della casa editrice “Nulla die”, il giovanissimo Massimiliano e il padre Salvatore, direttore editoriale, sono giunto a questo traguardo, dopo un anno di lavoro.

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Un lavoro che si è protratto molto più a lungo rispetto ai miei precedenti libri, sia per la tipologia dell’opera, un saggio, sia per dei sopraggiunti problemi di salute che mi hanno tenuto letteralmente bloccato a lungo per quasi tutto il 2013 (inutile rivangare la storia, ormai è fortunatamente acqua passata e chi mi legge qui sa già a cosa mi riferisco). Ma ora, come detto, questo libro lo posso orgogliosamente presentare ai miei più fedeli lettori, come fosse una parte nascosta di me. Direte voi: “ma come, se si tratta di saggistica?”. In effetti, non avete tutti i torti, è un saggio vero, musicale per l’esattezza, ma proprio attraverso la descrizione di quei dischi, quelle canzoni, quegli artisti, che hanno segnato il periodo preso in esame (il decennio dei ’90) si dipana la mia storia, la mia crescita professionale e personale. Attraverso dolci ricordi, risate, anche eventi tristi, tutta la vasta gamma di emozioni che solo la musica riesce a regalare in ogni momento, segnandolo in modo indelebile nella nostra memoria. Ecco così che accanto a una parte propriamente tecnica, con più di 100 schede dedicate a quelli che soggettivamente ho ritenuto essere stati i dischi italiani più significativi, ve n’è un’altra fatta invece di piccoli racconti, storie che si intrecciano magicamente con quei dischi. Infine ho voluto, senza pretese scientifiche o accademiche (non ne avrei proprio le capacità) scrivere degli approfondimenti su alcuni aspetti caratterizzanti quella storica decade. Quindi, indicando alcuni avvenimenti sociali fondamentali, come l’avvento di Internet e la diffusione sempre più massiccia e in un certo senso invasiva della tecnologia, oppure la cadute della prima repubblica e la progressiva perdita di valori, dopo le prime illusioni, ma anche argomenti più frivoli legati al costume dell’epoca, le mode ecc. Non ho voluto farlo in modo pretenzioso ma solo chiudendo gli occhi e ributtandomi a capofitto in quegli anni, cruciali per me, visto che, essendo del ’77, aprivo il decennio con il primo anno di Liceo e lo chiudevo in prossimità della Laurea in Lettere e Filosofia che sarebbe arrivata a inizio del 2002. Insomma, dentro ci sta davvero tutto il corollario di tematiche che segnano il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. All’origine dello slittamento dell’uscita c’è pure una scelta editoriale, da me condivisa lungo il percorso, di dividere il volume originario in due parti. Quindi, la prima è confluita in “Revolution ’90”, la seconda invece è tuttora in fase di stesura e riguarda l’inserimento di tantissime testimonianze dirette da parte di artisti, musicisti, giornalisti, discografici, addetti ai lavori, organizzatori di eventi che nel corso dell’anno ho raccolto e assemblato (e che ancora sto finendo di fare, ma confido nei ritardatari, perchè ci terrei a fare uscire questo volume gemello, dal titolo provvisorio “Rock’n Words” entro il 2014).

Ultima nota ma se acquistate il libro avrete modo di leggerli con calma… mai come in questa occasione, ho sentito l’esigenza di ringraziare tanta gente, la stessa che mi è stata a lungo vicina durante le fasi di stesura del libro, finchè ero ricoverato in ospedale. La mia famiglia in primis, la Mary, quella che sarebbe diventata di lì a poco mia moglie e le tantissime persone che mi hanno contattato in quei mesi, non facendomi mai sentire solo. Un ringraziamento anche all’amico Riccardo Cavrioli, giornalista della storica testata musicale Rockerilla (ma anche… uno dei miei testimoni di nozze!) che mi ha scritto una bellissima prefazione; grazie anche a Dalse, il direttore della webradio per cui da anni collaboro (yastaradio) che ha partecipato al libro, scrivendo un capitolo bellissimo, uno sguardo su ciò che in contemporanea in quegli anni accadeva nel mondo in ambiti musicali. E poi grazie a mio fratello Jonathan per la copertina che reputo bellissima (ha reso ottimamente una mia idea) e a Claudia Branzan che ha dipinto il soggetto. Basta così, il resto lo troverete tra le pagine del libro.

Buona lettura, sperando siate in molti incuriositi a leggermi. Un abbraccio forte a tutti voi.

C’è voglia di Britpop! 1994-2014: il movimento compie 20 anni

Il 2014 è anno di ricorrenze in ambito musicale. Molto si è scritto riguardo l’anniversario della morte di Kurt Cobain, leader degli indimenticabili Nirvana, e d’altronde il peso specifico che quel gruppo, ma direi più nello specifico proprio il suo biondo e tormentato leader, hanno rappresentato per tutto il movimento grunge è stato davvero notevole, se non decisivo.

Per molti addetti ai lavori quel genere musicale, così ibrido tra istanze ribelli, punk e rivoluzionarie, rappresentativo di un reale malessere dei suoi massimi interpreti, e suoni talvolta impregnati di quell’hard rock un po’ classico, fu davvero l’ultimo serio vagito “generazionale”, prima dell’ingresso nella “neo-modernità” fatta di tanta tecnologia, internet, social, talent e chi più ne ha, più ne metta.

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Eppure, coevo seppur distante da esso anni luce, e nato anzi in un primo momento quasi come contraltare, come urgente risposta artistica, 20 anni fa, veniva sancito anche il momento di apice di un altro movimento musicale, altrettanto di impatto sull’epoca e come il grunge, tirando le fila, abbastanza effimero: il cosiddetto “britpop”, di matrice assolutamente inglese, come segnala già il nome.

Britpop che in sè non significava nulla, perchè includeva la radice “brit” e “pop”, il chè poteva significare che inclusi finissero gruppi anche distanti anni luce fra loro, accomunati però, almeno nel periodo di massimo fulgore, tra il ’94 e il ’97 (ebbene sì, direi che il boom del movimento si può incasellare in quel triennio) da un sentire profondo comune, anche da un’estetica di fondo se vogliamo (pur con tutti i distinguo del caso), ma soprattutto dalla voglia, dal desiderio di riappropriarsi delle proprie caratteristiche, dei propri valori, dei costumi che sembravano essere stati brutalmente spazzati via dall’ondata dei gruppi americani.

Lo esemplifica perfettamente questo pensiero, ergendolo a filosofia, il leader dei Blur Damon Albarn in tante interviste dell’epoca e lo ribadisce a gran voce pure nella biografia ufficiale del gruppo “3862 giorni”. D’altronde proprio Albarn, di recente tornato con un interessante progetto a suo nome dai toni malinconici e minimali, era a capo della band più in voga al periodo, e poteva ben fare da portavoce a tante band, essendo passato da diverse fasi prima di giungere al meritato e straripante successo col best seller “Parklife”, uscito nel 1994.

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Ed è divenuto quasi spontaneamente pure quell’imperdibile disco il simbolo stesso del periodo di massimo fulgore del movimento, tanto che all’unanimità si festeggia il ventennale del Britpop, facendo riferimento all’esplosione in classifica del disco in questione, dopo che i Blur nelle precedenti uscite si erano solo timidamente fatti conoscere, ma apparendo meno credibili in ambito “baggy” ai tempi del loro esordio “Leisure” rispetto a band simbolo di “Madchester” come Stone Roses, Charlatans o Happy Mondays, o al contrario troppo in anticipo sui tempi nel ’92 quando partorirono “Modern life is rubbish”, in un momento in cui il britpop appunto non era ancora in auge e imperava la brevissima stagione dello shoegazing caro a band come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride.

Nel ’94 invece i semi erano stati gettati, non solo abbondantemente dagli stessi Blur, ma seppur con modalità diverse e con musiche che partivano da altri modelli, anche da gruppi attivi come Suede, Pulp, Auteurs, Manic Street Preachers, persino i Radiohead che col primo disco in realtà fecero proseliti soprattutto in Usa grazie a un inno che paradossalmente spruzzava più di morente grunge che non di frizzante britpop: “Creep”.

Inoltre, esattamente 20 anni fa, gli Oasis che avevano debuttato un anno prima con “Definitely Maybe”, raccolsero i frutti, decollando in classifica e piazzando una serie interminabile di hit nelle charts indie e non solo, spianando la strada a quella rivalità che i media inglesi (su tutti Melody Maker e New Musical Express) fecero poi deflagrare nella “battle of the bands” dell’anno successivo quando l’attesa per l’uscita dei due nuovi singoli anticipatori dei rispettivi album di Blur e Oasis, si fece davvero spasmodica. Sulla scia di un’esposizione clamorosa e di un successo certificato in milioni di copie, con successi mietuti in Europa, le due band fecero da volano a tantissimi altri gruppi che si muovevano su territori filologici molto simili, più che su territori puramente musicali. Gruppi di giovanissimi come Supergrass o Menswe@r fecero il botto in classifica, ma se i primi seppero crescere di album in album, evolvendosi e abbandonando quelle sonorità allegre, super pop, “beatlesiane” della prim’ora fino a diventare una indie rock band con tutti i crismi, i secondi, guidati dall’enigmatico Jonny Dean, non durarono che il tempo dell’esordio “Nuisance”, visto che già la replica, “Hay Tiempo”, è ormai da tempo roba per collezionisti, essendo stato distribuito prevalentemente in Giappone, dove la band aveva un seguito enorme. E che dire di band quali Bluetones che piazzarono ai piani alti almeno due singoli destinati a divenire classici del genere quali “Bluetonic” e “Slight return”? Guidati da una coppia di fratelli, sembrava sin troppo evidente il rimando ai Gallagher. Anche Ocean Colour Scene (per un biennio addirittura superiori in patria sul piano delle vendite agli Oasis), Cast, guidati dall’ex bassista dei mai dimenticati La’s, gli Sleeper e gli Elastica, guidati da due “sex symbol” del movimento, i Verve che esplosero proprio in quel periodo dopo essersi sciolti anni prima, gli Ash, i Marion, i Mansun, i Kula Shaker, persino i Placebo a inizio carriera, gli Shed Seven e i Gene, tanto per citare gruppi tanto diversi gli uni dagli altri, per alcuni anni divennero delle vere star del movimento. Queste band entrarono nel cuore di migliaia di fans, non solo in Inghilterra, ma creando solide basi di sostenitori fedeli nel tempo anche nel resto d’Europa, come ho avuto modo di verificare in occasione di stupende reunion (quella dei già citati Shed Seven, ma anche di gruppi molto meno celebri come Northern Uproar, Geneva o i più primordiali Adorable, già inseriti nel filone “shoegazer”). Se i nomi poi si ampliano come fama e impatto, è inevitabile che anche nei rispettivi concerti di reunion, il numero dei presenti e le dimensioni dell’evento siano più rilevanti: è stato il caso dei fortunati concerti di Pulp, Suede e appunto Blur, chiudendo il cerchio del discorso. A questo punto mancherebbero all’appello gli Oasis che sul piano dei numeri furono certamente il massimo mai raggiunto per un gruppo inglese dai tempi di Beatles e Rolling Stones. Mai come nel loro caso sarebbe una manna dal cielo, considerando il basso profilo intrapreso dai Beady Eye dell’inquieto Liam con alcuni ultimi sodali degli Oasis e il progetto solista di Noel che, seppur non deludente, non ha aggiunto nulla di memorabile al catalogo di canzoni messe a reperto dal brillante autore di Manchester.

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Insomma, nell’aria c’è voglia di Britpop, di recuperare e di mettere ordine all’interno di un periodo che, seppur  breve, dicevamo, ha comunque segnato inesorabilmente i cuori e gli animi di molti appassionati, fermo restando che la musica inglese non si è mai fermata dal produrre band e artisti assolutamente di rilievo anche negli anni a venire (basti pensare che sul finire del decennio e inizio duemila arrivarono Coldplay, Muse, Keane, Kaiser Chiefs, anche se i tempi erano inevitabilmente mutati e così pure le “mode” e il significato originario che stava alla base dell’irruenza e dell’ascesa del britpop).

E sono felice di anticipare che tra i miei vari progetti editoriali ci sarà pure quello di un volume enciclopedico sulla storia del britpop anni ’90, con la raccolta più completa possibile di tutti i gruppi, famosi e meno, seminali o di nicchia, che hanno contributo a rendere unico quel periodo della storia della musica inglese e non solo, con schede singole e tutte le discografie. Sarà un progetto in cui avrò il piacere di coinvolgere un mio carissimo amico giornalista, uno dei massimi esperti in materia (lo scrivo senza timore di smentita), attuale collaboratore tra gli altri della storica rivista Rockerilla, che in quel periodo dedicò tantissimo spazio alle band che prenderò in esame. Sarà stupendo scrivere un libro a quattro mani con colui che da 20 anni – guarda caso – è anche uno dei miei migliori amici (chiudendo con una nota altamente autobiografica, posso dire che sarà persino uno dei miei testimoni di nozze!). Ne riparlerò a tempo debito ovviamente, ma l’idea è più che concreta!

 

Recensione di “Inside Out”, splendida autobiografia dei PINK FLOYD ad opera del batterista Nick Mason

Ho terminato da pochi giorni una splendida lettura, di quelle che catturano e  ti inducono a proseguire, tanto veloce e ispirata è il susseguirsi della vicenda. E che vicenda, verrebbe da dire! Visto che l’autore del libro in questione ne è anche protagonista in prima persona. Nick Mason, batterista storico degli immensi Pink Floyd ci consegna quella che giustamente viene definita nel titolo dell’opera, la vera autobiografia del gruppo inglese, solcando 45 anni e più di narrazione, e svelando doti inedite di scrittore arguto, baciato da un autentico humour inglese, da quella forma di ironia, spesso anche nei confronti di sè stesso che fanno tanto assomigliare questo “testamento artistico” a qualcosa di assolutamente lontano dall’autocelebrazione.

Nick Mason in posa col suo libro, la cui bellissima copertina è opera dello storico collaboratore dei Pink Floyd, Storm Thorgerson

Nick Mason in posa col suo libro, la cui bellissima copertina è opera dello storico collaboratore dei Pink Floyd, Storm Thorgerson

Non solo trionfi e onori, quindi, anzi, Mason è bravo nel tratteggiare e nello scandagliare i momenti più bui e difficili della lunga carriera della band, costellata invero pure di controversie, a partire dall’allontanamento e dalla malattia del primo vero leader del gruppo, Syd Barrett, fino alla consacrazione mondiale con alla guida l’altro leader, il carismatico e più sanguigno e politico Roger Waters, fino all’ultima fase con il nome garantito da lui stesso e dall’ultima mente creativa rimasta, David Gilmour.

Una grande storia, che è pure quella di un’amicizia vera, nata sui banchi di scuola, quella di Mason con lo stesso Waters e con Rick Wright, finalmente innalzato dal batterista per i suoi indubbi meriti, poco riconosciuti da certa critica, solitamente abili nell’assegnare a Barrett, Waters e Gilmour  le doti che hanno fatto diventare i Floyd un monumento musicale capace di travalicare i decenni sull’onda di successi ripetuti. Wright però, come appunto ci ricorda Mason, è stato altresì fondamentale nella stesura e nella composizione di alcuni splendidi brani storici, basti pensare a canzoni come “Us and them” o la celebre e commovente “The great gig in the Sky”, vero gioiello di un’intera produzione. Mi è piaciuto pure il fatto che l’autore abbia voluto rimarcare pure l’importanza fondamentale dei contributi dei molti, moltissimi collaboratori (la “crew” più volte nominata nel volume) che nei decenni si sono avvicendati a fianco del gruppo; alcuni poi come lo storico produttore Steve ‘O Rourke in pratica con loro fin dagli inizi, dopo l’abbandono da parte di Jenner e King, rimasti invece al fianco di Syd Barrett.

E poi, diciamocelo, Nick Mason è sempre stato quello più in ombra della band, un “semplice” batterista, o un marinaio semplice come splendidamente fa riferimento nel finale del libro, quando ormai è giunto ai commoventi saluti finali.

Un’opera esaustiva, completa, pur arrivando con un poscritto aggiornato al 2005 (e quindi di poco precedente alle morti di Barrett e Wright) ma contenente già la reunion al Live 8, un evento che sembrava precludere un qualcosa di più di una riappacificazione sul palco, che pur sembrava assai improbabile a un certo punto. Il fatto che anche di recente Waters e Gilmour abbiano diviso un palco, partecipando a rispettivi concerti sembra la giusta testimonianza che, come spesso accade, il tempo riesce a far sotterrare anche le più robuste asce di guerra.

Un libro assolutamente da leggere, corredato tra l’altro da foto davvero splendide, inedite, storiche. Bravo Mason! 🙂