A cosa servono realmente i vivai italiani, se in campo giocano sempre più stranieri?

Ieri avevo scritto una breve nota su facebook ma che aveva suscitato reazioni e creato una sana discussione. Notavo che tra Roma e Fiorentina, secondo anticipo del campionato di serie A, in campo su 22 giocatori solo 4 erano italiani (e tutti nella squadra capitolina). Ne nasceva una riflessione a caldo, un interrogativo subito da me posto, cioè se sia normale e credibile, al di là dei discorsi di facciata, scrivere, parlare, auspicare ancora un rinnovamento del calcio italiano che parta dalla valorizzazione dei vivai, cosa in teoria scontata e naturale in qualsiasi campionato professionistico, fosse anche il più quotato e il più ricco. Perché quello è il senso di coltivare un settore giovanile: vedere poi raccolti i frutti, che significa nella fattispecie che in prima squadra vadano a finire di volta in volta i più meritevoli. Ma da noi, rare eccezioni a parte (almeno l’anno scorso sono emersi a buon livello sin da subito il polivalente difensore della Roma Romagnoli, classe ’95, già esordiente un anno prima, e il portiere dell’Udinese, migliore nel suo ruolo al Mondiale Under 17, Scuffett). Poco, davvero troppo poco, quasi nulla, questo è il quadro desolante, preludio a un’angosciante spedizione azzurra ai Mondiali. Qualcosa bolle in pentola? Direi proprio di no, a parte gli inutili proclami che da più parti negli ultimi anni, ci siamo quasi stancati di ascoltare. Parole al vento, eppure giustissime, quelle di tanti addetti ai lavori (memorabile l’invettiva di Fabio Caressa contro l’inutilizzo dei giovani e lo scarso coraggio dei nostri tecnici nel lanciarli). Da appassionato di calcio giovanile, e da giornalista che ne segue i campionati a vari livelli, oltre che le competizioni internazionali, mi rifiuto di credere si tratti di una questione di mera qualità tecnica media che scarseggia nei nostri calciatori. Eppure qualcosa deve esserci, qualche intoppo nella crescita, mancanza di personalità, timore nelle giocate, perché magari al primo errore l’allenatore ti castiga rispedendoti in Primavera. Faccio esempi concreti, non riferendomi a qualcuno in particolare….

Lorenzo Tassi, talento precoce dell'Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Lorenzo Tassi, talento precoce dell’Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Però quante volte negli anni, spesso proprio dalle pagine virtuali di questo blog, mi è piaciuto segnalare questo o quel giocatore. E non erano nomi buttati a caso, ma gente che spesso e volentieri facevano la differenza nei loro rispettivi campionati. Va beh, un nome lo butto: Lorenzo Tassi, classe ’95, quindi appena maggiorenne, eppure esordiente nel Brescia a poco più di 15 anni prima di passare, con soldi tonanti, all’Inter. Paragoni ingombranti a parte, paura di bruciarlo, eccessiva tutela, inserimento graduale come giusto che sia.. fatto sta che in prima squadra nei restanti 3 anni e mezzo successivi non si è mai visto, fino all’approdo quest’anno nella società satellite del Prato, lega Pro unica. Chiaro, deve dimostrare sul campo il suo valore, i crediti accumulati nelle giovanili sono terminati ma… una gavetta così lunga implica che difficilmente arriverà in tempi brevi in serie A, se ci arriverà, perché le mie statistiche al riguardo sono impietose. Diventi più facilmente un giocatore “di categoria”,  a meno che non sia palese che tu in campo faccia la differenza a quei livelli. Ma qui spesso ci si scontra pure con le logiche di classifica, di punteggi in campionato, e quindi l’allenatore di una squadra che voglia puntare alla promozione spesso si affida su nomi rodati per la categoria. Troppa carne al fuoco, mi direte, non se ne esce più fuori. Ma allora, e qui sono volutamente provocatorio… a questo punto a che servono i vivai? Se nemmeno in condizioni disagiatissime le nostre squadre decidono di affidarsi ai loro migliori prodotti, pescando piuttosto un nome sconosciuto all’estero, come farà il livello del nostro calcio, della nostra Nazionale, a tornare competitivo? I vivai diventano solo una spesa di fatto, servono a creare “posti di lavoro”, nel senso che un 1% di questi forse vivranno da professionisti del pallone.

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Ieri abbiamo visto in campo dal primo minuto, lanciato da Allegri nella Juventus, la punta Coman, classe ’96, prelevato dal Paris St Germain, indubbiamente bravo. Perché ai nostri non vengono date queste opportunità? Quando vengono aggregati alle prime squadre, i nostri giovani vengono realmente considerati al pari degli altri o servono solo a far numero nelle partitelle? Si pongono male agli occhi dei loro allenatori? Si comportano ancora “da bambini”? Non credo sinceramente. Eppure manca sempre qualcosa, e nel frattempo da anni ci si dibatte su come far rifiorire il calcio italiano, fermo nelle sabbie mobili ma col serio, concreto rischio di sprofondare completamente

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Il punto sulla Serie A: ecco perchè la Juventus parte ancora favorita

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Manca davvero poco ormai all’inizio del campionato. Come sempre altrove i giochi seri sono già iniziati, visto che in Ligue 1, Premier League e altre, come ad esempio la Eredivisie, già si gioca per i tre punti, mentre sono prossimi allo start pure Bundesliga e Liga. Mentre qui da noi addirittura si sta discutendo se posticipare l’inizio delle scuole per consentire alle famiglie di godersi qualche tardivo giorno d’estate che mai come quest’anno si è fatta attendere, anche la serie A pare più indietro di tutti,e non solo per via del calendario. E’ stato davvero un calcio mercato povero, addirittura peggio di quello dello scorso anno, dove almeno giunsero in Italia alcuni “nomi” ancora di grido come Higuain e lo sfortunato Gomez che, andandosi a sommare ad alcune liete sorprese (Iturbe, i napoletani Callejon e Mertens) fecero andare in attivo il bilancio. Ok, non tutto è ancora definito ma sembra che siamo sempre più destinati a diventare un mercato export più che d’importazione, laddove sono ancora nomi caldi quelli di big come Vidal, Benatia e Cuadrado, dati per persi, ceduti al miglior offerente, ma pure il made in Italy, proprio quello da cui si dovrebbe ripartire con vigore e convinzione, ha intrapreso questa tendenza, con le cessioni del capocannoniere Immobile e quelle, probabili, di Cerci e Destro.

In mezzo a questo quadro desolante, le nostre squadre sempre meno dispongono di mezzi per competere a certi livelli ma,come visto,anche sul fronte interno latitano le grandi manovre, se è vero che la Juventus, tre volte campione d’Italia, ha attecchito con nomi buoni ma solo come seconde linee (Romulo, Pereyra), andando, come l’Inter o il Milan sull’usato (e svincolato) sicuro, acquistando a costo zero Evra, mentre le altre si sono rimpolpate l’organico con gente come Vidic, Alex o Menez. L’usato sicuro funziona anche per le medie piccole e in tal senso il colpo migliore sembra averlo fatto l’Hellas Verona che, con il pluridecorato e attempato Rafa Marquez (protagonista di un ottimo Mondiale), vuole replicare le fortune fatte l’anno scorso con Toni. Il vero ribaltone semmai è stato in panchina, dove al posto di un Antonio Conte, già visibilmente insofferente sul finire della scorsa stagione (l’ennesima in campo nazionale per i bianconeri), alla Juventus è finito quel Massimiliano Allegri, reietto rossonero e desideroso di rivincita.

Sull’ancora giovane tecnico livornese i giudizi sono spesso trancianti, e specie i milanisti, si dividono in chi lo ha supportato, riconoscendogli meriti, e chi (la maggioranza) lo ha mal sopportato, considerandolo al più un allenatore mediocre. Io, da esterno, non essendo tifoso rossonero, non giudico così negativamente il suo percorso alla guida del Milan, considerando che da tempo non era quella società stellare, pluri vincitrice in Europa ai tempi di Carletto Ancelotti. Il ridimensionamento era già pienamente in atto quando giunse il Conte Max da Cagliari. E in dote ha lasciato comunque uno scudetto strameritato, un altro sfuggito per pochissimo e una terza stagione conclusa, comunque la si veda, con la qualificazione in Champions League (e lì già si era orfani di assi quali Ibra e Thiago Silva). Sorvolo sull’ultima stagione lasciata a metà, ma mi pare che i tempi al Milan siano piuttosto confusi, come l’effimera gestione Seedorf ha confermato.

Allegri non avrà le stimmate del fuoriclasse, non sarà mai un Mourinho, un Del Bosque, un Capello, nemmeno un Conte, quello salentino, ma a mio avviso è un buon allenatore che, sempre che non gli smantellino all’ultimo giorno di mercato la squadra, può far calare il poker di scudetti alla Juventus, anche se sono consapevole che il contraccolpo psicologico del brusco cambio tecnico possa in qualche modo influire sugli esiti, rendendo forse meno scontati certi verdetti.

Comunque, mi sbaglierò, io vedo ancora favorita la Juve per il titolo, seguita dalla Roma e dall’Inter. Molti, credo di percepire come la maggior parte degli sportivi e addetti ai lavori, stanno indicando negli uomini di Garcia i veri favoriti per il titolo ma io penso che ci siano ancora dei margini per arrivare al grande traguardo. Acquisti come quello del terzino Cole vanno certamente a impreziosire il bagaglio tecnico e di esperienza dell’intera rosa, a cui va aggiunto tutto il giovane estro di Iturbe, oltre al ritorno di Strootman e la conferma di Gervinho, ma bisogna anche dire che sarà difficile ripetere una stagione da più di 80 punti. Non che i mezzi non ci siano, ma mi pare che l’anno scorso abbia funzionato proprio tutto in casa Roma, per nulla accreditata alla vigilia di finire poi per diventare l’antagonista principale della Juve, finite presto fuori dai giochi le due milanesi. Quest’anno, come da mio pronostico più sopra azzardato, credo la parte della Roma possa farla l’Inter. Mazzarri difficilmente sbaglia due stagioni consecutive, sempre che vogliamo considerare fallimentare quella precedente (a mio avviso non lo è stata, considerando le macerie da cui doveva ripartire) e la rosa pare sensibilmente migliorata, specie a centrocampo e in difesa. Meno bene vedo il Milan, anche se ho fiducia nelle capacità di Inzaghi come giovane mister (ma con una squadra non propriamente all’altezza il rischio di uno Stramaccioni bis, facendo un parallelo con l’entusiasmo che accompagnò l’esordiente tecnico romano alla guida dei nerazzurri due anni fa,  è molto concreto). Il Napoli invece mi pare, non indebolito, per carità, ma nemmeno così migliorato come in tanti vogliono far credere. E poi tutta questa fretta di svendere Behrami (addirittura all’Amburgo) e Dzemaili, per puntare solo su elementi stranieri tutti da vedere all’impatto con la serie A (sì, parlo pure dell’enigmatico Fellaini, autentico flop a Manchester, solo parzialmente risollevatosi con un discreto mondiale ma anche dell’acerbo Coulibaly) mi rende scettico sinceramente. Sarà comunque un campionato dai contenuti tecnici modesti, a meno che non arrivi sul filo di lana qualche grande colpo in super saldo (meglio dire, in regalo), vedi Falcao che, realisticamente, mi pare utopistico accostare alla Juventus, come da più giorni a questa parte si legge in giro (e… non solo su Tuttosport!). Se davvero però prendesse stanza a Torino, allora il mio pronostico tenetelo davvero buono!

Il pagellone della serie A! Top, flop, rivelazioni, conferme, cadute, sorprese. Squadra per squadra i miei giudizi

Juventus Campione d’Italia a suon di record (102 punti, 19 vittorie su 19 in casa i più eclatanti!), Parma che agguanta in un finale thrilling la qualificazione all’Europa League ai danni di uno sfortunato Torino e di un redivivo Milan. In coda invece era già tutto deciso, col Catania che si è svegliato davvero troppo tardi.

Ecco nel dettaglio le mie opinioni al riguardo, squadra per squadra:

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ATALANTA 6,5

Partita molto male, meno brillante rispetto ai due campionati precedenti, da dicembre in poi ha messo la marcia, arrivando a cullare il sogno di agguantare il treno per l’Europa League, quest’anno particolarmente affollato. Poi è subentrato un calo fisiologico ma resta una buona stagione, specie in elementi come Bonaventura, che ha fatto un ulteriore step verso la piena affermazione (pronto per una squadra di più alta levatura) e l’esordiente prodotto del vivaio Baselli. Il regista dell’Under 21, dopo la buona esperienza di Cittadella ha oscurato Cigarini, arrivando più volte a farsi preferire nelle scelte di Colantuono e gli occhi della Juventus sono ormai tutti per lui. Impennata di rendimento pure per l’ex bambino prodigio Brivio, conferme per Consigli e il solito Tanque Denis, nonostante una flessione nel finale; male soltanto il talentuoso attaccante croato Livaja, al passo d’addio all’Italia, dopo troppe intemperanze dentro e fuori dal campo: deve maturare.

BOLOGNA 4

Disastro su tutta la linea, ma le colpe sono da attribuire soprattutto alla società che in fase di mercato ha davvero sbagliato su tutta la linea, non sostituendo adeguatamente Gilardino a luglio e vendendo il gioiello Diamanti a gennaio quando già la situazione era piuttosto complicata. Ciliegina sulla torta la cacciata di Pioli nel contesto di un organico davvero povero. Malissimo i nuovi acquisti Cristaldo (vivace ma inconcludente) e Cech, per non parlare di Bianchi, mai così abulico, in pericolosa fase involutiva; in crisi di identità Acquafresca, a soli 27 anni sembra già in debito d’ossigeno, non sono cresciuti nemmeno i talenti stranieri Khrin e Sorensen, salviamo solo i due greci Konè e Lazaros e il terzino Morleo che se non altro hanno garantito impegno costante. Qualche colpa ce l’ha anche Ballardini, incapace di dare un gioco alla squadra, veramente troppo sterile in fase offensiva.

CAGLIARI 6

La sufficienza è risicata, la squadra non ha giocato al livello delle precedenti stagioni, sempre terminate con salvezze tranquille. Una salvezza che, a conti fatti, non è mai stata messa in discussione nemmeno quest’anno (ma ci si è salvati con poco più di 30 punti, a sottolineare lo scarso livello tecnico delle rivali) ma che è stata accompagnata da vari problemi extracalcistici, dai problemi annosi relativi allo stadio all’imminente cambio societario, con i problemi annessi di Cellino. In mezzo a tutto ciò, a gennaio è stato pure sacrificato il gioiello Nainggolan mentre per l’ultima volta (molto probabilmente) è stato trattenuto l’altro crack Astori, che comunque non ha disputato il suo miglior campionato. In calo di rendimento rispetto a 12 mesi fa l’enfant du pays Sau, alle prese con diversi problemi fisici, al pari di Cossu e Pinilla. Altalenante Ibarbo, benissimo nella prima parte di stagione, così così nella seconda, spesso fuori dall’11 titolare. Promette bene il terzino del vivaio Murru, che ha guadagnato tanto minutaggio, è cresciuto in personalità anche Ekdal. Dalla cessione di Agazzi c’è stato pure il nodo portiere da sciogliere: insomma, alla fine, la salvezza è stato un mezzo miracolo, considerando questi fattori.

CATANIA 4,5

Fine di una bellissima avventura, culminata nella passata stagione ma il sentore che si possa ricostruire con serenità il futuro prossimo, sulla falsariga dei corregionali del Palermo. Col senno di poi è parso troppo azzardato cedere tutti insieme Lodi (poi rientrato ma visibilmente ridimensionato dalla non memorabile breve esperienza genoana), Gomez, Marchese, mal rimpiazzati… senza considerare che a lungo sono rimasti fermi elementi cardine come gli argentini Bergessio e Barrientos. Non ha giovato nemmeno il continuo viavai in panchina: una stagione che sul finale pareva potersi rimettere in carreggiata ma orami era davvero troppo tardi per la squadra etnea nel frattempo affidata a Pellegrino che, a mio avviso, merita la conferma in B.

CHIEVO 5,5

Ok la salvezza, l’ennesima della storia del Chievo, ma mai come quest’anno è stata così tribolata e tutt’altro che scontata. Mi chiederete: e allora come mai non dai la sufficienza piena? Beh, perché sembra che sia giunta più per demeriti altrui onestamente. Sono di Verona e seguo da vicino la squadra “di quartiere”, la stessa che appunto da anni ci aveva abituati a risultati straordinari ma che erano diventati quasi ordinari. Però all’insegna del gioco, della spensieratezza, della semplicità. Quest’anno poco gioco, pochi interpreti di qualità, tanta confusione anche in fase di mercato. A Sartori e Campedelli direi che è andata bene ma si devono evitare certi errori per il futuro, soprattutto è da potenziare l’organico, specie in attacco, vista la scarsa affidabilità di Thereau, lontano parente del cecchino di 12 mesi prima e la flessione di capitan Pellissier. Nota di merito per Paloschi, in doppia cifra e sempre più maturo e responsabile, plausibile erede di Pippo Inzaghi, al quale da sempre viene paragonato. Male il reparto mediano, imperniato su un indomito capitan Rigoni, non attorniato da elementi di grande valore tecnico. Benissimo sul finale il portiere Agazzi, qui solo di passaggio.

FIORENTINA 7

Parere del tutto personale, ho preferito la squadra dell’anno scorso, forse per la novità di gioco che Montella si era portata in dote da Catania, riuscendo a tradurla in maggiore qualità a Firenze, considerati i più validi interpreti. Ceduti i gioielli Jovetic e Ljaijc si puntava tutto (giustamente) su una coppia potenzialmente da urlo, quella formata da Gomez e Rossi. Purtroppo il primo non si è in pratica mai visto, mentre il secondo, per metà stagione, è stato la vera sensazione del torneo, cannoniere infallibile, goleador capace di segnare in tutti i modi. E’ tornato si spera in tempo per i Mondiali. In mezzo tanta qualità ma senza i punti di riferimento offensivi anche giocoforza tanta manovra sterile, con Valero spesso e volentieri a incantare, avendo spostato più in avanti il suo raggio d’azione. In ripresa Aquilani che si è riappropriato di una maglia azzurra e, alla luce del suo miglior campionato in carriera (tolti i primi anni giovanili alla Roma) può legittimamente ambire a un posto per Brasile 2014, conferme da Rodriguez, Vargas e Pasqual. Rendimento altalenante per Ilicic e Neto, in porta servirebbe più tranquillità. A conti fatti il quarto fatto è un ottimo traguardo ma a mio avviso si può ancora migliorare, ad esempio a lungo in Europa la squadra gigliata ha dato l’idea di poter arrivare fino in fondo, così non è stato.

GENOA 5

Rosa alla mano, ci si attendeva di più, e pazienza se si è sbagliato allenatore all’inizio. Troppa confusione in sede di mercato, ma purtroppo non è una novità (da anni a Genova non si riesce a creare uno zoccolo duro), troppa anche dal punto di vista tattico con giocatori perennemente scambiati di posizione (a volte con risultati eccellenti, vedi i casi di Antonelli, Marchese e Antonelli, a volte col risultato di creare imbarazzo a validi elementi, vedi Bertolacci, che spesso cambia posizione in corso d’opera). In avanti Gilardino ha cantato e portato la croce, scendendo di rendimento solo nel finale (e questo forse gli è costato una convocazione azzurra che invero avrebbe meritato), benissimo hanno fatto Vrsaljko, purtroppo appiedato per quasi tutto il girone di ritorno e l’acrobatico portiere cresciuto in casa Perin, spesso imbattibile e plausibile erede di Zenga, che ricorda in molti fondamentali. Discreto l’apporto del greco Fetfatzidis, in possesso di buone qualità tecniche, tuttavia poco incisivo per essere un trequartista. Malino gli innesti di gennaio De Ceglie e Motta (meglio comunque quest’ultimo), il ritorno di Sculli, mentre promette bene un altro protagonista di uno storico recente scudetto primavera rossoblu, il mediano Sturaro. La resa incondizionata sul finale di stagione giustifica la mia pesante insufficienza.

INTER 6

Sufficienza ma nulla di più: era il minimo migliorare la disastrosa stagione scorsa. La positiva partenza aveva illuso un po’ tutti nell’ambiente nerazzurro ma Mazzarri si è limitato in pratica a gettare le basi per il futuro qualora decidesse di rimanere. Nel frattempo Thohir si è impossessato dell’Inter e ora inizierà la sua vera campagna di rafforzamento. Diamo atto al tecnico ex Napoli che non aveva un organico da terzo posto: tuttavia non si possono giustificare i tantissimi punti persi in casa anche contro squadre nettamente inferiori e in generale la scarsa propensione al gioco, spesso finalizzato, fino alla tardiva esplosione del bad boy Icardi, dal solo imprescindibile Palacio. Hernanes, giunto a gennaio, deve diventare leader; solo sul finale si è visto cosa può fare il talentuoso ventenne Kovacic, tenuto tantissimo in naftalina, mentre Guarin ha risentito pesantemente della mancata cessione di gennaio, che lui per primo non si auspicava. Solo sul finale è riemerso Ranocchia, un difensore che ha bisogno di sentire la fiducia per rendere al meglio (ma questo a lungo andare può diventare un grosso limite), mentre in una difesa in cui ha deluso Campagnaro, hanno ben impressionato Handa, Juan Jesus e a sorpresa Rolando. Mazzarri ha dimostrato di saper far rendere al massimo l’organico (vedi l’affermazione di Jonathan e Alvarez) ma per l’anno prossimo bisogna ambire a qualcosa di più.

JUVENTUS 9

Atteniamoci solo al campionato, evitando di disquisire sull’amaro epilogo europeo, mai come quest’anno alla portata. Dove può migliorare questa Juventus dei record? Dei tre scudetti consecutivi, impresa difficile in tempi recenti, dei 102 punti (!), delle vittorie casalinghe in serie? Della miglior coppia d’attacco del campionato (i due nuovi arrivati di luglio Tevez e Llorente)?, della difesa in blocco della Nazionale? Di un allenatore tra i più appetiti d’Europa? Nella mentalità! Se in Italia la superiorità è stata schiacciante, a parte due cadute a vuoto, leggasi due, al cospetto di una doppia vittoria contro la diretta avversaria di quest’anno (la Roma), in Europa si è visto come si debba cambiare registro, giocarsela più a viso aperto, con maggiore intensità: non ci si può permettere di controllare la gara, di difendere il risultato. Lì si deve crescere, si deve fare il salto di qualità, indipendentemente dai movimenti di mercato, mentre mi pare di vitale importanza trattenere con ogni mezzo l’allenatore Conte.  A livello individuale, oltre ai già citati e decisivi attaccanti, sugli scudi Pogba (prossimo Pallone d’Oro nel giro di pochi anni), Vidal e Marchisio che si sono alternati a seconda dei rispettivi infortuni e gli eterni Buffon e Pirlo. Anche Caceres ha fatto il suo, sostituendo per lunghi tratti Barzagli, scavalcando nelle gerarchie un ancora incerto Ogbonna, mentre per il futuro si dovranno valutare le posizioni degli epurati Quagliarella e Vucinic, e di un deludente (oltre che ininfluente) Osvaldo.

LAZIO 5,5

Reja è riuscito parzialmente a raddrizzare una stagione nata malissimo, all’insegna di una rosa perennemente incompleta a causa dei più svariati motivi. Tuttavia nessun obiettivo è stato centrato nonostante una buona rincorsa nel girone di ritorno, coinciso col ritorno di alcune pedine importanti come Mauri, Klose, Radu e Lulic, a lungo assenti. Molto positivo il torneo di Candreva, spesso decisivo e mai così prolifico e  l’impatto di Keità, fiore all’occhiello di un floridissimo vivaio che, dopo Onazi, è pronto a lanciare l’anno prossimo i vari Tounkara e Minala. Si potrebbe ripartire da lì, vista la bontà dell’organico in generale e una struttura dietro molto solida. Che sia il caso di lanciare in panca il più piccolo dei fratelli Inzaghi?

LIVORNO 4

Spiace bocciare inesorabilmente i  labronici ma la classifica – davvero misera – sta a testimoniare di un campionato vissuto sempre sull’orlo del precipizio, escluso un interessante avvio, nel quale la squadra di Nicola, sorretta da un rinnovato entusiasmo, era riuscita a sorprendere non poco anche squadre molto più attrezzate. Col tempo però si sono palesati limiti di organico, di qualità generale della rosa, di esperienza. Paulinho si è dimostrato attaccante da altri palcoscenici, alcune perle le ha regalate anche l’esperto – ma esordiente assoluto a questi livelli – Emerson, mentre si è visto poco il promettente Siligardi (una costante per lui sono gli infortuni). Troppi gol subiti, difficile è stato mantenere l’equilibrio tra i reparti, e a poco è servito il cambio in corsa dell’allenatore con il conseguente rientro di Nicola.

MILAN 4,5

Stava per compiersi un altro miracolo ma, diciamolo onestamente, il Milan quest’anno non avrebbe proprio meritato la qualificazione in Europa. Troppa improvvisazione, troppo caos, situazione che pare essere sfuggita di mano da più parti, tanti nodi da sciogliere, a partire da quello relativo all’allenatore. Seedorf già bocciato? Ma cosa avrebbe potuto fare di più, rosa alla mano? Sicuramente pecca di inesperienza e forse si è posto male dall’inizio ma ha trovato pure una situazione difficilmente gestibile. Nel grigiore generale vi è ben poco da salvare, tranne forse un redivivo Kakà (lontanissimi comunque i fasti pre-Real Madrid), un Poli che però a forza di correre per tutti rischia di perdere identità e bussola e parzialmente i due innesti di gennaio (più Rami che Taarabt, anche se la sensazione è che non verranno riscattati, preferendo nuovamente la scelta obbligata (?) dei parametri zero). Deludente Montolivo, disastrosi Constant, Mexes e Abate, quasi impresentabile in vista dei Mondiali. Per il futuro si spera almeno di poter contare nuovamente sui due gioielli De Sciglio e El Shaarawy, quest’anno praticamente mai utilizzati.

NAPOLI 8

Ok, lontanissimi dai bianconeri, ma il bilancio di Benitez al suo primo anno a Napoli è senz’altro positivo, avendo centrato il terzo posto, gli stessi punti dell’anno precedente (seppur con un organico migliore, nonostante la cessione estiva di Cavani) e avendo battuto il record di gol. D’altronde l’attacco è stato davvero atomico in tutti i suoi interpreti (Higuain, Callejon, Mertens finiti in doppia cifra; il talento di casa Insigne maturato anche tatticamente hanno garantito spettacolo e concretezza), il tutto senza l’apporto del miglior Hamsik. Bene anche gli innesti di gennaio Henrique, dimostratosi polivalente e finito nella rosa di Scolari per il Mondiale brasiliano, Jorginho, uomo del futuro e Goulham, in odor di riconferma, nonostante il rientro sicuro di uno sfortunato Zuniga, fermo in quello che doveva essere il campionato della sua conferma ai massimi livelli. Si può migliorare per il futuro la difesa e magari arricchire di qualità il centrocampo, nel frattempo sono tutti da promuovere.

PARMA 7,5

Il ritorno in Europa è il giusto premio a quella che si dice una programmazione seria. In punta di piedi Ghirardi è riuscito dacchè si è insediato a offuscare i fantasmi di Tanzi, restituendo credibilità e prestigio a società e città. In pratica tutti i giocatori sono di proprietà e Parma è diventata una meta ideale per rilanciarsi o per consolidarsi, a partire da Donadoni al quale suggerirei di non cedere alle sirene rossonere, almeno per un po’. Nella città ducale ci sono infatti i presupposti tecnici per migliorare ancora, fermo restando le conferme dei big Cassano – mai così continuo – e Parolo, giustamente premiato da Prandelli col ritorno in azzurro e la possibilità concreta di approdare a Brasile 2014. Si è rilanciato alla grande anche Cassani, padrone della fascia destra, forse il miglior interprete nel ruolo dell’intero torneo, mentre meritano una citazione anche il portiere Mirante, l’affidabile Marchionni, un rinato Schelotto (dopo il flop interista e la dimenticabile parentesi al Sassuolo) e la rivelazione Paletta, naturalizzato italiano a furor di popolo, dopo alcune prestazioni monstre. A mio avviso rimangono ancora troppo altalenanti le prestazioni di Amauri che, come per magia, riemerge nei finali di stagione e del velocista Biabiany: uno coi suoi mezzi dovrebbe essere più decisivo e costante durante il campionato.

ROMA 8,5

Garcia stava per compiere un miracolo, ma alla fine era davvero molto impegnativo riuscire a mantenere i ritmi indiavolati della Juventus. Tuttavia al tecnico francese, esordiente assoluto in serie A, vanno dati grandi meriti, primo fra tutti quello di aver ricompattato un ambiente che sembrava ormai distrutto, dando fiducia ai singoli giocatori, pungolandoli al punto giusto. Poi ovviamente la società c’ha messo del suo, sostituendo egregiamente le partenze eccellenti di Lamela e Marquinhos con giocatori poi rivelatisi top player – almeno per la serie A – come Benatia, a lungo ammirato nell’Udinese e Gervinho, incompiuto all’Arsenal ma che, ritrovato il mentore Garcia, ha dato il meglio di sé, sfornando assist e prestazioni da urlo. Ottimi i giovani Florenzi e Destro, in gol con regolarità straordinaria e il centrocampista olandese Strootman, prima dell’infortunio, tra i migliori in assoluto nel suo ruolo. Ha colpito pure il buon rendimento di un ritrovato Maicon e l’impennata di Castan e Pjanic, ormai idolo indiscusso dei tifosi. Anche De Rossi è tornato sui suoi eccellenti standard, mentre Totti ha giocato poco, centellinando le presenze ma garantendo sempre prestazioni sopra la media. Possono progredire ancora elementi come Dodò e Ljaijc mentre sembrano assai valide le credenziali del giovane fatto in casa Romagnoli, polivalente difensore.

SAMPDORIA 5,5

Mihajlovic è un tecnico di sicura prospettiva, di grande personalità e a lui va dato il merito di aver risollevato la squadra da una situazione che si era davvero fatta pericolosa. Tuttavia tende a tenere tutti sulla corda e questo si traduce spesso con formazioni e moduli che non sono mai uguali. Tanti giocatori che si sono alternati e pochi punti fermi. Tanta corsa, aggressività e gioco il più delle volte arrembante ma poco equilibrato. Buono il rendimento di Eder, mai così prolifico in serie A e la costante crescita di Soriano, uomo a tutto campo. Tengono botta i “vecchi” Palombo e Gastaldello, a differenza di Maxi Lopez dal quale era lecito aspettarsi di più in zona gol. In attacco meglio di lui il gigante Okaka e il giovane Gabbiadini, che ha bissato la positiva stagione di Bologna. Rendimento costante per De Silvestri, a lungo nel giro azzurro e per il promettente Obiang, corteggiato da club di fascia alta come il Napoli. Gli altri giocatori sono stati in bilico tra una sufficienza risicata e qualche prestazione sopra le righe.

SASSUOLO 7

A parte la terribile gestione di Malesani, arrivato a gennaio con una squadra demoralizzata e fortemente rinnovata, la matricola assoluta al ballo dei debuttanti ha fatto la sua gran bella figura, tentando di giocarsela ad armi pari con tutti (e questo gli è costato anche pessime figure, memorabile il passivo di 7 reti contro l’Inter), privilegiando sempre il gioco offensivo che alla lunga ha pagato in termini di risultati. D’altronde gli interpreti migliori stavano là davanti, nei giovani Berardi, autentica rivelazione del campionato con i suoi 16 gol, Zaza, dalla personalità strabordante, e Sansone, giunto a gennaio in una maxi operazione col Parma. Già in rosa spiccavano elementi come il regista Marrone (a lungo comunque bersagliato da problemi fisici),Floro Flores, capitan Magnanelli, il portiere Pegolo e il solido terzino Longhi ma a questi saggiamente si sono aggiunti validissimi calciatori, esperti a certi livelli, come Cannavaro e Manfredini e Biondini. Un miracolo quello compiuto da Di Francesco, visto come si era messa la stagione ma il risultato sul campo, la salvezza matematica con un turno di anticipo, è assolutamente legittimo e meritato. La sensazione è che il Sassuolo possa costruire una piccola grande storia nel contesto della serie A, visto che la società di patron Squinzi è composta da dirigenti validissimi e l’ambiente – come si dice – è quello ideale per “fare” calcio.

TORINO 7,5

L’Europa che mancava da 20 anni e che è sfumata – in pieno stile Toro, spiace dirlo – nella maniera più drammatica, con un rigore decisivo sbagliato nei minuti di recupero dell’ultimissima giornata da uno dei giocatori simbolo della squadra. Come racchiudere tante emozioni in pochi istanti forse davvero solo la squadra granata è in grado di farlo ma probabilmente per una volta i tifosi avrebbero volentieri barattato questa condizione di “unicità” dei propri colori in cambio di una partecipazione europea che sarebbe stata alla portata, fermo restando i meriti del Parma, che ha superato il Torino al fotofinish. Ventura ha portato a compimento la sua creatura, virando su un inedito 3-5-2 molto elastico, col risultato di trovare il bandolo della matassa a livello difensivo (dove davvero i granata, con un Moretti mai così positivo, un Glik guerriero e un Maksimovic talento emergente abile anche largo a destra sono sembrati spesso insuperabili) e di poter permettersi un attacco imperniato su un super Immobile, capocannoniere del campionato, coadiuvato dalle frecce Cerci e El Kaddouri, i più dotati tecnicamente della squadra. Buono anche l’apporto di Kurtic, giunto in prestito dal Sassuolo in cambio di Brighi (e nel cambio c’ha guadagnato alla grande il Toro) e la conferma dell’esperto Vives. Ora il difficile sarà trattenere i gioielli d’attacco ma, specie per Immobile sarà alquanto improbabile viste le sirene del Borussia Dortmund. Troppi giocatori purtroppo sono in prestito o in comproprietà, servirà un grande sforzo da parte di Cairo per non rompere il giocattolo.

UDINESE 5,5

La salvezza giunta senza troppi patemi non è sufficiente a giudicare positiva la stagione dell’Udinese, che per tanti anni ci ha abituati a ben altre ribalte. Chiaro, l’obiettivo è quello di valorizzare i tanti nomi della rosa, e questa pare essere stata la classica stagione “di transizione”, non essendo emerso nessun possibile crack a breve termine e considerando come Di Natale, colpo di coda finale a parte che lo ha fatto avvicinare per l’ennesima volta alla soglia dei 20 gol in campionato, sia a un passo dal dire stop (ma a mio avviso vorrà raggiungere la vicina fantastica quota dei 200 gol in serie A). Sono da tenere d’occhio comunque un Pereyra in crescita, così come l’eclettico Bruno Fernandes e lo svizzero Widmer. Ha deluso invece Muriel, sul quale puntualmente continuo a scommettere ad alti livelli ma probabilmente forse è giunto il tempo per lui di cambiare aria. Passi indietro per Basta e Allan, che non diventeranno mai dei top player come altri che li hanno preceduti nel ruolo, mentre lo potrebbe diventare prestissimo il prodotto di casa Scuffet, udinese doc, classe ’96, diventerà maggiorenne a fine maggio, e che già pare un veterano tra i pali, come accadde a Buffon agli esordi. Vedremo se Guidolin proseguirà per l’ennesima volta la sua avventura come allenatore in Friuli, altrimenti dovrebbe comunque rimanere in società: pare davvero difficile immaginarlo lontano da questa bellissima realtà.

VERONA 7,5

Per lunghi tratti la vera rivelazione dell’intero campionato. Fino a gennaio ha funzionato tutto e in ogni caso aver concluso con la possibilità (a quel punto remota, ma comunque reale) fino all’ultima giornata di giocarsela per la qualificazione in Europa League la dice tutta sull’eccezionalità del torneo della squadra di Mandorlini, grande artefice, al pari del ds Sogliano, dello straordinario risultato ottenuto. Certo, tanti fattori forse irripetibili, dalla rinascita di Toni, dato per finito e invece autore di 20 gol (ok, sarebbero 21, va’) che ha cullato per tutto l’anno il sogno del Mondiale all’esplosione di Romulo, autentico jolly e candidato azzurro in vista dei Mondiali. Avere l’oriundo in squadra significa giocare in 12, garantito. E poi la fragorosa crescita di Jorginho, ceduto fra le polemiche già a gennaio al Napoli (il calo di rendimento della squadra, al di là di un senso di appagamento per quanto fatto nel girone di andata, è coinciso con la sua mancata sostituzione, poi ben compensata dal recupero di un redivivo Donadel, più che di un promettente ma ancora acerbo Cirigliano) e soprattutto la scoperta di Iturbe, autentico crack del campionato. Di lui in realtà gli appassionati di calcio giovanile già conoscevano le grandi doti, mai totalmente espresse però al Porto o al River, invece a Verona è cresciuto in modo esponenziale, sbagliando raramente partita e anzi migliorando molto a livello tattico. L’idea è che questo ventunenne, dalla tecnica e dalla personalità incredibili, possa con gli anni a venire, segnare un’epoca (deve migliorare ancora in zona gol ma c’è da dire che spesso e volentieri ha giostrato molto largo sulla fascia, costretto a estenuanti ripiegamenti). Nonostante il buon contributo del portiere Rafael e l’esperienza di Moras, il reparto difensivo, nel quale è mancato a lungo capitan Maietta, è parso perforabile in troppe occasioni. Urge assolutamente migliorare il livello tecnico in quella zona, e magari mettersi già alla caccia degli eredi di Romulo e Iturbe, visto che sarà realisticamente impossibile trattenere entrambi.

Serie A al giro di boa: il punto sul girone di andata squadra per squadra

E’ terminato il girone d’andata di serie A, in attesa di due posticipi di questa sera che poco andranno a incidere sulle sorti della classifica o quanto meno sui giudizi sin qui ottenuti.

Una classifica veritiera, spietata quasi nella sua demarcazione netta tra le prime 3 squadre in avanti, altre 3 in linea di galleggiamento per l’Europa, poche altre al riparo da eventuali cadute rovinose e la maggior parte, una buona metà, che d’ora innanzi si ritroverà a fare a sportellate per non retrocedere in serie B. Fa specie che in questa categoria rientri il Milan, nobile decaduta o per lo meno lontanissima parente dalla squadra lungamente ammirata negli ultimi 25 anni.

Davanti hanno mantenuto ritmi vertiginosi la capolista Juventus,  che a dispetto di una rovinosa, inaspettata e per certi versi scioccante – alla luce della campagna di rafforzamento estiva – eliminazione in Champions League, in campionato ha dimostrato di essere la più forte, la più completa in ogni reparto, grazie alle conferme dei vari Vidal, Pogba, ormai assurto a vero big, e all’impatto dei nuovi Tevez e Llorente, che si stanno imponendo in serie A a suon di gol.

Record nuovi, come quello del numero di vittorie consecutive in serie A per il club (11 conseguito proprio ieri) e un numero di punti impressionanti. La forza dei bianconeri è stata quella di reggere alla partenza sprint della Roma di Garcia, altra splendida realtà del nostro calcio. Dalle prime 10 vittorie consecutive, alla difesa a lungo imperforata, dalle giocate di un redivivo Totti, della freccia Gervinho, scommessa vinta dal tecnico francese, alla conferma del talento di casa Florenzi, i recuperi di De Rossi e Maicon e la solidità di Strootman e Benatia: ecco tutti gli ingredienti di una Roma tornata assolutamente competitiva per la lotta al vertice.

Una lotta cui può, nonostante il ritardo accumulato causa alcuni improvvisi black out strada facendo, legittimamente ambire anche il Napoli di Benitez, splendido protagonista (sfortunato) pure in Champions League. La qualità offensiva, in gente come Higuain, Callejon, Mertens, Insigne e un Hamsik troppo spesso fermo ai box, è impressionante e pure la difesa si sta lentamente assestando; si prospetta un bel duello anche in Europa League tra i partenopei e i bianconeri.

Un po’ più indietro la Fiorentina di Montella, che ha messo in mostra un bel calcio, sulla falsariga della passata stagione, pur cambiando registro in attacco e affidandosi in principio a una super coppia gol, quella formata da Gomez e Rossi. Se quest’ultimo però in pratica non si è mai visto, Rossi ha chiuso da capocannoniere l’andata, salvo poi infortunarsi gravemente. Sperando tutti insieme che possa tornare in piena forma per il Mondiale brasiliano, nel frattempo Montella dovrò reinventarsi qualcosa, pur sapendo di poter contare su due grandi talenti come Borja Valero e Cuadrado.

Al quinto posto chiude sorprendentemente la rivelazione Hellas Verona, capace di rendere praticamente inespugnabile il fortino del Bentegodi (sconfitto solo nel derby col Chievo e ieri col Napoli) e in generale sempre convincente al cospetto delle squadre del proprio lignaggio (non caso ha perso solo con le 4 squadre davanti a sé, oltre che Genoa e Inter, compensate dalle belle vittorie contro Milan e Lazio). Sugli scudi un rinato Toni, alla rincorsa di una convocazione per i Mondiali, i giovani Iturbe e Jorginho, appetiti dai grandi club e Romulo, vero colpo di mercato del ds Sogliano.

L’Inter è riuscita con Mazzarri a riappropriarsi di una dimensione più consona al proprio rango, dopo il disastroso girone di ritorno della passata stagione. Ha ritrovato identità ma soprattutto dignità, pur evidenziando un notevole gap con le prime tre davanti: in difesa si continuano a prendere troppi gol, mentre davanti il solo Palacio assicura pericolosità e gol, non essendo in pratica pervenuti  gli attesi Icardi e Belfoldi. Stagione di transizione, in attesa degli investimenti del nuovo presidente Thohir.

Altra rivelazione è il Torino di Ventura, che per un anno sembra ai ripari da una stagione al cardiopalma: da tempo a Torino non ci si divertiva così, non si assistevano a gare anche entusiasmanti. Si dovrebbero davvero evitare patemi, specie se Cerci e Immobile continueranno ad essere la nuova coppia gol del calcio italiano.

Altre squadre che stanno disputando un campionato in linea con le ambizioni sono Parma e Genoa, nonostante quest’ultima sia partita a fari spenti, ritrovandosi poi impelagata in piena zona retrocessione nella prima fase di torneo, quando a guidarla era l’esordiente Liverani. Il ritorno di Gasperini ha contribuito enormemente a ristabilire certe gerarchie, anche se il Grifone pare ancora altalenante nelle prestazioni, più che nei risultati. Implacabile il Gila davanti, bene anche Kucka fino al serio infortunio, affidabile la retroguardia che fa perno sull’esperienza del trio centrale e sul talento degli emergenti Perin, portiere del futuro, e Vrsaljiko. Più complicato pare parlare del Parma, società che come il Cagliari, da anni si ritrova a conseguire con largo anticipo la quota salvezza, salvo poi cullarsi sugli allori, alternando prestazioni sontuose a inesorabili scivoloni. Quest’anno assisteremo alla stessa situazione, con i ducali che presentano una rosa ricca di elementi di qualità, tale da poter provare a puntare a qualcosa di più di una salvezza tranquilla? Gente come Parolo, tornato meritatamente in Nazionale, Paletta, in odor di naturalizzazione, o un Cassano – comunque irrequieto sul finale di stagione – sollecitano certi pensieri, ma occorrono anche motivazioni forti e una maggior continuità di rendimento. Il Cagliari è un po’ in ritardo sul roulino di marcia, e ora dovrà pure colmare il vuoto lasciato dal richiestissimo Nainggolan, ma l’impressione è che l’obiettivo verrà raggiunto, specie se il bomberino Sau sarà meno perseguitato da guai fisici che lo stanno attanagliando da inizio stagione.

Anche l’Udinese pare in grado di risollevarsi da una situazione oggettivamente complicata ma è alquanto azzardato ipotizzare una rimonta simile alla stagione scorsa. Si paga la discontinuità in zona gol di Di Natale, stranamente in difficoltà sotto porta, al punto di arrivare a meditare di lasciare a fine anno. Tuttavia è ingeneroso attribuire alla sua attuale scarsa vena realizzativa – dopo che ci aveva abituati benissimo, con medie da fuoriclasse assoluto – tutti i mali della squadra friuliana. Manca il supporto di gente come Maicosuel e Pereyra, in possesso di indubbie doti tecniche ma non ancora decisivi, così come l’acciaccato cronico Muriel, da due anni potenziale crack a livello mondiale.

Nelle retrovie sembrano più accreditate Sampdoria, Atalanta e Chievo rispetto a Bologna e Sassuolo, ma la lotta rimarrà aperta fino alla fine. I bergamaschi si stanno limitando al compitino, abili soprattutto in casa davanti al proprio pubblico, e rimangono sempre pericolosi in gente come Denis e un ritrovato Maxi Moralez, con in panca un condottiero navigato come Colantuono, una vera garanzia a Bergamo. La Samp ha pagato caro lo scotto di inizio stagione, con una partenza shock culminata con l’esonero di Delio Rossi , avvicendato dal mai dimenticato da queste parti Mihajlovic. Il tecnico serbo ha compattato la squadra, ce l’ha in pugno e la sa governare bene. La qualità media non è elevatissima, ma l’allenatore sta tirando fuori il massimo da gente come Eder, mai così prolifico in serie A e Palombo, riproposto spesso e volentieri da titolare, sia al centro della difesa ma soprattutto nell’originario ruolo di regista basso, come quando giunse meritatamente in azzurro. Lecito attendersi di più dal giovane Gabbiadini, che finora si è espresso solo a sprazzi. Il Chievo forse ha atteso sin troppo a richiamare in panca Corini, artefice della salvezza dell’anno scorso, confidando che prima o poi il pur bravo Sannino sapesse come invertire una pericolosa rotta. Ma alcune scelte andavano fatte e il Genio affidandosi a un rigenerato Thereau, l’uomo di maggior tasso tecnico dei clivensi, inspiegabilmente finito ai margini nella gestione precedente, e a un Rigoni non più solo abile interdittore davanti alla difesa ma ormai anche illuminato play maker, sebbene anomalo, formato Nazionale, è riuscito a far riemergere la squadra dai bassifondi della classifica.

Il Sassuolo ci ha messo un po’ ad abituarsi alla serie A e non poteva essere altrimenti: la svolta è successa dopo il pesantissimo ko contro l’Inter. Il passivo di sette reti ha ricompattato la squadra, raccoltasi vicina al tecnico del miracolo, Di Francesco, colui che l’aveva portato in Paradiso. Poi c’è voluto tutto il talento, l’estro, i gol del giovanissimo Berardi, talento di casa ma comprato per metà dalla Juve, capace non solo di segnare a 19 anni 4 gol al Milan (!) ma di chiudere addirittura a 11 reti questo girone, dietro solo al viola Rossi nella classifica cannonieri. Si sono messi in luce anche lo storico capitano Magnanelli, a suo agio nei panni di illuminato regista anche in serie A, i giovani Antei (difensore scuola Roma) e Zaza (altro attaccante a metà con i bianconeri) e l’affidabile portiere Pegolo, spesso decisivo con le sue parate.

A conti fatti le più serie candidate alla retrocessione sembrano il Bologna, il Livorno e il Catania… storie diversissime le loro. Il Bologna giunge in extremis alla decisione sofferta ma oramai inevitabile di sostituire Pioli con Ballardini, il cui compito appare comunque arduo, specie se non si ricorrerà a migliorare la squadra in zona gol, dove pesa l’assenza di un attaccante in grado di sostituire degnamente Gilardino. Bianchi appare involuto e in piena crisi tecnica, così che tocca a un encomiabile capitan Diamanti cantare e portare la croce. Il Livorno era partito a razzo, con l’allenatore Nicola nei panni del predestinato. Alla lunga però l’inesperienza e in generale una qualità media piuttosto bassa della rosa toscana si è fatta sentire in maniera predominante, e anche gente come Paulinho e Siligardi, che hanno mostrato dei bei numeri anche nella massima serie, è progressivamente scaduta a livello di rendimento. Il Catania invece pareva chiaramente indebolito dal mercato estivo ma è indubbio che pochi si sarebbero aspettati un crollo simile dopo lo splendido torneo scorso, culminato col record storico per la squadra etnea in serie A. Ora è tornato Lodi, forse, ma siamo in zona “fantacalcio” potrebbe rientrare alla base anche Gomez, immalinconitosi in Russia, ma probabilmente sarebbe opportuno tornasse pure Maran, a mio avviso frettolosamente esonerato in favore di De Canio, il quale però non ha invertito la rotta, anzi. C0n giocatori ancora da recuperare e tutto un girone di ritorno da disputare, la salvezza è ancora possibile, ma occorre cambiare marcia, soprattutto da un punto di vista mentale.

Resta da dire delle due vere, eclatanti delusioni della stagione: Lazio e Milan. Intristito tutto l’ambiente biancoceleste, dove c’ è un clima assolutamente diverso da 12 mesi fa, quando la Lazio chiuse a ridosso della Juve la prima parte di cammino in campionato. Petkovic indicato come colpevole del calo di rendimento, ci pare tuttavia ingiusto addossare tutte le colpe a un tecnico che al primo esame in serie A fece meraviglie.  Il fatto è, che a parte un Candreva in gran spolvero, per tutta una serie di motivi sono mancati per lunghi tratti alcuni giocatori chiave, da Klose, a Hernanes a Mauri. Stagione di transizione, poi bisognerà vedere se Lotito avrà la voglia e la forza di fare la rivoluzione.

Più delicato il discorso relativo al Milan: l’esonero di Allegri è giunto a completamento di una situazione paradossale, con un cambio societario in corso, non del tutto indolore, e con una squadra sempre più allo sbando, senza anima, senza personalità. Pochi da salvare, forse il solo Kakà – per lo meno per quanto concerne impegno, cuore e passione – mentre persino a Balotelli stanno finendo i bonus. Da lui ci si aspetta di più, inutile girarci attorno: non bastano più i gol (su rigore, direbbero i maligni) e alcune prestazioni da top player. Servono più continuità, rendimento, grinta, determinazione, anche serietà se vogliamo, insomma… serve il salto di qualità, anche in vista del Mondiale.

FOCUS SERIE A: la Roma torna alla vittoria e ravviva il campionato; la crisi del Napoli, della Lazio e delle milanesi; la rinascita di Chievo e Samp, le conferme di Hellas e Torino

La vittoria della Roma contro una pur convincente Fiorentina ha scongiurato il pericolo che il massimo campionato italiano fosse già concluso con largo anticipo. Intendiamoci, la squadra di Garcia, ancora imbattuta, non si poteva certo definire in crisi, ma le dieci vittorie consecutive in serie nelle prime dieci gare di campionato non erano bastate a scoraggiare la Juventus, in grado di sopperire con punti, vittorie e un ritmo appena inferiore ai capitolini, ai presunti mal di pancia di alcuni giocatori. Così sono bastati pochi punti persi dai giallorossi per proiettare la squadra di Conte in cima alla graduatoria, posizione dalla quale sarà difficile spodestarla, visto l’attuale stato di forma di una squadra “abituata” a vincere, come si suol dire. Stridono invece alcune situazioni più sotto, a partire da quel Napoli tanto esaltato alla vigilia e giustamente elogiato nell’approccio sobrio ma convincente di Benitez (così lontano nella forma da quello del suo predecessore Mazzarri), e ora alle prese con una seria ricollocazione tecnica. L’allarme difesa, da sempre messa sotto torchio dal tecnico spagnolo sin dal ritiro estivo, quando nemmeno troppo velatamente aveva caldeggiato puntelli riconosciuti in quel reparto come il suo fidato ex giocatore al Liverpool Skrtel, è ormai deflagrato. Una stagione partita in modo scoppiettante rischia seriamente di essere compromessa prima delle feste natalizie, se consideriamo la distanza sempre più considerevole dalle prime e la poco fortunata apparizione in Champions, al cospetto di un girone che si sapeva presentare un sacco di insidie. Nulla è perduto, per carità, ma per i partenopei occorre invertire la rotta il prima possibile, perché nel calcio – ahimè o per fortuna – alla fine contano solo i risultati, in questo momento di certo non favorevoli.

Tutta la gioia sprigionata da Destro, al rientro dopo un lungo infortunio e subito artefice del gol vittoria della Roma contro la Fiorentina

Tutta la gioia sprigionata da Destro, al rientro dopo un lungo infortunio e subito artefice del gol vittoria della Roma contro la Fiorentina

Ed eclatanti sono pure le situazioni delle due milanesi, alle prese con un’annata di transizione, diciamo così (ennesimo tentativo di nascondere delle crisi tecniche e societarie evidenti?). Se all’Inter si può provare a guardare con ottimismo all’imminente futuro, visto l’ufficiale ingresso in società del magnate Thohir, e un campionato tutto sommato in ripresa dopo il disastro dell’anno scorso targato Stramaccioni, al Milan non si sono ancora del tutto sciolti i nodi di un presunto passaggio di consegne in società tra il “vecchio” ma vincente Galliani e la giovane rampante Barbara Berlusconi, “figlia di” cotanto presidente. Un passaggio di testimone che non può avere ripercussioni su una squadra comunque gravemente ridimensionata negli ultimi due anni e miracolosamente tenuta a livelli quanto meno di dignità dal cocciuto Allegri che continua ad andare avanti per la sua strada, nonostante la bussola ormai persa. Non fosse per un incostante Balotelli o per un redivivo ed encomiabile Kakà, non oso pensare dove sarebbero in  classifica i rossoneri. Su Mario non so più che scrivere, è davvero uno di quei giocatori che non riesco a classificare, collocare, comprendere. Ha le potenzialità del fuoriclasse, ma un’indolenza, una personalità e un atteggiamento il più delle volte penalizzante per la squadra. E se è pur vero che l’anno scorso praticamente da solo (beh, mettiamoci pure qualche “aiutino”, ecco, ormai l’ho detto!) ha condotto il Milan a un insperato terzo posto con i suoi gol, quest’anno spesso ha fatto giocare la sua controfigura “cattiva”, quella che si fa espellere ogni due tre gare, quella che litiga con tutti e che si atteggia a star. Inutile girarci attorno, nonostante lui affermi a più riprese di voler essere trattato come un ragazzo normale di 23 anni, è evidente che il senso della realtà è ormai andato perso, e non per colpa sua, o solo sua. Se guadagni milioni, frequenti top model, ti fai paparazzare ovunque, twitti a getto continuo una marea di stronzate e cambi Ferrari così per ripicca, allora caro Mario, non so se tu davvero hai idea di come vivono i tuoi coetanei. Poi, andrebbe tutelato maggiormente dagli arbitri: è inaudito che venga sistematicamente insultato, provocato e offeso dagli avversari. Lui deve imparare a non reagire, è ovvio, ma certe cose farebbero andare in bestia chiunque, sulla questione razziale davvero non transigo e fossi l’arbitro ad esempio contro il Catania avrei certamente espulso Spolli dopo quello che ha gli ha detto.

ennesimo pareggio dell'Inter: 3 a 3 scoppiettante - e sofferto - contro un forte Parma

ennesimo pareggio dell’Inter: 3 a 3 scoppiettante – e sofferto – contro un forte Parma

L’Inter non ha saputo approfittare del calo del Napoli ed è riuscito a fare peggio quasi degli avversari, pareggiando contro avversari alla portata come Sampdoria e Parma, rischiando anzi il tracollo con quest’ultima squadra, nonostante un Cassano ieri non all’altezza. Una squadra “in divenire” quella nerazzurra, con margini di crescita, ma con limiti ancora evidenti, specie in difesa. Dobbiamo infine registrare una crisi che pare irreversibile da parte della Lazio, alle prese col nodo Petkovic (fossi in lui lascerei la barca che affonda, credo abbia responsabilità molto limitate nella brutta stagione in corso) e le belle affermazioni di Torino, Verona (tornato a una faticosa vittoria dopo tre ko consecutivi e ora saldamente sesto con una classifica davvero sontuosa), Sampdoria e Chievo (3 vittorie nette consecutive per gli uomini di Corini), come a dire che il cambio di tecnico a volte serve eccome, come scritto in un mio recente post qui sul blog. In coda sempre più critica la situazione del Catania, dopo anni di boom calcistico: squadra troppo rinnovata  – e alla resa dei conti indebolita, non avendo sostituito degnamente i vari Lodi, Gomez, Marchese e alle prese con i lunghi infortuni di uomini chiave come Bergessio o Izco –  e involuta. A questo punto, era stata tutta colpa di Maran, lo stesso tecnico del “record dei punti” la partenza shock di quest’anno?

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

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Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

corini
Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

hella
Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

curva

Felice Natalino si ritira dal calcio giocato a 21 anni: ripercorriamo la sua storia

nata

Il giovane difensore calabrese (classe ’92) Felice Natalino dice addio al calcio giocato. La notizia era nell’aria: da tempo purtroppo le voci riguardo le sue condizioni fisiche non erano confortanti, e così ci ha pensato lui con un innocuo ma al contempo commovente tweet a ridestare attenzione su una vicenda che ha colpito tutti gli appassionati di calcio giovanile, ma non solo, perché il calciatore che aveva debuttato assai precocemente in prima squadra nell’Inter per tanta gente era molto più di una scommessa su cui puntare. Su questo blog in tempi non sospetti avevamo iniziato a seguire la sua vicenda e nel corso dei mesi quel post rimase tra i più letti, e tuttora detiene il record assoluto di visite in un solo giorno (il 9 febbraio furono ben 1181)

https://giannivillegas.wordpress.com/2012/11/08/giovani-talenti-che-fine-ha-fatto-felice-natalino/

No, niente a che vedere con coloro che si “perdono” presto per strada, per coloro che, giunti nel mondo del professionismo del pallone, non ne assecondano ritmi, stili di vita e maturità a più livelli, niente sfacciataggine o comportamenti poco irreprensibili. Da questo punto di vista il crotonese era proprio immune a simili “pericoli”, essendo in possesso di tante doti riconosciute e che aveva mostrato nelle sue pur brevi esperienze da calciatore “vero”:  era serio, atletico, ben strutturato, si impegnava molto, si sacrificava, non aveva vizi particolari. Però aveva pure un cuore “ballerino” e alle prime importanti esibizioni emerse con forza il problema di una seria aritmia, elemento certo da non sottovalutare. In prestito al Verona, dopo i buoni esordi in maglia Inter, dove pareva un predestinato, visto come affrontava gli allenamenti e seguiva con personalità le disposizioni tattiche in allenamento e in gara, non riuscì mai in pratica a giocare,causa un cavillo burocratico. L’allarme era già scattato, coi primi accertamenti, le visite specialistiche, la giusta e normale apprensione. Poi il ritorno nella natìa Crotone, ma nemmeno in quel contesto Natalino potè emergere, e non certo per limiti tecnici. A questo punto la notizia sui suoi problemi di salute era già rimbalzata da più parti, e l’Inter fu magistrale nel sostenere il ragazzo, soprattutto a livello psicologico, non facendogli mai mancare supporto, fiducia, assistenza. I tempi passano inesorabili, i mesi si rincorrono ma il rientro pare sempre più lontano. Nel 2013 Felice comincia seriamente a fare i conti con sé stesso e con la sua vita, ma già immagina un responso che a quel punto gli farà meno male del previsto, avendo vissuto sulla propria pelle poco prima un peggioramento delle funzioni cardiache che lo costringerà a farsi trasportare d’urgenza in elicottero per scongiurare guai estremamente peggiori.

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Così, notizia di poche ore fa, ecco l’annuncio di un ritiro precoce ma doveroso, per sé e per le persone che più gli vogliono bene: con la vita non si può scherzare, specie quando si ha 21 anni e le risorse per poter emergere in altri mille ambiti. Lo ha capito per primo lui stesso, che si è sempre fidato ciecamente del giudizio dei suoi medici che da anni lo seguono, tanto da non prendere nemmeno in minima considerazione l’ipotesi di andare all’estero dove probabilmente (i casi di Fadiga e Kanu, tra l’altro curiosamente ex interisti entrambi) avrebbe ottenuto il nulla osta dai medici locali per disputare gare di livello agonistico, riprendendo così una vera carriera. Una carriera che in Italia era iniziata prestissimo, partendo a 15 anni da prodigio difensivo del Crotone in direzione Inter, dove in poco tempo divenne una stella nel contesto di uno squadrone (lo stesso pool di giocatori che avrebbe messo le mani su scudetto Primavera e Next Generation, per capirci). Nazionale giovanile di categoria, disputò da stella conclamata un buon Mondiale Under 17, in una squadra che vedeva presenti anche Perin, El Shaarawy, Fossati – con cui spesso duettava in mediana, zona che occupava saltuariamente ma con grande maestria – De Vitis, Carraro e altre giovani promesse come lui.

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Abile soprattutto da terzino incursore, nonostante i centimetri potessero indurre qualche allenatore a schierarlo in prospettiva pure da centrale difensivo, faceva della velocità e della leggiadria nei movimenti le sue armi migliori; come detto in Nazionale capitava di vederlo anche come perno centrale in mediana,  con licenza di muoversi e di inserirsi, sempre grazie alle sue doti atletiche. Un peccato che tante belle premesse siano state disilluse così presto, ma a Felice non possiamo fare altro che augurare una buona vita e tante soddisfazioni anche al di fuori del mondo del calcio. D’altronde lo ha scritto lui stesso, la vita vale molto più di ogni altra cosa e comunque il ricordo vivido di aver giocato a fianco di campioni come Eto’ o (immortalato nella foto postata a completamento del suo intervento su twitter) rimarrà sempre con lui.