Rock alternativo anni ’90: Disciplinatha

Quando decisi di mettermi all’opera su un lavoro di recupero della musica italiana degli anni ’90, sapevo bene che sarei andato incontro anche a critiche, specie in merito ai nomi degli esclusi. In un primo momento la mia opera doveva riguardare solo un certo tipo di rock, o comunque gruppi e artisti di area cosiddetta “alternativa”, includendo nella lista anche esponenti – in quegli anni assai numerosi e meritevoli di almeno una citazione – di folk, posse, hip hop. Poi le cose si sono evolute e alla fine “Revolution ‘90”, pur mantenendo intatto il suo spirito, è diventato qualcos’altro, di più ampio, ma anche di più “commestibile”, avendo io trattato anche artisti di fascia mainstream, della spesso sbertucciata musica leggera italiana (che però in quel decennio seppe raggiungere grandi vette non solo di popolarità e vendite).
Insomma, giocoforza, ho dovuto compiere delle scelte, in alcuni casi molto dolorose, e nell’introduzione ho cercato pure di spiegare certe motivazioni.
Il grande Riccardo Cavrioli, grande esperto e appassionato di rock (anche) italiano, e che con me ha condiviso tantissimi concerti in giro per l’Italia all’epoca, tanti programmi radiofonici ed esperienze, più volte ha sottolineato, non sempre ironicamente, come almeno un gruppo non dovesse rimanere fuori… e difatti il nome dei Disciplinatha non compare nella mia lista! Scherzi a parte, è innegabile quanto il gruppo di Cristiano Santini abbia significato, ben prima degli anni ’90, quando comparvero sulla scena bolognese all’insegna di un noise rock scurissimo, nei suoni come nei contenuti, con testi che seppero toccare le corde di chiunque vi si approcciasse. Più che toccare le corde, ai più scioccarono letteralmente le liriche della band, così pregne di messaggi fascisti, accompagnati da un’iconografia esplicita che molto contrastava con l’immaginario dell’epoca, più legato agli ambienti di sinistra. Di fatto, col senno di poi, quando i Disciplinatha esordirono con “Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!”, non andavano poi tanto lontano dai corregionali CCCCP-Fedeli alla Linea, nell’amplificare un’estetica (seppur antitetica a quella proposta e rivisitata dai reggiani) e subliminandola, facendone arte in musica. Ma erano forse “troppo” oltraggiosi e politicamente scorretti per essere compresi, non solo apprezzati. L’amico Ricky invece, poi bravissimo collaboratore di Rockerilla e Troublezine, ne fu colpito enormemente, sapendone cogliere lati nascosti e messaggi che andassero oltre l’apparenza. Di fatto un rock senza compromessi, duro e a tratti, almeno per il sottoscritto, poco digeribile. Mi facevano “paura”, e questo fu pretesto di imperitura presa per il culo da parte di Riccardo nei miei confronti. In realtà avevo 14 anni all’epoca e anche se apprezzavo Nirvana,Alice in Chains e altri gruppi di certo non conosciuti per la loro allegria e spensieratezza, sentire testi in italiano così cruenti e diretti mi incuteva timore. Le cose cambiarono decisamente con “Primigenia”, album della maturità e di una nuova consapevolezza, non solo musicale e autoriale. Affiancati ai gruppi dell’allora nascente Consorzio, ne furono in realtà guida spirituale e gruppo di punta, proprio per i gloriosi trascorsi di pochi anni prima. Nel ’96 i tempi erano maturi anche per abbandonare scomode etichette, che credo alla fine abbiano più che altro nuociuto alla loro promettente carriera. “Primigenia” si palesa come un album composito, dove le anime di un gruppo alquanto variegato si fondono insieme egregiamente e dove la rabbia e il furore sono spesso e volentieri accompagnati dalla poesia e da una sorta di inedito candore, davvero improponibile fino a un lustro prima. Grandissimi i Disciplinatha, peccato averli rivalutati tardi, quando furono tra i protagonisti di “Materiale Resistente”, grande e significativo progetto del Cpi in memoria della Resistenza, a 50 anni dalla fine della guerra. Conobbi poi anche il gigante Santini, proprio con Ricky, guarda caso, in un’edizione del Mei, quando ormai già era a capo dei Lunacy box, gruppo dalle forti tinte elettro-dark, sulla scia di band come Nine Inch Nails. Alla voce quella che sarebbe diventata un’amica, Lorenza, ora impegnata assieme al sodale Govind Khurana, ex Edel, nella gestione dell’interessante etichetta indipendente New Model Label. Santini è un produttore affermato, e un affamato di suoni e suggestioni, oggi come allora, una grande mente pensante. Recuperare “Primigenia”, in cui si sentono ruggiti ma anche spiragli di psichedelica, in una sorta di art rock credibile cantato in italiano (una formula che poi ritrovai in alcune canzoni dei miei idoli Scisma), è un dovere per tutti gli amanti della buona musica italiana. E se avete occasione, andate a vedervi lo splendido documentario a loro dedicato, in cui veramente si potranno conoscere tutti i loro segreti, le loro spinte motivazionali, le loro istanze, ciò che li ha convinti a osare in un periodo non ancora recettivo e florido per coloro che volevano ottenere qualcosa di diverso dalla musica che non fosse un semplice sottofondo.

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Recensione di “Mo’ Mo'”, bellissimo disco dei Gasparazzo, in cui si ritrovano ben mescolate atmosfere folk, reggae, etniche e mediterranee

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Mi capita ancora di ascolare volentieri un cd intero, con la dovuta calma… non sarò mai tipo da Ipod, da mp3 selvaggio, seppur sia il primo a beneficiare degli effetti del download. Tanti dischi una volta quasi inaccessibili ora sono facilmente alla portata di mano con un semplice click ma… insomma, a me piace ancora l’oggetto cd, il libretto, leggere i credits: siamo una razza tutt’altro che in via d’estinzione, ve lo assicuro. Sono un signor nessuno per quanto riguarda il mio “peso” musicale: sì, da anni collaboro con radio, webradio, curo al mio meglio questo blog e ho in uscita due volumi che trattano specificatamente di musica ma nella vita sono altro dal giornalista/recensore/divulgatore musicale, al limite scrivo per arrotondare di sport, la materia che forse conosco meglio. Ma tant’è, quando scrivo di un disco cerco di farlo al meglio, non perdendomi in elogi sperticati, se non quando questi sono meritati, ma nemmeno stroncando per il gusto di farlo (il rispetto dietro al grosso lavoro di preparazione di un disco lo riconosco sempre). Per questa mia onestà intellettuale, oltre che per la mia genuina passione, capita ormai da anni che la mia casella postale (fisica o elettronica) sia spesso intasata da proposte di recensioni, di ascolti, giudizi. Cd fisici, demo, dischi in mp3, chi più ne ha, più ne metta e, come già scritto anche privatamente agli interessati – uffici stampa, discografici, ma più spesso gli artisti in questione – non posso garantire a tutti la stessa dedizione, lo stesso impegno, proprio per mancanza di tempo. Devo necessariamente fare una cernita. E al momento di farla, di ritorno dalla vacanza post matrimonio, ho incluso tra i lavori su cui porre la giusta attenzione quello degli emiliani Gasparazzo che, sotto egida New Model Label, gestita dall’illuminato amico Govind Khurana, hanno pubblicato da alcuni mesi il loro sesto album: “Mo’Mo’”, che tradotto significa “proprio adesso, ora”. Come si trattasse di una vera urgenza creativa quello del quintetto capitanato dal cantante e autore di pressochè tutti i brani in scaletta Alessandro Caporossi e dal chitarrista (e polistrumentista) Generoso Pierascenzi, che ha invece composto in pratica tutte le musiche. Completano il gruppo il fisarmonicista Giancarlo Corcilio, il contrabbassista Roberto Salario e il batterista Lorenzo Lusvardi, che ha pure registrato l’intero lavoro. In fase di produzione un nome importante in ambito italiano, non solo etno-folk: Massimo Tagliata che ha speso grandi parole d’elogio per l’ensemble, con una nota di rilievo nel retrocd (“In questi brani, tanta passione e amore per l’arte, in un mix di svariate contaminazioni musicali… felice di poter dare il mio contributo a tutto questo”).
C’è in effetti molto in questo cd, un mix di suggestioni, di generi, di atmosfere, ben congegnate e correlate tra loro, non venendo mai meno l’unità di intenti del gruppo, la loro esigenza di comunicare. Per convenienza mi viene da inserire il nome dei Gasparazzo tra le band folk ma il termine rischia di essere davvero riduttivo, se è vero che tra le pieghe delle 11 canzoni si respirano arie diverse, si colgono sfumature differenti da quello di stampo popolare. Ad esempio il reggae è molto presente tra le tracce, anzi, forse ne rappresenta maggiormente il fulcro sonoro, anche analizzando il cantato e l’incedere del leader Caporossi. In alcuni frangenti mi viene da tirare in ballo il nome di Bunna degli Africa Unite, specie in “Se i posacenere potessero parlare”, l’episodio scritto da Mezzafemmina Gianluca Conte, uno dei cantautori più talentuosi del panorama alternativo italiano. Anche la toccante “Cristo è là”, il cui testo si basa sulle parole di Lino Aldrovandi in memoria del figlio Federico Aldrovandi, barbaramente ucciso, ha una melodia che ricorda quella dell’amata Bob Marley, pur trattandosi nei fatti di una ballata, di una lenta marcia. Cambiando registro, dell’album colpisce subito il trittico iniziale, scoppiettante e riflessivo al tempo stesso, come nella miglior tradizione del folk, appunto. Si balla e si pensa, ma soprattutto si trattano temi di un certo impatto sociale, con testi indubbiamente di spessore. Ascoltate allora la traccia d’apertura, l’anti inno dei Mondiali “Rovesciala”. Su un tappeto elettro – acustico, infarcito di fisarmoniche, chitarre acustiche e vari strumenti “poveri”, come scritto nel libretto, a essere rovesciata è l’intera prospettiva di un evento di tale portata. E’ un brano sociale, in effetti, anti razzista, come loro stesso hanno voluto specificare, che musicalmente parlando me li fa accostare a uno dei gruppi italiani di world music che maggiormente amo: i Nidi d’Arac. La successiva, “Michelazzo” è invece travolgente, allegra, movimentata al punto giusto e racconta di quei personaggi che ritroviamo a tutte le latitudini e che… vivono bene alla faccia nostra, con disimpegno, diciamo così. Il brano che invece dà il titolo all’intera raccolta è uno dei miei preferiti: insinuante, cadenzata, in grado di cullare con le sue suggestioni mediterranee, arabeggianti. Bellissimo tutto l’arrangiamento, uno dei migliori dell’album. Meno efficaci a mio avviso le successive “Agro 400” e “La tromba di Eustachio”, dal respiro certamente più urbano, stradaiolo e dove sono maggiormente in primo piano le chitarre. I toni tornano più toccanti e mesti in quello che è a mio avviso il miglior brano del disco: “Impulsi nudi”. Qui funziona tutto, dalla musica, i suoni al testo davvero ispirato, anche nel ritornello.

Anche la successiva “Centopelle”, lenta e vibrante, può contare su un buon testo, un ritratto in musica di un “ragazzo di strada”, titolo di un breve racconto inserito dal grande Carlo Collodi nella sua raccolta “Occhi e nasi”. Ascoltando per puro piacere molti dischi di questa matrice: folk, roots, etno, reggae, insomma tutto questo calderone di musica e messaggi sociali, viene difficile scontrarsi con qualcosa di veramente ben fatto e prodotto. Non dico “originale”, perché è sempre più difficile esserlo a questo mondo, ma il segreto di questa musica è quello appunto di contaminare. E senza scomodare i grossi nomi italiani (che poi comunque anch’essi si rifacevano, chi più pedissequamente, chi meno, a mostri sacri come Clash o Negrettes Vertes.. insomma, il combat folk rock non lo abbiamo certo inventato noi a ben vedere), era dai tempi dell’esordio della Dioniso Folk Band (ora congelati in quanto il leader Massimo De Vita è impegnato nel progetto “Blindur”) che non mi ritrovavo tra le mani un cd così valido che riprendesse in mano determinate tematiche e cifre stilistiche. Onore quindi ai Gasparazzo per avermi regalato una buona oretta di ottimi ascolti!

Recensione di “MUDA”, buon debutto di Davide Solfrini, tra pop d’autore e moderno cantautorato

Una bella sorpresa – e non è certo l’unica in anni di interessanti produzioni – ci arriva dalla New Model Label, etichetta indipendente ferrarese che fa capo a Govind Khurana. L’album in questione è “MUDA” termine giapponese che sta per “spreco di tempo”, ed è la stessa cosa che ha voluto enfatizzare il trentaduenne Davide Solfrini, che ha registrato, prodotto, e ovviamente scritto e composto questo primo album “lungo” dopo due interessanti ep, di cui il secondo totalmente in lingua inglese. Tra le esperienze maturate dall’autore negli anni, diverse partecipazioni a Radio RAI e la collaborazione in un live del 2005 con Country Joe McDonald – che fu protagonista a Woodstock.

l'autore impegnato negli studi di Radio Rai

l’autore impegnato negli studi di Radio Rai

Difatti i riferimenti di Solfrini, nato e cresciuto a Cattolica e sin da giovanissimo attivo con più band locali, sembrano essere oltre oceano, soprattutto nel pop d’autore dei primi R.E.M. ai quali, per sua stessa ammissione, ha provato a ispirarsi in un frizzante ma pure malinconico ritratto musicale, quello di “Marta al telefono”.

Cantautore sì, ma non di quelli eccessivamente “verbosi” per così dire, nonostante abbondino i pezzi in cui la fanno da padrone più i concetti, le idee che le storie o le trame in sè, penso a riusciti episodi come “La vita degli altri”, il cui titolo e intenzioni traggono spunto dall’omonimo film o in “Binari”, tra i più riusciti del lotto. Alcuni brani virano più sul personalismo ma raccontano di fatto temi universali come in “Cristallo” e “”Equilibrio”.

Piace anche l’utilizzo di strumenti inconsueti o comunque acustici ad accompagnare canzoni la cui struttura in apparenza semplice nasconde invece dei buoni arrangiamenti, delle soluzioni mai banali, anzi direi che è più l’aspetto prettamente musicale, la pulizia e la bellezza di note magari semplici ma ben valorizzate ad avermi colpito, più che il cantato che, a mio avviso, resta la parte più debole.

Spiace constatarlo, ma probabilmente se le 9 canzoni (la decima è una versione live del brano di apertura “Musa”, anch’essa degna di nota, specie per la parte musicale, che prende ispirazione da un brano dei Grant Lee Buffalo) di Solfrini fossero state affidate ad altri per l’interpretazione vocale, il risultato molto probabilmente sarebbe stato migliore, visto il cantato dell’autore certamente non stonato, ma scarso di sfumature, sin troppo monocorde. Un piccolo neo nel contesto di un buon debutto, da incoraggiare e promuovere.