Festival di Sanremo: vince in maniera scontata Arisa. Ecco le mie considerazioni finali sulla 64esima edizione del Festival della Musica Italiana

E così va in archivio anche la 64esima edizione del Festival di Sanremo, che non sarà certamente annoverata tra le più memorabili e riuscite, almeno a detta di chi scrive.

la vincitrice Arisa

la vincitrice Arisa

Sin troppa sobrietà, pacatezza, verrebbe da dire mestizia, a partire da elementi (per me marginali) ma invero da sempre importanti nel contesto della manifestazione, quali la scenografia, i momenti di “spettacolo”, le sorprese. Ci sono state almeno le canzoni, ma purtroppo relegate quasi a comprimarie e allora, almeno ci fosse stato di che divertirsi e divagare con la mente.

Leggendo vari commenti, parlando con le persone interessate o meno, perché comunque di Sanremo in questa settimana parlano tutti, mi rendo conto (e non so quanto dovrebbero farlo anche lo stesso Fazio e il suo team) di come sia stata determinante ai fini del flop (perché di questo si tratta!) la pessima, squallida, pesantissima partenza della 5 giorni sanremese.

Se gente come mia sorella o altri che solitamente non si perdono una battuta, hanno mollato il colpo dopo la prima sera, senza nemmeno arrivare alla fine, per poi decidere di passare oltre, e di recuperare i loro artisti preferiti grazie ai passaggi radio e ai video presenti in rete sin dalle primissime battute, significa davvero che qualcosa è andato storto.

Fazio davvero sto giro non mi ha convinto, troppo fiacca la sua conduzione e all’insegna di un buonismo troppo sfacciato, di maniera. Molto meglio le due edizioni di Morandi, se devo fare un confronto generale. Non dico si debba arrivare ai vertici di creatività e di esplosività di un Bonolis o di un Fiorello, qualora davvero l’anchorman siciliano volesse prima o poi cimentarsi alla conduzione di Sanremo, ma qualcosa di più frizzante e attraente il conduttore ligure doveva architettarlo. Si salva la Littizzetto, seppur meno pungente e incisiva rispetto a 12 mesi prima. Nota di merito per alcuni ospiti stranieri da me assai graditi, non certo nomi altisonanti, specie per quanto concerne la popolarità di massa, ma invero tra i migliori del loro tempo, quali Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e, non ultimo, ieri sera, l’istrionico e sfuggente cantautore belga Stromae.

Le canzoni tutto sommato sono state dignitose, i miei giudizi dati nei giorni scorsi restano sostanzialmente invariati, trattandosi comunque di gusti personali che ho tra l’altro sempre cercato di motivare, senza fermarmi a sensazioni “a pelle”. Devo dire che, anche con coloro con cui sono stato più severo, vedi Giuliano Palma, la Ruggiero o Frankie, non si possa parlare di “brutte canzoni”: semplicemente mi aspettavo di meglio, specie da quest’ultimo, che tornava alla ribalta dopo un po’ e che ci ha proposto una – migliorata comunque dopo la prima esibizione  – “Pedala”, molto somigliante comunque a brani di matrice folk-reggae poco nelle sue corde e più care a band storiche che, mi sa, davvero mai vedremo a queste latitudine, vale a dire gli Africa Unite. Se devo dare un giudizio complessivo, magari stupirò qualcuno, ma il pezzo meno convincente in assoluto è stato quello di Francesco Sarcina. Testo inconsistente, con brutte immagini poco efficaci e scarsamente evocative, un piglio nel canto esagerato ,troppo sopra le righe; una melodia che non decollava, se non negli inutili gargarismi e vocalizzi del Nostro, troppo impegnato a cercare una sua via, tra rimasugli di un Piero Pelù d’annata e un contemporaneo Kekko dei Modà, impossibile tuttora da scalzare nel cuore degli amanti dell’ “emo-pop”, concedetemi il neologismo.

Discreti brani anche quelli di Ron, Giusy e Noemi, all’insegna però di un pop un po’ striminzito. Specie da Noemi mi aspettavo di più: rimane una validissima interprete, che tiene bene il palco ed è in grado di trasmettere qualcosa, ma stavolta non ho avvertito quel pathos nel canto, quel “graffiato” che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Sul podio arrivano due outsider, i cui pezzi singolarmente non erano male, anche se c’ho messo diversi ascolti a digerire uno dei miei idoli: Raphael Gualazzi. Alla fine il pezzo non è male, non all’altezza di altre sue produzioni, ma significativo di un talento in evoluzione, cui poco ha giovato in ogni caso, se non in fase di scrittura del pezzo, l’apporto del mascherato Bloody Beetroots. Di quest’ultimo si è avvertita solo la presenza scenica sul palco, musicalmente sta su un altro pianeta (guardate i tantissimi video presenti sul tubo per capire di che sto parlando). Renzo Rubino – che per giorni ho chiamato Sergio, come ho fatto per mesi con una mia collega, chiamandola Sara, anziché Lara – è un buon prospetto, talentuoso sicuramente nel suo genere ma anche lui è andato più volte sopra le righe, quasi  volesse emulare Morgan. Per carità, rimanga sé stesso, che è giovanissimo e già quotato, e cerchi una sua strada originale e credibile. Bravi, interessanti, ma a mio avviso non meritevoli del podio.

Uno che doveva starci, nonostante mi sia espresso poco convinto del suo pezzo in gara, a discapito di quello eliminato che ritenevo più nelle sue corde, era il favorito Francesco Renga. Un altro invece che davvero lo meritava assolutamente era Cristiano De Andrè, che almeno si è rifatto con i premi della critica… dati al pezzo scartato, la splendida e autobiografica, seppur scritta dal bravo Fabio Ferraboschi, “Invisibili”. Già questo dovrebbe far rivedere una volta per tutti l’assurdo regolamento di presentare due brani! “Invisibili”, senza nulla togliere all’altro brano, indubbiamente efficace, aveva davvero una marcia in più e si sentiva quanto Cristiano avesse messo di suo nel pezzo. Io poi mi ci sono ritrovato molto e, riascoltandolo nella notte dal mio Iphone, il brano  è riuscito ad emozionarmi e a commuovermi. Mi ci sono immedesimato e poco importa se si parla di Genova e di suo padre, e non del mio, che è altrettanto “invisibile” da quasi 9 anni.

Tornando a discorsi più generali, insomma, nel mio podio dovevano finirci De Andrè, Renga (il mio potenziale vincitore, per tutta una serie di criteri, legati alla canzone stessa, alla sua interpretazione, al suo significato e alla sua capacità di arrivare a più persone, di rappresentare il brano “sanremese” per eccellenza), e Arisa.

Quest’ultima, ritrovatasi a rivaleggiare nella finalissima con i due ragazzi al pianoforte, ha avuto vita facile, tanto che sembrava per nulla stupita del suo eccellente risultato. Un brano ben confezionato , adattissimo a lei e alla sua ispirata e perfetta voce, scritta da un autore come Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato e ora collaboratore storico, che sarebbe giusto rivalutare come uno dei più interessanti della sua generazione.

Hanno fatto un figurone anche alcuni dei miei idoli, ma non solo; persone che davvero stimo e seguo da sempre, per i quali ho provato emozioni vere nel vederli calcare alla grande “quel” palco: i Perturbazione, Riccardo Sinigallia (peccato per la precoce e giusta, in base al regolamento, squalifica, ma almeno ha avuto lo spazio come gli altri e non c’ha rimesso per nulla!), e tra le Nuove Proposte i grandi Zibba, senza Almalibre – ma i ragazzi c’erano eccome – e Davide “The Niro” Combusti. Quest’ultimo ha interagito in rete con tanti di noi, nonostante le pressioni e le tempistiche del Festival davvero strette, testimoniando anche della nascita e della condivisione di amicizie che magari potrebbero portare in futuro anche ad interessanti collaborazioni, nel suo caso con il bravo cantautore tarantino Diodato, una delle sorprese di questa rassegna. Mi è piaciuto anche Filippo Graziani… porta un nome pesante e lui ne è consapevole, ma bisognerebbe andare oltre i paragoni, altrimenti rischieremmo per l’ennesima volta di schiacciare un gran talento che magari non arriverà mai alle vette del padre Ivan, ma che potrebbe regalarci in ogni caso delle belle canzoni. E’ dura comunque per i giovani in questi anni, il mercato è spietato e gli spazi e i tempi, seppur illimitati e condivisibili con tantissime persone, sanno anche clamorosamente restringersi, tanta è la concorrenza. Senza andare troppo a ritroso, negli ultimi anni, abbiamo visto calcare Sanremo Giovani validissimi cantanti: l’anno scorso, oltre a Rubino, anche il vincitore Maggio (io l’avrei voluto volentieri rivedere quest’anno, oltretutto ho apprezzato tanto il suo disco d’esordio!), il Cile e Nardinocchi; l’anno precedente la bravissima Erica Mou e Guazzone. E poi ancora gli IoHoSempreVoglia che provenivano dal mondo indie.

E che dire di un’edizione che porto nel cuore, quella del 2010? Gareggiavano gente come La Fame di Camilla, che l’anno scorso hanno annunciato il loro scioglimento, Luca Marino, Nicholas Bonazzi, Mattia De Luca, Romeus e Jacopo Ratini, che ho avuto modo di conoscere, pur non avendolo mai incontrato di persona. Un grande talento, c’ha riprovato anche quest’anno, dopo aver presentato un bellissimo brano, ma senza fortuna. Eppure, la sua esperienza sanremese non la dimenticherà mai e mi è capitato di scrivergli in questi giorni: è stato bello scoprire come sia ancora in stretto contatto con molti di quegli artisti che condivisero con lui quel palco, appunto Marino o il chitarrista dei La Fame di Camilla, segno come scritto prima, che possono nascere anche dei buoni e spontanei sodalizi, al di là delle competizioni e del fatto che in pochi minuti ci si possa giocare una carriera. Ci sono anche i rapporti, le persone, il sudore e l’impegno dietro quei 4/5 minuti, spesso condensati ad orari da nottambuli, e chi organizza un Festival così rilevante ne dovrebbe, ahimè, tenere conto. Quell’anno, in cui emerse almeno la bravissima Nina Zilli, vinse uno dei ragazzi più inconsistenti fuori usciti dai talent show, Tony Maiello. Non me ne voglia il ragazzo, che trovo davvero impersonale, ma il confronto ad esempio con Marco Mengoni, per distacco a mio avviso, il più completo e talentuoso proveniente dal “vivaio” di X Factor, è davvero impietoso.

Tutto per dire comunque che, forse, quest’anno, nonostante abbia portato in luce pochi esempi di coloro che stanno facendo carriera in confronto di chi lo meriterebbe, c’è davvero chi potrebbe, indipendentemente dall’andamento della classifica finale, continuare bene il proprio percorso, specie appunto Zibba e The Niro che hanno alle spalle un nutrito numero di sostenitori.

Va beh, mi sono reso conto di aver perso un po’il filo del discorso, è ora di resettare il tutto, chiudere questa lunga settimana sanremese e guardare avanti, sperando comunque che la musica non sia ricordata solo in questi frenetici 5 giorni. Si ritorna alla realtà, dopo aver vissuto quasi in una bolla di sapone, tanto che in pratica nessun artista in gara, ha parlato di cose”sociali”, della situazione attuale del Nostro Paese. Il tema, piuttosto, declinato talvolta in modo stucchevole e retorico, è stato quello universale, e proprio per questo, “ingiudicabile” e indefinibile oggettivamente, della bellezza. Mi è parso efficace comunque il monologo di Crozza: forse davvero sarebbe il caso di ricordarci più spesso chi siamo e cosa siamo stati in grado di rappresentare nel Mondo, anziché guardare al futuro con rassegnazione e scarsa fiducia, vergognandoci del presente che stiamo attraversando. Io nel mio piccolo cerco sempre più di un appiglio per andare avanti con serenità d’animo, col sorriso, con tanti piccoli e grandi progetti. Basterebbe poco per migliorare la nostra vita, ma bisogna partire dalle piccole cose, da noi stessi.

Lo stupendo brano di Cristiano De Andrè: “Invisibili”

Sanremo va agli archivi tra risultati scontati, polemiche, errori, farfalle ma soprattutto belle canzoni

Sanremo è andato, ho evitato accuratamente i commenti post-festivalieri, se ne è già parlato abbastanza. Detto questo, pur sottolineando che, a conti fatti, stavolta Celentano è stato più sobrio e misurato (dicendo cose che sostanzialmente approvo), che in ogni caso sarebbe meglio si limitasse a cantare, campo in cui è un numero 1, e che la valletta è stata solo di contorno (mille volte meglio la solarità e la simpatia di Geppi Cucciari!), ciò che mi sono piaciute di più sono state le canzoni, esito scontato a parte.

Emma partiva avvantaggiata dalla scelta del televoto, perchè, rimaste in 3, ha saputo raccogliere agevolmente anche i voti di altri cantanti di provenienza talent defilippiana, penso a Pierdavide Carone.

Un podio comunque di tutto rispetto, che a conti fatti, condivido. Tifavo in ultimo per Arisa, la favorita della mia ragazza, che con grazia e assoluta sincerità ha interpretato un pezzo assolutamente struggente. Bellissimo il chiasmo alla fine dei due ritornelli (“la vita può allontanarci, l’amore continuerà”, poi invertito alla fine “l’amore può allontanarci, la vita continuerà”). Temi importanti, profondi, assoluti.

Benissimo Noemi, voce graffiante, classe alla Mannoia, di cui è considerata erede plausibile. Nel rendiconto dei voti, complice la giuria, esce dal podio il popolare Gigi D’Alessio in coppia con la Bertè, si piazzano bene anche Carone/Dalla e Dolcenera, apprezzatissima dalla radio.

Fuori dal lotto dei possibili vincitori i meno “commerciali” degli artisti: Bersani (giustamente vincitore del Premio della Critica), Finardi (resta nella memoria la sua intensa interpretazione), una raffinata Nina Zilli e il bravissimo Francesco Renga, che aveva una canzone meno immediata del solito.

Buone canzoni, comprese le eliminate; il problema (grosso) è che, come da diversi anni a questa parte, vanno in secondo piano rispetto a scandaletti (le mutande, il vedo-non vedo), polemiche, errori e gaffe.

Malino Gianni Morandi, e mi duole ammetterlo: occorrono conduttori più consci della realtà musicale attuale, più moderni. Un Fiorello o un Bonolis sono assoluti big della tv, ma già Fazio fece cose egregie. Troppe defaillances da parte del conduttore, Papaleo ha salvato il salvabile, della bella modella ceca ho già detto. Agli atti questo Sanremo, la verità alle radio e alle classifiche di vendita di dischi!

Il punto sulla prima puntata di Sanremo

E così Sanremo ha emesso il primo vagito. Un suono flebile, ammaccato, tutt’altro che funzionante. Lo si capisce subito dai problemi di sincrono dell’audio, la vergogna del dispositivo per le votazioni (ma come? spendi milioni di euro, ci metti un anno a organizzare tutto e poi la giuria non riesce a votare? Ma daiii) e il sermone apocalittico, oltre che pallosissimo, dell’Adriano Nazionale.

Mi soffermo poco su di lui, non mi piacciono le polemiche , però ieri Celentano mi ha deluso: non si sapeva dove voleva andare a parare. Poi, io non sono di quei cattolici bigotti, anzi, ma scagliarsi contro “Avvenire” e “Famiglia Cristiana” mi è sembrato francamente eccessivo. E’ vero, parlano di politica e di attualità (d’altronde si tratta di un quotidiano nazionale e di una rivista) ma non trascurano l’ambito cattolico e religioso. Mah?!? Stendo un velo pietoso sul deprimente sketch con Pupo. Poi troppi effetti speciali, non mi è piaciuto, senza tenere conto dei 55 minuti di permanenza in video… troppi! Non si può monopolizzare una trasmissione!

Rocco Papaleo è stato brillante, ma certamente fuori contesto, lì non si può troppo improvvisare. Belen e la Canalis tutto sommato non sono andate male, forse perché meno investite di responsabilità, in fondo erano “ospiti”, seppur di lusso.

Veniamo alle canzoni, che dovrebbero essere il vero motore della trasmissione. Purtroppo la gara è un po’ falsata, perché le votazioni sono state annullate. In ogni caso, nessun pezzo a primo ascolto ha avuto un impatto del livello di brani storici come “Si può dare di più”, “Se stiamo insieme”, “Uomini soli” o la più recente “Come saprei”.

Niente brani memorabili, problemi di audio a parte.

Se dovessi valutare la classe pura, direi che i migliori mi sono sembrati la raffinata Chiara Civello, a suo agio pure con la lingua italiana, lei che solitamente si esprime in inglese, e il grande Finardi.

Senza infamia e senza lode Dolcenera, che anche stavolta ha avuto l’onore di aprire la gara, Irene Fornaciari e Renga. Pezzi pop rock, dalle buone aperture melodiche, anche se il pezzo di Irene stava meglio nelle corde del suo autore, il bravissimo Davide Van De Sfros. Stesso problema in cui è incappata Noemi. Il brano di Fabrizio Moro, autore di testo e musica, non pare adatto alla rossa romana.

Non male la nuova veste malinconica di Arisa, alla quale l’ormai ex fidanzato, autore di tutti i suoi brani di successo, ha regalato un brano dai forti connotati biografici.

Emma, favorita alla vigilia per il testo sociale di Kekko dei Modà, mi è parsa sinceramente un po’ troppo sopra le righe, a differenza del suo “Amico” Pierdavide Carone, sobrio e ironico nel presentare “Ninì”. Ma non ditemi che Dalla ha contribuito più di Battiato l’anno scorso con Madonia. Almeno Franco una strofa l’ha cantata, Dalla ha solo sibilato. Ciononostante il pezzo in questione è uno dei migliori, e sono proprio curioso di assistere al duetto  di Carone con Grignani.

D’Alessio si è impegnato molto, specie nell’incoraggiare una riesumata Bertè, ma il brano appare datatissimo, senza guizzi particolari.  I Matia Bazar cantano sul palco come un impiegato delle poste farebbe delle raccomandate, impeccabili ma senza fornire emozioni allo spettatore, d’altronde sono di casa a Sanremo.

Chiudo con i miei tre favoriti. Nina Zilli, davvero splendida, mi è parsa troppo compassata, devo riascoltare il pezzo, che sembrava uscito fuori dagli anni ’60. Bersani all’inizio sembrava De Andrè, il primissimo, col suo incedere quasi da “filastrocca”, poi il brano si sposta sul cabaret. Vedremo con Bregovic che uscirà fuori ma la sensazione è di una canzone di gran spessore, bella!

I Marlene infine sono candidati all’eliminazione. Se avessi sentito il loro brano all’interno di un disco, magari l’avrei apprezzato, in fondo non si discosta dallo stile del trio cuneese, ma all’Ariston mi sembravano fuori luogo. Godano visibilmente emozionato. Hanno avuto il merito di mettersi in gioco, dopo una carriera splendida, un po’ come d’altronde fecero gli Afterhours un paio d’anni fa (con un brano migliore, questo bisogna ammetterlo!)

Vedremo il prosieguo della kermesse!

Buon festival… ma basta Celentano (almeno io lo preferisco quando canta!)

Perchè Sanremo è Sanremo!

Che Sanremo si prospetta quest’anno per un’edizione prontissima ai nastri di partenza (l’esordio sarà domani sera)?

Dal riconfermatissimo Gianni Morandi ci si attende la consueta sobrietà, mista a quella semplicità popolare che ne hanno fatto un beniamino di intere generazioni da 50 anni a questa parte. Ebbene sì, il cantante bolognese aveva appena 17 anni quando si fece notare con le celebri “Fatti mandare dalla mamma” e “Andavo a cento all’ora”, nel lontano 1962.

A parte il ciclone Celentano, e le solite polemiche legate quest’anno alla mancata presenza della Ecclestone (ma in fondo ai suoi capricci preferisco mille volte la valletta praghese ingaggiata al suo posto) e alle insinuazioni di Enzino Iacchetti (che si è spacciato per paladino dei giovani e delle etichette indie, senza alludere al fatto che la maretta con Mazzi e Morandi sul potere delle major è nata un anno fa, quando si vide escludere suo figlio dalla categoria Giovani). Poi Mazzi e Morandi hanno specificato che i giovani vengono ingaggiati dopo dalle major, interessatesi proprio perché quei nomi selezionati avranno una grossa vetrina e una chance incredibile di farsi conoscere da una vasta platea. Mah… io non mi soffermo mai sulle polemiche e vado oltre, analizzando il cast, che si presenta ai nastri di partenza infarcito dai soliti cantanti da talent – ormai è inevitabile, le classifiche d’altronde sono dominate da questi interpreti, alcuni dotati di indubbio talento – ma anche ricco di sorprese e graditi ritorni. Tra questi spiccano Francesco Renga, già dato per favorito (d’altronde con la voce che si ritrova), il cantautore Samuele Bersani, da me attesissimo, e il “vecchio” ribelle Eugenio Finardi, che punta a bissare il successo di Vecchioni.

Inutile dire che Emma, Noemi, Pierdavide Carone (coadiuvato da un Lucio Dalla in insoliti vesti di direttore d’orchestra) risultano tra i favoriti di un pubblico giovane ma a me piace spostarmi sul versante alternativo e pregustarmi ottime performance da parte dell’aggraziata cantante jazz Chiara Civello, che solitamente si esprime in inglese, e soprattutto da parte dei miei beniamini Marlene Kuntz che, come gli Afterhours un paio di edizioni fa, hanno per così dire “saltato definitivamente il fosso”, entrando a pieni uniti nel mainstream, addirittura nel salotto sanremese. Mi creano diverse aspettative anche le interpreti femminili Irene Fornaciari (chissà mai se riuscirà a emanciparsi da cotanto padre, che nel frattempo le ha permesso di duettare nientemeno che con l’amico Brian May… a proposito, i Marlene ospiteranno la mitica Patti Smith!!!), Dolcenera, sempre meno sdolcinata e anzi modernissima, con una voce splendida e Nina Zilli, forse la miglior interprete r’n’b italiana. Meno curiosità me la suscitano Gigi D’Alessio che parteciperà fino a che non avrà vinto, in improbabile duetto con Loredana Bertè (pezzo dedicata alla compianta sorella Mia Martini) e i Matia Bazar che riaccolgono in squadra la dolce Silvia Mezzanotte, con la quale vinsero dieci anni fa con “Messaggio d’amore”.

Pressochè sconosciuti i giovani, se si esclude l’adolescente Casillo, stellina di Io Canto, e già accreditato per la vittoria finale, e i simpatici Io Ho Sempre Voglia, gruppo di rock’n roll con sede a Monopoli, che avevo visto esibirsi al Mei di Faenza nel 2010.

All’epoca avevano dietro solo le fidanzate e qualche amico… insomma, niente raccomandazioni ma già all’epoca tra centinaia di gruppi mi avevano favorevolmente impressionato, a partire dall’audace nome, fino alla loro proposta fatta di semplici ritornelli e melodie che ti si appiccicano in testa.

Mi sa che proprio che tiferò per loro!

Buon Festival a tutti!