Il momento del Toro: si deve essere soddisfatti del campionato sinora svolto o si può ambire a qualcosa di più?

Reduce da due gare in cui è riuscito a incassare 4 punti, frutto del (quasi insperato) pareggio esterno a Napoli e della vittoria casalinga contro il Bologna, come giudicare sin qui il cammino del Torino di Ventura, stanziatosi in zona “tranquilla”, a pari con uno dei Milan più derelitti degli ultimi 30 anni, lontano dai bassifondi, appannaggio attualmente di squadre come il penalizzato alla viglia Siena, il deludente Bologna (altra nobile decaduta) e l’agghiacciante Genoa, la cui gestione tecnica “deleneriana” ha sin qui prodotto ZERO punti in 4 gare?

Se lo guardiamo con occhi ottimistici – e questo già suona ossimorico se riferito al Toro – i tifosi granata possono ritenersi soddisfatti: 14 punti in 12 gare significano molto: continuando con questo ritmo la salvezza potrebbe essere garantita al piccolo trotto. Se invece consideriamo che la zona B pare lontana, specie per le lacune altrui, allora sarebbe il caso di dare continuità in fretta ai risultati, magari condendo le prestazioni di una parvenza di gioco migliore, anche perchè si ipotizza che, prima o poi, Bologna, Sampdoria,  Genoa, Palermo, squadre in crisi di identità più che di risultati comincino a correre un po’ di più, specie le genovesi che paiono in grado di rialzarsi, osservando almeno i rispettivi roster.

Ma siccome sappiamo benissimo che nel calcio subentrano componenti talvolta misteriose e indirizzare le classifiche (e non parlo di accomodamenti di risultati, sia chiaro ma bensì di fattori contingenti che segnano il corso della stagione: infortuni, la ruota che gira male, problemi ambientali…) allora potrebbe davvero essere che le suddette squadre siano capitate nella classica annata no con il risultato che, anche una squadra che non sta facendo faville in campo come quella attuale granata, possa tranquillamente veleggiare verso metà classifica.

Io credo che, da neo promossi, e con il ricordo fresco di stagioni partite più in pompamagna e terminate con sonore delusioni (leggasi “retrocessioni inopinate”), possiamo pure essere positivi in merito alla stagione sin qui disputata dai ragazzi granata. La grandezza perduta è un marchio che ci appartiene e a quello status di “grande”  giustamente si ambisce ma non è questa la stagione giusta per fare, non dico voli pindarici, ma nemmeno per ipotizzare slanci di gran calcio. Ventura abbisogna di gente di qualità per far volare le sue squadre: nel recente Bari ne aveva!

Al Torino non occorre nemmeno un’eccessiva dose di grinta, da sempre richiesta a gran voce dai tifosi e considerata parte integrante del dna della squadra. Tolti Gazzi e Basha, fatico a ritrovare questa qualità in molti altri nostri interpreti. La tecnica pura poi è di ancora meno giocatori. Escluso Ogbonna, di categoria evidentemente superiore, il migliore pare l’ex talento prodigio Alessio Cerci, da sempre considerato un fenomeno, sin dai tempi delle giovanili romaniste (paragonato a Henry!) e delle nazionali giovanili azzurre. Eppure la sua carriera parla chiaro: ottime doti tecniche, fantasia al potere sulla fascia abbinate però a una personalità ancora da definire, con comportamenti fuori dal campo discutibili che certo non vanno a beneficio di una continuità di rendimento. Ho sempre ammirato e lodato Cerci per la sua progressione, i suoi colpi a effetto, la sua inventiva ma dopo il mezzo flop di Firenze – città in cui aveva dimostrato cosa sia in grado di fare se sorretto dalla perfetta concentrazione e “motivazione” giusta – ero piuttosto scettico sul suo impatto a Torino, nonostante ho ancora vivido il ricordo della sua super stagione a Pisa agli ordini del mister Ventura, il quale ha certamente influito tantissimo sul suo approdo al Toro.

Alti e bassi anche in granata finora ma anche la consapevolezza che davvero possa essere lui a darci il cambio di marcia necessario quando la partita pare addormentata e capitan Bianchi necessita di adeguati rifornimenti offensivi. A dire il vero, anche il suo contraltare Santana avrebbe tutte le carte in regola per innescare gli avanti, ma tolto Bianchi, anche lui tra l’altro al di sotto delle sue possibilità, appare solare come manchino gli uomini giusti per supportarlo, giacchè sia Meggiorini che Sgrigna stanno dimostrando di poter fare la differenza in cadetteria ma in A i gol risultano essere pochini per entrambi. Sansone, tolto l’exploit di Napoli, possiede tecnica cristallina ma è vittima di un equivoco tattico: a lungo sconfinato sulla fascia, stava smarrendo le sue caratteristiche da letale seconda punta, agile e efficace in zona gol. Stevanovic pare l’ombra di sè stesso, abulico sulla fascia (la sinistra, quella opposta rispetto all’anno scorso, dove furoreggiava come un invasato, in preda al furore agonistico). D’accordo che la massima serie non è la B, però mi aspettavo una maggiore personalità da parte dell’ex giocatore delle giovanili dell’Inter.

Sta invece ben figurando la difesa, con Darmian e D’Ambrosio, non certo due fulmini di guerra, ma molto abili nelle due fasi, a formare un solido equilibrio: se uno sostiene l’azione offensiva, al’altro rimane a protezione, non staccandosi dalla linea dei centrali. Ottimo Gillet, a volte concede troppo allo spettacolo coi suoi voli plastici, ma è una sicurezza.

Perchè lamentarsi quindi in fondo? Il fatto è che, tolto il roboante risultato esterno di Bergamo – squadra l’Atalanta fortissima in casa, come dimostra la vittoria meritata ieri sera contro l’inter – sembra mancare il gusto del gioco, non dico le idee ma un po’ di coraggio quello sì! La squadra è brava a contenere, a non far ragionare l’avversario, ma raramente mostra sprazzi di bel gioco, una bella azione manovrata. Sperando sia solo questione di tempo, ci godiamo la classifica ma la sensazione è che la squadra in campo potrebbe osare di più, aggredire l’avversario, intimorirlo maggiormente. Poi si guarda dietro e ci si accorge di come molte squadre abbiano problemi ben peggiori e allora ci si auspica che questo possa essere un campionato di transizione, nell’attesa però di provare emozioni un po’ più intense, magari legate a obiettivi più prestigiosi. Solo utopia?

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