Il mio Pagellone di Sanremo 2019

E’ da una vita che non aggiorno il blog, questa mia creatura che negli anni mi ha dato tanta soddisfazione, mi ha fatto conoscere belle persone ed è stata occasione di crescita anche personale, oltre che prezioso strumento per comunicare i miei pensieri, le mie emozioni, le mie idee, pur concentrandomi soprattutto sul veicolare le mie passioni.

Tra queste, quella per il calcio e per la musica, di cui a più riprese ho scritto in questi anni, in maniera professionale o anche solo per autentica passione.

Gli impegni lavorativi, gratificanti ma allo stesso tempo pregnanti, fanno sì che sia ridotta la mia partecipazione attiva, visto che sto portando avanti collaborazioni con alcuni siti e, parallelamente, ho ripreso a scrivere in vista di un nuovo progetto letterario che, si spera, avrà poi sbocco editoriale, vista la natura e l’obiettivo per cui è nato. E poi c’è la voglia di riprendere con il vecchio amore mai scordato della radio…

Un passo alla volta e l’occasione per rifarmi vivo qui su PELLEeCALAMAIO è giunta in concomitanza con quello che negli anni per i miei affezionati lettori era in qualche modo divenuto un appuntamento fisso, vale a dire il mio “pagellone” del Festival di Sanremo. In rete si trova ovviamente di tutto sull’argomento, ma in fondo io ne ho sempre trattato, sin dai tempi remoti in cui non esisteva internet, e con il caro amico Riccardo Cavrioli ci dilettavamo a scriverci le impressioni a caldo addirittura su “pizzini” che poi ci scambiavamo magari prima di entrare in aula per un esame universitario. Già allora il nostro taglio era, sì ironico e talora dissacrante, ma soprattutto spinto da curiosità e passione per la competizione rivierasca che, inutile negarlo, rappresenta un fenomeno di costume, oltre che prettamente culturale del nostro Paese.

Non mi è mai piaciuto però il gioco del “massacro”, il voler a tutti i costi perculare, deridere, cercare la battuta a effetto… ovvio, si tratta di scambi, di battute e commenti, tante volte mi ritrovo a sorridere anch’io quando leggo dei commenti intrisi di sarcasmo, e partecipo al “giochino” ma poi torno sui binari di un ascolto attivo ma interessato a sentire se qualcosa di buono e duraturo è destinato a emergere dagli ascolti compulsivi e frenetici di questi giorni.

Ognuno è libero di fare come vuole ma sinceramente apprezzo di gran lunga di più quelle persone che coerentemente non seguono il Festival e non ne parlano, dovendosi inoltre essi sorbire una settimana davvero monotomatica e, mi rendo conto, stancante se proprio sei lontano dalla kermesse per interesse e ideologie. Meglio loro però rispetto agli snob che passano il tempo a prendere per il culo tutti, anche perché è un tempo… molto lungo quello che trascorrono per una cosa che in teoria non è di loro interesse.

Io, faccio un esempio, non ce la farei mai a seguire per 4/5 ore programmi tipo l’Isola dei Famosi o Temptations Island, al solo scopo di fare battute su internet, non lo trovo proprio “utile”.

Comunque, va da sé che io, sin da piccolo, pur guardandolo a mo’ di rito in famiglia con mamma e nonna, e avendo sempre avuto orecchie anche per il buon pop che le varie edizioni riusciva a tramandare ai posteri, ho sempre sostenuto le proposte più alternative – anche se non sapevo nemmeno cosa significasse – o per lo meno “strane”…

Questa componente poi si è tradotta in gusto personale che predilige esplorare generi diversi, con inclinazioni che vanno dal rock, al folk fino al pop più sofisticato e ai cantautori. E’ questo che in fondo ricerco anche nei meandri di una manifestazione nazionalpopolare come il Festival di Sanremo, ma sono in grado di riconoscere la bella canzone italiana melodica, “sanremese”.

Poi è inutile negare che negli anni si sono quasi smarrite le peculiarità della classica canzone “che vince Sanremo”: da più di 20 anni esponenti indie, alternativi, di altri mondi musicali, hanno fatto il loro ingresso all’Ariston, con risultati più o meno altalenanti o soddisfacenti, ma non è questo il punto. Resta il fatto che in tanti ambiscono a salirci su quel palco, a dire la propria, mettendosi alla prova, proponendo la loro musica.

Io, ingenuo quale sono, me ne frego di complotti, dietrologie, persino del gossip fine a sé stesso, delle gag e dei presentatori, nel senso che se ci sono le canzoni che funzionano, il resto è secondario. Lascio a chi è competente esprimere dubbi, non mi pongo questioni “tecniche” (anche se mi sono reso conto anch’io che ieri i fonici, specie nei primi pezzi, hanno cannato e ne hanno risentito alcune esecuzioni vocali).

Nel caso di ieri poi sentire in sequenza ben 24 brani non era semplice ma è innegabile che al giorno d’oggi non devi nemmeno attendere eventualmente che un pezzo passi in radio: spotify e youtube vengono in soccorso, quindi posso già sbilanciarmi in quelli che sono i miei giudizi – anche perché poi scriverò un unico pezzo solo a classifica finale stilata, per una sorta di bilancio conclusivo della rassegna.

Sicuramente certe impressioni verranno cambiate con gli ascolti ma si sa che poi la canzone prende il suo corso e si plasma con le emozioni che via via si aggiungono (o si tolgono, dipende dai punti di vista).

Bene, via con i voti, premettendo che non mi pare ci siano brani nettamente superiori ad altri, tali da “imporre” un pronostico scontato, come capitò ai tempi, chessò, di una “Perdere l’amore” o “Uomini soli”.

Ordine rigorosamente sparso, perché mi dimentico di essere metodico anche qui (no dai, facciamo almeno in ordine alfabetico)

ACHILLE LAURO  4.5  avrebbe dovuto (o potuto) rappresentare la quota trap invece si presenta in abiti, metaforici e non, che sarebbero potuti andare bene per il Jovanotti di “no Vasco, no Vasco io non ci casco” e il “robotico” Alberto Camerini. Non che si senta la mancanza della trap, dio me ne scampi, ma insomma, sto finto rock pompato e plastificato non mi dice assolutamente nulla, non lo trovo nemmeno simpatico o ironico.

ANNA TATANGELO  6 + intendiamoci, è quella che ho definito qualche riga più su la “classica canzone sanremese” ma per lo meno Anna la fa da par suo, cantando bene (dovrebbe essere scontato ma abbiamo capito ieri sera che ben pochi hanno riprodotto il “bel canto”) e non perdendosi in motivi extramusicali.

ARISA 7 +  non poteva replicare brani come “La notte” o “Controvento”: da veterana quale ormai è del Festival, avendolo già vinto da giovane e da big, e addirittura, seppur in maniera discutibile, presentato, può permettersi di rischiare, tanto con la voce che si ritrova difficilmente presenterò una ciofeca. Qui si cimenta in una sorta di mini musical, trascinante, arioso e positivo. Non sufficiente credo per un podio.

BOOMDABASH 5,5 – simpatici, allegri, colorati, portano un brano dalle atmosfere reggae, adatto per le spiagge in estate. Orecchiabile ma non con le stimmate del tormentone, quindi neanche circoscritto al genere, ottengono la mia sufficienza.

affiancato dal rapper Rancore, Daniele Silvestri può legittimamente ambire al Premio della Critica

DANIELE SILVESTRI (e RANCORE) 8 – un bel brano, di difficile ascolto, un pugno nello stomaco, soprattutto grazie al decisivo apporto del rapper. Possibile vincitore del Premio della Critica.

EINAR 5 – è tanto caruccio e ispira simpatia ma il brano è davvero “mollo” per usare un aggettivo  sdoganato dal mitico Malesani. Non decolla, non è troppo romantico, né strappalacrime, né furbetto… in pratica, né carne né pesce.

ENRICO NIGIOTTI 7 – a me lui è piaciuto, mi sembra pian piano stia trovando la sua strada. Cantautore in senso letterale, poiché si scrive da sempre i pezzi testo e musica, oltre che farsi accompagnare dall’immancabile chitarra: chiaro che non ha per modelli i mostri sacri della canzone d’autore ma nel panorama asfittico attuale, ha un tocco personale. Nella fattispecie ha trattato un tema in ricordo del nonno, con molta delicatezza e intensità.

EX OTAGO 6,5 – il primo nome a me caro in quota indie. Li seguo da anni, stanno in qualche modo ripercorrendo la strada tracciata dai Thegiornalisti, o da Coez, lo fanno con canzoni meno a presa rapida forse ma probabilmente più “vere” e sentite. Come in questo pezzo, ottimamente arrangiato, dove hanno parlato di un amore maturo.

FEDERICA CARTA e SHADE 5,5 – li sento molto lontani, infatti rappresentano appieno una generazione che è anagraficamente lontana, soprattutto per temi trattati e modalità. Lei canta bene, era brava già ad Amici, l’accoppiata con il rapper maestro di free style ha funzionato alla grande l’estate scorsa, con una vagonata di visualizzazioni da far impallidire le star della nostra musica, ma questo palco è sembrato troppo grande.

FRANCESCO RENGA 6 – di stima, perché con quella voce rende piacevole ogni cosa che canta ma qui è mancato un po’ il mordente, lo slancio. Il brano è intimista, nello stile del bravo Bungaro, tra gli autori del pezzo ma, insomma, mi aspettavo di più. Non è certamente all’altezza dei migliori episodi, anche solo attenendoci ai passati suoi episodi sanremesi.

GHEMON  6 – molta classe, era tra coloro che attendevo di più. Non è più da tempo un rapper, non è ancora pienamente a suo agio come cantante tout court ma ci mette cuore e belle intuizioni. Sono dell’idea che se il pezzo in questione l’avesse cantato, ad esempio, Nina Zilli, avrebbe fatto un figurone.

Riusciranno i ragazzi de “Il Volo” a replicare il successo del 2015? Le chances di salire quanto meno sul podio sono alte

 

IL VOLO 6,5 – che gli puoi dire a questi ragazzi? Sono “troppo” in tutto: pulitini, bravi ragazzi, ottime voci, capacità interpretative, amalgama perfetta, sicurezza nei propri mezzi, dei secchioni in piena regola che però non mi trasmettono chissà quali emozioni. Preferivo l’impatto di “Grande amore” ma presumo che possano dire la loro anche quest’anno per la vittoria finale.

IRAMA 6,5 – il ragazzo è bravo e ha già fatto una buona dose di gavetta, proprio partendo da Sanremo giovani qualche anno fa. La vittoria ad Amici lo ha lanciato nel firmamento mainstream ma secondo me rende decisamente meglio in brani così, che ricordano appunto le sue prime prove, molto orientate allo spoken. Il tema è toccante e trattato con parole adeguate, lontano da retorica e banalità assortite.

LOREDANA BERTE’ 6,5– mi rendo conto che stanno fioccando le sufficienze piene ma con pochi guizzi. Il brano della rediviva Bertè è indubbiamente valido, accattivante il giusto, ottimo il team di autori, in cui si intravedono sin troppo evidenti richiami alla poetica vaschiana marchiata Curreri, ma resta per me a metà del guado, senza spiccare il volo.

MAHMOOD 7 – bel brano, ritmato, testo e musica che rimangono in testa, suoni davvero intriganti e un piglio sorprendente considerato che si trattava di un quasi esordiente, praticamente sconosciuto al pubblico. Penso che avrà ottimi riscontri dopo la kermesse sanremese.

MOTTA 6,5 – a lui va il mio tifo, lo seguo da sempre, l’ho votato al Tenco in occasione di entrambe le volte in cui ha poi sbaragliato il campo, vincendo a mani basse sia con il primo album, sia nella categoria più importante con il suo seguito, giudicato dalla giuria come miglior disco dell’anno. Una canzone come questa, apprezzabile negli intenti e nel voler lanciare un grido sociale, però non aggiunge molto al suo percorso artistico. Non è migliore di altre insomma, e sul palco inevitabilmente ha tradito emozione.

NEGRITA 7 – tornavano dopo una vita, li attendevo con molta curiosità. Non sono più i “ragazzacci” di “Tonight”, quando si presentarono al Festival in modo forse provocatorio, con un brano non all’altezza. Qui, forti di una carriera ormai invidiabile, viaggiano senza paura, mettendo tutto loro stessi in un brano dal buon impatto. Un testo forte, credo sottovalutato dagli addetti ai lavori, e un’esecuzione a dir poco perfetta. Ci sta alla grande nell’ imminente raccolta di loro successi in uscita con il Festival.

NEK 6 – vale lo stesso discorso fatto per Renga. Porta un brano discreto, lo interpreta al solito più che degnamente ma mi resta ben poco, non mi viene trasmesso molto delle sue intenzioni. Un brano rassicurante, che non rischia e che riscuoterà comunque scontati consensi.

NINO D’ANGELO e LIVIO CORI 6,5 – no, abbiamo appurato che il bravo Livio Cori non è Liberato, ma al di là della suspence, restava intatta la curiosità di capire come i due mondi musicali di Napoli, quello moderno del rapper e quello classico del big Nino d’Angelo potessero amalgamarsi. Beh, lo hanno fatto indubbiamente bene. Necessita però di più ascolti, come a conti fatti molti dei brani sanremesi di quest’anno.

PAOLA TURCI 5,5 – la classe è cristallina, su quello non ci piove, il magnetismo pure, ma la canzone è alquanto deboluccia. Non brutta, ma nemmeno rilevante anche solo paragonata alla recente esibizione su questo palco.

PATTY PRAVO CON BRIGA 6 – la sufficienza ci sta, perché il testo è di buon livello, tra gli autori il grande Zibba, però è proprio l’abbinamento che mi pare forzato, l’amalgama imperfetto che crea spaesamento e che non produce qualcosa di memorabile.

è di Simone Cristicchi il brano più emozionante di questa edizione sanremese

SIMONE CRISTICCHI 8 – non vincerà ma il suo è il brano che più in assoluto mi ha emozionato. Non ha nemmeno un ritornello vero e proprio, o per lo meno, qualcosa che si faccia banalmente cantare, ma in fondo qui di banale non c’è niente, essendo il brano molto intenso, viscerale e allo stesso tempo intriso di poesia. Suggestivo e poi maestoso l’arrangiamento orchestrale a contornare parole che potrebbero invero riguardare tutti noi.

THE ZEN CIRCUS 7 – lo so che Appino ha cantato solo per modo di dire, ma da sempre lui è così. E’ più un animale da palco, un rocker vero, e come lui i suoi sodali. Fa specie piuttosto che gli Zen, pur avendo nelle corde canzoni adatte a un simile contesto (penso ad esempio alla splendida “L’anima non conta”), abbiano voluto davvero rischiare, portando un brano ostico, ruvido, senza compromessi, molto intenso.

il favorito Ultimo non delude, portando un brano interessante e coinvolgente

ULTIMO 7,5 – non è facile gareggiare da vincitore annunciato. Pur tra tanti nomi “forti”, attuali o classici, è proprio lui, vincitore delle passate Nuove Proposte, il più accreditato alla vittoria. Non ha finora sbagliato un singolo in effetti, migliorando anzi in consensi ad ogni nuova uscita. Esegue una canzone in cui il suo stile è ben imperniato, e direi già inconfondibile. Anche il testo, da lui scritto, mostra una promettente maturità. Al primo ascolto ha mostrato qualche carenza ma credo che andrà meglio nel prosieguo della gara.

E per finire il mio personale podio:

1 SIMONE CRISTICCHI

2 THE ZEN CIRCUS

3 NEGRITA

Il mio pronostico finale:

1 ULTIMO

2 IL VOLO

3 IRAMA

PREMIO DELLA CRITICA: Daniele Silvestri (e Rancore)

MIGLIOR TESTO: Simone Cristicchi

MIGLIORE MUSICA: Arisa

 

 

 

Francesco Renga sempre più lontano dai Timoria

E’ davvero difficile per me scrivere di Francesco Renga (difatti non mi sono mai cimentato in questo e nemmeno queste righe vogliono assumere la parvenza di una “vera” recensione): questo per un semplice motivo, essere stato un grande fan dei Timoria, una delle più avvincenti esperienze rock tricolori di tutti i tempi, ben omaggiata nel mio saggio sulla musica italiana degli anni ’90 (“Revolution ‘90”). Di quella storica formazione lombarda,con base a Brescia (da cui pure il Nostro proveniva, pur essendo nativo di Udine), Renga non solo era potente e suadente voce, una delle migliori mai espresse in ambito italiano, ma anche immagine preminente, checché ne dica il buon Omar Pedrini, autore e compositore di tutti i pezzi della band e quindi a tutti gli effetti la “mente”.

Ma Francesco come detto non poteva passare inosservato, e pur non essendo appunto lui lo scrittore dei testi, il suo livello interpretativo raggiungeva picchi altissimi di intensità e di empatia, tale da rivendicare il suo connubio con il chitarrista Pedrini uno dei più solidi, avvincenti e meglio assortiti del panorama italiano. Brani come “Senza vento”, “Sangue impazzito”, l’epopea di Joe, la struggente ballata “Vola piano” o altre canzoni ottimamente contaminate stanno lì fulgidi a dimostrarlo.

Poi qualcosa si è (inevitabilmente) rotto, forse per sempre (ma negli annali rimane una performance a sorpresa dei due, subito immortalata su you tube e presagio, ci si auspica, del superamento di vecchie ruggini) e in fondo è inutile pure rivangare su argomenti alquanto personali che li hanno visti coinvolti, prima dell’abbandono (cacciata?) del cantante.

L’eco del gruppo era ancora forte in me e, presumo, pure in quello di migliaia di fans, che infatti cominciarono a seguire Francesco nel suo percorso solista, dandogli subito credito e fiducia. Allo stesso tempo non perdemmo le tracce del gruppo, sempre più spinto da Omar verso la sperimentazione e il recupero di atmosfere anni ’70, vicine alla psichedelia e dal forte immaginario visivo legato al periodo citato. Anche se il sostituto di Renga non avrebbe potuto tecnicamente ed emotivamente reggere il paragone, la fiducia gli fu comunque concessa, solo però in parte ripagata dall’esordiente Sasha Torrisi (che in ogni caso, sin da subito, divise il microfono e, soprattutto, la scena con il vero leader della band, Pedrini).

Svanita l’illusione Timoria, nonostante almeno una buona prova discografica post Renga (parlo in particolare de “El Topo Grande Hotel”), mi sono tuffato a capofitto nella discografia solista del cantante, considerando promettente, seppur lontano da certi inni generazionali, il suo primo singolo “Affogo Baby”, in cui ha cercato di coniugare rock e melodia semplice su un cantato comunque non eccessivamente caricato di virtuosismi. A Sanremo Giovani non vince ma è come se lo avesse fatto, risaltando su tutti con l’intensa e lineare ballad “Raccontami”, che di fatto lo rivela al grande pubblico, quello che sovente appunto guarda il Festivalone.

E’ l’inizio di una nuova avventura musicale e artistica che lo consoliderà, prova su prova, sempre più nel novero della musica leggera italiana, se è vero che sin da subito si smercerà dall’artista rock, “maledetto”, per manifestare invece un’immagine di sé ai più rassicurante e riappacificata, nonostante nei primi brani dei suoi album non manchino suggestioni malinconiche, triste, tormentate. La vittoria sanremese con l’azzeccata “Angelo” è il preludio, il suggello di una carriera che lo vedrà pure impegnato nella rivisitazione di molti classici della canzone italiana. L’ultimo suo lavoro autografo è cosa recente, dopo l’ennesima partecipazione rivierasca con la notevole “Vivendo adesso”, scritta interamente da Elisa. Forse proprio di questo si sono accorti alla Sony, la sua nuova casa discografica: che Renga come autore non è propriamente un fenomeno, mentre come risaputo vanta delle grandissimi doti canore, vocali. Non dico che tutti i suoi testi siano privi di interesse (canzoni “minori” come “Comete”, “Nel nome del padre” , “Alba” o singoli come “Un’ora in più” o “Dove il mondo non c’è più” stanno lì a testimoniare i suoi progressi in tal senso) ma in linea di massima li reputo sin troppo stereotipati, per non dire banali in certi frangenti, con immagini troppo spesso, dal mio punto di vista scarsamente efficaci.

Nel nuovo album pertanto fioccano le collaborazioni in fase di composizione e scrittura, tanto che Francesco firma pochissime canzoni, neppure le migliori del disco tra l’altro. Oltre alla già citata Elisa, hanno dato il loro contributo gli onnipresenti Kekko dei Modà e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro (siamo sinceri: contributi assai modesti), ma soprattutto il bravo Roberto Casalino, noto anche per le fruttuose collaborazioni con Marco Mengoni e Giusy Ferreri e quel Fortunato Zampaglione, ormai quasi scomparso da certi radar, dalle classifiche (in cui stazionò a lungo ai tempi della sua bella hit “Ti cancellerò”) ma qui tornato in auge come autore del miglior brano del lotto, “Il mio giorno più bello nel mondo”, grazie alla quale Francesco sta imperversando in questa anomala estate 2014 nelle radio e nelle tv musicali.

A stento ancora fatico a credere che per le nuove generazioni il riccioluto Renga sia percepito alla stregua di romanticoni nazionali quali Biagio, Eros o, peggio, Gigi D’Alessio ma tant’è… Di fatto ormai fa musica “da classifica”, commerciale nel senso più consono ma si potrebbe comunque, a questo punto della carriera, provare una nuova virata, visto i mezzi di cui dispone, e cercare di coniugare la ricerca del gusto di un pubblico più generalista con quello dal palato più fine. In fondo artisti di qualità, al confine col mainstream ce ne sono eccome in Italia, basti pensare, chessò, alla Consoli, a Gazzè, Fabi per non dire di Samuele Bersani.  Poi è chiaro che si cambia, e che crescere significa anche lasciare indietro certe istanze per seguirne di nuove: in fondo nei Timoria era solo un ragazzo non ancora trentenne, ora invece è un uomo di più di 45 anni, normale che questo si possa tradurre anche con nuove forme di comunicazione musicale.

Festival di Sanremo: vince in maniera scontata Arisa. Ecco le mie considerazioni finali sulla 64esima edizione del Festival della Musica Italiana

E così va in archivio anche la 64esima edizione del Festival di Sanremo, che non sarà certamente annoverata tra le più memorabili e riuscite, almeno a detta di chi scrive.

la vincitrice Arisa

la vincitrice Arisa

Sin troppa sobrietà, pacatezza, verrebbe da dire mestizia, a partire da elementi (per me marginali) ma invero da sempre importanti nel contesto della manifestazione, quali la scenografia, i momenti di “spettacolo”, le sorprese. Ci sono state almeno le canzoni, ma purtroppo relegate quasi a comprimarie e allora, almeno ci fosse stato di che divertirsi e divagare con la mente.

Leggendo vari commenti, parlando con le persone interessate o meno, perché comunque di Sanremo in questa settimana parlano tutti, mi rendo conto (e non so quanto dovrebbero farlo anche lo stesso Fazio e il suo team) di come sia stata determinante ai fini del flop (perché di questo si tratta!) la pessima, squallida, pesantissima partenza della 5 giorni sanremese.

Se gente come mia sorella o altri che solitamente non si perdono una battuta, hanno mollato il colpo dopo la prima sera, senza nemmeno arrivare alla fine, per poi decidere di passare oltre, e di recuperare i loro artisti preferiti grazie ai passaggi radio e ai video presenti in rete sin dalle primissime battute, significa davvero che qualcosa è andato storto.

Fazio davvero sto giro non mi ha convinto, troppo fiacca la sua conduzione e all’insegna di un buonismo troppo sfacciato, di maniera. Molto meglio le due edizioni di Morandi, se devo fare un confronto generale. Non dico si debba arrivare ai vertici di creatività e di esplosività di un Bonolis o di un Fiorello, qualora davvero l’anchorman siciliano volesse prima o poi cimentarsi alla conduzione di Sanremo, ma qualcosa di più frizzante e attraente il conduttore ligure doveva architettarlo. Si salva la Littizzetto, seppur meno pungente e incisiva rispetto a 12 mesi prima. Nota di merito per alcuni ospiti stranieri da me assai graditi, non certo nomi altisonanti, specie per quanto concerne la popolarità di massa, ma invero tra i migliori del loro tempo, quali Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e, non ultimo, ieri sera, l’istrionico e sfuggente cantautore belga Stromae.

Le canzoni tutto sommato sono state dignitose, i miei giudizi dati nei giorni scorsi restano sostanzialmente invariati, trattandosi comunque di gusti personali che ho tra l’altro sempre cercato di motivare, senza fermarmi a sensazioni “a pelle”. Devo dire che, anche con coloro con cui sono stato più severo, vedi Giuliano Palma, la Ruggiero o Frankie, non si possa parlare di “brutte canzoni”: semplicemente mi aspettavo di meglio, specie da quest’ultimo, che tornava alla ribalta dopo un po’ e che ci ha proposto una – migliorata comunque dopo la prima esibizione  – “Pedala”, molto somigliante comunque a brani di matrice folk-reggae poco nelle sue corde e più care a band storiche che, mi sa, davvero mai vedremo a queste latitudine, vale a dire gli Africa Unite. Se devo dare un giudizio complessivo, magari stupirò qualcuno, ma il pezzo meno convincente in assoluto è stato quello di Francesco Sarcina. Testo inconsistente, con brutte immagini poco efficaci e scarsamente evocative, un piglio nel canto esagerato ,troppo sopra le righe; una melodia che non decollava, se non negli inutili gargarismi e vocalizzi del Nostro, troppo impegnato a cercare una sua via, tra rimasugli di un Piero Pelù d’annata e un contemporaneo Kekko dei Modà, impossibile tuttora da scalzare nel cuore degli amanti dell’ “emo-pop”, concedetemi il neologismo.

Discreti brani anche quelli di Ron, Giusy e Noemi, all’insegna però di un pop un po’ striminzito. Specie da Noemi mi aspettavo di più: rimane una validissima interprete, che tiene bene il palco ed è in grado di trasmettere qualcosa, ma stavolta non ho avvertito quel pathos nel canto, quel “graffiato” che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Sul podio arrivano due outsider, i cui pezzi singolarmente non erano male, anche se c’ho messo diversi ascolti a digerire uno dei miei idoli: Raphael Gualazzi. Alla fine il pezzo non è male, non all’altezza di altre sue produzioni, ma significativo di un talento in evoluzione, cui poco ha giovato in ogni caso, se non in fase di scrittura del pezzo, l’apporto del mascherato Bloody Beetroots. Di quest’ultimo si è avvertita solo la presenza scenica sul palco, musicalmente sta su un altro pianeta (guardate i tantissimi video presenti sul tubo per capire di che sto parlando). Renzo Rubino – che per giorni ho chiamato Sergio, come ho fatto per mesi con una mia collega, chiamandola Sara, anziché Lara – è un buon prospetto, talentuoso sicuramente nel suo genere ma anche lui è andato più volte sopra le righe, quasi  volesse emulare Morgan. Per carità, rimanga sé stesso, che è giovanissimo e già quotato, e cerchi una sua strada originale e credibile. Bravi, interessanti, ma a mio avviso non meritevoli del podio.

Uno che doveva starci, nonostante mi sia espresso poco convinto del suo pezzo in gara, a discapito di quello eliminato che ritenevo più nelle sue corde, era il favorito Francesco Renga. Un altro invece che davvero lo meritava assolutamente era Cristiano De Andrè, che almeno si è rifatto con i premi della critica… dati al pezzo scartato, la splendida e autobiografica, seppur scritta dal bravo Fabio Ferraboschi, “Invisibili”. Già questo dovrebbe far rivedere una volta per tutti l’assurdo regolamento di presentare due brani! “Invisibili”, senza nulla togliere all’altro brano, indubbiamente efficace, aveva davvero una marcia in più e si sentiva quanto Cristiano avesse messo di suo nel pezzo. Io poi mi ci sono ritrovato molto e, riascoltandolo nella notte dal mio Iphone, il brano  è riuscito ad emozionarmi e a commuovermi. Mi ci sono immedesimato e poco importa se si parla di Genova e di suo padre, e non del mio, che è altrettanto “invisibile” da quasi 9 anni.

Tornando a discorsi più generali, insomma, nel mio podio dovevano finirci De Andrè, Renga (il mio potenziale vincitore, per tutta una serie di criteri, legati alla canzone stessa, alla sua interpretazione, al suo significato e alla sua capacità di arrivare a più persone, di rappresentare il brano “sanremese” per eccellenza), e Arisa.

Quest’ultima, ritrovatasi a rivaleggiare nella finalissima con i due ragazzi al pianoforte, ha avuto vita facile, tanto che sembrava per nulla stupita del suo eccellente risultato. Un brano ben confezionato , adattissimo a lei e alla sua ispirata e perfetta voce, scritta da un autore come Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato e ora collaboratore storico, che sarebbe giusto rivalutare come uno dei più interessanti della sua generazione.

Hanno fatto un figurone anche alcuni dei miei idoli, ma non solo; persone che davvero stimo e seguo da sempre, per i quali ho provato emozioni vere nel vederli calcare alla grande “quel” palco: i Perturbazione, Riccardo Sinigallia (peccato per la precoce e giusta, in base al regolamento, squalifica, ma almeno ha avuto lo spazio come gli altri e non c’ha rimesso per nulla!), e tra le Nuove Proposte i grandi Zibba, senza Almalibre – ma i ragazzi c’erano eccome – e Davide “The Niro” Combusti. Quest’ultimo ha interagito in rete con tanti di noi, nonostante le pressioni e le tempistiche del Festival davvero strette, testimoniando anche della nascita e della condivisione di amicizie che magari potrebbero portare in futuro anche ad interessanti collaborazioni, nel suo caso con il bravo cantautore tarantino Diodato, una delle sorprese di questa rassegna. Mi è piaciuto anche Filippo Graziani… porta un nome pesante e lui ne è consapevole, ma bisognerebbe andare oltre i paragoni, altrimenti rischieremmo per l’ennesima volta di schiacciare un gran talento che magari non arriverà mai alle vette del padre Ivan, ma che potrebbe regalarci in ogni caso delle belle canzoni. E’ dura comunque per i giovani in questi anni, il mercato è spietato e gli spazi e i tempi, seppur illimitati e condivisibili con tantissime persone, sanno anche clamorosamente restringersi, tanta è la concorrenza. Senza andare troppo a ritroso, negli ultimi anni, abbiamo visto calcare Sanremo Giovani validissimi cantanti: l’anno scorso, oltre a Rubino, anche il vincitore Maggio (io l’avrei voluto volentieri rivedere quest’anno, oltretutto ho apprezzato tanto il suo disco d’esordio!), il Cile e Nardinocchi; l’anno precedente la bravissima Erica Mou e Guazzone. E poi ancora gli IoHoSempreVoglia che provenivano dal mondo indie.

E che dire di un’edizione che porto nel cuore, quella del 2010? Gareggiavano gente come La Fame di Camilla, che l’anno scorso hanno annunciato il loro scioglimento, Luca Marino, Nicholas Bonazzi, Mattia De Luca, Romeus e Jacopo Ratini, che ho avuto modo di conoscere, pur non avendolo mai incontrato di persona. Un grande talento, c’ha riprovato anche quest’anno, dopo aver presentato un bellissimo brano, ma senza fortuna. Eppure, la sua esperienza sanremese non la dimenticherà mai e mi è capitato di scrivergli in questi giorni: è stato bello scoprire come sia ancora in stretto contatto con molti di quegli artisti che condivisero con lui quel palco, appunto Marino o il chitarrista dei La Fame di Camilla, segno come scritto prima, che possono nascere anche dei buoni e spontanei sodalizi, al di là delle competizioni e del fatto che in pochi minuti ci si possa giocare una carriera. Ci sono anche i rapporti, le persone, il sudore e l’impegno dietro quei 4/5 minuti, spesso condensati ad orari da nottambuli, e chi organizza un Festival così rilevante ne dovrebbe, ahimè, tenere conto. Quell’anno, in cui emerse almeno la bravissima Nina Zilli, vinse uno dei ragazzi più inconsistenti fuori usciti dai talent show, Tony Maiello. Non me ne voglia il ragazzo, che trovo davvero impersonale, ma il confronto ad esempio con Marco Mengoni, per distacco a mio avviso, il più completo e talentuoso proveniente dal “vivaio” di X Factor, è davvero impietoso.

Tutto per dire comunque che, forse, quest’anno, nonostante abbia portato in luce pochi esempi di coloro che stanno facendo carriera in confronto di chi lo meriterebbe, c’è davvero chi potrebbe, indipendentemente dall’andamento della classifica finale, continuare bene il proprio percorso, specie appunto Zibba e The Niro che hanno alle spalle un nutrito numero di sostenitori.

Va beh, mi sono reso conto di aver perso un po’il filo del discorso, è ora di resettare il tutto, chiudere questa lunga settimana sanremese e guardare avanti, sperando comunque che la musica non sia ricordata solo in questi frenetici 5 giorni. Si ritorna alla realtà, dopo aver vissuto quasi in una bolla di sapone, tanto che in pratica nessun artista in gara, ha parlato di cose”sociali”, della situazione attuale del Nostro Paese. Il tema, piuttosto, declinato talvolta in modo stucchevole e retorico, è stato quello universale, e proprio per questo, “ingiudicabile” e indefinibile oggettivamente, della bellezza. Mi è parso efficace comunque il monologo di Crozza: forse davvero sarebbe il caso di ricordarci più spesso chi siamo e cosa siamo stati in grado di rappresentare nel Mondo, anziché guardare al futuro con rassegnazione e scarsa fiducia, vergognandoci del presente che stiamo attraversando. Io nel mio piccolo cerco sempre più di un appiglio per andare avanti con serenità d’animo, col sorriso, con tanti piccoli e grandi progetti. Basterebbe poco per migliorare la nostra vita, ma bisogna partire dalle piccole cose, da noi stessi.

Lo stupendo brano di Cristiano De Andrè: “Invisibili”

Sanremo Nuove Proposte: nella serata dei duetti d’autore, ecco il trionfo del giovane rapper Rocco Hunt! Me ne farò una ragione…


ROCCO HUNT

Alla fine l’esito della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2014 era abbastanza scontato. Ho letto ovviamente tantissimi pareri discordanti, specie nell’area dei musicisti “alti”. Bisogna vedere le cose con un minimo di oggettività, al di là dei gusti personali che, volenti o nolenti, contribuiscono spesso in maniera determinante a inficiare i nostri giudizi.

Rocco Hunt, quindi, 19 anni (e ne dimostra pure meno!), rapper da Salerno, si issa in cima alle preferenze, non solo dei tele votanti ma anche della cosiddetta “giuria di qualità”, presente in prima fila ieri all’Ariston e presieduta dallo stimato regista Paolo Virzì.

Tre componenti  (il genere, la giovane età, la provenienza) che la dicono lunga sul fatto che fosse in qualche modo, non scontato (come azzardato a inizio articolo) ma quanto meno prevedibile sì. Se, come scritto ieri, questa settimana sono entrati direttamente al primo posto nelle classifiche di vendite i due mediocri rapper Two Fingerz, non c’è da stupirsi di nulla. Il rap, l’hip hop, che poco o davvero nulla ha di che spartire con quello emerso anche in Italia all’incirca nel ’92 con solide band come Sangue Misto, Assalti Frontali e Isola Posse, sta dominando le charts, basti vedere altri “fenomeni” giovani che hanno sbancato negli ultimi due anni, da Emis Killa a Fedez, da Clementino all’”amico” Moreno, persino personaggi poco allineati a logiche commerciali come Gemitaiz, Coez e Salmo (quest’ultimo giunto anch’egli primo in classifica) hanno fatto il botto.

Troppo semplicistico però relegare l’exploit di Hunt a cosa ovvia, avendo tra l’altro come rivali talenti dal sicuro avvenire –  oltre che dal solido presente – come The Niro e soprattutto Zibba che con i suoi Almalibre da anni è “abituato” a ricevere riconoscimenti d’ogni genere.

Ciò che mi ha poco convinto è il brano in sé: intendiamoci, ha smosso la platea, è orecchiabilissimo, musicalmente ha quel che di reggae che non guasta mai, se vuoi azzeccare l’hit  e dare un vago senso di “appartenenza” politica e popolare e il testo va a toccare, seppur in maniera alquanto retorica, trita e ritrita, dei punti nevralgici della nostra situazione socio-politica, del sud in particolare.

Il fatto è che, al dispetto della giovanissima età, Rocco è già un big nel suo genere, vende un botto di dischi, vanta un numero di visualizzazioni, nell’era digitale un dato inoppugnabile di popolarità e fama, dieci volte superiore a quelle di Zibba, The Niro e Diodato messi insieme, e già a sua volta, dopo aver collaborato un po’ con tutti nel suo ambiente, a partire dall’amico Clementino, ringraziato anche ieri dal palco al momento di ritirare i premi vittoria, è un ricercato produttore di altri rapper.

Però il pezzo in sé non era sto granchè, mio fratello Jonathan, amante e profondo conoscitore della scena, da subito era dubbioso, temendo in una canzone ad ampio respiro, con frasi fatte, proprio Hunt che invece è considerato un maestro nel “freestyle” e ha quindi la rima facile e arguta.

Non sono rimaste che le briciole alla fine della fiera per gli alti tre artisti in gara, tutti meritevoli a mio avviso di proseguire il proprio percorso, aumentando il loro “bacino di utenza” se questo era lo scopo appunto di gente come The Niro e Zibba, già pienamente affermati nei loro ambiti, quello indie per il primo e quello della canzone d’autore per il secondo . Diodato si ritrova un po’ in mezzo al guado, ma ha buone qualità, personalità e magnetismo interpretativo per provare a imporsi in un mercato sempre più ostico.

Restano da dire due parole sul resto della serata, dedicata ai duetti in merito alla canzone d’autore italiana, forte della collaborazione siglata tra il Festival e il Club Tenco, due mondi spesso percepiti come distanti. Non tutti gli omaggi sono riusciti, in particolare mi ha poco convinto quello a Enrico Ruggeri fatto da Giusy con i due attori Alessandro Haber e Alessio Boni (uno dei miei preferiti in assoluto ma ieri parso un po’ “strano”… scusate, non mi viene l’aggettivo giusto!), quello di Noemi al grande Fossati, quello assai improbabile di Frankie con la Mannoia.

Promuovo a pieni voti stavolta Giuliano Palma, Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio alla batteria (l’attore pugliese, già visto all’opera al pianoforte nel riuscito ultimo film di Rocco Papaleo, si è proprio divertito ieri sera sul palco), i Perturbazione con l’amica Violante Placido in una delicata “La donna cannone” e lo squalificato Riccardo Sinigallia, accompagnato oltre che dalla sodale Laura Arzilli da due bravissime interpreti quali Marina Rei (tra l’altro sua cognata, essendo questa la compagna del fratello Daniele Sinigallia, chitarrista e produttore) e Paola Turci. Bene anche il recupero di Ron dell’amico Lucio Dalla e l’insolita collaborazione della Ruggiero con dei suonatori di tablet (!).

Senza infamia e senza lode i due favoriti Renga, cui Kekko dei Modà ha ricambiato il duetto della passata edizione, quando col suo gruppo era in gara, e Arisa alle prese con un classico di Battiato, accompagnata da un trio nordico, gli WhoMadeWho.

Citazione a parte per Cristiano De Andrè che ha commosso tutti con l’omaggio sentito al padre in “Verranno a chiederti del nostro amore”, il quale ha pure ricordato un aneddoto relativo a quando il padre lo scrisse, dedicandolo alla madre.

Gino Paoli ha invece omaggiato la scena genovese, raccogliendo applausi a scena aperta e mostrando, ormai ottantenne, una classe intatta, direi innata.

Infine, poco prima di svelare il nome del vincitore della categoria, arriva il momento dell’ospite.. e che ospite! Il giovane cantautore scozzese, ma di chiare origine italiane, Paolo Nutini, prima abbozza un’incerta – nella pronuncia – “Caruso”, caricandola della sua voce roca e profonda, poi canta “Candy”, una delle sue hit, inclusa nel precedente ultimo album, un capolavoro assoluto, e infine ci delizia con il nuovissimo singolo, anteprima di un imminente nuovo album di inediti, previsto per aprile. Anche in questo caso, si tratta di una invenzione sonora, di un recupero di un qualcosa, attualizzato e miscelato. Nutini è stato in grado, partendo dall’indie pop rock caro al suo idolo dichiarato Damien Rice, che lo ha anticipato di una serata sul palco dell’Ariston, di spostarsi verso territori sempre più ampi, contemplando grandi dosi di soul, rythm and blues, country, folk irlandese/scozzese, pop, reggae, jazz in un unico calderone. E il nuovo singolo “Scream” ha confermato questa sua attitudine. Un grande talento davvero, ancora under 30, essendo un classe ’87!

Sanremo 2014: prime classifiche e primi miei voti!

Premesso che ieri non ho visto il Festival, se non a tardissima serata, quando era in corso l’esibizione di uno dei miei idoli, l’irlandese Damien Rice (apro piccola parentesi di cronaca: ovviamente Rice ha attinto dal primo album i due splendidi brani presentati, ma si è avvertita, e lo dico da un po’, l’assenza della sua collaboratrice Lisa Hannigan, la cui carriera solistica non mi sta convincendo: secondo me, separandosi artisticamente, c’hanno rimesso tutti e due!). A parità di stima e ammirazione, mi è parsa più convincente l’esibizione nella serata precedente di Rufus Wainwright.

Parlo prima dei giovani, visto che in diretta ho fatto tempo ad assistere alle loro esibizioni – d’altronde anche fossi rincasato più tardi ancora della mezzanotte li avrei beccati, visto l’assurdo palinsesto – e sono pienamente soddisfatto che sia passato con pieno merito in finale l’amico Davide Combusti, alias The Niro.

Qualità eccelsa per il “Jeff Buckley italiano”, che ha portato un pezzo “classico” secondo i suoi stilemi almeno, anche se ammetto che devo ancora abituarmi a sentirlo cantare nella nostra lingua madre. Passa pure un innocuo Rocco Hunt, ma al giovanissimo rapper campano bisogna almeno riconoscergli una verve e una personalità che hanno colpito nel segno diversi ascoltatori, per lo più giovanissimi. Poi se ne facciamo una questione di gusti, allora, a fianco dei miei favoriti Zibba e The Niro, avrei fatto passare, oltre all’interessante Diodato, anche Filippo Graziani, ma tant’è: la legge del televoto è implacabile e d’altronde basta dare un’occhiata alle classifiche di vendite per rendersi conto che il neo hip hop italiano sta imperando (proprio mentre scrivo, in testa alla classifica FIMI hanno esordito i due discutibili rapper Two Fingerz, non certo il top per la categoria!).

Ah, dimenticavo: in gara pure l’ex partecipante di “The Voice”, Veronica De Simone, che non ha lasciato traccia, con i suoi tratti impersonali e l’inconsistente Vadim, dipinto come uno dei tanti nuovi “Vasco Rossi”. In verità, è parso privo di talento e originalità, conoscevo almeno una cinquantina di nomi tra quelli arrivati in semifinale che avrebbero potuto decisamente fare più bella figura di lui.

Sono felice quindi per le affermazioni di Zibba e Davide che, per molti, nemmeno dovrebbero stare fra le Nuove Proposte, visto il curriculum, la carriera e i riconoscimenti, magari non proprio alla stregua di artisti come Perturbazione e Sinigallia, anch’essi poco conosciuti dalle masse, ma sicuramente più “famosi” e popolari di un Rubino, per dire, per quanto quest’ultimo alla fine sia uno dei più convincenti in gara qeust’anno.

Tuttavia con le votazioni non si può mai dare nulla per scontato e per esempio, solo 12 mesi fa, di questi tempi, lasciarono prematuramente la gara dei giovani i favoriti alla vigilia Andrea Nardinocchi e Il Cile. Poco male, l’anno scorso si erano dovuti scontrare con validi outsider come appunto Renzo Rubino e il futuro vincitore, il bravo Antonio Maggio. Quest’anno però, fermo restando l’appeal di Rocco Hunt, mi auguro davvero che per la vittoria finale sia corsa a due tra il cantautore savonese e quello romano.

Venendo ai campioni, non ho visto le esibizioni di ieri sera, ma ormai i brani sono in air play radiofonico, ci sono già i primi video sul tubo e, soprattutto ci sono i primi parziali verdetti. Carne al fuoco a sufficienza quindi per stilare i miei primi voti alle canzoni in gara.

Vado in ordine sparso:

Raphael Gualazzi/The Bloody Beetroots: ok, è un problema tutto mio. Sarà che adoro Gualazzi e che per me quello vero non è rappresentato da sto pezzo un po’ ibrido, ma a me non sono piaciuti. Ammetto che ci sia della qualità, che il brano sia ballabile e possa ben prestarsi a lasciarsi ricordare e a farsi remixare per le discoteche care a Rifo. Ma non merita, a mio avviso, come leggo da più parti, il podio o addirittura la vittoria finale. VOTO 6

Frankie Hi-Nrg: confermo quanto detto a un primo ascolto, il pezzo non mi piace, lo trovo pochissimo ispirato, specie considerando il suo autore, e a livello musicale non mi suscita certo grandi entusiasmi. Non dico che si sia cercato l’ultimo posto, ma fosse per me lo classificherei… terz’ultimo! VOTO 5

Giuliano Palma: faccio “outing”, non sono mai stato un suo fan, se non ai tempi in cui duettava magnificamente con Alioscia negli avanguardisti Casino Royale. La svolta pop, reggae, rockabilly ecc ecc non mi ha mai convinto, o meglio, mi è venuta ben presto a noia. E poco importa che se l’avesse cantata Nina Zilli sarebbe stata una buona canzone… sul palco c’è andato lui! VOTO 4,5

Riccardo Sinigallia: sorrido quando sento dire da gente insospettata (presunta esperta di musica) che il pezzo è bello ma è “troppo” Tiromancino! Cacchio: se non ci fosse stato lui a fare da “eminenza grigia” al gruppo di Zampaglione, questi non sarebbero mai diventati quelli che sono. La canzone di Riccardo, dipendesse da me, arriverebbe dritta nel podio. Ben scritta, arrangiata, dal testo incisivo e dalle melodie avvolgenti. Peccato che lui scelga sempre un po’ il basso profilo, nonostante dietro le quinte sia invece uno che difficilmente si fa mettere i piedi in testa. VOTO 8

Antonella Ruggiero: che volete che vi dica? Non si scopre certo ora, brava è brava, a dir poco, ma questo ennesimo “ripescaggio” sanremese, dopo anni di dignitoso oblio, non mi ha convinto, aggiungendo ben poco al suo ricco e prestigioso repertorio. VOTO 5,5

Noemi: un’altra delle favoritissime della vigilia, non mi ha certo entusiasmato, avrei preferito passasse il primo pezzo, ma ormai è assurdo parlarne. Lei tiene benissimo il palco, da artista consumata, ha una splendida voce “bluesy”, è gggiovane, frizzante e non se la tira per niente. Ma decisamente meglio furono altri suoi pezzi. VOTO 6

Giusy Ferreri: vale lo stesso discorso fatto per Noemi. Avrebbe tutto quest’anno per affermarsi nel contesto festivaliero, ma è il pezzo in sé ad essere debole. Sarebbe stato meglio quello eliminato…Ops, l’avevo già detto? VOTO 6

Francesco Sarcina: non ci siamo, caro Francesco. Sei bravo, dotato, con Le Vibrazioni però hai sbagliato direzione. Non hai saputo scegliere da che parte stare? Con gli alternativi, con i veri rocker o con i “commerciali”? Insomma, a metà del guado tra Negramaro e Modà, ma senza i picchi né degli uni, né degli altri nelle rispettive categorie, si sta perdendo in un limbo. E la partecipazione solistica non ha facilitato il processo di crescita. Pezzo sin troppo enfatico. VOTO 5

Ron: un artista che ho sempre stimato ma che si è presentato al Festival con una canzone dalla dubbia efficacia. Non so quanto questo moderno folk sia effettivamente nelle sue corde, lui sì reduce da un ottimo album di cover dal sapore vagamente roots country, ma tuttavia poco a fuoco in questo pezzo scontato e leggero come la piuma. VOTO 5,5

Cristiano De Andrè: qui lo dico seriamente. Fermo restando che avrei preferito il pezzo scartato, davvero splendido, ammetto che pure con questo in gara, il figlio del grande Faber avrebbe tutte le carte in regola per ambire alla vittoria. Per me è lui il vincitore morale. Intensità, lirismo, passione… VOTO 8

Perturbazione: che soddisfazione vederli issati momentaneamente lassù, quarti!!! E poco importa che “L’Unica” non tenga il passo di alcune loro celebri canzoni del passato. Tanto basta per farli emergere nel contesto di questa gara. VOTO 7,5

Francesco Renga: alla fine è probabile che vincerà, come da pronostico, l’ex cantante dei Timoria, ormai nell’Olimpo della musica leggera italiana. E tutto sommato non ci sarebbe davvero nulla di che scandalizzarsi. Il pezzo, scritto da Elisa, c’è, l’interpretazione solida e convincente, la personalità, il bel canto,  la presenza scenica. Insomma, un big, dai, non c’è nemmeno da star lì a discutere. VOTO 7

Arisa: dicono che anche lei sia fortemente in lizza per la vittoria finale e qui, francamente, avrei tanto da obbiettare. Sinceramente questa sua “Controvento” non è troppo a fuoco, non ha le stimmate della vincitrice, è una canzone discreta, ben confezionata ma poco più. Nel repertorio della brava artista lucana c’è moooolto di meglio. VOTO 6

Renzo Rubino: il neopromosso  – lui stesso si è paragonato al… Sassuolo, esordiente in Serie A –  rischia seriamente di fare il botto, oscurando a mio avviso gente più quotata come ad esempio Gualazzi. Bel piglio, ottimo sound, nel suo caso sì che il cambiamento gli ha giovato, almeno in questo brano di forte matrice pop jazz, ottimamente ritmato. Bravo! VOTO 7.5

Festival di Sanremo: seconda giornata con gli altri 7 big in gara e le prime nuove proposte (a notte fonda). Il livello musicale generale è migliorato

Diciamocelo: non ci voleva  poi molto per migliorare le performance della prima serata sanremese. Il famoso “contorno” ha funzionato meglio, con i conduttori più sciolti, un Baglioni in forma e una Franca Valeri, a 94 anni un autentico mito nazionale, per la quale è davvero impossibile non provare empatia e tenerezza. Persino un Rufus Wainwright, accompagnato da assurde polemiche degne del peggior “paese dei balocchi” è passato indenne dalle forche caudine festivaliere, suonando e cantando con la solita classe che lo contraddistingue.

Le canzoni, come l’anno scorso, mi sono parse migliori, a partire dal favorito alla vigilia Francesco Renga. L’ex cantante dei mai troppo rimpianti Timoria, ormai a pieno diritto tra i totem della musica leggera, fa ancora storcere il naso a parecchi per la sua “conversione” al commerciale, da dove non potrà più tornare indietro, ma a me convince pure in questa nuova veste, sempre contestualizzando il tutto, ovviamente. E’ andato più che mai sul sicuro, con due brani paritetici, il primo scritto dal “deus ex machina” del pop da classifica Roberto Casalino, il secondo da Elisa Toffoli. Entrambe con il giusto appeal per aggiudicarsi la vittoria finale, passa la seconda.

Deludentissima invece, a detta di chi scrive, l’esibizione di Giuliano Palma, anch’egli proveniente da una ormai remota appartenenza indie con i Casino Royale prima e con i BlueBeaters poi. Il primo pezzo, scritto con Nina Zilli, con cui brillantemente aveva collaborato in passato, contribuendo enormemente all’affermazione della bella e brava interprete piacentina, era leggermente migliore ma non mi ha lasciato granchè traccia.

Noemi si è disimpegnata piuttosto bene: totalmente a suo agio sul palco, si permette pure di “smuovere” persino l’attempato pubblico delle prime file, facendo battere a tempo le mani, al suono di due brani melodici e spensierati, specie il secondo che alla fine si aggiudica la finale, nonostante (come ovvio!) io preferissi il primo brano, scritto da lei assieme al valido Diego Mancino. Sorvolo sul pessimo look, dopo averla scherzosamente burlata su Facebook!

Ron non avrebbe nemmeno presentato due brutte canzoni e in fondo, come si dice, la classe non è acqua; tuttavia la prima mi è sembrata sin troppo classica e melensa, mentre la seconda  – che nei suoi piani avrebbe dovuto passare per una sorta di omaggio ai contemporanei folk singer Mumford & Sons non mi ha convinto per nulla… e a quanto pare nemmeno ha fatto breccia nei tele votanti.

Ottime invece le due esibizioni del giovane cantautore Renzo Rubino. Innegabile che il giovane pugliese abbia del gran talento, come si evinceva dalla passata edizione, quando vinse a mani basse il Premio della Critica fra le Nuove Proposte. Speriamo non si disperda: nel frattempo ha presentato in gara due canzoni solide, molto diverse tra loro. La prima decisamente più moderna e orecchiabile, la seconda più legato a uno stile jazz pianistico classico. Passa con mio pieno favore la prima… almeno un pronostico azzeccato secondo mio gusto!

Buoni anche i due cantautori – diversissimi per stili, background e attitudini: Riccardo Sinigallia e Francesco Sarcina. Entrambi conosciuti ai più per le precedenti esperienze in gruppi, Sinigallia nei Tiromancino e in veste di produttore per una marea di artisti di area romana e non solo (Gazzè, Fabi, Frankie Hi-Nrg), Sarcina alla guida de “Le Vibrazioni”, forti di un grande successo di massa sin dal fortunatissimo esordio con la hit “Dedicato a te..”.

I due non si smerciano dal suono che li hanno contraddistinti. Sinigallia sfodera due canzoni diverse ma accomunate dal suo scintillante e poetico songwriting. Si sente la mano in fase di stesura di un altro grande cantautore “di nicchia”, quale il romano Filippo Gatti, già negli Elettrojoyce, e prezioso risulta pure l’apporto della dolce e valida compagna bassista Laura Arzilli, anch’essa ex Tiromancino, specie nel primo brano che giustamente passa in finale, a scapito di una comunque azzeccata “La rigenerazione”.

Francesco Sarcina è l’unico fra tutti e 14 artisti presenti in gara a proporre due brani, sì orecchiabili e dalle grandi aperture melodiche, ma pure permeati di sonorità rock. Non memorabili ma onesti, anche se forse interpretati con sin troppa enfasi, specie il brano passato in finale, dedicato al piccolo figlio Tobia.

I giovani si esibiscono sfortunatamente tardissimo e francamente è una scelta che continuo a non concepire e contemplare. Già hanno poca visibilità, tra big, ospiti, vedette e polemiche assortite; fare loro sparare le uniche cartucce – visto che sono previste da subito eliminazione per due di loro ogni sera – è un rischio che può far vanificare gli sforzi di un’intera carriera, figuriamoci cantando ben oltre la mezzanotte, visto che il primo in gara (Diodato) è salito sul palco a mezzanotte e un quarto.

I primi due – Diodato e il figlio d’arte Filippo Graziani– hanno buona personalità e un buon piglio rock, col primo più intenso e profondo e il secondo più diretto e viscerale.

Bianca canta indubbiamente bene ma l’impressione è che non abbia quel “quid” in più per farla restare; capitolo a parte meriterebbe Zibba, per il quale mi sono già lungamente espresso in più post pre-Festival. Si tratta di un talento già ben riconosciuto in certi ambiti, un cantautore eclettico, sui generis, con una voce profonda, roca e che scalda i cuori e innovative soluzioni musicali.

Peccato come detto che di 8 interessanti nuove proposte (domani tra gli altri si esibirà un altro grande talento come Davide Combusti “The Niro”, che già avuto notevoli consensi all’estero e il giovane rapper in ascesa Rocco Hunt), solo 4 accederanno alla finale, ma almeno Fabio Fazio ha confermato quanto già era fuoriuscito, e cioè che tutti avranno comunque a gara finita un’ulteriore vetrina, potendo ri – esibirsi nella serata conclusiva del Festival.

Passano il turno, a mio avviso meritatamente, il cantautore tarantino Diodato e Zibba!

Sanremo 2014: svelato il cast dei BIG in gara! Un bel mix quello realizzato dalla commissione artistica presieduta dallo stesso Fazio

Ok, la mia giornata è stata pienissima, dopo una bella tirata al lavoro ieri. Ho scritto da stamattina presto, dovevo consegnare un pezzo lungo per il giornale, poi nel tardo pomeriggio via dal medico per fargli vedere dei risultati di alcune analisi (per fortuna andate benissimo!), poi in farmacia, altre commissioni. Però, visto che stranamente ho ancora la forza per scrivere, ecco a postare sin da stasera, dopo commenti sparsi qua e là sulle bacheche di amici vari, le mie prime impressioni sul cast di Sanremo, su cui avrò modo di approfondire prossimamente.

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Un cast eterogeneo, forse poco allineato ai gusti di un pubblico, diciamo generalista, ma su questo potrei obbiettare. A volte si dà per scontato che certa musica non possa necessariamente piacere a chi solitamente apprezza ciò che passa la radio o più semplicemente la musica leggera in toto.  Magari è proprio perchè non si conoscono certe cose che non le si apprezza!

Ecco quindi la lista annunciata in diretta dal confermatissimo direttore Fabio Fazio.

ARISA – quasi una veterana della kermesse, torna dopo la convincente affermazione de “La notte”, di due anni fa, quando non avrebbe demeritato la vittoria finale, andata poi a Emma

NOEMI – come Arisa è una habituè di Sanremo, visto che partecipa per la terza volta in pochi anni al Festival. Convincente due anni fa con il pezzo scritto per lei da Fabrizio Moro

RAPHAEL GUALAZZI e THE BLOODY BEETROOTS – per palati fini, ma non solo. Ormai Gualazzi ha raggiunto standard elevati, piace in modo incondizionato, per la sua classe, la sua proposta raffinata. Curioso sarà vederlo all’opera con gli altrettanto interessanti e inusuali Bloody Beetroots, così lontani in apparenza dal suo registro poetico e musicale

PERTURBAZIONE – lo ammetto, ogni anno nella lista trovo artisti per cui mi ritroverò indipendentemente dai brani a patteggiare. Stavolta è il turno del gruppo di Rivoli capitanati da Tommaso Cerasuolo, tra i migliori esponenti di un certo pop rock d’autore in italiano. Meglio tardi che mai!

CRISTIANO DE ANDRE’ – Spiace per le frequenti vicende personali che lo vedono spesso protagonista – nel male – ma a livello musicale il talento del figlio del grande Faber non è certo in discussione. Mi aspetto canzoni dal forte impatto.

RENZO RUBINO – Meritevole l’anno scorso nella categoria Nuove Proposte, pur non vincendo, si distinse per la sua tecnica e la sua qualità di songwriter e arrangiatore, paragonabile in parte a Vinicio Capossela, anche se di sicuro è meno funambolico rispetto al folletto romagnolo-tedesco-pugliese.

FRANKIE HI-NRG – una vera sorpresa il suo ripescaggio. Esponente di punta dell’hip hop anni ’90 (quello vero!) torna a rimettersi in gioco su un palco dove i rapper raramente hanno avuto fortuna. Di recente visto all’opera come attore nel film di Virzì jr “I più grandi di tutti”, ha i mezzi per lasciare un bel segno.

GIULIANO PALMA – un altro esponente del mondo rock alternativo che, partendo dal basso, attraversando cicli storici, mutando espressioni musicali – un po’ come Neffa in altri contesti – si è ritrovato via via lanciato verso la popolarità mainstream, grazie al progetto Bluebeaters, con i quali ha riarrangiato in chiave ska rockabilly tanti successi della canzone leggera italiana.

RICCARDO SINIGALLIA – un altro dei miei “idoli”, lo dico sinceramente. Assurdo che con uno con le sue capacità non sia quanto meno conosciuto da un vasto pubblico. Cantautore, ma prima ancora talent scout, produttore,  arrangiatore, per un periodo preciso (fine ’90, inizio 2000) tutto ciò su cui metteva mano si tramutava in oro, avendo contributo ad esempio a lanciare in orbita i vari cantautori amici della scuola romana, da Niccolò Fabi a Max Gazzè, dai Tiromancino allo stesso Frankie Hi-Nrg, spesso collaborando attivamente col fratello Daniele, valente musicista e arrangiatore, oltre che compagno nella vita di Marina Rei. Ora ha un’occasione d’oro di fare il salto di qualità presso il grande pubblico, cosa che io gli auguro di cuore.

ANTONELLA RUGGIERO – torna dopo un bel po’ di tempo l’ex voce storica dei Matia Bazar che, anche in veste solista, si è tolta più di una soddisfazione su quest0 palco, sempre presentando brani dalla grande atmosfera, coronati dalla sua voce eterea e suadente.

GIUSY FERRERI – da un po’ di anni scomparsa dai radar, torna alla ribalta la prima vera cantante di successo uscita da un talent italiano. Sembra passata una vita, ma in realtà era solo il 2008 quando si ritrovò a spopolare in hit parade col brano scritto per lei da Tiziano Ferro (il celebre “Non ti scordar mai di me”). Nel frattempo in molti hanno provato a offuscarlo e lei stessa ha voluto un po’ allontanarsi da un certo clichè legato appunto a quei tipi di contest. Vedremo come si ritufferà nell’atmosfera sanremese, dopo aver ben figurato nell’ ultima sua partecipazione.

FRANCESCO RENGA – ci riprova a distanza di due anni anche l’ex cantante dei Timoria (curioso che in commissione, tra molti esperti, ci fosse anche il suo amico-rivale Omar Pedrini che con lui divise gioie e dolori alla guida della rock band bresciana, prima dell’addio con tanto di strascichi polemici in odor di gossip). Per uno che ha già vinto la gara nel 2005 un pronostico è un po’ azzardato: ripetersi è sempre più difficile ma non credo proprio che Francesco voglia limitarsi a una comparsata

RON – a sorpresa riappare sulle scene anche Ron, che ultimamente aveva abbracciato progetti interessanti ma un po’ lontani da certi riflettori, come quello relativo al rifacimento di vecchi brani cantautorali americani. Ci riprova dopo che l’ultima volta aveva presentato un brano troppo impersonale e non all’altezza dei suoi momenti migliori.

FRANCESCO SARCINA – l’ex leader del gruppo de “Le Vibrazioni” da poco ha avviato una carriera solista e per lui arriva pronta l’occasione del Festivalone. In bilico se assecondare le sue istanze più rock o quelle decisamente più pop mainstream legate al suo maggior successo, la deliziosa “Dedicato a te”, brano divenuto un autentico cult, potrebbe rappresentare il vero outsider dell’edizione 2014

Alberto Morselli, ex Modena City Ramblers, una delle più belle voci italiane in assoluto!

I lettori del mio romanzo non avranno potuto fare a meno di notare la mia grande passione musicale, che traspare non solo nelle numerose citazioni (comunque mai fini a sè stessi ma a mio avviso importanti nel contesto storico che descrivo) ma anche in alcune considerazioni dei personaggi nei confronti di questo o quell’altro gruppo.

Ad esempio a un certo punto Claudio, nel tentativo di consolare Ricky affranto per lo scioglimento della sua band numero 1, gli Adorable di Piotr Fijalkowski, lo incoraggia dicendogli che prima o poi coronerà il suo sogno di conoscere il leader (una specie di rimando, o meglio di “sogno premonitore”, visto che un anno dopo che scrissi il romanzo, il “vero” Ricky, uno dei miei migliori amici e dj a RadioPopolare Verona, ha davvero ospitato Fijalkowski a casa sua dopo aver organizzato un suo concerto solista nel veronese).

Allo stesso tempo Claudio aggiunge poi che anche il suo idolo, Alberto Morselli dei Modena City Ramblers, aveva da poco lasciato la band e che prima o poi gli avrebbe voluto dire di persona quanto sia stato importante per lui la sua musica. Non dico che quello fossi io, o che davvero mirassi a conoscere Albertone ma di fatto forse la cosa capiterà presto anche a me.

Ho conosciuto Alberto via mail qualche tempo fa, è stato davvero gentilissimo e in un certo senso colpito dalle mie parole di “fan” equilibrato, rammaricato per non averlo mai visto dal vivo all’opera con la band ma allo stesso tempo rispettoso della sua scelta di lasciare i Modena.

Alberto si era interessato al mio lavoro di educatore attivo con il teatro, e incuriosito dal fatto che l’avessi omaggiato nel mio romanzo d’esordio. Ci siamo ripromessi che glielo porterò di persona quanto prima, ovviamente corredato di una bella dedica. L’occasione potrebbe essere presto ma non posso sbilanciarmi e poi Alberto ha dimostrato di non essere tipo “da riflettori”, quindi per quanto piccolo possa essere il mio blog direi che mi terrò nel cuore quell’incontro con il mio “idolo”.

Ciò che allora mi preme fare oggi è raccontare un po’ del Morselli artista, anche perchè per molti appassionati dei Modena City Ramblers (e non solo) è una sorta di desaparecido della musica italiana.

Occorre inevitabilmente partire dalla sua voce: splendida, profonda, comunicativa, emozionante, calda, avvolgente,  estesa. Insomma, uno dei migliori cantanti italiani della sua generazione, e qui parlano i fatti, non si tratta di soggettive considerazioni personali. Una tecnica cristallina unita a una spontaneità di esecuzione che me lo fanno preferire ad altri interpreti dall’ottima voce come Pelù o Renga.

E poi una passione smisurata per l’Irlanda, per le cose semplici, come si evince dall’esordio dei MODENA “Riportando tutti a casa” dove divide il microfono con un ancora acerbo Cisco ma emerge clamorosamente per bravura e personalità. Poi Cisco saprà rifarsi, crescerà moltissimo fino a diventare un leader a tutti gli effetti e un cantautore pazzesco ma questa è un’altra storia.

All’epoca del primo disco i fari sono puntati su tutta la band, capace di far divertire, riflettere, pensare, saltare e commuovere. Gran merito è dell’ensemble, delle straordinarie musiche partorite da Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, dai pregevoli arrangiamenti del “vecchio” Lucio Gaetani ma è indubbio che a colpire sia soprattutto QUELLA voce, la voce di Morselli.

Poi accade l’irreparabile purtroppo! Non mi occupo e interesso di gossip quindi mi fermo a ciò che è stato tramandato ai posteri: nette divergenze artistiche, causate da opinioni diverse sull’utilizzo di sempre maggiori messaggi politici portano alla rottura definitiva  tra Alberto e il gruppo, all’alba del secondo attesissimo album della band, quello che sarebbe diventato “LA GRANDE FAMIGLIA”.

Come si legge nella biografia della band, il bellissimo libro “Combat Folk”, all’inizio sembrava che potesse almeno registrare le canzoni e poi lasciare la band, una cosa che sarebbe potuta tornargli utile anche per un’eventuale carriera solista da intraprendere da lì a poco (d’altronde dopo l’ottimo successo dell’esordio chi avrebbe immaginato che si sarebbe ritirato dalle scene?). Ci furono dei tentativi di mediazione da parte della band ma giorno per giorno cresceva il malessere di Alberto che non si riconosceva più in quello che faceva. Un peccato quindi, sconforto grande per i tanti fan, interrogativi degli addetti ai lavori sul futuro della band senza il loro cantante principale e punto di svolta per i Modena stessi che decisero di affidarsi per le voci al giovane Cisco. Poi abbiamo visto che è successo, con la band sempre più in forma, sempre più “militante”, sempre più grande e un Cisco Bellotti maturo, responsabile, efficace.

Di Alberto invece si persero progressivamente le tracce fino all’apertura di un sito internet che sembrava preludio a una grande novità. Lucio Gaetani e altri nella biografia scrissero che Alberto aveva più talenti: era un ottimo fotografo (e difatti la copertina del primo album storico della band è la sua ed è stupenda), un ottimo grafico (creò il logo della band) e pure gestore di un pub che andava alla grande. Ma sotto sotto evidentemente covava ancora la passione e l’amore per la musica, cosicchè nell’ormai lontano 2005, a dieci anni esatti dalla sua uscita dal gruppo, ecco spuntare “Da un’altra parte”, disco solista di Alberto Morselli prodotto dall’amico Ferraboschi. Un disco inaspettato, tanto atteso dal sottoscritto, e che, sin dalle primissime note iniziali di “Chiunque, comunque, dovunque” tradisce emozione, voglia di riscatto, desiderio di “esserci” nonostante il tono generale dei brani sia molto “leggero”, non in termine spregiativo ma di condizione, di forma. La sostanza invece sta tutta nelle splendide esecuzioni vocali del Nostro, per il quale sembra che il tempo non si sia fermato mai. Tutte le tracce sono scritte da lui, i testi sono semplici ma non banali, arrivano dritti all’ascoltatore, non vi è traccia di politica ma qualche spruzzatina di Irlanda sì, d’altronde l’amore per quella magica terra era frutto della curiosità del gruppo, della genuinità e della spontaneità e quella resiste a ogni sorta di crisi interiore. Un album che ho letteralmente consumato di ascolti, dalla dolcissima “La cosa per cui sono famoso al mondo” alla calda “Twice”, dalla malinconica “I miss you” alla frizzante “Canzone del tempo che va” alla splendida, emozionante traccia che dà il titolo all’intera raccolta, con il testo che qui diventa pura poesia.

ORA PERO’ , ALBERTO, NEL FRATTEMPO SONO PASSATI ALTRI 7 ANNI DA QUESTO DISCO QUINDI NON FARCI ASPETTARE ANCORA PER MOLTO: VOGLIAMO NUOVE CANZONI, VOGLIAMO RIASCOLTARE LA TUA SPLENDIDA VOCE! 

Dischi anni ’90- 4) TIMORIA “Eta Beta”

I Timoria da subito si differenziano dalla maggior parte dei gruppi o degli artisti rock italiani. Dopo una prima formazione embrionale, i Precious Time passano alla lingua italiana e da subito si contraddistinguono per un songwriting non convenzionale, molto vitale e legato a un modo di fare musica che abbraccia più ambiti.

Da subito si delineano forti personalità: il chitarrista e paroliere (nonchè principale compositore) Omar Pedrini e Francesco Renga, in possesso di una voce maestosa, splendida, che non teme confronti se paragonata a quella di tanti altri esponenti di un “nuovo” rock italiano.

I Timoria in ogni caso possono contare anche su una validissima sezione ritmica e su un tastierista che aggiunge sale e fantasia negli arrangiamenti.

Giungono ben presto i risultati, man mano che il gruppo si sposta progressivamente verso suoni duri, quasi “grunge”. Con “Viaggio senza vento”, che non pare sbagliato definire un concept album vero e proprio arrivano i primi meritatissimi consensi, forte di brani immortali come “Senza vento” e “Sangue impazzito”.

L’album che più mi piace tuttavia, e al quale sono più legato, è “Eta Beta” del ’97.

Un disco certamente ispirato, poliedrico rispetto ai precedenti, dove si mischiano le atmosfere soffuse, world con le classiche chitarre elettriche marchio di fabbrica della band. E’anche l’ultimo album con la splendida voce di Francesco Renga, che poi abbandonerà il gruppo per motivi mai ben chiariti per dedicarsi a una fortunatissima carriera solista all’insegna di un cantautorato leggero.

Peccato, quello che resta del gruppo, che in questo album si distingue in brani come “Bella Bambola”, “Vola piano”, malinconica e commovente ballata dedicata al giornalista scomparso Stefano Ronzani e “Sudeuropa” con Zulù dei 99posse, è un senso di “incompiutezza”.

Chiaro, hanno continuato a fare dischi, magari non del tutto a fuoco, sempre con una qualità media elevata rispetto agli standard ma io sono tra coloro che sperano di rivedere in studio di nuovo assieme Pedrini e Renga, una volta appianati gli screzi. La cosa è già successa in occasione di alcuni mini concerti a Brescia, speriamo in un seguito.

Sanremo va agli archivi tra risultati scontati, polemiche, errori, farfalle ma soprattutto belle canzoni

Sanremo è andato, ho evitato accuratamente i commenti post-festivalieri, se ne è già parlato abbastanza. Detto questo, pur sottolineando che, a conti fatti, stavolta Celentano è stato più sobrio e misurato (dicendo cose che sostanzialmente approvo), che in ogni caso sarebbe meglio si limitasse a cantare, campo in cui è un numero 1, e che la valletta è stata solo di contorno (mille volte meglio la solarità e la simpatia di Geppi Cucciari!), ciò che mi sono piaciute di più sono state le canzoni, esito scontato a parte.

Emma partiva avvantaggiata dalla scelta del televoto, perchè, rimaste in 3, ha saputo raccogliere agevolmente anche i voti di altri cantanti di provenienza talent defilippiana, penso a Pierdavide Carone.

Un podio comunque di tutto rispetto, che a conti fatti, condivido. Tifavo in ultimo per Arisa, la favorita della mia ragazza, che con grazia e assoluta sincerità ha interpretato un pezzo assolutamente struggente. Bellissimo il chiasmo alla fine dei due ritornelli (“la vita può allontanarci, l’amore continuerà”, poi invertito alla fine “l’amore può allontanarci, la vita continuerà”). Temi importanti, profondi, assoluti.

Benissimo Noemi, voce graffiante, classe alla Mannoia, di cui è considerata erede plausibile. Nel rendiconto dei voti, complice la giuria, esce dal podio il popolare Gigi D’Alessio in coppia con la Bertè, si piazzano bene anche Carone/Dalla e Dolcenera, apprezzatissima dalla radio.

Fuori dal lotto dei possibili vincitori i meno “commerciali” degli artisti: Bersani (giustamente vincitore del Premio della Critica), Finardi (resta nella memoria la sua intensa interpretazione), una raffinata Nina Zilli e il bravissimo Francesco Renga, che aveva una canzone meno immediata del solito.

Buone canzoni, comprese le eliminate; il problema (grosso) è che, come da diversi anni a questa parte, vanno in secondo piano rispetto a scandaletti (le mutande, il vedo-non vedo), polemiche, errori e gaffe.

Malino Gianni Morandi, e mi duole ammetterlo: occorrono conduttori più consci della realtà musicale attuale, più moderni. Un Fiorello o un Bonolis sono assoluti big della tv, ma già Fazio fece cose egregie. Troppe defaillances da parte del conduttore, Papaleo ha salvato il salvabile, della bella modella ceca ho già detto. Agli atti questo Sanremo, la verità alle radio e alle classifiche di vendita di dischi!