Amarcord Italia Under 17 ai Mondiali di calcio: quando a giocare erano i giovani Del Piero, Totti e Buffon

Alla vigilia del Mondiale di calcio Under 17 che avrà il via stasera con le partite del Gruppo A, dove è inserito il Brasile padrone di casa, e che vedrà impegnata a distanza di 6 anni dall’ultima partecipazione anche i nostri giovani azzurri, mi sembrava doveroso ripercorrere con voi lettori un po’ di storia della nostra Nazionale in questa prestigiosa manifestazione.

Un’ Italia che a livello di Under 17, ai Mondiali, non ha mai particolarmente brillato in passato, anzi… rispetto alle corrispettive compagini azzurre impegnate nel Mondiale Under 20, capaci di giungere in semifinali nelle ultime due edizioni, il bottino è davvero gramo.

Eppure hanno calcato questi iridati prati verdi giocatori poi divenuti autentici campioni: il primo pensiero va ai futuri Campioni del Mondo Del Piero, Buffon e Totti.

Il primo era la stellina azzurra nell’edizione giocata in casa nel 1991, finita in modo assai deludente, con una precoce eliminazione nella fase a gironi. Proprio oggi ho visto dal sito di Sky Sport uno spot in cui si può vedere l’unico sigillo di Alex in quella competizione.

Nel filmato si può riconoscere in area vicino a lui il numero 9, un certo Eddy Baggio, fratellino del Divino Roby, che meno fortuna (e molto meno talento, giusto dirlo) certamente ebbe sia rispetto a lui, che allo stesso ex compagno di nazionale giovanile Del Piero.

In quella rosa militavano altri giocatori che comunque si tolsero delle soddisfazioni tra i professionisti, con molte presenze in serie A, come i difensori Sartor (all’epoca tra i più precoci e costosi talenti del calcio nostrano) e Mirko Conte, o il portiere Sereni e i difensori Birindelli e Moro, anche se questi ultimi tre, a onor del vero, non giocarono titolari in quel Mondiale, lasciando il posto rispettivamente a Mainardis, a Rinaldi e a Tortorelli, che ebbero meno successo in carriera.

In mezzo al campo promettevano moltissimo il romanista Caputi, il torinista Della Morte (che indossava la 10, laddove il non ancora Pinturicchio aveva la 7, poi riproposta al Mondiale vinto in Germania, e presa proprio in ricordo di quella primissima importante competizione della sua lunghissima carriera), il viola Chiummiello e il bolognese Lorusso.

Mentre Caputi e Della Morte non esplosero in serie A ma fecero una soddisfacente carriera tra seconda e terza serie, Chiummiello “misteriosamente” non calcò praticamente mai i campi professionistici, nonostante indubbie doti tecniche. Del pugliese Graziano Lorusso, talentuosissimo regista del Bologna, ebbi invece modo di scrivere anni fa in un articolo sul Guerin Sportivo dedicato a quei giocatori che avevano abbandonato anzitempo il rettangolo verde per dedicarsi a tutt’altro nella propria vita. E nel caso di Lorusso, la scelta fu tanto radicale quanto autentica, essendo diventato sacerdote dopo un lungo e sospirato percorso.

A centrocampo giostrava l’atalantino Poloni, un talento cristallino, che debutterà a 18 anni in serie A per abbandonarla però subito, mentre il capitano di quella compagine era il fiorentino Giraldi. Quest’ultimo sembrava davvero poter ripercorrere le orme dei grandi “liberi” e forse pagò in carriera proprio la snaturalizzazione del ruolo, cosicchè agendo da difensore prima e da centrocampista poi, il suo nome finirà per campeggiare soprattutto nelle serie minori, anche se alla fine riuscirà a mettere insieme molte presenze da professionista. Completano il quadro di quella spedizione azzurra altri giocatori di cui si persero presto le tracce al momento di approcciarsi al calcio che conta, penso all’eclettico Sala (solo omonimo del coetaneo difensore che vinse uno scudetto col Milan di Zaccheroni) e al forte attaccante Cerminara. Il primo, se non altro, dopo un fugace esordio in A con la Sampdoria, si è ritagliato un ruolo di assoluto protagonista nelle serie minori professionistiche, giocando a lungo e divenendo un autentico veterano della serie C.

Anche il Mondiale di Buffon e Totti non andò benissimo, gli azzurrini pur in possesso di qualità tecniche, fecero poca strada. Accanto a loro figuravano futuri giocatori professionisti che in qualche modo brillarono, magari per poche stagioni, e promesse mancate: penso ad esempio al laterale Vigiani, i difensori Giubilato – che lo stesso Totti ricorda più volte nella sua autobiografia – e Francesco Coco, i due attaccanti milanisti Augliera e De Francesco e l’esterno mancino Dossi, stella del Brescia (che in Nazionale spesso e volentieri indossava la 10).

Per fortuna su You Tube si trovano diversi filmati, seppur brevi, delle prime apparizioni di Totti in quel Mondiale, e relativi bellissimi gol. Quando il talento è così debordante, viene fuori quasi con prepotenza. Eppure, scorrendo i nomi delle varie edizioni, compreso quelli già elencati delle edizioni del 1991 e del 1993, si può ben constatare come invece ben pochi riescano a esplodere ad alti livelli, esprimendo appieno le loro grandi potenzialità.

Non sempre i migliori diciassettenni di un periodo, di una determinata epoca, quelli chiamati a rappresentare le nazioni partecipanti alla competizione mondiale, diventeranno poi dei campioni. Chi a causa di infortuni, chi per scelte sbagliate, chi semplicemente perchè non in grado di mantenere le promesse, insomma, per i più svariati motivi, sono di gran lunga di più i giocatori che non arrivano a vestire da protagonisti la maglia Azzurra dei grandi (e la cosa ovviamente vale anche per le altre nazionali).

In fondo già che i citati Del Piero, Totti e Buffon siano giunti ad alzare al cielo la Coppa del Mondo del 2006 è motivo d’orgoglio: nelle rose dell’Italia partecipanti ad altre edizioni più recenti del Mondiale Under 17, ad esempio, non figura nessun futuro campione.

Tra gli ’88 che presero parte all’edizione del 2005 in pratica il solo De Silvestri, attualmente a Torino ha speso l’intera carriera in serie A dagli esordi con la Lazio, ma altre stelle conclamate di quella Nazionale non hanno mantenuto le attese. Se è vero che Scozzarella e Alfonso sono tutt’ora nella massima serie (rispettivamente al Parma e al Brescia), dopo una lunga carriera nelle serie minori, gente come Russotto e Foti avevano i mezzi per fare molto di più, per essere protagonisti ad altissimi livelli. Il primo ormai da anni milita in serie C, dove è valido “giocatore di categoria”, in possesso ancora di ottimi colpi; il secondo invece da anni ha appeso le scarpe al chiodo, dopo una serie interminabile di infortuni.

Sembravano avviati a una buona carriera, visti i mezzi tecnici a disposizione, anche l’ex romanista Palermo, regista di centrocampo attualmente alla Viterbese e che non ha praticamente mai visto la serie A e il terzino sinistro Brivio, per il quale ancora minorenne si spesero paragoni importanti, quanto inappropriati, ai tempi in cui passò dal vivaio dell’Atalanta a quello della Fiorentina. In rosa figurava da comprimario anche Mancosu, all’epoca talento del Cagliari, e che dopo un lungo peregrinare in serie C, ha trovato a Lecce l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue qualità, arrivando a 30 anni suonati a disputare finalmente il campionato di serie A da autentico uomo simbolo dei salentini. Una serie A in cui sta dimostrando di poterci stare benissimo, oltretutto in un ruolo cruciale come quello di trequartista.

Fece decisamente meglio la Nazionale partecipante all’edizione del 2009, quella dei ’92 per intenderci, che dopo aver agevolmente passato la fase a gironi, passò gli ottavi, per perdere infine il confronto diretto ai quarti di finale contro i futuri campioni del Mondo della Svizzera.

Nella nostra squadra i talenti più fulgidi, sui quali veniva da scommettere ad occhi chiusi erano El Shaarawy e Federico Carraro. Del primo si sa tutto, è un gran talento indubbiamente, ma in parte inespresso, mentre il secondo (ex Fiorentina) si è perso purtroppo tra prestiti infruttuosi nelle serie minori (fino a scendere episodicamente fra i dilettanti), prima di riprendere la risalita, almeno da arrivare a giocare in serie C da protagonista come sta facendo negli ultimi due anni tra Imolese e Feralpi Salò.

In porta Perin fu uno dei migliori portieri di quel Mondiale e sta disputando, infortuni a parte, una bella carriera in serie A;  gli altri nomi su cui era lecito aspettarsi di più erano gli attaccanti Iemmello, gran fromboliere al momento solo in B e in C, i centrocampisti Crisetig (che, essendo un ’93 era il piccolino del gruppo) e Fossati (attualmente regista del Monza di Berlusconi) e i difensori Sini e Camilleri, quest’ultimo “scippato” giovanissimo dal Chelsea, prima di rientrare mestamente in Italia e iniziare un vorticoso giro di esperienze nella nostra serie C.

Titolari giocavano anche i figli d’arte Benedetti e De Vitis che, curiosamente, si sono ritrovati compagni di squadra molti anni dopo al Pisa, dove tutt’ora militano in serie B. Come terzino destro, ma utilizzabile talvolta anche davanti alla difesa, c’era Felice Natalino, su cui l’Inter puntava fortissimo dopo averlo prelevato un anno prima dal Crotone. La sua storia ormai è nota, con il giovane costretto a ritirarsi dal calcio giocato ad appena 21 anni per un problema cardiaco, lo stesso costato alla vita al povero Piermario Morosini.

E veniamo così all’ultima nostra partecipazione a questa prestigiosa competizione, datata 2013 e con protagonisti i giocatori del ciclo ’96/’97, e che quindi oggi, superati i 20 anni si trovano nella piena fase di crescita calcistica. In grado di passare più o meno agevolmente il loro girone, i Nostri vennero poi sconfitti senza appello agli ottavi per 2 a 0 contro i futuri finalisti del Messico (a loro volta poi sconfitti dalla Nigeria).

Dicevamo, si tratta di giocatori che adesso viaggiano tra i 22 e i 23 anni, quindi qualcuno dovrebbe già aver consolidato la sua posizione ad alti livelli, avendo finito anche il ciclo dell’Under 21. Invece, non si trattò di un biennio alquanto prolifico, con la maggior parte dei protagonisti ancora inespressi, alla ricerca della stagione di consacrazione o di salire di categoria. A ben vedere i soli Audero, portiere ex Juve in forza alla Sampdoria, e il terzino Calabria, da sempre al Milan, giocano titolari fissi in serie A con ambizioni legittime di far parte del giro Azzurro che conta, altri invece stanno pian piano emergendo o sono in massima serie in cerca di spazio. Tra questi l’arrembante interista Dimarco, l’attaccante del Cagliari Cerri, il fantasista granata Parigini, il gialloblu ex Napoli Tutino e il doriano ex Inter Bonazzoli ma, come detto, la maggior parte di loro sta annaspando (su tutti quello che è stato veramente un enfant prodige del nostro calcio: il portiere Scuffet, che alterna buone cose a disattenzioni incredibili anche allo Spezia in B, dove gioca tutt’ora. Chissà però se altri di quella rosa, come Vido, scuola Milan ora al Perugia, il regista Palmiero, vivaio Napoli ora al Pescara o l’ex romanista Capradossi, centrale difensivo che a Trigoria qualcuno paragonava addirittura ad Aldair, riusciranno a calcare i campi di serie A…

Insomma, a conti fatti, i precedenti dell’Italia al Mondiale Under 17 non sono certo incoraggianti ma nel calcio giovanile non esistono delle gerarchie stabilite e possono nascere dei cicli di giocatori validi a qualsiasi latitudini.

Noi, in ogni caso, abbiamo una storia, una scuola, solide basi e, da qualche anno a questa parte anche dei valori riconosciuti, come testimoniano le recenti finali conseguite agli Europei Under 17 e Under 19. La strada pare tracciata, ma occorre iniziare a fare risultati, sempre tenendo presente che l’obiettivo di ogni squadra giovanile è in primis quella di formare dei bravi professionisti.

 

Focus giovani italiani: tre storie molto diverse. Falco della Juve Stabia, Lussardi ex Inter, ritiratosi a 21 anni e la nuova sensazione Daniele Guglielmi, a 15 anni titolare in serie C.

Oggi voglio porre l’attenzione sulle vicende recenti di tre giovani, giovanissimi protagonisti del calcio italiano, dedicando queste righe in un sabato “casalingo” causa piccolo malessere influenzale. Meglio prevenire che curare, o meglio, dovrei fare entrambe le cose e lo farò, di certo non voglio rischiare di buscarmi un febbrone da cavallo, viste le precedenti esperienze. Chiusa la parentesi autobiografica, volevo scrivere di tre ragazzi che sono saliti alle cronache (poche, perchè purtroppo di giovani non se ne parla mai abbastanza e, peggio, quando lo si fa, spesso è a sproposito).

Comunque sia, inizio dal più “famoso”, o meglio dal più esperto: Filippo Falco, talento cresciuto nel florido vivaio del Lecce, un tempo nemmeno remoto capace di partorire ben 2 scudetti consecutivi a livello Primavera. Una squadra fantastica, quella agli ordini di Rizzo, composta da Pellè, Camisa, Agnelli, Rosati, Rullo e altri che avrebbero meritato maggior fortuna, su tutti l’attaccante esterno Italo Mattioli e Alessio Carteni, che ebbi il piacere di intervistare

https://giannivillegas.wordpress.com/2012/06/14/pelleecalamaio-ospita-alessio-carteni-classe-85-vincitore-di-due-scudetti-primavera-con-la-maglia-giallorossa-del-lecce/

Ora i tempi sono cambiati ma la politica del Lecce è quella di forgiare giovani campioni, indipendentemente dalla categoria in cui si trova (sembra che però finalmente dopo due stagioni tribolatissime, il trend sia finalmente cambiato in modo favorevole). Tra gli ultimi fuoriusciti di una buona nidiata, quelli tra il ’92 e il ’94 vanno segnalati i buoni esordi tra i pro del fantasista Falcone, già buon protagonista a Lanciano un paio d’anni fa, Rosafio, Malcore, il più giovane di tutti Di Mariano, un funambolo dalle doti tecniche evidenti, passato di recente a completare la sua maturazione nel vivaio giallorosso, ma della Roma.

Ma il più pronto, il più talentuoso in assoluto sembrava davvero Filippo Falco, ribattezzato con poca fantasia, a dire il vero “il Messi del Salento”. Ai tempi di Maradona c’era anche qui l’epigono, trovato in Miccoli, tornato come da sempre desiderava, a casa per chiudere la carriera proprio nel capoluogo salentino.

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Falco ovviamente non potrà mai avvicinarsi alle vette di colui che vorrebbe in qualche modo ricordare, per modo di muoversi, dribblare e per l’uso del mancino, ma almeno le qualità per approdare nella massima serie ci sono tutte, e l’ottimo impatto avuto nella sua nuova squadra, la Juve Stabia è stato a dir poco esplosivo, basti guardare che razza di gol ha segnato su punizione contro il favorito Spezia. Falco che in precedenza aveva stentato a mostrare le sue doti, una volta lasciato Lecce e un esordio in prima squadra da 27 presenze condite da 2 gol,  prima a Pavia (dove comunque aumentò il suo bottino, mettendo a referto 8 gol in 29 partite), poi a Reggio Calabria, in una squadra di blasone ma impelagata in una stagione nata male. Ora a Castellammare di Stabia, pur in un contesto di classifica a dir poco deficitario, può fungere da uomo decisivo, da jolly capace di svelarsi quando meno te lo aspetti.

Sempre a Pavia è transitato per poco tempo il suo coetaneo Andrea Lussardi, ex giovanili fra gli altri dell’Inter che lo aveva prelevato a sua volta giovanissimo dal Piacenza. Tornante vecchio stampa, ala classica dai piedi buoni, pronto al dribbling alla bisogna ma soprattutto felice pedina tattica per ogni allenatore, ha cominciato purtroppo presto a manifestare anomalie cardiache, emerse pubblicamente col senno di poi. Sporadiche le sue presenze, tra problematiche fisiche, una volta rientrato a Piacenza da professionista, mentre a Pavia nel 2012 fece un buon campionato da titolare, anticamera purtroppo del canto del cigno, giunto non del tutto inaspettatamente, dopo la stessa identica sorte toccata a un altro ex grande giovane talento interista, Felice Natalino.

https://giannivillegas.wordpress.com/2013/10/31/felice-natalino-si-ritira-dal-calcio-giocato-a-21-anni-ripercorriamo-la-sua-storia/

Un peccato davvero per questa promessa del calcio italiano, capace di arrivare anche a vestire le maglie della nazionale giovanile azzurra, fino all’Under 19.

lo sfortunato Lussardi, costretto a lasciare il calcio per problemi cardiaci

lo sfortunato Lussardi, costretto a lasciare il calcio per problemi cardiaci

E se vogliamo parlare di autentiche promesse, nella giornata che ha visto finalmente debuttare positivamente dal primo minuto in serie A il predestinato portiere dell’Udinese Scuffet, votato miglior portiere al recente Mondiale Under 17 giocato quest’estate, non posso proprio evitare anch’io di spendere qualche meritatissima parola sull’enfant prodige del calcio italiano: Daniele Guglielmi, difensore centrale ormai titolare del Barletta, Lega Pro, prima divisione, ex serie C/1 per capirci, classe… 1998!

Ebbene sì, questo è un giovane non da tenere d’occhio…  ma da prendere assolutamente. Gli amici cronisti pugliesi – ne ho diversi per motivi personali, visto che la mia ragazza è originaria della provincia di Foggia  🙂 – me ne parlano come di un giocatore già pronto sin dal debutto, con una personalità e una maturità incredibili per un quindicenne qual era all’epoca del suo recente esordio. Stazza da granatiere a dispetto della giovanissima età, sguardo timido ma che non tradisce emozione, gara dopo gara si sta misurando contro attaccanti navigati per la categoria e finora è riuscito a domarli tutti con maestria e sicurezza, in un ruolo assai cruciale e delicato, dove non contano solamente le doti tecniche. Poi che accadrà, fermo restando ovviamente che dovrà confermarsi partita dopo partita in un campionato impegnativissimo? Andrà come pare scontato, in una big italiana che gli farà completare tutto l’iter giovanile? Ricordo che quest’anno i ragazzi che chiuderanno il ciclo della categoria Primavera sono i ’95, quindi di 3 anni più vecchi di Guglielmi. Che farà, 3 anni di settore giovanile dopo un anno da titolare in serie C a 16 anni? Io mi auspicherei un passaggio almeno in B, per continuare a crescere, salendo di categoria e testandosi con giocatori ancora più validi ed esperti. Ma le logiche italiane in fatto di calcio giovanile, a me, che pure per passione e per lavoro, seguo con particolare interesse da tanti anni, ancora talvolta sfuggono!

Guglielmi, baby prodigio classe '98

Guglielmi, baby prodigio classe ’98

Felice Natalino si ritira dal calcio giocato a 21 anni: ripercorriamo la sua storia

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Il giovane difensore calabrese (classe ’92) Felice Natalino dice addio al calcio giocato. La notizia era nell’aria: da tempo purtroppo le voci riguardo le sue condizioni fisiche non erano confortanti, e così ci ha pensato lui con un innocuo ma al contempo commovente tweet a ridestare attenzione su una vicenda che ha colpito tutti gli appassionati di calcio giovanile, ma non solo, perché il calciatore che aveva debuttato assai precocemente in prima squadra nell’Inter per tanta gente era molto più di una scommessa su cui puntare. Su questo blog in tempi non sospetti avevamo iniziato a seguire la sua vicenda e nel corso dei mesi quel post rimase tra i più letti, e tuttora detiene il record assoluto di visite in un solo giorno (il 9 febbraio furono ben 1181)

https://giannivillegas.wordpress.com/2012/11/08/giovani-talenti-che-fine-ha-fatto-felice-natalino/

No, niente a che vedere con coloro che si “perdono” presto per strada, per coloro che, giunti nel mondo del professionismo del pallone, non ne assecondano ritmi, stili di vita e maturità a più livelli, niente sfacciataggine o comportamenti poco irreprensibili. Da questo punto di vista il crotonese era proprio immune a simili “pericoli”, essendo in possesso di tante doti riconosciute e che aveva mostrato nelle sue pur brevi esperienze da calciatore “vero”:  era serio, atletico, ben strutturato, si impegnava molto, si sacrificava, non aveva vizi particolari. Però aveva pure un cuore “ballerino” e alle prime importanti esibizioni emerse con forza il problema di una seria aritmia, elemento certo da non sottovalutare. In prestito al Verona, dopo i buoni esordi in maglia Inter, dove pareva un predestinato, visto come affrontava gli allenamenti e seguiva con personalità le disposizioni tattiche in allenamento e in gara, non riuscì mai in pratica a giocare,causa un cavillo burocratico. L’allarme era già scattato, coi primi accertamenti, le visite specialistiche, la giusta e normale apprensione. Poi il ritorno nella natìa Crotone, ma nemmeno in quel contesto Natalino potè emergere, e non certo per limiti tecnici. A questo punto la notizia sui suoi problemi di salute era già rimbalzata da più parti, e l’Inter fu magistrale nel sostenere il ragazzo, soprattutto a livello psicologico, non facendogli mai mancare supporto, fiducia, assistenza. I tempi passano inesorabili, i mesi si rincorrono ma il rientro pare sempre più lontano. Nel 2013 Felice comincia seriamente a fare i conti con sé stesso e con la sua vita, ma già immagina un responso che a quel punto gli farà meno male del previsto, avendo vissuto sulla propria pelle poco prima un peggioramento delle funzioni cardiache che lo costringerà a farsi trasportare d’urgenza in elicottero per scongiurare guai estremamente peggiori.

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Così, notizia di poche ore fa, ecco l’annuncio di un ritiro precoce ma doveroso, per sé e per le persone che più gli vogliono bene: con la vita non si può scherzare, specie quando si ha 21 anni e le risorse per poter emergere in altri mille ambiti. Lo ha capito per primo lui stesso, che si è sempre fidato ciecamente del giudizio dei suoi medici che da anni lo seguono, tanto da non prendere nemmeno in minima considerazione l’ipotesi di andare all’estero dove probabilmente (i casi di Fadiga e Kanu, tra l’altro curiosamente ex interisti entrambi) avrebbe ottenuto il nulla osta dai medici locali per disputare gare di livello agonistico, riprendendo così una vera carriera. Una carriera che in Italia era iniziata prestissimo, partendo a 15 anni da prodigio difensivo del Crotone in direzione Inter, dove in poco tempo divenne una stella nel contesto di uno squadrone (lo stesso pool di giocatori che avrebbe messo le mani su scudetto Primavera e Next Generation, per capirci). Nazionale giovanile di categoria, disputò da stella conclamata un buon Mondiale Under 17, in una squadra che vedeva presenti anche Perin, El Shaarawy, Fossati – con cui spesso duettava in mediana, zona che occupava saltuariamente ma con grande maestria – De Vitis, Carraro e altre giovani promesse come lui.

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Abile soprattutto da terzino incursore, nonostante i centimetri potessero indurre qualche allenatore a schierarlo in prospettiva pure da centrale difensivo, faceva della velocità e della leggiadria nei movimenti le sue armi migliori; come detto in Nazionale capitava di vederlo anche come perno centrale in mediana,  con licenza di muoversi e di inserirsi, sempre grazie alle sue doti atletiche. Un peccato che tante belle premesse siano state disilluse così presto, ma a Felice non possiamo fare altro che augurare una buona vita e tante soddisfazioni anche al di fuori del mondo del calcio. D’altronde lo ha scritto lui stesso, la vita vale molto più di ogni altra cosa e comunque il ricordo vivido di aver giocato a fianco di campioni come Eto’ o (immortalato nella foto postata a completamento del suo intervento su twitter) rimarrà sempre con lui.

Giovani talenti: che fine ha fatto Felice Natalino?

Da un anno circa si sono perse le tracce di uno dei talenti migliori usciti dalle Nazionali azzurre giovanili e, più precisamente. dal vivaio dell’Inter che lo aveva prelevato a sua volta dal Crotone quando aveva solamente 15 anni. Sto parlando di Felice Natalino, validissimo giocatore polivalente, in quanto in grado di ben destreggiarsi sia nella linea difensiva a 4 (meglio a destra) sia come schermo protettivo davanti alla difesa, come gli vidi fare talvolta al Mondiale Under 17, in una mediana composta pure da Fossati (l’ex milanista che finalmente sta emergendo ad Ascoli, dopo l’apprendistato di Latina) e il figlio d’arte De Vitis, uomo di maggior corsa e sostanza. Di Natalino colpivano vari aspetti tecnici: la velocità, la personalità, i buoni piedi, la capacità di inserimento, frequente, a sostegno del laterale offensivo. Insomma, un giocatore pronto, tra l’altro molto prestante fisicamente, come dimostrava il precoce inserimento in prima squadra e il conseguente esordio in maglia nerazzurra, dapprima in serie A nel 2010 e successivamente contro il Werder Brema nell’edizione di quell’anno della Champions League. Su di lui si stavano muovendo grossi club e, anche rimanendo in ambiti italiani, c’era la fila di pretendenti, specie in cadetteria, per assicurarsi le sue prestazioni. Per dire, Santon o Faraoni, giocatori di pari ruolo e di appena un anno più vecchi di lui, sembravano superati nei quadri tecnici da lui.

Finì all’Hellas Verona e io me ne rallegrai tantissimo, perchè avrei avuto modo di vederne e seguirne da vicino le evoluzioni tecniche. Invece, un clamoroso quanto assurdo errore burocratico, lo ha bloccato in pratica fino alla cessione avvenuta poi in prestito al Crotone, nel mercato di gennaio. Ma pure lì le strade erano sbarrate, tanto che la sua stagione agonistica si chiuse con la miseria di una sola presenza da subentrato, fino al ritorno quest’estate alla casa madre nerazzurra, la quale oltretutto ne aveva nel frattempo acquisito la seconda metà dal Genoa, altra squadra co-proprietaria del suo cartellino.

Così Felice, probabilmente con un forte senso di scoramento, si ritrova in sostanza ai margini del grande calcio, isolato in un contesto interista che pure la presenza di Stramaccioni dovrebbe favorire, proprio in virtù della sua massima attenzione nei confronti dei giovani talenti. A meno che Natalino non sia vittima di un qualche infortunio che però al momento non trova riscontri.

Classe ’92, ha tutto il tempo per emergere ma fa specie che, in un periodo in cui finalmente i tecnici italiani si sono decisi a lanciare i migliori rappresentanti di una generazione tra le più interessanti degli ultimi 10 anni, all’appello manchi proprio lui, sulle sue qualità e sulle sue potenzialità era lecito scommettere ad occhi chiusi.

AGGIORNAMENTO FEBBRAIO 2013

A quanto pare è notizia ufficiale e recente che il giovane calciatore Felice Natalino sia stato operato  – con successo, grazie a Dio – operato d’urgenza al cuore. L’ intervento è perfettamente riuscito e l’importante ovviamente è che il ragazzo possa riprendere normalmente la sua vita. Poi solo fra qualche mese i medici scioglieranno le riserve su un suo possibile ritorno in campo da professionista, ma i recenti casi tragici come quello di Morosini forse faranno propendere per il ritiro dall’attività agonistica e, per quanto mi dispiaccia umanamente per un ragazzo dal sicuro avvenire, forse davanti alla salute è meglio così, meglio non rischiare per inseguire un pallone da calcio. In ogni caso, vedremo che diranno i medici che l’hanno salvato. Un grosso, enorme in bocca al lupo al giocatore.

dossier migliori giocatori italiani

DOSSIER GIOVANI CALCIATORI ITALIANI

Si fa un gran parlare negli ultimi anni di rilancio del calcio italiano mediante la valorizzazione dei nostri giovani. Peccato che alle parole non corrispondano poi i fatti. Qualche spiraglio di possibilità sembra essersi aperto proprio nella stagione in corso, ma restiamo lontanissimi da casi geograficamente vicini come quelli della Liga o della Bundesliga. La Premier League fa storia a sé, perché in pratica rappresenta il torneo attualmente più ricco di qualità e investimenti, un po’ come successo per tutti gli anni ’80 e ’90 per la nostra serie A. In un contesto del genere è assimilabile il fatto che non ci si ponga il problema dei giovani, dal momento in cui tutti i più grandi campioni vi giocano in quel campionato. Ma è evidente che da una decina d’anni a questa parte per la massima serie italiana non sia più così e poco importa, ai fini statistici, che abbiamo vinto un Mondiale appena 5 anni fa, sarebbe giunto il momento di svoltare, provando a creare un vero movimento, come accaduto minuziosamente appunto in terra tedesca.

UN FATTORE FISIOLOGICO

Alla resa dei conti, è importante constatare un fatto divenuto ovvio riguardo il nostro calcio: in media un calciatore professionista raggiunge il suo apogeo calcistico (ad eccezione dei fuoriclasse come Del Piero, Totti o Buffon, la cui definizione già prevarica le ristrettezze di categorie come l’età o la provenienza calcistica e/o geografica) tra i 25 e i 28 anni. Ciò certifica che fisiologicamente la maturazione dei nostri atleti è tardiva rispetto a colleghi tedeschi, francesi o spagnoli. Una questione di mentalità tutta italiana che, se da una parte aiuta a forgiare il carattere del giovane virgulto, “costringendolo” a una dura gavetta, specie negli infuocati campi di terza categoria, dall’altra rischia di minarne la fiducia nei propri mezzi, l’esuberanza tipica della gioventù, la sfrontatezza se vogliamo (escludiamo casi come quelli di Cassano e Balotelli). Tornando indietro di una quarantina d’anni abbondanti, già mister Rocco al Milan, ma prima ancora al Padova, concepiva un’idea di calcio legata alle gerarchie, come se la squadra fosse una famiglia e lo spogliatoio una casa. Così facendo, però un talento come Rivera rischiò seriamente di iniziare il classico iter dei prestiti: fortuna che il tecnico di Trieste sapesse poi anche riconoscere il talento cristallino e puro dei suoi ragazzi. Andando ancora più a ritroso, persino il miglior giocatore italiano di tutti i tempi, Peppino Meazza all’inizio non andava a genio a compagni più navigati che lo chiamavano “il Balilla”, considerati i suoi 16 anni!

Attualmente però ci troviamo di fronte a un paradosso: da noi sono considerati “giovani promesse” dei calciatori dell’88, quando invece in Bundesliga ogni squadra vanta nella propria rosa dei titolari almeno un giocatore nato dall’ 89 insu, con casi eclatanti come Gotze (’92) trascinatore dell’ultimo Borussia Dortmund scudettato, l’attaccante Schurrle (’90), astro nascente del calcio tedesco,passato dopo una stagione monstre al Mainz al più ambizioso Leverkusen,  i bavaresi Muller e Badstuber, da tre anni protagonisti col Bayern e addirittura nello Schalke (non una squadretta qualsiasi) trova sempre più spazio nell’11 titolare il laterale di centrocampo Julian Draxler (’93!).

QUANDO VINCEVAMO TUTTO NOI

Scorrendo l’elenco dei vincitori degli Europei Under 21, un tempo quasi appannaggio dei nostri colori, risulta ancora più lampante quanto sia in declino il movimento: tre vittorie consecutive (edizione del 1992, 1994 e 1996), poi altre affermazioni nel 2000 e nel 2004. Il calcio è un fenomeno ciclico e questa fucina di talenti ha portato la Nazionale Maggiore a sfiorare il titolo mondiale nel ’94 in Usa e a vincere a Berlino nel 2006. Poi, il vuoto. Non va meglio per i Mondiali di categoria Under 20 e Under 17, quasi snobbati dalle nostre nazionali. Sporadiche apparizioni, non condite da prestazioni esaltanti, eccezion fatta per l’edizione di questi ultimi nel 2009, quelli poi vinti da una sorprendente Svizzera, trascinata dai gol di Seferovic (poi una meteora nella Fiorentina, a proposito di valorizzazione dei talenti) e dalle giocate di Kasami, sottoutilizzato a Palermo. In quell’occasione gli azzurrini si arresero ai quarti di finale, proprio al cospetto dei futuri campioni rossocrociati, sfiorando più volte l’impresa. Ma su quei protagonisti ci torneremo più avanti, quando prenderemo in esame i giocatori da seguire.

A ben vedere l’ultima nazionale giovanile vincente in grado di lanciare giocatori in grado poi di affermarsi pienamente ad alti livelli, è stata quella campione degli Europei Under 19 nel 2003, composta da giocatori nati per la maggior parte nel 1984. Doveroso citare alcuni dei protagonisti: i terzini Potenza, Ferronetti  e Mantovani, i centrocampisti Aquilani, Lodi, Padoin e Laner, gli attaccanti Pazzini e Palladino. Meno fortuna ebbero i loro compagni Belotti (ex atalantino persosi in seconda divisione Lega Pro), la punta Della Rocca, enfant prodige del Bologna ma incapace di replicare da professionista le meraviglie fatte vedere negli Allievi o il famigerato portiere Paoloni, salito prepotentemente alla ribalta per le note vicende extracalcistiche di quest’estate, che hanno rischiato seriamente di sferrare il colpo decisivo a tutto il movimento del calcio italiano.

Pochi tra i protagonisti dell’edizione del Mondiale Under 17 giocata in Perù nel 2005 (poi vinta con assoluto merito dal Messico di Giovani Dos Santos e Carlos Vela) sono invece riusciti ad imporsi. Le stelle conclamate di quella squadra erano gli attaccanti Russotto che, dopo un precoce esordio nella  Lodigiani, fu al centro di polemiche col suo passaggio al Bellinzona e, una volta rientrato a Treviso, non confermò le sue doti, perdendo di stagione in stagione confidenza col gol. Ora milita in serie B ma dopo un paio di stagioni spese a Crotone, prima del passaggio recente al Livorno, deve ancora affermarsi. Stesso discorso, se non peggio, per il suo compagno di reparto dell’epoca, Salvatore Foti, accreditato a 17 anni di essere un astro nascente del panorama mondiale. Dal fallimento del Venezia alla Sampdoria, fino al prestito al Vicenza. Dopo un buon primo anno di B (6 gol in 23 giornate ad appena 19 anni) non si è più ripetuto, fino a diventare quasi ingombrante per la squadra ligure che non ha saputo valorizzarlo a dovere.

CAMPIONATO PRIMAVERA: FUCINA DI TALENTI O RALLENTAMENTO DELLA CRESCITA TECNICO-TATTICA?

Resta poi il discorso sul Campionato Primavera. Da più parti si ventila l’ipotesi di un cambiamento, se non radicale, almeno strutturale, per dar modo ai più bravi di confrontarsi sin da subito con tornei impegnativi. Insomma, il modello dichiarato è la Ligacon le sue “squadre B”, da cui ha attinto a piene mani ad esempio il Barcellona per diventare la squadra più forte del mondo. Pedro, Busquets, persino Re Messi ha esordito così, a 16 anni, prima di segnare 129 reti in 184 gare di campionato con la squadra dei titolari.

Ha senso investire nei giovani per le Big italiane? La risposta è no, se non per arricchire un curriculum ininfluente. Guardiamo il caso della Juventus che ha spopolato a livello giovanile nella prima metà degli anni 2000, quando si è compiuto il ciclo vincente dei calciatori nati tra il 1983 e 1987. Il primo acuto è del 2003 con la vittoria della Coppa Italia Primavera ma poi arriveranno tre tornei di Viareggio consecutivi (2003, 2004 e 2005) e finalmente il campionato con la vittoriosa finale disputata l’8 giugno2006 a Rimini contro un’altrettanto forte Fiorentina.

Ecco la formazione vincitrice:

Scarzanella; Dicuonzo, Criscito, Zammuto, Rossi; Marchisio, Venitucci, De Ceglie; Giovinco (Lanzafame); Paolucci (Maniero), Volpe (Del Prete).

Sulla carta un ciclo coi fiocchi, sul quale probabilmente squadre come Manchester Utd, lo stesso Barcellona, per non parlare dell’Ajax avrebbe attinto a piene mani. Eppure, nel momento in cui scriviamo, solo Marchisio è divenuto un titolare fisso di Madama, mentre Criscito e Giovinco, esplosi in Provincia sono andati a completare l’album dei rimpianti. Michele Paolucci, massimo goleador di tutti i tempi delle giovanili bianconere, dopo i primi discreti approcci in serie A, è stato “incatenato” da un contratto da big che ha scoraggiato i possibili acquirenti e ora si ritrova nell’anonimato a Vicenza, probabilmente mortificato e in pratica riserva di una vecchia volpe come Elvis Abbruscato.

Un’altra big del nostro calcio come l’Inter non ha lesinato sforzi economici per allestire una grande squadra a livello giovanile. Sono arrivate delle soddisfazioni ma, esclusi Martins e Pandev, pochi altri hanno assaporato la prima squadra, tanto che giocatori poi affermatisi come Meggiorini o Bonucci (quest’ultimo arrivato addirittura in Nazionale con pieno merito) hanno svolto una gavetta in piena regola prima di competere in serie A.

Ma se nemmeno il Lecce, una squadra dal potenziale economico minore rispetto alle corazzate Juve e Inter,  ha saputo costruire le sue fortune su un settore giovanile che ha fruttato due scudetti primavera consecutivi e una coppa Italia immediatamente dopo, cosa devono fare i giovani nostrani per emergere in serie A?

Ricordiamo una delle due formazioni vincenti del Lecce, quella che il 5 giugno2003 hasconfitto una favoritissima Inter nella finale disputata quell’anno a Siena (gli stessi giocatori in pratica replicheranno l’anno dopo ancora contro l’Inter!)

Coqu; Bianco (Giorgino), Camisa, Kouyo, Esposito; Mattioli (Giorgetti), Carteni, Agnelli, Diarra, Rullo; Pellè (Rodia) (in panchina, tra gli altri, l’attuale portiere di riserva del Napoli Antonio Rosati). Dei titolari di quella storica partita (prima affermazione giovanile per il Lecce) solo Esposito e Pellè giocano in serie A.

COME FARE AD EMERGERE?

Qual è allora la giusta politica dei giovani? Quella di provare a vincere, ma precludendo poi ai migliori giovani di cimentarsi con i grandi, relegandoli in prestito ovunque per verificarne la tenuta o, magari, per fare cassa, oppure selezionare per bene uno o due giocatori all’anno da “premiare” con il gran salto? Nel corso degli anni questa è stata la politica, rivelatasi poi vincente per le rispettive ambizioni, di squadre di media fascia come Atalanta e Empoli, che magari non vincono nulla da anni in ambito giovanile ma sanno come coltivare i migliori talenti di casa.

Ne è prova (e qui arriviamo ai giorni nostri) l’attuale rosa titolare dell’Atalanta, composta da giocatori di varie epoche cresciuti con i colori nerazzurri addosso: Consigli, Bellini, Capelli, Padoin, Bonaventura (un ’89 a cui è bastato un anno di prestito a Padova prima di rientrare da protagonista a Bergamo) e il recente caso dell’attaccante Gabbiadini (’91), punta di diamante della nuova under 21 di Ciro Ferrara.

In serie B, torneo che, è bene sottolinearlo, quest’anno sta dando molto spazio ai calciatori più promettenti, due squadre in particolare (Brescia ed Empoli) stanno disputando il loro campionato con una rosa infarcita da giovani del proprio vivaio. Per ora con risultati alterni, ma siamo pronti a scommettere che alla lunga entrambe le compagni avranno le loro soddisfazioni. Sia Brescia che Empoli infatti hanno spesso costruito le loro fortune sulla forza dei loro giovani.

Come non ricordare i casi di Pirlo, Diana, Baronio o Bonazzoli usciti dalle Rondinelle negli anni’90 o, appena qualche anno prima, i vari Galante, Birindelli, Melis o Montella usciti dalla scuderia della squadra toscana?

Ora i nuovi campioncini si chiamano Salamon (polacco del ’91), El Kaddouri (belga- marocchino del ’90) o gli italianissimi Martina Rini (’90), Paghera e Magli (’91), per non parlare del portiere Leali (addirittura un ’93 già titolare al posto del valido e più esperto Arcari).

Nell’Empoli invece si stanno mettendo in mostra gli under 21 Saponara (un tornante tutto assist e fantasia che ricorda il giovanissimo Figo ai tempi dello Sporting Lisbona), Mori (centrale difensivo dal gran fisico e dai piedi buoni, già puntato dalle big italiane, specie dalla Juventus), la multietnica punta (ma che ha esordito con l’Under 19 italiana) Dumitru, che ha già assaggiato la serie A l’anno scorso alla corte di Mazzarri e il terzino Regini, cresciuto nel Cesena e già transitato dalla Sampdoria e dal Foggia di Zeman che ha saputo valorizzarlo in pieno. Ma in prima squadra giocano pure i più anziani Pelagotti (portiere dell’89), il terzino Vinci (’87), il mediano Valdifiori (’86) tutti provenienti dal vivaio empolese, mentre in rampa di lancio figurano praticamente tutti i giocatori che hanno preso parte al ciclo culminato nel secondo posto del campionato Primavera, dietro solo a un grande Genoa, trascinato dall’attuale milanista El Shaarawy, Polenta, Perin e Ragusa. (finale disputata a Macerata l’8 giugno 2010)

Ecco quella squadra dell’Empoli:

Addario; Mazzanti, Angella (Mori), Tonelli, Tognarelli; Saponara, Signorelli, Crafa (Lo Sicco), Guitto; Dumitru, Fabbrini (Pucciarelli). (Di questa formazione i trascinatori erano Angella e Fabbrini, entrambi attualmente di proprietà dell’Udinese, che per i giovani talenti sembra avere un certo fiuto.

I TALENTI ATTUALI DELLE NAZIONALI GIOVANILI

Torniamo per un momento alla Nazionale giovanile Under 17 che ha disputato i Mondiali di categoria nel 2009: così facendo ci allacciamo direttamente ai giorni nostri, in quanto molti di quegli atleti sono tra i giovani campioncini da tenere assolutamente d’occhio.

Oltre al già citato El Shaarawy, italo-egiziano che ha tutte le stimmate del fenomeno (come ha dimostrato a Padova, dove ha fatto rivivere negli occhi dei tifosi il primo Del Piero), in attacco  figuravano in quella rosa anche Federico Carraro, un classico 10 italiano (tutto estro e fantasia, senso del gol e della posizione), la punta Beretta, ex Albinoleffe e Milan, ora all’Ascoli e Simone Dell’Agnello, centravanti ex Inter, tornato a Livorno, per provare ad affermarsi in serie B. Su Carraro pesano gli accostamenti ingombranti (chi lo paragona a Mancini, chi addirittura a Baggio, vista anche la provenienza geografica (Veneto) ma pure di club (Fiorentina). Trascinatore degli Allievi viola, allenati da Renato Buso, insieme a compagni come il centravanti Iemmello (ora ingiustamente in Lega Pro a Vercelli), il centrale difensivo Camporese, già protagonista della squadra di Mihajlovic) e il mediano Taddei, ora deve cercare di affermarsi a Modena, dopo aver esordito in serie A in modo fugace. Prima di tutto dovrà forgiare il carattere, farsi trovare pronto, e poi si tratterà “solo” di tradurre tra i grandi quanto fatto tra i coetanei. Facile a dirsi, meno a farsi ma molto dipenderà dalle chance che il tecnico dei canarini gli concederà, in un momento certamente non facile per la squadra emiliana.

A centrocampo in quella Under 17 giostravano autentici talenti come il figlio d’arte De Vitis, il cui padre fu grande goleador di rapina negli anni ‘80/’90, ora al Modena dove, a differenza di Carraro, sembra essere riuscito a imporsi con facilità, grazie a un temperamento esemplare e una grinta che non va a inficiare sulla qualità degli interventi in mediana e il playmaker Marco Fossati, che ha già vestito entrambe le maglie delle squadre di Milano. Da molti paragonato a Pirlo, ha una notevole fiducia nei propri mezzi che talvolta lo inducono ad azzardare giocate complesse ma resta in possesso di squisite capacità tecniche, così come l’interista di un anno più giovane (’93) Lorenzo Crisetig. Come incontrista agiva invece Scialpi, ex Lecce, rivelatosi a Varese: sembra un veterano in campo e i suoi mezzi fisici non lo farebbero certo sfigurare al cospetto di navigati compagni di reparto in serie A. In difesa invece c’era quasi l’imbarazzo della scelta, visto l’affollamento di validi interpreti. Da Natalino (valido sia come terzino destro che come mediano) che l’Inter pagò a peso d’oro dal Crotone a Sini, già visto in serie A a Lecce e ora rimasto in Puglia a Bari, da Mannini (exSiena) a Benedetti (figlio dell’ex cuore Toro Silvano), entrambi sotto contratto con l’Inter, con il secondo titolare quest’anno a Gubbio, in una società che, con grande coraggio, si sta affidando a una squadra di esordienti. Su tutti spiccava Camilleri, che divenne famoso ai tempi in cui il Chelsea lo scippò in modo indebito alla Reggina. Da lì qualche presenza in prima squadra, fino all’approdo alla Juventus, dove però ha faticato parecchio a guadagnare la fiducia di mister Bucaro. Quest’anno è ripartito umilmente dalla Lega Pro. In porta poi gli eredi di Buffon non mancano di certo, visto che di questo ciclo fanno parte Bardi (titolare a Livorno in B e anch’egli dell’Inter) e Perin (campione d’Italia Primavera due stagioni fa e attualmente a Padova dove si giocherà il posto con l’esperto Pelizzoli).

ALLA SCOPERTA DEI MIGLIORI UNDER DELLA SERIE A E SERIE B

Ma, nazionali a parte, non mancano di certo le individualità tra i nostri azzurrini, come testimoniato da questo scorcio di stagione, dove (forse) più per necessità che per principio, molte squadre, specie della serie cadetta, hanno deciso di gettare nella mischia gli under 20.

Nell’Albinoleffe sta cercando la sua affermazione definitiva il difensore ex Lazio e Roma Alessandro Malomo. Paragonato a Mexes, anche per via della chioma bionda, ha palesato difficoltà l’anno scorso nell’Hellas Verona, riscattandosi nella seconda parte di stagione al Prato. Lui che doveva in un primo momento, da giovanissimo, andare a Manchester insieme a Federico Macheda. Nell’Ascoli, oltre al già citato Giacomo Beretta, sta emergendo con forza il centrocampista Sbaffo, dalla folta chioma che ne evidenzia ancora di più le folate sulle fasce. In rosa anche Filippo Boniperti, lottatore dai piedi buoni sulla fascia e il baby Marchionni (addirittura un ’94), soltanto omonimo dell’ex centrocampista di Parma, Juventus e Fiorentina. Nel Bari a riportare in alto la squadra in classifica ci sta pensando, a suon di giocate, Fernando Forestieri, un ’90, non certo una novità, avendo già 5 campionati professionistici alle spalle. Che questo sia l’anno buono per sfondare e tornare in A da protagonista? D’altronde già nel 2008 si era fatto notare in un Europeo Under 19, quando portò la nostra Nazionale a contendersi il titolo nella finale contro la quotata Germania, che ci battè senza patemi. Con lui militavano Poli, Raggio Garibaldi, Bonaventura, Mazzarani, Darmian, Okaka, Paloschi.

I tifosi del Crotone stanno imparando ad apprezzare le qualità balistiche dell’ex napoletano Camillo Ciano, che col suo sinistro al fulmicotone ricorda a tratti Sinisa Mihajlovic, almeno quando batte le punizioni. Per il resto è un giocatore molto più offensivo dell’attuale tecnico della Fiorentina. Fatica invece per il momento a trovare spazio l’altro prodotto del vivaio napoletano, Raffaele Maiello (’91), paragonato addirittura allo slovacco Hamsik, mentre dopo aver vinto da protagonista l’ultimo campionato primavera con la Roma, si sta imponendo anche in B il talento di Florenzi, giocatore a tutto campo, degno erede in Calabria dell’altro giovane giallorosso Crescenzi, passato quest’anno al Bari e già titolare fisso dell’under 21 di Ferrara. Nel Grosseto i prospetti più interessanti sono i due romani Luca Antei (under 21), anch’egli vincitore con la Roma Primavera e da tutti considerato un futuro campione nel ruolo e l’ex laziale Francesco Mancini (’90) ai tempi delle giovanili celeste paragonato addirittura a Cristiano Ronaldo e poi rallentatosi in carriera a causa anche di un carattere fumantino. Positiva comunque la sua stagione scorsa nella terra felice di Lumezzane che gli è valso il passaggio in B in Toscana, dove dovrà guadagnarsi la pagnotta in una squadra ricca di interpreti sulla fascia destra.

Il Gubbio pullula di esordienti e questo ad inizio campionato ha comportato delle inevitabili difficoltà. Tuttavia su alcune individualità è lecito scommettere ad occhi chiusi: il già citato Simone Benedetti, il centravanti Ettore Mendicino (’90), i due ex juventini Giannetti e Buchel (nazionale giovanile austriaco) e l’attaccante sardo Ragatzu, veloce e potente allo stesso tempo. Nella sorprendente Juve Stabia di inizio stagione, seppur martoriata dalla penalizzazione, hanno lanciato l’italo-nigeriano Jerry Mbakogu (’92) , prodotto del Padova, credibile clone di Drogba. A livello mondiale gli occhi sono tutti puntati sul congolese belga Lukaku (’93), ma forse dovrebbero passare più spesso a Castellamare per vedere i gol e le progressioni di questo ragazzo che nel 2010 ha portato il Palermo primavera a vincere uno storico scudetto di categoria. Meritano una citazione anche il fantasista Raimondi(’90), già protagonista della promozione della passata stagione e il portierino Colombi (’91) su cui punta forte la solita Atalanta. Nel Padova, accreditata per la promozione diretta in serie A, nel bel mezzo di una rosa esperta (ha l’età media più alta della B) fa la sua bella figura sul lato destro della difesa Giulio Donati (’90), già positivo l’anno scorso a Lecce, ma di proprietà dell’Inter.

A Pescara, con Zeman, se sei un giovane promettente e di qualità, puoi giocarti la chance della carriera e lo sanno bene soprattutto gli attaccanti che quasi sempre con lui vanno come minimo in doppia cifra. Insigne è uno degli uomini nuovi del campionato, un attaccante tascabile tutto sprint e fantasia sulla sinistra, mentre al centro può esplodere tutto il talento di Ciro Immobile, che alla Juventus faceva la differenza in Primavera. In difesa si punta forte su Romagnoli (’90) ex Milan allenato dal boemo a Foggia (come Insigne, del resto) e Brosco, che ha tutte le qualità per emergere in B. Inoltre in cabina di regia si attendono faville da Verratti, minuscolo concentrato di pura tecnica e cattiveria agonistica, da tempo nel mirino delle grandi italiane. E che dire del portiere Pinsoglio (’90)? Grande personalità tra i pali e freddezza. Anche a Reggio Calabria abbondano gli interpreti, dall’attaccante Ragusa (che il mister Breda aveva lanciato con successo a Salerno) al “nuovo Gattuso” Giuseppe Rizzo (’91) già adocchiato dal Genoa per la prossima stagione. Nel Sassuolo sta emergendo l’ex Inter, Fulham, Palermo e Foggia Karim Laribi, un passato nelle nazionali giovanili azzurre, che poi ha optato per la nazionale d’origine, quella tunisina. E’ un ’91 che abbina tecnica e corsa, grandi numeri dalla distanza e senso tattico. Nel Toro dei record di capitan Ventura, c’è il giusto mix di veterani (Bianchi, spreco assoluto per la cadetteria, Parisi, Sgrigna ecc) e giovani virgulti desiderosi di mettersi in mostra (l’ex esterno offensivo del Milan Simone Verdi, e il difensore Darmian, già positivo l’anno scorso a Padova). Nel Varese che l’anno scorso ha disputato un campionato stupendo e ha replicato con la Primavera dove, sotto la sapiente guida di Mister Mangia (lui sì un giovane su cui puntare!), quest’anno sono stati prepotentemente inseriti in prima squadra la punta De Luca (’91), fromboliere di razza tra i giovani, il già citato Alessandro Scialpi e l’ex centromediano dell’Alessandria Loris Damonte (’90), pilastro davanti alla difesa. Chissà che con Maran non trovi il giusto spazio: non gli mancano certo la voglia di emergere, il fisico e la personalità. Nell’Hellas Verona sfreccia a destra, dove fa spesso la differenza il turbo dell’ex romanista Marco D’Alessandro (’91), che esordì tre stagioni fa in serie A contro la Juventus. Nel Vicenza che punta a risalire dopo una partenza shock che ha portato al siluramento di Silvio Baldini cercando spazio il fantasioso attaccante Gaetano Misuraca, già presente ai Mondiali Under 20 di due anni fa e l’ex laterale della Carrarese Bariti, timido nelle prime apparizioni in B con la maglia della Triestina, in una situazione oggettivamente difficile.

Più cauta la situazione in serie A, con pochi under 21 impegnati da titolari. Eppure ci sono squadre come la Roma che vanta un parquet di campioncini in rampa di lancio. Non a caso hanno vinto l’ultimo campionato Primavera, con una squadra tra l’altro costruita sul ciclo vittorioso solamente un anno prima nella categoria Allievi.

Anche in questo caso vediamo la formazione che il 12 giugno2011 habattuto il Varese nella finale disputata a Pistoia. Allenati come da tradizione da Alberto De Rossi, padre di Daniele, uno dei migliori formatori del calcio italiano:

Pigliacelli; Sabelli, Antei, Mladen, Frascatore; Viviani, Florenzi (Politano); Dieme, Ciciretti (Verre), Caprari (Piscitella); Montini.

Quella finale fu decisa ai supplementari da un super Montini, che ricorda il montenegrino Vucinic nelle movenze, quest’anno ceduto in prestito, come il terzino sinistro Frascatore (già nazionale giovanile) al Benevento in Lega Pro. Ottimi l’esterno offensivo Caprari, che dribbla sapientemente e ti nasconde il pallone tra i piedi e il regista “alla Pizarro” Ciciretti (entrambi del ’93), il mediano Viviani, che Luis Enrique ha rischiato seriamente di bruciare in Europa League, molto ordinato e sobrio, e Sabelli, capace di percorrere la fascia 50 volte a partita, senza mai perdere la lucidità necessaria per affilare cross taglienti in area di rigore. Ma il tecnico spagnolo ha fatto capire di tenere d’occhio soprattutto Verre, un ’94, che potrebbe essere l’erede di Francesco Totti!

CONSIDERAZIONI FINALI

D’altronde alla Roma siamo in piena fase di ristrutturazione e tutto inizia dai giovani (Angel, Pjanic, l’italiano Borini). Lo stesso Osvaldo, che aveva lasciato il campionato italiano da incompiuto, è tornato pronto per grandi palcoscenici, tanto da guadagnarsi la chiamata di Prandelli in Nazionale. Fosse rimasto in Italia avrebbe avuto le stesse possibilità di crescere e di sbagliare?

Nei confronti dei giovani, a maggior ragione occorre trovare un giudizio equilibrato. Devono sentirsi liberi di provare la giocata, qualora se la sentissero nelle corde, senza per questo temere di andare ad ammuffire in panchina per settimane intere se questa non dovesse rivelarsi utile o positiva. Allo stesso tempo da parte dei giovani sarebbe auspicabile evitare di imitare le mattane di alcuni colleghi più illustri, che hanno finito, a causa di una sicurezza sfociata spesso nella sfrontatezza, a sperperare la fiducia concessa dagli allenatori di turno.

A conclusione delle nostre argomentazioni, quello che conta maggiormente è riuscire a creare un movimento vero e proprio, non accontentarsi di lanciare un fenomeno ogni tanto. I casi estemporanei di Balotelli (’90) e El Shaarawy (’92) non devono illudere più di tanto. Il fuoriclasse a se stante non fa vincere le competizioni.La Sveziaha Ibrahimovic, l’Ucraina aveva Shevchenko ma da soli non bastano. L’Italia storicamente è una delle grandi nazionali a livello mondiale, ma i successi li ha sempre raggiunti grazie alla forza di un gruppo coeso, costruito nel tempo. Concediamo tempo e spazio ai nostri ’91, ’92 e ’93 e magari i risultati arriveranno presto: la politica del “tutto e subito” non ha mai portato da nessuna parte!