Sanremo Nuove Proposte: nella serata dei duetti d’autore, ecco il trionfo del giovane rapper Rocco Hunt! Me ne farò una ragione…


ROCCO HUNT

Alla fine l’esito della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2014 era abbastanza scontato. Ho letto ovviamente tantissimi pareri discordanti, specie nell’area dei musicisti “alti”. Bisogna vedere le cose con un minimo di oggettività, al di là dei gusti personali che, volenti o nolenti, contribuiscono spesso in maniera determinante a inficiare i nostri giudizi.

Rocco Hunt, quindi, 19 anni (e ne dimostra pure meno!), rapper da Salerno, si issa in cima alle preferenze, non solo dei tele votanti ma anche della cosiddetta “giuria di qualità”, presente in prima fila ieri all’Ariston e presieduta dallo stimato regista Paolo Virzì.

Tre componenti  (il genere, la giovane età, la provenienza) che la dicono lunga sul fatto che fosse in qualche modo, non scontato (come azzardato a inizio articolo) ma quanto meno prevedibile sì. Se, come scritto ieri, questa settimana sono entrati direttamente al primo posto nelle classifiche di vendite i due mediocri rapper Two Fingerz, non c’è da stupirsi di nulla. Il rap, l’hip hop, che poco o davvero nulla ha di che spartire con quello emerso anche in Italia all’incirca nel ’92 con solide band come Sangue Misto, Assalti Frontali e Isola Posse, sta dominando le charts, basti vedere altri “fenomeni” giovani che hanno sbancato negli ultimi due anni, da Emis Killa a Fedez, da Clementino all’”amico” Moreno, persino personaggi poco allineati a logiche commerciali come Gemitaiz, Coez e Salmo (quest’ultimo giunto anch’egli primo in classifica) hanno fatto il botto.

Troppo semplicistico però relegare l’exploit di Hunt a cosa ovvia, avendo tra l’altro come rivali talenti dal sicuro avvenire –  oltre che dal solido presente – come The Niro e soprattutto Zibba che con i suoi Almalibre da anni è “abituato” a ricevere riconoscimenti d’ogni genere.

Ciò che mi ha poco convinto è il brano in sé: intendiamoci, ha smosso la platea, è orecchiabilissimo, musicalmente ha quel che di reggae che non guasta mai, se vuoi azzeccare l’hit  e dare un vago senso di “appartenenza” politica e popolare e il testo va a toccare, seppur in maniera alquanto retorica, trita e ritrita, dei punti nevralgici della nostra situazione socio-politica, del sud in particolare.

Il fatto è che, al dispetto della giovanissima età, Rocco è già un big nel suo genere, vende un botto di dischi, vanta un numero di visualizzazioni, nell’era digitale un dato inoppugnabile di popolarità e fama, dieci volte superiore a quelle di Zibba, The Niro e Diodato messi insieme, e già a sua volta, dopo aver collaborato un po’ con tutti nel suo ambiente, a partire dall’amico Clementino, ringraziato anche ieri dal palco al momento di ritirare i premi vittoria, è un ricercato produttore di altri rapper.

Però il pezzo in sé non era sto granchè, mio fratello Jonathan, amante e profondo conoscitore della scena, da subito era dubbioso, temendo in una canzone ad ampio respiro, con frasi fatte, proprio Hunt che invece è considerato un maestro nel “freestyle” e ha quindi la rima facile e arguta.

Non sono rimaste che le briciole alla fine della fiera per gli alti tre artisti in gara, tutti meritevoli a mio avviso di proseguire il proprio percorso, aumentando il loro “bacino di utenza” se questo era lo scopo appunto di gente come The Niro e Zibba, già pienamente affermati nei loro ambiti, quello indie per il primo e quello della canzone d’autore per il secondo . Diodato si ritrova un po’ in mezzo al guado, ma ha buone qualità, personalità e magnetismo interpretativo per provare a imporsi in un mercato sempre più ostico.

Restano da dire due parole sul resto della serata, dedicata ai duetti in merito alla canzone d’autore italiana, forte della collaborazione siglata tra il Festival e il Club Tenco, due mondi spesso percepiti come distanti. Non tutti gli omaggi sono riusciti, in particolare mi ha poco convinto quello a Enrico Ruggeri fatto da Giusy con i due attori Alessandro Haber e Alessio Boni (uno dei miei preferiti in assoluto ma ieri parso un po’ “strano”… scusate, non mi viene l’aggettivo giusto!), quello di Noemi al grande Fossati, quello assai improbabile di Frankie con la Mannoia.

Promuovo a pieni voti stavolta Giuliano Palma, Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio alla batteria (l’attore pugliese, già visto all’opera al pianoforte nel riuscito ultimo film di Rocco Papaleo, si è proprio divertito ieri sera sul palco), i Perturbazione con l’amica Violante Placido in una delicata “La donna cannone” e lo squalificato Riccardo Sinigallia, accompagnato oltre che dalla sodale Laura Arzilli da due bravissime interpreti quali Marina Rei (tra l’altro sua cognata, essendo questa la compagna del fratello Daniele Sinigallia, chitarrista e produttore) e Paola Turci. Bene anche il recupero di Ron dell’amico Lucio Dalla e l’insolita collaborazione della Ruggiero con dei suonatori di tablet (!).

Senza infamia e senza lode i due favoriti Renga, cui Kekko dei Modà ha ricambiato il duetto della passata edizione, quando col suo gruppo era in gara, e Arisa alle prese con un classico di Battiato, accompagnata da un trio nordico, gli WhoMadeWho.

Citazione a parte per Cristiano De Andrè che ha commosso tutti con l’omaggio sentito al padre in “Verranno a chiederti del nostro amore”, il quale ha pure ricordato un aneddoto relativo a quando il padre lo scrisse, dedicandolo alla madre.

Gino Paoli ha invece omaggiato la scena genovese, raccogliendo applausi a scena aperta e mostrando, ormai ottantenne, una classe intatta, direi innata.

Infine, poco prima di svelare il nome del vincitore della categoria, arriva il momento dell’ospite.. e che ospite! Il giovane cantautore scozzese, ma di chiare origine italiane, Paolo Nutini, prima abbozza un’incerta – nella pronuncia – “Caruso”, caricandola della sua voce roca e profonda, poi canta “Candy”, una delle sue hit, inclusa nel precedente ultimo album, un capolavoro assoluto, e infine ci delizia con il nuovissimo singolo, anteprima di un imminente nuovo album di inediti, previsto per aprile. Anche in questo caso, si tratta di una invenzione sonora, di un recupero di un qualcosa, attualizzato e miscelato. Nutini è stato in grado, partendo dall’indie pop rock caro al suo idolo dichiarato Damien Rice, che lo ha anticipato di una serata sul palco dell’Ariston, di spostarsi verso territori sempre più ampi, contemplando grandi dosi di soul, rythm and blues, country, folk irlandese/scozzese, pop, reggae, jazz in un unico calderone. E il nuovo singolo “Scream” ha confermato questa sua attitudine. Un grande talento davvero, ancora under 30, essendo un classe ’87!

Annunci

Sanremo 2014: primi giudizi sulla manifestazione tra noia, sbadigli e qualche interessante guizzo

Archiviata con qualche infamia e pochissime lodi la prima serata del Festival di Sanremo, mi appresto a scriverne in maniera meno istintiva di come avrei fatto se mi fossi messo alla tastiera nella tardissima serata di ieri. Un po’ la stanchezza derivata da un’intensa giornata di lavoro e di preparativi per le mie imminenti nozze (un po’ di sano autobiografismo in fondo non guasta mai!), un po’ una formula che già l’anno precedente non mi aveva entusiasmato, mi hanno impedito di gustarmi l’attesa che sovente mi pervade in circostanze simili, quando Sanremo prende il sopravvento. Ho ascoltato, lasciato qualche commento sparso, letto con piacere alcune disamine dei tanti amici coinvolti più o meno in prima persona, riso dietro alcuni status sdrammatizzanti o ironici, ma mi sono fatto ovviamente al contempo un giudizio tutto mio, che giocoforza andrà a modificarsi  con la riproposizione dei brani rimasti in gara (sob!)

Chiarisco, ce ne fosse ancora bisogno per chi mi stesse leggendo per la prima volta, che io sono legato a certi stilemi, che a me interessano le canzoni, che il contorno – da sempre necessario in una kermesse simile – ha sempre su di me l’effetto di qualcosa di straniante che mi vorrebbe fare allontanare dalla tv, o per lo meno farmi avventurare in zapping selvaggi (nemmeno tanto poi, vista ieri l’attrattiva per la super sfida di Champions League tra il City e il Barcellona).

Dedicherò quindi poche scarne righe al “contorno” per poi soffermarmi maggiormente sulle canzoni presentate.

Devo dire che, svanito l’effetto novità di una delle coppie più affiatate della tv, la conduzione Fazio&Littizzetto ha dato via a una delle puntate più noiose, lunghe, dilatate e piene di “buchi”televisivi, di pubblicità mai viste prima. Una lagna a volte, con pochissimi spazi dedicati alla musica, che sembrava alla fine diventata quella il contorno, non LO spettacolo per eccellenza. Dall’agghiacciante (come direbbe Antonio Conte!) inizio all’assai improbabile duetto con una ripescata Letitia Casta, sorta di ossessione di Fazio, col conduttore davvero imbranato e astruso nei panni di uno show man, all’omaggio a De Andrè a mio avviso mal riuscito, a quello ridicolo, forzato a Freak Antoni, giusto per dire che “anche noi di Sanremo lo abbiamo voluto ricordare”. Ligabue, la cui presenza non mi convince nemmeno per principio, ha cantato in modo assai improbabile “Creuza de ma”, capolavoro assoluto del grandissimo cantautore genovese, ma forse non era meglio se avesse interpretato “Fiume Sand Creek” già ottimamente coverizzata da lui in un intenso concerto tributo a Faber di 11 anni prima? Mi spiace Luciano, ma quel tuo accento fortemente emiliano strideva un sacco col significato delle parole care a Fabrizio. Cat Stevens ha fatto una buona passerella, dimostrando di essere in piena forma, cantando però in pratica uno striminzito repertorio, fatto tra l’altro di cover dei Beatles (e i maligni sono stati subito abili nel dire che, avendo Paul McCartney preteso un cachet milionario, si è ripiegati su Stevens) e di due suoi super classici. Meglio la Carrà, specchio comunque di un’Italia fermissima da un punto di vista delle novità vere per quanto riguarda il mondo dello spettacolo “tout court”: avercene come la bionda nazionale, davvero all’orizzonte non si intravedono degne sue eredi.

big_sanremo_2014-320x376

Arriviamo alle canzoni, con la formula dei doppi brani assolutamente da evitare in futuro. Già l’anno scorso non mi era piaciuta, non ne colgo il senso. Non mi si venga a dire che è per promuovere due brani in un colpo solo: ma figurati… già al primo ascolto nessuna canzone ti può rimanere in testa, una che viene eliminata prontamente ancora meno. E poi, facciamo un brevissimo excursus alla passata edizione: eccezion fatta per chi ha comprato i loro dischi, qualcuno ricorda o ha sentito nuovamente le canzoni eliminate dalla gara sanremese di Mengoni, Elio o i Modà, tanto per citare i primi piazzati in graduatoria? Bene, la risposta ve la siete data da soli immagino!

Ha aperto le danze Arisa, le cui interpretazioni sono state a mio avviso convincenti, secondo suo registro. Tanta attesa per il primo brano, che aveva l’arduo compito appunto di aprire l’intera rassegna canora. Stimo tantissimo la Donà, co-autrice della prima canzone, di recente intervistata anche in occasione di un mio saggio di prossima uscita sulla musica italiana degli anni ’90, e sono sicuro che, cantata da lei e con un arrangiamento diverso, “Lentamente…” avrebbe avuto maggior fortuna. Passa il secondo brano di Arisa, scritta come alcune delle sue migliori canzoni precedenti (“Sincerità”, “La notte”, “L’amore è un’altra cosa”) dal suo ex compagno e ora stretto collaboratore Giuseppe Anastasi, più incline alla sua indole da “usignolo”, ma la sensazione, a un primo sommario ascolto, è che siamo lontani dal lirismo e dall’intensità del brano arrivato secondo due anni fa. In ogni caso, l’artista lucana, a dispetto della breve carriera, è quasi una veterana, essendo questa la sua quarta partecipazione dal 2009, quando vinse a mani basse nelle Nuove Proposte.

Arriva la prima delusione vera della serata, con le due canzoni presentate da uno dei miei “eroi” degli anni ’90, quel Frankie Hi-Nrg autentico protagonista della prima ondata rap in Italia negli anni ’90 e anch’egli giustamente immortalato nel mio saggio. Ok, rimarrà nella storia per aver sfornato un brano come “Quelli che ben pensano”, capolavoro assoluto della musica italiana tutta, ma ieri sera pareva davvero fuori tempo massimo, poco ispirato anche nel primo brano, quello che mi piaceva di più. Ovviamente è passata la seconda, una ridicola canzoncina vagamente reggae, il cui significato terra terra è più o meno questo: “sei  con le pezze al culo, non ti resta che pedalare”. Da lui mi aspettavo qualcosa in più di questa filosofia alquanto spiccia.

Altra attesa mal ripagata è stata quella affidata all’inedito e inconsueto duo Raphael Gualazzi/The Bloody BeetRoots. Non che non mi siano piaciuti del tutto, però l’azzardo è stato fatto a metà. Ne sono usciti due compromessi che non hanno arricchito né il moderno “Paolo Conte” di nuova generazione, né l’affermato deejay d’avanguardia che tanto successo sta mietendo nei club di tutto il mondo.

Davvero pesante il primo pezzo, scritto dall’onnipresente Giuliano Sangiorgi, meglio il secondo che ha avuto se non altro il pregio di “risvegliare” – è il caso di dirlo, visto i tempi biblici di conduzione del programma – la platea. Tuttavia il brano ammesso alla fase finale non mi dice nulla, non lo sento assolutamente nelle corde di Raphael, artista che apprezzo tantissimo e di cui ho divorato di ascolti i precedenti due album. Acquisterò sicuramente il disco e sono sicuro che non mi deluderà, ma questa di Sanremo mi sa tanto di occasione persa per lui: ribadisco quanto scritto in un altro post, cioè che gli va dato atto di aver voluto rischiare, reinventandosi. In quanto al pur bravo deejay Rifo, che dire? Ho trovato il suo apporto francamente superfluo: nel primo soporifero brano si è limitato a pizzicare le corde di un basso elettrico; nel secondo si è mosso da “guitar hero” per tutto il brano, sortendo un effetto davvero pacchiano al tutto. Mettiamoci poi, per quanto a me di look mi interessi ben poco, che la sua consueta maschera, efficace finchè vogliamo nei dj set, qui lo faceva rassomigliare più che altro a Spider Man o, peggio, al piccolo wrestler Rey Misterio.

Con Antonella Ruggiero so che scontenterò qualcuno, ma davvero non mi è piaciuta per nulla. Scontatissima nel suo voler essere per forza di cose “aliena”, sofisticata, “perfetta”. Anche lei fuori tempo massimo, rimasta ferma a stilemi una volta meravigliosi (non solo ai tempi dei Matia Bazar, dei quali resta per distacco la migliore vocalist del gruppo, ma anche dei suoi precedenti brani sanremesi “Echi d’infinito” e soprattutto la splendida “Amore lontanissimo”) ma ora superati, artefatti. Spiace non mi sia “arrivato” il brano scritto per lei dal validissimo Simone Lenzi, leader di uno dei miei gruppi preferiti, i Virginiana Miller, e valido scrittore. Purtroppo, il suo testo è risultato penalizzato da un arrangiamento troppo “pieno”. Avrei voluto riascoltarla al Festival, ma purtroppo è passata l’altra canzone, invero molto simile nelle sonorità.

Il primo picco emozionale l’ho avvertito forte con le due esibizioni di Cristiano De Andrè, al quale da sempre la critica guarda “con sospetto”. Inutile girarci intorno, non diventerà mai come il padre, né potrà mai avvicinarvisi, ma parliamo in fondo di uno dei massimi artisti del nostro secolo. Limitiamoci a dire quindi che, lungi dall’esserne una grigia controfigura, Cristiano ha grandi doti di musicista, polistrumentista e un’intensità interpretativa che molti suoi colleghi si sognano. Ho trovato splendida la prima canzone, sia nelle eccezionali musiche (qualche critico che stimo già ha accennato però a un presunto plagio…) sia nelle liriche fortemente autobiografiche. Il brano, scritto in collaborazione con Fabio Ferraboschi, amico e produttore del mio amico Alberto Morselli, ex cantante dei Modena City Ramblers, colpisce al cuore. Anche il secondo presentato, scritto assieme a Diego Mancino, un altro cantautore che meriterebbe ben altra fortuna a livello di popolarità, è di grande impatto, più viscerale e in un certo senso ad ampio respiro, guadagna alla fine l’accesso alla finale. Inutile: come lo stesso De Andrè si è lasciato scappare in diretta, avrei preferito “Invisibili” ma tant’è, parte del mio tifo andrà a lui.

Ed eccoci ai Perturbazione, da moltissimi (come me) attesi, in quanto gruppo portavoce del variegato mondo “indie”. Che dire, sembrerò di parte, ma per me sono promossi a pieni voti. Concedo a Tommaso, come fatto l’anno precedente con Gulino dei Marta sui Tubi, qualche stonatura nell’ambito di due belle interpretazioni, frizzanti, armoniose, in linea con le loro produzioni. Non si sono “commercializzati” gli amici piemontesi, d’altronde a differenza di altre band alternative protagoniste di recente a Sanremo (come Afterhours, Marlene, La Crus o Almamegretta), hanno sempre proposto un buon sano pop rock melodico. E non si sono smentiti sul prestigioso palco, con loro in piena forma: elegantissimi, sereni, col sorriso, proprio come se volessero assaporare ogni momento di un traguardo giustamente raggiunto. E’ passata “L’unica” che tutti i sei componenti avevano indicato nelle ore precedenti all’esibizione come la loro favorita. E’ un brano ironico, melodico, attinente al sound più moderno del recente loro album di studio “Musica X”, uscito per Mescal. Più “classico” e legato ai primi Perturbazione il secondo brano “L’Italia vista dal bar”, oltre che quello che io avrei fatto passare, ma questa è un’altra storia. In ogni caso, in bocca al lupo ragazzi, da giovedì inizierò anch’io a tele votare!

Ha chiuso a tardissima serata (nottata?) Giusy Ferreri, che da tempo attendavamo al via, dopo anni di oblio, e dopo che nel frattempo ha seriamente rischiato di venire soppiantata dalle numerosissime interpreti femminili affacciatesi “a forza” nel mercato discografico, in seguito a talent di ogni genere. Lei, che è stata la progenitrice di questo filone, è molto avvezza al pregiudizio altrui, ma a mio avviso ha superato alla grande la prova del palco. Due canzoni –  entrambe firmate da Casalino, autore del vittorioso Marco Mengoni un anno prima e che ha scritto pure un brano per il favoritissimo Francesco Renga in gara stasera – molto nelle corde di Giusy, due ballate “sanremesi”, e non si colga l’accezione negativa all’aggettivo. Tanto per cambiare avrei preferito il brano scartato, ma comunque pure “Ti porto a cena con me” ha delle buone chances per arrivare in alto in classifica.

Tutto sommato mi sarei aspettato di più, posto come detto che la formula dei due brani, così come è concepita, non mi convince per niente. Due brani in fila, votati a distanza brevissima, senza nemmeno dare il tempo agli ascoltatori di sentirle bene entrambe e di dare una oggettiva preferenza. Non sarebbe meglio fare cantare prima 7 canzoni (una per artista) e poi in un secondo momento le altre 7? Va beh, considerazioni che lasciano il tempo che trovano, come il fatto che con solo 7 interpreti in gara si è sforato comunque di molto la mezzanotte! Insomma, Fazio, stavolta ti rimando a tempi migliori, ma già stasera avrai modo di rifarti.. vedremo, resto fiducioso!

Nel 2012 c’è ancora posto per i cantautori?

Tempo fa intervistai telefonicamente Pino Marino (purtroppo non ho ancora avuto occasione di pubblicare quel resoconto della nostra bella chiacchierata qui, ma spero sia solo questione di tempo), uno dei cantautori della scena romana che emerse prepotentemente dalla metà degli anni ’90 in poi, e che vide protagonisti poi in ambito nazionale i vari Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Max Gazzè.

Fu un modo per confrontarsi con uno dei più interessanti esponenti di una scuola tutta italiana sul valore e la funzione di un cantastorie ai tempi nostri.

Stasera riprenderò alcuni dei concetti emersi in quell’intervista ma non solo, ovviamente, visto che è sotto gli occhi di tutti come la figura cosiddetta classica, almeno da un punto di vista puramente iconografico, del “cantautore” sia ormai quasi in disuso.

Dimentichiamoci le chitarre a tracolla, il distacco intellettuale che alcuni di loro potevano indurre a farci pensare (anche se poi, ad esempio, il buon Guccini sul palco si trasformava direttamente e da “orso”, come ci poteva apparire in superficie, diveniva molto gioviale e spiritoso, e proviamo a immaginare cosa potrebbero fare ora quei grandi esempi di artisti emersi dagli anni ’70, specialmente, come il grande Faber, De Gregori, Claudio Lolli, Pierangelo Bertoli: una generazione unica, senza precedenti, potremmo pure sottolineare.

Faccio questa riflessione dopo aver visto in tv gli EMA, premio europeo dell’emittente Mtv che, per carità, non ha mai privilegiato – a dirla tutta – la musica di un certo tipo, a favore invece di un pop di facile consumo, spesso ai confini con la dance più leggera.

Ma vedere furoreggiare Psy, il coreano con la sua super hit estiva, i vari Guetta, le Rihanna e Katy Perry, mi vien da dire… a chi potrebbe interessare oggi ascoltare un giovane artista, armato quasi solo delle sue parole, una volta però in grado davvero di smuovere le coscienze? (anche se poi in classifica ci andavano i Ricchi e Poveri, Al Bano e Romina ecc… ma vi era comunque l’idea radicata che potesse esserci spazio anche per una “vera” alternativa).

Ora coloro che maggiormente hanno la capacità di muovere le masse con la sola forza delle parole, spesso addirittura “truci”, sin troppo schiette, ma se non altro sincere, sono i rapper, gli hip hopper… non tutti, per carità: c’è sempre chi sale sul carro dei vincitori, ora che l’hip hop tira molto ma gente come Mondo Marcio o il più eclettico Caparezza, sembra essere in grado, utilizzando diversi strumenti, di raccontare la propria epoca, partendo magari dall’esperienza personale, proprio come una volta facevano i grandi cantautori, quelli con la barba e il vocione.

Ho voluto dedicare una puntata del mio programma radiofonico ai cantautori, classici e moderni, italiani e stranieri, perchè ormai siamo invasi sempre più dalla futilità di certa musica, dal messaggio inesistente, se non quello di farci ballare e regalarci un momento di spensieratezza… per carità, cambiano i tempi, le società e i gusti, ci si plasma e ci si adegua, o meglio, ci si conforma a una realtà che viaggia veloce e che forse non ti dà nemmeno il tempo di stare lì ad ascoltare un testo che, magari, potrebbe aprirti un mondo, o anche solo la propria coscienza interiore.

Forse, sovrastato dai bit e dalle basi dance, anche un grande come Fabrizio De Andrè farebbe fatica a farsi sentire, ma mi piace pensare che ci sia ancora spazio per  certa attitudine… e d’altronde il meritatissimo primo posto (ex equo con gli Afterhours, a onor del vero) di Zibba e Almalibre al recente Premio Tenco per il miglior album, pare un segnale che la qualità della proposta possa ancora venire suggellata e considerata.

Vi aspetto stasera quindi su Yastaradio.com alle 21 per approfondire il tema dei cantautori nei giorni nostri…

La mia intervista alla Dioniso Folk Band!

 Continuo con piacere a pubblicare interviste con artisti (dei più vasti generi, perchè arriveranno anche scrittori, sportivi e… politici) che stimo particolarmente. Nel caso di questa band, poi, la stima si è estesa anche alle persone, in quanto ho avuto modo in questi mesi di interagire più volte col leader (che parola brutta per un gruppo folk!) della band, Massimo De Vita, scoprendone tante doti umane.

Proprio Massimo mi ha cortesemente risposto!

a voi le mie 7domande7

1) Già dal nome tradite una chiara ascendenza “folk”, che per me significa non solo un genere musicale codificato ma soprattutto un’attitudine, un modo di vivere. Voi siete sempre stati folk oppure venite dalla classica band punk- metal-rock? Insomma, quand’è che vi siete avvicinati a questa splendida musica dalle radici popolari?

ecco Gianni, come giustamente dicevi, il folk non è solo un “suono”, ma un modo di vivere, un metodo di approccio… da questo punto di vista potremmo dire che dentro di noi il folk c’è sempre stato. Poi ognuno di noi viene da esperienze musicali anche lontane tra loro. Io personalmente amo il punk, il blues (e non venitemi a dire che i ramones o i clash o i canned heat non sono profondamente folk!) ed è da li che sono partito alla scoperta dell’irlanda prima, e di tutta la musica folk in genere da pete seger a teodorakis. Ma nella band c’è chi viene dal jazz, chi dal reggae, chi dal rock più puro, dal country, fino alla dance e chi invece ha sempre suonato musica popolare… insomma non ci facciamo mancare niente!

2) Nei vostri testi c’è grande eterogeneità, come d’altronde negli arrangiamenti. In che misura sono importanti l’aspetto più solare, immediato e quello più intimista, quasi cantautorale? Ci tenete a mantenere un bell’ equilibrio o prevale l’istinto compositivo?

in genere è dalle esperienze dirette, dalla vita di tutti i giorni che parte l’ispirazione. Se il periodo è particolarmente felice, verranno fuori cose più “allegrette-andanti”, ma se il periodo è no… e allora so cazzi! Magari è più il modo di raccontare che si puo’ curare. Un argomento particolarmente scomodo o importante, lo puoi trattare con ironia, cinismo, o con serietà, in questo si, cerchiamo di essere equilibrati.

3) Tornando ai testi, ho notato una grande accuratezza e in un certo senso una ricerca, tra citazioni, rifacimenti e modelli ispiratori? Anche voi come Vinicio Capossela vi rinchiudete in biblioteca per scrivere o quei riferimenti, anche alti, sono frutto di autentiche passioni personali?

assolutamente fuori dalle biblioteche!!! Io, che scrivo la maggior parte dei brani, sono un appassionato lettore e succede che, mettendo insieme le idee per un testo, mi torni in mente una citazione, una particolare espressione letta chi sa dove e allora…. si infila tra le parole spontaneamente.
oppure capita che, proprio leggendo, mi venga l’idea per una canzone come è successo per “la vastoviglie”, nata una notte al telefono con un caro amico dopo le folgoranti parole de “il poema dei lunatici” di Cavazzoni.

4) Per un gruppo come il vostro quanto è ancora importante l’aspetto live?

suonare dal vivo è in assoluto la cosa più bella che ci possa capitare. Il suono, la carica che riusciamo a dare sul palco non è nemmeno lontanamente paragonabile alla dioniso in studio. Infatti l’ultimo ep lo abbiamo registrato in presa diretta, tenendoci anche qualche sbavatura, come fosse effettivamente un live, e il risultato per me è di gran lunga superiore al precedente disco.

5) Rimpiangete gli anni ’90, decennio in cui gruppi di matrice folk come Modena City Ramblers o Bandabardò raggiungeva agevolmente le classifiche o preferite ora che la musica, grazie a Internet e ai Social Network, è di più facile diffusione?

forse oggi di “diffusione” ce nè anche troppa! Il punto è che sarebbe bello poter avere un po di “attenzione” in più nei confronti della Musica in generale, ma non me la sento di rimpiangere gli anni 90 o gli anni 60 o quel che sia… noi siamo figli di questa nostra strana epoca, dobbiamo fare, per quello che è possibile, la nostra parte, interpretando il suono di questo tempo. proprio per tornare alle citazioni:« Un tempo si nasceva vivi e a poco a poco si moriva. Ora si nasce morti – alcuni riescono a diventare a poco a poco vivi ” (Bobi Bazlen). questo è per dire che abbiamo già abbastanza da fare, non c’è tempo per i rimpianti.

6) Quali sono i gruppi italiani e stranieri con i quali vi sentite più affini?

la risposta e’ talmente vasta e trasversale che serve un’intervista ad hoc! Proprio rispettando le radici musicali di ognuno di noi, gli ascolti e quindi i riferimenti sono tantissimi: i pogues; i beatles; bob marley; carlos nunez o i chieftains; caetano veloso; i fair port convention; dylan; i radiohead; jhon kage; les negres vertes; tom waits; ravi shankar; leadbelly o gli intillimani… giusto per fare qualche nome internazionale. Poi ovviamente il grande cantautorato italiano: guccini; fossati; de andre’; stefano rosso; e poi c.s.i.; ovviamente i modena city ramblers e la bandabardo’ (due band alle quali chiunque si avvicini al folk in italia deve pagare tributo); la nostra cara nuova compagnia di canto popolare o i compaesani daniele sepe e gianfranco marziano. Insomma potrei continuare all’infinito!
Poi se volevi chiedermi a chi somigliamo, allora devo dirti che noi siamo vicinissimi ad una band italiana, non conosciutissima, ma in ascesa… la dioniso folk band!

7) Ultima e in un certo senso d’obbligo: quali sono i progetti futuri, soprattutto a livello discografico?

domanda che mi stanno facendo praticamente tutti!!! Proprio in questo periodo stiamo lavorando su brani nuovi. abbiamo intenzione di mettere insieme un po di materiale per pensare poi più concretamente al secondo disco. il lavoro e’ ovviamente complesso soprattutto da quando la ricerca di un suono piu’ preciso si e’ fatta un imperativo… il percorso verso l’elettronica in chiave folk non e’ semplice, ma ce la faremo. auguriamoci di poter entrare in studio il prossimo inverno e soprattutto speriamo di non dover dare alle stampe un secondo lavoro da gestire poi da soli… insomma speriamo di incrociare le buone intenzioni di un’etichetta. in caso contrario continueremo a disturbare la quiete pubblica dal vivo ad oltranza!!!