Il Pagellone di Sanremo 2015

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Ho atteso di sentire tutte le canzoni in gara al Festival di Sanremo prima di farmi un’idea un po’ più precisa in merito al loro valore. Poi, chiaro, viviamo in un’era in cui con i social è tutto amplificato, tutto condiviso e da una parte è bello, interessante e spesso divertente commentare a caldo, leggere, discutere. Io lo facevo anche quando non esistevano i telefonini, per dire… mi ritrovavo il giorno dopo a dire le mie impressioni con i miei amici appassionati di musica, soprattutto Ricky, poi divenuto giornalista musicale. E in fondo le nostre disquisizioni, tra il serio e il faceto, non erano molto differenti da quelle che imperversano in molte bacheche. Ma erano soprattutto serate che mi piaceva trascorrere insieme alla mia famiglia, mia nonna, mia mamma, a commentare e dare i nostri giudizi.

Ora, se c’è una cosa che proprio non comprendo, è vedere persone scannarsi per attribuire significati a una trasmissione che credo non abbia mai avuto la pretesa di sostenere che quella sia l’unica musica italiana, né tanto meno che sia specchio di un Paese. Certo, 65 edizioni sono tante, un primato internazionale, se pensiamo che una gara di tutti brani inediti è prerogativa in pratica solo di Sanremo, però credo che sia più semplice (e mi rendo conto anche semplicistico, ma non sta a me fare qui in questo mio umile spazio della sociologia spiccia!) dire che in fondo sia uno spettacolo, che in qualche modo, pur essendo ancorato alla tradizione, mostra di stare al passo coi tempi. E se questo significa che ci stiamo specchiando in una società che un po’ ci fa vergognare, beh, la colpa è anche di chi non vuole cambiare lo stato delle cose.

Considerando che solitamente quando mi accingo a guardare quella che per me, dal punto di vista del puro interesse, è “solo” una gara musicale, seppur di prestigio, non mi faccio domande di questo tipo, allora veramente non tollero coloro che non si perdono un solo minuto di una maratona lunghissima, solo per perculare, ironizzare, dimostrare al mondo del web quanto siano bravi, “avanti”, superiori… Io non metto le mani avanti se dico che basta guardare la mia fornita collezione di dischi (si dice ancora?) per capire che la musica italiana – e di matrice festivaliera – rappresenti solo una minima parte di ciò che ascolto, ma allo stesso tempo c’ho sempre trovato curiosità, interesse e perché no?, più di un buon motivo musicale da ascoltare.

Odio queste lunghe premesse ma quest’anno racchiuderò solo in questo articolo e uno conclusivo a vincitore eletto (a mo’ di bilancio) le mie impressioni e allora perdonatemi la lunghezza e la prolissità.

Chi non è minimamente interessato a ciò che sto per scrivere lo posso capire, in fondo ci sono anche (pochi, a mio avviso) che coerentemente non lo guardano, pochissimi credo quelli che non ne sono a conoscenza, tanti quelli che mentono…

Allora, proviamo a fare ordine…

CARLO CONTI venivamo da due edizioni targate Fabio Fazio, all’insegna di una certa “pesantezza” dei contenuti.. badi bene, rapportata appunto a quello che dovrebbe essere un contesto come quello del Festival, piuttosto rivolto a un pubblico molto generalista. Fabio ci aveva messo molto del suo, in alcuni momenti riproponendo quasi su vasta scala il suo interessante “Che tempo che fa”. Io, chi mi legge lo sa, alla fine della fiera, ho tratto un bilancio positivo della sua seconda esperienza sanremese (dopo le prime due edizioni a inizio 2000), soprattutto per la qualità delle canzoni e certe scelte coraggiose, molto vicine alla musica che ascolto maggiormente. Da Carlo Conti era impossibile aspettarsi qualcosa di diverso da ciò che sta proponendo, eppure sentivo qualcosa di positivo, già dall’annuncio del cast e da alcune indiscrezioni, poi confermate (nuove proposte in prime time, scaletta veloce, ritorno a 20 big e alle eliminazioni, seppur in numero esiguo). Soprattutto non abbiamo assistito alla replica del suo fortunato programma “Tale e quale show”, quello sì legato alla classicità più pura e al varietà di tradizione.

Conti però ha condito il tutto con una naturalezza e una “leggerezza” (ma sì, usiamo le parole come bisogna!) inedita ai mostri sacri a cui viene spesso accostato (Baudo in primis). Sempre sul pezzo, impeccabile, col sorriso, rassicurante… Ecco, se proprio voglio trovare un primo difetto a questa edizione è quello di essere eccessivamente rassicurante, di non superare mai le righe, nemmeno in quei comici che solitamente dovrebbero smuovere qualcosa, almeno usando le armi che gli competono. Conti è perfettamente a suo agio, tiene in pugno la situazione da navigato conduttore qual è, insomma, me lo aspettavo ma la conferma è stata fragrante. Alcune cose in corso d’opera si stanno aggiustando, quindi il mio voto – ripeto, non aspettandomi certo da lui l’istrionismo di un Bonolis o la simpatia di un Morandi e Panariello, tanto per citare altri nomi di presentatori più o meno recenti – è più che sufficiente, direi pure di azzardare un bel 7.

LE VALLETTE Spiace invece constatare come quella che consideravo tutto sommato una scelta diversa, affidare cioè a delle vere cantanti il ruolo di co-conduttrici, si stia rivelando sbagliata, azzardata. Emma e Arisa, visibilmente emozionate, molto più rispetto a quando questo palco l’hanno calcato da concorrenti in gara, vincendola pure, già nella seconda puntata mi sono sembrate più sciolte, ma il ruolo di valletta (perché di questo in fondo si tratta, Conti se la caverebbe comunque da solo) proprio non si addice loro. E nemmeno la tanta decantata Rocio, fidanzata di Raoul Bova e divenuta celebre anche per il suo ruolo in una nota fiction italiana, mi sta convincendo, pur avendo lei un ruolo oltremodo marginale nella kermesse. Poi, andando proprio sul veniale…beh, sì, è indubbiamente carina, parla discretamente l’italiano, ma… senza tirare in ballo totem come la Koll, la Falchi, la Ferilli o la Herzigova, direi che pure alcune vallette meno note come Moran Atias o Ines Sastre avevano un fascino maggiore… in my opinion, of course… voto complessivo: 5

SUPER OSPITI Finora abbiamo assistito alle esibizioni fuori gara di due big assoluti della musica italiana: Tiziano Ferro e Biagio Antonacci. Come l’anno scorso per Ligabue, si tratta di una celebrazione che non ha senso all’interno del Festival, se vogliamo amplificare è proprio una mancanza di rispetto nei confronti di colleghi (perché quelli sono…) che invece si mettono in gioco (e in gara quest’anno come ben sapete c’è gente come Raf o Masini dal curriculum non certo inferiore ai due). Poi, dati alla mano, hanno mostrato un carisma e una presenza, delle canzoni in rassegna, da far quasi impallidire i brani in gara, ma non è questo il punto: caro Tiziano, quel bell’inedito – che a me ricorda vagamente il mitico Guccini nell’incedere  – avresti potuto portarlo in gara… magari non vincevi, in fondo non lo fece neanche Renato Zero, per dire, ma la tua bella figura non te la toglieva nessuno.

Tra gli ospiti stranieri sinora visti, bella performance degli Imagine Dragons… non ne vado matto, sono sin troppo pop per i miei gusti, ma la loro commistione tra quello che funziona oggi (nel loro caso un mix piuttosto riuscito di Coldplay, Mumford & Sons e band emo) è vincente. Il deejay esibito ieri, va beh, sta andando per la maggiore in radio ma è più una one hit wonder, destinato presumibilmente a scomparire presto, così come credo succederà alla discussa (e discutibile) Conchita Wurtz, in possesso di una notevole voce, su questo non ci piove. Altre ospitate ci possono stare (la bravissima Charlize Theron, Joe Bastianich, uno degli uomini del momento in tv, i comici contemporanei Siani e Pintus, non al top sinceramente e piuttosto contratti, quando non inadeguati in alcune uscite infelici… per nulla pungenti in un momento in cui magari certe coscienze andrebbero comunque scosse), un paio mi sono sembrate particolarmente valide, quella del medico guarito dall’Ebola e quella di Pino Donaggio, un omaggio a un grande del passato lo concedo volentieri. Di cattivo gusto la reunion di Al Bano e Romina, una trovata forzata e artificiosa e l’elogio della famiglia Anania. Mi sono risultati simpatici i Boiler che seguo da tanti anni, mi fa piacere che siano arrivati fin su questo palco, anche se non hanno portato le loro migliori battute.

le 8 nuove proposte in gara: il mio favorito è il cantautore Enrico Nigiotti

le 8 nuove proposte in gara: il mio favorito è il cantautore Enrico Nigiotti

Veniamo ora ai cantanti, quelli che finalmente quest’anno sono tornati a rappresentare il fulcro della manifestazione, laddove in passato furono scavalcati da altri momenti, alcuni all’insegna del “sensazionalismo” o della stretta attualità.

Partiamo dai giovani in gara, due su quattro esibiti ieri già tornati a casa loro. Può sembrare spietata come disamina ma in fondo chi segue il Festival sa benissimo come invece mai come quest’anno siano stati valorizzati, mandati a cantare in orario da primissima serata, dalle 21 alle 22 in pratica, quando fino all’anno scorso capitava che dovessero esibirsi oltre la mezzanotte!

Sfidatisi a coppie, i Kutso hanno avuto la meglio su Kaligola. Non mi soffermo molto sui giudizi, i brani erano già ascoltabili da tempo da regolamento (… che non condivido, maledetto nostalgico quale sono!): il verdetto può starci, soprattutto perché il giovanissimo rapper romano (classe 1997!) diretto dal nonno, pur presentando un testo con alcuni degni spunti, è parso troppo sulla falsariga del campione in carica Rocco Hunt. I Kutso, invece, provenivano dal mondo indie, dove io in teoria sguazzo in quanto ad ascolti ma, dico la verità, non li ho mai compresi del tutto. Ci sta l’ironia, la dissacrazione, tutto quel che vuoi, ma i miei gusti alternativi vanno più sul versante “serio” e di qualità, quella vera, manifestata nel corso delle varie edizioni da gente del calibro di Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica, Bluvertigo, e i casi recentissimi di Perturbazione, Riccardo Sinigallia, The Niro o Zibba. I Kutso invece hanno portato un brano nel loro genere, spiazzante, diciamo pure demenziale, se non altro mettendo brio e creatività rispetto al meno esperto collega.

Nella seconda sfida invece ha vinto, seppur con meno margine di percentuale, il bravo Enrico Nigiotti, la cui storia di ex concorrente di Amici “pentito” e protagonista all’epoca di un gesto eclatante (l’autoeliminazione pur di non sfidare l’allora fidanzata dell’epoca, aspirante ballerina) che gli compromise la carriera in ascesa, visto che poi la Sugar non reputandolo affidabile e maturo, gli sciolse il contratto, proprio nell’anno che vide decollare il talento di gente come Emma. Nigiotti ha pazientato in questi anni, prima portando un inedito di Grignani che ottenne un discreto riscontro, ma poi tornando nell’oblio. Si è ripresentato con un brano solare, energico, melodico, di quelli che si attaccano in testa, e che vedo seriamente candidato alla vittoria finale. Un riconoscimento che l’ancora giovane cantautore livornese si meriterebbe, più della classica e intonata Chanty, che però poco ha aggiunto con la sua esibizione alla storia di questa lunga manifestazione.

Non so ovviamente chi saranno gli altri 2 artisti della categoria che accederanno alla finale di venerdì, ma avendo come detto già sentito i brani, i miei favori andrebbero all’altro cantautore Giovanni Caccamo, che ha anche composto magistralmente la musica nel brano in gara di Malika Ayane, e Amara, molto raffinata, seppur di difficile presa immediata. Ritengo molto valido il pezzo di Serena Brancale, dalla struttura jazzata, mentre troppo debole, quasi impalpabile, quello della giovanissima Rakele, prodotta da validissimi autori quali Bungaro e Cesare Chiodo, quest’ultimo uno dei migliori bassisti e musicisti su piazza, ex componente degli O.R.O.

Veniamo così ai big in gara, avendo come indicazioni soltanto il primo ascolto, condizionato però da alcuni passaggi radiofonici nel frattempo ottenuti.

ANNALISA ha un brano dal forte impatto, magari spudoratamente “alla Modà” (d’altronde l’autore è il famoso Kekko, frontman del gruppo, che pure ha firmato i brani della Tatangelo e della Atzei), interpretato magistralmente. Magari sarà stata un tantino fortunata perché le è capitato il brano più convincente dei tre ma lei c’ha messo del suo. Una presenza scenica forte, un’intonazione perfetta, ha “sentito” e fatto suo il pezzo. Mi fermo qui con i complimenti, perché la mia bella mogliettina qui a fianco potrebbe avere da ridire, ma al di là delle battute, credo possa ambire al podio. Poi però avrà bisogno di trovare una sua dimensione, di personalizzare al meglio la sua proposta, partendo da un bagaglio tecnico (e a questo punto, di esperienza acquisita) importante. 7.5

MALIKA AYANE interpretazione sublime con un brano nettamente nelle sue corde. Molto difficile a un primo ascolto, non credo sinceramente sbancherà classifiche e airplane radiofonici ma bisogna riconoscerne le grandi doti. 6,5

MARCO MASINI un grande ritorno, per un cantante che ebbe un risalto e un riscontro notevole nei ’90, oscurando nomi di grosso calibro ma che poi, anche per motivi extramusicali, non ha mantenuto certi standard, pur arrivando a centrare il bersaglio grosso sanremese nel 2004, in un’edizione non certo lasciata ai posteri. Il brano co-scritto con Federica Camba e Daniele Coro, inossidabile coppia artistica e nella vita, autori di molti brani portati al successo dalla Amoroso e da Marco Carta, è particolarmente intenso, coinvolgente, con un testo che arriva dritto al cuore. E poi Marco la canta come solo lui sa fare. 7,5

CHIARA beh, un grande “inganno”: ha aperto la kermesse in scioltezza, molto più a fuoco rispetto all’esordio un po’ in tono minore di un paio d’anni fa col brano d’autore scritto all’epoca dal Baustelle Bianconi, con una canzone ariosa, orecchiabile e che ti pareva già di conoscere… Peccato che in effetti, fosse proprio così: troppo somigliante nel pimpante ritornello a un celebre brano di Pupo. Ovvio, parlare di plagio è forse crudele ma questo condiziona il voto. 5,5

GIANLUCA GRIGNANI non ho mai nascosto il mio “tifo” per Gianluca, perché lo seguo e apprezzo da anni, riuscendo anche a sorvolare su certi pesanti scivoloni che di tanto in tanto fanno capolino nella sua vicenda personale, e che stridono nettamente con quella che è la sua dimensione quotidiana (scrivo questo a ragion veduta). La canzone ha indubbiamente spessore, e una struttura di ballata non melensa che può funzionare (difatti in radio sta avendo diversi passaggi, mostrando le sue vere potenzialità); il problema è che il Grigna, che pure aveva dichiarato che una canzone così importante necessitava di una performance canora all’altezza, si è presentato sul palco molto sottovoce, stonando in più parti. Peccato. 6,5

NEK sto leggendo commenti molto entusiastici sul ritorno sanremese di Nek. In effetti Filippo ha ritrovato verve e vivacità, oltre che rinnovando la sua innata positività, in un brano che non sfigurerebbe se remixato da gente come David Guetta. Il problema secondo me sta proprio lì, in queste contaminazioni pop dance di cui è inzuppata la sua “Fatti avanti amore”, certamente moderna e probabile conquistatrice di molto appeal radiofonico, ma non al punto di poter candidarsi alla vittoria finale. D’altronde basterebbe scandagliare la sua discografia per trovare decine di canzoni migliori di questa. 6

NINA ZILLI ha mantenuto pienamente le attese la cantante piacentina, che qui ha firmato testo e musica, mettendo quindi tutta sé stessa nel brano (che infatti le calza a pennello). Che dire? Non vincerà, ma questo arrangiamento, così venato di soul r’n’b anni ’60 è capace di stregarmi letteralmente. Ha cantato divinamente, con una naturalezza e spontaneità disarmante. 8

DEAR JACK per alcuni potenziali vincitori del Festival, potendo essi godere di un hype incredibile tra i giovanissimi e reduce da vendite pazzesche del loro cd d’esordio (cui ha fatto seguito una fortunata tournèe), hanno portato una canzone semplice, cercando in sostanza di non deludere il proprio pubblico, ma senza così rischiare nemmeno un po’. La canzone passa sotto traccia, senza infamia e senza lode. 6

il cast dei 20 campioni in gara a Sanremo. Favorito il giovane trio il Volo ma occhio al redivivo Marco Masini, a Nina Zilli e Annalisa, in cerca di una piena affermazione.

il cast dei 20 campioni in gara a Sanremo. Favorito il giovane trio il Volo ma occhio al redivivo Marco Masini, a Nina Zilli e Annalisa, in cerca di una piena affermazione.

ALEX BRITTI ormai navigato e considerato sempre di più tra i colleghi, ha presentato un brano consono alle sue caratteristiche, cantato con piglio da veterano, dopo aver affermato che non sente pressioni, avendo fatto “tutto in casa”, anche a livello discografico. Il risultato è sufficiente, ma forse era lecito attendersi di più. 6

BIGGIO E MANDELLI ero molto prevenuto: già nelle vesti de “I Soliti Idioti” non mi hanno mai esaltato, con la loro comicità più volte greve e grottesca, vederli poi scippare il posto a cantanti “veri” mi aveva rabbuiato non poco. Poi, si sapeva di un pezzo “alla Cochi e Renato”, che omaggeranno insieme a loro nella serata delle cover, e il risultato in quell’ambito è dignitoso. Divertissement, come “certa” tradizione sanremese. 6,5

MORENO ha cantato per ultimo ma non credo sia stato quello a penalizzarlo nella parziale graduatoria della serata. Direi che il pezzo, interpretato a testa alta e con scioltezza, fa il suo in ambito rap ma non ha le credenziali per passare alla storia. Lo ammetto: mi aspettavo qualcosa di più esplosivo. 5,5

BIANCA ATZEI insomma… che avesse una bella voce si sapeva, anche se non particolarmente originale, ma la cosa finisce lì. La canzone è davvero deboluccia, e lei non riesce a farla decollare, a fare la differenza. Mi pare se ne sia accorto anche il pubblico. 5

RAF veniamo al primo dei capitoli “delusione”, anche se nel suo caso si tratta di “parziale”, perché comunque la canzone presentata ha un certo valore. Le attese però erano alte, e non credo solo da parte mia. Vederlo di nuovo sul palco, a distanza di tanti anni, mi ha emozionato ma appena terminata l’esibizione sono rimasto un po’ così. Bella, indubbiamente ben scritta, delicata con un finale in crescendo ma… non è riuscito a coinvolgermi del tutto. 6,5

LARA FABIAN lascio ad altri le polemiche “da tastiera” sulla sua legittimità a partecipare e sul presunto status di artista internazionale di successo. Conosco la sua carriera e le sue principali canzoni, è un’artista di stampo classico, impeccabile nell’esecuzione ma che non possiede a mio avviso quel “quid” per emergere a grandi livelli in Italia. E un brano anonimo come questo sanremese dubito potrà rappresentare una svolta per lei nel mercato discografico italiano. Antica, non mi sovviene un altro aggettivo plausibile. 5

GRAZIA DI MICHELE E MAURO CORUZZI l’inedita coppia conosciutasi ad Amici, lei docente del tipo “sergente di ferro” e ormai lontanissima da un suo progetto discografico vero e proprio, lui redento personaggio dello spettacolo tout court, lasciava presagire un brano dal forte impatto mediatico, a livello di tematiche sociali. Gli spunti e le premesse potevano essere validissimi, il risultato, impregnato di retorica, e più convincente tutto sommato nella parte interpretata dall’ex Platinette, è purtroppo lontani anni luce da operazioni simili, che portarono giustamente eco e gloria a gente come Giorgio Faletti e la sua epocale “Signor Tenente”. 5

IL VOLO annunciati vincitori per tutta una serie di giuste argomentazioni (un fresco passato televisivo da bambini prodigio, l’appeal giusto per le giovanissime fans, soprattutto un successo meritato e consolidato in Usa e non solo, e delle voci superbe, tra le più promettenti nel campo della lirica), dovevano però dimostrare sul campo di meritarsi i ruoli di super favoriti alla vigilia. Beh, direi che, pur ammettendo che, molto probabilmente, mai acquisterei un loro disco, il bersaglio grosso, oltre che alla loro portata, sarebbe anche meritatissimo coronamento di un’affermazione che nel nostro Paese stranamente tardava ad arrivare. Sorvoliamo sul fatto che alla lettura del testo avessi alzato il sopracciglio, banale com’è dall’inizio alla fine: quando questi ragazzini divenuti ormai adulti, aprono la bocca e iniziano a cantare, non ti accorgi nemmeno di quello che stai ascoltando, talmente forte è l’impatto della loro performance. 8

ANNA TATANGELO mi spiace scrivere questo, perché è risaputo che lei non mi piaccia come personaggio, al di là dell’indubbia bellezza e della voce pulita,  e che la considero in piena deriva artistica, non sapendo più dove appigliarsi per rimanere aggrappata a una notorietà che non sia solo quella conseguitale dall’essere la giovane compagna (anche se pare una quarantenne) di Gigi D’Alessio, ma frutto di una carriera già lunga. Da un po’ anche lei si è attaccata al “carrozzone” Kekko Silvestre ma il risultato è che questa ballad senza mordente, non è arrivata proprio al pubblico, non ne ha le caratteristiche. Non decolla, non trasmette granchè ed è un problema sentire lei che invece ha detto di essersi emozionata come la prima volta. Beh, allora bisogna saperlo dimostrare, senza necessariamente andare di urla e tormenti (tipici dell’autore) ma nemmeno rimanendo così misurati da risultare piatti e artificiosi. 4

NESLI vale il discorso fatto per Grignani. A penalizzare il rapper “pentito” Nesli (fratello minore del celebre Fabri Fibra), impegnato da anni nella ricerca di un giusto equilibrio tra hip hop di stampo melodico e pop (dance), è stata indubbiamente la performance vocale, laddove il pezzo preso da sé mi pare invero molto buono e interessante. D’altronde lui ha scritto in passato anche per gente come Tiziano Ferro. Mi auguro che venerdì possa proporre un’esibizione migliore. 7

IRENE GRANDI capitolo delusioni, parte 2. Però qui è meno cocente, nel senso che mi aspettavo meno da lei rispetto da Raf. Più semplicemente, non mi reputo un suo fan in senso stretto, pur avendola apprezzata spesso in passato (d’altronde anche lei fa parte della nutrita schiera degli artisti da “90” presenti in questa edizione). La canzone è romantica, di buona fattura e lei la interpreta bene, con toni pacati, quasi rinnegando una certa indole rock cara agli inizi (e che in un certo senso l’ha sempre rappresentata). Che la strada verso una conversione alla canzone d’autore, sull’onda di Gianna Nannini, alla quale spesso veniva associata, sia già iniziata? Se è così però la strada da percorrere è ancora piuttosto lunga. 5,5

LORENZO FRAGOLA una delle sorprese, ma in fondo nemmeno troppo, se si pensa che il giovanissimo vincitore di X Factor, non ancora ventenne, ha esordito con un pregevole brano pop in inglese, dal sapore internazionale, negli arrangiamenti e nella produzione, con cui sta riscuotendo un grande successo. La prova Sanremo viene superata a pieni voti con una canzone, ovviamente in italiano, che confermano la bontà della sua scrittura, soprattutto a livello compositivo (pur con il supporto del suo mentore Fedez, che ha scritto insieme a lui la musica). Orecchiabile, ben confezionata, magari un po’ leggerina. 6,5

Va beh, probabilmente certi voti potrebbero cambiare con gli ascolti futuri ma in fondo mi piaceva offrirvi le mie prime impressioni, visto che negli ultimi due anni avevo sempre tenuto una sorta di diario del Festival. Quest’anno, come premesso all’inizio, non farò altrettanto ma siccome Sanremo lo seguirò comunque, in qualche modo, ne tornerò a parlare a conti fatti, quando tutto sarà finito e ci saranno i verdetti finali. Poi, va beh, i miei gusti raramente incontrano quelli della maggioranza ma non mi è mai importato molto di questo aspetto! Buon ascolto!

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Tempo di Sanremo… via ai pronostici!

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Si sta avvicinando l’edizione sanremese 2015 targata Carlo Conti, l’uomo Rai per eccellenza dell’ultimo decennio, colui che in molti sostenitori di Sanremo attendevano come il conduttore adatto a riportarlo in territori più legati a stilemi classici della musica leggera italiana. Detto fatto: quest’anno si torna a una proposta senz’altro più appetibile per gli ascoltatori medi di musica, piuttosto lontani dall’esperienza biennale del predecessore Fabio Fazio, che aveva invece – anche coraggiosamente – optato per un cast eterogeneo, facendo esibire sul prestigioso palco anche artisti di area alternativa, o comunque poco noti alla massa.

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Mi stupisce quindi, dico la verità, leggere di critiche, commenti inzuppati di sarcasmo, in merito alle scelte dei 20 big che gareggeranno quest’anno. Che vi aspettavate in fondo da lui? Io, lo ammetto, ero ancora più prevenuto nei suoi confronti, al punto da essere quasi certo che avrebbe portato sul palco molti dei concorrenti della sua ultima trasmissione “Tale e Quale Show”, di notevole successo, nella quale avevano sfilato tanti nomi dello spettacolo italiano, tra cui diversi cantanti in cerca di rilancio e popolarità. Invece nella lista definitiva dei campioni in gara non compaiono i nomi dei vari Valerio Scanu, Attilio Fontana, Matteo Becucci o la rediviva Silvia Salemi, che fecero un figurone durante il programma.

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Al loro posto però Conti, che ha portato il numero dei partecipanti a 20, ha puntato su nomi piuttosto noti e popolari, non cadendo nel pericolo nostalgia, vintage, tanto che i “vecchi” sono in fondo artisti ancora piuttosto sulla cresta dell’onda, discograficamente parlando.

Io lo seguirò come sempre, anche se mi immagino un certo livello “piatto” dei brani in gara, pochissima innovazione e tante canzoni dal sapore pop, melodico, quando invece nei due anni di Fazio mi ero ritrovato a supportare da vero fan alcuni interpreti sui generis della musica italiana, poco consoni a questi contesti, come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro, Frankie Hi Nrg o Zibba.

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Quest’anno troverò comunque i miei motivi di interesse, anche se fra i giovani conosco in pratica solo l’ex concorrente di Amici Enrico Nigiotti, che fu protagonista del programma in un’epoca precedente all’ingresso poderoso delle case discografiche dentro quegli studi (con conseguenti enormi successi dei vari Marco Carta, Alessandra Amoroso o Emma Marrone) e gli originali Kutso (chissà se pronunceranno in modo esatto il loro nome!) che sin da ora saranno i miei favoriti. Gli altri a mio avviso sono sin troppo “conservatori”, vedo come poco probabile il fatto che possano emergere.

Passando in rassegna invece i Big, o Campioni, vediamo più nel dettaglio i miei pronostici, non avendo conosciuto in anteprima i loro pezzi, e basandomi quindi su sensazioni e proiezioni.

Innanzitutto è notevole il numero delle interpreti femminili, quasi tutti di ultimissima generazione, eccezion fatta per  Lara Fabian, invero nettamente più famosa in Francia, e la grintosa Irene Grandi, sorta di “madrina” delle varie Emma o Noemi (a proposito, la popolare bionda cantante lanciata da Amici, tanto per cambiare, comporrà l’insolita coppia di vallette con l’altra cantante Arisa). Non che la Grandi sia vecchia, ha appena compiuto 45 anni ma di fatto può già vantare un’esperienza ventennale, anche se dal Festival manca dal 2010, quando portò un brano scritto per lei da Bianconi dei Baustelle, lo stesso che la rilanciò anni prima, cedendole la frizzante “Bruci la città”.

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Detto ciò, mi intrigano maggiormente i nomi nuovi, o comunque quelle cantanti che da un lustro circa, chi più, chi meno, stanno facendo parlare di sé con buoni risultati e che ora sono qui per la consacrazione definitiva (un po’ come successo ad Arisa che vinse qui proprio 12 mesi fa).

Personalmente potrei avventurarmi in un pronostico positivo, vedendole pronte a puntare al grande botto, nei confronti di Nina Zilli e Malika Ayane, entrambe con solide credenziali, sia in ambito mainstream che commerciale. Ma in gara figurano pure la rossa Annalisa Scarrone, ex Amici, che già un paio d’anni fa fece bella figura con un brano un po’ in stile anni ’50. Il salto per lei non è arrivato, nonostante possa contare ancora su un numero notevole di agguerrite fans, che la sostengono attivamente sui social network. Anche la discussa Anna Tatangelo, a dispetto della ancor giovane età (andrà per i 28) una veterana di Sanremo, conta di coinvolgere un cospicuo pubblico, portando un brano scrittole dal prezzemolino Kekko dei Modà, lo stesso che l’estate scorsa le confezionò l’agghiacciante “Muchacha”.  Si rivede pure, a distanza di un biennio, l’altra fuoriuscita da un talent di successo, in questo caso X Factor, Chiara Galiazzo che cerca di ritrovare una credibile dimensione discografica dopo molto tempo trascorso a prestare la sua voce a un noto spot pubblicitario. Meno entusiasmante, a mio avviso, la partecipazione della perennemente emergente Bianca Atzei che, dopo collaborazioni e duetti vari, mandati a memoria dai boss di Rtl e Radio Italia, si gioca una carta davvero impegnativa. Non le manca di certo una bella voce graffiante, seppur poco originale, ma non so se basterà.

Restando in tema talent, è impossibile non pronosticare come seri candidati alla vittoria finale i Dear Jack lanciati da Maria De Filippi, che, pur essendo giunti secondi dietro a Debora Iurato, hanno poi dominato a lungo le classifiche di vendite, non solo quelle di Itunes, diventando dei veri idoli, soprattutto per le ragazzine. Anche Moreno, che trionfò in trasmissione due anni fa e l’anno scorso fece il bis da “coach” guidando alla vittoria la squadra dei “Bianchi”, ha buone e concrete possibilità di sbaragliare la concorrenza, considerando pure che il suo genere di riferimento, il rap, sta andando per la maggiore nel desolante panorama musicale italiano. Meno chance credo le abbia il “nuovissimo” Lorenzo Fragola, appena passato dalla vittoria a X Factor a un palco così importante come quello rivierasco. Tra l’altro il suo primo inedito, un grazioso brano pop interamente scritto da lui, è per giunta in inglese, quindi pare un po’ un azzardo vederlo a Sanremo ma tant’è…

il giovanissimo trio Il Volo, il nome su cui puntare per la vittoria di Sanremo

il giovanissimo trio Il Volo, il nome su cui puntare per la vittoria di Sanremo

Sempre da un talent provengono pure gli ex bambini, appena appena cresciuti, lanciati nel programma di Antonella Clerici “Ti lascio una canzone” (di recente sospeso). I tre ragazzini de Il Volo hanno letteralmente spiccato il volo – perdonatemi il banale ma inevitabile gioco di parole –  non solo vendendo dischi in serie in Italia, ma pure divenendo dei fenomeni OltreOceano, andando a scaldare i cuori, con le loro possenti voci, del pubblico americano, rinverdendo e rinnovando i fasti di Andrea Bocelli. Considerando che la loro proposta sarà quanto meno “classica” e di ampio respiro, va a loro il mio pronostico principale come vincitori della kermesse, convinto che potranno davvero sorprendere raccogliendo consenso popolare e di critica (oltre che vagonate di televoti, visto il loro recente passato televisivo).

Scorrendo la lista dei rimanenti partecipanti, noto come Nesli finalmente, dopo averci provato più volte e avendo dichiarato in tv tutta la sua amarezza per le varie esclusioni, sia inserito in cartellone. Poi, per carità, mi mancano proprio gli elementi razionali per comprendere come possa piacere uno come lui, che reputo sostanzialmente né carne, né pesce, laddove da anni ormai (tolta una esigua presenza come corista e collaboratore del più trasgressivo fratello Fabri Fibra) propone canzoni di stampo melodico che vorrebbero correlarsi al mondo hip hop e dance ma spesso, dal mio punto di vista, con risultati alquanto imbarazzanti.

 

download (3)Infine i veterani, gente che ha conosciuto il loro apice soprattutto negli anni ’80 e ’90. Come Raf ad sempio, che manca da questo palco da tempo immemore, da quando propose la suggestiva “Oggi un Dio non ho”. Talento purissimo della musica leggera italiana, negli anni ha sempre navigato sul versante pop di qualità, passando con disinvoltura dalla lingua inglese (ai tempi della dance made in Italy, di cui la sua “Self Control” divenne sorta di manifesto) a quella italiana, con tantissime hit mandate a memoria. Inutile dire che mi aspetto da lui un buon brano, senz’altro raffinato e ben prodotto. Anche Alex Britti manca da queste parti da quasi un decennio ma il suo score sanremese è di tutto rispetto e, bene o male, ad ogni nuova uscita discografica riesce sempre a incontrare i gusti del pubblico, nonostante sia maturato nel tempo dal punto di vista della proposta musicale. Mi stuzzicano meno la fantasia altri due ritorni “eccellenti”, quelli di Marco Masini e di Nek. Il primo tuttavia, alla prova sanremese raramente stecca – anche se il suo nome, almeno presso il grande pubblico da anni sembra caduto nell’oblio – e il secondo ha comunque uno zoccolo duro di fans, consolidato nel tempo.

download (2)Tiferò invece per Gianluca Grignani, non ho problemi ad ammetterlo, il quale ben poche volte nel corso della sua ventennale carriera (solo artisticamente parlando, la vita privata è un’altra storia) ha steccato e che meriterebbe magari una bella affermazione a Sanremo, dopo tanti tentativi che, a livello di piazzamenti, non gli hanno regalato chissà quali soddisfazioni.

Termino la mia veloce disamina con due improbabili coppie che, sicuramente per motivi che mi sfuggono, si trovano ad aver “rubato” il posto a qualche altro cantante o musicista, diciamo “vero”. Già, perché considerare tali Biggio & Mandelli, alias “I Soliti Idioti” pare un’eresia e la vedo più come un recupero di certe performance, già presenti in edizioni lontane, che esulavano un po’ dal contesto (i casi di musica demenziale, o di Marisa Laurito, Gigi Sabani, Francesco Salvi) per variare un po’ la proposta, se non altro alleggerendone i toni. Potrebbe rivelarsi invece più plausibile il duetto tra Grazia Di Michele, al ritorno al Festival dopo più di 20 anni, quando giunse addirittura terza assieme alla raffinata Rossana Casale e da tanti anni ormai conosciuta soprattutto come rigidissima docente di canto ad Amici e Mauro Coruzzi, ai più noto/a come Platinette. Sì, proprio così, e pare evidente come i due si siano conosciuti proprio nella celebre trasmissione della De Filippi, quando Coruzzi si trovava spesso nelle parti dell’esperto in giuria, o tra gli opinionisti.

Insomma, l’edizione appare assortita, nella ricerca di incontrare favorevolmente il gusto del pubblico più generalista, ma diciamolo pure, senza troppe pretese dal punto di vista prettamente artistico. Speriamo per lo meno che le canzoni siano valide, chè poi è quello che in sostanza conta veramente (o almeno così dovrebbe essere!)

 

Festival di Sanremo: vince in maniera scontata Arisa. Ecco le mie considerazioni finali sulla 64esima edizione del Festival della Musica Italiana

E così va in archivio anche la 64esima edizione del Festival di Sanremo, che non sarà certamente annoverata tra le più memorabili e riuscite, almeno a detta di chi scrive.

la vincitrice Arisa

la vincitrice Arisa

Sin troppa sobrietà, pacatezza, verrebbe da dire mestizia, a partire da elementi (per me marginali) ma invero da sempre importanti nel contesto della manifestazione, quali la scenografia, i momenti di “spettacolo”, le sorprese. Ci sono state almeno le canzoni, ma purtroppo relegate quasi a comprimarie e allora, almeno ci fosse stato di che divertirsi e divagare con la mente.

Leggendo vari commenti, parlando con le persone interessate o meno, perché comunque di Sanremo in questa settimana parlano tutti, mi rendo conto (e non so quanto dovrebbero farlo anche lo stesso Fazio e il suo team) di come sia stata determinante ai fini del flop (perché di questo si tratta!) la pessima, squallida, pesantissima partenza della 5 giorni sanremese.

Se gente come mia sorella o altri che solitamente non si perdono una battuta, hanno mollato il colpo dopo la prima sera, senza nemmeno arrivare alla fine, per poi decidere di passare oltre, e di recuperare i loro artisti preferiti grazie ai passaggi radio e ai video presenti in rete sin dalle primissime battute, significa davvero che qualcosa è andato storto.

Fazio davvero sto giro non mi ha convinto, troppo fiacca la sua conduzione e all’insegna di un buonismo troppo sfacciato, di maniera. Molto meglio le due edizioni di Morandi, se devo fare un confronto generale. Non dico si debba arrivare ai vertici di creatività e di esplosività di un Bonolis o di un Fiorello, qualora davvero l’anchorman siciliano volesse prima o poi cimentarsi alla conduzione di Sanremo, ma qualcosa di più frizzante e attraente il conduttore ligure doveva architettarlo. Si salva la Littizzetto, seppur meno pungente e incisiva rispetto a 12 mesi prima. Nota di merito per alcuni ospiti stranieri da me assai graditi, non certo nomi altisonanti, specie per quanto concerne la popolarità di massa, ma invero tra i migliori del loro tempo, quali Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e, non ultimo, ieri sera, l’istrionico e sfuggente cantautore belga Stromae.

Le canzoni tutto sommato sono state dignitose, i miei giudizi dati nei giorni scorsi restano sostanzialmente invariati, trattandosi comunque di gusti personali che ho tra l’altro sempre cercato di motivare, senza fermarmi a sensazioni “a pelle”. Devo dire che, anche con coloro con cui sono stato più severo, vedi Giuliano Palma, la Ruggiero o Frankie, non si possa parlare di “brutte canzoni”: semplicemente mi aspettavo di meglio, specie da quest’ultimo, che tornava alla ribalta dopo un po’ e che ci ha proposto una – migliorata comunque dopo la prima esibizione  – “Pedala”, molto somigliante comunque a brani di matrice folk-reggae poco nelle sue corde e più care a band storiche che, mi sa, davvero mai vedremo a queste latitudine, vale a dire gli Africa Unite. Se devo dare un giudizio complessivo, magari stupirò qualcuno, ma il pezzo meno convincente in assoluto è stato quello di Francesco Sarcina. Testo inconsistente, con brutte immagini poco efficaci e scarsamente evocative, un piglio nel canto esagerato ,troppo sopra le righe; una melodia che non decollava, se non negli inutili gargarismi e vocalizzi del Nostro, troppo impegnato a cercare una sua via, tra rimasugli di un Piero Pelù d’annata e un contemporaneo Kekko dei Modà, impossibile tuttora da scalzare nel cuore degli amanti dell’ “emo-pop”, concedetemi il neologismo.

Discreti brani anche quelli di Ron, Giusy e Noemi, all’insegna però di un pop un po’ striminzito. Specie da Noemi mi aspettavo di più: rimane una validissima interprete, che tiene bene il palco ed è in grado di trasmettere qualcosa, ma stavolta non ho avvertito quel pathos nel canto, quel “graffiato” che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Sul podio arrivano due outsider, i cui pezzi singolarmente non erano male, anche se c’ho messo diversi ascolti a digerire uno dei miei idoli: Raphael Gualazzi. Alla fine il pezzo non è male, non all’altezza di altre sue produzioni, ma significativo di un talento in evoluzione, cui poco ha giovato in ogni caso, se non in fase di scrittura del pezzo, l’apporto del mascherato Bloody Beetroots. Di quest’ultimo si è avvertita solo la presenza scenica sul palco, musicalmente sta su un altro pianeta (guardate i tantissimi video presenti sul tubo per capire di che sto parlando). Renzo Rubino – che per giorni ho chiamato Sergio, come ho fatto per mesi con una mia collega, chiamandola Sara, anziché Lara – è un buon prospetto, talentuoso sicuramente nel suo genere ma anche lui è andato più volte sopra le righe, quasi  volesse emulare Morgan. Per carità, rimanga sé stesso, che è giovanissimo e già quotato, e cerchi una sua strada originale e credibile. Bravi, interessanti, ma a mio avviso non meritevoli del podio.

Uno che doveva starci, nonostante mi sia espresso poco convinto del suo pezzo in gara, a discapito di quello eliminato che ritenevo più nelle sue corde, era il favorito Francesco Renga. Un altro invece che davvero lo meritava assolutamente era Cristiano De Andrè, che almeno si è rifatto con i premi della critica… dati al pezzo scartato, la splendida e autobiografica, seppur scritta dal bravo Fabio Ferraboschi, “Invisibili”. Già questo dovrebbe far rivedere una volta per tutti l’assurdo regolamento di presentare due brani! “Invisibili”, senza nulla togliere all’altro brano, indubbiamente efficace, aveva davvero una marcia in più e si sentiva quanto Cristiano avesse messo di suo nel pezzo. Io poi mi ci sono ritrovato molto e, riascoltandolo nella notte dal mio Iphone, il brano  è riuscito ad emozionarmi e a commuovermi. Mi ci sono immedesimato e poco importa se si parla di Genova e di suo padre, e non del mio, che è altrettanto “invisibile” da quasi 9 anni.

Tornando a discorsi più generali, insomma, nel mio podio dovevano finirci De Andrè, Renga (il mio potenziale vincitore, per tutta una serie di criteri, legati alla canzone stessa, alla sua interpretazione, al suo significato e alla sua capacità di arrivare a più persone, di rappresentare il brano “sanremese” per eccellenza), e Arisa.

Quest’ultima, ritrovatasi a rivaleggiare nella finalissima con i due ragazzi al pianoforte, ha avuto vita facile, tanto che sembrava per nulla stupita del suo eccellente risultato. Un brano ben confezionato , adattissimo a lei e alla sua ispirata e perfetta voce, scritta da un autore come Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato e ora collaboratore storico, che sarebbe giusto rivalutare come uno dei più interessanti della sua generazione.

Hanno fatto un figurone anche alcuni dei miei idoli, ma non solo; persone che davvero stimo e seguo da sempre, per i quali ho provato emozioni vere nel vederli calcare alla grande “quel” palco: i Perturbazione, Riccardo Sinigallia (peccato per la precoce e giusta, in base al regolamento, squalifica, ma almeno ha avuto lo spazio come gli altri e non c’ha rimesso per nulla!), e tra le Nuove Proposte i grandi Zibba, senza Almalibre – ma i ragazzi c’erano eccome – e Davide “The Niro” Combusti. Quest’ultimo ha interagito in rete con tanti di noi, nonostante le pressioni e le tempistiche del Festival davvero strette, testimoniando anche della nascita e della condivisione di amicizie che magari potrebbero portare in futuro anche ad interessanti collaborazioni, nel suo caso con il bravo cantautore tarantino Diodato, una delle sorprese di questa rassegna. Mi è piaciuto anche Filippo Graziani… porta un nome pesante e lui ne è consapevole, ma bisognerebbe andare oltre i paragoni, altrimenti rischieremmo per l’ennesima volta di schiacciare un gran talento che magari non arriverà mai alle vette del padre Ivan, ma che potrebbe regalarci in ogni caso delle belle canzoni. E’ dura comunque per i giovani in questi anni, il mercato è spietato e gli spazi e i tempi, seppur illimitati e condivisibili con tantissime persone, sanno anche clamorosamente restringersi, tanta è la concorrenza. Senza andare troppo a ritroso, negli ultimi anni, abbiamo visto calcare Sanremo Giovani validissimi cantanti: l’anno scorso, oltre a Rubino, anche il vincitore Maggio (io l’avrei voluto volentieri rivedere quest’anno, oltretutto ho apprezzato tanto il suo disco d’esordio!), il Cile e Nardinocchi; l’anno precedente la bravissima Erica Mou e Guazzone. E poi ancora gli IoHoSempreVoglia che provenivano dal mondo indie.

E che dire di un’edizione che porto nel cuore, quella del 2010? Gareggiavano gente come La Fame di Camilla, che l’anno scorso hanno annunciato il loro scioglimento, Luca Marino, Nicholas Bonazzi, Mattia De Luca, Romeus e Jacopo Ratini, che ho avuto modo di conoscere, pur non avendolo mai incontrato di persona. Un grande talento, c’ha riprovato anche quest’anno, dopo aver presentato un bellissimo brano, ma senza fortuna. Eppure, la sua esperienza sanremese non la dimenticherà mai e mi è capitato di scrivergli in questi giorni: è stato bello scoprire come sia ancora in stretto contatto con molti di quegli artisti che condivisero con lui quel palco, appunto Marino o il chitarrista dei La Fame di Camilla, segno come scritto prima, che possono nascere anche dei buoni e spontanei sodalizi, al di là delle competizioni e del fatto che in pochi minuti ci si possa giocare una carriera. Ci sono anche i rapporti, le persone, il sudore e l’impegno dietro quei 4/5 minuti, spesso condensati ad orari da nottambuli, e chi organizza un Festival così rilevante ne dovrebbe, ahimè, tenere conto. Quell’anno, in cui emerse almeno la bravissima Nina Zilli, vinse uno dei ragazzi più inconsistenti fuori usciti dai talent show, Tony Maiello. Non me ne voglia il ragazzo, che trovo davvero impersonale, ma il confronto ad esempio con Marco Mengoni, per distacco a mio avviso, il più completo e talentuoso proveniente dal “vivaio” di X Factor, è davvero impietoso.

Tutto per dire comunque che, forse, quest’anno, nonostante abbia portato in luce pochi esempi di coloro che stanno facendo carriera in confronto di chi lo meriterebbe, c’è davvero chi potrebbe, indipendentemente dall’andamento della classifica finale, continuare bene il proprio percorso, specie appunto Zibba e The Niro che hanno alle spalle un nutrito numero di sostenitori.

Va beh, mi sono reso conto di aver perso un po’il filo del discorso, è ora di resettare il tutto, chiudere questa lunga settimana sanremese e guardare avanti, sperando comunque che la musica non sia ricordata solo in questi frenetici 5 giorni. Si ritorna alla realtà, dopo aver vissuto quasi in una bolla di sapone, tanto che in pratica nessun artista in gara, ha parlato di cose”sociali”, della situazione attuale del Nostro Paese. Il tema, piuttosto, declinato talvolta in modo stucchevole e retorico, è stato quello universale, e proprio per questo, “ingiudicabile” e indefinibile oggettivamente, della bellezza. Mi è parso efficace comunque il monologo di Crozza: forse davvero sarebbe il caso di ricordarci più spesso chi siamo e cosa siamo stati in grado di rappresentare nel Mondo, anziché guardare al futuro con rassegnazione e scarsa fiducia, vergognandoci del presente che stiamo attraversando. Io nel mio piccolo cerco sempre più di un appiglio per andare avanti con serenità d’animo, col sorriso, con tanti piccoli e grandi progetti. Basterebbe poco per migliorare la nostra vita, ma bisogna partire dalle piccole cose, da noi stessi.

Lo stupendo brano di Cristiano De Andrè: “Invisibili”

Sanremo 2014: primi giudizi sulla manifestazione tra noia, sbadigli e qualche interessante guizzo

Archiviata con qualche infamia e pochissime lodi la prima serata del Festival di Sanremo, mi appresto a scriverne in maniera meno istintiva di come avrei fatto se mi fossi messo alla tastiera nella tardissima serata di ieri. Un po’ la stanchezza derivata da un’intensa giornata di lavoro e di preparativi per le mie imminenti nozze (un po’ di sano autobiografismo in fondo non guasta mai!), un po’ una formula che già l’anno precedente non mi aveva entusiasmato, mi hanno impedito di gustarmi l’attesa che sovente mi pervade in circostanze simili, quando Sanremo prende il sopravvento. Ho ascoltato, lasciato qualche commento sparso, letto con piacere alcune disamine dei tanti amici coinvolti più o meno in prima persona, riso dietro alcuni status sdrammatizzanti o ironici, ma mi sono fatto ovviamente al contempo un giudizio tutto mio, che giocoforza andrà a modificarsi  con la riproposizione dei brani rimasti in gara (sob!)

Chiarisco, ce ne fosse ancora bisogno per chi mi stesse leggendo per la prima volta, che io sono legato a certi stilemi, che a me interessano le canzoni, che il contorno – da sempre necessario in una kermesse simile – ha sempre su di me l’effetto di qualcosa di straniante che mi vorrebbe fare allontanare dalla tv, o per lo meno farmi avventurare in zapping selvaggi (nemmeno tanto poi, vista ieri l’attrattiva per la super sfida di Champions League tra il City e il Barcellona).

Dedicherò quindi poche scarne righe al “contorno” per poi soffermarmi maggiormente sulle canzoni presentate.

Devo dire che, svanito l’effetto novità di una delle coppie più affiatate della tv, la conduzione Fazio&Littizzetto ha dato via a una delle puntate più noiose, lunghe, dilatate e piene di “buchi”televisivi, di pubblicità mai viste prima. Una lagna a volte, con pochissimi spazi dedicati alla musica, che sembrava alla fine diventata quella il contorno, non LO spettacolo per eccellenza. Dall’agghiacciante (come direbbe Antonio Conte!) inizio all’assai improbabile duetto con una ripescata Letitia Casta, sorta di ossessione di Fazio, col conduttore davvero imbranato e astruso nei panni di uno show man, all’omaggio a De Andrè a mio avviso mal riuscito, a quello ridicolo, forzato a Freak Antoni, giusto per dire che “anche noi di Sanremo lo abbiamo voluto ricordare”. Ligabue, la cui presenza non mi convince nemmeno per principio, ha cantato in modo assai improbabile “Creuza de ma”, capolavoro assoluto del grandissimo cantautore genovese, ma forse non era meglio se avesse interpretato “Fiume Sand Creek” già ottimamente coverizzata da lui in un intenso concerto tributo a Faber di 11 anni prima? Mi spiace Luciano, ma quel tuo accento fortemente emiliano strideva un sacco col significato delle parole care a Fabrizio. Cat Stevens ha fatto una buona passerella, dimostrando di essere in piena forma, cantando però in pratica uno striminzito repertorio, fatto tra l’altro di cover dei Beatles (e i maligni sono stati subito abili nel dire che, avendo Paul McCartney preteso un cachet milionario, si è ripiegati su Stevens) e di due suoi super classici. Meglio la Carrà, specchio comunque di un’Italia fermissima da un punto di vista delle novità vere per quanto riguarda il mondo dello spettacolo “tout court”: avercene come la bionda nazionale, davvero all’orizzonte non si intravedono degne sue eredi.

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Arriviamo alle canzoni, con la formula dei doppi brani assolutamente da evitare in futuro. Già l’anno scorso non mi era piaciuta, non ne colgo il senso. Non mi si venga a dire che è per promuovere due brani in un colpo solo: ma figurati… già al primo ascolto nessuna canzone ti può rimanere in testa, una che viene eliminata prontamente ancora meno. E poi, facciamo un brevissimo excursus alla passata edizione: eccezion fatta per chi ha comprato i loro dischi, qualcuno ricorda o ha sentito nuovamente le canzoni eliminate dalla gara sanremese di Mengoni, Elio o i Modà, tanto per citare i primi piazzati in graduatoria? Bene, la risposta ve la siete data da soli immagino!

Ha aperto le danze Arisa, le cui interpretazioni sono state a mio avviso convincenti, secondo suo registro. Tanta attesa per il primo brano, che aveva l’arduo compito appunto di aprire l’intera rassegna canora. Stimo tantissimo la Donà, co-autrice della prima canzone, di recente intervistata anche in occasione di un mio saggio di prossima uscita sulla musica italiana degli anni ’90, e sono sicuro che, cantata da lei e con un arrangiamento diverso, “Lentamente…” avrebbe avuto maggior fortuna. Passa il secondo brano di Arisa, scritta come alcune delle sue migliori canzoni precedenti (“Sincerità”, “La notte”, “L’amore è un’altra cosa”) dal suo ex compagno e ora stretto collaboratore Giuseppe Anastasi, più incline alla sua indole da “usignolo”, ma la sensazione, a un primo sommario ascolto, è che siamo lontani dal lirismo e dall’intensità del brano arrivato secondo due anni fa. In ogni caso, l’artista lucana, a dispetto della breve carriera, è quasi una veterana, essendo questa la sua quarta partecipazione dal 2009, quando vinse a mani basse nelle Nuove Proposte.

Arriva la prima delusione vera della serata, con le due canzoni presentate da uno dei miei “eroi” degli anni ’90, quel Frankie Hi-Nrg autentico protagonista della prima ondata rap in Italia negli anni ’90 e anch’egli giustamente immortalato nel mio saggio. Ok, rimarrà nella storia per aver sfornato un brano come “Quelli che ben pensano”, capolavoro assoluto della musica italiana tutta, ma ieri sera pareva davvero fuori tempo massimo, poco ispirato anche nel primo brano, quello che mi piaceva di più. Ovviamente è passata la seconda, una ridicola canzoncina vagamente reggae, il cui significato terra terra è più o meno questo: “sei  con le pezze al culo, non ti resta che pedalare”. Da lui mi aspettavo qualcosa in più di questa filosofia alquanto spiccia.

Altra attesa mal ripagata è stata quella affidata all’inedito e inconsueto duo Raphael Gualazzi/The Bloody BeetRoots. Non che non mi siano piaciuti del tutto, però l’azzardo è stato fatto a metà. Ne sono usciti due compromessi che non hanno arricchito né il moderno “Paolo Conte” di nuova generazione, né l’affermato deejay d’avanguardia che tanto successo sta mietendo nei club di tutto il mondo.

Davvero pesante il primo pezzo, scritto dall’onnipresente Giuliano Sangiorgi, meglio il secondo che ha avuto se non altro il pregio di “risvegliare” – è il caso di dirlo, visto i tempi biblici di conduzione del programma – la platea. Tuttavia il brano ammesso alla fase finale non mi dice nulla, non lo sento assolutamente nelle corde di Raphael, artista che apprezzo tantissimo e di cui ho divorato di ascolti i precedenti due album. Acquisterò sicuramente il disco e sono sicuro che non mi deluderà, ma questa di Sanremo mi sa tanto di occasione persa per lui: ribadisco quanto scritto in un altro post, cioè che gli va dato atto di aver voluto rischiare, reinventandosi. In quanto al pur bravo deejay Rifo, che dire? Ho trovato il suo apporto francamente superfluo: nel primo soporifero brano si è limitato a pizzicare le corde di un basso elettrico; nel secondo si è mosso da “guitar hero” per tutto il brano, sortendo un effetto davvero pacchiano al tutto. Mettiamoci poi, per quanto a me di look mi interessi ben poco, che la sua consueta maschera, efficace finchè vogliamo nei dj set, qui lo faceva rassomigliare più che altro a Spider Man o, peggio, al piccolo wrestler Rey Misterio.

Con Antonella Ruggiero so che scontenterò qualcuno, ma davvero non mi è piaciuta per nulla. Scontatissima nel suo voler essere per forza di cose “aliena”, sofisticata, “perfetta”. Anche lei fuori tempo massimo, rimasta ferma a stilemi una volta meravigliosi (non solo ai tempi dei Matia Bazar, dei quali resta per distacco la migliore vocalist del gruppo, ma anche dei suoi precedenti brani sanremesi “Echi d’infinito” e soprattutto la splendida “Amore lontanissimo”) ma ora superati, artefatti. Spiace non mi sia “arrivato” il brano scritto per lei dal validissimo Simone Lenzi, leader di uno dei miei gruppi preferiti, i Virginiana Miller, e valido scrittore. Purtroppo, il suo testo è risultato penalizzato da un arrangiamento troppo “pieno”. Avrei voluto riascoltarla al Festival, ma purtroppo è passata l’altra canzone, invero molto simile nelle sonorità.

Il primo picco emozionale l’ho avvertito forte con le due esibizioni di Cristiano De Andrè, al quale da sempre la critica guarda “con sospetto”. Inutile girarci intorno, non diventerà mai come il padre, né potrà mai avvicinarvisi, ma parliamo in fondo di uno dei massimi artisti del nostro secolo. Limitiamoci a dire quindi che, lungi dall’esserne una grigia controfigura, Cristiano ha grandi doti di musicista, polistrumentista e un’intensità interpretativa che molti suoi colleghi si sognano. Ho trovato splendida la prima canzone, sia nelle eccezionali musiche (qualche critico che stimo già ha accennato però a un presunto plagio…) sia nelle liriche fortemente autobiografiche. Il brano, scritto in collaborazione con Fabio Ferraboschi, amico e produttore del mio amico Alberto Morselli, ex cantante dei Modena City Ramblers, colpisce al cuore. Anche il secondo presentato, scritto assieme a Diego Mancino, un altro cantautore che meriterebbe ben altra fortuna a livello di popolarità, è di grande impatto, più viscerale e in un certo senso ad ampio respiro, guadagna alla fine l’accesso alla finale. Inutile: come lo stesso De Andrè si è lasciato scappare in diretta, avrei preferito “Invisibili” ma tant’è, parte del mio tifo andrà a lui.

Ed eccoci ai Perturbazione, da moltissimi (come me) attesi, in quanto gruppo portavoce del variegato mondo “indie”. Che dire, sembrerò di parte, ma per me sono promossi a pieni voti. Concedo a Tommaso, come fatto l’anno precedente con Gulino dei Marta sui Tubi, qualche stonatura nell’ambito di due belle interpretazioni, frizzanti, armoniose, in linea con le loro produzioni. Non si sono “commercializzati” gli amici piemontesi, d’altronde a differenza di altre band alternative protagoniste di recente a Sanremo (come Afterhours, Marlene, La Crus o Almamegretta), hanno sempre proposto un buon sano pop rock melodico. E non si sono smentiti sul prestigioso palco, con loro in piena forma: elegantissimi, sereni, col sorriso, proprio come se volessero assaporare ogni momento di un traguardo giustamente raggiunto. E’ passata “L’unica” che tutti i sei componenti avevano indicato nelle ore precedenti all’esibizione come la loro favorita. E’ un brano ironico, melodico, attinente al sound più moderno del recente loro album di studio “Musica X”, uscito per Mescal. Più “classico” e legato ai primi Perturbazione il secondo brano “L’Italia vista dal bar”, oltre che quello che io avrei fatto passare, ma questa è un’altra storia. In ogni caso, in bocca al lupo ragazzi, da giovedì inizierò anch’io a tele votare!

Ha chiuso a tardissima serata (nottata?) Giusy Ferreri, che da tempo attendavamo al via, dopo anni di oblio, e dopo che nel frattempo ha seriamente rischiato di venire soppiantata dalle numerosissime interpreti femminili affacciatesi “a forza” nel mercato discografico, in seguito a talent di ogni genere. Lei, che è stata la progenitrice di questo filone, è molto avvezza al pregiudizio altrui, ma a mio avviso ha superato alla grande la prova del palco. Due canzoni –  entrambe firmate da Casalino, autore del vittorioso Marco Mengoni un anno prima e che ha scritto pure un brano per il favoritissimo Francesco Renga in gara stasera – molto nelle corde di Giusy, due ballate “sanremesi”, e non si colga l’accezione negativa all’aggettivo. Tanto per cambiare avrei preferito il brano scartato, ma comunque pure “Ti porto a cena con me” ha delle buone chances per arrivare in alto in classifica.

Tutto sommato mi sarei aspettato di più, posto come detto che la formula dei due brani, così come è concepita, non mi convince per niente. Due brani in fila, votati a distanza brevissima, senza nemmeno dare il tempo agli ascoltatori di sentirle bene entrambe e di dare una oggettiva preferenza. Non sarebbe meglio fare cantare prima 7 canzoni (una per artista) e poi in un secondo momento le altre 7? Va beh, considerazioni che lasciano il tempo che trovano, come il fatto che con solo 7 interpreti in gara si è sforato comunque di molto la mezzanotte! Insomma, Fazio, stavolta ti rimando a tempi migliori, ma già stasera avrai modo di rifarti.. vedremo, resto fiducioso!

Sanremo 2014: svelato il cast dei BIG in gara! Un bel mix quello realizzato dalla commissione artistica presieduta dallo stesso Fazio

Ok, la mia giornata è stata pienissima, dopo una bella tirata al lavoro ieri. Ho scritto da stamattina presto, dovevo consegnare un pezzo lungo per il giornale, poi nel tardo pomeriggio via dal medico per fargli vedere dei risultati di alcune analisi (per fortuna andate benissimo!), poi in farmacia, altre commissioni. Però, visto che stranamente ho ancora la forza per scrivere, ecco a postare sin da stasera, dopo commenti sparsi qua e là sulle bacheche di amici vari, le mie prime impressioni sul cast di Sanremo, su cui avrò modo di approfondire prossimamente.

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Un cast eterogeneo, forse poco allineato ai gusti di un pubblico, diciamo generalista, ma su questo potrei obbiettare. A volte si dà per scontato che certa musica non possa necessariamente piacere a chi solitamente apprezza ciò che passa la radio o più semplicemente la musica leggera in toto.  Magari è proprio perchè non si conoscono certe cose che non le si apprezza!

Ecco quindi la lista annunciata in diretta dal confermatissimo direttore Fabio Fazio.

ARISA – quasi una veterana della kermesse, torna dopo la convincente affermazione de “La notte”, di due anni fa, quando non avrebbe demeritato la vittoria finale, andata poi a Emma

NOEMI – come Arisa è una habituè di Sanremo, visto che partecipa per la terza volta in pochi anni al Festival. Convincente due anni fa con il pezzo scritto per lei da Fabrizio Moro

RAPHAEL GUALAZZI e THE BLOODY BEETROOTS – per palati fini, ma non solo. Ormai Gualazzi ha raggiunto standard elevati, piace in modo incondizionato, per la sua classe, la sua proposta raffinata. Curioso sarà vederlo all’opera con gli altrettanto interessanti e inusuali Bloody Beetroots, così lontani in apparenza dal suo registro poetico e musicale

PERTURBAZIONE – lo ammetto, ogni anno nella lista trovo artisti per cui mi ritroverò indipendentemente dai brani a patteggiare. Stavolta è il turno del gruppo di Rivoli capitanati da Tommaso Cerasuolo, tra i migliori esponenti di un certo pop rock d’autore in italiano. Meglio tardi che mai!

CRISTIANO DE ANDRE’ – Spiace per le frequenti vicende personali che lo vedono spesso protagonista – nel male – ma a livello musicale il talento del figlio del grande Faber non è certo in discussione. Mi aspetto canzoni dal forte impatto.

RENZO RUBINO – Meritevole l’anno scorso nella categoria Nuove Proposte, pur non vincendo, si distinse per la sua tecnica e la sua qualità di songwriter e arrangiatore, paragonabile in parte a Vinicio Capossela, anche se di sicuro è meno funambolico rispetto al folletto romagnolo-tedesco-pugliese.

FRANKIE HI-NRG – una vera sorpresa il suo ripescaggio. Esponente di punta dell’hip hop anni ’90 (quello vero!) torna a rimettersi in gioco su un palco dove i rapper raramente hanno avuto fortuna. Di recente visto all’opera come attore nel film di Virzì jr “I più grandi di tutti”, ha i mezzi per lasciare un bel segno.

GIULIANO PALMA – un altro esponente del mondo rock alternativo che, partendo dal basso, attraversando cicli storici, mutando espressioni musicali – un po’ come Neffa in altri contesti – si è ritrovato via via lanciato verso la popolarità mainstream, grazie al progetto Bluebeaters, con i quali ha riarrangiato in chiave ska rockabilly tanti successi della canzone leggera italiana.

RICCARDO SINIGALLIA – un altro dei miei “idoli”, lo dico sinceramente. Assurdo che con uno con le sue capacità non sia quanto meno conosciuto da un vasto pubblico. Cantautore, ma prima ancora talent scout, produttore,  arrangiatore, per un periodo preciso (fine ’90, inizio 2000) tutto ciò su cui metteva mano si tramutava in oro, avendo contributo ad esempio a lanciare in orbita i vari cantautori amici della scuola romana, da Niccolò Fabi a Max Gazzè, dai Tiromancino allo stesso Frankie Hi-Nrg, spesso collaborando attivamente col fratello Daniele, valente musicista e arrangiatore, oltre che compagno nella vita di Marina Rei. Ora ha un’occasione d’oro di fare il salto di qualità presso il grande pubblico, cosa che io gli auguro di cuore.

ANTONELLA RUGGIERO – torna dopo un bel po’ di tempo l’ex voce storica dei Matia Bazar che, anche in veste solista, si è tolta più di una soddisfazione su quest0 palco, sempre presentando brani dalla grande atmosfera, coronati dalla sua voce eterea e suadente.

GIUSY FERRERI – da un po’ di anni scomparsa dai radar, torna alla ribalta la prima vera cantante di successo uscita da un talent italiano. Sembra passata una vita, ma in realtà era solo il 2008 quando si ritrovò a spopolare in hit parade col brano scritto per lei da Tiziano Ferro (il celebre “Non ti scordar mai di me”). Nel frattempo in molti hanno provato a offuscarlo e lei stessa ha voluto un po’ allontanarsi da un certo clichè legato appunto a quei tipi di contest. Vedremo come si ritufferà nell’atmosfera sanremese, dopo aver ben figurato nell’ ultima sua partecipazione.

FRANCESCO RENGA – ci riprova a distanza di due anni anche l’ex cantante dei Timoria (curioso che in commissione, tra molti esperti, ci fosse anche il suo amico-rivale Omar Pedrini che con lui divise gioie e dolori alla guida della rock band bresciana, prima dell’addio con tanto di strascichi polemici in odor di gossip). Per uno che ha già vinto la gara nel 2005 un pronostico è un po’ azzardato: ripetersi è sempre più difficile ma non credo proprio che Francesco voglia limitarsi a una comparsata

RON – a sorpresa riappare sulle scene anche Ron, che ultimamente aveva abbracciato progetti interessanti ma un po’ lontani da certi riflettori, come quello relativo al rifacimento di vecchi brani cantautorali americani. Ci riprova dopo che l’ultima volta aveva presentato un brano troppo impersonale e non all’altezza dei suoi momenti migliori.

FRANCESCO SARCINA – l’ex leader del gruppo de “Le Vibrazioni” da poco ha avviato una carriera solista e per lui arriva pronta l’occasione del Festivalone. In bilico se assecondare le sue istanze più rock o quelle decisamente più pop mainstream legate al suo maggior successo, la deliziosa “Dedicato a te”, brano divenuto un autentico cult, potrebbe rappresentare il vero outsider dell’edizione 2014

Marco Mengoni vince Sanremo 2013. Ecco il mio pagellone definitivo sul Festival

E’ finito Sanremo e con esso tutto il carico di aspettative, previsioni e polemiche che puntualmente si porta dietro. Per me, come ogni anno, si tratta di una sorta di “full immersion” positiva tra le pieghe del Festival, perché  – pur provenendo da tutt’altri ascolti e chi mi conosce lo sa benissimo – mi piace Sanremo. Non devo giustificarmi ogni volta: Sanremo è patrimonio del nostro Paese, uno specchio fedele dei tempi che cambiano, un retaggio storico- culturale invidiato nel mondo ma mai esportato fedelmente. Da nessuna parte ci sta una gara tra Big con canzoni inedite.

Mi piace la musica rock, pop, folk, jazz, soul, la storia della musica ma un occhio di riguardo ce l’ho sempre avuto anche per la musica italica, non solo quella alternativa.

Diverso è il discorso di chi perde tempo a guardare il Festival, per poi demolirlo, specie ora che esistono i social network. Ma il peggio è che queste considerazioni arrivano – non sempre, per carità, da quegli stessi artisti “alternativi” che da una vita magari inseguono questo prestigioso palco. Ne ho conosciuti e intervistati parecchi nel corso degli anni e vi assicuro che (quasi) tutti, dopo aver guadagnato la stima e la credibilità artistica da parte della critica, si auspicano di calcare l’Ariston da protagonista e di farsi conoscere – ebbene sì, alla faccia degli inutili snobismi – anche dalla casalinga di Voghera o da coloro che seguono “La vita in diretta”.

Apro un ultimo capitolo, quello riguardante le lamentele degli “esclusi”, puntualmente reclamizzati e sponsorizzati, specie dalla rete rivale, quella privata.

A parte che ho visto Nesli a Verissimo, il quale (per onor di cronaca) non ha certo polemizzato, ma ha soltanto ribadito il suo rammarico, in quanto il suo nome da settimane campeggiava tra i partecipanti al Festival e poi non se n’è fatta nulla, senza spiegazione, così ha detto lui.

Meglio ancora Mario Biondi, che non ha rilasciato alcuna dichiarazione anti- Festival e la sua esclusione sì che avrebbe gridato vendetta, visto lo spessore (anche) internazionale del Nostro. Ma la Oxa che ha addirittura sparato a zero contro i Marta sui Tubi, lei stessa che due anni fa li avrebbe chiamati sul palco del Festival a duettare nella serata apposita, non foss’altro che fu eliminata prima. E adesso che loro, dopo anni e anni di gavetta, ce l’hanno fatta a ottenere questa soddisfazione, tu li denigri pubblicamente? Ma vergognati! I Marta ieri hanno da gentiluomini glissato sull’argomento, quasi increduli comunque e si sono rifatti con gli interessi, duettando con la Ruggiero, lei sì una vera “signora”  della musica italiana. Antonella ha raccontato un bell’aneddoto al riguardo, dicendo che aveva conosciuto il gruppo tramite il figlio adolescente che li ascolta da anni a manetta in camera sua. La Ruggiero non è nuova ad aprirsi verso mondi musicali differenti dal suo, vi ricordate l’album di duetti con i migliori esponenti della musica rock italiana? Aveva contribuito notevolmente a far conoscere, tra gli altri, Subsonica o Scisma. Gli artisti come lei sono davvero grandi.

Tornando sulla questione e chiudendola, resta il fatto che se arrivano sul tavolo di Pagani e Fazio circa cento canzoni da valutare e ne devono passare solo 14, è normale – e matematico – che siano di più gli scontenti.

Veniamo dunque a una sintesi, a dei giudizi finali su Sanremo 2013. Ottimi Fazio e Littizzetto, su di loro non mi voglio più ripetere.

La gara, che ieri a onor del vero, non ho visto, se non da tarda serata, ormai aveva già delineato un probabile quadro dei vincitori e sperare in folli rimonte era pressoché utopistico. Ce l’hanno quasi fatta, in ogni caso, i soliti Elii, sospinti a mille dalla giuria di qualità, che ha assegnato loro addirittura due premi. Su quello per il miglior arrangiamento nulla da eccepire, la forza della canzone sta quasi tutta lì, ma su quello della Critica non mi trovo d’accordo. Il testo dice poco o nulla, mi sa di colossale presa in giro, ironica e sarcastica, come loro sanno fare egregiamente da decenni, ma niente a che spartire con la “presa di coscienza” della fortunata “terra dei cachi”. Insomma, a mio avviso, meritavano maggiormente questo premio i due cantautori Silvestri e Cristicchi.

Vince Mengoni e i bene informati mi dicono che in pratica la distanza sua dagli altri era già difficilmente colmabile dalla primissima votazione, quando giunse primo in classifica provvisoria davanti a Modà.

Io avrei preferito vedere e valutare la classifica completa, al momento in cui scrivo non ve n’è traccia in organi ufficiali e allora mi limito a dare delle considerazioni generali sulle performance e la resa globale.

meng

MARCO MENGONI 6,5 – ma sì, che vittoria sia. Sembrava fosse in crisi profonda prima del Festival, ma a quanto pare ha davvero uno stuolo di fan incrollabile, uno zoccolo duro di sostenitori che l’hanno sospinto in altissimo. Viene premiato un Mengoni molto diverso da quello del “Re Matto” (so che non è il titolo esatto del brano in gara nel 2010 ma ormai l’ho sigillato nella memoria come tale): più maturo, elegante e consapevole, ma anche meno sorprendente. Di fatto vince un prodotto dei talent con il pezzo più sanremese del lotto, ma a me non convince più di tanto. Ha un testo interessante ma un andamento sin troppo lento, mi arriva poco.

ELIO E LE STORIE TESE 7 – la mia ragazza rimane basita ogni volta che li ascolta o li vede, ma loro da 30 anni ormai sono abituati a stupirci. Niente di rivoluzionario però stavolta, in fondo si tratta di un (piacevole) divertissement, ma non occorre per forza gridare al miracolo. Complimenti vivissimi per il trucco di ieri, com’erano ciccioni!

MODA’ 6,5 – hanno fatto il loro e una vittoria non sarebbe stata scandalosa. In rete girano cattiverie assurde sul gruppo e in particolare su Kekko. Ma se solo lo si conoscesse, almeno in parte, si capirebbe perfettamente che Francesco Silvestre non ha – e non ha mai avuto – nessuna velleità artistica, se non quella di scrivere canzoni ad ampio respiro, prevalentemente d’amore. Lo fa senza “vergogna”, sa di piacere in particolare alle ragazzine e alle famose “casalinghe” ma queste hanno pari dignità di chi ascolta musica “alta”. Dicono che voglia diventare come Facchinetti dei Pooh ma la cosa è molto probabile. Intanto però somigliano di più a Toto Cutugno, eterni secondi.

ANNALISA 7 – voleva smerciarsi dal fenomeno “Amici” e ottenere maggiore credibilità artistica: missione compiuta. La Scarrone vista sul palco poco o nulla ha a che spartire con altre illustre cantanti uscite dai talent. Non sarà mai una trascinatrice di folle ma è in grado comunque di ammaliare.

CHIARA 5,5 – passare dal quasi anonimato al Festival in due mesi non è cosa da tutti. Chiara Galiazzo è brava e mi sta pure simpatica, la sua parlata mi ricorda fortemente la mia terra. Non aveva la canzone adatta… sarà che sono in una fase in cui sto prendendo fortemente le distanze dal “fenomeno” Baustelle, ma ho trovato il testo poco in linea con la sua personalità, troppo impersonale e pieno delle solite metafore allusive di Bianconi che ormai mi dicono poco o nulla. Non sono sicuro del futuro artistico di Chiara… mi sembra sin troppo ingenua e “vera”, temo possa farsi triturare dal sistema discografico attuale, che spreme e distrugge, come anche porta in alto all’improvviso.

RAPHAEL GUALAZZI 7,5 – ottimo, niente da dire. Nonostante la goffaggine e la timidezza, dietro un pianoforte si trasforma e fa emergere tutta la sua personalità. Non vedo l’ora di vederlo dal vivo nella mia Verona, confidando in un impianto musicale adeguato alle produzioni su disco. Magari avesse anche live un trombettista d’eccezione come il grande Bosso, visto a Sanremo.

SIMONA MOLINARI 5,5 – superato lo shock iniziale, ho provato a concentrarmi sulla canzone ma il mio giudizio sostanzialmente non cambia. Ha voluto anteporre la fisicità, le moine, il gigioneggiare alla sostanza e spiace constatarlo in una ragazza dotata di indubbio talento. Però, da possibile erede di Mina si è trasformata in una pin up che ancheggia su suoni sin troppo swinganti. Parziale delusione, a mio avviso.

MARIA NAZIONALE 6– amo la musica folk, popolare, di molte regioni d’Italia. Mi sono fatto scorpacciate di brani e dischi in dialetto, amando gruppi come Modena City Ramblers, Nidi d’Arac, Agricantus, quelli delle Posse, gli stessi Almamegretta, senza dimenticare artisti minori pugliesi fattimi conoscere dalla mia fidanzata, originaria del Gargano. Ma con Maria Nazionale siamo su territori diversi dal folk di recupero. Siamo in zona Merola/Murolo/il primo D’Alessio e qui mi sento molto distante, trovando questi artisti sin troppo localizzati. Che la Nazionale canti bene e stia divinamente sul palco non ci piove, e il fatto che abbia avuto una vita difficile, non solo professionale, mi fa propendere per valorizzarla. Però questi non sono i dischi che ascolterei al termine di una competizione, molto meglio quando fece da nobile spalla al grande Nino d’Angelo, 3 anni fa.

DANIELE SILVESTRI 8 – ammiro da sempre l’artista e l’uomo. Grande cantautore, quasi unico nel suo essere dicotomico in fase di scrittura e composizione. Meritava a mio avviso il Premio della Critica, il testo era davvero bello, in linea con le sue migliori produzioni.

SIMONE CRISTICCHI 7 – ok, il brano non aveva il funambolismo della precedente canzone presentata a Sanremo nel 2010, quella in cui nominava la Carlà, e ovviamente non possedeva il pathos di quella “Ti regalerò una rosa” che stregò tutti sin dal primo ascolto, vincendo poi a mani basse il Festival, eppure mi è piaciuto tantissimo anche quest’anno. Tema non convenzionale, così come tutto il testo, incastonato in una musica minimale ma efficace. Talento che non può sfiorire o riemergere solo in occasione di Sanremo.

MAX GAZZE’ 7– non si è discostato dal suo stile, anche se l’ha impregnato, colorato di suoni balcanici. Max è simpatico, umile, non se la tira per niente e coniuga intellettualismi e brani alla portata di tutti, quasi favolistici. Non ha fatto eccezione con quelli presentati quest’anno, entrambi meritevoli.

MALIKA AYANE 5 – la vera delusione del Festival di Sanremo 2013, ma non solo per essere rimasta fuori dal podio. Ha proprio portato una canzone tra le meno ispirate del suo ricco repertorio. Riascoltando in questi giorni l’esclusa “Niente” mi rendo conto che quel brano contenesse grandi potenzialità e un’intensità che la prescelta “E se poi” non possiede minimamente. Brano troppo insipido, senza guizzi, senza un’efficace melodia. Delusione.

MARTA SUI TUBI 6 – sei di incoraggiamento, li seguo da sempre e secondo me alcuni loro brani sono tra i migliori del decennio in ambito rock.. ma su questo palco mi sono sembrati da subito fuori posto, come i Marlene Kuntz (gruppo che adoro) 12 mesi fa. Gulino in particolare ha voluto strafare, urlando troppo, o forse era solamente troppo emozionato… e poi quante volta ha dovuto rispondere alla domanda sul nome! Ogni volta bravi a cambiare versione, come fanno da anni tra l’altro. Ritorneranno con maggiore consapevolezza nel loro mondo “indie” ma l’idea è che dopo Sanremo nulla sarà più come prima: lo testimoniano casi come quelli dei Bluvertigo, dei Subsonica, degli Afterhours o degli stessi Marlene. Sanremo può rappresentare una svolta, pensiamo appunto ai Subsonica ma anche cambiare la percezione che i fans integerrimi hanno su di te, col rischio che si possa perdere l’integrità artistica maturata in anni e anni di gavetta nella scena underground. Mi auguro che ai Marta non succeda e che siano sufficientemente maturi per non cadere in queste fuorvianti trappole.

ALMAMEGRETTA 6,5 – sono stato molto felice nel rivedere Raiz di nuovo assieme al gruppo, dopo che aveva provato un’improbabile carriera solista. Insieme sono perfetti, gli Alma non hanno senso senza di lui e l’intesa, la passione che hanno sempre avuto in 20 anni di onorata carriera si è riversata tutta su quel prestigioso palco. Bravi.

Ok, mi direte, i voti sono bassini (facevo così anche da insegnante!) ma d’altronde il massimo lo dò solo alle eccellenze e, purtroppo, in questa edizione, comunque riuscita a livello generale, di brani che si elevavano dalla media non ne ho ascoltati. Dubito che resteranno nella storia di Sanremo, ma apprezzo il grande sforzo dello staff nell’allestire un cast di indubbia qualità artistica. Poi sono mancate le canzoni da canticchiare, da fischiettare, bisognerebbe trovare un giusto equilibrio nelle scelte, ma non sempre è missione facile.

Primi risultati al Festival… considerazioni sulla classifica provvisoria

Ieri era San Valentino e sinceramente avrei voluto festeggiare come tutti gli innamorati, visto che sto benissimo con la mia fidanzata e siamo prossimi alle nozze… tuttavia, l’onda lunga dell’influenza mi costringe ancora a casa per qualche giorno e così, giocoforza, ho dovuto rimandare la mia serata romantica.

Questo mi ha permesso di assistere anche ieri alla serata festivaliera, quella che ha emesso i primi (parziali) verdetti e ha consolidato sempre di più la formula faziana.

Piccoli appunti sparsi: mi è parsa una puntata riuscita, con ottimi interventi della Littizzetto (specie quello contro la violenza sulla donne, quando ha cambiato improvvisamente registro, passando dal leggero al drammatico, prendendosi gli elogi pubblici dell’amico conduttore), la tranquillità che emanano Fazio e la stessa Luciana, ospiti stranieri in linea con la scelta “alta” di quest’anno (anche se ieri Anthony ha spiazzato Fazio col suo lungo discorso…) e la gradita esperienza di Roberto Baggio, visibilmente emozionato e “vero”: per fare un parallelo calcistico con un altro ospite di qualche anno, mi è piaciuto infinitamente di più rispetto al Cassano visto in precedenza.

elio

Poi le canzoni, ormai assimilate, ma con il rimpianto che magari fossero meglio quelle eliminate, almeno per qualche artista in gara, come vedremo nel dettaglio.

Inizio dai giovani, visto che ieri si è completato il quadro dei 4 finalisti. Beh, innanzitutto mi preme dire una cosa: da un paio di settimane su Sky c’è un canale interattivo sulla storia del Festival, dove ininterrottamente trasmettono varie canzoni tratte da tutte le edizioni di Sanremo in ordine sparso. Da ieri hanno inserito anche i pezzi in gara quest’anno ma il problema è che avevo quindi sentito “in anteprima” il bel brano di Antonio Maggio. Quest’anno, a differenza delle discutibili scelte degli anni passati, anche i brani dei giovani dovevano essere assolutamente inedite e perciò immagino che Sky, inconsciamente, abbia fatto un’enorme gaffe, nel trasmettere un brano inedito subito dopo quello di Rubino.

Chiusa parentesi… anche ieri almeno 3 dei 4 semifinalisti erano piuttosto “noti”. A partire da Andrea Nardinocchi che, insieme al già eliminato Cilembrini, costituiva l’elemento di maggior interesse, almeno per certa critica alternativa.

L’impressione è che sia ancora estremamente acerbo per quel palco, con una canzone dal testo banale e poco ficcante a livello musicale, con un’elettronica appena accennata. Insomma, eliminazione giusta a mio avviso.

Anche Paolo Simoni non è un emerito sconosciuto, anzi, frequenta da anni il Club Tenco, essendo considerato tra i migliori giovani cantautori su piazza. Solitamente propone brani in chiave jazz, ieri si è limitato a una (pur bella) ballata pianistica. Per lui, che aveva duettato di recente con Lucio Dalla (è uscito anche un videoclip dove si vede per l’ultima volta il grande Lucio), arriva un’inaspettata eliminazione. Da “artista” sensibile e impegnato nel sociale, si concede una chicca: attaccare al microfono un messaggino di speranza ai giovani.

Passano il turno una impersonale Ilaria Porceddu, che avevo assolutamente rimosso come partecipante della prima edizione di X Factor, quella con Giusy Ferreri e vinta dagli Aram Quartet e un più convincente Antonio Maggio. Il cantautore salentino, ex Aram Quartet, ha proposto un brano vagamente retrò (a quanto pare vanno di moda quest’anno), solare e immediato. Secondo me può ambire alla vittoria, e sinceramente mi farebbe piacere per lui, visto che ha una bellissima voce ed è riuscito ad arrivare a Sanremo da solo, senza scorciatoie, resettando il suo passato col gruppo.

Veniamo ai big e alla classifica che, da tradizione, richiama “proteste” e scontenti. A me la formula piace, erano anni che tra ripescati e classifiche solo dal terzo al primo, si cercava di accontentare tutti, come se da un brutto piazzamento dipendesse una carriera intera. E invece, come sapete benissimo, casi come quelli di Vasco, Zucchero o i Subsonica insegnano.

C’è da dire che per l’edizione 2013 entra in scena la giuria di qualità, un po’ bistrattata nelle ultime edizioni, in favore del televoto sovrano. Ieri si è tenuto conto solo del televoto, che però andrà a incidere per un 25% sul totale… tradotto, le classifiche possono essere – non dico stravolte – ma sicuramente modificate.

Scontate le ultime due posizioni, appannaggio dei gruppi alternativi Almamegretta e Marta sui Tubi. Mi spiace per i primi, che hanno portato una bella canzone, mentre i Marta hanno osato poco. Conoscendo – e apprezzando – il loro repertorio, ritenevo più in linea col loro percorso la canzone “Dispari”, quella scartata. La prima sorpresa in negativo è il 12esimo posto di Malika Ayane. Apriti cielo, la favorita della critica! Giù fischi, come in occasione del 2010, quando però in effetti vinse Valerio Scanu e non la sua stupenda “Ricomincio da qui”. Invece il brano proposto quest’anno non possiede la stessa forza, la medesima carica emotiva. E’ una canzone pop, senza pretese, sarebbe stato molto meglio la scartata “Niente”.

Ancora più stupore me lo hanno destato i modesti piazzamenti di Cristicchi e Silvestri, due cantautori tra i migliori della loro generazione. Il brano di Simone mi piace tantissimo: ha un testo originale, particolare, la melodia (per i maligni troppo somigliante proprio a “Le cose in comune” di Daniele Silvestri) è accattivante, l’arrangiamento riuscito, con un bell’inserto di fisarmonica.

La canzone di Silvestri è bellissima, punto! Almeno il premio della Critica spero possa essere suo.

Elio e le Storie Tese si piazzano a metà del guado, ma a mio avviso hanno fatto il loro, presentando un brano spiazzante, divertente, irriverente… pensare di replicare l’exploit storico del 96 quando arrivarono a insidiare pericolosamente il primo posto sarebbe un’utopia.

E così nei primi posti si piazzano molti tra i provenienti dai talent. Ma sinceramente Fazio e Pagani hanno strutturato un cast eterogeneo, era onestamente impossibile (oltre che ingiusto) boicottare gli artisti provenienti da Amici o X Factor, e non solo per una mera questione di audience, ma proprio perchè, guardando le classifiche, è innegabile che siano questi recenti protagonisti a dominare le classifiche, insieme a mostri sacri quali Vasco, Liga, Antonacci, Jovanotti, Pausini, gente che non parteciperà mai più a Sanremo.

In ogni caso, mi stride il quarto posto di Chiara Galiazzo… a mio avviso il brano non è nelle sue corde e qui l’effetto tv ha avuto un gran merito nel piazzamento. Annalisa è sul podio, meritatamente a mio avviso, mentre credevo che i Modà fossero, per il momento, primi. Invece la palma d’oro provvisoriamente va a Marco Mengoni, il quale si sa essere amatissimo dal pubblico. La sua è la canzone più sanremese fra tutte quelle proposte, ha una melodia semplice e un testo che arriva ma a me ha lasciato più o meno indifferente.

Le vere sorprese sono rappresentate da due signore che rappresentano al meglio l’eleganza e la femminilità, seppur siano diversissime fra loro: Simona Molinari e Maria Nazionale, piazzate rispettivamente sesta e settima, sono a questo punto delle outsiders, così come il raffinato Raphael Gualazzi, giunto quinto. Io preferivo il suo brano scartato ma ammetto che anche “Sai (ci basta un sogno)” è molto intensa e profonda.

Ci rivediamo a questo punto domenica con il bilancio finale della manifestazione, ma prevedo qualche stravolgimento nella classifica e un po’ di sana polemica… ma d’altronde quando ci sono di mezzo graduatorie e risultati è sempre così. Lunga vita al Festival