Circa un anno fa usciva l’album di Erica Mou: “Contro le onde”. Un disco davvero interessante, da riscoprire, per un’artista che avrebbe tutte le carte in regola per diventare una stella degli anni dieci

E’ passato più di un anno da quando è uscito “Contro le onde”, terzo album della ventiquattrenne cantautrice pugliese Erica Mou. Ho avuto modo di parlarne qua e là, lasciando commenti entusiastici e passando pure il brano eponimo in una delle puntate del mio programma radio “Out of Time”. Ma, visto che non è mai troppo tardi per parlare o scrivere di “cose belle” e meritevoli, eccomi per un giudizio più dettagliato sull’album e l’artista in questione, dopo che mi sono reso conto che sto ascoltando a getto continuo queste 10 interessanti ed eterogenee canzoni.

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Erica, di Bisceglie, è giovanissima quando si affaccia al mondo della musica: il suo talento, la sua vocalità così aperta e particolare, la sua intonazione impeccabile, e soprattutto le sue doti interpretative non passano inosservate e comincia a far presto incetta di riconoscimenti, in un primo momento, locali. Il primo album esce per una piccola etichetta, è ormai praticamente introvabile ma tracce di questo esordio (“Bacio ancora le ferite”, del 2009), targato Auland Edizioni, specializzato più nel jazz, sono state poi inserite nel secondo album ufficiale, intitolato “E’” a partire dal suggestivo brano che ne apriva la scaletta.

I primi tentativi della Musci (questo il suo vero nome) sono già apprezzabili, pur se impregnati da un certo alone jazz che poi abbandonerà per suoni più diretti e immediati. La classe e la raffinatezza delle esecuzioni rimarranno però inalterate nel tempo, divenendo suoi marchi di fabbrica, messe nuovamente a fuoco nel secondo disco, inciso per la prestigiosa Sugar di Caterina Caselli, dopo una felice esperienza nel programma di Red Ronnie. Già nel primo album compariva un rifacimento prestigioso, quello di “Pensiero stupendo” della diva Patty Pravo; qui invece la Mou si confronta con un classico dei Fleetwood Mac, superando egregiamente la prova. Appare anche in una colonna sonora, l’inizio di un’avventura che come vedremo le porterà molta fortuna, mentre un altro brano compare in un’interessante antologia curata dalla rivista Xl, dedicata alle migliori leve degli anni duemila.

I tempi sono maturi per una prova importante. Erica si presenta a Sanremo Giovani, edizione 2012 e, pur non vincendo, fa un figurone seduta con chitarra acustica a presentare la sua “Nella vasca da bagno del tempo”. La canzone, il cui testo un po’ anomalo sul tempo che passa (un po’ inadatto forse a una ragazza di poco più di vent’anni), si aggiudica il Premio della Critica “Mia Martini” e quello “Lunezia” per la sezione Giovani, ma a livello musicale si attira qualche critica negativa per l’omaggio (?) volontario o meno al famoso brano dei Cranberries “Zombie”, nella parte strumentale centrale. Un peccato veniale che non va a incidere sulla sua affermazione che continuerà, seppur in modo graduale l’anno successivo.

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A ridosso del nuovo lavoro di studio, collabora con i Perturbazione per un brano che in un primo momento pare poco sulle sue corde, così sfrontato e movimentato, elettronico. Nulla di più sbagliato, alla luce del suo disco che sarebbe uscito solo qualche settimana più tardi. Prodotto da Boosta, abile manipolatore dei suoni dei Subsonica e quotato produttore capace spesso di marchiare a fuoco i suoi lavori conto terzi, il disco “Contro le onde” rafforza la convinzione di trovarci di fronte a un talento davvero unico nel panorama musicale italiano tout court. Gli arrangiamenti come detto risentono notevolmente dell’intervento del produttore in questione. Suoni modernissimi, sfaccettati, taglienti, ritmi ballabili più che languidi e malinconici. Un’evoluzione naturale ma che non sa di stravolgimento: basta soffermarsi sulle melodie e sul modo di cantare della Mou per rendersi conto che nulla è andato perduto, anzi, le intuizioni si sono fatte certezze, le insicurezze e le esitazioni sono scomparse, lasciando spazio a consapevolezza e audacia, in testi molto più buttati in faccia all’ascoltatore come in “Mentre mi baci” o in “Il Ritmo”. Nel singolo apripista “Mettiti la maschera”, introdotto da un pianoforte obliquo e sinuoso, già sono in prima linea le nuove coordinate stilistiche, che ritroviamo confermate nel prosieguo con “Non dormo mai”. Non mancano i momenti introspettivi, dove l’artista denota la dolcezza che l’aveva sempre contraddistinta. “Dove cadono i fulmini”, scelta da Rocco Papaleo per il suo bellissimo secondo film “Una piccola impresa meridionale”, canzone per cui è stata nominata al David di Donatello nella categoria “miglior brano originale” è una vera gemma poetica, così come le intense “Contro le onde” (la mia preferita, tra presente e futuro, tra suoni futuristici e un canto intenso e appassionato) e “Infiltrazioni”, una canzone d’amore vera e propria, romantica e profonda. In generale, lo dico ancora una volta… curiosamente, nell’album si rincorre il tema dello scorrere del tempo, della nostalgia degli anni migliori come nella già citata “Mettiti la maschera” o nella stessa “Infiltrazioni”.

Un album davvero ispirato, un’artista matura e molto poliedrica, che dovrebbe certamente godere di maggior spazio nei network specializzati; in un’epoca troppo appannaggio di fenomeni effimeri o quanto meno discutibili, una cantautrice così dotata come Erica Mou dovrebbe stare nell’elite della musica leggera italiana.

 

Dopo i fasti di Sanremo, alla (ri)scoperta di “Musica X”, l’ottimo album dei Perturbazione

Mi sono ritrovato in questi giorni ad ascoltare più volte l’ultimo album dei Perturbazione: “Musica x”, un disco uscito mesi prima dell’affermazione sanremese del gruppo rivolese e già di gran pregio, ancor prima dell’aggiunta dei brani presentati in gara (la finalista “L’unica”, che ben si è piazzata nella famosa kermesse musicale italiana per antonomasia e “L’Italia vista dal bar”, più legata agli stilemi classici cari al sestetto piemontese).

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Seguo da sempre i “ragazzi” ed è innegabile che quest’anno avessi un motivo in più per guardare con attenzione al Festival. Non è il primo anno che mi ritrovo di questi tempi a patteggiare per questo o quell’altro gruppo durante la gara (solo 12 mesi prima era accaduto con i Marta Sui Tubi in fondo), ma mai come in questa occasione, più ancora che in passato con altre band che amo come Afterhours, La Crus, Marlene Kuntz o Almamegretta, ho provato tanta emozione, per non dire “empatia” nel vedere esibirsi uno dei “miei” gruppi!
Mi piacquero da subito, sin dai timidi ma già delineati tentativi in inglese, sulla falsariga di band che ammiravo e che avevano contraddistinto la mia adolescenza e la mia formazione musicale (i R.E.M. e gli Smiths), e poi, da quando adottarono l’uso della lingua madre, soprattutto con “In circolo” fecero breccia assoluta nel mio cuore (il precedente Ep 36 lo recuperai solo in seguito).

Insomma, si era davanti davvero a un grande gruppo (indie)pop, e sono ben felice di poter dire che quella parolina fra parentesi può appunto diventare superflua, visto che, dopo il passaggio televisivo, anche il pubblico più generalista e meno attento alle realtà che partono “dal basso” si è accorto della qualità e della validità della proposta dei Perturbazione. Canzoni le loro  all’insegna di un alto tasso melodico, adatte veramente a soddisfare diversi palati (da quelli più fini, non a caso i testi delle due canzoni sanremesi sono stati considerati i migliori da quelli dell’Accademia della Crusca, mica scherzi!, a quelli più avvezzi a ogni tipo di proposta radiofonica).

Li ho sempre considerati, insieme ai livornesi Virginiana Miller il miglior gruppo italiano pop rock e non mi hanno mai smentito, nonostante la delusione per il mancato salto di qualità che, a mio avviso, sarebbe stato già meritato ai tempi del passaggio alla EMI per il loro stupendo “Pianissimo fortissimo”. Già il precedente “Canzoni allo specchio”, prodotto dall’illuminata casa discografica piemontese Mescal era notevole, con irresistibili brani come “Se mi scrivi”, la più grande hit mancata della storia della musica italiana recente, la melodica “Chiedo alla polvere”, la malinconica “Un anno dopo” e la dolcissima “Se fosse adesso”. Dopo un altro album ben fatto, ma un po’ interlocutorio e forse poco a fuoco come “Del nostro tempo rubato”, uscito per la piccola ma agguerrita “Santeria”, e del quale è stato poi avviato un fortunato tour, i fari si sono nuovamente accesi sulla band con il ritorno alla casa madre “Mescal” che non ha mai smesso di credere nella loro forza e nel loro talento.

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Dapprima uscito in forma sperimentale, in allegato alla rivista “Xl”, l’album “Musica X” si discosta notevolmente dalle precedenti produzioni del gruppo, se non altro per la confezione sonora data in fase di produzione da Max Casacci, capace spesso di marchiare a fuoco i lavori altrui, spruzzando il tutto con buone dosi di strumentazioni elettroniche, davvero insolite a un primo ascolto di un disco dei Perturbazione. Invece, come successo in passato ad esempio con il disco dei Modena City Ramblers “Viva la vida!Muera la muerte!”, Max ha soltanto “attualizzato” il sound del gruppo, modernizzandolo ma senza nulla togliere all’originalità e alla riconoscibilità degli artisti con cui si ritrova a collaborare.
Il registro poetico di Tommaso Cerasuolo e soci è sostanzialmente lo stesso, fatto di splendidi siparietti quotidiani, scenari magari “piccoli”, perché facenti parte del microuniverso che c’è in ognuno di noi, più che del livello macro, ma descritti e colti con molta purezza, poesia, delicatezza, anche quando i temi si fanno più “scottanti”, come nel caso del duetto con la bravissima cantautrice pugliese Erica Mou in “Ossexione”, in cui si parla apertamente di sesso, come mai prima la penna di Tommaso ci aveva abituati. La stessa Mou alle prese con il difficile secondo album, prodotta da Boosta dei Subsonica, aveva subito un notevole cambiamento dal punto di vista musicale, col positivo risultato di aver ampliato notevolmente il suo spettro d’azione. Anche un brano come “I baci vietati” in cui si vede la collaborazione di Luca Carboni – che davvero ho sempre paragonato a loro proprio per la cifra stilistica dei suoi testi, spesso minimalisti – è molto d’impatto a livello di tematiche, visto che si parla delle diverse generazioni che cambiano ma che in fondo sono sempre uguali. Dolcissima invece è l’ode “Mia figlia infinita”, che a Sanremo ci poteva stare benissimo, al di là del figurone fatto con un brano frizzante, originale e orecchiabile come “L’Unica”.
Elettronica sì, quella dei Perturbazione, ma in fondo un po’ “vintage”, come in “Monogamia”, o nel brano d’apertura “Chiticapisce”, capace di catturare sin dalle prime note, così come l’efficacissimo quadretto quotidiano di una classica coppia d’oggi ai tempi dell’Ikea nel brano “Diversi dal resto”. In “Questa è Sparta” fa capolino invece Niccolò Contessa, alias “I Cani”, quasi a non voler recidere i forti legami con una scena indipendente di cui si possono considerare a ragione dei “padrini” per le nuove generazioni.

Un grande album insomma, impreziosito poi dai due brani sanremesi, e che ora avrà l’occasione di essere nuovamente valorizzato e riproposto in un lungo tour post-Festival che toccherà in pratica tutta la Penisola, a cominciare dalla “mia” Verona, nella data prevista il 14 marzo a Negrar. E io non potrò proprio mancare!

Festival di Sanremo: vince in maniera scontata Arisa. Ecco le mie considerazioni finali sulla 64esima edizione del Festival della Musica Italiana

E così va in archivio anche la 64esima edizione del Festival di Sanremo, che non sarà certamente annoverata tra le più memorabili e riuscite, almeno a detta di chi scrive.

la vincitrice Arisa

la vincitrice Arisa

Sin troppa sobrietà, pacatezza, verrebbe da dire mestizia, a partire da elementi (per me marginali) ma invero da sempre importanti nel contesto della manifestazione, quali la scenografia, i momenti di “spettacolo”, le sorprese. Ci sono state almeno le canzoni, ma purtroppo relegate quasi a comprimarie e allora, almeno ci fosse stato di che divertirsi e divagare con la mente.

Leggendo vari commenti, parlando con le persone interessate o meno, perché comunque di Sanremo in questa settimana parlano tutti, mi rendo conto (e non so quanto dovrebbero farlo anche lo stesso Fazio e il suo team) di come sia stata determinante ai fini del flop (perché di questo si tratta!) la pessima, squallida, pesantissima partenza della 5 giorni sanremese.

Se gente come mia sorella o altri che solitamente non si perdono una battuta, hanno mollato il colpo dopo la prima sera, senza nemmeno arrivare alla fine, per poi decidere di passare oltre, e di recuperare i loro artisti preferiti grazie ai passaggi radio e ai video presenti in rete sin dalle primissime battute, significa davvero che qualcosa è andato storto.

Fazio davvero sto giro non mi ha convinto, troppo fiacca la sua conduzione e all’insegna di un buonismo troppo sfacciato, di maniera. Molto meglio le due edizioni di Morandi, se devo fare un confronto generale. Non dico si debba arrivare ai vertici di creatività e di esplosività di un Bonolis o di un Fiorello, qualora davvero l’anchorman siciliano volesse prima o poi cimentarsi alla conduzione di Sanremo, ma qualcosa di più frizzante e attraente il conduttore ligure doveva architettarlo. Si salva la Littizzetto, seppur meno pungente e incisiva rispetto a 12 mesi prima. Nota di merito per alcuni ospiti stranieri da me assai graditi, non certo nomi altisonanti, specie per quanto concerne la popolarità di massa, ma invero tra i migliori del loro tempo, quali Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e, non ultimo, ieri sera, l’istrionico e sfuggente cantautore belga Stromae.

Le canzoni tutto sommato sono state dignitose, i miei giudizi dati nei giorni scorsi restano sostanzialmente invariati, trattandosi comunque di gusti personali che ho tra l’altro sempre cercato di motivare, senza fermarmi a sensazioni “a pelle”. Devo dire che, anche con coloro con cui sono stato più severo, vedi Giuliano Palma, la Ruggiero o Frankie, non si possa parlare di “brutte canzoni”: semplicemente mi aspettavo di meglio, specie da quest’ultimo, che tornava alla ribalta dopo un po’ e che ci ha proposto una – migliorata comunque dopo la prima esibizione  – “Pedala”, molto somigliante comunque a brani di matrice folk-reggae poco nelle sue corde e più care a band storiche che, mi sa, davvero mai vedremo a queste latitudine, vale a dire gli Africa Unite. Se devo dare un giudizio complessivo, magari stupirò qualcuno, ma il pezzo meno convincente in assoluto è stato quello di Francesco Sarcina. Testo inconsistente, con brutte immagini poco efficaci e scarsamente evocative, un piglio nel canto esagerato ,troppo sopra le righe; una melodia che non decollava, se non negli inutili gargarismi e vocalizzi del Nostro, troppo impegnato a cercare una sua via, tra rimasugli di un Piero Pelù d’annata e un contemporaneo Kekko dei Modà, impossibile tuttora da scalzare nel cuore degli amanti dell’ “emo-pop”, concedetemi il neologismo.

Discreti brani anche quelli di Ron, Giusy e Noemi, all’insegna però di un pop un po’ striminzito. Specie da Noemi mi aspettavo di più: rimane una validissima interprete, che tiene bene il palco ed è in grado di trasmettere qualcosa, ma stavolta non ho avvertito quel pathos nel canto, quel “graffiato” che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Sul podio arrivano due outsider, i cui pezzi singolarmente non erano male, anche se c’ho messo diversi ascolti a digerire uno dei miei idoli: Raphael Gualazzi. Alla fine il pezzo non è male, non all’altezza di altre sue produzioni, ma significativo di un talento in evoluzione, cui poco ha giovato in ogni caso, se non in fase di scrittura del pezzo, l’apporto del mascherato Bloody Beetroots. Di quest’ultimo si è avvertita solo la presenza scenica sul palco, musicalmente sta su un altro pianeta (guardate i tantissimi video presenti sul tubo per capire di che sto parlando). Renzo Rubino – che per giorni ho chiamato Sergio, come ho fatto per mesi con una mia collega, chiamandola Sara, anziché Lara – è un buon prospetto, talentuoso sicuramente nel suo genere ma anche lui è andato più volte sopra le righe, quasi  volesse emulare Morgan. Per carità, rimanga sé stesso, che è giovanissimo e già quotato, e cerchi una sua strada originale e credibile. Bravi, interessanti, ma a mio avviso non meritevoli del podio.

Uno che doveva starci, nonostante mi sia espresso poco convinto del suo pezzo in gara, a discapito di quello eliminato che ritenevo più nelle sue corde, era il favorito Francesco Renga. Un altro invece che davvero lo meritava assolutamente era Cristiano De Andrè, che almeno si è rifatto con i premi della critica… dati al pezzo scartato, la splendida e autobiografica, seppur scritta dal bravo Fabio Ferraboschi, “Invisibili”. Già questo dovrebbe far rivedere una volta per tutti l’assurdo regolamento di presentare due brani! “Invisibili”, senza nulla togliere all’altro brano, indubbiamente efficace, aveva davvero una marcia in più e si sentiva quanto Cristiano avesse messo di suo nel pezzo. Io poi mi ci sono ritrovato molto e, riascoltandolo nella notte dal mio Iphone, il brano  è riuscito ad emozionarmi e a commuovermi. Mi ci sono immedesimato e poco importa se si parla di Genova e di suo padre, e non del mio, che è altrettanto “invisibile” da quasi 9 anni.

Tornando a discorsi più generali, insomma, nel mio podio dovevano finirci De Andrè, Renga (il mio potenziale vincitore, per tutta una serie di criteri, legati alla canzone stessa, alla sua interpretazione, al suo significato e alla sua capacità di arrivare a più persone, di rappresentare il brano “sanremese” per eccellenza), e Arisa.

Quest’ultima, ritrovatasi a rivaleggiare nella finalissima con i due ragazzi al pianoforte, ha avuto vita facile, tanto che sembrava per nulla stupita del suo eccellente risultato. Un brano ben confezionato , adattissimo a lei e alla sua ispirata e perfetta voce, scritta da un autore come Giuseppe Anastasi, suo ex fidanzato e ora collaboratore storico, che sarebbe giusto rivalutare come uno dei più interessanti della sua generazione.

Hanno fatto un figurone anche alcuni dei miei idoli, ma non solo; persone che davvero stimo e seguo da sempre, per i quali ho provato emozioni vere nel vederli calcare alla grande “quel” palco: i Perturbazione, Riccardo Sinigallia (peccato per la precoce e giusta, in base al regolamento, squalifica, ma almeno ha avuto lo spazio come gli altri e non c’ha rimesso per nulla!), e tra le Nuove Proposte i grandi Zibba, senza Almalibre – ma i ragazzi c’erano eccome – e Davide “The Niro” Combusti. Quest’ultimo ha interagito in rete con tanti di noi, nonostante le pressioni e le tempistiche del Festival davvero strette, testimoniando anche della nascita e della condivisione di amicizie che magari potrebbero portare in futuro anche ad interessanti collaborazioni, nel suo caso con il bravo cantautore tarantino Diodato, una delle sorprese di questa rassegna. Mi è piaciuto anche Filippo Graziani… porta un nome pesante e lui ne è consapevole, ma bisognerebbe andare oltre i paragoni, altrimenti rischieremmo per l’ennesima volta di schiacciare un gran talento che magari non arriverà mai alle vette del padre Ivan, ma che potrebbe regalarci in ogni caso delle belle canzoni. E’ dura comunque per i giovani in questi anni, il mercato è spietato e gli spazi e i tempi, seppur illimitati e condivisibili con tantissime persone, sanno anche clamorosamente restringersi, tanta è la concorrenza. Senza andare troppo a ritroso, negli ultimi anni, abbiamo visto calcare Sanremo Giovani validissimi cantanti: l’anno scorso, oltre a Rubino, anche il vincitore Maggio (io l’avrei voluto volentieri rivedere quest’anno, oltretutto ho apprezzato tanto il suo disco d’esordio!), il Cile e Nardinocchi; l’anno precedente la bravissima Erica Mou e Guazzone. E poi ancora gli IoHoSempreVoglia che provenivano dal mondo indie.

E che dire di un’edizione che porto nel cuore, quella del 2010? Gareggiavano gente come La Fame di Camilla, che l’anno scorso hanno annunciato il loro scioglimento, Luca Marino, Nicholas Bonazzi, Mattia De Luca, Romeus e Jacopo Ratini, che ho avuto modo di conoscere, pur non avendolo mai incontrato di persona. Un grande talento, c’ha riprovato anche quest’anno, dopo aver presentato un bellissimo brano, ma senza fortuna. Eppure, la sua esperienza sanremese non la dimenticherà mai e mi è capitato di scrivergli in questi giorni: è stato bello scoprire come sia ancora in stretto contatto con molti di quegli artisti che condivisero con lui quel palco, appunto Marino o il chitarrista dei La Fame di Camilla, segno come scritto prima, che possono nascere anche dei buoni e spontanei sodalizi, al di là delle competizioni e del fatto che in pochi minuti ci si possa giocare una carriera. Ci sono anche i rapporti, le persone, il sudore e l’impegno dietro quei 4/5 minuti, spesso condensati ad orari da nottambuli, e chi organizza un Festival così rilevante ne dovrebbe, ahimè, tenere conto. Quell’anno, in cui emerse almeno la bravissima Nina Zilli, vinse uno dei ragazzi più inconsistenti fuori usciti dai talent show, Tony Maiello. Non me ne voglia il ragazzo, che trovo davvero impersonale, ma il confronto ad esempio con Marco Mengoni, per distacco a mio avviso, il più completo e talentuoso proveniente dal “vivaio” di X Factor, è davvero impietoso.

Tutto per dire comunque che, forse, quest’anno, nonostante abbia portato in luce pochi esempi di coloro che stanno facendo carriera in confronto di chi lo meriterebbe, c’è davvero chi potrebbe, indipendentemente dall’andamento della classifica finale, continuare bene il proprio percorso, specie appunto Zibba e The Niro che hanno alle spalle un nutrito numero di sostenitori.

Va beh, mi sono reso conto di aver perso un po’il filo del discorso, è ora di resettare il tutto, chiudere questa lunga settimana sanremese e guardare avanti, sperando comunque che la musica non sia ricordata solo in questi frenetici 5 giorni. Si ritorna alla realtà, dopo aver vissuto quasi in una bolla di sapone, tanto che in pratica nessun artista in gara, ha parlato di cose”sociali”, della situazione attuale del Nostro Paese. Il tema, piuttosto, declinato talvolta in modo stucchevole e retorico, è stato quello universale, e proprio per questo, “ingiudicabile” e indefinibile oggettivamente, della bellezza. Mi è parso efficace comunque il monologo di Crozza: forse davvero sarebbe il caso di ricordarci più spesso chi siamo e cosa siamo stati in grado di rappresentare nel Mondo, anziché guardare al futuro con rassegnazione e scarsa fiducia, vergognandoci del presente che stiamo attraversando. Io nel mio piccolo cerco sempre più di un appiglio per andare avanti con serenità d’animo, col sorriso, con tanti piccoli e grandi progetti. Basterebbe poco per migliorare la nostra vita, ma bisogna partire dalle piccole cose, da noi stessi.

Lo stupendo brano di Cristiano De Andrè: “Invisibili”

Music Summer Festival: altro che Festivalbar!

Ero indeciso se dedicare addirittura un intero post al Music Summer Festival, annunciato come grande novità del palinsesto Mediaset di quest’estate, salutato da più parti come erede più diretto di quella kermesse storica che ha accompagnato intere generazioni di piazza in piazza per tantissimi anni, vale a dire il Festivalbar. Stimolato da una conversazione avvenuta su un noto social network, eccomi quindi condividere con voi lettori le mie impressioni. Innanzitutto, io, al di là del contesto godereccio, di aggregazione giovanile e di voglia di fare festa, non ho rivisto quello spirito che emanava il mitico, quello sì, programma ideato dall’ indimenticato Salvetti. Sgombero il campo da possibili equivoci, non è questioni di facili nostalgie per il tempo andato (pure lecito quando arrivi a 36 anni), nè un desiderio inconscio di voler per forza paragonare, comparare, due epoche che sembrano lontanissime, visto il mutamento stesso della società tutta – avvenuta a ritmi vertiginosi – con conseguenze dirette sul modo di usufruire, ascoltare, produrre, presentare quel bene prezioso che è la musica. Eppure anche mia mamma, che si è vista una finale all’Arena del Festivalbar sul finire degli anni 70, mi ha scritto a un certo punto un sms dicendomi che i programmi le parevano simili.

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(Clementino, il mio favorito è lui: buoni testi, bella attitudine e musiche che non tradiscono la sua terra)

Mah, musica di tendenza a parte… domina il teen rap e questo è un dato di fatto… a mio avviso il rap vero è un altro, n0n dico quello delle posse o quello per forza di cose politicamente impegnato, ma qui siamo a livelli di pop di consumo, di isterie che mi fa sempre pensare a fenomeni “da stagione”. Non me ne vogliano coloro che sono partiti dall’underground e che ora si godono dei primati in classifica FIMI (Salmo, Gemitaiz, Ensi, Rocco Hunt, Vacca, Noyz Narcose tanti altri)… infatti loro non sono stati invitati… ma per tutti gli altri l’effetto è del “mordi e fuggi”,come quella moda effimera di due/tre anni fa che aveva portato alla ribalta insipide teen pop italiane come Lost, Dari ecc… poi scomparse dalle scene. Se devo dire comunque un nome che rappresenta il rap per come piace a me, allora spendo volentieri una parola per Clementino. Lui sì che mette nei testi tematiche sociali, vicine alla sua città e lo fa con buon gusto musicale, non dimenticando le radici napoletane. “O’ vient” è un gran pezzo. Poi parere personale, eh? Uno può anche accontentarsi di ballare e saltare per un  brano come “Alfonso Signorini” del pluritatuato Fedez, ma nella musica io cerco altro.

Tuttavia qualcosa secondo me non ha funzionato dalla base, dai conduttori ad esempio. Stendo un velo pietoso sul figlio di Walter Chiari, e passo alla Marcuzzi. Dai, almeno studia un po’.. cavoli, c’è Nicole Schwerzinger, possibile che proprio non sappiate spiaccicare una sola parola di inglese??? E’ vero che pure gli stranieri dovrebbero sforzarsi di dire due parole in italiano, però scusa, te che conduci, interagisci un po’, mostra interesse e professionalità! Il criterio di gara poi è quanto meno ambiguo: ammetto che non mi sono ben informato sul regolamento prima di mettermi alla visione ma quando ho sentito parlare di gara per emergenti e Moreno me lo escludi, beh, mi viene qualche dubbio. Forse perchè si dà per scontata la sua vittoria, così come lo era quella ad Amici (torniamo al discorso della “moda” del teen pop e delle scene di isteria delle quattordicenni, le stesse che vanno ai One Direction… il pubblico è il medesimo, vorrà dire qualcosa?), e allora diciamolo, è stato una m0ssa promozionale vera e propria: piazzarlo in apertura, al massimo dell’audience, fargli gli inevitabili complimenti.. ma ripeto, il rap esiste nei bassifondi da 30 e passa anni ormai… e poi via alla gara, francamente in tono dimesso. Una Bianca Atzei, per cui nemmeno il duetto con i Modà ha portato un po’ di gloria, veramente deludente, nonostante l’apporto di un plastificato e lampadatissimo Maurizio Solieri ad affiancarla alla chitarra elettrica.. Si sta parlando di uno dei migliori chitarristi rock italiani… ovviamente non cag.. non citato dai competenti conduttori. I big poi non mi entusiasmano in simili contesti.. cavoli, è una gara di giovani? E allora non rubare la scena, tanto sei ovunque. Logico, il brano di Zucchero mi è piaciuto tantissimo, ma sarebbe ora che questi big si mettessero in gioco in una gara una volta ogni tanto… L’amico Carlo Calabrò, musicofilo italiano (questo è il suo interessante blog http://notedazzurro.blogspot.it/ suggeriva una soluzione che a me non dispiacerebbe.. perchè non dare spazio in competizioni simili al rilancio di artisti certo non datati o “vecchi” che proprio in questi giorni a fari un po’ spenti sono tornati sulle scene con un nuovo disco? Gente valida come Fabrizio Moro, Alexia o la giovane Erica Mou che ormai si è inserita con successo pure nel contesto indie alternativo, collaborando con ottime band come Perturbazione ed essendo stata prodotta per il suo sorprendente terzo  album (secondo dopo Sanremo con etichetta Sugar)dal Subsonica Boosta, mago dei suoni elettronici. Tanti quesiti, tanti dubbi che mi hanno lasciato l’amaro in bocca, tanto che alle 10 e poco più ho spento la tv e mi sono immerso in una piacevole lettura che in più parti rievocava il mito del Cantagiro, alla faccia del passato e della nostalgia 🙂 In definitiva, mi è parso più efficace il WIND MUSICA AWARDS, ed è tutto dire!

Musica italiana: è sempre più il momento della Puglia!

Un tempo era Al Bano a tenere alta la bandiera della Puglia nell’ambito della musica italiana. In coppia con l’ex moglie Romina, è diventato icona e alfiere di un canto all’italiana che non rinnegava mai le sue forti radici di uomo del sud, pugliese per l’appunto.

Poi vennero altri esponenti minori, fino alla fioritura di questi ultimi 10 anni, nei quali l’onore e la credibilità artistica della Regione è appannaggio ormai di molti e investe tutti gli ambiti della musica moderna, dal pop da alta classifica, al rap/hip hop, dal rock alternativo a quello mainstream, dall’invasione nei talent di giovani virgulti, a cantautori in erba in possesso di doti riconosciute.

Se veniva più facile un tempo parlare di “scena romana” o “torinese”, ora è invece difficile raccogliere in un “unicum” tante validissime proposte come quelle emerse in Puglia, tanto che ci si azzarda a localizzare ulteriormente, e allora ci sono i salentini, i baresi… insomma, vediamoci un po’ più chiaro.

I Negramaro sono i massimi esponenti di un mainstream rock partito dal basso, dalle scene alternative: d’altronde la loro proposta da subito è stata assai multiforme, tra decise virate rock e ballate da accendino. La popolarità va alle stelle dopo una (sfortunata) esibizione sanremese, con la loro canzone eliminata tra i fischi e lo sgomento dell’allora conduttore Paolo Bonolis, che aveva puntato molte fiches sull’affermazione del gruppo salentino.

L’istrionico, imprevedibile Michele Salvemini, da Molfetta, noto ai più come Caparezza (pseudonimo derivato dalla sua folta e caratteristica capigliatura) è ormai da quasi 10 anni esponente di un genere ibrido, che partito dal rap chilometrico è confluito in un mix di suggestioni e attitudini, che contemplano rock, funky, alternative, hip hop. Fanno da contraltare liriche come se ne sentono poche in Italia, non solo condite da rime ricercate e messe ad hoc, ma intessute di disagio sociale, denuncia, ira, il tutto utilizzando l’arma del sarcasmo.

Una cantautrice ormai affermata è Emanuela Trane, in arte Dolcenera, da subito notata per la potente ugola e per la vasta conoscenza musicale, soprattutto per la maestria nel suonare il pianoforte. Con lei, negli ultimi anni, sono emerse prepotentemente, grazie al talent di Canale 5, “Amici”, due star delle classifiche attuali, le amiche Alessandra Amoroso, dolce e passionale nel canto, e la più grintosa Emma Marrone, recentissima vincitrice del Festival. Che aggiungere su di loro? Il tempo ci dirà se diventeranno delle Big del panorama della musica leggera italiana, sulle orme delle dichiarate madrine, rispettivamente Laura Pausini e Gianna Nannini, di cui sembrano plausibili eredi.

Da un talent, precisamente da X Factor, è uscito anche un gruppo che ha avuto meno impatto sul pubblico, ma che in trasmissione colpì moltissimo per le grandi doti vocali dei suoi componenti, al punto che vinsero a mani basse l’edizione, sotto la guida del guru Morgan: gli Aram Quartet. Ormai sciolti, stanno tentando una (difficile) carriera solista.

Tra le gemme uscite dalla Puglia, non si può dimenticare la giovanissima Erica Mou, da Bisceglie,  vincitrice del Premio Critica tra le Nuove Proposte. Suadente, profonda e meritevole della vittoria, la sua “Nella vasca da bagno del tempo” è  prova tangibile di un nuovo cantautorato che non lascia indifferente. Da Bari invece proviene un’altra ex promessa del bel canto italiano, Valeria Vaglio che, chitarra a tracolla (come la Mou) colpì molto per la delicatezza con cui affrontò il tema dell’omosessualità sul Palco di Sanremo, nel 2008. La sua “Ore e ore” è davvero un gran pezzo, meritava più ascolti.

A Sanremo Giovani 2012 sul podio finiscono anche gli scanzonati, sin dal nome di battesimo, IoHoSempreVoglia, da Monopoli, un quintetto che con disinvoltura ha affrontato l’Ariston, senza perdere nulla della loro spontaneità e carica. Semplice ma non banale la loro proposta, una ballata che in radio funziona bene.

Non ha ancora raggiunto la piena popolarità ma può vantare già una folta schiera di estimatori la bravissima cantautrice jazz-pop Evy Arnesano, da Squinzano, una voce pulita e una determinazione senza eguali, nel proporre un genere poco convenzionale dalle nostre parti.

Ma sono pugliesi anche altri due (ex) amici, il foggiano Antonino Spadaccino, dotato di una voce dalle cadenze suol/rhythm and blues da brividi e il tarantino Pierdavide Carone, che con Dalla alle spalle potrebbe davvero fare il gran salto come cantautore brillante e originale.

Last, but not the least, cito un gruppo a me carissimo, i Sud Sound System, esponenti di punta di un rap sapientemente miscelato col reggae e col dub, scatenati e fortissimi, tra i migliori in assoluto nel loro genere, con le loro liriche cantate spessissimo in dialetto salentino mandate a memoria dai loro numerosi fan.

Doveroso però accennare anche a tutto quel retaggio folk, popolare presente in gran quantità nella Regione pugliese.

Tra i tanti, mi piace nominare Michele Merla, di San Giovanni Rotondo compaesano della mia fidanzata (Mary è originaria della splendida cittadina del Gargano), autore di brani popolari in cui la competenza musicale va a braccetto con il perpetuarsi di una cultura di quel paese, in brani come “Saluteme a soreta”, “A Luca”, “La ciuccia de Lurenze”.

La serata dei duetti, tra grandi show e imbarazzo

La serata dei duetti regala sempre emozioni e sorprese, e non alludo alla parata di stelle di giovedì sera (il mio cuore ha battuto per Patti Smith, la cui esecuzione con i miei paladini Marlene Kuntz, è stata giustamente votata come la migliore da una giuria di giornalisti).

Ma parliamo dei duetti di ieri sera, alcuni notevoli, altri ininfluenti, altri ancora imbarazzanti, o meglio, raccapriccianti, come mi ha suggerito un amico.

Il mio preferito continua ad essere Finardi, brano che mi emoziona, così come il duetto con Peppe Servillo, uno dei migliori interpreti della musica italiana. Interprete è pure riduttivo, per un camaleonte come lui, impegnato a teatro e al cinema, dove spopola il fratello Toni.

Non vincerà, quello è appannaggio della grintosa Emma, specie dopo il duetto con  l’amica Alessandra Amoroso; a mio avviso tuttavia a una venticinquenne non stanno gli ambiti impegnati, specie se devi “impersonare” un pensionato!

Noemi e Curreri hanno fatto centro: splendida esecuzione e canzone che nasconde un testo davvero romantico, d’amore, ma non nel senso bieco del termine.

Mi ha convinto anche Renga, in  una versione più delicata e meno urlata della sua “La Bellezza”. Il brano prende corpo ascolto dopo ascolto, meriterebbe quanto meno il podio, poiché bissare al Festival è impresa davvero da pochi.

Dolcenera ha un pezzo ottimo, Gazzè (che stimo e ho avuto modo di conoscere, persona schiva e umilissima) non ha aggiunto nulla, sovrastato dalla voce della collega.

Arisa, sempre più quotata, vedi le collaborazioni con Pagani e ieri, Giovanardi dei La Crus, in questa nuova veste, più matura, è più consapevole dei suoi notevoli mezzi. Mi piace il trasporto con cui canta la canzone, dai forti connotati autobiografici, Joe ci ha messo l’anima per la riuscita di un duetto che potrebbe presagire, a detta dei protagonisti, collaborazioni future.

Senza infamia e senza lode Bersani, serio candidato assieme a Carone a vincere il Premio della Critica. Il pezzo “Un pallone” è forte di suo, originale, dallo stile stralunato ma metaforicamente impegnato: l’attore Paolo Rossi, istrionico come sempre, ha fatto però da contorno.

Accennavo a Pierdavide,finalmente maturato. Giorno dopo giorno, sta raccogliendo meritati consensi, e poco c’entra la fugace presenza del suo nuovo mentore Lucio Dalla, peso massimo della musica leggera italiana. “Ninì” spiazza con la sua pura dolcezza, e ieri Grignani ha contribuito tantissimo, con la sua voce graffiante. Ho conosciuto Gianluca, non è un mistero che apprezzi le sue canzoni e le sue attitudini. Mi sento talvolta con la sorella Giada, grazie alla rete, e posso affermare che lui vive per la musica, si immerge in essa, come egregiamente ha fatto ieri sera. Peccato per quei pregiudizi dovuti a notizie pompate dai mass media. Ma ha un talento sconfinato, provare per credere “Natura Umana”, l’ultimo lavoro discografico.

Nina Zilli si è fatta accompagnare dall’amico di vecchia data Giuliano Palma che con la sua voce chiara ha fatto da controluce alla splendida interpretazione dell’altrettanto rilucente cantante piacentina.

Veniamo ai flop: partendo dagli eliminati, che un po’ se la sono cercata.

I Matia Bazar, forti di una canzone sufficientemente sanremese e ben cantata dall’impeccabile Silvia Mezzanotte, avrebbero potuto schierare chiunque, viste le conoscenze. Invece clamorosamente si sono affidati a… Platinette, seppur in abiti non “patinati” ma l’effetto straniante è stato il medesimo!

Male anche la Civello, tanto apprezzata nei giorni precedenti: ha pesato il fatto che sia poco popolare a un vasto pubblico e, passato l’effetto novità, è andata in secondo piano nelle preferenze. A nulla è servita un’accoppiata “furba” con la recente vincitrice di X Factor, la sedicenne (!) Francesca Michielin, già in testa alle classifiche di vendita.

Stendo invece un velo pietoso su Gigi D’Alessio e la Bertè, era dai tempi del progetto goliardico del compianto Bigazzi negli anni ’80 che non assistevo a una cafonata del genere. Già il pezzo in sé è piatto e risibile, cucito addosso alla Bertè la cui voce stridula fa l’effetto di un’unghia sulla lavagna, al cospetto dell’impegno profuso dal napoletano.

Ieri addirittura una versione alla “David Guetta”, composta da Fargetta, icona dance anni ’90 e conosciuto ormai ai più come marito della Panicucci.

Vedere 100 ragazzi sul palco a ballare forzatamente un brano pessimo, manco fossero sulle spiagge di Ibiza mi ha messo addosso solo tanta tristezza… ma il televoto è sovrano e allora avanti il Gigi Nazionale.

Due parole sui giovani: non si può voler male ad Alessandro Casillo: è un bambino in fondo, dotato vocalmente (anche Luis Miguel approdò sul palco a 14 anni d’altronde), aveva dalla sua un popolo di 100.000 fan raccolti agevolmente su Facebook, come faceva a non vincere?

Ottima la Erica Mou, alla quale è stato assegnato un annunciato premio della Critica. Mi sono già esposto su di lei, prevedo una grande carriera, ha solo 21 anni e una piena maturità. Ieri ho avuto il piacere di scambiare un’opinione e farle una domanda nello spazio video chat del tg1, spero in futuro di poterla intervistare.

Ottimo anche Marco Guazzone, abile al pianoforte e forte di reminiscenze anglofone nell’attitudine, frenato tuttavia da un’estrema e limitante timidezza (giovanissimo pure lui, 23 anni).

Non male gli IoHoSempreVoglia che, nome a parte, hanno proposto una canzone dai toni soffusi e romantici, piazzandosi in un primo momento sul secondo gradino del podio, facendosi poi scavalcare da Erica Mou, premiata come migliore dalla stampa.

E stasera la finalissima!!! Votate bene, mi raccomando!!!