Amarcord Italia Under 17 ai Mondiali di calcio: quando a giocare erano i giovani Del Piero, Totti e Buffon

Alla vigilia del Mondiale di calcio Under 17 che avrà il via stasera con le partite del Gruppo A, dove è inserito il Brasile padrone di casa, e che vedrà impegnata a distanza di 6 anni dall’ultima partecipazione anche i nostri giovani azzurri, mi sembrava doveroso ripercorrere con voi lettori un po’ di storia della nostra Nazionale in questa prestigiosa manifestazione.

Un’ Italia che a livello di Under 17, ai Mondiali, non ha mai particolarmente brillato in passato, anzi… rispetto alle corrispettive compagini azzurre impegnate nel Mondiale Under 20, capaci di giungere in semifinali nelle ultime due edizioni, il bottino è davvero gramo.

Eppure hanno calcato questi iridati prati verdi giocatori poi divenuti autentici campioni: il primo pensiero va ai futuri Campioni del Mondo Del Piero, Buffon e Totti.

Il primo era la stellina azzurra nell’edizione giocata in casa nel 1991, finita in modo assai deludente, con una precoce eliminazione nella fase a gironi. Proprio oggi ho visto dal sito di Sky Sport uno spot in cui si può vedere l’unico sigillo di Alex in quella competizione.

Nel filmato si può riconoscere in area vicino a lui il numero 9, un certo Eddy Baggio, fratellino del Divino Roby, che meno fortuna (e molto meno talento, giusto dirlo) certamente ebbe sia rispetto a lui, che allo stesso ex compagno di nazionale giovanile Del Piero.

In quella rosa militavano altri giocatori che comunque si tolsero delle soddisfazioni tra i professionisti, con molte presenze in serie A, come i difensori Sartor (all’epoca tra i più precoci e costosi talenti del calcio nostrano) e Mirko Conte, o il portiere Sereni e i difensori Birindelli e Moro, anche se questi ultimi tre, a onor del vero, non giocarono titolari in quel Mondiale, lasciando il posto rispettivamente a Mainardis, a Rinaldi e a Tortorelli, che ebbero meno successo in carriera.

In mezzo al campo promettevano moltissimo il romanista Caputi, il torinista Della Morte (che indossava la 10, laddove il non ancora Pinturicchio aveva la 7, poi riproposta al Mondiale vinto in Germania, e presa proprio in ricordo di quella primissima importante competizione della sua lunghissima carriera), il viola Chiummiello e il bolognese Lorusso.

Mentre Caputi e Della Morte non esplosero in serie A ma fecero una soddisfacente carriera tra seconda e terza serie, Chiummiello “misteriosamente” non calcò praticamente mai i campi professionistici, nonostante indubbie doti tecniche. Del pugliese Graziano Lorusso, talentuosissimo regista del Bologna, ebbi invece modo di scrivere anni fa in un articolo sul Guerin Sportivo dedicato a quei giocatori che avevano abbandonato anzitempo il rettangolo verde per dedicarsi a tutt’altro nella propria vita. E nel caso di Lorusso, la scelta fu tanto radicale quanto autentica, essendo diventato sacerdote dopo un lungo e sospirato percorso.

A centrocampo giostrava l’atalantino Poloni, un talento cristallino, che debutterà a 18 anni in serie A per abbandonarla però subito, mentre il capitano di quella compagine era il fiorentino Giraldi. Quest’ultimo era vero elemento di spicco della selezione azzurra in quel Mondiale, dove fungeva da libero. Avrebbe potuto ripercorrere forse le orme dei grandi del ruolo ma il calcio stava cambiando a livello tattico e fu presto impostato diversamente in campo, valorizzando altre sue qualità. Già l’anno successivo (nel 1992) fu protagonista nella Fiorentina che vinse un fantastico Torneo di Viareggio, giocando davvero a tutto campo, svariando da una fascia all’altra e quasi sempre in proiezione offensiva. Il nome di Giraldi finirà per campeggiare soprattutto nelle serie minori, e pur non essendo riuscito a sfondare in serie A, alla fine l’ex viola riuscirà a mettere insieme molte presenze da professionista. Completano il quadro di quella spedizione azzurra altri giocatori di cui si persero presto le tracce al momento di approcciarsi al calcio che conta, penso all’eclettico Sala (solo omonimo del coetaneo difensore che vinse uno scudetto col Milan di Zaccheroni) e al forte attaccante Cerminara. Il primo, se non altro, dopo un fugace esordio in A con la Sampdoria, si è ritagliato un ruolo di assoluto protagonista nelle serie minori professionistiche, giocando a lungo e divenendo un autentico veterano della serie C.

Anche il Mondiale di Buffon e Totti non andò benissimo, gli azzurrini pur in possesso di qualità tecniche, fecero poca strada. Accanto a loro figuravano futuri giocatori professionisti che in qualche modo brillarono, magari per poche stagioni, e promesse mancate: penso ad esempio al laterale Vigiani, i difensori Giubilato – che lo stesso Totti ricorda più volte nella sua autobiografia – e Francesco Coco, i due attaccanti milanisti Augliera e De Francesco e l’esterno mancino Dossi, stella del Brescia (che in Nazionale spesso e volentieri indossava la 10).

Per fortuna su You Tube si trovano diversi filmati, seppur brevi, delle prime apparizioni di Totti in quel Mondiale, e relativi bellissimi gol. Quando il talento è così debordante, viene fuori quasi con prepotenza. Eppure, scorrendo i nomi delle varie edizioni, compreso quelli già elencati delle edizioni del 1991 e del 1993, si può ben constatare come invece ben pochi riescano a esplodere ad alti livelli, esprimendo appieno le loro grandi potenzialità.

Non sempre i migliori diciassettenni di un periodo, di una determinata epoca, quelli chiamati a rappresentare le nazioni partecipanti alla competizione mondiale, diventeranno poi dei campioni. Chi a causa di infortuni, chi per scelte sbagliate, chi semplicemente perchè non in grado di mantenere le promesse, insomma, per i più svariati motivi, sono di gran lunga di più i giocatori che non arrivano a vestire da protagonisti la maglia Azzurra dei grandi (e la cosa ovviamente vale anche per le altre nazionali).

In fondo già che i citati Del Piero, Totti e Buffon siano giunti ad alzare al cielo la Coppa del Mondo del 2006 è motivo d’orgoglio: nelle rose dell’Italia partecipanti ad altre edizioni più recenti del Mondiale Under 17, ad esempio, non figura nessun futuro campione.

Tra gli ’88 che presero parte all’edizione del 2005 in pratica il solo De Silvestri, attualmente a Torino ha speso l’intera carriera in serie A dagli esordi con la Lazio, ma altre stelle conclamate di quella Nazionale non hanno mantenuto le attese. Se è vero che Scozzarella e Alfonso sono tutt’ora nella massima serie (rispettivamente al Parma e al Brescia), dopo una lunga carriera nelle serie minori, gente come Russotto e Foti avevano i mezzi per fare molto di più, per essere protagonisti ad altissimi livelli. Il primo ormai da anni milita in serie C, dove è valido “giocatore di categoria”, in possesso ancora di ottimi colpi; il secondo invece da anni ha appeso le scarpe al chiodo, dopo una serie interminabile di infortuni.

Sembravano avviati a una buona carriera, visti i mezzi tecnici a disposizione, anche l’ex romanista Palermo, regista di centrocampo attualmente alla Viterbese e che non ha praticamente mai visto la serie A e il terzino sinistro Brivio, per il quale ancora minorenne si spesero paragoni importanti, quanto inappropriati, ai tempi in cui passò dal vivaio dell’Atalanta a quello della Fiorentina. In rosa figurava da comprimario anche Mancosu, all’epoca talento del Cagliari, e che dopo un lungo peregrinare in serie C, ha trovato a Lecce l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue qualità, arrivando a 30 anni suonati a disputare finalmente il campionato di serie A da autentico uomo simbolo dei salentini. Una serie A in cui sta dimostrando di poterci stare benissimo, oltretutto in un ruolo cruciale come quello di trequartista.

Fece decisamente meglio la Nazionale partecipante all’edizione del 2009, quella dei ’92 per intenderci, che dopo aver agevolmente passato la fase a gironi, passò gli ottavi, per perdere infine il confronto diretto ai quarti di finale contro i futuri campioni del Mondo della Svizzera.

Nella nostra squadra i talenti più fulgidi, sui quali veniva da scommettere ad occhi chiusi erano El Shaarawy e Federico Carraro. Del primo si sa tutto, è un gran talento indubbiamente, ma in parte inespresso, mentre il secondo (ex Fiorentina) si è perso purtroppo tra prestiti infruttuosi nelle serie minori (fino a scendere episodicamente fra i dilettanti), prima di riprendere la risalita, almeno da arrivare a giocare in serie C da protagonista come sta facendo negli ultimi due anni tra Imolese e Feralpi Salò.

In porta Perin fu uno dei migliori portieri di quel Mondiale e sta disputando, infortuni a parte, una bella carriera in serie A;  gli altri nomi su cui era lecito aspettarsi di più erano gli attaccanti Iemmello, gran fromboliere al momento solo in B e in C, i centrocampisti Crisetig (che, essendo un ’93 era il piccolino del gruppo) e Fossati (attualmente regista del Monza di Berlusconi) e i difensori Sini e Camilleri, quest’ultimo “scippato” giovanissimo dal Chelsea, prima di rientrare mestamente in Italia e iniziare un vorticoso giro di esperienze nella nostra serie C.

Titolari giocavano anche i figli d’arte Benedetti e De Vitis che, curiosamente, si sono ritrovati compagni di squadra molti anni dopo al Pisa, dove tutt’ora militano in serie B. Come terzino destro, ma utilizzabile talvolta anche davanti alla difesa, c’era Felice Natalino, su cui l’Inter puntava fortissimo dopo averlo prelevato un anno prima dal Crotone. La sua storia ormai è nota, con il giovane costretto a ritirarsi dal calcio giocato ad appena 21 anni per un problema cardiaco, lo stesso costato alla vita al povero Piermario Morosini.

E veniamo così all’ultima nostra partecipazione a questa prestigiosa competizione, datata 2013 e con protagonisti i giocatori del ciclo ’96/’97, e che quindi oggi, superati i 20 anni si trovano nella piena fase di crescita calcistica. In grado di passare più o meno agevolmente il loro girone, i Nostri vennero poi sconfitti senza appello agli ottavi per 2 a 0 contro i futuri finalisti del Messico (a loro volta poi sconfitti dalla Nigeria).

Dicevamo, si tratta di giocatori che adesso viaggiano tra i 22 e i 23 anni, quindi qualcuno dovrebbe già aver consolidato la sua posizione ad alti livelli, avendo finito anche il ciclo dell’Under 21. Invece, non si trattò di un biennio alquanto prolifico, con la maggior parte dei protagonisti ancora inespressi, alla ricerca della stagione di consacrazione o di salire di categoria. A ben vedere i soli Audero, portiere ex Juve in forza alla Sampdoria, e il terzino Calabria, da sempre al Milan, giocano titolari fissi in serie A con ambizioni legittime di far parte del giro Azzurro che conta, altri invece stanno pian piano emergendo o sono in massima serie in cerca di spazio. Tra questi l’arrembante interista Dimarco, l’attaccante del Cagliari Cerri, il fantasista granata Parigini, il gialloblu ex Napoli Tutino e il doriano ex Inter Bonazzoli ma, come detto, la maggior parte di loro sta annaspando (su tutti quello che è stato veramente un enfant prodige del nostro calcio: il portiere Scuffet, che alterna buone cose a disattenzioni incredibili anche allo Spezia in B, dove gioca tutt’ora. Chissà però se altri di quella rosa, come Vido, scuola Milan ora al Perugia, il regista Palmiero, vivaio Napoli ora al Pescara o l’ex romanista Capradossi, centrale difensivo che a Trigoria qualcuno paragonava addirittura ad Aldair, riusciranno a calcare i campi di serie A…

Insomma, a conti fatti, i precedenti dell’Italia al Mondiale Under 17 non sono certo incoraggianti ma nel calcio giovanile non esistono delle gerarchie stabilite e possono nascere dei cicli di giocatori validi a qualsiasi latitudini.

Noi, in ogni caso, abbiamo una storia, una scuola, solide basi e, da qualche anno a questa parte anche dei valori riconosciuti, come testimoniano le recenti finali conseguite agli Europei Under 17 e Under 19. La strada pare tracciata, ma occorre iniziare a fare risultati, sempre tenendo presente che l’obiettivo di ogni squadra giovanile è in primis quella di formare dei bravi professionisti.

 

DOSSIER FIGLI E FRATELLI D’ARTE NEL MONDO DEL CALCIO

Nel calcio, come in ogni settore lavorativo, è facile imbattersi nei cosiddetti “figli d’arte”, quei protagonisti di una certa professione o disciplina che possono “vantare” un cognome di un certo prestigio, tale in alcune situazioni da poter ambire a possibilità di carriera altrimenti precluse. Pensiamo a tanti giovani rampolli di famiglia che assumono incarichi prestigiosi nelle aziende messe in piedi dai propri genitori o più semplicemente a certi fenomeni di vero e proprio nepotismo che hanno riguardato, sino ai nostri giorni in maniera persino preponderante, la sfera sociale e politica. Ma in alcuni ambiti è davvero impossibile bluffare, avvalendosi cioè di un importante cognome per fare strada. Pensiamo agli artisti in genere, del cinema o della musica, dove esistono belle eccezioni, ma a cui non basta chiamarsi “Lennon” o “Presley” per diventare ai livelli del padre, né tanto meno “De Sica”. Dove vige il talento, esistono delle forme di “giustizia” o quanto meno di obbiettività che indicano una strada privilegiata alla meritocrazia, diffusa ad ogni latitudine, in quanto queste regole valgono all’estero come in Italia, territorio privilegiato per questa inchiesta.

Nel calcio, come in tutti gli sport, d’altronde, alle chiacchiere si contrappongono dati, numeri e vittorie e, pertanto, non basta portare un nome sulla maglietta (per quanto prestigioso, pensiamo al “Maradona” del Cervia, la squadra del Reality “Campioni” che aveva assoldato il figlio di Diego sperando si presume in una ancora più efficace strategia di marketing, non fosse già bastata in quel contesto la tv). Ma neppure il fratello minore di Maradona, Hugo (una comparsata nell’Ascoli ventisette anni fa) seppe minimamente avvicinarsi a cotanti gesta calcistiche. Eppure, non sempre un cognome “di peso” si dimostra essere alla prova dei fatti un boomerang. Esistono casi importanti di giocatori che hanno avvicinato, eguagliato e in pochi sparuti casi superato i trionfi del padre, aprendo la porta a vere dinastie di atleti.

Foto storica, con l'immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell'Inter di Herrera

Foto storica, con l’immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell’Inter di Herrera

Sin dai tempi pionieristici pre- Campionato unico, era solito vedere nelle fila delle squadre, coppie di fratelli. Uno dei massimi esponenti calcistici degli anni 10 e 20 (ma la cui carriera si protrasse fin quasi a metà degli anni ’30, con una ricomparsa nel ’39 ad Arezzo a quasi 45 anni) è Luigi Cevenini, detto “terzo” (III in numeri romani, come si era soliti usare all’epoca), in quanto poteva vantare due fratelli maggiori e due minori calciatori come lui. Luigi tuttavia divenne presto il più completo, la star di famiglia, accumulando qualcosa come 190 partite in campionato condite da ben 158 reti, nonostante lo stop forzato di 4 anni in piena Prima Guerra Mondiale, dal 15 al 19, quando vestiva la maglia del Milan.

Nella Juve del quinquennio, centravanti infallibile e assai prolifico, prima di un ridimensionamento tecnico coinciso con un infortunio, era Felice Placido Borel, detto anche II, perché già il fratello di Aldo Giuseppe, anch’egli tra gli altri giocatore della Juve in precedenza. Borel II divenne campione del Mondo nel ’34, seppur da comprimario dietro i più affermati Meazza, Schiavio e Orsi, e segnò la bellezza di 132 reti in carriera in 257 gare di campionato, in pratica una ogni due partite.

Negli anni ’40, dal suo esordio in A sino al tragico epilogo di Superga, furoreggia il 10 di Valentino Mazzola, giocatore universale, riconosciuto dai più come il massimo talento della sua epoca. Porta in dote al Torino ben cinque scudetti consecutivi, intervallati dalla parentesi dello Spezia nel campionato di guerra del ’44, trascinando la squadra granata nella leggenda di questo sport. Eppure uno dei suoi figli, l’interista Sandro, riuscì a eguagliarne le gesta, nonostante una differenza tecnica piuttosto evidente, sia come ruolo che come personalità in campo. Sandrino, efficace sia come finto centravanti che successivamente come interno, vinse con la squadra nerazzurra ben 4 scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali, divenendo pure capocannoniere in una stagione (come successe al padre, seppur quest’ultimo non giocasse da attaccante).

Meno felice la carriera del fratello minore Ferruccio, che alcuni accreditavano da giovane come più promettente rispetto a Sandro, in possesso di una tecnica cristallina e di un modo di stare in campo (centrocampista puro o trequartista) non dissimile da quello del padre Valentino.

Eppure Ferruccio, piuttosto discontinuo, dopo le giovanili nell’Inter e la positiva esperienza di Venezia, sulle orme del padre, non seppe confermarsi ad alti livelli, mancando il salto di qualità in squadre come Lecco, Lazio e Fiorentina, sfiorendo in serie C a nemmeno 30 anni, con il Sant’Angelo.

Da metà degli anni ’60 fino agli inizi degli ’80 uno dei migliori cannonieri italiani è stato Giuseppe Savoldi, cresciuto nella fucina di talenti dell’Atalanta ma poi consacratosi tra Bologna e Napoli, dove divenne mister miliardo. Per lui, bomber di razza, la bellezza di 168 reti in 405 gare di campionato (con l’apice del titolo di cannoniere nel ’73 insieme a Pulici e Rivera, mentre poca fortuna ebbe in Nazionale, vista la concomitanza di tanti validi giocatori nel ruolo di prima punta.

Il fratello minore Gianluigi, precocemente scomparso a 58 anni nel 2008 dopo una grave malattia, pur talentuoso nel ruolo di mezz’ala non seppe avvicinarsi alle vette di Giuseppe, pur entrando dopo la trafila atalantina e due esperienze formative in categorie minori, nelle grazie della Juventus. Il bianconero tuttavia sembrava andargli troppo largo, vista la concorrenza di fenomeni nel ruolo (su tutti Capello e Haller) e così proseguì la carriera tra Cesena e Vicenza, senza tuttavia mai far decollare le buone premesse.

In genere, un ruolo completamente diverso rispetto al predecessore, può aiutare nell’allontanare confronti spesso rischiosi. Venendo quindi ai giorni nostri non si può certo dire che Daniele Conti stia sfigurando in serie A, seppur non toccando i vertici del padre Bruno, favoloso fantasista mancino protagonista del Mundial ’82 dove fu eletto da Pelè come miglior giocatore della manifestazione. Daniele non possiede le doti tecniche del padre ma abbina forza fisica e senso tattico da gran regista che gli hanno consentito, una volta smentito gli scettici, una carriera che sinora lo ha portato al totale di 361 presenze, quasi tutte nella massima serie, se si escludono i 4 anni di B ad inizio carriera, e quasi tutti con la sola maglia del Cagliari, squadra adottiva dopo il precoce esordio in maglia giallorossa sulle orme del padre.

Maggiori tuttavia i casi di figli d’arte nel calcio che non riescono ad esprimere quanto fatto in carriera dai loro padri. Per loro all’inizio il nome non è un problema, nel senso che più facilmente rispetto al ragazzino che parte dal club locale possono arrivare in vivai importanti ma poi molto spesso i riflettori cominciano a puntare su di loro. Tutti, dai tifosi alla dirigenza, ai semplici appassionati sportivi, si aspettano quel “qualcosa” in più che il cognome dovrebbe in qualche modo garantire, come se la genetica contasse su tutto. In questi casi essere “figli di papà” non aiuta, lo certificano casi come quelli di Alessandro Bettega, Mattia Altobelli, Marco Fanna, Mattia Pin che, seppur ancora giovani, hanno abbandonato da tempo sogni di gloria e di professionismo, mentre appare impervia anche la strada di Gianmarco Zigoni e Matteo Mandorlini, nonostante l’indubbio talento messo in mostra nelle categorie giovanili.

Dura pure la vita dei fratelli d’arte, specie se il tuo, di nome Roberto,  è stato Pallone d’Oro nel ’93, finalista al Mondiale l’anno successivo o molto più semplicemente il miglior giocatore italiano degli ultimi 50 anni. Eddy Baggio ha speso una carriera tra tanta serie C e un po’ di B, segnando comunque a palate (soprattutto nelle Marche, ad Ascoli e Ancona ma anche a Pisa e Catania tra le altre) e onorando il suo cognome con tanta passione e dignità.

E mentre all’orizzonte del grande calcio si stanno affacciando i figli di Maurizio Ganz e Antonio Comi (rispettivamente Simone e Gianmario), trascinante coppia gol dell’ultima Primavera del Milan, a Carpi si è fatto le ossa Filippo Boniperti, nipote del grande Giampiero, icona juventina e a Gubbio l’anno scorso ha ben debuttato il centrale difensivo scuola Torino e Inter Simone Benedetti (figlio del cuore Toro Silvano), c’è anche chi ha saputo superare, forti di una carriera straordinaria le pur bellissime carriere dei propri cari.

Christian Vieri, possente attaccante che ha militato in tantissime squadre (le due di Torino, le due milanesi, la Lazio, l’Atalanta, l’Atletico Madrid, il Monaco, la Fiorentina e negli anni di gavetta al Pisa, al Venezia e al Ravenna) è uno dei più prolifici attaccanti italiani di sempre, con i suoi 142 gol in serie A. In tutta la carriera ne segnerà ben 194 solo nei vari campionati con l’apice dei 24 gol in altrettante gare nell’unico anno in Spagna con i “Colchoneros” e i ben 103 in 144 con la maglia dell’Inter, tra il 1999 e il 2005, periodo in cui da molti addetti ai lavori era considerato il miglior centravanti del mondo.

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Il padre Roberto, gran talento della trequarti negli anni ’60, agiva in posizione più arretrata, da classico 10 di fantasia e giocò le sue migliori stagioni alla Sampdoria, ma poi fallì alla Juventus e successivamente si limitò al compitino alla Roma e al Bologna. Dotato di ottima tecnica ma di scarsa propensione al sacrificio, optò poi per scelte di vita che lo condurranno prima a giocare a Toronto e successivamente in Australia, dove nacque l’altro figlio Max, anch’egli discreto giocatore cadetto in Italia, ma senza la grinta e la personalità del fratellone “Bobo”.

Il caso più eclatante di giocatore italiano in grado di superare la già egregia carriera del padre è tuttavia quello di Paolo Maldini, figlio di Cesare.

Quest’ultimo, classe ’32, triestino di ferro, dopo due promettenti stagioni nella squadra di casa, la gloriosa Triestina di cui divenne a soli 21 anni capitano, passò al Milan, legando indissolubilmente il suo nome al club rossonero, forte di 347 presenze e 3 reti. Difensore straordinario, col fisico, il senso tattico, uno dei più efficaci primi “liberi” del nostro calcio, si impose grazie anche alla strabordante personalità e intelligenza calcistica. Battendo in finale il Benfica di Eusebio nel ’63, toccò a lui, emblema e capitano del Milan, alzare in cielo la prima Coppa dei Campioni, stessa sorte toccata esattamente 40 anni dopo dal figlio Paolo, che di coppe dei campioni prima ne aveva già vinte 3 e successivamente nel 2007 a quasi 39 anni  ne avrebbe vinta un’altra, portando così il suo totale a 5.

maldcesa

 

(la dinastia dei Maldini: Paolo e il padre Cesare alzano da capitani la Coppa dei Campioni con la maglia del Milan… e all’orizzonte si prepara per il grande calcio il giovane Christian, classe ’96, figlio di Paolo e già negli Allievi dei rossoneri)

Difensore universale, ha composto per anni una delle difese meglio assortite di tutta la storia del calcio, con Tassotti, Costacurta e Baresi, debuttando da terzino sinistro, ruolo in cui si impose come il migliore in assoluto della sua epoca, per poi passare in tarda età a centrale, sulla falsariga di altri grandi difensori italiani. Sin dal suo debutto in serie A, datato 20 gennaio 1985 a nemmeno 18 anni, fu palese che del raccomandato non aveva proprio nulla e la sua lunghissima carriera (cui ricordare tutti i numeri e trofei diventa quasi un’impresa, basti pensare al record di partite ufficiali con lo stesso club, il Milan, ben 902 o quello delle finali di Champions in coabitazione col madridista Gento, 8  per farsi un’idea della sua statura di giocatore) ne è una fulgida testimonianza. E alla finestra è già pronto in rampa di lancio il figlio Christian, classe ’96, che gli addetti ai lavori indicano già come probabile erede in campo al Milan, giusto prosecutore di una dinastia davvero unica.