Le prime indicazioni del campionato dopo 2 giornate: Juve favorita ma le rivali sono partite bene. Squadra per squadra ecco un primissimo bilancio della nuova serie A

Il campionato di Serie A è ripartito e siamo di nuovo fermi per la sosta della Nazionale (mai come in questo caso però mi vien da dire che sia per molte squadre “salvifica”, visto che il calciomercato deve ancora concludersi e sono evidenti l’incompletezza e l’incompiutezza di alcune rose). Poi la gara che ci aspetta in chiave azzurra è davvero di quelle da non fallire, contro la Spagna, nostra diretta avversaria nel girone di qualificazione per i Mondiali 2018.

Tuttavia, pur frammentario, volubile e francamente azzardato, mi viene naturale porre l’attenzione su alcuni aspetti emersi in queste prime due giornate di campionato e trarne un “bilancino”, con tutti i se e tutti i ma…

  • ATALANTA (pt 0) lo score pare piuttosto ingannevole. Alla stregua di una matricola assoluta, ai bergamaschi sono toccate in sorte nelle prime giornate due big riconosciute del torneo (Roma e Napoli) e il sacco è ancora vuoto di punti. L’anno scorso la partenza fu simile ma è sinceramente poco plausibile pronosticare una stagione da rivelazione. La sosta arriva giusta per “riabilitare” l’esterno Spinazzola, che già si vedeva bianconero. Ceduti tanti talenti, come scontato che accadesse, non lo è altrettanto che i sostituti siano all’altezza nonostante la bravura di tecnico e società.
  • BENEVENTO (pt 0) tanto entusiasmo, la voglia di giocarsela a viso aperto ma anche l’impatto difficile con la nuova realtà che finora ha portato due sconfitte in altrettante gare. Sarà un campionato di sofferenza in cui gli elementi di maggior tasso tecnico dovranno incidere al meglio per garantire almeno la lotta per la permanenza. Poi esistono i “casi Crotone”, quindi mai partire perdenti in partenza.
  • BOLOGNA (pt 4) partono benissimo i felsinei, ai quali è chiesta una stagione senza patemi (come successo l’anno scorso, d’altronde) ma magari condita da prestazioni qualitativamente migliori. La sensazione è che Destro sia più in forma e “cattivo”rispetto al recente passato, che Di Francesco possa rivelarsi appieno,  e che Verdi,  lontano dagli infortuni che spesso lo hanno sin qui attanagliato, possa diventare un crack. Tante incognite ma anche solide realtà.
  • CAGLIARI (pt 0) calendario proibitivo che sin qui non ha lasciato ai sardi nemmeno un punticino. Eppure contro il Milan si sono intravisti segnali di crescita importanti. C’è da confidare che arrivi un acquisto last minute di un certo peso, in grado di rimpiazzare Borriello, altrimenti l’attacco rimarrebbe deboluccio. E per una squadra come quella di Rastelli che crea tanto gioco è deleterio anche solo ipotizzarlo.
  • CHIEVO (pt 3) l’impressione è che i veronesi abbiano mezzi sufficienti per conseguire l’ennesima salvezza. A colpire finora è stato un gioco sorprendentemente più fluido e arioso. Inglese da’ ampie garanzie, il suo sparring partner Pucciarelli si è sbloccato ma urgono rincalzi adeguati, in attesa del rientro di Meggiorini dopo il lungo stop. Difesa e centrocampo viaggiano a occhi chiusi.
  • CROTONE (pt 1) occorre un altro miracolo, forse anche più grande della prodigiosa salvezza di qualche mese fa. Nicola è un ottimo tecnico che sa il fatto suo ma l’organico è palesemente indebolito dopo gli addii di gente come Falcinelli, Ferrari, Crisetig e Capezzi. Il furore è lo stesso della stagione scorsa, mancano gli interpreti.
  • FIORENTINA (pt 0) ovviamente è prestissimo per parlare di flop ma la squadra viola era attesa al varco, dopo la rivoluzione dell’estate che ha portato via in un colpo solo gente del calibro di Valero, Vecino, Bernardeschi e per ultimo Kalinic, senza contare i mancati rinnovi di simboli come Rodriguez. Un nuovo corso affidato a una guida tecnica nuova, Pioli, anch’egli desideroso di rilanciarsi. Non bisogna fare drammi, l’organico è intrigante con i suoi tanti prospetti di qualità, specie da metà campo in su. Ma occorre trovare equilibrio e un assetto tattico convincente. Soprattutto ci vuole tempo per fare integrare i volti nuovi.
  • GENOA (pt 1) aria di cambiamenti in casa Genoa, con voci di cambio di mano al vertice. Banale scriverlo, ma questa incertezza si è manifestata sul mercato, con acquisti validi per garantire una permanenza in A che è obiettivo minimo ma non al punto da ambire a qualcosa di più. Specie in attacco i dubbi sono molti, nonostante il buon impatto di Galabinov. Lapadula sotto la Lanterna potrebbe rigenerarsi ma è un attaccante che rende al massimo quando la squadra lo supporta.
  • INTER (pt 6) Spalletti doveva rappresentare l’acquisto più importante per i nerazzurri e dalle prime uscite sembra che il valore aggiunto in effetti possa essere lui. Icardi già in palla, Perisic a tratti devastante e finalmente una mediana di qualità, indispensabile se si vuole competere ad alti livelli. Chissà se il tecnico varerà la difesa a 3, dovesse arrivare Mustafi e considerando l’ottimo impatto di Skriniar. Questo potrebbe consentire anche l’impiego simultaneo di Cancelo e Dalbert. Si tratterebbe di andare a toccare un meccanismo che sinora sta dando buone risposte ma dà l’idea dell’ampia gamma di soluzioni tattiche in serbo.
  • JUVENTUS (pt 6) ordinaria amministrazione le due vittorie consecutive dei pluri Campioni d’Italia? Direi di no, con la squadra ancora arrugginita e i nuovi che praticamente non si sono visti. La sensazione è che le rivali siano ben più agguerrite di un anno fa ai nastri di partenza, e lo stanno confermando sul campo. Certo che con un Dybala formato Messi puntare al settimo scudetto consecutivo non sembra certo un’utopia.
  • LAZIO (pt 4) Inzaghi è stato bravissimo a tenere compatta (e competitiva) la squadra nonostante i malumori di Keita, in procinto di lasciare il club. Meccanismi rodati, elementi che si stanno per consacrare ai massimi livelli (vedi Milinkovic -Savic) e la fiducia di società e tifosi fanno sì che l’ambiente (almeno in apparenza) sia tranquillo e pronto a riconfermarsi.
  • MILAN (pt 6) l’attesissima squadra rossonera, dopo il faraonico mercato (soprattutto a livello “quantitativo”) sta mettendo in mostra un enfant du pays che risponde al nome di Patrick Cutrone. Sinora implacabile cecchino alle sue primissime uscite in Prima Squadra, l’attaccante classe ’98 è il fiore all’occhiello di una fantastica nidiata. Sul campo il potenziale dei rossoneri è evidentemente più rilevante di un anno fa, sta a Montella assemblare al meglio la squadra. Voli pindarici però meglio non farne, si consiglia di procedere a step, arrivare nei primi 4 deve essere il primo obiettivo.
  • NAPOLI (pt 6) la vera antagonista della Juventus è partita in estrema scioltezza, con due vittorie dal medesimo convincente risultato (3 a 1) e con una consapevolezza dei propri mezzi finalmente acquisita. Rimane il dubbio legato alla permanenza di Reina, cederlo significherebbe indebolire la squadra, inutile girarci attorno.
  • ROMA (pt 3) Di Francesco ha perso il primo scontro diretto ma almeno fino a metà secondo tempo la Roma aveva tenuto testa ampiamente all’Inter, costruendo tante situazioni offensive, sfiorando gol (vedi i tre pali) e in generale non dando l’impressione di una squadra inferiore. Il colpo Schick può far assorbire la partenza di Salah, nonostante le caratteristiche fra i due siano del tutto differenti e fornire varianti tattiche all’allenatore.
  • SAMPDORIA (pt 6) ottimo avvio della squadra di Giampaolo, non solo sul piano dei risultati (due vittorie consecutive che magari non erano in preventivo) ma soprattutto sul piano del gioco. A differenza di altri, il mister ha lanciato subito nella mischia i nuovi acquisti, e sia la vecchia conoscenza del calcio italiano Ramirez, sia l’estroso Caprari stanno rispondendo alla grande. Se ci mettiamo la voglia di Quagliarella di ruggire ancora ad alti livelli e la crescita di elementi come Torreira e Praet siamo davanti a una compagine in grado di regalare gioie ai propri tifosi.
  • SASSUOLO (pt 1) Bucchi è un allenatore che può ben figurare anche in A, la rosa a sua disposizione è buona ma molto è ancora da registrare, specie in fase difensiva. Davanti è necessario fare chiarezza su chi puntare, gli ultimissimi giorni di mercato faranno la conta di chi rimane e chi parte.
  • SPAL (pt 4) tornare in A a 49 anni dall’ultima volta e scoprire di sentirsi, non dico nuovamente a casa ma comunque a proprio agio è una bellissima sensazione. Entusiasmo a mille sorretto da determinazione e voglia di misurarsi con chiunque senza remore ma soprattutto senza alcuna presunzione. La società ha puntellato la rosa con acquisti di tutto rispetto per una squadra che deve mirare all’obiettivo salvezza. E Borriello ha già timbrato un cartellino. Semplici arrivato tardi in A ha la stoffa dell’allenatore vincente.
  • TORINO (pt 4) a mercato finito, i sostenitori granata potranno finalmente tirare un sospiro di sollievo qualora Belotti sia rimasto in organico. Molti dei destini del Toro dipendono infatti dai gol del bomber, a lungo corteggiato da club italiani (Milan su tutti) ed esteri (dalla Premier e ultimo dal Monaco). Ma il Gallo sinora non si è fatto distrarre e guida un attacco ancora più ficcante, considerando la nuova impostazione tattica di Mihajlovic. L’Europa League non pare assolutamente un miraggio, servono rispetto a un anno fa una maggiore continuità di risultati e il salto di qualità di alcuni elementi (Baselli, Barreca e Zappacosta).
  • UDINESE (pt 0) era difficile pronosticare un’Udinese ancora a secco di punti dopo le prime due giornate. La squadra di Delneri, promettente a centrocampo, sta palesando limiti in attacco dove pesa l’assenza di un valido sostituto di Zapata (che con Thereau componeva una buona coppia offensiva) e in una difesa molto rinnovata. Dal mercato servono i giusti ritocchi altrimenti si potrebbe clamorosamente ritrovare a lottare con i pugni e con i denti per garantirsi l’ennesima salvezza.
  • VERONA (pt 1) al ritorno in serie A il Verona è partito con le incognite legate all’inesperienza di Pecchia, all’esordio in serie A dopo aver guidato i gialloblu lo scorso anno in cadetteria e a una rosa, sì migliorata in esperienza con gli arrivi di Cerci, Heurtaux e Caceres ma ancora estremamente corta e lacunosa nei rincalzi. Pazzini poi è stato, fra molti dubbi, relegato in panchina per i primi due match e al momento pare un lusso per una squadra praticamente dipendente da lui in fase offensiva.
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Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

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Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.

 

 

Bilancio della serie A al giro di boa. Promossi, bocciati, top, flop e rivelazioni

Si è concluso ieri il girone di andata del campionato di serie A 2015/16 con il Napoli campione d’Inverno, come non gli accadeva dai tempi del suo ultimo scudetto. Che sia di buon auspicio? In questo caso sono leciti gli scongiuri da parte dei tifosi partenopei ma sembrano sussistere molte condizione affinchè questo avvenga nell’imminente futuro.

Higuain, straordinario cannoniere e vero trascinatore del Napoli Campione d'Inverno 2015/2016

Higuain, straordinario cannoniere e vero trascinatore del Napoli Campione d’Inverno 2015/2016

Primo fra tutti, il motivo principale di una possibile affermazione partenopea per lo scudetto è il bel gioco messo in mostra per lunghi tratti del torneo dai ragazzi di Sarri. L’ex tecnico dell’Empoli, accolto con parecchio scetticismo ma reduce da un sfavillante campionato in Toscana, ha presto smentito tutti, dopo il normale periodo di apprendistato. Il Napoli ha perso terreno sull’Inter solo due mesi fa ma la frenata dei nerazzurri e la conseguente ripresa degli azzurri, li aveva proiettati nuovamente in alto, fino al sorpasso giunto in extremis.

La stessa Inter però, a ragion veduta, può rappresentare una sorpresa, nel senso che non era pronosticata proprio come candidata principale al titolo. Non sempre le performance degli uomini di Mancini sono state entusiasmanti sul piano del gioco, ma i risultati arrivavano in serie e la difesa pareva irreprensibile. Non si spiega poi molto la doppia caduta consecutiva casalinga, contro Lazio e Sassuolo.

Ciò ha facilitato la lunga rincorsa dei detentori del titolo. La Juventus, attesa a un torneo interlocutorio, come sembrava testimoniare il complicato inizio di stagione, ha invece trovato gli ingranaggi giusti, risultando nuovamente vincente, oltre che rinnovata, spinta all’astro nascente di Dybala, uno degli uomini simbolo del campionato, assieme al “mostro” Higuain, capace di siglare ben 18 reti a metà campionato.

L'argentino Dybala, stella del torneo, sta riuscendo nell'impresa di non far rimpiangere Tevez alla Juventus

L’argentino Dybala, stella del torneo, sta riuscendo nell’impresa di non far rimpiangere Tevez alla Juventus

La Fiorentina, a lungo col fiato sul collo delle capolista, appare più debole negli interpreti (specie quando gli sono venuti a mancare i big della squadra Ilicic, Kalinic o Bernardeschi) e forse ancora troppo acerba a questi livelli. In fondo, eccezion fatta per la splendida affermazione a San Siro contro l’Inter, ha sempre fatto flop negli appuntamenti importanti, quando era chiamata al salto di qualità. Rimane comunque una delle rivelazioni del torneo, nonché una delle compagini che propongono un bel calcio, merito certamente anche dell’esordiente tecnico in serie A Paulo Sousa.

il giovane Bernardeschi, speranza viola e del calcio azzurro, una della rivelazioni della bella Fiorentina del girone d'andata

il giovane Bernardeschi, speranza viola e del calcio azzurro, una della rivelazioni della bella Fiorentina del girone d’andata

Chi ha deluso invece, senza se e senza ma, sono le due romane e il Milan.

Sulla Roma era lecito attendersi un campionato di vertice, sia per la qualità oggettiva dell’organico, sia per carenze altrui. I giallorossi però hanno inanellato una serie di prestazioni negative, sul piano della qualità del gioco come in quella dei risultati, rimanendo irrimediabilmente attardata in classifica. La Lazio ha alternato buone prestazioni, sulla falsariga dell’ottima passata stagione, ad altre disarmanti. Anche il Milan viaggia in un mare di problemi, con una società non più in grado di imporsi sul mercato, nonostante i tanti milioni (mal) spesi. Squadra spesso senza né capo, né coda, in cui anche il tecnico Mihajlovic, un po’ come accaduto a Garcia alla Roma, sembra in balia della situazione e incapace di trovare una dimensione tecnico/tattica alla rosa messagli a disposizione.

Le vere rivelazioni della serie A sono Sassuolo ed Empoli. Gli emiliani, al terzo anno di A sono ormai una certezza, in grado di infilare risultati clamorosi in serie, di non sfigurare contro le (presunti) grandi e di competere sul mercato. Possono puntare all’Europa League e nessuno griderebbe allo scandalo, considerando la bontà dell’organico di Di Francesco.

Chi ha davvero stupito è l’Empoli del neo-tecnico Giampaolo, che sembrava ormai perso per il grande calcio. Invece, redivivo più che mai, sta facendo persino meglio del suo predecessore Sarri (che innegabilmente gli ha lasciato in dote una buona eredità), avendo di fatto già salvato la squadra dalla serie B. Oltretutto lo ha fatto dopo aver perso molti pezzi pregiati in estate (Valdifiori, Hysaj, Vecino, Rugani, Sepe), sostituendoli con giocatori giovani e sicure promesse come il trio di centrocampo Zielinski-ParedesBuchel o il portiere Skorupski, potendo però contare sull’eterno Maccarone, sulle fragorose conferme di gente come Tonelli, Laurini e Pucciarelli e sulla piena affermazione dei futuri uomini mercato Mario Rui e Saponara, la stella della squadra.

Ricky Saponara, rimanendo a Empoli, ha fatto la scelta e ora si sta consacrando come un fuoriclasse giusta. Rappresenta la ciliegina sulla torta della sorpresa Empoli

Ricky Saponara, rimanendo a Empoli, ha fatto la scelta giusta e ora si sta consacrando come un fuoriclasse. Rappresenta la ciliegina sulla torta della sorpresa Empoli.

Hanno alternato a prestazioni superbe, gagliarde, positive, altre scialbe, deludenti e talvolta incomprensibili, squadre come le due genovesi e il Torino, attese a un campionato più che tranquillo, dopo aver navigato in zona Europa per tutta la stagione scorsa.

La Sampdoria, precocemente eliminata in coppa, ha saputo rialzarsi in fretta, ottenendo nella prima parte di stagione una serie di ottime prestazioni, condite da valanghe di gol, compensate però da fragilità difensive dettate da mancanza di equilibrio tattico. Zenga, mai entrato in sintonia con l’ambiente, è stato esonerato e il suo successore Montella solo sul finale ha dato segni di poter risollevare la squadra, imperniandola soprattutto sul marcatore Eder e su un Cassano forse mai così maturo. Il Torino aveva iniziato con gran piglio, per poi squagliarsi a ¾ del cammino. Il Genoa a tratti è parsa sin troppo allo sbando per essere vera, e distratta forse in alcuni suoi uomini dalle ricorrenti voci di mercato, finendo pericolosamente appena sopra la zona retrocessione.

Atalanta, Udinese, Chievo, Bologna e Palermo stanno disputando un torneo più che sufficiente, se vogliamo persino da 7, nonostante non siano proprio continue a livello di risultati. La salvezza appare comunque molto alla portata.

Rimangono le due “cenerentole” annunciate, Carpi e Frosinone, effettivamente da sempre nella zona calda della classifica, con i ciociari in grado però di alzare la testa per vedere cosa ci sta sopra e di disputare delle buonissime partite, specie tra le mura amiche. Troppi però i gol presi. Il Carpi ha un gioco forse meno propositivo ma è dura a morire e ha costretto più volte avversari più quotati tecnicamente a sudare per averne la meglio. Tuttavia, non possiamo darle per spacciate, visto che con le unghie e con i denti, sono a stretto giro di posta dal quartultimo posto.

Chi non ha proprio attenuanti è il fanalino di coda Hellas Verona, cui nemmeno il sofferto cambio in panchina, con l’avvicendamento tra lo storico allenatore Mandorlini (che aveva riportato la squadra in serie A, prendendola in terza serie) e l’esperto Delneri, ha portato la sospirata svolta. Otto punti sono davvero pochissimi, un record negativo che difficilmente potrà essere sopperito da un buon girone di ritorno.

I NOMI DEL CAMPIONATO squadra per squadra

Ovviamente non sempre top e flop corrispondono a un vero riconoscimento oggettivo o a una delusione effettiva. Laddove le squadre stanno primeggiando o giocando secondo aspettative, è difficile (e persino talvolta ingeneroso) indicarlo, così come nel caso di squadre in grave difficoltà risulta altresì arduo parlare di top o rivelazioni ma tant’è… eccovi i nomi che, nel bene o nel male, si sono contraddistinti in questa prima fase del campionato.

ATALANTA: TOP DE ROON, RIVELAZIONE GRASSI, FLOP DENIS

BOLOGNA: TOP GIACCHERINI, RIVELAZIONE DIAWARA, FLOP DESTRO

CARPI: TOP LETIZIA, RIVELAZIONE MATOS, FLOP MARRONE

CHIEVO: TOP MEGGIORINI, RIVELAZIONE INGLESE, FLOP MPOKU

FIORENTINA: TOP KALINIC, RIVELAZIONE BERNARDESCHI, FLOP MARIO SUAREZ

FROSINONE: TOP CIOFANI, RIVELAZIONE PAGANINI, FLOP ROSI

EMPOLI: TOP SAPONARA, RIVELAZIONE ZIELINSKI, FLOP ZAMBELLI

GENOA: TOP PAVOLETTI, RIVELAZIONE GAKPE, FLOP PEROTTI

INTER: TOP HANDANOVIC, RIVELAZIONE LJAJIC, FLOP KONDOGBIA

JUVENTUS: TOP DYBALA, RIVELAZIONE EVRA, FLOP CUADRADO

LAZIO: TOP BIGLIA, RIVELAZIONE HOEDT, FLOP MAURICIO

MILAN: TOP BONAVENTURA, RIVELAZIONE DONNARUMMA, FLOP BALOTELLI

NAPOLI: TOP HIGUAIN, RIVELAZIONE JORGINHO, FLOP CHIRICHES

PALERMO: TOP VAZQUEZ, RIVELAZIONE GOLDANIGA, FLOP DURDEVIC

ROMA: TOP PJANIC, RIVELAZIONE SADIQ, FLOP DZEKO

SAMPDORIA: TOP SORIANO, RIVELAZIONE IVAN, FLOP MURIEL

SASSUOLO: TOP BERARDI, RIVELAZIONE PELLEGRINI, FLOP DEFREL

TORINO: TOP BASELLI, RIVELAZIONE AVELAR, FLOP BELOTTI

UDINESE: TOP THEREAU, RIVELAZIONE LODI, FLOP DI NATALE

VERONA: TOP MORAS, RIVELAZIONE GOLLINI, FLOP PAZZINI

 

 

DOSSIER SERIE A: quanto hanno inciso gli stranieri nel nostro campionato? PARTE 3

NAPOLI

Ottima stagione dei partenopei, chiusa meritatamente al secondo posto, sospinta da un Cavani inarrestabile, ormai uno dei migliori bomber mondiali. Difficile trattenere uno così, che di anno in anno migliora e segna caterve di gol. Per il resto, il ciclo è quello costruito da Mazzarri negli anni, nel quale ormai ci stanno a meraviglia i due svizzeri Behrami e Dzemaili (girone di ritorno pazzesco per questo giocatore che seguo da tantissimi anni e che unisce come pochi qualità e quantità), meno l’altro mediano Inler, passato in secondo piano dopo un girone d’andata non al top. Califfo Campagnaro in difesa, ormai all’Inter, oggetto misterioso Rolando, leader al Porto, in ballottaggio Pandev con l’idolo di casa Insigne ma sempre puntuale quando chiamato in causa. L’impressione è che con Benitez la squadra cambierà faccia e non sarà facile forse rivoluzionare una squadra che ha fatto del gruppo una vera arma vincente

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PARMA

Squadra peperina, che gioca bene ma che spesso si accontenta. Donadoni ha saputo creare un giusto mix di italiani e stranieri, giovani e vecchi, amalgamando il tutto perfettamente. E ‘ emerso in tutto il suo talento l’attaccante Belfodil, si è ritrovato Amauri, hanno brillato Paletta, ruvido ma efficace e la freccia Biabiany, a tratti imprendibile. Discreto anche se rozzo e lontanissimo dai paragoni di gioventù Benalouane, sufficiente Valdes ma raramente decisivo nel ruolo ormai acquisito di regista “alla Pirlo”.

PESCARA

Spiace constatarlo anche in questa sede ma la stagione degli abruzzesi è stata davvero deludente, dopo un discreto girone d’andata in cui almeno la squadra era rimasta in galleggiamento. Tanti stranieri, ma ben pochi quelli adeguati. Bene all’inizio Quintero, poi scomparso dopo un Sudamericano Under 20 vinto da protagonista con la sua Colombia (e lui è stato insignito del premio come miglior giocatore della manifestazione, insomma, la stoffa c’è eccome), a tratti è piaciuto Weiss, che però ha spesso predicato nel deserto. Assolutamente insufficienti gli oggetti misteriosi offensivi Caraglio, ben accreditato alla vigilia e Vukusic, autore di un solo gol in tutto il torneo. Ci si attendeva qualcosa in più da Arce e Cosic, alla fine con grande dignità ha fatto il suo il vecchio brasiliano Togni, autore di spettacolari gol su punizione, mentre il “boscaiolo” Bjarnason si è fatto notare soprattutto per la bella chioma bionda naturale.

PALERMO

Campionato nato e finito male, con molti protagonisti annunciati e in possesso di talento autentico fagocitati nella mediocrità. Si salva, con un girone di ritorno da big, lo sloveno Ilicic, e pure il giovanissimo Dybala ha mostrato colpi interessanti. Non ha fatto mancare il suo solito contributo a centrocampo il paraguayano Barreto ma poco ha potuto fare per salvare la baracca. Oggetto misterioso Formica, in difesa parsi allo sbaraglio Von Bergen, Munoz – che pure continuo a reputare un buon prospetto – mentre Morganella e Garcia sulle fasce almeno hanno garantito dinamismo e tanto impegno, anche se la qualità scarseggia. Hernandez in pratica non si è mai visto causa infortunio ma si potrebbe ripartire da lui. Rios, titolare inamovibile nella nazionale uruguayana, ha faticato tantissimo a trovare la sua collocazione tattica, e non ha convinto nessuno dei tanti mister succedutosi in panchina.

ROMA

Che delusione! L’avevo accreditata addirittura come candidata allo scudetto. Sono affascinato dalla squadra, dalla rosa, dalla società, dal calore che circonda la Roma ma davvero quest’anno è andato tutto storto, sin dall’ inizio. Il patrimonio tecnico è valido, ma occorre sfoltire, specie chi è parso inadeguato, come Goicoechea e Piris, che a tratti mi sembrava non valessero nemmeno la serie B, Stekelenburg, a disagio con i nostri attaccanti. Si sono salvati Castan e il giovanissimo Marquinhos ma è chiaro che non si può mettere tutto il peso di un reparto sulle spalle di un diciottenne, seppur promettentissimo. Pjanic ha giocato poco e in molti ruoli, perdendo spesso la bussola; Tachtsidis, imposto da Zeman, ha finito per incartarsi e spiace perchè avendolo visto un anno intero a Verona, posso affermare con certezza che ha tutto per sfondare ma evidentemente Roma è troppo larga per il momento; onesto il lavoro di Marquinho, pronto alla bisogna, mentre sugli scudi sono finiti Bradley, alla faccia della soluzione “marketing” e il giovane Lamela. L’americano ha giocato un grande campionato, tutto grinta e personalità, l’argentino è fragorosamente esploso a suon di gol meravigliosi.  Da lui bisogna ripartire.

SAMPDORIA

Tanti stranieri utilizzati prima da Ferrara e poi da Rossi e molti sono emersi in fretta, a iniziare dalla promessa Icardi, un 93 che però all’Inter dovrà darsi da fare per scalare le gerarchie, per passare a Krsticic, inventato regista magistrale e purtroppo nuovamente fermo ai box. Se l’è cavata tutto sommato anche l’ex bianconero Estigarribia, così come un’ottima figura ha fatto lo spagnolo Obiang, dai grandi mezzi atletici e fisici. Eder si è impegnato molto e ha messo in mostra velocità e tecnica, mentre paiono in ribasso le quotazioni di Maxi Lopez, troppo incostante.

SIENA

Retrocessione sofferta per i toscani, giunta al termine di una bella rincorsa, nella quale si sono messi in mostra alcuni giocatori come Emeghara, pescato in Svizzera e subito decisivo e Neto, invero subito “rapito” dai soldi russi. Altri hanno fatto la loro parte come Calello, il tecnico Agra e l’esperto Angelo, ma non è servito e all’orizzonte pare avvistarsi un torneo difficile, con probabilissima penalizzazione iniziale.

TORINO

Una comoda salvezza nell’anno del ritorno in serie A. Sono piaciuti il ruvido Glik, falloso ma dal cuore Toro doc, ha salvato la baracca il piccolo portiere volante Gillet, mentre a centrocampo si sono ben disimpegnati Basha, all’esordio in A e il vecchio Santana, sempre sul pezzo. Poco utilizzato ma interessante lo sloveno Birsa, oggetto misterioso Bakic, su cui la Fiorentina ha puntato molto ma che in granata non si è in pratica mai visto. A sprazzi bene Barreto, pupillo di Ventura, anche se è parso lontanissimo da una condizione fisica quanto meno accettabile, in avanti qualche buon spunto anche dal brasiliano Jonathas, che in B fa la differenza.

UDINESE

Squadra mulietnica per definizione, ha inanellato un girone di ritorno da scudetto. Non fa più notizia ma davvero nessuno quest’anno sembrava ipotizzare un simile exploit. Ogni anno esce un jolly, e in questa stagione sono migliorati tantissimi Pereyra, giocatore a tutto campo, il giovanissimo Zielinsky, un 94 dalla tecnica incredibile, mentre è esploso in tutto il suo talento il fenomenale Muriel! Altri hanno fatto qualche presenza come Renegie, Hertaux dimostrando di poterci stare e di essere utili alla causa. Brkic non ha fatto rimpiangere Handanovic e in difesa hanno brillato ancora una volta i validissimi Danilo e Benatia.