Analisi (il più possibile obbiettiva) della situazione attuale dell’Hellas Verona

E’ da un po’ che non mi occupo sul blog della mia “squadra del cuore”, l’Hellas Verona, il cui campionato ormai ha preso una deriva positiva, consolidando quella che all’inizio pareva una conquista difficile, ma che poi, inizio trionfale alla mano, era diventata questione quasi scontata: la salvezza, con conseguente permanenza in Serie A.

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Ora però pare quasi non si possa più criticare il Verona, nemmeno quando gira a vuoto, quando perde punti in modo alquanto scellerato, o quando perde le componenti che fin qui l’hanno sempre contraddistinta, vale a dire la grinta, la forza, la determinazione, perché no?, la qualità della manovra e dei singoli. Sì, perché se da una parte sono fastidiosi, per non dire odiosi, coloro che fanno i rovinosi e che si lamentano per ogni cosa, come se improvvisamente si dovesse lottare per partecipare alla prossima Champions League (per poi ovviamente… vincerla!), i quali si dimenticano che fino all’avvento di Mandorlini e la poderosa risalita nei piani alti del Calcio Italiano, si stava per sprofondare in quarta serie, dopo averla già sfiorata qualche anno prima nel famoso play out disputato contro la Pro Patria, dall’altra cominciano a stancarmi anche i “buonisti” a oltranza.

Lo so, è faticoso stare in mezzo al guado, essere equilibrati, quando si guarda al calcio con l’occhio clinico ma spesso coperto, dell’appassionato tifoso. Dovessi ragionare solo da addetto ai lavori, quale tra l’altro sono, allora davvero non avrei nulla da obbiettare: bravi i ragazzi, bravissimo come non mai l’allenatore, ottime la società per tutto quello che di unico e straordinario ci sta regalando! Ci mancherebbe! Godiamoci questa stagione, che dà l’idea – al di là del fatto evidente che Setti e Sogliano in primis ambiscono a consolidarsi nella massima serie – di rimanere unica.

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Ora però mi lascio andare ad alcune considerazioni che, tra le mura di casa amiche, o sulle bacheche amiche di Facebook e Twitter, spesso hanno già fatto capolino in me, non sempre tuttavia condivise (e il calcio è bello perché è vario!).

Chiarisco subito il fatto che sono il primo ad essere contento, stupito, meravigliato, estasiato da un torneo condotto in maniera simile dai nostri giocatori gialloblu: speravo e confidavo nel raggiungimento dell’obiettivo minimo, soprattutto perché ben consapevole di come l’ambiente, la piazza possa veramente fare la differenza, trascinando col proprio entusiasmo un’intera città e contagiando il clima per 7 giorni su 7, come ai tempi dello storico scudetto targato Bagnoli. Quindi, essersi salvati a 3 mesi dalla fine del campionato è davvero, come si dice in maniera grossolana, “tanta roba”.

Adesso però ci troviamo davanti a un bivio, da più parti evidenziato: tentare il grande salto verso l’Europa (minore sinchè si vuole, ma pur sempre Europa: riapriamo la parentesi dei ricordi recenti per capire che sino qualche anno fa le trasferte più lontane stavano a Portogruaro o a Pagani), obiettivo alla portata visto il trend generale del campionato, con presunte big come Lazio e Milan quasi fuori dai giochi, perché incostanti o più semplicemente incappati in una stagione no, e dirette avversarie valide ma non palesemente superiori a noi, come Torino e Parma, nonostante le recenti sconfitte patite contro entrambe.

Io non mi aspetto nulla sinceramente: sono convinto, e lo sono da qualche partita, diciamo da quando si è concluso il girone d’andata (meglio, dal pareggio incredibile conseguito contro i Campioni d’Italia della Juventus) che il meglio sia stato fatto, a livello di prestazioni e, ma qui vorrei proprio sbagliarmi, a livello di “emozioni”. Sì, perché sinceramente se arrivasse davvero la qualificazione alla prossima Europa League, sarei ovviamente contento, ma mi accontenterei di assistere, da qui a fine maggio, a partite vere, vissute, giocate alla morte, emozionanti appunto! Non come le tante partite che ho visto negli ultimi anni da spettatore passivo e disinteressato, con squadre già salve a metà stagione e quasi pronte a “regalare” (detto senza alcuna malizia o dietrologia) punticini qua e là ai più bisognosi, o in ogni caso a tenere il freno a mano tirato.

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Ecco, ho sempre pensato che all’Hellas Verona una cosa del genere non potrebbe mai capitare, perché nel dna della squadra questo aspetto non pare proprio essere contemplato, vista la determinazione dell’allenatore e il temperamento mostrato sinora da calciatori come Romulo, Maietta, Iturbe, per non dire del redivivo Toni, una specie di simbolo di tutto il Verona.

Però è indubbio che, da quando abbiamo venduto Jorginho al Napoli, qualcosa della splendida alchimia e dell’intesa tra i reparti sia andato un po’ perso, a scapito magari di una più marcata compattezza, che però finora non sta facendo rima con qualità.

Era impensabile vincere tutte le gare al Bentegodi, come quasi successo incredibilmente nel girone d’andata, ma ora non abbiamo più il pallino del gioco in mano, senza un regista del calibro del giovane iriundo, cresciuto nel nostro vivaio, tra l’altro. Il famoso coro “cambieranno i giocatori, il presidente, l’allenator.. ma il Verona resterà per sempre nel mio cuor… “ è certamente condivisibile e da mandare ai posteri, ma forse dico che si poteva quantomeno attendere qualche mese prima di monetizzare. Tanto, che cambiava? Forse il prezzo dell’italo-brasiliano, continuando molto presumibilmente su quei livelli, sarebbe diminuito? Così ci ritroviamo da alcune partite col vuoto in mezzo al campo, parzialmente colmato dall’esperienza dell’indomito Donadel (che però dura praticamente un tempo a partita, nel quale per carità, è ammirevole per abnegazione e sacrificio), meno dall’acerbo Cirigliano (non so quanto sia lecito ancora attenderlo… io vorrei vederlo almeno una partita intera da titolare prima di giudicarlo… e parlo da appassionato di calcio giovanile: conosco l’argentino da tanti anni, è ben più di una promessa in Patria, ma quando diventi professionista sono i fatti a contare, non le premesse o le referenze). Sarebbe meglio dire che il buco di Jorginho è più che altro compensato dal fatto che avere Romulo in campo è come avere due giocatori in uno: davvero sorprendente il campionato dell’ex viola, mai domo, mai stanco, mai squalificato, seppure sia uno che non si tiri indietro e si risparmi in partita, anche quando occorre difendersi e contenere gli avversari. Poi anche ieri se super Iturbe avesse finalizzato quella sua strepitosa azione personale alla Messi, alle quali ormai ci ha “quasi” abituato, magari starei parlando di un’altra partita. Ma ciò che volevo (evidentemente non riuscendoci) sintetizzare, è che mi spiacerebbe che la nostra stupenda stagione fosse in qualche modo “ridimensionata” da partite senza grinta, senza mordente. Vorrei di nuovo provare forti emozioni, non parlo certo di quelle “da brivido” più volte da me rimarcate procurate dal nostro reparto difensivo (un po’ meno, a dire la verità, da quando Gonzales si è seduto in panchina, ma ieri Rafael e capitan Maietta, solitamente entrambi tra i migliori per continuità di rendimento e prestazioni, ci hanno messo del loro!) ma delle emozioni che solo le gare sudate, infuocate, (possibilmente) equilibrate sanno regalare. E il Verona di quest’anno non solo è stato in grado di far emozionare i loro numerosissimi e appassionati tifosi, ma proprio li ha fatti sognare, e ancora può continuare a farlo, se davvero volesse provare un ultimo sforzo nella corsa (onestamente difficile) alla zona Europa. Forza Gialloblu!

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JORGINHO al Napoli: la parola al tifoso!

Lo premetto a scanso di equivoci: per una volta smetterò i panni del giornalista sportivo, obbiettivo e capace – in teoria – di analizzare da esterno i pro e i contro di quella che sembra una normale, classica trattativa di mercato. Da che mondo è mondo d’altronde le cose stanno così: un giovane di una squadra di un certo livello emerge fino a destare l’interesse di uno o più club di più alto rango. Via alla trattativa, e tutti contenti, tra plusvalenze, premi valorizzazione, clausole, rinnovamento di contratti, soldi nuovi freschi in cassa e vai con la sopravvivenza. Certo, ma dicevo prima, oggi lascerò spazio al tifoso  che è in me: il tifoso gialloblu che è in me, quello che sin da piccolo gioiva per partite e annate passate alla storia, per lo scudetto, per idoli mai dimenticati e per tante stagioni da protagonista nella massima serie. Il tifoso che c’era pure nei momenti chiave, quelli del fallimento nel ’90, della caduta in B e rinascita, fino al periodo della Lega Pro, anche se il momento dell’incanto era terminato da un pezzo. Ma al cuor non si comanda, e la squadra va sempre seguita, sostenuta, amata, anche se le tappe al Bentegodi erano sempre meno frequenti.

Quest’anno per tutti i tifosi del Verona, ma anche per tutti gli appassionati calciofili che amano esaltarsi non solo con le gesta delle proprie squadre, è inevitabile non rimanere indifferenti allo splendido cammino sin qui percorso con piena sicurezza dagli scaligeri di Mandorlini. Un girone d’andata e una classifica da RIVELAZIONE, termine che abbiamo imparato ad associare negli anni a club come Udinese, Catania, Genoa… sì, quest’anno tocca a noi, e sembrava impossibile immaginarlo quando con Giannini si stava toccando il fondo.

Torniamo al punto, e scusatemi per la divagazione “romantica”, ma volevo riallacciarmi a uno dei tormentoni del mercato, legato al nome di Jorginho, talento che l’Hellas in questi anni ha saputo forgiare, crescere, portare ad alti livelli, grazie alla fiducia datogli dal mister e alle sue indubbie qualità, non solo tecniche, ma anche professionali, umane.

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Il brasiliano, ma prossimo alla naturalizzazione italiana, è approdato qui da adolescente, ha fatto la trafila nelle giovanili: lui, che sembrava ancora più piccolo, gracile rispetto ai suoi coetanei, timido persino, al cospetto di alcuni guasconi compagni di avventura, quando è ancora davvero troppo presto per farsi cullare dai sogni, come quello di diventare calciatore di serie A. Un breve passaggio a Sassuolo, poi il primo vero banco di prova, in prestito nella vicina San Bonifacio, con la squadra locale allora protagonista in Lega Pro. Jorginho appare ancora timido, ma la personalità in realtà si sta formando e in campo il brasiliano è in grado di leggere le partite, sa quando smistare il pallone, gioca più di fioretto, quello sì, ma non è certo uno di quei brasiliani giocolieri, frombolieri, fumosi. Il ritorno a Verona coincide con un normale processo di integrazione in prima squadra; a poco a poco Mandorlini gli regala minuti, lo fa giocare in tutte le zone del centrocampo, non da regista in un primo tempo, quello è un ruolo sin troppo delicato per un ventenne in una squadra che vuole, DEVE tornare quantomeno in serie B.

In cadetteria i progressi del nostro sono eccezionali e in fretta, con estrema naturalezza, quasi senza sgomitare (quando in realtà nessuno gli regala mai nulla, i suoi miglioramenti sono frutto di un estremo e rigoroso lavoro sul campo dove dimostra una serietà e una determinazione incredibili, una maturità inaudita, anche nel modo di porsi), si ritrova a dirigere la squadra, titolare inamovibile. Non è più una mezzala che si limita a toccare pochi ma giusti palloni, che quasi si nasconde in campo. Ora è sempre nel vivo del gioco, chiama i compagni, alza la testa, si concede giocate sempre meno scontate, dare il pallone a lui significa “metterlo in banca”: un’espressione che tra  i tifosi comincia a farsi largo.

Arriviamo ai giorni nostri, con Jorginho ormai diventato per tutti in città il “Piccolo Giorgio”, regista ambito da tutti, centrocampista tra i migliori per rendimento e prestazioni di tutta la serie A. Cominciano sin dalle prime giornate di campionato a fioccare notizie relative a veri o presunti abboccamenti nei suoi confronti da parte di grandi società, italiane e straniere. Si rincorrono i nomi di Milan, Juventus, Fiorentina, ma anche (e soprattutto) Liverpool.

Poi d’improvviso spunta il Napoli e stavolta l’affare è serio, non più soltanto un apprezzamento pubblico. La trattativa da settimane rimbalza fino al “felice” epilogo. Ma sarà davvero così? Certamente per Giorgio sì, che a livello economico avrà un’impennata al suo ingaggio. Per carità, legittimo, è venuto qui da ragazzo, aveva un contratto ancora poco più che un Primavera. A livello tecnico, poi, andrà a rinforzare ulteriormente una squadra già fortissima, come abbiamo avuto modo di ammirare proprio in quella che sarà stata la sua ultima gara in gialloblu. E sono sicuro che Benitez saprà valorizzarne al massimo il suo talento. Ma al Verona questa operazione servirà davvero a qualcosa? Sarà utile? Le “rivelazioni” si sanno mantenere negli anni con operazioni di questo tenore, rivendendo i pezzi pregiati e reinvestendo, magari alla scoperta di qualche altro talento. E poi, da un punto di vista dei tempi.. ma non si poteva posticipare l’operazione? Aspettare almeno fino a giugno? E a livello economico? Siamo sicuri che sia un affare venderne al comproprietà per 5 milioni di euro quando, leggo nel frattempo, Capoue, altro obiettivo del Napoli, certamente meno forte del nostro, è valutato 15 e l’Atalanta per il suo gioiellino Baselli (gran talento ma che finora in serie A sta giocando poco, all’ombra di Cigarini, del quale è legittimo erede in cabina di regia) ne vuole almeno 12?

E poi, manca tutto un girone di ritorno… bando alla scaramanzia, il Verona è salvo, stagioni incomprensibili (o meglio, col senno di poi, comprensibili sin troppo) come l’ultima in A targata Malesani sono un lontano ricordo. Ma quest’anno c’erano davvero tutti i presupposti per disputare tutta un’annata straordinaria, grazie a un gruppo fantastico, a un’alchimia vecchi-nuovi unica nel panorama dell’attuale serie A. Quanti colpi del ds Sogliano andati a buon fine e che stanno dando frutti incredibili: Toni, Iturbe, Romulo, uniti ai reduci, alcuni dalla Lega Pro. Gente come Rafael, Maietta, Gomez, Hallfredsson e… lui, il gioiello di casa più fulgido, Jorge Frello JORGINHO. Non voglio insinuare che, perso lui, il cervello a metà campo, il giocattolo si possa rompere. Sono anch’io del parere che la squadra viene prima di tutto, che la maglia vale più dei singoli giocatori, concetto questo valido a maggior ragione per una piazza come la nostra. Ma la sensazione che l’operazione sia stata sin troppo affrettata mi pervade, specie se il sostituto naturale di Jorginho continuerà a essere fermo ai box. Sto parlando di Cirigliano, su cui Sogliano e la dirigenza crede molto, e a ragione, verrebbe da dire, viste le riverenze che il giovanissimo argentino si porta in dote. Gran regista basso, play anche difensivo, sulla falsariga di Mascherano, a cui spesso in Patria è stato paragonato. Lanciato nel River Plate dal grande Almeyda, altro che lo ricorda nelle movenze, ha bruciato le tappe, arrivando anche in Nazionale ma in pratica per una ragione o per l’altra a Verona non l’abbiamo mai visto, se non in sporadiche occasioni  (e nemmeno indimenticabili, vedi la gara persa di coppa Italia contro la Samp, complice anche un suo disgraziato disimpegno al portiere Mihajlov).

Troppo poco per certificarne una repentina affermazione in gialloblu, anche se sembrava difficile a occhio e croce la sua coesistenza in campo con Jorginho, sebbene quest’ultimo avesse più libertà d’azione sul rettangolo verde.

Tuttavia le occasioni per l’argentino d’ora in poi non mancheranno, fermo restando la questione sui suoi problemi fisici. Speriamo che possa giocare presto almeno 3 gare di fila per poterlo giudicare, altrimenti se la vedranno nel ruolo che fu di Giorgio i più classici ed esperti (bolliti?) Donati e Donadel. Se la squadra non verrà ulteriormente modificata (mi raccomando, niente scherzi fino a giugno almeno per il campioncino Iturbe, eh?) c’è la possibilità concreta che Cirigliano possa farsi ben valere. E’ fiducia cieca che ripongo in Sogliano che ha promesso di riscattarlo, quindi significa che nel “piccolo Mascherano) ci crede eccome.

Forza Gialloblu e un grande grosso in bocca al lupo a Jorginho, che sono sicuro saprà raggiungere grandi traguardi in carriera.