Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

download

Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.

 

 

Annunci

Serie A al giro di boa: il punto sul girone di andata squadra per squadra

E’ terminato il girone d’andata di serie A, in attesa di due posticipi di questa sera che poco andranno a incidere sulle sorti della classifica o quanto meno sui giudizi sin qui ottenuti.

Una classifica veritiera, spietata quasi nella sua demarcazione netta tra le prime 3 squadre in avanti, altre 3 in linea di galleggiamento per l’Europa, poche altre al riparo da eventuali cadute rovinose e la maggior parte, una buona metà, che d’ora innanzi si ritroverà a fare a sportellate per non retrocedere in serie B. Fa specie che in questa categoria rientri il Milan, nobile decaduta o per lo meno lontanissima parente dalla squadra lungamente ammirata negli ultimi 25 anni.

Davanti hanno mantenuto ritmi vertiginosi la capolista Juventus,  che a dispetto di una rovinosa, inaspettata e per certi versi scioccante – alla luce della campagna di rafforzamento estiva – eliminazione in Champions League, in campionato ha dimostrato di essere la più forte, la più completa in ogni reparto, grazie alle conferme dei vari Vidal, Pogba, ormai assurto a vero big, e all’impatto dei nuovi Tevez e Llorente, che si stanno imponendo in serie A a suon di gol.

Record nuovi, come quello del numero di vittorie consecutive in serie A per il club (11 conseguito proprio ieri) e un numero di punti impressionanti. La forza dei bianconeri è stata quella di reggere alla partenza sprint della Roma di Garcia, altra splendida realtà del nostro calcio. Dalle prime 10 vittorie consecutive, alla difesa a lungo imperforata, dalle giocate di un redivivo Totti, della freccia Gervinho, scommessa vinta dal tecnico francese, alla conferma del talento di casa Florenzi, i recuperi di De Rossi e Maicon e la solidità di Strootman e Benatia: ecco tutti gli ingredienti di una Roma tornata assolutamente competitiva per la lotta al vertice.

Una lotta cui può, nonostante il ritardo accumulato causa alcuni improvvisi black out strada facendo, legittimamente ambire anche il Napoli di Benitez, splendido protagonista (sfortunato) pure in Champions League. La qualità offensiva, in gente come Higuain, Callejon, Mertens, Insigne e un Hamsik troppo spesso fermo ai box, è impressionante e pure la difesa si sta lentamente assestando; si prospetta un bel duello anche in Europa League tra i partenopei e i bianconeri.

Un po’ più indietro la Fiorentina di Montella, che ha messo in mostra un bel calcio, sulla falsariga della passata stagione, pur cambiando registro in attacco e affidandosi in principio a una super coppia gol, quella formata da Gomez e Rossi. Se quest’ultimo però in pratica non si è mai visto, Rossi ha chiuso da capocannoniere l’andata, salvo poi infortunarsi gravemente. Sperando tutti insieme che possa tornare in piena forma per il Mondiale brasiliano, nel frattempo Montella dovrò reinventarsi qualcosa, pur sapendo di poter contare su due grandi talenti come Borja Valero e Cuadrado.

Al quinto posto chiude sorprendentemente la rivelazione Hellas Verona, capace di rendere praticamente inespugnabile il fortino del Bentegodi (sconfitto solo nel derby col Chievo e ieri col Napoli) e in generale sempre convincente al cospetto delle squadre del proprio lignaggio (non caso ha perso solo con le 4 squadre davanti a sé, oltre che Genoa e Inter, compensate dalle belle vittorie contro Milan e Lazio). Sugli scudi un rinato Toni, alla rincorsa di una convocazione per i Mondiali, i giovani Iturbe e Jorginho, appetiti dai grandi club e Romulo, vero colpo di mercato del ds Sogliano.

L’Inter è riuscita con Mazzarri a riappropriarsi di una dimensione più consona al proprio rango, dopo il disastroso girone di ritorno della passata stagione. Ha ritrovato identità ma soprattutto dignità, pur evidenziando un notevole gap con le prime tre davanti: in difesa si continuano a prendere troppi gol, mentre davanti il solo Palacio assicura pericolosità e gol, non essendo in pratica pervenuti  gli attesi Icardi e Belfoldi. Stagione di transizione, in attesa degli investimenti del nuovo presidente Thohir.

Altra rivelazione è il Torino di Ventura, che per un anno sembra ai ripari da una stagione al cardiopalma: da tempo a Torino non ci si divertiva così, non si assistevano a gare anche entusiasmanti. Si dovrebbero davvero evitare patemi, specie se Cerci e Immobile continueranno ad essere la nuova coppia gol del calcio italiano.

Altre squadre che stanno disputando un campionato in linea con le ambizioni sono Parma e Genoa, nonostante quest’ultima sia partita a fari spenti, ritrovandosi poi impelagata in piena zona retrocessione nella prima fase di torneo, quando a guidarla era l’esordiente Liverani. Il ritorno di Gasperini ha contribuito enormemente a ristabilire certe gerarchie, anche se il Grifone pare ancora altalenante nelle prestazioni, più che nei risultati. Implacabile il Gila davanti, bene anche Kucka fino al serio infortunio, affidabile la retroguardia che fa perno sull’esperienza del trio centrale e sul talento degli emergenti Perin, portiere del futuro, e Vrsaljiko. Più complicato pare parlare del Parma, società che come il Cagliari, da anni si ritrova a conseguire con largo anticipo la quota salvezza, salvo poi cullarsi sugli allori, alternando prestazioni sontuose a inesorabili scivoloni. Quest’anno assisteremo alla stessa situazione, con i ducali che presentano una rosa ricca di elementi di qualità, tale da poter provare a puntare a qualcosa di più di una salvezza tranquilla? Gente come Parolo, tornato meritatamente in Nazionale, Paletta, in odor di naturalizzazione, o un Cassano – comunque irrequieto sul finale di stagione – sollecitano certi pensieri, ma occorrono anche motivazioni forti e una maggior continuità di rendimento. Il Cagliari è un po’ in ritardo sul roulino di marcia, e ora dovrà pure colmare il vuoto lasciato dal richiestissimo Nainggolan, ma l’impressione è che l’obiettivo verrà raggiunto, specie se il bomberino Sau sarà meno perseguitato da guai fisici che lo stanno attanagliando da inizio stagione.

Anche l’Udinese pare in grado di risollevarsi da una situazione oggettivamente complicata ma è alquanto azzardato ipotizzare una rimonta simile alla stagione scorsa. Si paga la discontinuità in zona gol di Di Natale, stranamente in difficoltà sotto porta, al punto di arrivare a meditare di lasciare a fine anno. Tuttavia è ingeneroso attribuire alla sua attuale scarsa vena realizzativa – dopo che ci aveva abituati benissimo, con medie da fuoriclasse assoluto – tutti i mali della squadra friuliana. Manca il supporto di gente come Maicosuel e Pereyra, in possesso di indubbie doti tecniche ma non ancora decisivi, così come l’acciaccato cronico Muriel, da due anni potenziale crack a livello mondiale.

Nelle retrovie sembrano più accreditate Sampdoria, Atalanta e Chievo rispetto a Bologna e Sassuolo, ma la lotta rimarrà aperta fino alla fine. I bergamaschi si stanno limitando al compitino, abili soprattutto in casa davanti al proprio pubblico, e rimangono sempre pericolosi in gente come Denis e un ritrovato Maxi Moralez, con in panca un condottiero navigato come Colantuono, una vera garanzia a Bergamo. La Samp ha pagato caro lo scotto di inizio stagione, con una partenza shock culminata con l’esonero di Delio Rossi , avvicendato dal mai dimenticato da queste parti Mihajlovic. Il tecnico serbo ha compattato la squadra, ce l’ha in pugno e la sa governare bene. La qualità media non è elevatissima, ma l’allenatore sta tirando fuori il massimo da gente come Eder, mai così prolifico in serie A e Palombo, riproposto spesso e volentieri da titolare, sia al centro della difesa ma soprattutto nell’originario ruolo di regista basso, come quando giunse meritatamente in azzurro. Lecito attendersi di più dal giovane Gabbiadini, che finora si è espresso solo a sprazzi. Il Chievo forse ha atteso sin troppo a richiamare in panca Corini, artefice della salvezza dell’anno scorso, confidando che prima o poi il pur bravo Sannino sapesse come invertire una pericolosa rotta. Ma alcune scelte andavano fatte e il Genio affidandosi a un rigenerato Thereau, l’uomo di maggior tasso tecnico dei clivensi, inspiegabilmente finito ai margini nella gestione precedente, e a un Rigoni non più solo abile interdittore davanti alla difesa ma ormai anche illuminato play maker, sebbene anomalo, formato Nazionale, è riuscito a far riemergere la squadra dai bassifondi della classifica.

Il Sassuolo ci ha messo un po’ ad abituarsi alla serie A e non poteva essere altrimenti: la svolta è successa dopo il pesantissimo ko contro l’Inter. Il passivo di sette reti ha ricompattato la squadra, raccoltasi vicina al tecnico del miracolo, Di Francesco, colui che l’aveva portato in Paradiso. Poi c’è voluto tutto il talento, l’estro, i gol del giovanissimo Berardi, talento di casa ma comprato per metà dalla Juve, capace non solo di segnare a 19 anni 4 gol al Milan (!) ma di chiudere addirittura a 11 reti questo girone, dietro solo al viola Rossi nella classifica cannonieri. Si sono messi in luce anche lo storico capitano Magnanelli, a suo agio nei panni di illuminato regista anche in serie A, i giovani Antei (difensore scuola Roma) e Zaza (altro attaccante a metà con i bianconeri) e l’affidabile portiere Pegolo, spesso decisivo con le sue parate.

A conti fatti le più serie candidate alla retrocessione sembrano il Bologna, il Livorno e il Catania… storie diversissime le loro. Il Bologna giunge in extremis alla decisione sofferta ma oramai inevitabile di sostituire Pioli con Ballardini, il cui compito appare comunque arduo, specie se non si ricorrerà a migliorare la squadra in zona gol, dove pesa l’assenza di un attaccante in grado di sostituire degnamente Gilardino. Bianchi appare involuto e in piena crisi tecnica, così che tocca a un encomiabile capitan Diamanti cantare e portare la croce. Il Livorno era partito a razzo, con l’allenatore Nicola nei panni del predestinato. Alla lunga però l’inesperienza e in generale una qualità media piuttosto bassa della rosa toscana si è fatta sentire in maniera predominante, e anche gente come Paulinho e Siligardi, che hanno mostrato dei bei numeri anche nella massima serie, è progressivamente scaduta a livello di rendimento. Il Catania invece pareva chiaramente indebolito dal mercato estivo ma è indubbio che pochi si sarebbero aspettati un crollo simile dopo lo splendido torneo scorso, culminato col record storico per la squadra etnea in serie A. Ora è tornato Lodi, forse, ma siamo in zona “fantacalcio” potrebbe rientrare alla base anche Gomez, immalinconitosi in Russia, ma probabilmente sarebbe opportuno tornasse pure Maran, a mio avviso frettolosamente esonerato in favore di De Canio, il quale però non ha invertito la rotta, anzi. C0n giocatori ancora da recuperare e tutto un girone di ritorno da disputare, la salvezza è ancora possibile, ma occorre cambiare marcia, soprattutto da un punto di vista mentale.

Resta da dire delle due vere, eclatanti delusioni della stagione: Lazio e Milan. Intristito tutto l’ambiente biancoceleste, dove c’ è un clima assolutamente diverso da 12 mesi fa, quando la Lazio chiuse a ridosso della Juve la prima parte di cammino in campionato. Petkovic indicato come colpevole del calo di rendimento, ci pare tuttavia ingiusto addossare tutte le colpe a un tecnico che al primo esame in serie A fece meraviglie.  Il fatto è, che a parte un Candreva in gran spolvero, per tutta una serie di motivi sono mancati per lunghi tratti alcuni giocatori chiave, da Klose, a Hernanes a Mauri. Stagione di transizione, poi bisognerà vedere se Lotito avrà la voglia e la forza di fare la rivoluzione.

Più delicato il discorso relativo al Milan: l’esonero di Allegri è giunto a completamento di una situazione paradossale, con un cambio societario in corso, non del tutto indolore, e con una squadra sempre più allo sbando, senza anima, senza personalità. Pochi da salvare, forse il solo Kakà – per lo meno per quanto concerne impegno, cuore e passione – mentre persino a Balotelli stanno finendo i bonus. Da lui ci si aspetta di più, inutile girarci attorno: non bastano più i gol (su rigore, direbbero i maligni) e alcune prestazioni da top player. Servono più continuità, rendimento, grinta, determinazione, anche serietà se vogliamo, insomma… serve il salto di qualità, anche in vista del Mondiale.

Il Pagellone della serie A – parte 2

LAZIO

Sempre in lotta con l’Udinese per il terzo posto, e poi risucchiata da Napoli e Inter, paga caro i tantissimi infortuni che l’hanno falcidiata nei momenti chiave del campionato. Dissidi tra Reja e Lotito a parte, il connubio se ripristinato può dare ancora grandi frutti.

Big KLOSE – Che impatto con la serie A per l’esperto fromboliere tedesco di origine polacche. A 34 anni non ha ancora smesso di segnare, mostrando una tenuta atletica invidiabile.

Sorpresa LULIC – presentato come l’erede di Kolarov, è forse ancora meglio nella sua capacità di giostrare in più ruoli lungo la corsia mancina. Efficace in fase di spinta, sostiene il fronte offensivo e trova gol con una certa frequenza. Non ha fatto rimpiangere Mauri, a lungo assente per infortunio. In forte ascesa il giovane Diakitè, una sicurezza Marchetti, finalmente riconsegnato al calcio giocato dopo le incomprensioni di Cagliari.

Delusione DIAS – il gigante brasiliano incappa in una stagione-no, vittima spesso di un esagerato e incontrollato nervosismo che gli causa espulsioni e svarioni. Deve ritrovare serenità.

LECCE

Partita ad handicap, troppo timorosa e inesperta, con l’arrivo di Cosmi la squadra salentina ha ripreso vigore, tornando clamorosamente in pista per un’insperata salvezza, trascinata dai giovani Muriel e Cuadrado e dai veterani Di Michele, Giacomazzi e Delvecchio. Arriva allo sprint finale in chiaro debito d’ossigeno e saluta la A.

Big MURIEL – a soli 21 anni è spesso lui da solo a tenere vive le speranze salvezza. Velocissimo,quasi imprendibile, ricorda a ragione Ronaldo, il Fenomeno, e non solo fisicamente. Più concreto nel girone di ritorno, se affina meglio la mira, può diventare il crack della prossima stagione, visto che lui in serie A ci rimarrà.

Sorpresa CUADRADO e BRIVIO –  i due laterali designati a coprire tutta la fascia di competenza, calano appena nel finale, al cospetto di una stagione davvero sopra le righe. Il colombiano segna pure gol da cineteca, da timido terzino si ricicla formidabile cursore, quando non fantasista. Brivio, invece, da anni considerato una promessa, tira fuori gli artigli e, dopo la cessione di Mesbah al Milan, gioca col piglio dei veterani, prendendosi pure responsabilità (come nei calci di punizione, in cui appare spietato)

Delusione ODDO – Sembrava essersi rigenerato, abile sia da terzino che da difensore con la sua preziosa esperienza ad alti livelli, invece nel momento clou della stagione scompare per dissidi con l’allenatore e lascia i compagni di reparto in grave difficoltà. Male anche il portiere brasiliano Julio Sergio, che ha perso il posto in favore del più volenteroso Benassi.

MILAN

Allegri non è riuscito in uno storico bis ma a lungo ha duellato con la Juventus, con la quale ha recriminato per un gol fantasma di Muntari non assegnato nello scontro diretto contro i bianconeri. Troppi infortuni, rosa corta e composta da vecchi gladiatori al passo d’addio. Bene El Sharaawy, nome nuovo del calcio italiano, ritrovato Cassano dopo la grande paura per motivi di salute e scelte spesso vincenti della dirigenza. Ma per l’anno prossimo sarà dura avvicendare così tanti campioni che se ne vanno (Inzaghi, Gattuso, Seedorf, Nesta, Zambrotta, Van Bommel, Flamini).

Big IBRAHIMOVIC – Quasi da solo tiene accese fino all’ultimo le speranze di rimonta scudetto. Mai così implacabile sotto porta, nemmeno ai tempi dell’Inter, è un leader naturale, esempio per tutti. Deve ancora limare delle defaillance caratteriali, che lo portano spesso a “scontrarsi” con gli arbitri.

Sorpresa NOCERINO e MUNTARI – Il primo è la vera rivelazione, riuscito a imporsi in una “grande” con il piglio del “grande”. Solido, tecnico, efficace in zona gol come non mai, non ha fatto rimpiangere Gattuso, di cui sembra l’erede designato più credibile; il secondo è l’ennesimo regalo dei cugini nerazzurri, rigeneratosi dalla cura Allegri che lo conosce dai lontani tempi di Udine.

Delusione AQUILANI – Spiace ammetterlo ma l’ex centrocampista della Roma da ormai 3 anni non imbrocca una stagione all’altezza della sua fama. Anche quest’anno parte titolare, poi si ferma per il “solito” infortunio e difficilmente il Milan lo riscatterà.

NAPOLI

A lungo sospesa tra campionato e Champions, la squadra azzurra sembra concentrare maggiormente le energie sulla competizione europea, dove sfodera prestazioni all’altezza. La rosa sembra troppa corta e alcuni ricambi non all’altezza dei titolari. Ma la squadra c’è, e Mazzarri si conferma allenatore di caratura internazionale.

Big I TRE TENORI – Probabilmente il calcio mercato estivo priverà Napoli di uno dei suoi big, andando così a inficiare terribilmente sul rendimento generale della squadra, visto il sostanzioso apporto dato da Lavezzi, Cavani e Hamsik in questa stagione, specie in Europa. De Laurentiis e i dirigenti dovranno dimostrarsi loro dei big nel trovare il sostituto di chi partirà.

Sorpresa ZUNIGA – ormai pienamente a suo agio sia come vice Maggio ma più propriamente come uomo a tutto campo, spesso e volentieri preferito a Dossena sulla fascia sinistra. Affidabile e sempre sul pezzo.

Delusione INLER – Parte bene, assicura sostanza e geometria ma sulla lunga distanza dimostra di non essersi integrato perfettamente con l’ambiente, così diverso da quello udinese che l’ha visto protagonista per tanti anni. Si limita al compitino, raramente si sente la sua impronta sulla squadra.

NOVARA

Sorretta da un entusiasmo tangibile per il ritorno atteso decenni in serie A, fatica non poco a trovare il passo giusto. Con il passare dei turni di campionato, palesa difficoltà e limiti. La società sana consente ulteriori nuovi progetti di risalita.

Big RIGONI – arrivato in serie A in clamoroso ritardo, l’ex “nuovo Del Piero” confeziona una stagione incredibile, ricca di gol, sostanza, giocate al servizio di una squadra spesso in difficoltà. Non è mai troppo tardi per arrivare a una big e lui ne avrebbe tutti i meriti.

Sorpresa PESCE – Nulla di trascendentale, ma l’ex ascolano riesce a garantire sostanza, massimo impegno e cuore alle manovre piemontesi. Merita attenzione.

Delusione PRIMA LINEA – Purtroppo tutta la girandola di attaccanti provati da inizio stagione non ha giovato ai fini del risultato. Né Meggiorini e Granoche, fortissimi in B, né l’emergente Morimoto, né tanto meno l’airone Caracciolo hanno fatto la differenza, se escludiamo il bell’exploit di San Siro contro l’Inter.

PALERMO

Che brutto campionato! Si poteva continuare tranquillamente con il giovanissimo tecnico Mangia. Avrebbe forse fatto peggio di Mutti, con tutto il rispetto? Squadra senza identità, impoverita clamorosamente sul mercato, scialba e capace di sbalzi improvvisi, nel bene e nel male. Ahi ahi, Zamparini!

Big MICCOLI – il bomber salentino non tradisce mai, arrivando a vette di rendimento e di gol. Autentico trascinatore, giocassero tutti seguendo il suo esempio il Palermo rasenterebbe la zona Champions.

Sorpresa ACQUAH giovane a cui spesso si è chiesto un grande sacrificio in più ruoli, appena ventenne ha dimostrato grande carattere; bene anche il regista Donati, l’esperto Migliaccio e il valido Balzaretti ma i flop sopravanzano di molto i meritevoli di lodi.

Delusioni BACINOVIC e ILICIC molti dovrebbero finire dietro la lavagna ma a deludere maggiormente sono le rivelazioni slovene dell’anno precedente. Le loro qualità non possono essere scomparse d’improvviso ma chiaro, una caduta simile di rendimento pone quesiti importanti sulla loro efficienza.

PARMA

L’evoluzione dei ducali nel girone di ritorno ha dell’incredibile! 56 punti complessivi sono un traguardo insperato alla vigilia, con Donadoni in grado di dare un’identità precisa alla squadra. Bisogna ripartire da qui.

Big GIOVINCO – finalmente su livelli di eccellenza, come il suo fulgido talento reclamava da tempo. Goleador, assist-man, uomo squadra, spesso decisivo, dovrà guidare lui l’attacco azzurro agli Europei.

Sorpresa – BIABIANY dopo le incertezze dell’anno scorso, speso tra la casa madre Inter e la retrocessa Samp, si rigenera tornando a Parma, dove Donadoni lo imposta con successo come laterale destro “tout-court”. Una saetta sulla fascia, il più veloce atleta della serie A. Bene pure i registi Musacci e Valdes, due scommesse del tecnico, il primo in pratica esordiente in A dopo le buone prove empolesi, il secondo habituè del calcio italiano ma mai pienamente compiuto in un ruolo il più delle volte ibrido.

Delusione PELLE’ – A lungo aspettato, alla fine scende di categoria a Genova, sponda blucerchiata dove è certamente più a suo agio.

ROMA

Mi spiace ammetterlo ma Luis Enrique ha fatto flop. Un progetto propriamente detto abbisogna di tempo per svilupparsi ma il problema è che dalla prima all’ultima giornata non si sono visti miglioramenti. I pregi e i difetti del tecnico spagnolo si equivalgono e così pure l’altalena delle prestazioni, caratterizzate da buone capacità offensive e scarse attitudine difensive.

Big BORINI Fino all’infortunio che poi lo condiziona sino al termine della stagione, è il vero “uomo nuovo” del calcio italiano, tanto da indurre Prandelli a farlo esordire precocemente in Nazionale. Attaccante puro, vede la porta come pochi, gioca da veterano, un mix tra il migliore Inzaghi e Chiesa, per la rapidità di esecuzione e la freddezza sotto rete.

Sorpresa PJANIC – classe ’90, meno reclamizzato degli altri giovani gioielli Bojan e Lamela, comunque tutto sommato positivi, stupisce per la capacità di adattamento al calcio italiano e in particolare per la facilità con cui interpreta più ruoli a centrocampo.

Delusione KJAER – Lui, ma non solo: tutta la difesa viene facilmente traforata in più occasioni. Ma dal centrale danese, visto all’opera a Palermo e passato poi al Worlsburg a suon di milioni ci si aspettava il decisivo salto di qualità.

SIENA

Sannino all’esordio in A si dimostra razionale, ma pure coraggioso nell’affidare le chiavi della squadra ai suoi talenti più fulgidi, come ad esempio Calaiò, molto prolifico fino all’infortunio. In grado di cambiare modulo, lui considerato un estimatore del 4-4-2 non ha mai perso la bussola, arrivando a conquistare una comoda salvezza, condita da ottime prestazioni all’insegna del collettivo.

Big DESTRO – Bello e confortante, dopo Borini, poter premiare un altro talento in grande ascesa del calcio italiano. Giocatore vero, attaccante di qualità, potenza, molto vivace, creativo e ricco di personalità. E’ nata una stella!

Sorpresa BRIENZA – A 33 anni suonati, e con poca esperienza nella massima serie, mantiene un elevato rendimento per tutto l’arco della stagione, spesso decisivo con i suoi guizzi sulle fasce, i suoi gol mai banali e la sua qualità al servizio della squadra. Ottimo pure il difensore centrale Rossettini, una roccia,  il forte laterale Giorgi, positivo innesto di gennaio e il portiere Pegolo, finalmente protagonista in A, che si è fatto trovare pronto dopo l’infortunio del titolare Brkic.

Delusione REGINALDO – Nell’ambito di un campionato estremamente positivo, gioca poco l’esperto brasiliano, ottimo invece nella precedente stagione quando sulla fascia fu spesso risolutivo ai fini della promozione in serie A.

UDINESE

Dopo aver ceduto i pezzi da novanta durante l’estate (Sanchez, Inler, Zapata) ben pochi si aspettavano una ripetizione della straordinaria stagione scorsa. Invece Guidolin ha fatto il bis, lanciando nuovi giocatori (Basta, Danilo, Pereyra, Fabbrini) e ottenendo dai soliti noti (l’implacabile Di Natale, i guerrieri Pinzi e Domizzi e i super talenti Armero e Asamoah) prestazioni sempre convincenti.

Big DI NATALE che aggiungere su un giocatore in grado di segnare ben 80 reti in tre stagioni dopo aver superato abbondantemente la trentina? Straordinario! Segna gol fantastici, è un autentico leader, “deve” andare a giocarsi l’Europeo.

Sorpresa BASTA sempre continuo nel rendimento, poco spettacolare ma tremendamente efficace sulla fascia destra dove si ritrova a duettare a meraviglia prima con il fenomenale Isla, poi bloccato dal grave infortunio, e poi con l’emergente Pereyra. Ara la fascia per tutti i 90 minuti, un vero maratoneta, ricorda l’ex azzurro Mussi.

Delusione FLORO FLORES – dopo l’ottima prova genoana dell’anno scorso, era lecito credere che l’attaccante partenopeo potesse fare il botto in coppia con Di Natale. Guidolin ha optato spesso per un modulo a una punta e lui ha sofferto. Dopo alcune buone prove iniziali si è smarrito in panchina anche il giovane romeno Torje, troppo presto acclamato come l’erede del Nino Maravilla.

Tutte le strade portano all’Udinese

 

Certamente il campionato di serie A deve ancora entrare nel vivo ma si possono comunque trarre delle indicazioni di massima sull’andamento generale.
Si fa tanto parlare del ritorno del Milan dopo un avvio assai stentato (e i dati sui gol subiti, anche ieri 3 a Lecce nel primo tempo, testimoniano che siamo di fronte a una squadra ben diversa come caratteristiche da quella che solo 4 mesi fa vinse con merito lo scudetto), delle difficoltà dell’Inter e pure della rivoluzione che lentamente sta facendo tornare competitive Roma e Juventus. Ma tutto questo basta ad essere vincenti?

Nel frattempo regna l’Udinese al primo posto, con dietro staccata di un solo punto, la Lazio. Quasi un replay della passata stagione, solo che all’epoca le due frizzanti compagini battagliavano per il quarto posto, ora in palio c’è molto di più.
E, per quanto appunto il torneo sia ancora lunghissimo, mi sento di azzardare che entrambe diranno la loro per ambire a grandi traguardi.
La parola incriminata lasciamola ad altri meno scaramantici, ma è innegabile che, soprattutto la squadra di Guidolin, stia marciando col piglio sicuro della Grande.
Non erano in molti a prevederlo a inizio stagione e, facendo mea culpa, ammetto che pure io reputavo la squadra ben inferiore rispetto a quella che strabiliò l’anno passato, forte dei vari Sanchez, Inler, Zapata.. Invece i Pozzo sanno come costruire i loro team, anche perché spesso poi i giocatori acquistati per un nonnulla e rivenduti a peso d’oro, faticano e non poco a calarsi in altre realtà.
Eppure il supermarket, diventata negli anni una boutique di lusso, è sempre più affollato di curiosi o meglio, potenziali acquirenti, se è vero che le sirene suonano già per il giovane romeno Torje che ha assimilato dopo poche giornate il credo del tecnico veneto, fatto di sacrificio, dedizione alla causa, oltre alle qualità tecniche, fondamentali se si vogliono ottenere dei risultati.
I dati parlano chiaro: nell’anno solare 2011 la media punti è assolutamente da scudetto, così come i numeri riguardanti la difesa, egregiamente registrata da quel Danilo che sembra giochi qui da sempre, altro che innesto dell’ultima ora. Solo 1 gol subito sinora, a fronte dei molti fatti (a proposito, capitan Di Natale è già il capocannoniere del campionato e sembra voler triplicare il titolo di massimo bomber della serie A, impresa capitata solo ai grandissimi di ogni epoca!).
Se tanto mi dà tanto, ci sono le possibilità per durare un’intera stagione, che si diversifica da quella, più volte accostata dai giornalisti, che si concluse 26 anni fa con lo scudetto di un’altra provinciale, l’Hellas Verona. Mentre al tempo gli scaligeri dominarono dalla prima all’ultima giornata, senza dare segni di cedimento, oggi regna un insolito equilibrio, con molte squadre staccate di pochi punti. Ma ben poche sembrano marciare con la regolarità dell’Udinese, che pure in Europa League, con le seconde linee, sta regalando ampie soddisfazioni ai propri tifosi.

Lo strano caso.. dell’Udinese al primo posto!

La vigilia del campionato per l’Udinese è parsa ai più sottotono, specie se proporzionata agli entusiasmi scatenati all’indomani della conquista del quarto posto, valido per gli spareggi Champions. L’eliminazione, parzialmente meritata, per mano dei più quotati avversari dell’Arsenal, aveva ulteriormente dimezzato la fiducia nel nuovo corso intrapreso dai Pozzo. Ma mente sagace avrebbe dovuto verificare che da quasi 17 anni l’Udinese non retrocede in B, per giunta conquistando spesso e volentieri posizioni di rilievo in classifica. Perché tutto questo scetticismo, da parte pure dei fedeli sostenitori, come puntualmente ravvisato dal patron della società friulana? La cessione multipla degli ultimi gioielli di casa (Zapata, Inler e il fuoriclasse Sanchez) sembrava non fosse stata assorbita al meglio, grazie agli innesti di autentiche scommesse. Ma se le scommesse dei Pozzo fanno poi vincere un torneo cadetto al Granada (modesta compagine spagnola che quest’anno sfiderà Messi e compagnia bella nella Liga) e soprattutto fanno proseguire sulla falsa riga della precedente stagione la marcia trionfale dell’Udinese, allora come minimo dovremmo fare tutti un mea culpa. Perché la squadra di Guidolin ha incamerato 77 punti nel 2011, roba da non credere, roba da scudetto appunto. E se il calendario è stato sicuramente agevole, bisogna pure ammettere che gli innesti, più che carneadi da testare in serie A, sembrano già validi protagonisti a queste latitudini. Non è cambiata la struttura, non è cambiata nemmeno la mentalità, la qualità del gioco. E pazienza se Badu è più grezzo dello svizzero venduto al Napoli, se Isla magari farà l’interno per dare spazio al recuperato Basta sulla fascia, uno che dovrebbe insegnare a Krasic come coprire tutto il suo settore. In attacco Torje è fragile, forse dribbla troppo, ma ha qualità indiscutibili e, se non al livello del Nino Maravilla, può arrivare molto in alto, crescendo di partita in partita. Infine, il brasiliano Danilo sembra già più continuo del colombiano Zapata al centro della difesa, che guida con autorevolezza disarmante. E allora ci chiediamo: dove potrà arrivare l’Udinese, in un torneo in cui le milanesi sono in palese difficoltà di risultati, il Napoli ha il doppio impegno, la Juve si sta ricostruendo così come la Roma? Qualcosa bolle in pentola, se pensiamo alla grinta, alla motivazione di Di Natale, che ancora si danna l’anima per un gol sbagliato, che finchè non butta la palla in rete, crea azioni su azioni. Con questa determinazione, questa forza che è anche consapevolezza dei propri mezzi, i limiti possono essere superati. Nel frattempo, la corsa continua