12 maggio 1985: 35 anni fa il Verona di Bagnoli divenne Campione d’Italia

Il 12 maggio 1985 è una data impressa nella memoria per la gente di Verona: quel giorno l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vinceva lo scudetto con pieno merito dopo una lunga volata in testa alla classifica dalla prima all’ultima giornata.

Il primo scudetto di una storia ormai ultracentenaria, e che probabilmente rimarrà l’unico, considerando come ai giorni nostri la forza economica dei club sia oltremodo decisiva per affermarsi ai più alti livelli.

La rosa gialloblu vincitrice dello storico scudetto nel campionato 1984/85
(foto tratta dal sito Il Nobile Calcio.it)

Uno scudetto, quello gialloblu, la cui portata storica parve subito evidente anche in presa diretta, giacchè era dai tempi del Cagliari di Gigi Riva che una provinciale non osava innalzarsi così tanto, fino a invertire una rotta che aveva visto negli ultimi anni far approdare il campionato sempre dalle parti delle grandi metropoli.

Quel giorno lontano al Verona basto’ strappare un pareggio a Bergamo sul campo dell’Atalanta (1-1 il risultato finale) per poter fregiarsi del prestigioso titolo italiano con un turno d’anticipo. I festeggiamenti si protrassero giustamente a lungo, raggiungendo l’apice sette giorni più tardi, in occasione della gara conclusiva davanti al proprio pubblico, in un Bentegodi da pelle d’oca. Non era un sogno: la piccola realtà scaligera aveva veramente messo in fila le migliori squadre della serie A!

Eppure quel risultato straordinario fu tutto tranne che frutto del caso, visto che già da due anni la squadra veneta riusciva a insediare le big del nostro calcio, con dei piazzamenti assolutamente ragguardevoli, specie considerando che sino alla stagione 1981/82 i Nostri ancora militavano nella serie cadetta.

E fu proprio in quel campionato, culminato con una fantastica promozione, che si gettarono le basi per il clamoroso exploit dello scudetto targato 1985. Molti di quei giocatori saranno infatti poi altrettanto protagonisti tre anni dopo, trainati da un allenatore che il mondo del pallone aveva imparato a conoscere, e con lui i suoi comportamenti da antidivo.

Il Verona alla vigilia del campionato 1984/85 non partiva con i favori dei pronostici ma il quarto posto del campionato 1982/83 (condito da uno splendido girone d’andata giocato ad armi pari con le capolista, per di più appunto da matricola), il sesto dell’anno successivo, e soprattutto la Coppa Italia sfumata due volte in finale e il bel cammino in Coppa Uefa terminato ai sedicesimi, ne facevano un’ideale outsider.

Per di più la società del patron Ferdinando Chiampan, presieduta da Celestino Guidotti, in cui l’ex bandiera gialloblu Mascetti fungeva da braccio destro del mister, si era mossa nel migliore dei modi in fase di calciomercato, regalando a Bagnoli – già “Mago della Bovisa”, ribattezzato poi Schopenauer da Gianni Brera, un suo grande estimatore – alcuni giocatori di caratura internazionale che si rivelarono poi tasselli fondamentali del mosaico vincente gialloblu. Si trattava del terzino sinistro tedesco Hans Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjaer-Larsen, entrambi uomini di punta delle rispettive nazionali e che andavano a colmare quelle lacune, soprattutto sul piano fisico, emerse l’anno precedente.

L’allenatore Osvaldo Bagnoli, autentico artefice del “Miracolo Verona”, portato in trionfo dai suoi ragazzi
(foto tratta da Calcio – Fanpage)

Il telaio della squadra era già solido, i calciatori si conoscevano bene e sembravano giocare ad occhi chiusi, tali erano collaudati i dettami tattici di Bagnoli, il quale ogni volta si sminuiva sostenendo quanto il calcio fosse in realtà un gioco semplice e si trattasse in pratica solo di mettere tutti nelle condizioni di poter esprimere il proprio potenziale tecnico nel migliore dei modi… già, come fosse facile!

Invece andò proprio così, ognuno sapeva cosa fare e come muoversi in campo, e in pochi passaggi il gioco, spesso iniziato da capitan Tricella, uno dei liberi dai piedi buoni più forti d’Italia, degno erede dei forti difensori azzurri, e smistato dal raffinato regista Antonio Di Gennaro veniva poi accelerato d’improvviso grazie alle frecce Piero Fanna e il già citato Elkjaer, abile quest’ultimo anche a finalizzare assieme al partner d’attacco, il suo complementare Nanu Galderisi, grande promessa dei tempi della Juventus con cui già aveva vinto due scudetti. Quante azioni condotte magistralmente in questa maniera sono poi culminate con il gol!

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Io bimbo emozionato con uno dei miei idoli: Piero Fanna, oltre che un campione, una grande persona

Uno dei segreti del Verona fu quello di essersi affidati in fase di costruzione della rosa a giocatori spesso provenienti dai grandi club ma che per varie ragioni non erano stati in grado di affermarvisi pienamente: valeva appunto per Galderisi, come per i già citati Tricella, Fanna e Di Gennaro (simboli assoluti del trionfo gialloblu) ma anche per il forte terzino Luciano Marangon, gli ex viola Sacchetti e Bruni o il portiere Garella.

Altri elementi invece magari non attiravano titoli dei giornali ma si erano dimostrati negli anni affidabili al 100% e perfettamente funzionali allo scacchiere gialloblu: alludo al “vecchio” Domenico Volpati, vero jolly capace di disimpegnarsi indistintamente in difesa come a centrocampo, al terzino Mauro Ferroni e allo stopper Silvano Fontolan.

Tutti insieme questi giocatori divennero il “capolavoro” di Bagnoli!

Il mister fu un maestro nel capire come far rendere al meglio la sua squadra, per sfruttarne appieno il talento: volle inoltre da subito dei giocatori polivalenti, abili a giostrare in più porzioni di campo. A tal proposito una delle sue prime e più felici intuizioni fu quella di cambiare ruolo ad esempio al campione Briegel, sia perchè a sinistra in difesa viaggiava già alla grande Marangon, sia perchè da interno di centrocampo poteva far valere tutta la sua strabordante potenza fisica e atletica. Pronti, via e il tedesco si incollò –  da consegna –  al suo esordio in campionato allo spauracchio Maradona, il miglior giocatore del pianeta, giunto proprio in quella stagione in Italia per giocare (e vincere, ma lo avrebbe fatto più tardi!) nel Napoli.  Poi però non abbandonò più quella posizione, prese possesso del campo divenendo spesso micidiale sotto porta (furono ben 9 i suoi gol a referto a fine stagione, alcuni di ottima fattura oltre che preziosissimi ai fini del risultato).

Un altro calciatore che beneficiò non poco della mano di Bagnoli fu senz’altro il tornante Piero Fanna, che più volte negli anni ha manifestato gratitudine nei suoi confronti per averlo “liberato” da tanti compiti tattici, in modo che potesse far sprigionare tutta la sua fantasia. A fine campionato proprio Fanna fu giudicato il miglior calciatore di tutto il campionato, un fantasista imprendibile che toccò il suo apogeo proprio a Verona, contesto nel quale seppe esprimersi in tutte le sue innegabili qualità tecniche, soffrendo invece non poco le pressioni nelle grandi piazze.

Preben Elkjaer-Larsen e Hans-Peter Briegel si rivelarono autentici campioni, fondamentali nello scacchiere gialloblu
(Foto Pinterest)

Ho già citato l’importanza anche dell’altro straniero, il danese Preben Elkjaer; all’epoca se ne potevano tesserare solo due e capirete anche voi come fosse fondamentale non sbagliare l’acquisto… beh, l’attaccante scandinavo, il vichingo gialloblu ci mise qualcosa come 10 secondi per entrare in sintonia con la squadra, con la piazza, con la città intera, fino a contendere il ruolo di beniamino del popolo veronese all’altra autentica icona da queste parti, il mitico Gianfranco Zigoni!

Scherzi a parte, e limitandoci ai risultati sul campo, che possiamo dire del danese? Fu devastante, un satanasso delle aree avversarie, un contropiedista nato ma che sarebbe ingeneroso incasellarlo solo a quella voce, perchè Elkjaer fu molto di più: era un attaccante completo, tra i migliori in ambito europeo della sua epoca (non vinse il Pallone d’Oro per un soffio, giungendo terzo nel 1984 dopo un ottimo Europeo e secondo dietro Platini l’anno successivo, quello appunto dello Scudetto). Nella memoria collettiva rimane il famoso gol senza scarpa alla Juventus in un Bentegodi gremito all’inverosimile (come sempre in quella splendida stagione), in quella dei tifosi invece rimangono miriadi di ricordi e aneddoti non solo legati al rettangolo verde.

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Lo Stadio Bentegodi di Verona gremito in ogni ordine di posto per la Festa dello scudetto

In tempi molto differenti da quelli attuali, dove ogni club è formato da organici extra large, fece comunque notizia che il Verona riuscì a imporsi su tutte le rivali schierando in tutto solo 17 giocatori. Il cerchio si restringe ulteriormente comprendendo fra questi anche il secondo portiere Spuri che in pratica giocò solo 10 minuti in tutto il campionato e il giovane Fabio Marangon, fratello minore di Luciano; più presenti invece fra i rincalzi furono il difensore Donà e l’attaccante esterno Turchetta, assai preziosi nei momenti in cui i titolari del ruolo erano alle prese con degli infortuni.

La storica prima pagina della Gazzetta dello Sport all’indomani della conquista dello scudetto da parte del Verona (Foto tratta da Hellas Live)

Chiunque abbia vissuto quel campionato, che fosse un tifoso o un semplice appassionato di calcio, non può certo aver dimenticato il Verona Campione d’Italia!

Il torneo 1984/85 fu quello dei grandi big stranieri (i vari Platini, Zico, Dirceu, Rummenigge, Socrates e chi più ne ha più ne metta), della miglior generazioni di talenti nostrani, che solo tre anni prima si erano aggiudicati uno straordinario Mondiale e viene ricordato (però erroneamente) come l’unico col sorteggio arbitrale integrale. In fondo meglio così, vuol dire che il Verona vinse anche in condizioni “normali” in cui solitamente esiste la cosiddetta sudditanza psicologica… Insomma, tagliamo la testa al toro, vinse perchè era la squadra più forte!

Un’impresa oltretutto irripetibile: nessun’altra provinciale, non volendo così considerare la super Sampdoria scudettata nel 1990/91, è mai più riuscita a fregiarsi del titolo di campione d’Italia e a dirla tutta, visto che Cagliari è (come Genova) capoluogo di Regione, per tornare all’ultima città solo capoluogo di provincia vincitrice del campionato bisogna risalire addirittura all’epopea della Pro Vercelli, che nel 1921/22 vinse l’ultimo dei suoi sette clamorosi scudetti (quell’anno si aggiudicò il titolo anche la Novese, in quanto c’erano due competizioni ufficiali; inoltre non ho tenuto conto dell’exploit dei Vigili del Fuoco di La Spezia vincitori di un torneo in tempi di guerra nel 1944, in quanto non fu quello un campionato riconosciuto)

35 anni sono passati dall’affermazione del Verona… io ero solo un bimbo di 8 anni in fondo ma, potete pure non credermi, se chiudo gli occhi mi tornano alla mente tutte le immagini di quel periodo: le partite (andavo sempre allo stadio con mio papà Vincenzo e mio zio Daniele, che all’epoca gestivano un grande calcio club), le trasferte, le tante innumerevoli emozioni, le cene con i giocatori quando venivano in visita alle serate del calcio club (ho diverse foto con i protagonisti: Tricella, Fanna, Galderisi, Garella…), io che ero un po’ la mascotte e in pulmann prendevo il microfono, aggiornavo in tempo reale le classifiche ed ogni volta era un vero tripudio!

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Io felicissimo in mezzo a capitan Tricella e Nanu Galderisi. Dietro di noi mio padre Vincenzo, all’epoca Presidente del Calcio Club di Menà Vallestrema

Ricordi incancellabili, non ho remore nel definirli tra i più belli e intensi della mia infanzia.

Credo sinceramente che vincere uno scudetto per una “piccola” sia ben diverso rispetto a quelle squadre “abituate” a farlo negli anni… e io mi ritengo davvero fortunato ad aver vissuto da vicino quella splendida stagione!

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Tre grandi campioni dello scudetto gialloblu, Tricella, Galderisi e Fanna, tagliano la torta a una cena del Calcio Club. C’era un clima di grande festa attorno a quella mitica squadra capace di far sognare l’intera città di Verona

12 MAGGIO 1985: 30 ANNI FA L’HELLAS VERONA DI BAGNOLI VINCEVA UNO SPLENDIDO SCUDETTO RIMASTO UNICO NELLA STORIA DEL CALCIO

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Arrivo in ritardo di un giorno nell’omaggiare un evento sportivo particolarmente sentito nella mia splendida città, Verona. Ieri, infatti, 12 maggio, si ricordava e celebrava il trentennale di uno storico scudetto, quello dell’Hellas Verona guidato magnificamente in panchina da quel genio umile e modesto di nome Osvaldo Bagnoli e in campo da un gruppo unito, coeso, fatto di uomini veri oltre che di giocatori fantastici come Fanna, a cui  ho dedicato nello specifico questo mio breve ricordo “raccontato”, Tricella, Elkjaer, Briegel, Di Gennaro, Volpati, Galderisi, Marangon, Garella, Ferroni, Fontolan, Sacchetti, Bruni e tutti gli altri eroi di quello splendido ciclo vincente. Un caso rimasto unico nella storia del calcio tricolore recente, visto che nessuna squadra emanazione di una città non capoluogo di Regione dal dopoguerra in poi è mai riuscita a conquistare il primo posto in classifica. Una squadra che, indipendentemente dal tifo, ha saputo ritagliarsi uno spazio nel cuore di molti appassionati sportivi, non solo italiani, proprio per la portata eccezionale dell’evento, e forse perchè per molti ha rappresentato la fine di un’epoca più genuina, dove imprese del genere, seppure non di tutti i giorni – altrimenti non staremmo qui a darne risalto a distanza di 30 anni – potevano ancora essere realizzate con la forza delle idee.

Personalmente poi sono cresciuto con questo mito, avendo avuto però la fortuna e l’opportunità di vivermi in presa diretta quelle grandi emozioni, tanto che al Verona di quegli anni associo alcuni dei miei più bei ricordi di bimbo.

Vi dedico con piacere quindi questo mio racconto incentrato su uno dei miei veri miti d’infanzia calcistica, il grandissimo PIERO FANNA! 

PIERO FANNA: IL MIO MITO DELL’INFANZIA, QUANDO IL CALCIO ERA ANCORA POESIA.

Parlare di calcio in Italia è consentito a tutti, è quasi un effetto contagioso che va a intaccare anche gli insospettabili, specie al varco di manifestazioni importanti, quando davvero anche la “nonnina” della casa di fianco si ritrova ad assistere ad esempio a una finale Mondiale.

Ci sono tante tipologie di “tifosi”: gli asettici, coloro che magari stanno pensando a tutt’altro e gliene frega anche poco, ma che a un certo punto, tra un cocktail annoiato e l’altro, ti chiedono “che ha fatto oggi la Juve?”. Quelli al contrario che mi piace definire “empatici” (o patologici, per dirlo più prosaicamente come farebbe la mia ragazza), che si rovinano il weekend se la loro squadra del cuore ha perso; gli immancabili vecchietti del Bar Sport (nei paesi di provincia è ancora probabile trovarne qualcuno di quelli narrati da Benni) che disquisiscono di tattica; ci sono gli ultras, ovviamente, e i ragazzi di ultima generazione che passano il tempo su you tube e credono di saperne perché vedono una giocata di un oscuro colombiano e magari ignorano che è appena stato promosso in A per la prima volta il Sassuolo.

Io rispetto tutti, ma provo ad andare oltre, cercando ancora quel lato poetico che posso riscontrare nelle piccole storie, tipo quella del Trapani che, partito dai dilettanti, con un tecnico preparatissimo e gente autoctona, dopo aver smaltito la delusione per la sconfitta dei play off 12 mesi fa, quest’anno si è superato, arrivando direttamente in serie B.

La poesia e la pura emozione la ritrovo però se chiudo gli occhi e torno bambino, io che ho avuto la possibilità e la fortuna di assistere a un evento che rimarrà presumibilmente irripetibile: lo scudetto dell’Hellas, l’ultima vera provinciale in grado di issarsi in cima alla classifica e vedere gli Dei del pallone da vicino.

L’Hellas è diverso da tante squadre di provincia, il senso di appartenenza è davvero forte. I bambini tifano gialloblu, non le big come accade spesso altrove. Resiste il mito di quella squadra scudettata, ma non solo: chiedete a chiunque di Zigoni e vi risponderanno, dalla massaia, al pensionato, al tredicenne. Io, dicevo, ho iniziato presto a frequentare gli stadi, precisamente a 5 anni, grazie alla passione di mio padre: erano già anni buoni, il Verona, da neo promosso, lottò a lungo per lo scudetto, per giungere infine quarto; l’anno dopo, la scheggia di poesia fu rappresentata dal fenomenale e sfortunato Dirceu e da Penzo (mio fratello Nico fu chiamato così in suo onore). Ma il mio ricordo speciale lo voglio dedicare al mio idolo di quella squadra di campioni veri, che ho avuto la fortuna di conoscere: Piero Fanna.

Fenomeno in pectore (veniva dall’Atalanta,  – e da dove sennò -, si parla sempre troppo poco di un vivaio che davvero educa e fa crescere bene gli atleti) e giunse alla Juve insieme ad altri giovani in quegli anni, come Cabrini, Marocchino e Virdis. Le qualità tecniche erano evidenti, forse meno la personalità. Ai posteri è ormai passato il concetto che non avesse legato con il mitico Trap, che lo costringeva a un lavoro sfiancante di recupero, ma in realtà con Bagnoli all’Hellas non è che Pierino si risparmiasse, anzi, correva come un forsennato. E’che il grande Osvaldo aveva saputo toccare le corde giuste di un animo sensibile, quello di Piero. E a quanto pare ci riuscì pure con altri che sembravano onesti mestieranti ma che lui contribuì a rendere campioni, come Garella o Volpati, e tutti loro a distanza di quasi 30 anni,  riconoscono questo gran valore al loro allenatore.

Elkjaer e Briegel infiammavano il popolo, ma Fanna fu il vero leader, silenzioso, timido… del resto a lui non occorreva alzare la voce o fare il bullo, bastava dargli un pallone tra i piedi e, destro o mancino indifferentemente, partiva sulla fascia che era un piacere, seminando avversari (memorabile una sua azione contro il Napoli, da manuale del contropiede) e inventando assist a getto continuo. Il look negli anni 80 non aveva l’importanza di oggi, niente tatuaggi o creste, e come dice bene Pecci nel suo bel libro riguardo Graziani, anche per Fanna l’acconciatura poco accattivante poteva fuorviare. Il riporto non era sinonimo di estetica, e quindi automaticamente vederlo correre ti dava l’idea fosse un “generoso”, quando invece era classe e tecnica pura, da top player come si direbbe ora. Una persona umile, che si scherniva e lo fa ancora davanti ai complimenti. Ho avuto modo, svariati anni dopo di intervistare il figlio di Piero, Marco. Classe ’86, dalle giovanili dell’Hellas era passato al Parma, venendo convocato spesso nelle selezioni giovanili, fino all’Under 17. Era grande amico di Pier Mario Morosini, di cui mi riportò un commosso ricordo. Marco tentò una carriera professionistica che sembrava in effetti alla sua portata; giocò nell’ex serie C alla Reggiana e al Portogruaro, ma poi finì nei dilettanti. La sua parabola assomiglia a quella di molti  (seppur) talentuosi figli d’arte. Diventa quasi automatico il confronto, specie se si agisce nella medesima zona di campo. E per quanto fosse discreta la presenza del babbo, era pur sempre ingombante come ombra. Piero aveva ben poco da invidiare a Bruno Conti, per dire. In ogni caso, tra corsi e ricorsi storici, Marco ancora si diverte e dispensa gran giocate nello Zevio, agli ordini di Gigi Sacchetti, altro grande scudettato del Verona! Dalle parole di Marco, a maggior ragione, ho colto quanto fosse genuino e profondo lo spirito che animava quei campioni, capaci di ritrovarsi tutti la notte del 31 dicembre 1984 con moglie e figli per custodire nel cuore una speranza che davanti ai microfoni Rai non si poteva manifestare nella sua vasta portata, ma che tra amici veri si poteva condividere, come si fa con i sogni costruiti insieme nel tempo.

E’ indubbio però che non fossero solo le partite o le giocate dei calciatori a regalarmi queste gioie e questi ricordi. Apro una parentesi più personale, in quanto questi sono anche i migliori ricordi che lego a mio padre, figura carente negli ultimi anni. Se la mia passione è nata e si è sviluppata nel tempo, lo devo principalmente a lui. E’ stato per quasi 30 anni presidente di un calcio club di una piccola frazione (Menà di Castagnaro, poco più di 1000 abitanti, all’estremo sud della provincia di Verona, al confine con le limitrofe Rovigo e Padova). Eppure è riuscito a coinvolgere un sacco di persone, arrivavamo allo stadio col pullman strapieno, fermandoci in tutti i paesi. Ero orgoglioso di lui per come gestiva, come era rispettato, per come si poneva, mai sopra le righe: era un riferimento per tutti.  Mi ha trasmesso tanti valori. L’unica volta che lo vidi esultare come un pazzo fu al 90° di un Verona – Sampdoria, anno 89-90, in cui retrocedemmo con una squadra raffazzonata ma dignitosa, al termine di una lunga ricorsa, culminata in una trasferta a Cesena (in cui vidi le tribune penzolare letteralmente sopra di noi che stavamo in parterre!). Avevamo dominato la gara, vincevamo 1 a zero e questo risultato metteva l’Hellas davvero nelle condizioni di giocarsi un’insperata sin lì salvezza, quand’ecco che all’ultimo minuto l’arbitro fischiò un rigore inesistente per i blucerchiati. Lo spocchioso Mancini si diresse con moto di sfida al dischetto, aizzando i tifosi gialloblu ma un giovanissimo Peruzzi respinse prodigiosamente. In quel momento mio padre sbrocca, si alza, corre verso la ringhiera e si mette a insultare il Mancio. Grandissimo! Di questo Hellas, che fu costruito con molti carneadi in seguito a un fallimento che fece smantellare una buona squadra (quella dei Caniggia, Troglio, Bortolazzi, Pacione) rimanevano guarda caso due pilastri: Bagnoli e Piero Fanna.

Da bimbo col calcio club certi riti erano davvero irrinunciabili, il caffè nel solito bar, le ultime chiacchiere, Ugo che richiede ai giocatori il mordente (e io che non sapevo davvero cosa volesse dire ma più passavano le settimane e meno riuscivo a chiederlo), Ivo e Loris che indossavano fieri le sciarpe della Viola, società gemellata e che erano stati a Brema per la storica Coppa Uefa e ogni volta ingigantivano le balle, specie quelle riguardanti  rimorchi di bionde tedesche accondiscendenti. Arrivavamo presto, e mi piaceva osservare, e provare ad aiutare mio papà e mio zio Daniele mentre allacciavano fieri il nostro striscione “Calcio Club Menà”. Avevamo una posizione davvero strategica e capitava molto spesso durante “90° Minuto” che lo inquadrassero. Ovviamente non esistevano i cellulari e nemmeno facevo tempo a telefonare agli amici calciofili del cuore (seppur juventini o milanisti, come Dennis o Mirco) per dire loro di sintonizzarsi e stare attenti. E poi i paninazzi con salsiccia e peperoni fuori dallo stadio,che si vinca o che si perda. Io che al rientro in corriera, ormai divenuto mascotte ufficiale, prendevo il microfono e aggiornavo le classifiche dalla A alla C/2 dopo aver memorizzato sul tabellone dello stadio i risultati finali. Avevo 7 anni, la memoria forse è il mio unico pregio, e che Dio me la conservi buona. Le trasferte soprattutto, con Nanni che mentre faceva delle manovre pericolosissime, tra tornanti infiniti,  si girava verso di noi, dicendoci “guardate che panorama!”, le fermate lungo il tragitto e gli immancabili pic-nic, a base di pane e salame casalin e vino rosso. Era qui che entravano in gioco gli amici di mio padre,quelli della compagnia del paese. Paolo, Uber, Ceschin, Vanni, Ciano menavano le danze, per i bambini c’era sempre trattamento di favore, ovviamente! Non esistevano le prove palloncino, per fortuna! I primi cori imparati a memoria, mi rimase impresso quello dei caldissimi tifosi del Pisa all’Arena Garibaldi (“Mi innamoro solo se/vedo vincere il Pisa/Forza Forza Grande Pisa), e i viaggi impervi a Udine, Como, dove presi l’influenza a poche giornate prima dello scudetto. Gira la leggenda tra i muri di casa Gardon che la”famosa tosse” (o “raspeghin” per dirla correttamente in dialetto veneto) che ancora mi contraddistingue l’abbia contratta quel pomeriggio vicino al Lago citato dal Manzoni. E poi i ritiri, che non erano come adesso. Mi piace sottolineare l’impegno dei coordinatori dei calcio club, mai menzionati ma fondamentali per i rapporti. A Verona ad esempio Carla Riolfi ha fatto tanto per i tifosi, organizzando degli incontri splendidi. Ricordo con affetto anche Saverio Guette, responsabile marketing, morto prematuramente, un signore. In quei momenti i giocatori, gli allenatori stavano davvero con noi, mangiavano nei nostri tavoli, si tirava qualche calcio assieme. Ho tante foto in cui sono in braccio a Tricella, Fanna, Volpati, persino a Nanu Galderisi, poco più alto di me in fondo. Uomini semplici, pieni di valori, non se la tiravano per niente. In tempi più recenti (ma si parla comunque di 19 anni fa), un bel ritiro fu quello con Bortolo Mutti, persona affabilissima, disponibile e cordiale. Mio padre è suo coetaneo e sembravano conoscersi da una vita, io fraternizzai con un giovanissimo Damiano Tommasi che, 17enne, era stato aggregato alla prima squadra. Era meno dotato tecnicamente rispetto agli altri giovani Lamacchi, Cammarata o Piubelli (che smise a 21 anni per un serio infortunio, dopo aver giocato titolare anche in una fortissima Under 21), ma era serio, si applicava tantissimo, ero sicuro sarebbe arrivato ai massimi livelli, senza perdere l’umiltà e la voglia di migliorarsi. Anche Malesani era uno spettacolo, veronese come noi, si apriva tantissimo, parlava in dialetto, ma emanava una professionalità incredibile, in campo è proprio un maestro.

E’ innegabile quanto le esperienze personali possano connotare i ricordi, magari trasfigurandoli  ma, pur rimanendo – ormai anche da addetto ai lavori – nel vivo di questo sport e seguendolo ancora molto, penso che qualcosa si sia perso, in favore di logiche diverse, più mirate alla spettacolarizzazione globale ma che non necessariamente combaciano con lo spettacolo che giunge al cuore degli spettatori, con le emozioni pure e genuine che il calcio può ancora saper regalare. Ma occorre tenere viva la memoria, rispettare il passato, senza per forza scadere in nostalgismi. Poi, se uno lo è per natura – come il sottoscritto –  è fregato e la ricerca del “bello” può far arretrare i calendari di anni, secoli, tanto da farmi rimpiangere epoche che ho solo letto sui libri o visto attraverso ingiallite fotografie o immagini velocizzate (come nel caso dei Mondiali degli anni 30 o dell’Epopea del Grande Torino).

Non c’è niente da fare, se il calcio non fosse accompagnato da un puro sentimento non sarebbe questo splendido volano che fa da cornice a campionati di mezzo mondo.

E allora lasciatemi smettere i panni del giornalista e fatemi gioire alla risalita del mio Hellas nel calcio che conta! Come direbbe il mitico cronista gialloblu Roberto Puliero “Alè Alè Bum Bum Bum! Viva Viva Viva”.

(Gianni Gardon)

In serie B il Carpi vola a +12 sulla seconda: mai come quest’anno c’è una squadra che merita fortemente la promozione

Sto leggendo da più parti in questi giorni se la promozione (ormai quasi sancita aritmeticamente) del Carpi in serie A possa rappresentare una svolta nel campionato italiano, in contrapposizione con un “sistema Lotito” che ai piani alti sembrerebbe essere preferito.  Io ovviamente sono per il Carpi, sono per queste “piccole” realtà che rappresentano per me ancora il senso più genuino del calcio. Non è mia intenzione vedere tutto rosa nella splendida cavalcata della squadra modenese, ormai a +12 lunghezze sul diretto rivale, il colosso Bologna. Già accostare una cittadina di provincia con il capoluogo emiliano fa un po’ specie, eppure è da un po’ che da quelle parti il calcio sta facendo assurgere a vette di popolarità e visibilità realtà più piccole. Basti pensare all’altro miracolo recente, quel Sassuolo che da due anni sta ben figurando nella massima serie. I detrattori al solito diranno che le finanze dei neroverdi sono più floride di quelle di tanti blasonati club. Vero, per carità, ma qui come altrove si è prima di tutto iniziato tanti anni fa un percorso vincente, ragionato, organizzato, che ha fatto salire passo per passo tutti i gradini del calcio professionistico. Sassuolo e ora Carpi, là dove invece il capoluogo di provincia Modena è da tempo impelagato in una situazione di classifica cadetta piuttosto modesta. Programmazione che ha consentito ormai da molti anni a costituire il primo miracolo del calcio moderno, quel Chievo che, al pari del Carpi di Castori non sarà (più, ai tempi di Malesani e Delneri lo era eccome!) spettacolare ma assai redditizio, quello sì!

grande festa al terzo gol siglato nel bgi match contro il Bologna da parte di Lollo

grande festa al terzo gol siglato nel bgi match contro il Bologna da parte di Lollo

Sia chiaro, è indubbio che le grandi piazze attirino maggiormente l’interesse del calcio nazionale, basti pensare all’entusiasmo che ha sorretto il Perugia nella prima parte della stagione, cosa che, unita a una rosa di elevata qualità nel gioco dei singoli, mi aveva azzardato a ipotizzarla fra le favorite del torneo, con lo stadio sempre pieno al Curi. Anche a me piacerebbe che certi club vivessero ancora annate da protagonisti, penso a quelli cancellati dai debiti, a quelli che stanno faticosamente risorgendo dalle proprie ceneri, come il Padova o il Mantova, per rimanere a Nord, al Siena, spostandoci al centro, e alla Salernitana, il Foggia, il Messina (ma l’elenco potrebbe continuare) scendendo verso sud. Però il calcio deve essere prima di tutto uno sport meritocratico e anche il più possibile deve attenersi a certe regole burocratiche. Se poi per primi sono gli squadroni metropolitani europei spesso e volentieri a non assecondare certi parametri imposti, beh, quello è solo lo specchio di uno sport che ancora presenta forti lacune e che fa quando gli conviene numerosi sconti ai suoi protagonisti.

Giusto che in un quadro generale di incertezza a imporsi siano quindi modelli sani, quasi sempre legati alla provincia. Magari saranno effimere ma un pezzettino di storia del calcio lo andranno a comporre. Tralasciando il Chievo, ormai dal 2001 in pianta stabile (con l’eccezione di una retrocessione, immediatamente compensata l’anno successivo) in serie A, furono a mio avviso significative anche le esperienze del Piacenza (un’altra delle squadre che ora si ritrovano un po’ ai margini, addirittura con un secondo club cittadino nel frattempo arrivato meritatamente in Lega Pro, laddove la rinata società storica versa ancora in serie D), del Novara, serissimo candidato a tornare in cadetteria, Bassano e Alessandria permettendo, del Cesena che, tra alti e bassi, splendide annate in A sin dagli anni ’80, e precipitose discese in terza serie, è anch’essa una bellissima realtà del nostro calcio tricolore. Il Carpi si muove nel novero di queste squadre, cui aggiungerei l’Albinoleffe, caduto un po’ in disgrazia nell’immaginario collettivo a seguito di alcune note vicende legate al calcioscommesse.

il cannoniere Mbakogu, classe 93, pronto ad esplodere in serie A

il cannoniere Mbakogu, classe 93, pronto ad esplodere in serie A

Gli emiliani di Castori, tecnico che in ogni categoria ha fatto ben parlare di sè, e che personalmente associo a una splendida stagione alla guida del Cesena (dove con gli uomini giusti a disposizione aveva proposto un calcio iper offensivo, alla faccia di chi sostiene sia uno che pensi per primo a non prenderle), non faranno la gioia degli esteti ma stanno di fatto dominando, con assoluta sicurezza, con rarissime cadute di tono, senza aver mai perso la bussola del proprio torneo, nemmeno quando sul più bello hanno dovuto giocoforza rinunciare a uno dei propri giocatori simbolo, quel Concas fermato dopo un controllo antidoping. Neanche quando si era infortunato il top della squadra, il cannoniere d’ebano Jerry Mbakogu, da tempo segnalato dal sottoscritto come uno dei migliori prospetti del calcio italiano, da quando giovanissimo vestiva con successo la maglia degli Allievi del Padova, prima di completare l’iter delle giovanili nel Palermo, con cui da protagonista andrà a vincere uno storico scudetto di categoria. E’ vero, non lo nego, le partite del Carpi sembrano quelle che si giocano a scacchi, ma spesso ti tramortisce con due semplici mosse. E’ successo in maniera praticamente identica nelle due gare chiave della stagione, quelle che hanno confermato – ce ne fosse stato ancora bisogno – quanto la corsa alla promozione diretta sia come minimo giustificata. Alludo alle vittoriose gare contro le principali avversarie di questo scorcio di stagione, Vicenza e Bologna. Il redivivo Vicenza, ripescato a inizio campionato e sistemato alla bisogna, nel corso del campionato ha ritrovato, grazie alla sapientissima mano di un rilanciato Pasquale Marino, compattezza, qualità e soprattutto ha puntellato la rosa strada facendo, fino a presentare un roster di tutto rispetto. In ogni caso mai mi sarei aspettato di trovarmi la squadra in grado di fare un filotto di risultati utili così lungo, al punto di scavalcare quasi tutte le pretendenti ai playoff, che si chiamassero Livorno, Avellino o Frosinone. Se dovessi indicare a uno spettatore occasionale della serie B un campo dove fosse assicurato assistere al bel calcio, allora non esiterei nel nominare il “Menti”. Il Lanerossi Vicenza infatti, imperniando il proprio gioco nei piedi del miglior regista della B, Di Gennaro, uno che di occasioni per imporsi nella massima serie ne ha avute molte, è sempre propositivo e alla ricerca della vittoria, che spesso è giunta grazie ai gol dell’attaccante sardo Cocco, che da anni non era così prolifico ed efficace. Eppure, pur giocando al solito molto bene, contro il muro del Carpi non c’è stato niente da fare, e gli emiliani in modo quasi irrisorio hanno mandato al tappeto in pochi minuti ben due volte i rivali con la rivelazione Kevin Lasagna, uno che la gavetta l’ha consumata, assoluto mattatore. Stessa cosa nel big match contro il Bologna. In quel caso risultato ancora più sorprendente, un 3 a 0 netto che non lascia scampo ai detrattori, con protagonisti affidabili “operai del pallone” come Pasciuti, Di Gaudio e Lollo, che mai come quest’anno si stanno esibendo con un rendimento costante sopra la media.

L'allenatore Castori, vero artefice del miracolo Carpi: sarà lui il nuovo Sarri?

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E allora, in un quadro tecnico davvero rivolto verso il basso, dove di bel calcio se ne vede ben poco, di spettacolo puro ancora meno, di talenti cristallini già pronti per salire di gradino pochissimi, di giocate d’alta scuola da far spellare le mani praticamente mai, ben venga che una squadra come il Carpi sia meritatamente a un passo da una storica promozione in serie A.  Una squadra organizzata in ogni reparto, armoniosa, ben guidata in campo e ottimamente orchestrata da gente come Lollo, Porcari – già protagonista della memorabile cavalcata del Novara – l’ex juventino Bianco, gli esperti Pasciuti e Romagnoli, e rappresentata da autentici campioncini in sboccio come il portiere di proprietà del Milan Gabriel, il difensore Struna o il piccolo Drogba Mbakogu, che magari seguendo l’esempio di un altro club illuminato come l’Empoli (che però fa più leva sul proprio fortissimo vivaio per mantenersi), potrà mantenere questo spirito vincente anche il prossimo anno.