Il Chievo, vincendo il suo primo campionato Primavera, entra nella storia del calcio italiano

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L’attesissima sfida valevole per lo scettro di miglior squadra del campionato di calcio Primavera, riservato agli Under 20, è stata aggiudicata dal sorprendente Chievo ai danni di un comunque forte e mai domo Torino. Due squadre che si sono equivalse sul piano del gioco, spiccando per tutto il lunghissimo torneo per compattezza difensiva (del Toro il minor passivo in assoluto fra tutti i gironi eliminatori della Regular Season, del Chievo il portiere – Moschin, addirittura classe ’96 – il miglior giocatore delle Final Eight giudicato al termine della kermesse) e per spirito di gruppo. Uno spirito di gruppo capace di non far pesare le notevoli assenze che entrambe le compagini palesavano giunti alla meritata finale. Hanno fatto più clamore le assenze degli avversari del Torino di Moreno Longo (vero cuore granata, da giovane calciatore cresciuto a pane e Toro, aveva già perso una finale Primavera contro la Juventus di Del Piero, Cammarata, Binotto, Manfredini, Sartor e Dal Canto), vale da dire quelle della Lazio in semifinale (gli squalificati Lombardi e Minala) e appunto del Chievo in finale (la fortissima coppia d’attacco Da Silva, capocannoniere dell’intero campionato Primavera e esordiente quest’anno in serie A e Alimi) ma indubbiamente anche ai piemontesi mancavano abili pedine dello scacchiere. A onor di cronaca occorre ribadire che, per quanto non indifferenti, le assenze sono state ben suffragate, specie tra i veronesi, con l’attaccante Gatto (fratello dell’altrettanto talentuoso attaccante del Lanciano, nazionale Under 21 di serie B) assolutamente tra i migliori ieri sera tra i suoi.

Il Torino era partito forte, con una spinta costante ma alla prova dei fatti, inconsistente, riuscendo raramente a impensierire il forte portiere avversario. Solo sul finale l’arrembante terzino sinistro granata Barreca (cui ci sentiamo di scommettere per l’immediato futuro) ha fallito un’occasione d’oro, poco prima di approdare agli scontati – a quel punto, visto l’equilibrio mostrato in campo – tempi supplementari. Lì hanno prevalso soprattutto la paura e la stanchezza, nonostante quasi allo scadere del secondo tempo supplementare l’attaccante  franco-camerunense del Chievo Yamga si sia letteralmente divorato una nitida occasione da gol dentro l’area piccola. Il sostituto dell’implacabile brasiliano Da Silva si è però fatto ampiamente perdonare trasformando con grande freddezza il quarto rigore della serie, “inducendo” all’errore il povero torinista Morra, che a quel punto aveva la patata bollente tra i piedi, considerando che la serie dei penalty si era aperta con l’errore (traversa) del forte Gyasi.

Il Chievo a questo punto conquista, senza ricorrere all’ultimo tiro dal dischetto previsto per il centrocampista dai piedi buoni Messetti, la sua prima importante coppa nazionale, vincendo il Campionato Primavera 2014. Un suggello a un vivaio straordinario, che da quasi dieci anni rientra nelle magnifiche dei playoff, con l’apice raggiunto l’anno scorso, battuto solo in semifinale dai futuri campioni della Lazio. Già c’erano state belle e significative affermazioni con i tantissimi ragazzi – in età Giovanissimi e Allievi – prestati negli anni alle varie Nazionali, non ultimi il fenomenale terzino Costa, rientrato proprio per sprintare sulla fascia nel secondo tempo di ieri, dopo un gravissimo infortunio. Costa, nato a due passi da casa mia, a Noventa Vicentina, è una colonna dell’Under 19 e già ieri in pochi minuti ha sfoderato giocate d’alta classe, mostrando un buon piede sinistro e segnando uno dei rigori della lotteria finale. Nella squadra clivense, entrata ieri sera nella storia, meritano una citazione moltissimi interpreti, dall’insuperabile Moschin, capace di scalare gerarchie in campionato e di rivelarsi para tutto nelle decisive gare playoff contro le più quotate Juventus e Fiorentina. Coetaneo di Scuffet, non è un gigante d’altezza, ma è reattivo, scattante e freddo in porta, sempre sicuro, guarda gli avversari dritti negli occhi, senza timore. La difesa a 3, imperniata sul capitano Kevin Magri, ieri travolto dal tifo di tanti amici e parenti giunti a Rimini dalla natìa Campobasso, è una cerniera insuperabile, con Aldrovandi e il gigante Brunetti, anch’egli impeccabile al pari di Magri, ben sostenuta ai lati dall’inesauribile Troiani a destra e Costa a sinistra (ieri e a lungo nel torneo sostituito egregiamente dal giovanissimo classe ’96  Sanè). A centrocampo il fosforo è garantito dal mancino Messetti, con al centro la piovra Mbaye, un autentico colosso in mezzo e a sostegno il coriaceo Steffè, che ha partecipato da prezioso rincalzo alla spedizione della Nazionale Under 17 al recente Mondiale di categoria. Grande senso tattico per la mezz’ala a metà con l’Inter, così come Tibolla, rientrato in nerazzurro a gennaio. In attacco, detto dell’agile e tecnico Gatto, è spiaciuto non aver visto all’opera lo straordinario bomber Da Silva, appiedato dal giudice sportivo per un turno dopo la tirata semifinale contro i viola. Un grande plauso alla società e a mister Nicolato, che ha rappresentato la continuità per il Chievo in tutti questi anni.

Nel Toro, che rimane la squadra più titolata d’Italia a livello Primavera con 8 affermazioni (senza contare le 7 coppe Italia e i tornei di Viareggio), la vittoria è sfuggita, a 20 anni e più dall’ultima finale, quando si scontrarono due futuri campionissimi come il già citato Del Piero, simbolo della Juventus e Bobo Vieri che mosse proprio in granata i primi passi di una fulgida carriera. Le carte in regola per puntare in altissimo c’erano tutte, dopo aver letteralmente dominato il proprio girone (come il Chievo dall’altra parte, primo in classifica in un girone con Atalanta, Milan e Inter), e mostrato per tutto l’anno grandi doti tecniche e agonistiche in elementi di sicuro avvenire come il citato Barreca, dal sinistro fatato e dalla corsa infinita, già più volte finito in prima squadra con Ventura, senza però assaporare la gioia dell’esordio, o come nella fantasiosa punta Aramu, stella conclamata della squadra, 19enne ma già molto esperto, avendo sempre giocato con compagni più grandi di lui, anche di due anni. Benissimo anche l’altro terzino, l’ex juventino Bertinetti, spina nel fianco sull’out destro, il play basso Comentale, l’interno Coccolo, stantuffo inesauribile o il centrale difensivo Ientile. Insomma, gli ingredienti per ripartire ci sono tutti, e va dato grande merito alla gestione Cairo, in grado di ridare grande dignità a un vivaio storico, caduto tristemente nell’oblio a causa di scellerate presidenze precedenti al suo avvento in società. La cosa più importante sarebbe quella di compiere un ulteriore passo in avanti, portando alcuni di queste giovani stelle tra i “grandi” della prima squadra, a iniziare magari già dal ritiro estivo di quest’anno.

Filippo Boniperti, nipote del grande Giampiero: altra “vittima” del nepotismo nel calcio?

Si sa, nel mondo del calcio o in generale nel mondo delle arti, essere figli d’arte significa dover lottare il doppio per emergere, specie se il tuo cognome è davvero importante, di quelli che pesano. Potreste dirmi che anche nel mondo del lavoro le capacità bisogna dimostrale sul campo, ma in realtà quanti “figli di papà” ritroviamo senza particolari meriti a gestire aziende, patrimoni? Per non parlare di ciò che accade in politica, dove il nepotismo è un fenomeno di mal costume sempre più diffuso.

Il tema del nepotismo nel calcio mi ha sempre interessato e ho preparato pure un dossier che spero presto potrete leggere nella rivista per cui collaboro.

Nella Juve è cresciuto e ha giocato per tanti anni, facendo tutta la trafila giovanile, Alessandro Bettega, regista di una nidiata che comprendeva Giovinco, Marchisio, Criscito, De Ceglie, Andrea Rossi, Michele Paolucci, Del Prete, tutta gente che, a vari livelli, sta facendo carriera. Bettega, come altri figli d’arte famosi, non ha ovviamente faticato per essere inserito fra i ranghi della Juventus. Non ha passato nessun provino, questo è poco ma sicuro, ma poi crescendo i nodi vengono al pettine e occorre quanto prima dimostrare le proprie qualità tecniche e la propria dimensione calcistica. A dire il vero, specie nell’ultimo anno in Primavera, Alessandro non si era disimpegnato male, giocando anzi spesso con la fascia di capitano al braccio. Qualche gol, belle geometrie, niente da paragonare all’energia, alla tecnica e alle doti acrobatiche del padre (uno dei migliori attaccanti della storia italiana) ma pur sempre doti che avrebbero potuto agevolarlo nell’intraprendere un’onesta carriera da professionista. E invece a soli 25 anni Ale è già da un biennio tra i dilettanti, dopo aver giocato qualche gara nei pro, specie a Pizzighettone, senza peraltro lasciare il segno. Sogni di gloria finiti? Temo di sì, purtroppo.

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Percorso altrettanto irto di difficoltà sta attraversando anche un altro ex juventino, ancora sotto contratto con Madama, dal cognome oneroso: Boniperti. Filippo, classe ’91, nipote del grande fuoriclasse Giampiero, solo di recente scavalcato da Del Piero nella graduatoria dei massimi goleador in maglia bianconera, è invero più talentuoso di Bettega, e lo testimonia anche lo storico debutto in serie A con la tanto amata maglia della Juventus. Eravamo nel  maggio 2011 e il gettone di presenza suonava più che altro come un premio alla serietà e all’impegno di un ragazzo molto determinato a dimostrare il suo valore. Da lì, però, il nulla. Boniperti nelle successive esperienze professionistiche, le prime una volta terminato il ciclo giovanile, ha accumulato davvero poche presenze tra Ascoli (serie B) e Carpi (Lega Pro), per non parlare della stagione in corso a Empoli, dove è in pratica spettatore della bella rincorsa della squadra toscana. Ora, sul finire del mercato di riparazione, si ipotizza un nuovo passaggio in Lega Pro per lui, visto che comunque gli estimatori non mancano e poi, diciamolo chiaramente, in certe categorie, un cognome simile è anche fonte di richiamo per il pubblico. Filippo è un brevilineo, un tornante potremmo dire, un’ala, al limite una mezzapunta, anche se gli mancano caratteristiche salienti come l’assist sempre in canna e qualche realizzazione in più. Il tempo è dalla sua parte, ma l’impressione è che davvero il buon Boniperti dovrà sudare il doppio dei compagni per emergere. Dalla curiosità al pregiudizio il passaggio è spesso e volentieri repentino e per nulla indolore. Tira fuori il carattere, Filippo!

Scudetto meritatissimo della Juve! Ma quanti sono: 30 o 28?

In rete si sono scatenati in tanti: chi irride, chi fa un motto di orgoglio, chi gioisce in modo sfrenato, chi continua a fare la conta dei torti, altri che fanno la conta… degli scudetti: 28 o 30, come sosterrebbe la società? O addirittura meno, come sostengono i maligni tifosi rivali?

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: se c’è uno scudetto meritato negli ultimi anni, è proprio quello juventino! Per la squadra egregiamente guidata dal semi esordiente in serie A (se escludiamo la breve e infelice parentesi bergamasca) Antonio Conte hanno contato fattori determinanti come il bel gioco, la continuità di rendimento, una rosa disponibile e molto flessibile, le qualità individuali al servizio del collettivo, e non è quest’ultima una frase fatta, se si considera che la Juventus ha vinto senza un centravanti capace di andare agevolmente in doppia cifra, anzi, facendolo ruotare a seconda degli impegni e dello stato di forma.

Di contro il Milan, l’unico vero ostacolo alla conquista di un insperato scudetto alla vigilia, ha pagato nel corso della stagione i numerosi e pesanti infortuni (su tutti Cassano, Boateng e Thiago Silva), la sopravvalutazione di alcuni pezzi pregiati (mi riferisco a Pato e Aquilani) e non sono bastate l’abnegazione della rivelazione Nocerino, i gol del sempre più implacabile (in campionato) Ibrahimovic, nettamente il migliore atleta di una serie A sempre più povera e la compattezza di un gruppo che forse ha davvero dato tutto. Polemiche infinite a parte, gol non gol visti e non visti, la Juventus ha meritato ampiamente, poco per volta si è insinuata davanti, in una posizione di vertice alla quale francamente non era più abituata nè avvezza.

Il protagonista a mio avviso è stato l’allenatore, probabilmente sin troppo borioso, nonostante abbia reclamizzato sacrificio e l’inferiorità nei confronti del Milan, professando umiltà ad ogni intervista; il tecnico salentino da tempo sognava di guidare la Sua Juventus, dopo esserne stato per anni un trascinatore, un combattente. Allievo di Lippi, ancora giovane ma con le idee sufficientemente chiare, e bravo a mutare pelle, lui che all’inizio tutti indicavano come strenuo fautore di un futuristico quanto improbabile 4-2-4. Una Juve camaleontica, capace di difendersi a 3. a 4, di giocare a una punta, col tridente e forte di una mediana incisiva ma anche spettacolare. La difesa ha retto alla grande, di Buffon, tornato a ottimi livelli dopo le insidie casalinghe di Storari, si ricorda solo l’erroraccio col Lecce che ha levato un po’ di sonno ai tanti sostenitori bianconeri; il trio Barzagli- Bonucci- Chiellini è parso compatto e assolutamente efficace, tanto che a una gara dal termine sono solo 19 i gol subiti. Velocità di Barzagli, tecnica di Bonucci, ripresosi alla grande dopo un girone d’andata difficile, e concretezza di Chiellini ed ecco pronta per la Nazionale una difesa di ferro. Sulle fasce ottimo Liechtsteiner, pur “pressato” dal jolly Caceres e sbocciato lo sfortunato De Ceglie, in lizza con il nuovo Estigarribia sulla corsia mancina. Che dire del sontuoso Pirlo? I termini si sprecano, il miglior regista del mondo basta come definizione? Esploso in tutto il suo talento il prodigio di casa Marchisio, nuovo Capitano, e rivelatosi il cileno Vidal non solo come abile incontrista ma pure come polmone dai piedi buoni. In attacco spazio per tutti, dal tecnico Vucinic, cresciuto a dismisura nel ritorno, anche se poco concreto spesso sotto rete, ai ritrovati Quagliarella e Borriello, al concreto Matri, fino al multiuso Simone Pepe, bravo sia da esterno che da centrocampista puro, un po’ come il rincalzo Giaccherini. Commiato d’addio con vittoria per una Bandiera assoluta come Del Piero, mai una polemica, un esempio straordinario di attaccamento al campo e ai colori. Non pervenuti gli stranieri che avrebbero dovuto far volare la squadra sulle fasce secondo pronostici estivi: Elia, vero oggetto misterioso del campionato e Krasic, opaco, intristito dal poco utilizzo e non consono agli schemi del mister.

Proviamo a inserire De Rossi, Maggio e Balotelli al posto degli stranieri, come ha detto ieri Costacurta in un programma di Sky Sport, e notiamo con piacere che potrebbe nascerne una Nazionale Azzurra efficace e in linea con le squadre più forti per contendersi gli Europei.

Ora però qualcuno ci dica quanti sono questi benedetti scudetti bianconeri? 30 o 28???

Il futuro è di Giovinco


 

Ne ha dovuto attendere del tempo il buon Sebastian Giovinco per sentirsi giocatore vero, importante ad alti livelli. Proprio l'aggettivo "alto" ha rischiato di non fargli dormire sonni tranquilli: lui che di statura non raggiunge il metro e 65 ha, da quando mosse i primi passi nel calcio professionistico, dovuto lottare con i pregiudizi. Invece, lungi dal farsi abbattere da critiche talora sconsiderate e immotivate, si è trincerato dietro il duro lavoro, conquistando di partita in partita la fiducia da parte non solo dei mister di turno che l'hanno allenato sin qui, ma pure dei compagni più navigati che ora vedono in lui (giustamente) l'elemento – chiave della squadra, il giocatore che può farti vincere le partite in ogni momento della gara, grazie a una invenzione geniale. Eppure è sempre stato così, sin dai tempi delle giovanili della Juventus, nelle quali – è bene ribadirlo – ha sempre ottenuto risultati individuali e di squadra notevoli. Eccelleva a livello tecnico, su questo tutti a posteriori sono d'accordo, compagni e allenatori (e sì che di giocatori validi in rosa quella baby Juve ne aveva, pensiamo solo al caso di Marchisio), segnava gol a palate, sgusciava imprendibile e batteva delle punizioni con un destro a giro da favola. Tutti ingredienti che gli valsero il meritato quanto roboante appellativo di "Formica Atomica". Con compagni come il già citato Marchisio, i difensori Masiello e Criscito, i terzini Rossi (ora al Siena) e Del Prete (ora alla Nocerina), gli attaccanti Maniero, Lanzafame, Paolucci, Volpato, i centrocampisti De Ceglie (all'epoca giocava da esterno in mediana), Bianco, Cuneaz e Venitucci (attualmente in Lega Pro nonostante indubbie qualità tecniche) e pure il figlio di Bettega, Alessandro, che prima di perdersi in stagioni anonime sotto il peso di cotanto cognome, faceva bene il suo in cabina di regia, Sebastian vinse tutto quello che c'era da vincere e il passaggio in prima squadra, in una Juventus mestamente scesa in cadetteria per le note vicende legate a Calciopoli, era obbligato, si annusava nell'aria. Infatti a turno esordirono in molti suoi compagni ma gli addetti ai lavori attendevano lui, il prodotto torinese fatto in casa, seppur originario del sud Italia, come molti del resto fra i piemontesi. Pronti, via… Giovinco non si fa intimidire, tocca un pallone ed è subito assist vincente per il gol del Re di Francia Trezeguet. L'abbraccio tra i due fa ravvisare subito una differenza di stazza notevole, che finirà per accompagnare per tutte le due stagioni successive i giudizi su di lui. Sebbene a Empoli non sfiguri (per niente, anzi, è spesso decisivo con i suoi 6 gol all'esordio nella massima serie), è su Marchisio che si concentrano le attenzioni della casa madre bianconera che difatti lo riprenderà subito per fargli fare il titolare. Giovinco invece, smorzato da illusioni tattiche e da vedute a dir poco guardinghe del tecnico Ranieri, si inserisce molto gradualmente, defilato a sinistra, un ruolo che non ha mai praticato, nemmeno in amichevole. Lui ci mette grinta e umiltà, non si lamenta mai, nonostante sia chiaro come gran parte della stampa e dei tifosi lo invochino a gran voce, in quanto ne riscontrano il sosia del capitano Del Piero. Buone alcune apparizioni in Champions ma in campionato le occasioni di farsi notare latitano sempre più e si comincia a temere l'effetto Chiumiento, l'altro grande campioncino della Primavera juventina, persosi a conti fatti a confronto con una realtà professionistica che non concede molte chance di rivincita. Che poi lo svizzero stia riuscendo comunque a portare avanti una carriera tra alti (l'esordio in Nazionale con i rossocrociati) e bassi (il recente ingaggio con una squadra canadese iscritta per la prima volta al campionato nazionale statunitense.. per carità, ingaggio da capogiro ma visibilità pari a zero ad appena 27 anni) è un altro discorso, ma Giovinco ha un carattere di ferro, forgiato da anni in cui ha dovuto combattere contro le malelingue e le facili ironie sulla sua bassezza. Per alcuni non potrebbe giocare in area di rigore, perchè vanno di moda i Drogba, gli Ibrahimovic, i Torres… ma se per questo vanno di moda anche i Rooney, gli Iniesta, i Ribery, i… Messi!!! Non vogliamo apparire blasfemi paragonandolo a campioni dei genere ma possibile che nessuno in Italia non avesse fatto simili considerazioni? Accentrato il raggio d'azione Sebastian comincia ad essere decisivo, a far vedere finalmente tra i "grandi" quei guizzi da campione, le serpentine, la grande visione di gioco, la tecnica assolutamente cristallina. A Parma negli anni '90 giocò un certo Gianfranco Zola, che poi finì per incantare il mondo intero… Ricordo che molti ridevano quando si faceva notare che Maradona fu sostituito da un piccoletto sardo proveniente dalla C! La storia ci ha insegnato in quel caso che stava nascendo un campione di tecnica, umiltà ma anche tanta concretezza, le stesse doti che sembrano appartenere anche a Giovinco. Prandelli gli ha confermato fiducia, premiandolo con la maglia azzurra, Marotta non ha potuto esimersi dall'affermare che chi gioca con l'Italia, necessariamente può essere più che utile anche alla causa della Juventus, il vero rimpianto della sin qui giovane carriera del nostro.
Il futuro è tutto da scrivere ma qualcosa ci dice che potrebbe portare la firma di un talento nostrano, un piccoletto in grado di fare in campo il gigante.

Talenti nascosti: Ivone De Franceschi

Alessandro Del Piero è un campione, uno dei più fulgidi esempi di fuoriclasse rimasti, archetipo dell’atleta serio e appassionato di calcio. Uno che vive per il gol, me lo immagino come Holly del popolare cartone animato giapponese, che si portava sempre appresso il pallone. Ma di lui sappiamo tutto ormai, essendo divenuto un volto popolare ai più, non solo a chi segue e mastica calcio.

E allora in questo spazio, periodicamente, mi piace dedicare un commento anche a quei giocatori che avevano tutto per sfondare ad altissimi livelli e diventare come Del Piero appunto, o come Totti, Nesta, Buffon, Gattuso.

Dopo aver parlato tempo fa dell’ex enfant prodige del Bologna, il franco-algerino Meghni, che da giovane veniva paragonato a Zidane, oggi vi racconto un po’ di Ivone De Franceschi, nella foto a fianco al capitano bianconero in occasione del suo addio al calcio giocato. Sì, perchè una volta appese le scarpette al chiodo, l’ex fantasista si è rimesso subito in gioco, lavorando dapprima come team manager della sua squadra, il Padova, e poi diventandone anche Direttore Sportivo. Ora lavora fianco a fianco con la vecchia volpe Rino Foschi e sta costruendo un Padova in grado seriamente di reclamare un posto nella massima serie.

Ivone è nato ad inizio del 1974 a Padova e ha legato la sua vita calcistica a diverse maglie in carriera, pur rimanendo ancorato alle radici. Cresciuto con Del Piero, rappresentava il più grande talento biancoscudato, anche se adesso lui si schernisce quando alcuni ricordano come a 15/16 anni fosse ancora più forte di Alex. Mancino, brevilineo e scattante, agiva da attaccante esterno o da mezzapunta, mentre Del Piero all’epoca era proprio un centravanti, un attaccante vero, capace di segnare centinaia di gol tra i ragazzini e di entrare in pianta stabile nel giro delle nazionali azzurre.

De Franceschi faceva la sua parte eccome, dispensando assist con il suo sinistro magico ma pure realizzando bellissimi gol. Sembrava un predestinato, ma mentre Alex esordiva con successo in serie B, lui fu alle prese con il primo di una lunga serie di infortuni che ne condizionò moltissimo la carriera. Partì quindi dal vicino Sandonà nel 1994 e poi andò a Rimini in C2, un’esperienza formativa atta a farlo maturare –  calcisticamente parlando – per tornare in prima squadra da protagonista. Cosa che difatti avvenne, anche se i tempi belli per il Padova stavano concludendosi e lo spettro della serie C sembrava molto visibile e concreto. In un biennio da assoluto leader in campo, Ivone totalizzò 56 presenze e 9 gol che gli valsero la chiamata del Venezia, approdato in serie A. L’inizio fu incoraggiante, giocava titolare come ala sinistra nel 4-4-2 alla sua prima esperienza nella massima serie, seppur in una compagine destinata a soffrire per non retrocedere. Nessun gol ma una buona continuità di rendimento (17 presenze) fino a un nuovo grave infortunio.

L’anno dopo, nel 1999 il passaggio clamoroso, seppur in sordina, allo Sporting Lisbona, prestigioso club portoghese della capitale, all’epoca molto competitivo in patria. De Franceschi, cosa assolutamente non scontata, si adattò perfettamente alla nuova realtà, così diversa da quella italiana, non solo a livello calcistico, ma pure come cultura, clima..

Giocò titolare, alla fine contò 25 presenze e 3 gol, diventando uno degli idoli della calda tifoseria che impazzivano letteralmente per i suoi guizzi sulla fascia sinistra. C’è da dire che Ivone non ha mai spiccato per grinta e quantità, ma giocava piuttosto di fino, con tocchi felpati e improvvisi cambi di tempo che disorientavano i difensori avversari. Alla fine per lo Sporting fu scudetto, al quale il nostro contribuì e non poco!

Il ritorno in Italia pareva salutato con grande entusiasmo e invece non seppe confermarsi, tra problemi fisici e scarsa condizione atletica. Il Venezia navigava in cattive acque e lo diede a gennaio alla Salernitana, dove non riuscì ad ambientarsi (per lui solo 10 presenze e 1 gol). L’anno successivo però (2001/2002), nel pieno della carriera, pur nell’ambito di una stagione infelice del Venezia, giocò titolare e tornò ad essere un interessante talento da seguire (ben 29 presenze con 1 gol), tanto che a fine campionato giunse per lui la chiamata (a quel punto irrinunciabile) del Chievo rivelazione della serie A, il cui credo calcistico dell’allora mister sembrava sposarsi alla perfezione con le sue caratteristiche tecniche.

Poteva essere la vera svolta della sua carriera ancora giovane e invece perse in pratica tutto il campionato per il solito grosso infortunio. Ricordo benissimo la partita che segnava il suo ritorno in campo, nel girone di ritorno (il 3 maggio 2003) contro il Piacenza. Sembrava la classica partita di fine stagione, con le squadre che non avevano motivo di dannarsi troppo l’anima. Ma lui aveva invece molte e forti motivazioni. Subentrato a Perrotta all’ottavo minuto del secondo tempo, segnò un’incredibile e stupenda doppietta! Un urlo liberatorio lo accompagnò, fu la fine di un incubo, il suo riscatto e anche una visione di ciò che avrebbe potuto essere la sua carriera al top della condizione fisica. L’anno successivo tornò nell’anonimato, diviso tra Bari e lo stesso Chievo, prima di seguire il cuore, tornando a calcare i campi della sua Padova. Divenne come prevedibile il simbolo della squadra, lontano dalle pressioni e dai guai muscolari. Non più ala sinistra, ma autentico rifinitore, trequartista alle spalle delle due punte. Da capitano biancoscudato, autore in due anni di 61 presenze e 7 gol, sognava un ritorno del Padova in una dimensione che più gli era congeniale, in cadetteria ma con l’obiettivo concreto di tornare presto in serie A. Questa volta a fermarlo fu qualcosa di molto più pericoloso e grave di un inforunio alla spalla o alla caviglia.

Analisi specifiche lo fecero propendere per una decisione saggia, anche se molto dolorosa. Il 15 giugno 2007 ha annunciato il ritiro dall’attività agonistica per un serio problema al cuore.

Negli occhi dei tifosi e degli appassionati sportivi, il buon Chechi come tutti lo chiamano in città, rimane il giocatore serio e taciturno che deliziava palati fini col suo sinistro. E per sottolinearlo un’ultima volta ha dato l’addio al calcio giocato in grande stile chiamando a raccolta un sacco di amici ed ex compagni calciatori in una splendida cornice di pubblico allo stadio Euganeo (il 7 aprile 2008). Furono presenti Del Piero, Maniero, Legrottaglie, Recoba, Toldo, Galderisi, Iaquinta, Di Livio, Amauri, Quagliarella, Di Michele, Ciro Ferrara, Falsini e molti altri.

A 37 anni è uno dei più giovani e promettenti dirigenti sportivi del calcio italiano.

In bocca al lupo Ivone!