Che impresa del Toro a Bilbao! I granata hanno fatto rivivere emozioni d’altri tempi non solo ai propri tifosi ma a tutti coloro che amano il calcio

Per una volta mi va di smettere i panni del cronista, del giornalista sportivo che deve analizzare in maniera obiettiva una determinata partita, situazione, competizione, per poter liberamente condividere a cuore aperto quella che è una grossa emozione provata ieri col passaggio del turno in Europa League del Torino di Ventura.

Sì, quel Torino che mancava dall’Europa da tempo immemore, passato attraverso fallimenti, rinascite, nuove illusioni e consolidamenti talvolta levigati verso il basso, da due anni a questa parte ha deciso di far rinverdire i fasti della sua gloriosa, eccezionale, unica storia.

Senza scomodare gli Invincibili di Superga, coloro che seppero portare il nome del Torino e di Torino nel mondo e che sono divenuti leggendari, gareggiare in Europa per i granata equivaleva comunque a darsi una connotazione che meglio compete alla squadra, memore di trascorsi che, in quanto a emozioni, certo non hanno nulla da invidiare a club più blasonati.

Ma se la sconfitta in finale di Coppa Uefa contro l’Ajax negli anni ’90, con Mondonico alla guida, era frutto di un’escalation verticale verso i piani alti della serie A, l’impresa (perchè di questo si tratta) di ieri sera in quel di Bilbao, apre nuovi e forse inaspettati scenari, dimostrando con i fatti che il Torino da subito ha creduto nelle potenzialità di questa competizione, sorella minore della Champions League. Soprattutto non ha mai messo in dubbio il proprio valore per bocca del tecnico Ventura, nemmeno quando a inizio stagione sembrava ostico ritrovare la quadra della rosa, dopo le inevitabili – ma non per questo meno dolorose – cessioni dei big offensivi Immobile e Cerci.

ATHLETIC CLUB BILBAO VS. TORINO

Già la gara d’andata, disputata in casa in un Olimpico d’altri tempi, aveva messo in mostra una squadra vogliosa, determinata e alla fine il risultato, al termine di un incontro disputato in modo gagliardo, era stato considerato comunque positivo, nonostante il pareggio con reti che, in teoria, pareva andare a vantaggio dei baschi, specie conoscendo la loro reputazione tra le mura amiche.

Insomma, in trasferta serviva una partita tutto cuore, ma anche tecnica, perchè non dimentichiamo che questi sono gli stessi che a inizio stagione, nei preliminari di Champions, fecero fuori nientemeno che il Napoli!

La vittoria, degna sì della storia granata, è stata sofferta, con ben tre reti siglate nel catino di Bilbao, tre splendide reti in rimonta, segno che il “tremendismo” da queste parti in fondo non è mai passato di moda.

Il fatto poi che i marcatori siano stati tre tra i maggiori interpreti della squadra significa poco o nulla, visto che non è banale affermare come a colpire in questo brillante scorcio di stagione, sia la compattezza e l’unione di un gruppo, che giochi questo o quell’altro la sostanza poco cambia.

Ieri tutti hanno giocato sopra le righe, con menzione speciale che mi sento di fare per due simboli di questa squadra come il “vecchio” Vives e l’immenso capitano Glik, che più di ogni altro incarna l’essenza del giocatore granata, e per un El Kaddouri troppe volte criticato, forse perchè da uno con il suo talento il tifoso si aspetta sempre qualche giocata “fuori classifica”.

E’ la sostanza targata Ventura il valore aggiunto, un tecnico che ha saputo tener duro, non scoraggiandosi quando i risultati stentavano ad arrivare e modellando via via un undici non fisso o stabile ma sempre equilibrato.

Molto ha aiutato il fatto che Quagliarella, uno dei principali candidati a sostituire i due totem offensivi ceduti in estate, abbia ingranato la quarta nel momento cruciale della stagione. L’attaccante napoletano non ha certo bisogno di presentazioni, ma ha pagato un duro scotto all’inizio quando la sua condizione fisica non era certo accettabile. L’ultimo arrivato, l’argentino Maxi Lopez, ha portato esperienza e molta motivazione, voglia di spaccare il mondo, dopo le ultime stagioni perse a immalinconirsi spesso in panchina, anche in squadre oggettivamente non così dotate tecnicamente come il Chievo.

Di Darmian pare scontato affermare come sia il gioiello del Torino, il Nazionale sulla bocca di tutti i migliori club italiani. Bravo Cairo a non aver ceduto a molte lusinghe di mercato e averlo trattenuto almeno fino a fine campionato.

Dicevamo che all’inizio è stato necessario lavorare di cesello, cercare di capire il reale apporto che molti nuovi nomi avrebbero potuto dare. Se il terzino fluidificante brasiliano Bruno Peres ci ha messo meno di un tempo per capire la serie A e diventare spesso padrone della sua fascia di competenza, mettendo in difficoltà quasi tutti i rivali (chiedere conferma anche agli juventini Evra e Vidal che ancora se lo sognano sfrecciare alle loro spalle), altri hanno necessitato di più tempo ma ora sono tutti elementi preziosissimi, oltre che “futuribili” (i vari Martinez, Benassi, Jansson).

Ieri sera i granata hanno dimostrato una volta per tutte che la strada intrapresa è quella giusta, come dimostra la splendida conferma in campionato. La partita ha ribadito che anche se la qualità di Immobile e Cerci forse non è stata del tutto compensata nei singoli, nel complesso niente è andato perduto dello spirito, della determinazione, della grinta, della voglia di imporre il proprio gioco, senza timore di farsi schiacciare da quello altrui.

E se è vero che 5 squadre italiane approdate tutte insieme agli Ottavi di Europa League rappresentano un vero record nella storia della competizione, giunti a questo punto tutto è possibile e nessuno può vietare sogni e speranze ai tifosi del Toro.

Annunci

I calciatori italiani e la gavetta: quante differenze con i corrispettivi stranieri!

Mai come in questa seconda parte dell’anno si è assistito a un progressivo calo di competitività del nostro calcio. Un declino che ha chiaramente radici lontane e che non è ascrivibile a una sola causa ma che ha, coi pessimi risultati conseguiti al Mondiale brasiliano della nostra Nazionale e con le palesi difficoltà dei nostri maggiori club europei nelle manifestazioni in corso, raggiunto livelli d’emergenza nel momento in cui scriviamo.

Con l’avvento di Conte, qualcosa sembra essersi mosso verso una valorizzazione di nuove risorse, certamente presenti tra i nostri calciatori, ma troppe volte nascoste o lasciate svanire.

A dire la verità, i 9 punti in 3 poco probanti partite delle qualificazioni a Euro 2016, sono frutto soprattutto di una mentalità radicata nel nostro modo di giocare, ed escludendo la convincente prova contro l’Olanda in amichevole (la prima assoluta con in panchina il nuovo tecnico) sul piano del gioco abbiamo assistito a “spettacoli” invero non eccezionali.

Difficile tra l’altro anche per i più volenterosi provare ad attingere a piene mani da un serbatoio azzurro che stenta a produrre giocatori pronti per le grandi ribalte. Si badi bene: non giocatori validi tecnicamente – quelli ne abbiamo, basta osservare le competizioni giovanili, non ultima il recente Europeo Under 21 che ci ha visti cedere le armi solo in finale contro i favoritissimi spagnoli -, ma giocatori pronti, già fatti e finiti.

download

Già che si stia puntando su un’inedita coppia di attaccanti (Immobile e Zaza, oltre alle convocazioni di Pellè, Destro e El Shaarawy) ci lascia intendere che la voglia di rinnovamento c’è, ma obiettivamente la missione diventa quantomeno ardua, se teniamo conto che le nostre migliori squadre sono infarcite sempre più da giocatori esteri (non tutti propriamente dei campioni).

In questo modo risulta automatico andare a pescare tra le rose delle squadre medie/basse dove almeno figurano più italiani, con la conseguenza però che pochi di loro potranno avere sulle spalle quella esperienza minima, necessaria per affrontare competizioni internazionali importanti.

Tutto il contrario di ciò che accade all’estero dove, dati alla mano, si nota come quasi tutti i giocatori che entrano stabilmente nel giro delle proprie nazionali, lo facciano molto prima dei nostri corrispettivi, limitando a pochi anni la propria gavetta e riducendola anzi a un fisiologico inserimento nelle loro squadre dal cui vivaio provengono.

Analizzando le attuali rose della serie A, risulta che gli italiani sono solo in leggera maggioranza rispetto agli stranieri (e nel caso di alcune nostre big, addirittura in inferiorità, basti pensare ai casi di Inter, Napoli o Fiorentina); ancora meno quelle che si affidano a talenti cresciuto nel loro vivaio. Solo Empoli (con una media superiore, visto che provengono dalle giovanili Bassi, Moro, Signorelli, Pucciarelli, Pelagotti, Dossena, Shekiladze, Cammillucci, Valdifiori e i lanciatissimi Tonelli, Hysaj e Rugani) e Atalanta sembrano davvero credere nel valore e nell’importanza dei propri talenti, e vedono il settore giovanile non solo come una possibilità di assestamento, ma anche come fonte di investimento. Altri esempi dicono l’opposto: negli anni buoni (decennio 2000, che l’ha vista vincente a più livelli) la Juventus è riuscita a portare in prima squadra i soli Marchisio – l’unico a imporsi anche in azzurro – e Giovinco; il Milan e l’Inter hanno fatto, se possibile, ancora peggio, visto che nell’ultimo lustro hanno ceduto a cuor leggero, all’estero, i vari Cristante (i rossoneri), Santon, Donati e Caldirola (i nerazzurri). E la rotta non l’hanno invertita nemmeno le ultime due vincitrici del campionato Primavera, Lazio e Chievo. Se i biancocelesti hanno comunque dato buone chances a Onazi e Keita di misurarsi con i “grandi”, la squadra della Diga ha invece optato per una politica diversa, non tenendo in rosa neanche un giocatore tra quelli che hanno furoreggiato per tutto la scorsa stagione, conclusa con una storica affermazione. E si parla di una squadra non dai grandi mezzi finanziari, in piena lotta per non retrocedere. Davvero nessuno tra quei giocatori avrebbe potuto fare alla causa del Chievo? Il vero problema che si trova ad affrontare Conte nel tentativo di far tornare competitiva la Nazionale maggiore è trovare un ricambio generazionale pronto per le ribalte internazionali.

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l'ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest'anno posto nella rosa della prima squadra

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l’ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest’anno posto nella rosa della prima squadra

Un proposito difficile da realizzare visto che, tolta la Juventus, le altre squadre che giocano in Europa, comprese Torino e Lazio, nel loro 11 hanno ben poco di italiano. La rosa attuale, specie in ruoli come la difesa e il centrocampo, necessiterebbe di aria nuova. Verratti da due anni spopola nel Psg, visto che in patria nessuna squadra ha scommesso su di lui, ma viene visto ancora come vice – Pirlo. Ci sono Florenzi e Poli che sgomitano ma tra i convocati figurano anche Giaccherini, Parolo e Candreva, con alle spalle una lunga gavetta, impensabile per i giocatori tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, per non dire argentini o brasiliani. Giack ha giocato con Forlì, Bellaria, Pavia e Cesena, prima di approdare tre anni fa, 26enne alla Juventus. Parolo, anch’egli un 85, partito dal Como, ha girovagato a lungo con Pistoiese, Verona e Cesena (all’epoca in serie C), affermandosi in Romagna nella massima serie, prima di passare al Parma e da quest’anno alla Lazio. Dove è diventato sempre più un leader Candreva, 27 anni, che sin da giovane era protagonista nelle varie under azzurre, quando militava nel vivaio della Ternana. Eppure si è affermato solo due anni fa giungendo nella capitale, dopo gli anni a Terni, il breve passaggio a Udine, la rivelazione a Livorno, la bocciatura prematura alla Juventus e nuove tappe intermedie a Parma e Cesena. Poli e Darmian, considerati ancora come promesse, hanno già 25 anni, un’età in cui all’estero, se hai talento, sei già affermatissimo. Il terzino poi, ex giovane stella del Milan (che in quel reparto certamente non brilla in quanto a interpreti), e tra i pochi a salvarsi dal naufragio azzurro ai Mondiali brasiliani, nella sessione di mercato estivo sembrava a un passo dalla Roma ma poi è rimasto in granata, con i giallorossi che nel ruolo gli hanno preferito Cole e Holebas. Non vanno meglio le cose in difesa dove si sta finalmente dando fiducia a Ranocchia ma mancano riserve all’altezza, per la semplice ragione che i nostri interpreti giocano in squadre di bassa classifica o in cadetteria. Astori, che nei piani della Roma dovrebbe essere titolare a fianco di Manolas, ha comunque 27 anni e prima d’ora mai aveva calcato grandi ribalte, diventando una bandiera del Cagliari di Cellino, dopo anni di gavetta addirittura in serie C, con Pizzighettone e Cremonese.

All’estero è diverso. Eclatanti i casi delle due super potenze espresse nelle ultime edizioni dei Mondiali. Spagna e Germania, diverse come cultura calcistica e modo di intendere il gioco, sono però simili nel voler imporre un modello che si basa sul gioco propositivo, brillante, fresco, reso possibile anche dal continuo rinnovamento, nonostante una base già di prim’ordine. La Spagna, giunta alla fine di un ciclo irripetibile, si è già assicurata un futuro, inserendo in blocco quegli stessi giocatori che si stanno da anni imponendo in ambito giovanile, Under 19, 20 e 21. Il materiale è ottimo, con i vari Isco, Alcantara, Illaramendi, Rodrigo emersi nell’ultimo Europeo Under 21 e che stanno mantenendo le promesse, così come ha avuto un impatto devastante la ventunenne punta del Valencia Paco Alcacer, con 3 reti in altrettante gare in questa prima fase di qualificazione europea. Hanno già esordito anche il terzino Bernat, classe ’93, e la punta El Haddadi, addirittura classe 1995! E che dire di Koke, leader dell’Atletico Madrid e protagonista di una stagione splendida? Sono davvero pochissimi, a differenza dell’Italia, gli over 30 dell’attuale rosa delle Furie Rosse (in pratica il solo Casillas; Iniesta invece ne farà 31 nel 2015).

Ancora più emblematico il caso della Germania, prima al Mondiale con una delle rose più giovani (era la quarta in assoluto con un’età media di 26 anni e 114 giorni, dietro solo a Belgio, 26 anni e 15 giorni e le due africane Nigeria e Ghana, addirittura sui 25 anni) ma che lo stesso sta sentendo l’esigenza di rinverdire ulteriormente i suoi ranghi. Lo dimostrano gli innesti di giocatori come Kramer, Ginter, Durm o Rudiger, tutta gente di 20, massimo 21 anni. In rosa i soli Grosskreutz, prima di affermarsi definitivamente al Borussia Dortmund, dove era cresciuto, o i nomi nuovi Bellarabi e Kruse hanno alle spalle un po’ di gavetta in seconda serie tedesca ma nessuno tra i big (Muller, Ozil, Khedira, Reus, Neuer, il solo Hummels ma con la seconda squadra del Bayern dai 18 ai 20 anni) ha faticato per emergere tra i grandi, non avendo mai giocato in seconda serie, e men che meno in terza.

Il Belgio, con un copioso numero di figli di immigrati che ormai costituiscono la base per tutte le loro rappresentative, e l’Olanda vantano sì rose giovanissime (età media attorno ai 26 anni e mezzo, inferiori a Spagna e Francia che sono oltre i 27) ma allo stesso tempo esperte. Gli oranje vantano un gruppo di giocatori che si sta imponendo nelle maggiori squadre europee o sono comunque protagonisti ad alti livelli in patria, dove scarseggiano gli stranieri a favore della piena valorizzazione dei vivai nazionali (emblematici i casi di Ajax e Feyenoord, con quest’ultimo che in prima squadra vanta ben 17 giocatori provenienti dal proprio settore giovanile, di cui 6 finiti stabilmente in Nazionale).

Questo è l’esempio da seguire per il calcio italiano: occorre dare la possibilità ai migliori interpreti di esprimersi a certi livelli, senza incorrere a gavette lunghissime, col serio rischio che arrivino agli appuntamenti importanti ormai a un’età in cui all’estero i coetanei hanno già accumulato preziosa esperienza in più. Si tratta di un percorso lungo e che comporta un radicale cambio di mentalità ma sicuramente percorribile, visto che – cosa più importante – il materiale umano su cui lavorare è comunque di prima qualità.

 

Come Conte ti può cambiare la Nazionale in due partite. Italia convincente grazie agli uomini nuovi come Zaza. E occhio ai fulgidi talenti dell’Under 21

Buona prova ieri della nostra nazionale maggiore, in quella che è stata la prima ufficiale del neo tecnico Conte, dopo le buone premesse dimostrate contro una quotata Olanda. Chiaramente la Norvegia non era un avversario così ostico ma quante volte si sono in realtà nascoste insidie in gare di questo genere? E’ piaciuto l’approccio dei nostri, il fatto che giocassero quasi alla morte su ogni palla, come da tempo (diciamolo pure, dal primo Lippi) non si assisteva in incontri di questa levatura (per non dire delle fiacchissime e soporifere amichevoli). Insomma, il tecnico salentino può piacere o no, stare antipatico ai più (compreso a me, non ne faccio mistero) ma i risultati ottenuti sinora – Europa a parte – stanno lì a confermare la bontà del suo operato.

download

Sembra che gli azzurri abbiano capito che di occasioni vere per entrare nelle sue grazie ce ne saranno poche, e che bisognerà sudarsi la chiamata e la conferma. Per questo gente come Immobile, Zaza – gran protagonista ieri ma campioncino in erba da tempo – ma anche Florenzi o Darmian hanno dato il massimo. Conte ha fatto intendere di voler puntare su un gruppo con determinate caratteristiche tecniche e agonistiche, piano perfetto per califfi come De Rossi o Bonucci, sin troppo appannati nella sciagurata avventura brasiliana. Se poi un po’ per volta farà integrare sempre più i vari De Sciglio, Poli, El Shaarawy (il trio milanista avrà grandi chances quest’anno con Inzaghi) ma anche talenti come Insigne, Verratti, Santon, Destro, ecco che forse la situazione sarà meno grigia di come realisticamente sembrava anche solo un paio di mesi fa. La difesa poi appare solidissima in gente come Buffon e Astori e nella ritrovata coppia Bonucci – Ranocchia, finalmente ricomposta dopo i fasti di Bari, una cerniera centrale che da due stagioni a questa parte a ogni sessione di mercato il tecnico azzurro avrebbe voluto rivedere insieme in maglia bianconera.

E la cosa più interessante è che, dopo la paura contro la Serbia, pure l’Under 21 di Di Biagio ha dimostrato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanta benzina verde in realtà vi sia nel serbatoio della Nazionale italiana. Exploit fantastico nelle proporzioni contro Cipro (7 a 1) a parte, ciò che è piaciuto è stato anche qui vedere lo spirito, la motivazione, la determinazione con cui i nostri hanno affrontato le due gare decisive. Il resto l’ha fatto il talento, quello puro, naturale che sgorga dai piedi di gente come l’acclamato Berardi, finalmente uomo più anche in Under, il possente Belotti (speriamo che a Palermo trovi spazio), il geometrico Sturaro, il folletto Battocchio – impantanato in B dopo due anni al Watford, lui che è di proprietà dell’Udinese di Pozzo – lo scattante Zappacosta, già pienamente a suo agio alla sua prima in A con l’Atalanta, i sicuri Antei e Rugani e il tecnico Bernardeschi (con Rossi fuori, magari Montella puntasse sul suo estro e sulla sua efficacia in zona gol). Tanta carne al fuoco ma il punto è sempre quello: questi ragazzi devono giocare. Punto. Le qualità le hanno, non possono perdere anni e anni facendo una gavetta infinita e a conti fatti, il più delle volte deleteria.

 

Grosso passo indietro dell’Italia, uscita sconfitta senz’appello contro la Costa Rica

Ieri una persona con cui sono in contatto via facebook ha scritto che, stante tutto l’odio e il disprezzo che i calciatori azzurri subiscono dopo sconfitte come quelle contro la Costa Rica, ogni euro che guadagnano è legittimo. La persona in questione è molto arguta e stimata, e ho colto il senso della sua frase, anche se, intervenuto sulla sua bacheca, ho specificato che spesso il tifo e l’attaccamento portano a pensieri estremi. Chiaro, il post non era rivolto a me, io non riesco a provare quei sentimenti nemmeno con le persone che mi hanno fatto del male, e fatico a essere estremista anche davanti a casi conclamati di cronaca nera o dinnanzi a ruberie varie dei nostri politici. Figuriamoci per dei calciatori che hanno perso una partita, tanto che nei giorni scorsi ho più volte “difeso” Paletta, vittima a mio avviso di un “linciaggio” mediatico eccessivo, unito a un sarcasmo che prevaricava questioni tecniche (comunque, visto l’esito di ieri sera, non mi pare proprio il problema fosse rappresentato dalla sua presenza in campo, né dall’altro escluso Verratti). Venendo però alla partita, ai nostri non possiamo nemmeno dire “bravi”: hanno interpretato malissimo la partita, ed evitiamo subito – in quella che è stata la settimana “mondiale” del luogo comune (a cui non ho partecipato, evitandomi così milioni di notifiche!) – di dire che faceva caldo ecc.

download (1)

Eravamo tornati, dopo la fulgida apparizione contro l’Inghilterra, a un catenaccio d’antan, lo si è percepito dopo pochi minuti. E si giocava contro una squadra centramerica, non contro Brasile, Francia o Argentina, davanti c’era il talentuoso Campbell, uno dei nomi nuovi del panorama internazionale, ma non certo un Messi o un Neymar. Solo lanci per uno sfiancato Balotelli che almeno c’ha provato, pur sbagliando quel pallonetto a tu per tu con il loro acrobatico portiere. Troppo contratti, per nulla propositivi, non si spiega una prestazione così scialba. A livello tattico a mio avviso non ci siamo, così infoltiti di centrocampisti. Va bene la ragnatela a metà campo, ma gli interpreti devono allora essere più dinamici, non delle statue come Motta, impresentabile per una manifestazione del genere. E poi De Rossi, schermo protettivo di una difesa già di per sé contratta (i terzini non sono certo Cafù e Roberto Carlos). Siamo ingolfati in mezzo, nessuno ha l’assist in canna, rispetto alla prima partita non si sono mai visti nemmeno Marchisio – sacrificato eccessivamente a sinistra, dove proprio non ha il passo per giocarvi – e Candreva, che mai ha duettato con Abate. Quest’ultimo rappresentava un enigma per molti commentatori e addetti ai lavori. Reduce da un’annata disastrosa, come molti dei suoi compagni di club, non copre, non spinge più (la cosa che prima gli riusciva meglio), è in condizioni molto approssimative: non credo di sbagliarmi se affermo che vi erano una decina di difensori italiani che avrebbero meritato più di lui la convocazione. Riportato in mezzo Chiellini ha palesato limiti tecnici e di concentrazione notevoli. Nel suo club è spesso un califfo, marcatore duro e arcigno, che gioca soprattutto di fisico ma in Nazionale è evidente come non basti nel suo caso l’esperienza, il carisma e la personalità accumulati durante una lunga carriera.

images

In generale, senza essere più disfattisti ancora, mi viene da sorridere quando sento più di un commentatore dire che “in fondo basta un pareggio”, gli stessi che a fine primo tempo dicevano che una sconfitta di queste dimensioni ci può stare! Ma stiamo scherzando? La verità è che ci sarà da sudare parecchio, l’Uruguay, al termine di un ciclo vincente, ha ancora gli assi Suarez e Cavani all’apice della carriera (hanno entrambi 27 anni), non è certo come la Spagna nonostante il ko all’esordio contro la Costa Rica (guarda caso) avesse fatto scattare dei campanelli d’allarme. Dovremo pensare a noi stessi, a vincere e basta. Ma la qualità generale nella nostra rosa latita, e i motivi sono da ricercare a  monte. Dopo il trionfo di 8 anni fa, si è vissuto troppo sugli allori, non dando modo a una generazione di esprimersi appieno. Siamo diventati anche noi un Paese d’esportazione ma se così facciamo, dobbiamo poi continuare a seguire i nostri gioielli. Altrimenti, nel nostro campionato non giocano, o per lo meno non ad alti livelli, cosicché ci ritroviamo in Nazionale atleti magari validi ma che arrivano a 27/28 anni senza esperienze internazionali, penso a gente come Candreva, Parolo, Cerci, anche Darmian, percepito ai più ancora come un ragazzino, quando in realtà ha 25 anni e a quell’età all’estero sei già un veterano, o hai già sfondato ad alti livelli, altrimenti hai la carriera segnata; da noi invece sei ancora nella fase “di studio”, della gavetta, fino a che non arrivano i club europei a darti una chance diversa. In ogni caso forza Azzurri sempre, non è ancora terminato il nostro cammino ma ieri sera abbiamo assistito increduli a un notevole passo indietro sotto tanti punti di vista.

 

Mondiali 2014: l’Italia vince e convince!

Scrivo un post “da tifoso”, lo premetto subito, perché per le considerazioni giornalistiche, distaccate e quanto più obiettive possibili, ci sarà tutto il tempo, man mano che la manifestazione iridata andrà avanti.

images

Ma un Mondiale lo si vive a 360 gradi, lo fanno (quasi) tutti, è un appuntamento che esula dal contesto quotidiano, che va a coinvolgere persone che abitualmente non guarderebbero mai nemmeno un’azione di gioco, e che va di pari a pari a sconvolgere quelle che sono attività ordinarie. Io però sono uno di quelli che il calcio, nel bene o nel male, lo seguono per tutto l’anno e, disperazione della partner (ma sto migliorando…) non solo circoscritto a questioni italiche, ma pure interessandomi di calcio internazionale, giovanile, locale, ecc.

Ieri giocava, esordiva l’Italia e, pur in un orario che la mia veneranda età ha faticato a sopportare (specie se la mattina precedente ti eri alzato alle 7 e mezza), l’attesa spasmodica aveva fatto diventare molti connazionali tifosi dei veri sonnambuli. C’era il rischio, oggettivo, che l’Italia esordisse in modo grigio, viste le brutture recenti, ma il tutto era detto con un filo di scaramanzia. In fondo, l’oggettivo timore era giustificato dal fatto che in effetti il nostro girone era (è, per carità, a proposito di scaramanzia!) uno di quelli tosti. Però, fare peggio di 4 anni fa in Sudafrica non si poteva. Era capitato anche alla Francia di venire inopinatamente eliminata nel 2002 al primo turno, dopo il boom del Mondiale precedente; è capitata la stessa cosa a noi col Lippi-bis (capiterà anche alla Spagna? Va beh, ammetto che questa è una gufata bella e buona!). Ieri la sensazione provata è che i ragazzi di Prandelli siano ripartiti direttamente dal brillante Euro 2012. Dimenticate le ultime prove incolori, indegne disputate nelle amichevoli, l’Italia è parsa un gruppo compatto, unito, solido e che gioca in maniera propositiva, o comunque “saggia”, grazie soprattutto alla presenza di Pirlo, in grado – e  non è certo una novità – di saper gestire la palla come nessun altro al mondo, di dettare i tempi della partita a suo piacimento, di scandire i ritmi. In modo graduale ma ci siamo rinnovati anche noi. E Balotelli, a tratti ancora avulso dal gioco, è sembrato “sul pezzo”, voglioso di dimostrare la sua forza, si è sbloccato e per lui era davvero importante farlo, affinchè si associasse il suo nome solo alle prodezze viste in campo. Neymar ha iniziato alla grande il suo Mondiale, ma a queste latitudini anche il nostro Mario è quotato quasi in egual modo, e credo che lui per primo sappia di avere tanti occhi puntati addosso. E’ reduce da un campionato double face ma che venisse qui a giocare in modo indolente mi sembrava un azzardo, sinceramente. La maglia azzurra va onorata sempre, figuriamoci, a maggior ragione se tu sei il simbolo della squadra. E’ confortante quindi alla prova del campo aver dimostrato coi fatti di “esserci”, non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Buonissima prova generale, ma una menzione la meritano due debuttanti, il portiere Sirigu, una sola incertezza nel contesto di una gara sicura e il laterale, stantuffo inesauribile, Matteo Darmian. Per chi non lo avesse visto giocare con questa intensità, questa determinazione e questa personalità per tutta la stagione nel Torino, potrebbe essersi trattato di una autentica rivelazione, ma appunto il buon Matteo, tra l’altro ragazzo d’oro, serio e disciplinato (e non sono frasi retoriche buttate a caso), da un anno macina chilometri e non sbaglia una prestazione che sia una. La sua caratteristica principale (e i meriti vanno certamente a Ventura che è riuscito a estrarre il meglio dalle sue qualità), oltre alla duttilità – partito centrale difensivo nelle giovanili del Milan, da professionista ha iniziato terzino destro a 4 per finire a fare l’esterno a centrocampo, persino con ottimi risultati a sinistra – è la capacità di lettura delle azioni di gioco, proprio da un punto di vista tattico. Sa quando sganciarsi, quando dettare il lancio, l’apertura sulla fascia, quando triangolare con la mezzala. Un grande debutto mondiale per lui, indubbiamente, così come per Candreva e per un Marchisio alla fine stremato ma tornato in condizioni ottimali dopo una tribolata stagione. Poco appariscente Verratti, da affinare l’intesa col suo (si spera per il futuro azzurro) alter ego Pirlo. Non si possono dire meraviglie invece di Paletta, ma eviterò quei commenti negativi che stanno imperversando su Internet in queste ore. A me l’italo argentino non ha mai convinto, è un rude difensore come forse in Italia non ne escono più, ma i meriti a mio avviso finiscono qui. E’ reduce da una buona stagione al Parma (come tutti gli interpreti di quella squadra, è giusto rimarcarlo) ma da un punto di vista puramente tecnico mi pare che palesi dei limiti evidenti. A gusto mio avrei tenuto Ranocchia, alle prese con una delicata scelta che influirà probabilmente sulla sua carriera (io gli consiglierei di passare alla Juve, dove troverebbe un tecnico come Conte che lo saprebbe valorizzare, avendolo “svezzato” e allenato per due ottime stagioni e il suo ex gemello barese Bonucci, ieri sacrificato in panchina…). In ogni caso, vincere era fondamentale, considerata la caratura degli avversari. Già, gli inglesi di mr. Hodgson, giunti tra lo scetticismo generale, partiti a fari spenti, stanno invece perseguendo una via di rinnovamento vera, con l’innesto di tanti talenti autentici. Ieri ne abbiamo avuto dimostrazione: tra la freccia Sterling (appena ventenne), il suo compagno al Liverpool Sturridge, i trequartisti Barkley e Lallana, con in panca un certo Shaw (protagonista del Southampton del ’95!), da tutti definito il nuovo Bale (quando ancora la stella gallese agiva da terzino) il futuro per i Leoni Indomabili sembra davvero roseo. Ma dovranno ripartire dall’Uruguay, ieri nel frattempo sono usciti sconfitti da un’Italia che ha assolutamente meritato, una Nazionale azzurra che ha vinto e convinto. Forza Italia! (va beh, questo è l’unico momento in cui posso comunque gridarlo, senza sentirmi a disagio.. per fortuna la politica non c’entra!)

Il momento del Toro: si deve essere soddisfatti del campionato sinora svolto o si può ambire a qualcosa di più?

Reduce da due gare in cui è riuscito a incassare 4 punti, frutto del (quasi insperato) pareggio esterno a Napoli e della vittoria casalinga contro il Bologna, come giudicare sin qui il cammino del Torino di Ventura, stanziatosi in zona “tranquilla”, a pari con uno dei Milan più derelitti degli ultimi 30 anni, lontano dai bassifondi, appannaggio attualmente di squadre come il penalizzato alla viglia Siena, il deludente Bologna (altra nobile decaduta) e l’agghiacciante Genoa, la cui gestione tecnica “deleneriana” ha sin qui prodotto ZERO punti in 4 gare?

Se lo guardiamo con occhi ottimistici – e questo già suona ossimorico se riferito al Toro – i tifosi granata possono ritenersi soddisfatti: 14 punti in 12 gare significano molto: continuando con questo ritmo la salvezza potrebbe essere garantita al piccolo trotto. Se invece consideriamo che la zona B pare lontana, specie per le lacune altrui, allora sarebbe il caso di dare continuità in fretta ai risultati, magari condendo le prestazioni di una parvenza di gioco migliore, anche perchè si ipotizza che, prima o poi, Bologna, Sampdoria,  Genoa, Palermo, squadre in crisi di identità più che di risultati comincino a correre un po’ di più, specie le genovesi che paiono in grado di rialzarsi, osservando almeno i rispettivi roster.

Ma siccome sappiamo benissimo che nel calcio subentrano componenti talvolta misteriose e indirizzare le classifiche (e non parlo di accomodamenti di risultati, sia chiaro ma bensì di fattori contingenti che segnano il corso della stagione: infortuni, la ruota che gira male, problemi ambientali…) allora potrebbe davvero essere che le suddette squadre siano capitate nella classica annata no con il risultato che, anche una squadra che non sta facendo faville in campo come quella attuale granata, possa tranquillamente veleggiare verso metà classifica.

Io credo che, da neo promossi, e con il ricordo fresco di stagioni partite più in pompamagna e terminate con sonore delusioni (leggasi “retrocessioni inopinate”), possiamo pure essere positivi in merito alla stagione sin qui disputata dai ragazzi granata. La grandezza perduta è un marchio che ci appartiene e a quello status di “grande”  giustamente si ambisce ma non è questa la stagione giusta per fare, non dico voli pindarici, ma nemmeno per ipotizzare slanci di gran calcio. Ventura abbisogna di gente di qualità per far volare le sue squadre: nel recente Bari ne aveva!

Al Torino non occorre nemmeno un’eccessiva dose di grinta, da sempre richiesta a gran voce dai tifosi e considerata parte integrante del dna della squadra. Tolti Gazzi e Basha, fatico a ritrovare questa qualità in molti altri nostri interpreti. La tecnica pura poi è di ancora meno giocatori. Escluso Ogbonna, di categoria evidentemente superiore, il migliore pare l’ex talento prodigio Alessio Cerci, da sempre considerato un fenomeno, sin dai tempi delle giovanili romaniste (paragonato a Henry!) e delle nazionali giovanili azzurre. Eppure la sua carriera parla chiaro: ottime doti tecniche, fantasia al potere sulla fascia abbinate però a una personalità ancora da definire, con comportamenti fuori dal campo discutibili che certo non vanno a beneficio di una continuità di rendimento. Ho sempre ammirato e lodato Cerci per la sua progressione, i suoi colpi a effetto, la sua inventiva ma dopo il mezzo flop di Firenze – città in cui aveva dimostrato cosa sia in grado di fare se sorretto dalla perfetta concentrazione e “motivazione” giusta – ero piuttosto scettico sul suo impatto a Torino, nonostante ho ancora vivido il ricordo della sua super stagione a Pisa agli ordini del mister Ventura, il quale ha certamente influito tantissimo sul suo approdo al Toro.

Alti e bassi anche in granata finora ma anche la consapevolezza che davvero possa essere lui a darci il cambio di marcia necessario quando la partita pare addormentata e capitan Bianchi necessita di adeguati rifornimenti offensivi. A dire il vero, anche il suo contraltare Santana avrebbe tutte le carte in regola per innescare gli avanti, ma tolto Bianchi, anche lui tra l’altro al di sotto delle sue possibilità, appare solare come manchino gli uomini giusti per supportarlo, giacchè sia Meggiorini che Sgrigna stanno dimostrando di poter fare la differenza in cadetteria ma in A i gol risultano essere pochini per entrambi. Sansone, tolto l’exploit di Napoli, possiede tecnica cristallina ma è vittima di un equivoco tattico: a lungo sconfinato sulla fascia, stava smarrendo le sue caratteristiche da letale seconda punta, agile e efficace in zona gol. Stevanovic pare l’ombra di sè stesso, abulico sulla fascia (la sinistra, quella opposta rispetto all’anno scorso, dove furoreggiava come un invasato, in preda al furore agonistico). D’accordo che la massima serie non è la B, però mi aspettavo una maggiore personalità da parte dell’ex giocatore delle giovanili dell’Inter.

Sta invece ben figurando la difesa, con Darmian e D’Ambrosio, non certo due fulmini di guerra, ma molto abili nelle due fasi, a formare un solido equilibrio: se uno sostiene l’azione offensiva, al’altro rimane a protezione, non staccandosi dalla linea dei centrali. Ottimo Gillet, a volte concede troppo allo spettacolo coi suoi voli plastici, ma è una sicurezza.

Perchè lamentarsi quindi in fondo? Il fatto è che, tolto il roboante risultato esterno di Bergamo – squadra l’Atalanta fortissima in casa, come dimostra la vittoria meritata ieri sera contro l’inter – sembra mancare il gusto del gioco, non dico le idee ma un po’ di coraggio quello sì! La squadra è brava a contenere, a non far ragionare l’avversario, ma raramente mostra sprazzi di bel gioco, una bella azione manovrata. Sperando sia solo questione di tempo, ci godiamo la classifica ma la sensazione è che la squadra in campo potrebbe osare di più, aggredire l’avversario, intimorirlo maggiormente. Poi si guarda dietro e ci si accorge di come molte squadre abbiano problemi ben peggiori e allora ci si auspica che questo possa essere un campionato di transizione, nell’attesa però di provare emozioni un po’ più intense, magari legate a obiettivi più prestigiosi. Solo utopia?

Torino… manca solo un punto!

La matematica non è un’opinione, una frase sin troppo ovvia utilizzata in più ambiti della nostra esistenza. Associata al calcio, però diviene formula atta a rassicurare o scoraggiare intere schiere di tifosi che, spesso si affidano a conti, pronostici e scommesse – in senso buono – per trarre bilanci e opinioni definitive.

Dunque, la matematica… quella che, a dire la verità, manca ancora al Torino per poter festeggiare, anche se “quel” punticino che ancora manca sembra non spaventare più di tanto il popolo granata, solitamente così scaramantico da ridurre facili entusiasmi. Ma se persino il sobrio Ventura si è concesso il lusso di festeggiare in mezzo al campo tra tifosi in delirio e giocatori ebbri di gioia, forse è il caso di gridare, cantare, saltare e riconoscere che il grosso del lavoro è stato davvero compiuto egregiamente.

Troppi anni separavano il Toro dalla massima serie, la B sembrava ormai assimilata, anche se mai digerita dall’esigente pubblico granata, che convive da sempre con un destino beffardo, quello di non aver mai potuto gioire del tutto dei successi, visto che il fato, la storia, la leggenda è sempre dietro l’angolo.

Torino, nonostante l’agguerrita concorrenza, ce l’hai davvero fatta e i meriti sono da dividere a tutti i giocatori della rosa, sapientemente guidata da un tecnico navigato ma ancora innovativo, curioso, moderno nell’interpretazione della gara e abile nella capacità di saper far giostrare al meglio i suoi giocatori, esaltandone le caratteristiche.

Protagonisti attesi e nuovi, vecchi e giovani hanno confezionato il campionato (quasi) perfetto, forte di esperienza, grinta, tecnica e concretezza, più che di spettacolo puro.

Ecco il mio omaggio a un gruppi di  calciatori che ha contributo a questo splendido traguardo:

1 Davide Morello – poche volte chiamato in causa, il portiere che Ventura conosceva dai tempi di Pisa è il classico dodicesimo esperto e affidabile, sempre pronto alla bisogna

3 Danilo D’Ambrosio – parte col freno a mano tirato, rincalzo di Darmian ma, specie nel girone di ritorno, ha modo di farsi valere, segnando gol pesanti e correndo sulla fascia destra come ai tempi del primo anno granata. Rivalutato in extremis

4 Migijen Basha – l’atipico biondo svizzero sfodera prestazioni maiuscole, prediligendo atletismo e dinamismo alla pura qualità, che pure è in grado di assicurare. Seconda promozione consecutiva dopo quella di Bergamo: portafortuna.

5 Valerio Di Cesare – se ai tempi del suo precoce passaggio al Chelsea sembrava l’erede di Nesta, con gli anni ha dimostrato la sua affidabilità, pur non avvicinandosi a simili vette.

6 Angelo Ogbonna – l’orgoglio granata, prodotto del vivaio, insuperabile, pronto per una Grande, anche se il sogno di un tifoso sarebbe quello di vederlo diventare davvero grande con la sua squadra del cuore. DEVE andare agli Europei, non ci sono in Italia tanti difensori migliori di lui

7 Mirco Antenucci – abile sia in attacco che sulle fasce, dove appare un po’ sacrificato, lui così affine con le reti avversarie. Non lesina mai impegno e volontà, un grande!

9 Rolando Bianchi – a livello realizzativo il Capitano non incappa nella sua migliore stagione ma resta un simbolo della squadra, un leader, oltre ovviamente a un grande attaccante che si merita una carriera da protagonista in A, come ai bei tempi di Reggio

10 Alessandro Sgrigna – in avanti per lunghi tratti vigeva il turn over più ferreo ma Sgrigna ha fatto valere più volte la sua tecnica cristallina, da vero fantasista offensivo. Ha onorato la maglia numero dieci, che qui a Torino ha davvero un significato particolare.

11 Manuel Iori – poco appariscente ma terribilmente efficace il play granata, che come un diesel non si ferma mai. Ordinato e preciso, mai una giocata fuori posto

16 Luciano Zavagno – altro fedelissimo di Ventura, che l’ha scelto per la sua esperienza e affidabilità, non ha praticamente mai giocato.

19 Alen Stevanovic – super talento della serie cadetta, ormai pronto per grandi palcoscenici da conquistare sotto la Mole. Una furia sulla destra, un giocatore trasformato rispetto al timido laterale visto all’opera l’anno precedente. Determinante in più occasioni

20 Giuseppe Vives – giocatore universale, esperto, opera in tutta la zona mediana ma all’occorrenza anche sulle fasce. Concede poco alla platea ma il suo lavoro si sente eccome

22 Stefano Guberti – a lui va l’oscar della sfortuna! Pezzo pregiato della campagna acquisti si rompe subito per infortunio. Torna quando la squadra è già ben oliata ma come lui pochi sanno giocare sulla fascia, visto come riesce ad abbinare perfettamente qualità e quantità.

23 Sergio Suciu – il giovane rumeno, torinese d’adozione, da sempre colorato di granata, gioca poco ma mostra doti interessanti, non più mezzapunta come nelle giovanili ma vero e proprio regista. Confidiamo nel suo pieno recupero e in un maggior minutaggio.

25 Kamil Glik – probabilmente andrà all’Europeo e parte del merito è anche di Ventura che lo ha sponsorizzato a dovere. Grezzo, apparentemente lento ma pure fortissimo nel gioco aereo e mai a disagio, possedendo una forte personalità

27 Giuseppe De Feudis – preziosissimo gregario, quando gioca fa bene la sua parte di disturbatore silenzioso. Corre come un robottino, si appiccica al regista avversario, riuscendo spesso e volentieri a limitarlo. Averne di riserve così!

28 Alessandro Parisi – il terzino sinistro, già in Nazionale, è un altro degli uomini di Ventura. Ormai ultratrentenne limita le discese in fascia, una volta innumerevoli, ma garantisce grande rendimento.

30 Salvatore Masiello – anche lui a Bari (ma non solo) con il tecnico, si è fermato a lungo per infortunio. Può giocare su tutta la fascia mancina, bravo sia come terzino che come laterale offensivo.

33 Juan Surraco – meno arrembante del contraltare Stevanovic, ma dotato di maggior tecnica, quando gioca mostra spesso numeri d’alta scuola. Non ancora esploso secondo le sue potenzialità ha esaltato spesso i tifosi con i suoi dribbling alla Claudio Sala

34 Ferdinando Coppola – portiere affidabilissimo, si infortuna gravemente nella seconda parte della stagione, cedendo giocoforza il suo posto a Benussi

36 Matteo Darmian – sembrava timido e acerbo nel ruolo di terzino destro, invece si è fatto trovare pronto. Umile, volenteroso, il classico bravo ragazzo che però sa anche tirar fuori gli artigli quando occorre, come tradizione granata insegna.

50 Francesco Pratali – non ha giocato moltissimo l’esperto centrale ex empolese, ma fisicità e tecnica gli appartengono e non si tira certo indietro quando viene chiamato in causa

69 Riccardo Meggiorini – arrivato a gennaio dopo la delusione novarese, ha una voglia matta di riconquistarsi sul campo la massima serie. Entra nel cuore dei tifosi con la sua grinta, il suo furore e i suoi gol sempre decisivi.

77 Christian Pasquato – mezzapunta che in B può fare la differenza, con un magico piede destro, specie su punizione, si è inserito bene nei meccanismi della squadra, pur contribuendo poco in termini di gol

90 Nnamdi Oduamadi – il talento è innegabile e la carta di identità gioca certo a suo favore. Per l’ex milanista una serie di belle giocate, soprattutto nel girone di andata, la giusta esperienza che va accumulandosi per diventare sempre più protagonista

92 Simone Verdi – per il ventenne prodotto delle giovanili del Milan una bella stagione, fino all’arrivo di tanti validi interpreti nel reparto offensivo che hanno finito inevitabilmente per sopravanzarlo nelle scelte del mister. Ala destra o sinistra velocissima, in possesso di buona tecnica.

99 Francesco Benussi – scende di categoria per contribuire alla grande alla promozione del Toro. Ricco di personalità, in grado di guidare la difesa da leader.