I miei tre giorni a Sanremo per il Premio Tenco

Sul Premio Tenco 2019 si è scritto davvero di tutto e di più, erano anni che non si assisteva a discussioni – spesso anche “feroci” – sulla prestigiosa Rassegna, istituita in onore del grande cantautore, che c’ha lasciato nell’ormai lontano 1967.

Da appassionato di musica – anche “d’autore” – ho sempre seguito da vicino la manifestazione, guardando con particolare interesse alle Targhe Tenco, i premi cioè destinati ogni anno nelle categorie per l’album dell’anno in assoluto, per la miglior canzone (in questo caso il riconoscimento va all’autore che, ovviamente, non sempre coincide con l’interprete in questione), per l’album in dialetto, per il miglior album di interprete, per quello d’esordio e, da pochi anni, per un album cosiddetto “a progetto”.

Un tempo, quando ero più “giovane”, non mi perdevo alla tv la serata relativa, trasmessa quasi sempre in seconda serata sulle reti RAI e ammetto di essere grato per aver scoperto grazie a questa rassegna fior fiori di cantautori.

Da qualche anno faccio anch’io parte della Giuria, siamo un gruppo numeroso ed eterogeneo; non conosco tutti, la maggior parte solo di fama, ma credo con i miei 42 anni di rappresentare ancora la parte cosiddetta “giovane”… in questo momento sono ironico ma non troppo, dopo aver letto un sacco di discussioni sul fatto che al Tenco si voglia per forza legarsi alla contemporaneità e al pop, andando a snaturare la rassegna, quel tipo di polemiche che vanno a sostituire le altre, del tipo che al Tenco si è rimasti fermi al classicismo di una canzone d’autore con quegli stilemi da “cantautore impegnato di sinistra, con la barba e la chitarra a tracolla”.

Per carità, tutto legittimo e ognuno può pensare ciò che vuole… io dico che da quando sono in giuria, ho visto arrivare in finale album che non sempre avevo votato ma ciò non significa che le scelte non fossero in linea con quella che è la storia del Tenco, e di Tenco, per quanto sia obiettivamente impossibile anche solo poter immaginare chi sarebbe realmente oggi, dal punto di vista meramente artistico, ovvio, Luigi Tenco. Che strade avrebbe intrapreso, che tematiche avrebbe trattato nelle sue canzoni… Nessuno in fondo può sapere cosa (e chi) può rappresentare al giorno d’oggi Luigi Tenco e onestamente a me interessa che non vada persa la sua memoria, che venga rispettata la sua Arte.

A distanza di una settimana dall’ultimo giorno di rassegna, non mi va di scrivere bilanci o chissà quali report, tanto chi è appassionato di musica avrà già letto di tutto e spero non si sia fermato solo all’esibizione di Achille Lauro, il cui video su You Tube è diventato quasi virale.

Io mi sono portato a casa da questa 3 giorni sanremese tante belle vibrazioni positive, e soprattutto ho ascoltato tanta buona musica. Era la prima volta che soggiornavo in Riviera per tutta la rassegna, in un’altra occasione ero giunto per la Finale, giusto in tempo per godermi la premiazione con relativo set di Niccolò Fabi che in quell’anno, il 2016, si aggiudicò con pieno merito la Targa di miglior album dell’anno con lo stupendo “Una somma di piccole cose”.

In tre giorni ho potuto vivere la rassegna “da dentro”, partecipando alle conferenze stampe, alle presentazioni del pomeriggio, alle varie iniziative, tutte di gran pregio – e poi vai a capire perchè la gente si sia fissata sull’Aperitenco che, a dire il vero, ancora non ho capito se ci sia in effetti stato, e anche fosse da quel che ho sentito non ha riguardato direttamente la rassegna.

E’ stato da una parte il Festival delle polemiche, anche e soprattutto da parte della famiglia di Luigi, ma a dire il vero mi trovo d’accordo con la replica del Direttivo.

Io ho respirato una buona aria, ascoltato come detto buona musica, incontrato tanta bella gente, con cui è stato piacevole confrontarsi. C’era mia moglie Mary questa volta ad accompagnarmi e abbiamo avuto modo anche di conoscere meglio la splendida cittadina ligure.

Al riparo dalle polemiche, che qui mi rimbalzavano solo via social – perchè di fatto il clima era assolutamente piacevole e il tutto si è svolto in piena armonia… nessuno in parole povere si è scagliato contro Lauro in primis o contro Morgan, rei di non aver reso giustizia nell’omaggio a Tenco con “Lontano lontano”, sigla d’apertura che in effetti ha visto palesi carenze tecniche.

Poi però Achille Lauro, a mio avviso più emozionato che impreparato, come da più parti ho letto, ha portato a casa la pagnotta con il suo set dove era molto più a suo agio. Personalmente non ascolto la sua musica, ma ho trovato esagerato scagliarsi contro di lui.

Gli organizzatori trarranno le loro conclusioni sulla scelta fatta a monte, di affidargli un brano simile, ma a quanto pare le polemiche ci furono anche in tempi non sospetti, quando a detta di tutti la Rassegna era ancora all’apice.

Io, però, che solo negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi a questo prestigioso contesto, e conoscendo bene anche il Festival di Sanremo, non ho riscontrato somiglianze tra le due manifestazioni. Un’apertura (che c’è stata) a qualcosa di più “commerciale” secondo me non deve creare scandalo, se poi la compensi con interventi di gran pregio, quali sono stati quelli di Vinicio Capossela, Daniele Silvestri e Rancore, Enzo Gragnaniello, Petra Magoni, Gnu Quartet, Peppe Voltarelli, Mimmo Locasciulli, Sergio Cammariere

la canzone d’autore poi, i talenti, i nomi “di nicchia” in linea con la grande storia della rassegna si sono riscontrati in Alessio Lega, Simona Colonna, Claudia Crabuzza… tutta gente che sul palco (nel caso della Crabuzza in un evento esterno) ha dato vita a performance intense, ricche, coinvolgenti.

E il pop? Beh, se il pop è quello del giovane Fulminacci, di Levante, Nina Zilli e dei premiati Ron, Stadio e Gianna Nannini, ben venga anche su questo palco!

Non è mancato nemmeno lo spazio per qualcosa di simile al “teatro canzone”, basti pensare a David Riondino o a Roberto Brivio de I Gufi, entrambi molto brillanti. E poi i duetti tra Morgan e gli altri artisti al pianoforte, i tanti, sentiti, omaggi al grande Gianni Siviero, omaggiato anche con un bellissimo album di sue canzoni interpretate dagli artisti più svariati.

Insomma, ingredienti per definire ricca e riuscita questa edizione ce n’erano eccome sul piatto, e nessuno di questi ha lasciato l’amaro in bocca.

Ho visto anzi tanta partecipazione da parte del pubblico, non solo all’Ariston per le tre serate, ma anche per gli altri eventi in programma, con un Antonio Silva sempre sul pezzo, instancabile, vulcanico, con la sua ironica simpatia.

Certo, nulla è perfetto, ma credo che il lavoro del Club Tenco in tutti questi anni sia stato lodevole e che abbia contribuito molto, non solo a tenere in vita il ricordo del grande Luigi, ma anche ad alimentarlo nel modo giusto.

Ho conosciuto in questi giorni tanta gente appassionata, credo sia veramente azzardato (e ingiusto) screditare il lavoro di anni e scrivere che sia mancato una qualche forma di rispetto nei confronti di Tenco e una discontinuità con la storia passata, gloriosa della Rassegna.

Sanremo 2019: vince a sorpresa Mahmood davanti a Ultimo e ai ragazzi de Il Volo – Un commento finale sulla classifica

E’ terminata anche la sessantanovesima edizione di Sanremo, con il giovane Mahmood vincitore proclamato tra lo stupore generale davanti al grande favorito della vigilia (Ultimo) e a Il Volo, il trio che non è riuscito così a bissare il successo di quattro anni fa.

Non è la prima volta che in gara assistiamo a exploit inattesi, ma vittorie così poco scontate nella storia, anche recente, del Festival, se ne contano poche: il primo nome che mi viene in mente è quello di Francesco Gabbani che si issò fino in cima alla classifica nell’edizione del 2017.

Daniele Silvestri (coadiuvato dal rapper Rancore) e Simone Cristicchi si sono spartiti quasi equamente i premi speciali: prestigiosa tripletta del primo che ha conseguito in particolare l’ambito Premio della Critica “Mia Martini” ma anche quello per il miglior testo; al riccioluto cantautore già vincitore in passato con l’intensa “Ti regalerò una rosa” sono andati due premi, tra cui quello assegnato dall’orchestra. Sono premi importanti che certificano, ce ne fosse ulteriore bisogno, come le due opere in questioni (“Argentovivo” di Silvestri e “Abbi cura di me” di Cristicchi) fossero entrambe qualitativamente parlando, di una spanna superiore alle altre.

Ultimo si consola – se così si può dire visto il suo evidente disappunto per il piazzamento finale, forse dettato dalla frustrazione accumulata nei giorni scorsi da “vincitore annunciato” – con un premio indetto da Tim per un brano che probabilmente in effetti funzionerà bene fuori dai circuiti sanremese.

Per il resto, le contestazioni più grandi, quasi una “rivolta popolare” ci sono state per il piazzamento fuori dal podio della canzone di una rediviva Loredana Bertè ma su questo torneremo qualche riga più giù in sede di commenti.

Guardando la classifica, ovviamente possono balzare agli occhi determinate posizioni, a colpire in senso positivo o negativo – a seconda dei propri gusti personali – ma d’altronde una graduatoria di 24 canzoni in gara comporta anche dei risultati sulla carta “pesanti” ma che poi tra un giorno o poco più, nessuno probabilmente ricorderà, visto che per fortuna le canzoni viaggiano per conto proprio al di là di gare e piazzamenti.

Ecco quindi i miei commenti alla classifica di Sanremo:

1- MAHMOOD sono onesto, pur avendo sin dalla prima serata assegnato un bel 7 al brano “Soldi” presentato da questo rapper di origine egiziana (ma nato e cresciuto in Italia) che ha alle spalle già una bella gavetta, mai avrei scommesso sulla sua affermazione come vincitore.  Il brano però è indubbiamente accattivante, rimane in testa e rappresenta bene una fetta consistente, oltre che di mercato, dei gusti dei giovanissimi. E’ apparso visibilmente stupito e attonito e anche in sala stampa la sua timidezza prevaleva sulla contentezza, quasi volesse reprimere o non riuscisse a esprimere appieno i suoi sentimenti ma, in fondo, di gente che ostenta ce n’è a bizzeffe e sinceramente ho apprezzato molto il genuino pudore e la sobrietà dimostrate. Saprà costruirsi una bel percorso artistico fuori da qui, dopo aver gettato ottimi semi. Sorvolo decisamente sui commenti razzisti pervenuti, perché alcune supposizioni onestamente mi fanno ridere, e poi non si può ridurre tutto a politica, tra l’altro della più bieca specie.

2- ULTIMO sì, aveva tutte le credenziali per puntare al bersaglio grosso, bissando la vittoria ottenuta meritatamente nelle Nuove Proposte un anno fa. Io stesso lo avevo pronosticato come vincitore ma avrò modo di rifarsi nelle charts, visto che il brano presentato sta comunque già ottenendo un buonissimo riscontro. Piuttosto non mi è piaciuta molto la sua esternazione in conferenza stampa contro i giornalisti “cattivi” e il suo palese disappunto nei confronti della vittoria di Mahmood. Per carità, reazione umana e forse dettata dalla frustrazione accumulata in settimana da “vincitore annunciato” ma nella vita, si sa, bisogna anche saper perdere.

3 – IL VOLO osteggiati da una larga fascia di ascoltatori, osannati da altri, loro sembrano vivere la cosa abbastanza serenamente, salvo ogni tanto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il repertorio è quello, a meno che non decidano di svoltare clamorosamente, o di sciogliersi prendendo ognuno la propria strada, seguendo l’inclinazione personale (ma sarebbe clamoroso), continueranno a proporre pop classico di questo tipo, piaccia o non piaccia.

4 – LOREDANA BERTE’ ho discusso con qualcuno riguardo la sua prestazione sanremese, perchè secondo me Loredana ha fatto il massimo. Sul podio ci poteva finire tranquillamente, sarebbe stato un riconoscimento alla carriera, se è vero come dicono che non parteciperà più in futuro, però io ho trovato francamente esagerato questo dispiego di forze, questa sorta di fan club in rivolta per un quarto posto che a detta di molti avrebbe dovuto essere una vittoria. E’ bello pensare a come la Bertè sia stata in grado di tornare in splendida forma, non solo fisica (tanto di cappello) e di tornare competitiva, bella agguerrita, sul pezzo, senza stravaganze se non per l’immancabile look. Ha ritrovato il grande pubblico, con pieno merito, la sua è una vera vittoria morale.

5 – SIMONE CRISTICCHI è tornato alla grande il cantautore romano, con un brano molto intenso, emozionante, con lui in grado al solito di trasmettere nel migliore dei modi (non a caso è stata premiata la sua interpretazione) dei messaggi di amore, di speranza, veicolando valori positivi.

6 – DANIELE SILVESTRI (con RANCORE) il brano più forte del Festival, interpretato magnificamente dal titolare Silvestri e dal sodale Rancore (hanno concorso però in maniera importante anche due pezzi grossi dei Calibro 35: Rondanini alla batteria e Gabrielli a dirigere l’orchestra, senza dimenticare l’apporto in fase di scrittura di Manuel Agnelli). Puntare al bersaglio grosso era difficile ma l’aver fatto incetta di premi è un riconoscimento meritatissimo.

7 – IRAMA io l’avevo dato sul podio, ritenendo che avesse anch’egli un pezzo intenso, visto il tema principe della canzone, affrontato senza retorica e con grande sicurezza. Non si tratta però certo di una delusione per questo giovane ragazzo che, volendo, avrebbe potuto portare in gara certamente una canzone più facile e adatta a quel pubblico di giovanissimi che maggiormente lo segue.

8 – ARISA peccato per l’esibizione della serata finale, pesantemente inficiata da sopraggiunti problemi di salute. A me il brano era piaciuto, coraggioso nella sua bizzarra costruzione, con stacchi e cambi di tono. Una canzone dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, non facile da eseguire. Risultato soddisfacente, anche se molto probabilmente il pubblico generalista da lei si aspetta un altro tipo di canzoni.

9 – ACHILLE LAURO non mi dilungo molto, su di lui si è detto – e letto – di tutto e di più. Questo ha finito più per svantaggiarlo, secondo me, perchè certe etichette sono dure a morire. Poi lui mi sembra sia in grado di andare avanti e rispondere a tono. Dico solo che non sarà il nuovo Vasco, cui è stato accostato da molti come impatto (alludo ovviamente a quello di “Vita spericolata”), ma non è nemmeno il “tipo pericoloso” che inneggia alla droga. Doverlo specificare mi pare quasi un insulto all’intelligenza di chi mi legge.

10 – ENRICO NIGIOTTI a me non è dispiaciuto, anche se non ha mai cantato benissimo, forse tradito dall’emozione (palpabile specie ieri sera). Secondo me in ambito cantautorale – se con questo la nostra mente non ci porta subito a mostri sacri che sarebbe fuori luogo scomodare – può dire la sua.

11 – BOOMDABASH non me ne vogliano gli amici pugliesi – ne ho molti, mia moglie tra l’altro proviene da lì – ma questa canzone, pur ballabile e spensierata, l’avrei fatta finire più giù. Non è la platea giusta secondo me per loro che stanno ottenendo successo comunque, sia collaborando con le persone giuste (e contribuendo a risollevare carriere, la Bertè ne sa qualcosa), sia in proprio. Qui c’entravano poco, anche quando cercavano di animare il pubblico in sala.

12 – GHEMON ha fatto un’ottima figura, la sua è una canzone raffinata, di classe, una delle migliori da questo punto di vista. Grazie al Festival ha potuto farsi conoscere da un pubblico certamente più vasto, che ora lo potrà apprezzare nel suo percorso.

13 – EX OTAGO stessa cosa si può applicare al gruppo ligure che ha portato a casa il risultato, non snaturandosi, ma senza nemmeno osare troppo. Sanremo come vetrina con la possibilità di diventare mainstream sulla falsariga di anime affini come Thegiornalisti o Coez.

14 – MOTTA il suo bel brano è cresciuto di ascolto in ascolto, visto che ha dimostrato maggior padronanza man mano che il Festival procedeva, con il bel risultato della vittoria (seppur pleonastica) nella serata dei duetti con la grande Nada. Anche per lui carriera a un possibile bivio, con eventuale allargamento di fascia di pubblico annessa. Se lo meriterebbe vista l’originalità della sua proposta e il suo procedere passo per volta, dalle vittorie al Tenco in poi.

15 – FRANCESCO RENGA a livello di piazzamento ovviamente è una delusione, ma da subito il brano, scritto pure da autori che stimo come Bungaro e Cesare Chiodo (con l’apporto della giovane Rakele, vista qualche anno fa tra le Nuove Proposte), non mi aveva convinto. Quindi posizione che dal mio punto di vista, ci sta tutta.

16 – PAOLA TURCI lei è sempre magnetica e porta a casa la pagnotta senza problemi ma in realtà anche il suo brano mi è parso non al livello delle precedenti esperienze sanremesi. Anche l’interpretazione non è stata delle migliori, con la voce non al cento per cento.

17 – THE ZEN CIRCUS posizione nelle retrovie ma in fondo era difficile pronosticare un piazzamento più alto. Eppure Appino e soci hanno presentato una canzone davvero bella, molto dignitosa, con un testo che secondo me se la giocava con quello di Silvestri per intensità e forza espressiva. Anche le loro esibizioni sono cresciute ogni volta. Bravi! Anche perchè hanno portato una canzone decisamente difficile, pur considerando il loro repertorio che certo non è fatto da “canzonette”.

18 – FEDERICA CARTA e SHADE anche la loro posizione mi ha colpito, credevo avessero attecchito di più tra gli ascoltatori, forti di visualizzazioni sui social che, sin dalla prima esibizione, sono schizzate alle stelle. D’altronde la canzone assomiglia molto a quella “Irraggiungibile” che ha letteralmente spopolato l’estate scorsa. Al di là di ciò, credo che sentiremo molto spesso la loro canzone alla radio.

19 – NEK il vero flop dell’edizione 2019, spiace dirlo, è stato il suo. Non so, a me la canzone non aveva colpito al primo ascolto. Stessa formula della fortunata “Fatti avanti amore” che contese la vittoria a Il Volo quattro anni fa, ma con una melodia più brutta. Resto dell’idea che se si fosse presentato con Renga e Max Pezzali in gara avrebbe avuto molte chances di raggiungere l’agognato obiettivo della vittoria.

20 – NEGRITA a mio avviso il risultato più ingiusto, visto che la canzone ha un bel testo, è orecchiabile il giusto e loro l’hanno suonata e interpretata senza la minima sbavatura, con una padronanza perfetta del palco. E’ uscita al contempo una loro raccolta dei migliori successi per i 25 anni di carriera, e credo che tutto sommato questa “I ragazzi stanno bene” possa affiancare le loro hit.

21 – PATTY BRAVO e BRIGA posizione giusta, il duetto secondo me non stava in piedi. La canzone in sè non è nemmeno una brutta ballata, ma per un motivo o per l’altro non mi è mai arrivata fino in fondo.

22 – ANNA TATANGELO c’è una sorta di ostracismo non dichiarato nei suoi confronti. In passato l’ho criticata aspramente anch’io ma stavolta mi sembra che abbia presentato una canzone in linea con la sua (bella) vocalità, oltretutto con un testo che poteva in qualche modo riguardarla. Sobria, senza eccessi, ha fatto il suo, ma forse è proprio la natura stessa della canzone, “classica sanremese” a non funzionare più.

23 – EINAR per lo stesso motivo si spiega il pessimo piazzamento del ragazzo uscito da “Amici” e catapultato su un palco evidentemente ancora troppo grande per lui. Già aveva destato non poco clamore la sua vittoria (con Mahmood) alle selezioni di Sanremo giovani di dicembre, in luogo di una più preparata Federica Abbate; in più sul palco ha portato una canzone deboluccia, senza guizzi, troppo piatta. Avrà tutto il tempo di rifarsi ma dovrà costruirsi una carriera credibile al di fuori dei talent e dell’ala di Maria de Filippi.

24 – NINO D’ANGELO e LIVIO CORI un’altra delusione riguarda questo incontro di voci che sulla carta avrebbe potuto essere esplosivo. Alla fine il tam tam mediatico sulla presunta identità del misterioso Liberato con Livio Cori ha fatto perdere attenzione al pezzo, che in verità, non è mai stato eseguito perfettamente. La versione studio infatti è molto più emozionante. Peccato, occasione mancata, ma questo non va a inficiare sulla qualità della canzone e dei suoi interpreti: Cori poi esordirà a breve con un album a proprio nome, mentre speriamo che anche il vero Liberato torni presto sulle scene!.

Il mio Pagellone di Sanremo 2019

E’ da una vita che non aggiorno il blog, questa mia creatura che negli anni mi ha dato tanta soddisfazione, mi ha fatto conoscere belle persone ed è stata occasione di crescita anche personale, oltre che prezioso strumento per comunicare i miei pensieri, le mie emozioni, le mie idee, pur concentrandomi soprattutto sul veicolare le mie passioni.

Tra queste, quella per il calcio e per la musica, di cui a più riprese ho scritto in questi anni, in maniera professionale o anche solo per autentica passione.

Gli impegni lavorativi, gratificanti ma allo stesso tempo pregnanti, fanno sì che sia ridotta la mia partecipazione attiva, visto che sto portando avanti collaborazioni con alcuni siti e, parallelamente, ho ripreso a scrivere in vista di un nuovo progetto letterario che, si spera, avrà poi sbocco editoriale, vista la natura e l’obiettivo per cui è nato. E poi c’è la voglia di riprendere con il vecchio amore mai scordato della radio…

Un passo alla volta e l’occasione per rifarmi vivo qui su PELLEeCALAMAIO è giunta in concomitanza con quello che negli anni per i miei affezionati lettori era in qualche modo divenuto un appuntamento fisso, vale a dire il mio “pagellone” del Festival di Sanremo. In rete si trova ovviamente di tutto sull’argomento, ma in fondo io ne ho sempre trattato, sin dai tempi remoti in cui non esisteva internet, e con il caro amico Riccardo Cavrioli ci dilettavamo a scriverci le impressioni a caldo addirittura su “pizzini” che poi ci scambiavamo magari prima di entrare in aula per un esame universitario. Già allora il nostro taglio era, sì ironico e talora dissacrante, ma soprattutto spinto da curiosità e passione per la competizione rivierasca che, inutile negarlo, rappresenta un fenomeno di costume, oltre che prettamente culturale del nostro Paese.

Non mi è mai piaciuto però il gioco del “massacro”, il voler a tutti i costi perculare, deridere, cercare la battuta a effetto… ovvio, si tratta di scambi, di battute e commenti, tante volte mi ritrovo a sorridere anch’io quando leggo dei commenti intrisi di sarcasmo, e partecipo al “giochino” ma poi torno sui binari di un ascolto attivo ma interessato a sentire se qualcosa di buono e duraturo è destinato a emergere dagli ascolti compulsivi e frenetici di questi giorni.

Ognuno è libero di fare come vuole ma sinceramente apprezzo di gran lunga di più quelle persone che coerentemente non seguono il Festival e non ne parlano, dovendosi inoltre essi sorbire una settimana davvero monotomatica e, mi rendo conto, stancante se proprio sei lontano dalla kermesse per interesse e ideologie. Meglio loro però rispetto agli snob che passano il tempo a prendere per il culo tutti, anche perché è un tempo… molto lungo quello che trascorrono per una cosa che in teoria non è di loro interesse.

Io, faccio un esempio, non ce la farei mai a seguire per 4/5 ore programmi tipo l’Isola dei Famosi o Temptations Island, al solo scopo di fare battute su internet, non lo trovo proprio “utile”.

Comunque, va da sé che io, sin da piccolo, pur guardandolo a mo’ di rito in famiglia con mamma e nonna, e avendo sempre avuto orecchie anche per il buon pop che le varie edizioni riusciva a tramandare ai posteri, ho sempre sostenuto le proposte più alternative – anche se non sapevo nemmeno cosa significasse – o per lo meno “strane”…

Questa componente poi si è tradotta in gusto personale che predilige esplorare generi diversi, con inclinazioni che vanno dal rock, al folk fino al pop più sofisticato e ai cantautori. E’ questo che in fondo ricerco anche nei meandri di una manifestazione nazionalpopolare come il Festival di Sanremo, ma sono in grado di riconoscere la bella canzone italiana melodica, “sanremese”.

Poi è inutile negare che negli anni si sono quasi smarrite le peculiarità della classica canzone “che vince Sanremo”: da più di 20 anni esponenti indie, alternativi, di altri mondi musicali, hanno fatto il loro ingresso all’Ariston, con risultati più o meno altalenanti o soddisfacenti, ma non è questo il punto. Resta il fatto che in tanti ambiscono a salirci su quel palco, a dire la propria, mettendosi alla prova, proponendo la loro musica.

Io, ingenuo quale sono, me ne frego di complotti, dietrologie, persino del gossip fine a sé stesso, delle gag e dei presentatori, nel senso che se ci sono le canzoni che funzionano, il resto è secondario. Lascio a chi è competente esprimere dubbi, non mi pongo questioni “tecniche” (anche se mi sono reso conto anch’io che ieri i fonici, specie nei primi pezzi, hanno cannato e ne hanno risentito alcune esecuzioni vocali).

Nel caso di ieri poi sentire in sequenza ben 24 brani non era semplice ma è innegabile che al giorno d’oggi non devi nemmeno attendere eventualmente che un pezzo passi in radio: spotify e youtube vengono in soccorso, quindi posso già sbilanciarmi in quelli che sono i miei giudizi – anche perché poi scriverò un unico pezzo solo a classifica finale stilata, per una sorta di bilancio conclusivo della rassegna.

Sicuramente certe impressioni verranno cambiate con gli ascolti ma si sa che poi la canzone prende il suo corso e si plasma con le emozioni che via via si aggiungono (o si tolgono, dipende dai punti di vista).

Bene, via con i voti, premettendo che non mi pare ci siano brani nettamente superiori ad altri, tali da “imporre” un pronostico scontato, come capitò ai tempi, chessò, di una “Perdere l’amore” o “Uomini soli”.

Ordine rigorosamente sparso, perché mi dimentico di essere metodico anche qui (no dai, facciamo almeno in ordine alfabetico)

ACHILLE LAURO  4.5  avrebbe dovuto (o potuto) rappresentare la quota trap invece si presenta in abiti, metaforici e non, che sarebbero potuti andare bene per il Jovanotti di “no Vasco, no Vasco io non ci casco” e il “robotico” Alberto Camerini. Non che si senta la mancanza della trap, dio me ne scampi, ma insomma, sto finto rock pompato e plastificato non mi dice assolutamente nulla, non lo trovo nemmeno simpatico o ironico.

ANNA TATANGELO  6 + intendiamoci, è quella che ho definito qualche riga più su la “classica canzone sanremese” ma per lo meno Anna la fa da par suo, cantando bene (dovrebbe essere scontato ma abbiamo capito ieri sera che ben pochi hanno riprodotto il “bel canto”) e non perdendosi in motivi extramusicali.

ARISA 7 +  non poteva replicare brani come “La notte” o “Controvento”: da veterana quale ormai è del Festival, avendolo già vinto da giovane e da big, e addirittura, seppur in maniera discutibile, presentato, può permettersi di rischiare, tanto con la voce che si ritrova difficilmente presenterò una ciofeca. Qui si cimenta in una sorta di mini musical, trascinante, arioso e positivo. Non sufficiente credo per un podio.

BOOMDABASH 5,5 – simpatici, allegri, colorati, portano un brano dalle atmosfere reggae, adatto per le spiagge in estate. Orecchiabile ma non con le stimmate del tormentone, quindi neanche circoscritto al genere, ottengono la mia sufficienza.

affiancato dal rapper Rancore, Daniele Silvestri può legittimamente ambire al Premio della Critica

DANIELE SILVESTRI (e RANCORE) 8 – un bel brano, di difficile ascolto, un pugno nello stomaco, soprattutto grazie al decisivo apporto del rapper. Possibile vincitore del Premio della Critica.

EINAR 5 – è tanto caruccio e ispira simpatia ma il brano è davvero “mollo” per usare un aggettivo  sdoganato dal mitico Malesani. Non decolla, non è troppo romantico, né strappalacrime, né furbetto… in pratica, né carne né pesce.

ENRICO NIGIOTTI 7 – a me lui è piaciuto, mi sembra pian piano stia trovando la sua strada. Cantautore in senso letterale, poiché si scrive da sempre i pezzi testo e musica, oltre che farsi accompagnare dall’immancabile chitarra: chiaro che non ha per modelli i mostri sacri della canzone d’autore ma nel panorama asfittico attuale, ha un tocco personale. Nella fattispecie ha trattato un tema in ricordo del nonno, con molta delicatezza e intensità.

EX OTAGO 6,5 – il primo nome a me caro in quota indie. Li seguo da anni, stanno in qualche modo ripercorrendo la strada tracciata dai Thegiornalisti, o da Coez, lo fanno con canzoni meno a presa rapida forse ma probabilmente più “vere” e sentite. Come in questo pezzo, ottimamente arrangiato, dove hanno parlato di un amore maturo.

FEDERICA CARTA e SHADE 5,5 – li sento molto lontani, infatti rappresentano appieno una generazione che è anagraficamente lontana, soprattutto per temi trattati e modalità. Lei canta bene, era brava già ad Amici, l’accoppiata con il rapper maestro di free style ha funzionato alla grande l’estate scorsa, con una vagonata di visualizzazioni da far impallidire le star della nostra musica, ma questo palco è sembrato troppo grande.

FRANCESCO RENGA 6 – di stima, perché con quella voce rende piacevole ogni cosa che canta ma qui è mancato un po’ il mordente, lo slancio. Il brano è intimista, nello stile del bravo Bungaro, tra gli autori del pezzo ma, insomma, mi aspettavo di più. Non è certamente all’altezza dei migliori episodi, anche solo attenendoci ai passati suoi episodi sanremesi.

GHEMON  6 – molta classe, era tra coloro che attendevo di più. Non è più da tempo un rapper, non è ancora pienamente a suo agio come cantante tout court ma ci mette cuore e belle intuizioni. Sono dell’idea che se il pezzo in questione l’avesse cantato, ad esempio, Nina Zilli, avrebbe fatto un figurone.

Riusciranno i ragazzi de “Il Volo” a replicare il successo del 2015? Le chances di salire quanto meno sul podio sono alte

 

IL VOLO 6,5 – che gli puoi dire a questi ragazzi? Sono “troppo” in tutto: pulitini, bravi ragazzi, ottime voci, capacità interpretative, amalgama perfetta, sicurezza nei propri mezzi, dei secchioni in piena regola che però non mi trasmettono chissà quali emozioni. Preferivo l’impatto di “Grande amore” ma presumo che possano dire la loro anche quest’anno per la vittoria finale.

IRAMA 6,5 – il ragazzo è bravo e ha già fatto una buona dose di gavetta, proprio partendo da Sanremo giovani qualche anno fa. La vittoria ad Amici lo ha lanciato nel firmamento mainstream ma secondo me rende decisamente meglio in brani così, che ricordano appunto le sue prime prove, molto orientate allo spoken. Il tema è toccante e trattato con parole adeguate, lontano da retorica e banalità assortite.

LOREDANA BERTE’ 6,5– mi rendo conto che stanno fioccando le sufficienze piene ma con pochi guizzi. Il brano della rediviva Bertè è indubbiamente valido, accattivante il giusto, ottimo il team di autori, in cui si intravedono sin troppo evidenti richiami alla poetica vaschiana marchiata Curreri, ma resta per me a metà del guado, senza spiccare il volo.

MAHMOOD 7 – bel brano, ritmato, testo e musica che rimangono in testa, suoni davvero intriganti e un piglio sorprendente considerato che si trattava di un quasi esordiente, praticamente sconosciuto al pubblico. Penso che avrà ottimi riscontri dopo la kermesse sanremese.

MOTTA 6,5 – a lui va il mio tifo, lo seguo da sempre, l’ho votato al Tenco in occasione di entrambe le volte in cui ha poi sbaragliato il campo, vincendo a mani basse sia con il primo album, sia nella categoria più importante con il suo seguito, giudicato dalla giuria come miglior disco dell’anno. Una canzone come questa, apprezzabile negli intenti e nel voler lanciare un grido sociale, però non aggiunge molto al suo percorso artistico. Non è migliore di altre insomma, e sul palco inevitabilmente ha tradito emozione.

NEGRITA 7 – tornavano dopo una vita, li attendevo con molta curiosità. Non sono più i “ragazzacci” di “Tonight”, quando si presentarono al Festival in modo forse provocatorio, con un brano non all’altezza. Qui, forti di una carriera ormai invidiabile, viaggiano senza paura, mettendo tutto loro stessi in un brano dal buon impatto. Un testo forte, credo sottovalutato dagli addetti ai lavori, e un’esecuzione a dir poco perfetta. Ci sta alla grande nell’ imminente raccolta di loro successi in uscita con il Festival.

NEK 6 – vale lo stesso discorso fatto per Renga. Porta un brano discreto, lo interpreta al solito più che degnamente ma mi resta ben poco, non mi viene trasmesso molto delle sue intenzioni. Un brano rassicurante, che non rischia e che riscuoterà comunque scontati consensi.

NINO D’ANGELO e LIVIO CORI 6,5 – no, abbiamo appurato che il bravo Livio Cori non è Liberato, ma al di là della suspence, restava intatta la curiosità di capire come i due mondi musicali di Napoli, quello moderno del rapper e quello classico del big Nino d’Angelo potessero amalgamarsi. Beh, lo hanno fatto indubbiamente bene. Necessita però di più ascolti, come a conti fatti molti dei brani sanremesi di quest’anno.

PAOLA TURCI 5,5 – la classe è cristallina, su quello non ci piove, il magnetismo pure, ma la canzone è alquanto deboluccia. Non brutta, ma nemmeno rilevante anche solo paragonata alla recente esibizione su questo palco.

PATTY PRAVO CON BRIGA 6 – la sufficienza ci sta, perché il testo è di buon livello, tra gli autori il grande Zibba, però è proprio l’abbinamento che mi pare forzato, l’amalgama imperfetto che crea spaesamento e che non produce qualcosa di memorabile.

è di Simone Cristicchi il brano più emozionante di questa edizione sanremese

SIMONE CRISTICCHI 8 – non vincerà ma il suo è il brano che più in assoluto mi ha emozionato. Non ha nemmeno un ritornello vero e proprio, o per lo meno, qualcosa che si faccia banalmente cantare, ma in fondo qui di banale non c’è niente, essendo il brano molto intenso, viscerale e allo stesso tempo intriso di poesia. Suggestivo e poi maestoso l’arrangiamento orchestrale a contornare parole che potrebbero invero riguardare tutti noi.

THE ZEN CIRCUS 7 – lo so che Appino ha cantato solo per modo di dire, ma da sempre lui è così. E’ più un animale da palco, un rocker vero, e come lui i suoi sodali. Fa specie piuttosto che gli Zen, pur avendo nelle corde canzoni adatte a un simile contesto (penso ad esempio alla splendida “L’anima non conta”), abbiano voluto davvero rischiare, portando un brano ostico, ruvido, senza compromessi, molto intenso.

il favorito Ultimo non delude, portando un brano interessante e coinvolgente

ULTIMO 7,5 – non è facile gareggiare da vincitore annunciato. Pur tra tanti nomi “forti”, attuali o classici, è proprio lui, vincitore delle passate Nuove Proposte, il più accreditato alla vittoria. Non ha finora sbagliato un singolo in effetti, migliorando anzi in consensi ad ogni nuova uscita. Esegue una canzone in cui il suo stile è ben imperniato, e direi già inconfondibile. Anche il testo, da lui scritto, mostra una promettente maturità. Al primo ascolto ha mostrato qualche carenza ma credo che andrà meglio nel prosieguo della gara.

E per finire il mio personale podio:

1 SIMONE CRISTICCHI

2 THE ZEN CIRCUS

3 NEGRITA

Il mio pronostico finale:

1 ULTIMO

2 IL VOLO

3 IRAMA

PREMIO DELLA CRITICA: Daniele Silvestri (e Rancore)

MIGLIOR TESTO: Simone Cristicchi

MIGLIORE MUSICA: Arisa

 

 

 

Si chiude il 2016: ecco le mie classifiche dei 10 migliori dischi internazionali e 10 migliori dischi italiani

E così siamo giunti all’epilogo del 2016,  un anno musicale alquanto funesto per quanto riguarda le dipartite da questo mondo, con illustri nomi del pop e del rock passati a miglior vita (ultimo George Michael, spentosi ad appena 53 anni).

Alcuni sul filo di lana sono riusciti a consegnarci album di pregevole fattura – che infatti trovano spazio nelle primissime posizioni della mia graduatoria – altri rimarranno comunque lassù nell’Olimpo della musica.

Per la prima volta, chi mi legge abitualmente lo sa, trovano spazio dischi di grandi “vecchi”, e ancora non sono riuscito a darmi una risposta definitiva sul fatto che abbia in qualche modo prevalso la sfera emotiva, o comunque giocato una buona parte nei miei giudizi. Fatto sta che sia Nick Cave che Leonard Cohen ad esempio fanno capolino qui… e David Bowie… beh, lui si è issato molto ma molto in alto.

A scanso di equivoci occorre precisare che di grandi album si tratta, molto significativi e intensi, nella più vasta accezione dei termini.

Poi accanto troverete anche nomi emergenti o di artisti destinati a diventare grandi. O magari no, ma che in ogni caso ci hanno lasciato dischi ben rappresentativi di questa stagione.

Troverete poi anche una top ten più specifica, dedicata alla musica italiana, che figura sempre tra i miei ascolti e da cui non posso prescindere, anche per interesse mio personale, per quanto i miei gusti siano più anglofoni.

L’ultima postilla la voglio dedicare agli assenti, alcuni dei quali so che campeggeranno in cima a liste di colleghi anche molto quotati. Dovendo ragionare da critico, ammetto che dischi come quelli di Frank Ocean, Bon Iver o della sorella d’arte Solange Knowles siano di ottima fattura, specie per quanto riguarda i suoni. In particolare mi ha colpito il lavoro della giovane astro nascente del soul, ma ritenendoli lontani dai miei gusti ho fatto prevalere il cuore, relegando i loro dischi a posizioni subalterne alla prima decina. Stesso dicasi per un album che ho pure apprezzato ma che a mio avviso è parso inferiore alle attese, alludo a quello dei Last Shadow Puppets.

Insomma, non è mai semplice fare queste liste ma è anche bello confrontarsi tra appassionati e in qualche modo mettere un punto e a capo su ciò che è appena stato.

Magari qualche ascolto ancora più approfondito farebbe lievemente modificare la mia classifica ma visto che in palio non ci sono telegatti la vado qui ora a elencare per voi…

TOP 10 WORLD

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1 – David BowieBlackstar

2 – Daughter Not To Disappear

3 – PJ HarveyThe Hope Six Demolition Project

4 – Nick Cave & The Bad SeedsSkeleton Tree

5 – Parquet CourtsHuman Performance

6 – Leonard CohenYou Want It Darker

7 – Car Seat HeadrestTeens Of Denial

8 – Angel OlsenMy Woman

9 – Ed HarcourtFurnaces

10 – RadioheadA Moon Shaped Pool

TOP 10 ITALIA

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1- MottaLa fine dei vent’anni

2- Vinicio CaposselaCanzoni della cupa

3 – Niccolò Fabi Una somma di piccole cose

4 – AfterhoursFolfiri o Folfox

5- Jack SavorettiSleep no more

6 – Gerardo BalestrieriCanzoni nascoste

7 – Daniele SilvestriAcrobati

8 – Yo Yo MundiEvidenti tracce di felicità

9 – Siberia In un sogno è la mia patria

10 – The Zen CircusLa terza guerra mondiale

 

Fabi-Silvestri-Gazzè si esibiranno il 22 maggio all’Arena di Verona

Condivido volentieri per i lettori del blog, il mio articolo su Fabi-Silvestri-Gazzè uscito per il sito di Troublezine, di cui lascio qui sotto il link

http://www.troublezine.it/columns/20079/fabigazzsilvestri-un-percorso-che-porta-in-arena-a-verona

In questi giorni abbiamo gestito, grazie ad Eventi Verona, un contest che ha visto una grande partecipazione, ovvero quello dedicato alla data di Fabi/Gazzè/Silvestri in Arena di Verona il 22 maggio. Gianni Gardon ci delinea un breve profilo della collaborazione (molto riuscita) fra questi tre artisti, culminata in un tour che ha raccolto numerosi consensi…

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In dirittura d’arrivo il fortunato progetto artistico a nome “Fabi-Silvestri-Gazzè”, la cui onda lunga è partita l’anno scorso e ha bagnato i palchi di mezza Europa, dopo che la scintilla era partita in Africa. Tappa conclusiva di un percorso unico e assolutamente rilevante nell’ambito di un solido cantautorato italiano, sarà lo splendido scenario dell’Arena di Verona che ospiterà i tre 47enni artisti il 22 maggio.
Un sodalizio che, se da un punto di vista meramente professionale, potrebbe non avere un seguito a breve, data l’eccezionalità dell’esperienza, da quello personale e umano sembra in realtà lungi dallo spegnersi e perdere smalto, vista la consolidata, radicata e intensa amicizia che lega tre anime diverse, eppure simili, nel proporre una musica di spessore che vada al di là delle logiche commerciali.
I tre romani hanno rappresentato nel decennio dei ’90 e inizio del millennio forse il meglio ricavato dalla fertile scena della Capitale, e già nel corso degli anni avevano collaborato l’uno con l’altro. Addirittura si può dire che abbiano esordito negli stessi contesti, negli stessi locali (anzi, proprio al “Locale” di Roma) tanto da indurre più di un critico ad associare i loro nomi ben prima che uno sbocco discografico a tre fosse anche pensato. Tali erano le affinità – per un certo periodo anche stilistiche (basti pensare alle partecipazioni ad esempio di Gazzè come bassista nei dischi di Silvestri, o la hit estiva Vento d’estate, co-scritta e interpretata da Fabi e Gazzè in tempi non sospetti) – e i punti di incontro nelle loro musica che non era necessario fungere da “esperti” per pronosticare loro un grande futuro.

Tra esperienze mainstream (partecipazioni varie di tutti e tre a Sanremo così come al defunto Festivalbar), escursioni cinematografiche (in particolare la convincente prova attoriale di Max Gazzè in “Basilicata Coast to Coast” di Rocco Papaleo) o televisive (specie del più istrionico Daniele Silvestri), felici comparsate ai Concertoni del Primo Maggio e presenze in pratica fisse a rassegne come il Premio Tenco, nel corso di quasi 20 anni raramente hanno evidenziato cadute di tono, diventando veri punti di riferimento per tutta una serie di giovani cantautori venuti dopo.
Un disco a tre di questi tempi poteva risultare un azzardo, o apparire artificioso e costruito, ma in fondo basta aver dato un ascolto attento al disco “Il Padrone della Festa” per capire che si tratta di un’opera bellissima, ben congegnata, profonda ma allo stesso tempo non pesante o eccessivamente pensante, bensì frutto di una genuina voglia di sperimentare la forza e la potenza di una sinergia così particolare. Citiamo a esempio alcuni singoli tratti dal disco come l’apripista Life is sweet o L’amore non esiste, da subito apparsi degni dei più bei brani da loro editi nelle proprie carriere soliste.

Tre voci, tre teste, tre cuori e sul palco tutti a scambiarsi strumenti, microfoni, canzoni prese dai rispettivi repertori e eseguite da soli o in coppia, all’insegna di un perfetto equilibrio tra le parti. La cosa che maggiormente ha colpito è stato proprio vedere come ognuno abbia fatto un passo indietro affinchè il risultato fosse quello prestabilito, senza che emergesse una primadonna o che qualcuno venisse sacrificato. In questo modo l’arte di ognuno è stata salvaguardata e quale occasione migliore di andare a sentire una musica di così alta qualità se non all’Arena di Verona?

Targhe Tenco per la canzone d’autore: si entra nel vivo con i nomi dei finalisti per le 5 categorie

Sono appena usciti i nomi delle cinquine relative ai finalisti delle Targhe Tenco, che ogni anno vengono assegnate a quegli artisti che maggiormente si sono contraddistinti nell’ambito della musica d’autore italiana.

Ogni anno insorgono inevitabili polemiche, di fatto i nomi da valutare sono veramente tanti. Alcuni possono essere discutibili ma in generale si ha una fotografia realistica di ciò che sta accadendo nel sottobosco della musica italiana, fermo restando che di novità in senso stretto non ce ne sono di così eclatanti e forse nemmeno tanti nomi cui gridare al miracolo o quanto meno scommettere ad occhi chiusi. D’altronde la musica italiana di un certo tipo da tempo ormai è una faccenda quasi da “esperti”, da pochi irriducibili paladini della musica alternativa, che se ne frega delle charts (o forse in maniera alquanto credibile finge di fregarsene, visto che l’ambizione della quasi totalità degli artisti proposti alle commissioni sarebbe quella di arrivare con la propria musica al maggior numero di persone possibili).

Io sto vivendo un momento di riflusso forse in merito alla cosiddetta musica d’autore. Ho appena scritto un volume sulla musica italiana degli anni ’90 (“Revolution ‘90”) e a breve verrà pubblicato il suo seguito (“Rock ‘n Words”), il mio punto di vista è ampiamente illustrato lì. Continuo ad ascoltare musica “nuova”, ma sempre più di rado mi capita di emozionarmi all’ascolto, di provare un brivido. Non dico che manchino elementi molto interessanti, anzi, ma rispetto a una ventina d’anni fa, paradossalmente, questi hanno meno visibilità, nonostante in teoria la rete ti dia tante possibilità.

Non ho di che dubitare rispetto alle scelte dei giurati, anzi, mai come quest’anno in commissione c’erano tante persone che conosco e che stimo. Fatta la prima scrematura, ecco quindi i finalisti delle cinque categorie valutate:

per la miglior canzone
L’amore non esiste, scritta da Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri (anche interpreti)

Il cielo è vuoto, scritta da Cristiano De André, Dario Faini, Diego Mancino (interprete: Cristiano De André)
Del suo veloce volo, scritta da Antony Hegarty, Franco Battiato, Manlio Sgalambro (interpreti: Franco Battiato e Antony)
Lettera di San Paolo agli operai, scritta dai Virginiana Miller (anche interpreti)
Sessanta sacchi di carbone, scritta da Giacomo Lariccia (anche interprete)

In questo caso i nomi sono celebri, alcuni pure altisonanti (penso a Battiato o a De Andrè) ma sono scettico sulla nomination al trio romano. Il pezzo è appena uscito e non mi fa impazzire. Lo stesso duetto tra Battiato e Anthony (due geni assoluti) è un po’ una forzatura, essendo uscito in prima battuta diversi anni fa.

Il mio voto va, nonostante ami i Virginiana Miller, allo splendido brano portato a Sanremo da Cristiano De Andrè “Il cielo è vuoto”, che tra gli autori vede il bravissimo Diego Mancino.

Le nomination per la Targa “album dell’anno” riservata a cantautori (qui elencati in ordine alfabetico per artista, così come nelle seguenti sezioni) vedono in lizza:
Brunori Sas, Il cammino di Santiago in taxi
Caparezza, Museica
Le Luci della Centrale Elettrica, Costellazioni
Massimo Volume, Aspettando i barbari
Nada, Occupo poco spazio
Virginiana Miller, Venga il regno

Qui ho meno dubbi: voto lo splendido disco dei Virginiana Miller! Anche Nada è tornata alla grande, così come si sono confermati benissimo gli antichi eroi Massimo Volume, mentre mai avrei votato i nuovi album di Vasco Brondi o di Brunori.

La Targa per l’album in dialetto vede come finalisti:
Enzo Avitabile, Music life O.s.t.
Francesco Di Bella, Francesco Di Bella & Ballads Cafè
99 Posse, Curre curre guagliò 2.0
Davide Van De Sfroos, Goga e Magoga
Loris Vescovo, Penisolâti

Sarei stato in difficoltà nell’assegnare il mio voto. Ascolto con piacere molta musica nei vari dialetti. Solo di recente ho scoperto la profondità e l’arte sublime di Loris Vescovo e in genere apprezzo molto la discografia dei 99 Posse (interessantissimo il loro progetto per il ventennale di Curre curre guagliò) e dell’immenso Enzo Avitabile (ho letteralmente consumato di ascolti il suo album precedenti di duetti, stupendo!). Ma la mia preferenza credo proprio la darei al grande Francesco Di Bella, ex dei mai dimenticati 24 Grana, tornato in pista con un disco favoloso, preludio si spera di un’ottima carriera solista.

Nella sezione “Opera prima” (di cantautore) troviamo:
Betti Barsantini, Betti Barsantini
Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo
Filippo Graziani, Le cose belle
Johann Sebastian Punk, More Lovely and More Temperate
Levante, Manuale distruzione

Mi viene da storcere un po’ il naso, lo ammetto, nel leggere il nome di Capovilla tra le opere prime. In effetti, a norma di regolamento, è giusto che l’ex leader de Il Teatro degli Orrori rientri in questa categoria, però… possiamo davvero paragonarlo agli altri inseriti nel roster, gente pur interessante come il figlio d’arte Filippo Graziani, visto all’opera anche tra le Nuove Proposte a Sanremo o la già nota Levante? Io, a scanso di equivoci, darei il mio voto a Betti Barsantini, progetto sui generis che vede protagonisti due tra i cantautori più “nascosti” ma non per questo meno validi, della generazione ‘90/’00: Marco Parente e Alessandro Fiori, che come sempre ci hanno abituato hanno dispensato anche in questa occasione della pura poesia in musica.

Fra gli interpreti di canzoni non proprie (quindi non cantautori) sono invece arrivati in finale:
Chiara Civello, Canzoni
Fiorella Mannoia, A te
Mirco Menna, Io, Domenico e tu
Alberto Patrucco e Andrea Mirò, Segni (e) particolari
Raiz e Fausto Mesolella, Dago Red
Saluti da Saturno, Shaloma locomotiva

La categoria che francamente meno mi entusiasma ma che, scorrendo l’elenco anche dei vincitori delle passate edizioni, ha un suo senso. Il mio cuore dice Fiorella Mannoia per il grande omaggio fatto a Lucio Dalla, con tutta una serie di rivisitazioni ben riuscite. Ma ho salutato con piacere anche il ritorno di Raiz ( qui in duo con Mesolella degli Avion Travel) che attendo al varco con un nuovo progetto tutto suo.

Indubbiamente ci sono state polemiche per le scelte e, appunto, conoscendo diversi giurati ho avuto modo di scambiare opinioni e pareri con loro o di partecipare a discussioni magari dalle loro bacheche pubbliche. Io rispetto il lavoro di tutti e mi rendo conto che ci fossero davvero tantissimi album da ascoltare e forse poco tempo materiale per star dietro a tutto. Ha suscitato un po’ di scalpore ad esempio lo “sfogo”, affidato al suo sito internet ufficiale, di Fabio Cinti, cantautore in forza alla Mescal che ho pure avuto l’onore di intervistare di recente e che reputo un artista coi fiocchi, a tutto tondo. Magari avrà estremizzato dei concetti ma ammetto che il suo punto di vista sia condivisibile e che è vero come spesso l’immagine del cantautore sia spesso travisata e associata a stilemi forse superati, retaggi antichi che probabilmente lo stesso Tenco avrebbe rifuggito per primo e preso le distanze da queste. Vero che sembra che sia diventata quasi una categoria a sè: il cantautore “da Premio Tenco”, così come ci sono gli artisti “sanremesi” e quelli “da concertone del Primo Maggio, stigmatizzati senza pietà dagli Elii in una loro celebre canzone. Sarebbe un peccato disperdere tutto il talento di cui abbondano ancora oggi molte nuove leve per assoggettarsi a delle regole non scritte di partecipazione. C’erano tantissimi nomi che non ce l’hanno fatta a entrare tra i papabili per la scelta finale e che avrei visto volentieri sul palco a ritirare un prestigioso quanto meritato premio. Penso a Davide Tosches, Giancarlo Frigieri, Riccardo Sinigallia (quest’ultimo a mio avviso titolare del miglior disco dell’anno), mentre una canzone come “En e Xanax di Samuele Bersani avrebbe meritato minimo di entrare tra i migliori della categoria relativa. Ma tant’è… vedremo quindi a breve le scelte finali, fermo restando ovviamente che il reale valore di un’opera artistica non si giudica di certo da una targa vinta.

Intervista a PINO MARINO, uno dei più interessanti cantautori italiani

Abbiamo avuto l’onore di scambiare qualcosa di ben più di una chiacchierata con Pino Marino, uno dei più interessanti cantautori partoriti dalla cosiddetta “scuola romana” (la stessa da cui sono usciti negli ultimi 15 anni Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Zampaglione e molti altri). Per me un’emozione particolare, perché seguo Pino da inizio carriera e ancora a volte non mi capacito di come il suo nome non sia quantomeno famigliare a chi segue la buona musica italiana.

Alla vigilia di un nuovo disco di inediti, che dovrebbe uscire entro l’autunno di quest’anno a distanza di quasi 7 anni dal precedente, stupendo lavoro “Acqua, luce e gas”, il cantautore ha sviscerato con noi una moltitudine di temi e ha tenuto a spiegare il perché di un lasso di tempo così ampio tra un disco e l’altro. Non che nel frattempo il Nostro se ne sia rimasto con le mani in tasca, visto che è stato impegnato in una miriade di progetti collaterali alla sfera musicale, scrivendo, accompagnando in tour diversi artisti e collaborando con altri.

Colto in un momento di quiete apparente, in un luogo non precisato dell’Abruzzo, il ritratto che ne deriva è quello di un uomo di 45 anni in piena fase creativa, mai appagato e mai vinto dalla voglia di curiosare ulteriormente, di comprendere certi fenomeni e di renderli al pubblico sotto forma artistica.

La prima questione che gli preme di affrontare è quella relativa alla già citata “scuola romana” e lui che è partito dal mitico Folkstudio, può ben dire la sua:

“Far parte di una “scena”, come poteva essere ed è stata quella romana del Folkstudio, non ha consentito solamente di muoversi fra le “quinte” di un momento musicale preciso, ma di trovarsi di fatto coinvolti in un momento storico politico e sociale in alta fase analitica e critica, che stava attribuendo al Cantautore un ruolo determinante per il racconto e la diffusione di nuove idee. Certo, il senso della musica era quello di trovare una elaborazione, uno stile, un pubblico e quindi semmai trasformarsi in lavoro. Nella “scena” romana dei miei tempi gli obiettivi erano gia’ invertiti, quindi prima il contratto, poi il gancio mercantile, poi la creazione di uno stile richiesto (non necessariamente il tuo, ma quello individuato come mancante in un mercato gia’ saturo) e la disperata rincorsa al piazzamento sulla griglia. Il Cantautore, in questo senso, era gia’ divenuto estetico, non piu’ critico. Non ci siamo fatti mancare comunque schermaglie e nottate insonni ad armeggiare con le nostre amicizie e le nostre differenti ambizioni. L’amicizia e’ quel che resta oggi e fra alcuni di noi si e’ fatta dominante a prescindere. Non molti anni fa fu proprio Roberto Angelini (e la sua compagna Claudia) ad ospitarmi in casa in un mio periodo di difficolta’ economica (mai piu’interrotto ah ah ah ah). Quella si che e’ stata una “scena” importante, in quel periodo infatti abbiamo gettato le basi, condiviso e lavorato tanto a quello che oggi di fatto ci sta occupando”.

 

Roberto Angelini, uno dei più interessanti cantautori emersi in quel periodo (metà anni 90 in poi) e che forse ha raccolto meno di quanto meritasse, restando probabilmente intrappolato in un pezzo (tema su cui torneremo in seguito) viene tirato in ballo anche mentre si parlava al telefono con Pino circa la direzione musicale intrapresa per il nuovo album in lavorazione.

Infatti, mentre stavano lavorando su un pezzo per l’album di Angelini, quest’ultimo chiese a Pino come fosse possibile che malgrado la musica intorno stesse cambiando sostanzialmente anche nella forma, nel -Marino style- (citando Angelini) non ci fosse ad esempio traccia dei Radiohead, citandoli come la nuova suggestione musicale da inseguire e provare a raggiungere e a cui attingere.

 

Io credo che Marino tuttavia, pur attento a ogni svolta musicale, ha sempre preferito concentrarsi su sé stesso, alla ricerca di una forma musicale e artistica che fosse solo sua.

 “Da quando ho iniziato il mio percorso ho mantenuto un certo rigore sia da un punto di vista letterario che musicale. Credo fermamente nel lavoro di cesello, nel risultato da ottenere grazie alla cura dei dettagli. In questo sbaraglio confuso di adulazioni e possibilita’ repentine, voglio in qualche modo rimanere fedele ai criteri che ho fissato quando ho iniziato a scrivere: la necessita’, non ossessiva ma sincera, di non dover somigliare a nulla per garantirmi una facilitazione, una comprensione benevola, un assegno simpatico o la compagnia di una “scena”. In realtà ci evolviamo continuamente, non siamo mai fermi e immobili. Io mi sono commosso all’ascolto di “Ok Computer” dei Radiohead, non sono uscito di casa per giorni a furia di meravigliati ascolti, ma sarebbe stato grottesco cercare di rievocare o trasferire. Ho solo considerato il mio percorso diverso e importante per me quanto quello per loro. Tutto qui”.

un'intensa esibizione di Pino Marino

un’intensa esibizione di Pino Marino

 

Una coerenza di stile e di scelte che però non vadano quindi a scapito della pura creatività e della crescita dell’artista. Come accennato c’è pure chi non riesce più a “uscire” da un ruolo, giusto o sbagliato che sia, attendibile o meno.

 “Qui mi ricollego all’idea stessa che sta alla base del “cantautore”, specie per come concepiamo questa figura qui in Italia. Che significa, o cosa dovrebbe significare essere cantautore oggi come oggi? Adeguarsi in maniera indebita ad uno stereotipo? O magari invece scrollarsi dallo stesso e colorare di lycra fucsia i marroni a coste di un tempo? Io come cantautore mi pongo come filtro, come decoder, devo essere in grado o almeno ho la funzione che è quella di provarci, di tradurre in un linguaggio distillato la raccolta delle acqua sporche o sparpagliate che siano. E’ la funzione di un carburatore per intenderci. Sono un  carburatore, sono colui che spurga un’idea, sono il contenitore di parole e di fatti che poi necessariamente devo rielaborare in forma accessibile. Sono un linguaggio che, come un carburatore, si occupa di spostare parole, costruendole ex novo, arricchendole e dando nuove prospettive. A chi? A quanti? Non lo so, a me di sicuro”.

 

Eppure, per alcuni la parola “cantautore” rimanda immediatamente a un concetto quasi vetusto, sorpassato

 “Questa è la conseguenza di quanto abbiano inciso e tuttora lo facciano, dei filtri non naturali di catalogazione, di scaffalatura. L’umanita’ e’ meravigliosa quanto autistica, deve sempre riconoscere e catalogare, definire e controllare. Quando si asseconda questa necessita’ facendone mercato, i danni provocati sono ingenti. La fissita’, il non rischio e il puro senso estetico delle cose la vince su tutto. Ma io, onestamente, me ne sto alla larga da etichette e stilemi che a lungo andare finiscono per deteriorare il senso dell’arte. Non credo nella tendenza di canzone d’autore con accordo triste e argomento letterario, così come mi dissocio dall’utilizzo della musica come tappetino becero e a basso costo destinato all’intrattenimento distratto e cafone. Disprezzo la pesca a strascico editoriale su fenomeni capestro da show televisivo, credo alla Magia non al trucco, credo all’ironia e non alla furbizia.

A proposito di nuove forme comunicative e di utilizzo dell’ironia come modo alternativo di lanciare messaggi, è impossibile per me non citare almeno due pezzi della tua discografia che mi stanno particolarmente a cuore, tratte da “Acqua luce e gas”, il mio album preferito. Alludo a “Lo strozzino” e a “Non ho lavoro”, dove affronti certi temi piuttosto pesanti con leggerezza formale, verrebbe da dire, quando invece è soltanto l’utilizzo dell’ironia a levigare il tutto. E in questo mi viene da associarti ad altri due cantautori romani che ascolto molto, come Daniele Silvestri (con il quale sei stato a lungo in tour), capace di scrivere e presentare al pubblico due brani diversissimi tra loro come la scanzonata “La Paranza” e la spettrale “Aria” e  il più giovane Simone Cristicchi.

 “Mi fa piacere che tu abbia citato quei miei due pezzi, perché rappresentano proprio la cifra stilistica a cui mi piace ambire e che danno un senso perfetto a tutto il nostro discorso. Riguardo ai colleghi citati, devo dire che apprezzo molto le loro diversissime quanto efficaci capacita’ e a entrambi sono legato da rapporti di amicizia. Con Daniele poi condivido non solo progetti musicali, ci si sente anche più volte al giorno per parlare in dialetti strani e soprattutto ci scriviamo una certa quantita’ di sms, al limite dell’ingelosimento delle nostre compagne. Sono cantautori diversi fra loro ma accomunati dal fatto di essere stati abili a indossare quando necessario una maschera, di divenire loro stessi “maschere”: questo non sta a significare che essi fingano, anzi, sono stati bravissimi e questa è la loro vera forza, nel creare una forma diversa di comunicazione, anche a livello di impatto visivo. Daniele è proprio così, dentro di sé vive una sorta di schizofrenia creativa che lo porta a concepire brani dal forte senso ironico o ludico (penso anche a un brano di notevole successo come “Salirò” ) e a frequentare contesti differenti tra loro, con eguale appeal su un pubblico ormai fedele nel tempo.

 

Non pensi però che nel caso di Silvestri abbia contato molto, e ancora conti, il fatto che si sia da subito esposto in prima persona su determinate questioni, anche politiche?

 “E’ indubbio che quando un musicista, un personaggio pubblico, manifesta a chiare lettere le proprie istanze personali, le proprie idee politiche a suffragio dei propri valori, si esponga e arrivi a dividere il pubblico, inevitabilmente. Ma Daniele è ben consapevole di questo, e lo è dall’inizio, da quando con successo e con medesimo trasporto ha accettato di partecipare a una nota trasmissione televisiva a quando decide di esibirsi per determinate e finalizzate manifestazioni politiche, a quando intona inni e alimenta slogan. Tutto legittimo, a maggior ragione nel suo caso, in quanto lui è proprio così, è dicotomico nell’esternare le sue emozioni, lasciando spazio invariato all’impegno politico e alla leggerezza di un cabaret. Cosa che invece era praticamente impensabile e quasi inaudita per i cantautori anni ’70.

Il punto e’ che il nostro mercato, e abbandono il sermone su Daniele, ha bisogno di andare continuamente a colmare piccoli vuoti temporali nella vetrina degli acquisti. Mi spiego meglio. Cammariere diventa “il cantautore” nell’immaginario collettivo, perche’ in vetrina mancava da un po’ quel prodotto. Cosi’ il mio amico Sergio, pur non scrivendo parole, lo diventa, semplicemente indossando velluto a coste, cappello, sciarpa e ovviamente sedendo al Pianoforte (cose che veramente lo riguarda da vicino). Cosi’ Gazze’ colma quella lasciata dal filosofo sghembo Battiato e via via.  D’altronde in Italia a un certo punto si sente quasi l’esigenza di rispolverare qualcosa, di attingere, di somigliare, di ricordare e di andare a trovare il nuovo Battiato, il nuovo Endrigo, il nuovo De Gregori, anche se lui per primo oggi conforta e trova evidentemente conforto nella follia degli X-Factor”

pino m

 

Ma qui subentra in gioco una questione delicata, che ci riporta a te e che ci fa convergere come ultima domanda su cosa potremmo ascoltare nel nuovo disco (e perché abbiamo dovuto attendere così a lungo per delle nuove canzoni)

 “Negli ultimi anni è cambiato tutto in Italia, non lo scopro certo io,  ma allargando il cerchio direi che la situazione è la medesima anche all’estero. La discografia ha alzato bandiera bianca dopo aver sperperato, truffato, giocato, scommesso e quasi mai amato la propria fonte di vita.  Ed è assurdo che a decidere o meno determinate sorti di un disco per cui si lavora per anni, siano degli improvvidi e spesso impreparati mestieranti. Direttori giunti a sanare reparti inariditi, provenienti da culture e sistemi non pertinenti. Praterie lasciate arse per l’avvento di una generazione fresca ma ancora principale vittima del nozionismo “copia e incolla” che prima di blaterare dovrebbe imparare a scrivere. Insomma, non mi ritrovo piu’. Il mio disco è pronto e mi fa piacere poter condividere questa notizia con te e i tuoi lettori. Non è giusto nemmeno generalizzare sui mali della modernita’, sul web e sul potenziale di questo mezzo, ma noto che sono più i male informati (che di conseguenza male informano) rispetto a coloro che con coerenza e impegno intendono divulgare e far crescere, alimentare o anche solo mantenere in vita, la fiamma musicale.

L’album è ultimato e a questo punto a livello di canzoni ho solo l’imbarazzo della scelta, alcuni brani non finiranno in scaletta, altri magari verranno ripescati all’ultimo secondo, la qualità media è alta e fatico a escludere qualche pezzo in favore di un altro. I sette anni intercorsi tra l’ultimo album e questo stanno a significare proprio lo stravolgimento a cui si è assistito in ambito discografico in questo lasso di tempo, con persone importanti, fidate, che hanno finito il loro compito.

Ho avuto bisogno di tempo per instaurare rapporti non improvvisati, per creare un gruppo omogeneo e compatto di lavoro. Non c’è solo l’artista, ma un ingranaggio che deve funzionare al meglio per la riuscita di un obiettivo. Una volta, nemmeno tanto tempo fa, i ruoli all’interno di un’etichetta erano ben strutturati, definiti e ora invece ci si arrangia, si fa tutti un po’ di tutto e alcuni meccanismi sono letteralmente implosi. Per questo, nonostante ci sia un distributore già pronto per divulgare questo disco, sto valutando in modo per quanto possibile sereno il da farsi. Non scendo a compromessi ora, posso ridisegnare parabole certamente, ma non comprometterle. In nome di niente e nessuno. Ho lavorato in questi ultimi anni alla scrittura senza la musica, alla regia di spettacoli, alla creazioni di luoghi per la produzione artistica, Orchestre e Collettivi (vedi Collettivo Angelo Mai e il piu’ recente Collettivo Dal Pane). Mantengo la mia integrità.

Valuterò bene ogni cosa, abbiamo atteso tutti questi anni per il disco nuovo e ormai dovremmo riuscire a tirarlo fuori con decoro. Mai avuto fretta, le priorità in ogni modo quando hai 45 anni e più dischi alle spalle cambiano.

 

Nella tua carriera come detto hai imposto coerenza ma non hai mai disdegnato escursioni extra musicali, come quando coinvolgesti l’attore Fabrizio Bentivoglio in un tuo pezzo o come quando hai fondato l’Orchestra di Piazza Vittorio. Cosa bolle in pentola quindi oltre alle canzoni?

 “Molte cose, infatti questo disco sarà il pretesto per inoltrarmi ad una proposta multiforme. La scrittura, il racconto, la forma canzone e tanto altro insieme, come solo in parte ti accennavo prima. Sto lavorando duramente per questo e chissà che per l’inizio dell’anno prossimo la cosa non sia già in via di definizione concreta”.

 

Un grosso in bocca al lupo a Pino Marino e un “grazie” davvero di cuore per la splendida chiacchierata, per averci concesso in esclusiva delle informazioni e per aver condiviso tutta una serie di considerazioni mai banali e seguendo un percorso preciso, sempre in nome della più pura, genuina e sana passione per il mondo delle sette note.

Attendiamo con trepidazione il disco nuovo, nel frattempo riascoltatevi la splendida “LO STROZZINO” , tratta dall’album “Acqua, luce e gas”

 

(Gianni Gardon)