Si chiude il 2016: ecco le mie classifiche dei 10 migliori dischi internazionali e 10 migliori dischi italiani

E così siamo giunti all’epilogo del 2016,  un anno musicale alquanto funesto per quanto riguarda le dipartite da questo mondo, con illustri nomi del pop e del rock passati a miglior vita (ultimo George Michael, spentosi ad appena 53 anni).

Alcuni sul filo di lana sono riusciti a consegnarci album di pregevole fattura – che infatti trovano spazio nelle primissime posizioni della mia graduatoria – altri rimarranno comunque lassù nell’Olimpo della musica.

Per la prima volta, chi mi legge abitualmente lo sa, trovano spazio dischi di grandi “vecchi”, e ancora non sono riuscito a darmi una risposta definitiva sul fatto che abbia in qualche modo prevalso la sfera emotiva, o comunque giocato una buona parte nei miei giudizi. Fatto sta che sia Nick Cave che Leonard Cohen ad esempio fanno capolino qui… e David Bowie… beh, lui si è issato molto ma molto in alto.

A scanso di equivoci occorre precisare che di grandi album si tratta, molto significativi e intensi, nella più vasta accezione dei termini.

Poi accanto troverete anche nomi emergenti o di artisti destinati a diventare grandi. O magari no, ma che in ogni caso ci hanno lasciato dischi ben rappresentativi di questa stagione.

Troverete poi anche una top ten più specifica, dedicata alla musica italiana, che figura sempre tra i miei ascolti e da cui non posso prescindere, anche per interesse mio personale, per quanto i miei gusti siano più anglofoni.

L’ultima postilla la voglio dedicare agli assenti, alcuni dei quali so che campeggeranno in cima a liste di colleghi anche molto quotati. Dovendo ragionare da critico, ammetto che dischi come quelli di Frank Ocean, Bon Iver o della sorella d’arte Solange Knowles siano di ottima fattura, specie per quanto riguarda i suoni. In particolare mi ha colpito il lavoro della giovane astro nascente del soul, ma ritenendoli lontani dai miei gusti ho fatto prevalere il cuore, relegando i loro dischi a posizioni subalterne alla prima decina. Stesso dicasi per un album che ho pure apprezzato ma che a mio avviso è parso inferiore alle attese, alludo a quello dei Last Shadow Puppets.

Insomma, non è mai semplice fare queste liste ma è anche bello confrontarsi tra appassionati e in qualche modo mettere un punto e a capo su ciò che è appena stato.

Magari qualche ascolto ancora più approfondito farebbe lievemente modificare la mia classifica ma visto che in palio non ci sono telegatti la vado qui ora a elencare per voi…

TOP 10 WORLD

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1 – David BowieBlackstar

2 – Daughter Not To Disappear

3 – PJ HarveyThe Hope Six Demolition Project

4 – Nick Cave & The Bad SeedsSkeleton Tree

5 – Parquet CourtsHuman Performance

6 – Leonard CohenYou Want It Darker

7 – Car Seat HeadrestTeens Of Denial

8 – Angel OlsenMy Woman

9 – Ed HarcourtFurnaces

10 – RadioheadA Moon Shaped Pool

TOP 10 ITALIA

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1- MottaLa fine dei vent’anni

2- Vinicio CaposselaCanzoni della cupa

3 – Niccolò Fabi Una somma di piccole cose

4 – AfterhoursFolfiri o Folfox

5- Jack SavorettiSleep no more

6 – Gerardo BalestrieriCanzoni nascoste

7 – Daniele SilvestriAcrobati

8 – Yo Yo MundiEvidenti tracce di felicità

9 – Siberia In un sogno è la mia patria

10 – The Zen CircusLa terza guerra mondiale

 

Fabi-Silvestri-Gazzè si esibiranno il 22 maggio all’Arena di Verona

Condivido volentieri per i lettori del blog, il mio articolo su Fabi-Silvestri-Gazzè uscito per il sito di Troublezine, di cui lascio qui sotto il link

http://www.troublezine.it/columns/20079/fabigazzsilvestri-un-percorso-che-porta-in-arena-a-verona

In questi giorni abbiamo gestito, grazie ad Eventi Verona, un contest che ha visto una grande partecipazione, ovvero quello dedicato alla data di Fabi/Gazzè/Silvestri in Arena di Verona il 22 maggio. Gianni Gardon ci delinea un breve profilo della collaborazione (molto riuscita) fra questi tre artisti, culminata in un tour che ha raccolto numerosi consensi…

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In dirittura d’arrivo il fortunato progetto artistico a nome “Fabi-Silvestri-Gazzè”, la cui onda lunga è partita l’anno scorso e ha bagnato i palchi di mezza Europa, dopo che la scintilla era partita in Africa. Tappa conclusiva di un percorso unico e assolutamente rilevante nell’ambito di un solido cantautorato italiano, sarà lo splendido scenario dell’Arena di Verona che ospiterà i tre 47enni artisti il 22 maggio.
Un sodalizio che, se da un punto di vista meramente professionale, potrebbe non avere un seguito a breve, data l’eccezionalità dell’esperienza, da quello personale e umano sembra in realtà lungi dallo spegnersi e perdere smalto, vista la consolidata, radicata e intensa amicizia che lega tre anime diverse, eppure simili, nel proporre una musica di spessore che vada al di là delle logiche commerciali.
I tre romani hanno rappresentato nel decennio dei ’90 e inizio del millennio forse il meglio ricavato dalla fertile scena della Capitale, e già nel corso degli anni avevano collaborato l’uno con l’altro. Addirittura si può dire che abbiano esordito negli stessi contesti, negli stessi locali (anzi, proprio al “Locale” di Roma) tanto da indurre più di un critico ad associare i loro nomi ben prima che uno sbocco discografico a tre fosse anche pensato. Tali erano le affinità – per un certo periodo anche stilistiche (basti pensare alle partecipazioni ad esempio di Gazzè come bassista nei dischi di Silvestri, o la hit estiva Vento d’estate, co-scritta e interpretata da Fabi e Gazzè in tempi non sospetti) – e i punti di incontro nelle loro musica che non era necessario fungere da “esperti” per pronosticare loro un grande futuro.

Tra esperienze mainstream (partecipazioni varie di tutti e tre a Sanremo così come al defunto Festivalbar), escursioni cinematografiche (in particolare la convincente prova attoriale di Max Gazzè in “Basilicata Coast to Coast” di Rocco Papaleo) o televisive (specie del più istrionico Daniele Silvestri), felici comparsate ai Concertoni del Primo Maggio e presenze in pratica fisse a rassegne come il Premio Tenco, nel corso di quasi 20 anni raramente hanno evidenziato cadute di tono, diventando veri punti di riferimento per tutta una serie di giovani cantautori venuti dopo.
Un disco a tre di questi tempi poteva risultare un azzardo, o apparire artificioso e costruito, ma in fondo basta aver dato un ascolto attento al disco “Il Padrone della Festa” per capire che si tratta di un’opera bellissima, ben congegnata, profonda ma allo stesso tempo non pesante o eccessivamente pensante, bensì frutto di una genuina voglia di sperimentare la forza e la potenza di una sinergia così particolare. Citiamo a esempio alcuni singoli tratti dal disco come l’apripista Life is sweet o L’amore non esiste, da subito apparsi degni dei più bei brani da loro editi nelle proprie carriere soliste.

Tre voci, tre teste, tre cuori e sul palco tutti a scambiarsi strumenti, microfoni, canzoni prese dai rispettivi repertori e eseguite da soli o in coppia, all’insegna di un perfetto equilibrio tra le parti. La cosa che maggiormente ha colpito è stato proprio vedere come ognuno abbia fatto un passo indietro affinchè il risultato fosse quello prestabilito, senza che emergesse una primadonna o che qualcuno venisse sacrificato. In questo modo l’arte di ognuno è stata salvaguardata e quale occasione migliore di andare a sentire una musica di così alta qualità se non all’Arena di Verona?

Targhe Tenco per la canzone d’autore: si entra nel vivo con i nomi dei finalisti per le 5 categorie

Sono appena usciti i nomi delle cinquine relative ai finalisti delle Targhe Tenco, che ogni anno vengono assegnate a quegli artisti che maggiormente si sono contraddistinti nell’ambito della musica d’autore italiana.

Ogni anno insorgono inevitabili polemiche, di fatto i nomi da valutare sono veramente tanti. Alcuni possono essere discutibili ma in generale si ha una fotografia realistica di ciò che sta accadendo nel sottobosco della musica italiana, fermo restando che di novità in senso stretto non ce ne sono di così eclatanti e forse nemmeno tanti nomi cui gridare al miracolo o quanto meno scommettere ad occhi chiusi. D’altronde la musica italiana di un certo tipo da tempo ormai è una faccenda quasi da “esperti”, da pochi irriducibili paladini della musica alternativa, che se ne frega delle charts (o forse in maniera alquanto credibile finge di fregarsene, visto che l’ambizione della quasi totalità degli artisti proposti alle commissioni sarebbe quella di arrivare con la propria musica al maggior numero di persone possibili).

Io sto vivendo un momento di riflusso forse in merito alla cosiddetta musica d’autore. Ho appena scritto un volume sulla musica italiana degli anni ’90 (“Revolution ‘90”) e a breve verrà pubblicato il suo seguito (“Rock ‘n Words”), il mio punto di vista è ampiamente illustrato lì. Continuo ad ascoltare musica “nuova”, ma sempre più di rado mi capita di emozionarmi all’ascolto, di provare un brivido. Non dico che manchino elementi molto interessanti, anzi, ma rispetto a una ventina d’anni fa, paradossalmente, questi hanno meno visibilità, nonostante in teoria la rete ti dia tante possibilità.

Non ho di che dubitare rispetto alle scelte dei giurati, anzi, mai come quest’anno in commissione c’erano tante persone che conosco e che stimo. Fatta la prima scrematura, ecco quindi i finalisti delle cinque categorie valutate:

per la miglior canzone
L’amore non esiste, scritta da Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri (anche interpreti)

Il cielo è vuoto, scritta da Cristiano De André, Dario Faini, Diego Mancino (interprete: Cristiano De André)
Del suo veloce volo, scritta da Antony Hegarty, Franco Battiato, Manlio Sgalambro (interpreti: Franco Battiato e Antony)
Lettera di San Paolo agli operai, scritta dai Virginiana Miller (anche interpreti)
Sessanta sacchi di carbone, scritta da Giacomo Lariccia (anche interprete)

In questo caso i nomi sono celebri, alcuni pure altisonanti (penso a Battiato o a De Andrè) ma sono scettico sulla nomination al trio romano. Il pezzo è appena uscito e non mi fa impazzire. Lo stesso duetto tra Battiato e Anthony (due geni assoluti) è un po’ una forzatura, essendo uscito in prima battuta diversi anni fa.

Il mio voto va, nonostante ami i Virginiana Miller, allo splendido brano portato a Sanremo da Cristiano De Andrè “Il cielo è vuoto”, che tra gli autori vede il bravissimo Diego Mancino.

Le nomination per la Targa “album dell’anno” riservata a cantautori (qui elencati in ordine alfabetico per artista, così come nelle seguenti sezioni) vedono in lizza:
Brunori Sas, Il cammino di Santiago in taxi
Caparezza, Museica
Le Luci della Centrale Elettrica, Costellazioni
Massimo Volume, Aspettando i barbari
Nada, Occupo poco spazio
Virginiana Miller, Venga il regno

Qui ho meno dubbi: voto lo splendido disco dei Virginiana Miller! Anche Nada è tornata alla grande, così come si sono confermati benissimo gli antichi eroi Massimo Volume, mentre mai avrei votato i nuovi album di Vasco Brondi o di Brunori.

La Targa per l’album in dialetto vede come finalisti:
Enzo Avitabile, Music life O.s.t.
Francesco Di Bella, Francesco Di Bella & Ballads Cafè
99 Posse, Curre curre guagliò 2.0
Davide Van De Sfroos, Goga e Magoga
Loris Vescovo, Penisolâti

Sarei stato in difficoltà nell’assegnare il mio voto. Ascolto con piacere molta musica nei vari dialetti. Solo di recente ho scoperto la profondità e l’arte sublime di Loris Vescovo e in genere apprezzo molto la discografia dei 99 Posse (interessantissimo il loro progetto per il ventennale di Curre curre guagliò) e dell’immenso Enzo Avitabile (ho letteralmente consumato di ascolti il suo album precedenti di duetti, stupendo!). Ma la mia preferenza credo proprio la darei al grande Francesco Di Bella, ex dei mai dimenticati 24 Grana, tornato in pista con un disco favoloso, preludio si spera di un’ottima carriera solista.

Nella sezione “Opera prima” (di cantautore) troviamo:
Betti Barsantini, Betti Barsantini
Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo
Filippo Graziani, Le cose belle
Johann Sebastian Punk, More Lovely and More Temperate
Levante, Manuale distruzione

Mi viene da storcere un po’ il naso, lo ammetto, nel leggere il nome di Capovilla tra le opere prime. In effetti, a norma di regolamento, è giusto che l’ex leader de Il Teatro degli Orrori rientri in questa categoria, però… possiamo davvero paragonarlo agli altri inseriti nel roster, gente pur interessante come il figlio d’arte Filippo Graziani, visto all’opera anche tra le Nuove Proposte a Sanremo o la già nota Levante? Io, a scanso di equivoci, darei il mio voto a Betti Barsantini, progetto sui generis che vede protagonisti due tra i cantautori più “nascosti” ma non per questo meno validi, della generazione ‘90/’00: Marco Parente e Alessandro Fiori, che come sempre ci hanno abituato hanno dispensato anche in questa occasione della pura poesia in musica.

Fra gli interpreti di canzoni non proprie (quindi non cantautori) sono invece arrivati in finale:
Chiara Civello, Canzoni
Fiorella Mannoia, A te
Mirco Menna, Io, Domenico e tu
Alberto Patrucco e Andrea Mirò, Segni (e) particolari
Raiz e Fausto Mesolella, Dago Red
Saluti da Saturno, Shaloma locomotiva

La categoria che francamente meno mi entusiasma ma che, scorrendo l’elenco anche dei vincitori delle passate edizioni, ha un suo senso. Il mio cuore dice Fiorella Mannoia per il grande omaggio fatto a Lucio Dalla, con tutta una serie di rivisitazioni ben riuscite. Ma ho salutato con piacere anche il ritorno di Raiz ( qui in duo con Mesolella degli Avion Travel) che attendo al varco con un nuovo progetto tutto suo.

Indubbiamente ci sono state polemiche per le scelte e, appunto, conoscendo diversi giurati ho avuto modo di scambiare opinioni e pareri con loro o di partecipare a discussioni magari dalle loro bacheche pubbliche. Io rispetto il lavoro di tutti e mi rendo conto che ci fossero davvero tantissimi album da ascoltare e forse poco tempo materiale per star dietro a tutto. Ha suscitato un po’ di scalpore ad esempio lo “sfogo”, affidato al suo sito internet ufficiale, di Fabio Cinti, cantautore in forza alla Mescal che ho pure avuto l’onore di intervistare di recente e che reputo un artista coi fiocchi, a tutto tondo. Magari avrà estremizzato dei concetti ma ammetto che il suo punto di vista sia condivisibile e che è vero come spesso l’immagine del cantautore sia spesso travisata e associata a stilemi forse superati, retaggi antichi che probabilmente lo stesso Tenco avrebbe rifuggito per primo e preso le distanze da queste. Vero che sembra che sia diventata quasi una categoria a sè: il cantautore “da Premio Tenco”, così come ci sono gli artisti “sanremesi” e quelli “da concertone del Primo Maggio, stigmatizzati senza pietà dagli Elii in una loro celebre canzone. Sarebbe un peccato disperdere tutto il talento di cui abbondano ancora oggi molte nuove leve per assoggettarsi a delle regole non scritte di partecipazione. C’erano tantissimi nomi che non ce l’hanno fatta a entrare tra i papabili per la scelta finale e che avrei visto volentieri sul palco a ritirare un prestigioso quanto meritato premio. Penso a Davide Tosches, Giancarlo Frigieri, Riccardo Sinigallia (quest’ultimo a mio avviso titolare del miglior disco dell’anno), mentre una canzone come “En e Xanax di Samuele Bersani avrebbe meritato minimo di entrare tra i migliori della categoria relativa. Ma tant’è… vedremo quindi a breve le scelte finali, fermo restando ovviamente che il reale valore di un’opera artistica non si giudica di certo da una targa vinta.

Intervista a PINO MARINO, uno dei più interessanti cantautori italiani

Abbiamo avuto l’onore di scambiare qualcosa di ben più di una chiacchierata con Pino Marino, uno dei più interessanti cantautori partoriti dalla cosiddetta “scuola romana” (la stessa da cui sono usciti negli ultimi 15 anni Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Zampaglione e molti altri). Per me un’emozione particolare, perché seguo Pino da inizio carriera e ancora a volte non mi capacito di come il suo nome non sia quantomeno famigliare a chi segue la buona musica italiana.

Alla vigilia di un nuovo disco di inediti, che dovrebbe uscire entro l’autunno di quest’anno a distanza di quasi 7 anni dal precedente, stupendo lavoro “Acqua, luce e gas”, il cantautore ha sviscerato con noi una moltitudine di temi e ha tenuto a spiegare il perché di un lasso di tempo così ampio tra un disco e l’altro. Non che nel frattempo il Nostro se ne sia rimasto con le mani in tasca, visto che è stato impegnato in una miriade di progetti collaterali alla sfera musicale, scrivendo, accompagnando in tour diversi artisti e collaborando con altri.

Colto in un momento di quiete apparente, in un luogo non precisato dell’Abruzzo, il ritratto che ne deriva è quello di un uomo di 45 anni in piena fase creativa, mai appagato e mai vinto dalla voglia di curiosare ulteriormente, di comprendere certi fenomeni e di renderli al pubblico sotto forma artistica.

La prima questione che gli preme di affrontare è quella relativa alla già citata “scuola romana” e lui che è partito dal mitico Folkstudio, può ben dire la sua:

“Far parte di una “scena”, come poteva essere ed è stata quella romana del Folkstudio, non ha consentito solamente di muoversi fra le “quinte” di un momento musicale preciso, ma di trovarsi di fatto coinvolti in un momento storico politico e sociale in alta fase analitica e critica, che stava attribuendo al Cantautore un ruolo determinante per il racconto e la diffusione di nuove idee. Certo, il senso della musica era quello di trovare una elaborazione, uno stile, un pubblico e quindi semmai trasformarsi in lavoro. Nella “scena” romana dei miei tempi gli obiettivi erano gia’ invertiti, quindi prima il contratto, poi il gancio mercantile, poi la creazione di uno stile richiesto (non necessariamente il tuo, ma quello individuato come mancante in un mercato gia’ saturo) e la disperata rincorsa al piazzamento sulla griglia. Il Cantautore, in questo senso, era gia’ divenuto estetico, non piu’ critico. Non ci siamo fatti mancare comunque schermaglie e nottate insonni ad armeggiare con le nostre amicizie e le nostre differenti ambizioni. L’amicizia e’ quel che resta oggi e fra alcuni di noi si e’ fatta dominante a prescindere. Non molti anni fa fu proprio Roberto Angelini (e la sua compagna Claudia) ad ospitarmi in casa in un mio periodo di difficolta’ economica (mai piu’interrotto ah ah ah ah). Quella si che e’ stata una “scena” importante, in quel periodo infatti abbiamo gettato le basi, condiviso e lavorato tanto a quello che oggi di fatto ci sta occupando”.

 

Roberto Angelini, uno dei più interessanti cantautori emersi in quel periodo (metà anni 90 in poi) e che forse ha raccolto meno di quanto meritasse, restando probabilmente intrappolato in un pezzo (tema su cui torneremo in seguito) viene tirato in ballo anche mentre si parlava al telefono con Pino circa la direzione musicale intrapresa per il nuovo album in lavorazione.

Infatti, mentre stavano lavorando su un pezzo per l’album di Angelini, quest’ultimo chiese a Pino come fosse possibile che malgrado la musica intorno stesse cambiando sostanzialmente anche nella forma, nel -Marino style- (citando Angelini) non ci fosse ad esempio traccia dei Radiohead, citandoli come la nuova suggestione musicale da inseguire e provare a raggiungere e a cui attingere.

 

Io credo che Marino tuttavia, pur attento a ogni svolta musicale, ha sempre preferito concentrarsi su sé stesso, alla ricerca di una forma musicale e artistica che fosse solo sua.

 “Da quando ho iniziato il mio percorso ho mantenuto un certo rigore sia da un punto di vista letterario che musicale. Credo fermamente nel lavoro di cesello, nel risultato da ottenere grazie alla cura dei dettagli. In questo sbaraglio confuso di adulazioni e possibilita’ repentine, voglio in qualche modo rimanere fedele ai criteri che ho fissato quando ho iniziato a scrivere: la necessita’, non ossessiva ma sincera, di non dover somigliare a nulla per garantirmi una facilitazione, una comprensione benevola, un assegno simpatico o la compagnia di una “scena”. In realtà ci evolviamo continuamente, non siamo mai fermi e immobili. Io mi sono commosso all’ascolto di “Ok Computer” dei Radiohead, non sono uscito di casa per giorni a furia di meravigliati ascolti, ma sarebbe stato grottesco cercare di rievocare o trasferire. Ho solo considerato il mio percorso diverso e importante per me quanto quello per loro. Tutto qui”.

un'intensa esibizione di Pino Marino

un’intensa esibizione di Pino Marino

 

Una coerenza di stile e di scelte che però non vadano quindi a scapito della pura creatività e della crescita dell’artista. Come accennato c’è pure chi non riesce più a “uscire” da un ruolo, giusto o sbagliato che sia, attendibile o meno.

 “Qui mi ricollego all’idea stessa che sta alla base del “cantautore”, specie per come concepiamo questa figura qui in Italia. Che significa, o cosa dovrebbe significare essere cantautore oggi come oggi? Adeguarsi in maniera indebita ad uno stereotipo? O magari invece scrollarsi dallo stesso e colorare di lycra fucsia i marroni a coste di un tempo? Io come cantautore mi pongo come filtro, come decoder, devo essere in grado o almeno ho la funzione che è quella di provarci, di tradurre in un linguaggio distillato la raccolta delle acqua sporche o sparpagliate che siano. E’ la funzione di un carburatore per intenderci. Sono un  carburatore, sono colui che spurga un’idea, sono il contenitore di parole e di fatti che poi necessariamente devo rielaborare in forma accessibile. Sono un linguaggio che, come un carburatore, si occupa di spostare parole, costruendole ex novo, arricchendole e dando nuove prospettive. A chi? A quanti? Non lo so, a me di sicuro”.

 

Eppure, per alcuni la parola “cantautore” rimanda immediatamente a un concetto quasi vetusto, sorpassato

 “Questa è la conseguenza di quanto abbiano inciso e tuttora lo facciano, dei filtri non naturali di catalogazione, di scaffalatura. L’umanita’ e’ meravigliosa quanto autistica, deve sempre riconoscere e catalogare, definire e controllare. Quando si asseconda questa necessita’ facendone mercato, i danni provocati sono ingenti. La fissita’, il non rischio e il puro senso estetico delle cose la vince su tutto. Ma io, onestamente, me ne sto alla larga da etichette e stilemi che a lungo andare finiscono per deteriorare il senso dell’arte. Non credo nella tendenza di canzone d’autore con accordo triste e argomento letterario, così come mi dissocio dall’utilizzo della musica come tappetino becero e a basso costo destinato all’intrattenimento distratto e cafone. Disprezzo la pesca a strascico editoriale su fenomeni capestro da show televisivo, credo alla Magia non al trucco, credo all’ironia e non alla furbizia.

A proposito di nuove forme comunicative e di utilizzo dell’ironia come modo alternativo di lanciare messaggi, è impossibile per me non citare almeno due pezzi della tua discografia che mi stanno particolarmente a cuore, tratte da “Acqua luce e gas”, il mio album preferito. Alludo a “Lo strozzino” e a “Non ho lavoro”, dove affronti certi temi piuttosto pesanti con leggerezza formale, verrebbe da dire, quando invece è soltanto l’utilizzo dell’ironia a levigare il tutto. E in questo mi viene da associarti ad altri due cantautori romani che ascolto molto, come Daniele Silvestri (con il quale sei stato a lungo in tour), capace di scrivere e presentare al pubblico due brani diversissimi tra loro come la scanzonata “La Paranza” e la spettrale “Aria” e  il più giovane Simone Cristicchi.

 “Mi fa piacere che tu abbia citato quei miei due pezzi, perché rappresentano proprio la cifra stilistica a cui mi piace ambire e che danno un senso perfetto a tutto il nostro discorso. Riguardo ai colleghi citati, devo dire che apprezzo molto le loro diversissime quanto efficaci capacita’ e a entrambi sono legato da rapporti di amicizia. Con Daniele poi condivido non solo progetti musicali, ci si sente anche più volte al giorno per parlare in dialetti strani e soprattutto ci scriviamo una certa quantita’ di sms, al limite dell’ingelosimento delle nostre compagne. Sono cantautori diversi fra loro ma accomunati dal fatto di essere stati abili a indossare quando necessario una maschera, di divenire loro stessi “maschere”: questo non sta a significare che essi fingano, anzi, sono stati bravissimi e questa è la loro vera forza, nel creare una forma diversa di comunicazione, anche a livello di impatto visivo. Daniele è proprio così, dentro di sé vive una sorta di schizofrenia creativa che lo porta a concepire brani dal forte senso ironico o ludico (penso anche a un brano di notevole successo come “Salirò” ) e a frequentare contesti differenti tra loro, con eguale appeal su un pubblico ormai fedele nel tempo.

 

Non pensi però che nel caso di Silvestri abbia contato molto, e ancora conti, il fatto che si sia da subito esposto in prima persona su determinate questioni, anche politiche?

 “E’ indubbio che quando un musicista, un personaggio pubblico, manifesta a chiare lettere le proprie istanze personali, le proprie idee politiche a suffragio dei propri valori, si esponga e arrivi a dividere il pubblico, inevitabilmente. Ma Daniele è ben consapevole di questo, e lo è dall’inizio, da quando con successo e con medesimo trasporto ha accettato di partecipare a una nota trasmissione televisiva a quando decide di esibirsi per determinate e finalizzate manifestazioni politiche, a quando intona inni e alimenta slogan. Tutto legittimo, a maggior ragione nel suo caso, in quanto lui è proprio così, è dicotomico nell’esternare le sue emozioni, lasciando spazio invariato all’impegno politico e alla leggerezza di un cabaret. Cosa che invece era praticamente impensabile e quasi inaudita per i cantautori anni ’70.

Il punto e’ che il nostro mercato, e abbandono il sermone su Daniele, ha bisogno di andare continuamente a colmare piccoli vuoti temporali nella vetrina degli acquisti. Mi spiego meglio. Cammariere diventa “il cantautore” nell’immaginario collettivo, perche’ in vetrina mancava da un po’ quel prodotto. Cosi’ il mio amico Sergio, pur non scrivendo parole, lo diventa, semplicemente indossando velluto a coste, cappello, sciarpa e ovviamente sedendo al Pianoforte (cose che veramente lo riguarda da vicino). Cosi’ Gazze’ colma quella lasciata dal filosofo sghembo Battiato e via via.  D’altronde in Italia a un certo punto si sente quasi l’esigenza di rispolverare qualcosa, di attingere, di somigliare, di ricordare e di andare a trovare il nuovo Battiato, il nuovo Endrigo, il nuovo De Gregori, anche se lui per primo oggi conforta e trova evidentemente conforto nella follia degli X-Factor”

pino m

 

Ma qui subentra in gioco una questione delicata, che ci riporta a te e che ci fa convergere come ultima domanda su cosa potremmo ascoltare nel nuovo disco (e perché abbiamo dovuto attendere così a lungo per delle nuove canzoni)

 “Negli ultimi anni è cambiato tutto in Italia, non lo scopro certo io,  ma allargando il cerchio direi che la situazione è la medesima anche all’estero. La discografia ha alzato bandiera bianca dopo aver sperperato, truffato, giocato, scommesso e quasi mai amato la propria fonte di vita.  Ed è assurdo che a decidere o meno determinate sorti di un disco per cui si lavora per anni, siano degli improvvidi e spesso impreparati mestieranti. Direttori giunti a sanare reparti inariditi, provenienti da culture e sistemi non pertinenti. Praterie lasciate arse per l’avvento di una generazione fresca ma ancora principale vittima del nozionismo “copia e incolla” che prima di blaterare dovrebbe imparare a scrivere. Insomma, non mi ritrovo piu’. Il mio disco è pronto e mi fa piacere poter condividere questa notizia con te e i tuoi lettori. Non è giusto nemmeno generalizzare sui mali della modernita’, sul web e sul potenziale di questo mezzo, ma noto che sono più i male informati (che di conseguenza male informano) rispetto a coloro che con coerenza e impegno intendono divulgare e far crescere, alimentare o anche solo mantenere in vita, la fiamma musicale.

L’album è ultimato e a questo punto a livello di canzoni ho solo l’imbarazzo della scelta, alcuni brani non finiranno in scaletta, altri magari verranno ripescati all’ultimo secondo, la qualità media è alta e fatico a escludere qualche pezzo in favore di un altro. I sette anni intercorsi tra l’ultimo album e questo stanno a significare proprio lo stravolgimento a cui si è assistito in ambito discografico in questo lasso di tempo, con persone importanti, fidate, che hanno finito il loro compito.

Ho avuto bisogno di tempo per instaurare rapporti non improvvisati, per creare un gruppo omogeneo e compatto di lavoro. Non c’è solo l’artista, ma un ingranaggio che deve funzionare al meglio per la riuscita di un obiettivo. Una volta, nemmeno tanto tempo fa, i ruoli all’interno di un’etichetta erano ben strutturati, definiti e ora invece ci si arrangia, si fa tutti un po’ di tutto e alcuni meccanismi sono letteralmente implosi. Per questo, nonostante ci sia un distributore già pronto per divulgare questo disco, sto valutando in modo per quanto possibile sereno il da farsi. Non scendo a compromessi ora, posso ridisegnare parabole certamente, ma non comprometterle. In nome di niente e nessuno. Ho lavorato in questi ultimi anni alla scrittura senza la musica, alla regia di spettacoli, alla creazioni di luoghi per la produzione artistica, Orchestre e Collettivi (vedi Collettivo Angelo Mai e il piu’ recente Collettivo Dal Pane). Mantengo la mia integrità.

Valuterò bene ogni cosa, abbiamo atteso tutti questi anni per il disco nuovo e ormai dovremmo riuscire a tirarlo fuori con decoro. Mai avuto fretta, le priorità in ogni modo quando hai 45 anni e più dischi alle spalle cambiano.

 

Nella tua carriera come detto hai imposto coerenza ma non hai mai disdegnato escursioni extra musicali, come quando coinvolgesti l’attore Fabrizio Bentivoglio in un tuo pezzo o come quando hai fondato l’Orchestra di Piazza Vittorio. Cosa bolle in pentola quindi oltre alle canzoni?

 “Molte cose, infatti questo disco sarà il pretesto per inoltrarmi ad una proposta multiforme. La scrittura, il racconto, la forma canzone e tanto altro insieme, come solo in parte ti accennavo prima. Sto lavorando duramente per questo e chissà che per l’inizio dell’anno prossimo la cosa non sia già in via di definizione concreta”.

 

Un grosso in bocca al lupo a Pino Marino e un “grazie” davvero di cuore per la splendida chiacchierata, per averci concesso in esclusiva delle informazioni e per aver condiviso tutta una serie di considerazioni mai banali e seguendo un percorso preciso, sempre in nome della più pura, genuina e sana passione per il mondo delle sette note.

Attendiamo con trepidazione il disco nuovo, nel frattempo riascoltatevi la splendida “LO STROZZINO” , tratta dall’album “Acqua, luce e gas”

 

(Gianni Gardon)

Marco Mengoni vince Sanremo 2013. Ecco il mio pagellone definitivo sul Festival

E’ finito Sanremo e con esso tutto il carico di aspettative, previsioni e polemiche che puntualmente si porta dietro. Per me, come ogni anno, si tratta di una sorta di “full immersion” positiva tra le pieghe del Festival, perché  – pur provenendo da tutt’altri ascolti e chi mi conosce lo sa benissimo – mi piace Sanremo. Non devo giustificarmi ogni volta: Sanremo è patrimonio del nostro Paese, uno specchio fedele dei tempi che cambiano, un retaggio storico- culturale invidiato nel mondo ma mai esportato fedelmente. Da nessuna parte ci sta una gara tra Big con canzoni inedite.

Mi piace la musica rock, pop, folk, jazz, soul, la storia della musica ma un occhio di riguardo ce l’ho sempre avuto anche per la musica italica, non solo quella alternativa.

Diverso è il discorso di chi perde tempo a guardare il Festival, per poi demolirlo, specie ora che esistono i social network. Ma il peggio è che queste considerazioni arrivano – non sempre, per carità, da quegli stessi artisti “alternativi” che da una vita magari inseguono questo prestigioso palco. Ne ho conosciuti e intervistati parecchi nel corso degli anni e vi assicuro che (quasi) tutti, dopo aver guadagnato la stima e la credibilità artistica da parte della critica, si auspicano di calcare l’Ariston da protagonista e di farsi conoscere – ebbene sì, alla faccia degli inutili snobismi – anche dalla casalinga di Voghera o da coloro che seguono “La vita in diretta”.

Apro un ultimo capitolo, quello riguardante le lamentele degli “esclusi”, puntualmente reclamizzati e sponsorizzati, specie dalla rete rivale, quella privata.

A parte che ho visto Nesli a Verissimo, il quale (per onor di cronaca) non ha certo polemizzato, ma ha soltanto ribadito il suo rammarico, in quanto il suo nome da settimane campeggiava tra i partecipanti al Festival e poi non se n’è fatta nulla, senza spiegazione, così ha detto lui.

Meglio ancora Mario Biondi, che non ha rilasciato alcuna dichiarazione anti- Festival e la sua esclusione sì che avrebbe gridato vendetta, visto lo spessore (anche) internazionale del Nostro. Ma la Oxa che ha addirittura sparato a zero contro i Marta sui Tubi, lei stessa che due anni fa li avrebbe chiamati sul palco del Festival a duettare nella serata apposita, non foss’altro che fu eliminata prima. E adesso che loro, dopo anni e anni di gavetta, ce l’hanno fatta a ottenere questa soddisfazione, tu li denigri pubblicamente? Ma vergognati! I Marta ieri hanno da gentiluomini glissato sull’argomento, quasi increduli comunque e si sono rifatti con gli interessi, duettando con la Ruggiero, lei sì una vera “signora”  della musica italiana. Antonella ha raccontato un bell’aneddoto al riguardo, dicendo che aveva conosciuto il gruppo tramite il figlio adolescente che li ascolta da anni a manetta in camera sua. La Ruggiero non è nuova ad aprirsi verso mondi musicali differenti dal suo, vi ricordate l’album di duetti con i migliori esponenti della musica rock italiana? Aveva contribuito notevolmente a far conoscere, tra gli altri, Subsonica o Scisma. Gli artisti come lei sono davvero grandi.

Tornando sulla questione e chiudendola, resta il fatto che se arrivano sul tavolo di Pagani e Fazio circa cento canzoni da valutare e ne devono passare solo 14, è normale – e matematico – che siano di più gli scontenti.

Veniamo dunque a una sintesi, a dei giudizi finali su Sanremo 2013. Ottimi Fazio e Littizzetto, su di loro non mi voglio più ripetere.

La gara, che ieri a onor del vero, non ho visto, se non da tarda serata, ormai aveva già delineato un probabile quadro dei vincitori e sperare in folli rimonte era pressoché utopistico. Ce l’hanno quasi fatta, in ogni caso, i soliti Elii, sospinti a mille dalla giuria di qualità, che ha assegnato loro addirittura due premi. Su quello per il miglior arrangiamento nulla da eccepire, la forza della canzone sta quasi tutta lì, ma su quello della Critica non mi trovo d’accordo. Il testo dice poco o nulla, mi sa di colossale presa in giro, ironica e sarcastica, come loro sanno fare egregiamente da decenni, ma niente a che spartire con la “presa di coscienza” della fortunata “terra dei cachi”. Insomma, a mio avviso, meritavano maggiormente questo premio i due cantautori Silvestri e Cristicchi.

Vince Mengoni e i bene informati mi dicono che in pratica la distanza sua dagli altri era già difficilmente colmabile dalla primissima votazione, quando giunse primo in classifica provvisoria davanti a Modà.

Io avrei preferito vedere e valutare la classifica completa, al momento in cui scrivo non ve n’è traccia in organi ufficiali e allora mi limito a dare delle considerazioni generali sulle performance e la resa globale.

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MARCO MENGONI 6,5 – ma sì, che vittoria sia. Sembrava fosse in crisi profonda prima del Festival, ma a quanto pare ha davvero uno stuolo di fan incrollabile, uno zoccolo duro di sostenitori che l’hanno sospinto in altissimo. Viene premiato un Mengoni molto diverso da quello del “Re Matto” (so che non è il titolo esatto del brano in gara nel 2010 ma ormai l’ho sigillato nella memoria come tale): più maturo, elegante e consapevole, ma anche meno sorprendente. Di fatto vince un prodotto dei talent con il pezzo più sanremese del lotto, ma a me non convince più di tanto. Ha un testo interessante ma un andamento sin troppo lento, mi arriva poco.

ELIO E LE STORIE TESE 7 – la mia ragazza rimane basita ogni volta che li ascolta o li vede, ma loro da 30 anni ormai sono abituati a stupirci. Niente di rivoluzionario però stavolta, in fondo si tratta di un (piacevole) divertissement, ma non occorre per forza gridare al miracolo. Complimenti vivissimi per il trucco di ieri, com’erano ciccioni!

MODA’ 6,5 – hanno fatto il loro e una vittoria non sarebbe stata scandalosa. In rete girano cattiverie assurde sul gruppo e in particolare su Kekko. Ma se solo lo si conoscesse, almeno in parte, si capirebbe perfettamente che Francesco Silvestre non ha – e non ha mai avuto – nessuna velleità artistica, se non quella di scrivere canzoni ad ampio respiro, prevalentemente d’amore. Lo fa senza “vergogna”, sa di piacere in particolare alle ragazzine e alle famose “casalinghe” ma queste hanno pari dignità di chi ascolta musica “alta”. Dicono che voglia diventare come Facchinetti dei Pooh ma la cosa è molto probabile. Intanto però somigliano di più a Toto Cutugno, eterni secondi.

ANNALISA 7 – voleva smerciarsi dal fenomeno “Amici” e ottenere maggiore credibilità artistica: missione compiuta. La Scarrone vista sul palco poco o nulla ha a che spartire con altre illustre cantanti uscite dai talent. Non sarà mai una trascinatrice di folle ma è in grado comunque di ammaliare.

CHIARA 5,5 – passare dal quasi anonimato al Festival in due mesi non è cosa da tutti. Chiara Galiazzo è brava e mi sta pure simpatica, la sua parlata mi ricorda fortemente la mia terra. Non aveva la canzone adatta… sarà che sono in una fase in cui sto prendendo fortemente le distanze dal “fenomeno” Baustelle, ma ho trovato il testo poco in linea con la sua personalità, troppo impersonale e pieno delle solite metafore allusive di Bianconi che ormai mi dicono poco o nulla. Non sono sicuro del futuro artistico di Chiara… mi sembra sin troppo ingenua e “vera”, temo possa farsi triturare dal sistema discografico attuale, che spreme e distrugge, come anche porta in alto all’improvviso.

RAPHAEL GUALAZZI 7,5 – ottimo, niente da dire. Nonostante la goffaggine e la timidezza, dietro un pianoforte si trasforma e fa emergere tutta la sua personalità. Non vedo l’ora di vederlo dal vivo nella mia Verona, confidando in un impianto musicale adeguato alle produzioni su disco. Magari avesse anche live un trombettista d’eccezione come il grande Bosso, visto a Sanremo.

SIMONA MOLINARI 5,5 – superato lo shock iniziale, ho provato a concentrarmi sulla canzone ma il mio giudizio sostanzialmente non cambia. Ha voluto anteporre la fisicità, le moine, il gigioneggiare alla sostanza e spiace constatarlo in una ragazza dotata di indubbio talento. Però, da possibile erede di Mina si è trasformata in una pin up che ancheggia su suoni sin troppo swinganti. Parziale delusione, a mio avviso.

MARIA NAZIONALE 6– amo la musica folk, popolare, di molte regioni d’Italia. Mi sono fatto scorpacciate di brani e dischi in dialetto, amando gruppi come Modena City Ramblers, Nidi d’Arac, Agricantus, quelli delle Posse, gli stessi Almamegretta, senza dimenticare artisti minori pugliesi fattimi conoscere dalla mia fidanzata, originaria del Gargano. Ma con Maria Nazionale siamo su territori diversi dal folk di recupero. Siamo in zona Merola/Murolo/il primo D’Alessio e qui mi sento molto distante, trovando questi artisti sin troppo localizzati. Che la Nazionale canti bene e stia divinamente sul palco non ci piove, e il fatto che abbia avuto una vita difficile, non solo professionale, mi fa propendere per valorizzarla. Però questi non sono i dischi che ascolterei al termine di una competizione, molto meglio quando fece da nobile spalla al grande Nino d’Angelo, 3 anni fa.

DANIELE SILVESTRI 8 – ammiro da sempre l’artista e l’uomo. Grande cantautore, quasi unico nel suo essere dicotomico in fase di scrittura e composizione. Meritava a mio avviso il Premio della Critica, il testo era davvero bello, in linea con le sue migliori produzioni.

SIMONE CRISTICCHI 7 – ok, il brano non aveva il funambolismo della precedente canzone presentata a Sanremo nel 2010, quella in cui nominava la Carlà, e ovviamente non possedeva il pathos di quella “Ti regalerò una rosa” che stregò tutti sin dal primo ascolto, vincendo poi a mani basse il Festival, eppure mi è piaciuto tantissimo anche quest’anno. Tema non convenzionale, così come tutto il testo, incastonato in una musica minimale ma efficace. Talento che non può sfiorire o riemergere solo in occasione di Sanremo.

MAX GAZZE’ 7– non si è discostato dal suo stile, anche se l’ha impregnato, colorato di suoni balcanici. Max è simpatico, umile, non se la tira per niente e coniuga intellettualismi e brani alla portata di tutti, quasi favolistici. Non ha fatto eccezione con quelli presentati quest’anno, entrambi meritevoli.

MALIKA AYANE 5 – la vera delusione del Festival di Sanremo 2013, ma non solo per essere rimasta fuori dal podio. Ha proprio portato una canzone tra le meno ispirate del suo ricco repertorio. Riascoltando in questi giorni l’esclusa “Niente” mi rendo conto che quel brano contenesse grandi potenzialità e un’intensità che la prescelta “E se poi” non possiede minimamente. Brano troppo insipido, senza guizzi, senza un’efficace melodia. Delusione.

MARTA SUI TUBI 6 – sei di incoraggiamento, li seguo da sempre e secondo me alcuni loro brani sono tra i migliori del decennio in ambito rock.. ma su questo palco mi sono sembrati da subito fuori posto, come i Marlene Kuntz (gruppo che adoro) 12 mesi fa. Gulino in particolare ha voluto strafare, urlando troppo, o forse era solamente troppo emozionato… e poi quante volta ha dovuto rispondere alla domanda sul nome! Ogni volta bravi a cambiare versione, come fanno da anni tra l’altro. Ritorneranno con maggiore consapevolezza nel loro mondo “indie” ma l’idea è che dopo Sanremo nulla sarà più come prima: lo testimoniano casi come quelli dei Bluvertigo, dei Subsonica, degli Afterhours o degli stessi Marlene. Sanremo può rappresentare una svolta, pensiamo appunto ai Subsonica ma anche cambiare la percezione che i fans integerrimi hanno su di te, col rischio che si possa perdere l’integrità artistica maturata in anni e anni di gavetta nella scena underground. Mi auguro che ai Marta non succeda e che siano sufficientemente maturi per non cadere in queste fuorvianti trappole.

ALMAMEGRETTA 6,5 – sono stato molto felice nel rivedere Raiz di nuovo assieme al gruppo, dopo che aveva provato un’improbabile carriera solista. Insieme sono perfetti, gli Alma non hanno senso senza di lui e l’intesa, la passione che hanno sempre avuto in 20 anni di onorata carriera si è riversata tutta su quel prestigioso palco. Bravi.

Ok, mi direte, i voti sono bassini (facevo così anche da insegnante!) ma d’altronde il massimo lo dò solo alle eccellenze e, purtroppo, in questa edizione, comunque riuscita a livello generale, di brani che si elevavano dalla media non ne ho ascoltati. Dubito che resteranno nella storia di Sanremo, ma apprezzo il grande sforzo dello staff nell’allestire un cast di indubbia qualità artistica. Poi sono mancate le canzoni da canticchiare, da fischiettare, bisognerebbe trovare un giusto equilibrio nelle scelte, ma non sempre è missione facile.

Primi risultati al Festival… considerazioni sulla classifica provvisoria

Ieri era San Valentino e sinceramente avrei voluto festeggiare come tutti gli innamorati, visto che sto benissimo con la mia fidanzata e siamo prossimi alle nozze… tuttavia, l’onda lunga dell’influenza mi costringe ancora a casa per qualche giorno e così, giocoforza, ho dovuto rimandare la mia serata romantica.

Questo mi ha permesso di assistere anche ieri alla serata festivaliera, quella che ha emesso i primi (parziali) verdetti e ha consolidato sempre di più la formula faziana.

Piccoli appunti sparsi: mi è parsa una puntata riuscita, con ottimi interventi della Littizzetto (specie quello contro la violenza sulla donne, quando ha cambiato improvvisamente registro, passando dal leggero al drammatico, prendendosi gli elogi pubblici dell’amico conduttore), la tranquillità che emanano Fazio e la stessa Luciana, ospiti stranieri in linea con la scelta “alta” di quest’anno (anche se ieri Anthony ha spiazzato Fazio col suo lungo discorso…) e la gradita esperienza di Roberto Baggio, visibilmente emozionato e “vero”: per fare un parallelo calcistico con un altro ospite di qualche anno, mi è piaciuto infinitamente di più rispetto al Cassano visto in precedenza.

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Poi le canzoni, ormai assimilate, ma con il rimpianto che magari fossero meglio quelle eliminate, almeno per qualche artista in gara, come vedremo nel dettaglio.

Inizio dai giovani, visto che ieri si è completato il quadro dei 4 finalisti. Beh, innanzitutto mi preme dire una cosa: da un paio di settimane su Sky c’è un canale interattivo sulla storia del Festival, dove ininterrottamente trasmettono varie canzoni tratte da tutte le edizioni di Sanremo in ordine sparso. Da ieri hanno inserito anche i pezzi in gara quest’anno ma il problema è che avevo quindi sentito “in anteprima” il bel brano di Antonio Maggio. Quest’anno, a differenza delle discutibili scelte degli anni passati, anche i brani dei giovani dovevano essere assolutamente inedite e perciò immagino che Sky, inconsciamente, abbia fatto un’enorme gaffe, nel trasmettere un brano inedito subito dopo quello di Rubino.

Chiusa parentesi… anche ieri almeno 3 dei 4 semifinalisti erano piuttosto “noti”. A partire da Andrea Nardinocchi che, insieme al già eliminato Cilembrini, costituiva l’elemento di maggior interesse, almeno per certa critica alternativa.

L’impressione è che sia ancora estremamente acerbo per quel palco, con una canzone dal testo banale e poco ficcante a livello musicale, con un’elettronica appena accennata. Insomma, eliminazione giusta a mio avviso.

Anche Paolo Simoni non è un emerito sconosciuto, anzi, frequenta da anni il Club Tenco, essendo considerato tra i migliori giovani cantautori su piazza. Solitamente propone brani in chiave jazz, ieri si è limitato a una (pur bella) ballata pianistica. Per lui, che aveva duettato di recente con Lucio Dalla (è uscito anche un videoclip dove si vede per l’ultima volta il grande Lucio), arriva un’inaspettata eliminazione. Da “artista” sensibile e impegnato nel sociale, si concede una chicca: attaccare al microfono un messaggino di speranza ai giovani.

Passano il turno una impersonale Ilaria Porceddu, che avevo assolutamente rimosso come partecipante della prima edizione di X Factor, quella con Giusy Ferreri e vinta dagli Aram Quartet e un più convincente Antonio Maggio. Il cantautore salentino, ex Aram Quartet, ha proposto un brano vagamente retrò (a quanto pare vanno di moda quest’anno), solare e immediato. Secondo me può ambire alla vittoria, e sinceramente mi farebbe piacere per lui, visto che ha una bellissima voce ed è riuscito ad arrivare a Sanremo da solo, senza scorciatoie, resettando il suo passato col gruppo.

Veniamo ai big e alla classifica che, da tradizione, richiama “proteste” e scontenti. A me la formula piace, erano anni che tra ripescati e classifiche solo dal terzo al primo, si cercava di accontentare tutti, come se da un brutto piazzamento dipendesse una carriera intera. E invece, come sapete benissimo, casi come quelli di Vasco, Zucchero o i Subsonica insegnano.

C’è da dire che per l’edizione 2013 entra in scena la giuria di qualità, un po’ bistrattata nelle ultime edizioni, in favore del televoto sovrano. Ieri si è tenuto conto solo del televoto, che però andrà a incidere per un 25% sul totale… tradotto, le classifiche possono essere – non dico stravolte – ma sicuramente modificate.

Scontate le ultime due posizioni, appannaggio dei gruppi alternativi Almamegretta e Marta sui Tubi. Mi spiace per i primi, che hanno portato una bella canzone, mentre i Marta hanno osato poco. Conoscendo – e apprezzando – il loro repertorio, ritenevo più in linea col loro percorso la canzone “Dispari”, quella scartata. La prima sorpresa in negativo è il 12esimo posto di Malika Ayane. Apriti cielo, la favorita della critica! Giù fischi, come in occasione del 2010, quando però in effetti vinse Valerio Scanu e non la sua stupenda “Ricomincio da qui”. Invece il brano proposto quest’anno non possiede la stessa forza, la medesima carica emotiva. E’ una canzone pop, senza pretese, sarebbe stato molto meglio la scartata “Niente”.

Ancora più stupore me lo hanno destato i modesti piazzamenti di Cristicchi e Silvestri, due cantautori tra i migliori della loro generazione. Il brano di Simone mi piace tantissimo: ha un testo originale, particolare, la melodia (per i maligni troppo somigliante proprio a “Le cose in comune” di Daniele Silvestri) è accattivante, l’arrangiamento riuscito, con un bell’inserto di fisarmonica.

La canzone di Silvestri è bellissima, punto! Almeno il premio della Critica spero possa essere suo.

Elio e le Storie Tese si piazzano a metà del guado, ma a mio avviso hanno fatto il loro, presentando un brano spiazzante, divertente, irriverente… pensare di replicare l’exploit storico del 96 quando arrivarono a insidiare pericolosamente il primo posto sarebbe un’utopia.

E così nei primi posti si piazzano molti tra i provenienti dai talent. Ma sinceramente Fazio e Pagani hanno strutturato un cast eterogeneo, era onestamente impossibile (oltre che ingiusto) boicottare gli artisti provenienti da Amici o X Factor, e non solo per una mera questione di audience, ma proprio perchè, guardando le classifiche, è innegabile che siano questi recenti protagonisti a dominare le classifiche, insieme a mostri sacri quali Vasco, Liga, Antonacci, Jovanotti, Pausini, gente che non parteciperà mai più a Sanremo.

In ogni caso, mi stride il quarto posto di Chiara Galiazzo… a mio avviso il brano non è nelle sue corde e qui l’effetto tv ha avuto un gran merito nel piazzamento. Annalisa è sul podio, meritatamente a mio avviso, mentre credevo che i Modà fossero, per il momento, primi. Invece la palma d’oro provvisoriamente va a Marco Mengoni, il quale si sa essere amatissimo dal pubblico. La sua è la canzone più sanremese fra tutte quelle proposte, ha una melodia semplice e un testo che arriva ma a me ha lasciato più o meno indifferente.

Le vere sorprese sono rappresentate da due signore che rappresentano al meglio l’eleganza e la femminilità, seppur siano diversissime fra loro: Simona Molinari e Maria Nazionale, piazzate rispettivamente sesta e settima, sono a questo punto delle outsiders, così come il raffinato Raphael Gualazzi, giunto quinto. Io preferivo il suo brano scartato ma ammetto che anche “Sai (ci basta un sogno)” è molto intensa e profonda.

Ci rivediamo a questo punto domenica con il bilancio finale della manifestazione, ma prevedo qualche stravolgimento nella classifica e un po’ di sana polemica… ma d’altronde quando ci sono di mezzo graduatorie e risultati è sempre così. Lunga vita al Festival

Primo piccolo bilancio sul Festival di Sanremo: una gara in tono minore.

Premesso che – almeno per la prima parte – ho fatto zapping assiduo con la partita di Champions tra Celtic e Juventus e, soprattutto, premesso che solitamente per giudicare bene le canzoni mi ci vogliono più ascolti, magari sentendoli alla radio, provo a tracciare un primo parziale bilancio della serata sanremese, la prima targata Fazio – Littizzetto, tornati in sella dopo i fasti del decennio scorso.

Ammetto che nutrivo delle perplessità sulla formula del doppio brano per ogni cantante in gara, non tanto per le canzoni in sè (in fondo è sempre piacevole ascoltare dei brani inediti) ma proprio per il fatto che già è difficile assimilare in poco tempo un brano, figuriamoci due eseguiti a distanza di un minuto uno dall’altro. Insomma, formula a mio avviso da bocciare, anche perchè onestamente la suspence sul risultato è pari a zero, con gli artisti che non gliene frega una mazza di quale loro brano si aggiudicherà la finale. A primo ascolto mi sembra però che gli artisti in gara – almeno quelli ascoltati ieri sera – abbiano gettato al vento un’occasione: quella di mostrare la loro versatilità, anche se confido in Malika che ha dichiarato che mostrerà le sue due facce con i rispettivi brani in gara.

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Allora, iniziamo col dire che a mio avviso la peggiore è stata, duole dirlo, visto l’indubbio talento, Simona Molinari. Le avvisaglie negative c’erano state un paio di estati fa con l’agghiacciante “Forse”, ieri sera la performance non mi è piaciuta e,anzi, concordo con alcuni a cui la bella Simona ha ricordato la Cortellesi in una delle sue riuscite parodie. Un conto è l’elegante swing pop degli esordi, un altro queste insipide canzoncine banali presentate ieri in sequenza.

Non male Gualazzi, col primo brano più in linea con certe atmosfere “contiane” a lui care e il secondo più lineare, premiato dal televoto. Cantautore, compositore e pianista di indubbio valore, anche se continuo a pensare che si esprima meglio in lingua inglese, per la musica che propone.

Vado in ordine sparso… da sempre ascolto i Marta sui Tubi e ogni anno che un artista alternativo sale sul palco sono piuttosto emozionato, perchè mi sento molto affine a questo mondo. Tuttavia, come già successo nel recente passato con eroi come Afterhours o Marlene Kuntz, mi sembra che siano – come dire – fuori posto! Un riconoscimento magari ufficiale del percorso fatto ma sostanzialmente un’esibizione inutile, visto che c’azzeccano ben poco con i canoni della melodia e del bel canto (ieri Gulino, che pure apprezzo molto, ha più volte steccato, credo per via dell’emozione). In ogni caso, complimenti ai ragazzi, in particolare al grande Mattia Boschi, bassista e violoncellista, un grande musicista e una bravissima persona.

Ho apprezzato Maria Nazionale, già piaciuta in coppia con Nino d’Angelo nell’edizione di 3 anni fa. Bravissima interprete e ottima presenza scenica, resta il fatto che il suo canto sia pulito ma sin troppo localizzato ai fini di un qualche piazzamento importante. Ottimo  soprattutto il brano per lei scritto dal valido Enzo Gragnaniello.

Alla resa dei conti il più “sanremese” di tutti mi è parso il giovane Marco Mengoni che, a differenza del 2010 quando presentò un brano ficcante ed efficace, stavolta non ha proprio voluto rischiare. Scarso il pezzo scritto dalla Nannini e Pacifico, si sono sprecati!

Mi è piaciuto Silvestri ma non è una novità: magari non si piazzerà nei primi tre ma i suoi due brani (molto meglio il primo, pianistico e originale rispetto all’altro, sullo stile che richiamava i suoi brani più spensierati tipo “Salirò” o “La Paranza”, senza possederne il medesimo appeal) mi sono parsi sopra la media, tra tutti quelli sentiti ieri.

Un po’ deludente Chiara, recente vincitrice di X Factor. Nonostante il pool di autori messi in moto per alimentarne il fenomeno (i suoi brani sono stati scritti dal “signor Tiromancino” e dal “signor Baustelle”) i brani sono parsi noiosi, privi di mordente, in particolare il secondo, scritto da Bianconi (che in passato egregiamente aveva prestato brani alla Grandi) davvero non faceva per lei: troppo visionario e inadatto, si ricorda solo per il bell’arrangiamento di violino.

Avesse portato un brano più melodico, sullo stile del singolo che la sta facendo conoscere (“Due respiri”) allora sì che avrebbe fatto un successone, invece ha puntato sulla presunta qualità, perdendone in immediatezza.

Per carità, ripeto, i brani li devo ascoltare più volte per apprezzarli, ma facendo un piccolo raffronto con la passata edizione, mi sembra che già emergessero con forza alcune perle, come quelle di Arisa, Emma, Dolcenera, Renga, Bersani, Noemi.

Mi fermo qui, evitando di dire altre cose… va beh, un sassolino me lo tolgo. Gli italiani sono sempre contraddittori e spesso paradossali: quando in gara ci stanno i vecchi come Al Bano, Cutugno ecc, tutti a lamentarsi che i cantanti sono sempre quelli; per una volta che mancano occorre invitarli per forza e dedicare loro uno spazio misurato. Ma cavolo? La vedete la tv? Questi sono in tutte le trasmissioni, almeno qui lasciate spazio agli altri.

Su Crozza che dire? Due parole… nessuno mette in dubbio che sia uno dei migliori comici su piazza, ma ieri ha deluso, finendo anche lui col fare la parodia “buona” e “simpatica” del Berlusca e facendo passare per sfigato il povero Bersani. Ok, tutti (chi volutamente, chi inconsciamente, ma è pure peggio) tirano acqua al mulino di Silvio… si vede che gli italiani ancora non sono stufi di lui e si fidano così ciecamente che lo rivoteranno anche stavolta. Chiusa parentesi politica, per carità… domani scriverò solo sul Festival, sperando che Modà, Annalisa (la mia favorita) o gli Almamegretta (antichi eroi alternativi) mi regalino qualche soddisfazione in più