Bella prova, a tratti, del Verona contro l’Inter ma si poteva osare di più!

Finalmente ieri sera l’Hellas Verona è tornato, almeno a tratti, a dimostrare di essere una squadra “vera”, in grado di lottare, di giocare bene, di mettere in seria difficoltà anche un’avversaria (sulla carta) più dotata. Già, perchè l’Inter di ieri rispetto alle versioni trionfali di Mourinho ha mantenuto solamente il nome, ma è parsa invero lontana parente dello squadrone degno di lottare per grandi traguardi. E da qui il grande rammarico! Ok, venivamo da gare sottotono e io per primo ho elogiato i miglioramenti messi in mostra durante la gara, ma viene pure da pensare che si sarebbe potuto osare di più. E’ una questione annosa, che già vigeva in minor parte, anche nella stagione precedente, quella della mentalità difensiva e quasi sparagnina, ma che, venuti mancare elementi cruciali come Iturbe e Romulo, Marquinho e prima ancora Jorginho, in grado di elevare il gioco con la loro tecnica e imprevedibilità, si è fatta più marcata ed evidente quest’anno. Anche ieri sera, come contro il Napoli, il Verona ben presto è passato in vantaggio, dopo essere stato pericoloso sin dai primissimi minuti con il solito Toni, ieri parso finalmente recuperato, in primis mentalmente dal periodo grigio senza reti su azione, ma anche fisico.

Nico Lopez, decisivo ieri sera, assieme a Saviola, nel pareggio del Verona contro l'Inter

Nico Lopez, decisivo ieri sera, assieme a Saviola, nel pareggio del Verona contro l’Inter

Bene finalmente anche Lazaros, molto considerato dal tecnico per la sua duttilità ma che finora non aveva mai brillato in gialloblu, nonostante fosse reduce da un buon mondiale da protagonista con la sua Grecia. Ma il punto focale di tutto rimane il solito. Come mai una volta in vantaggio, che sia il primo minuto del primo tempo o l’ultimo di recupero del secondo, si smette letteralmente di giocare, ci si arrocca davanti al portiere (ieri per quasi tutto il primo tempo si è giocato con 6 giocatori sulla linea di difesa, talmente schiacciati all’indietro erano i due esterni offensivi) fino all’inevitabile gol dell’avversario? E fortuna che non è finita come a Napoli, per evidente scarsa qualità complessiva di una dimessa Inter, poi rimasta pure inopinatamente in dieci uomini per la giusta espulsione occorsa a Medel. Gli innesti tardivi degli attaccanti Nico Lopez, al terzo gol stagionale, giocando a singhiozzi, e di Saviola (che pure sarà stagionato, ma rimane un campione a queste latitudini, in grado di fare ancora la differenza, come dimostrato ieri nell’azione cruciale dell’incontro, con uno splendido e decisivo assist di tacco per il compagno di reparto, anch’egli subentrato) hanno se non altro evitato una cocente e immeritata sconfitta, ma perchè non inserirli prima, non provare addirittura a vincere? Certo, si dirà… abbiamo pure sbagliato un rigore (super parata del migliore al mondo in questa specialità, Handanovic, ai danni del nostro centravanti Toni) e preso un palo con Lazaros (ma pure gli interisti avrebbero potuto ammazzare la gara prima con quel palo clamoroso di Kuzmanovic). La verità quindi è che il pareggio può considerarsi giusto ma avremmo potuto fare di più, la vittoria a San Siro (mai centrata in tanti anni di storia gialloblu) mai come in quest’occasione era a portata di mano. Speriamo almeno che mister Mandorlini abbia tratto degli insegnamenti e delle indicazioni ulteriori da questa partita, alfine di far rendere al meglio il suo organico!

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Il pagellone della serie A! Top, flop, rivelazioni, conferme, cadute, sorprese. Squadra per squadra i miei giudizi

Juventus Campione d’Italia a suon di record (102 punti, 19 vittorie su 19 in casa i più eclatanti!), Parma che agguanta in un finale thrilling la qualificazione all’Europa League ai danni di uno sfortunato Torino e di un redivivo Milan. In coda invece era già tutto deciso, col Catania che si è svegliato davvero troppo tardi.

Ecco nel dettaglio le mie opinioni al riguardo, squadra per squadra:

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ATALANTA 6,5

Partita molto male, meno brillante rispetto ai due campionati precedenti, da dicembre in poi ha messo la marcia, arrivando a cullare il sogno di agguantare il treno per l’Europa League, quest’anno particolarmente affollato. Poi è subentrato un calo fisiologico ma resta una buona stagione, specie in elementi come Bonaventura, che ha fatto un ulteriore step verso la piena affermazione (pronto per una squadra di più alta levatura) e l’esordiente prodotto del vivaio Baselli. Il regista dell’Under 21, dopo la buona esperienza di Cittadella ha oscurato Cigarini, arrivando più volte a farsi preferire nelle scelte di Colantuono e gli occhi della Juventus sono ormai tutti per lui. Impennata di rendimento pure per l’ex bambino prodigio Brivio, conferme per Consigli e il solito Tanque Denis, nonostante una flessione nel finale; male soltanto il talentuoso attaccante croato Livaja, al passo d’addio all’Italia, dopo troppe intemperanze dentro e fuori dal campo: deve maturare.

BOLOGNA 4

Disastro su tutta la linea, ma le colpe sono da attribuire soprattutto alla società che in fase di mercato ha davvero sbagliato su tutta la linea, non sostituendo adeguatamente Gilardino a luglio e vendendo il gioiello Diamanti a gennaio quando già la situazione era piuttosto complicata. Ciliegina sulla torta la cacciata di Pioli nel contesto di un organico davvero povero. Malissimo i nuovi acquisti Cristaldo (vivace ma inconcludente) e Cech, per non parlare di Bianchi, mai così abulico, in pericolosa fase involutiva; in crisi di identità Acquafresca, a soli 27 anni sembra già in debito d’ossigeno, non sono cresciuti nemmeno i talenti stranieri Khrin e Sorensen, salviamo solo i due greci Konè e Lazaros e il terzino Morleo che se non altro hanno garantito impegno costante. Qualche colpa ce l’ha anche Ballardini, incapace di dare un gioco alla squadra, veramente troppo sterile in fase offensiva.

CAGLIARI 6

La sufficienza è risicata, la squadra non ha giocato al livello delle precedenti stagioni, sempre terminate con salvezze tranquille. Una salvezza che, a conti fatti, non è mai stata messa in discussione nemmeno quest’anno (ma ci si è salvati con poco più di 30 punti, a sottolineare lo scarso livello tecnico delle rivali) ma che è stata accompagnata da vari problemi extracalcistici, dai problemi annosi relativi allo stadio all’imminente cambio societario, con i problemi annessi di Cellino. In mezzo a tutto ciò, a gennaio è stato pure sacrificato il gioiello Nainggolan mentre per l’ultima volta (molto probabilmente) è stato trattenuto l’altro crack Astori, che comunque non ha disputato il suo miglior campionato. In calo di rendimento rispetto a 12 mesi fa l’enfant du pays Sau, alle prese con diversi problemi fisici, al pari di Cossu e Pinilla. Altalenante Ibarbo, benissimo nella prima parte di stagione, così così nella seconda, spesso fuori dall’11 titolare. Promette bene il terzino del vivaio Murru, che ha guadagnato tanto minutaggio, è cresciuto in personalità anche Ekdal. Dalla cessione di Agazzi c’è stato pure il nodo portiere da sciogliere: insomma, alla fine, la salvezza è stato un mezzo miracolo, considerando questi fattori.

CATANIA 4,5

Fine di una bellissima avventura, culminata nella passata stagione ma il sentore che si possa ricostruire con serenità il futuro prossimo, sulla falsariga dei corregionali del Palermo. Col senno di poi è parso troppo azzardato cedere tutti insieme Lodi (poi rientrato ma visibilmente ridimensionato dalla non memorabile breve esperienza genoana), Gomez, Marchese, mal rimpiazzati… senza considerare che a lungo sono rimasti fermi elementi cardine come gli argentini Bergessio e Barrientos. Non ha giovato nemmeno il continuo viavai in panchina: una stagione che sul finale pareva potersi rimettere in carreggiata ma orami era davvero troppo tardi per la squadra etnea nel frattempo affidata a Pellegrino che, a mio avviso, merita la conferma in B.

CHIEVO 5,5

Ok la salvezza, l’ennesima della storia del Chievo, ma mai come quest’anno è stata così tribolata e tutt’altro che scontata. Mi chiederete: e allora come mai non dai la sufficienza piena? Beh, perché sembra che sia giunta più per demeriti altrui onestamente. Sono di Verona e seguo da vicino la squadra “di quartiere”, la stessa che appunto da anni ci aveva abituati a risultati straordinari ma che erano diventati quasi ordinari. Però all’insegna del gioco, della spensieratezza, della semplicità. Quest’anno poco gioco, pochi interpreti di qualità, tanta confusione anche in fase di mercato. A Sartori e Campedelli direi che è andata bene ma si devono evitare certi errori per il futuro, soprattutto è da potenziare l’organico, specie in attacco, vista la scarsa affidabilità di Thereau, lontano parente del cecchino di 12 mesi prima e la flessione di capitan Pellissier. Nota di merito per Paloschi, in doppia cifra e sempre più maturo e responsabile, plausibile erede di Pippo Inzaghi, al quale da sempre viene paragonato. Male il reparto mediano, imperniato su un indomito capitan Rigoni, non attorniato da elementi di grande valore tecnico. Benissimo sul finale il portiere Agazzi, qui solo di passaggio.

FIORENTINA 7

Parere del tutto personale, ho preferito la squadra dell’anno scorso, forse per la novità di gioco che Montella si era portata in dote da Catania, riuscendo a tradurla in maggiore qualità a Firenze, considerati i più validi interpreti. Ceduti i gioielli Jovetic e Ljaijc si puntava tutto (giustamente) su una coppia potenzialmente da urlo, quella formata da Gomez e Rossi. Purtroppo il primo non si è in pratica mai visto, mentre il secondo, per metà stagione, è stato la vera sensazione del torneo, cannoniere infallibile, goleador capace di segnare in tutti i modi. E’ tornato si spera in tempo per i Mondiali. In mezzo tanta qualità ma senza i punti di riferimento offensivi anche giocoforza tanta manovra sterile, con Valero spesso e volentieri a incantare, avendo spostato più in avanti il suo raggio d’azione. In ripresa Aquilani che si è riappropriato di una maglia azzurra e, alla luce del suo miglior campionato in carriera (tolti i primi anni giovanili alla Roma) può legittimamente ambire a un posto per Brasile 2014, conferme da Rodriguez, Vargas e Pasqual. Rendimento altalenante per Ilicic e Neto, in porta servirebbe più tranquillità. A conti fatti il quarto fatto è un ottimo traguardo ma a mio avviso si può ancora migliorare, ad esempio a lungo in Europa la squadra gigliata ha dato l’idea di poter arrivare fino in fondo, così non è stato.

GENOA 5

Rosa alla mano, ci si attendeva di più, e pazienza se si è sbagliato allenatore all’inizio. Troppa confusione in sede di mercato, ma purtroppo non è una novità (da anni a Genova non si riesce a creare uno zoccolo duro), troppa anche dal punto di vista tattico con giocatori perennemente scambiati di posizione (a volte con risultati eccellenti, vedi i casi di Antonelli, Marchese e Antonelli, a volte col risultato di creare imbarazzo a validi elementi, vedi Bertolacci, che spesso cambia posizione in corso d’opera). In avanti Gilardino ha cantato e portato la croce, scendendo di rendimento solo nel finale (e questo forse gli è costato una convocazione azzurra che invero avrebbe meritato), benissimo hanno fatto Vrsaljko, purtroppo appiedato per quasi tutto il girone di ritorno e l’acrobatico portiere cresciuto in casa Perin, spesso imbattibile e plausibile erede di Zenga, che ricorda in molti fondamentali. Discreto l’apporto del greco Fetfatzidis, in possesso di buone qualità tecniche, tuttavia poco incisivo per essere un trequartista. Malino gli innesti di gennaio De Ceglie e Motta (meglio comunque quest’ultimo), il ritorno di Sculli, mentre promette bene un altro protagonista di uno storico recente scudetto primavera rossoblu, il mediano Sturaro. La resa incondizionata sul finale di stagione giustifica la mia pesante insufficienza.

INTER 6

Sufficienza ma nulla di più: era il minimo migliorare la disastrosa stagione scorsa. La positiva partenza aveva illuso un po’ tutti nell’ambiente nerazzurro ma Mazzarri si è limitato in pratica a gettare le basi per il futuro qualora decidesse di rimanere. Nel frattempo Thohir si è impossessato dell’Inter e ora inizierà la sua vera campagna di rafforzamento. Diamo atto al tecnico ex Napoli che non aveva un organico da terzo posto: tuttavia non si possono giustificare i tantissimi punti persi in casa anche contro squadre nettamente inferiori e in generale la scarsa propensione al gioco, spesso finalizzato, fino alla tardiva esplosione del bad boy Icardi, dal solo imprescindibile Palacio. Hernanes, giunto a gennaio, deve diventare leader; solo sul finale si è visto cosa può fare il talentuoso ventenne Kovacic, tenuto tantissimo in naftalina, mentre Guarin ha risentito pesantemente della mancata cessione di gennaio, che lui per primo non si auspicava. Solo sul finale è riemerso Ranocchia, un difensore che ha bisogno di sentire la fiducia per rendere al meglio (ma questo a lungo andare può diventare un grosso limite), mentre in una difesa in cui ha deluso Campagnaro, hanno ben impressionato Handa, Juan Jesus e a sorpresa Rolando. Mazzarri ha dimostrato di saper far rendere al massimo l’organico (vedi l’affermazione di Jonathan e Alvarez) ma per l’anno prossimo bisogna ambire a qualcosa di più.

JUVENTUS 9

Atteniamoci solo al campionato, evitando di disquisire sull’amaro epilogo europeo, mai come quest’anno alla portata. Dove può migliorare questa Juventus dei record? Dei tre scudetti consecutivi, impresa difficile in tempi recenti, dei 102 punti (!), delle vittorie casalinghe in serie? Della miglior coppia d’attacco del campionato (i due nuovi arrivati di luglio Tevez e Llorente)?, della difesa in blocco della Nazionale? Di un allenatore tra i più appetiti d’Europa? Nella mentalità! Se in Italia la superiorità è stata schiacciante, a parte due cadute a vuoto, leggasi due, al cospetto di una doppia vittoria contro la diretta avversaria di quest’anno (la Roma), in Europa si è visto come si debba cambiare registro, giocarsela più a viso aperto, con maggiore intensità: non ci si può permettere di controllare la gara, di difendere il risultato. Lì si deve crescere, si deve fare il salto di qualità, indipendentemente dai movimenti di mercato, mentre mi pare di vitale importanza trattenere con ogni mezzo l’allenatore Conte.  A livello individuale, oltre ai già citati e decisivi attaccanti, sugli scudi Pogba (prossimo Pallone d’Oro nel giro di pochi anni), Vidal e Marchisio che si sono alternati a seconda dei rispettivi infortuni e gli eterni Buffon e Pirlo. Anche Caceres ha fatto il suo, sostituendo per lunghi tratti Barzagli, scavalcando nelle gerarchie un ancora incerto Ogbonna, mentre per il futuro si dovranno valutare le posizioni degli epurati Quagliarella e Vucinic, e di un deludente (oltre che ininfluente) Osvaldo.

LAZIO 5,5

Reja è riuscito parzialmente a raddrizzare una stagione nata malissimo, all’insegna di una rosa perennemente incompleta a causa dei più svariati motivi. Tuttavia nessun obiettivo è stato centrato nonostante una buona rincorsa nel girone di ritorno, coinciso col ritorno di alcune pedine importanti come Mauri, Klose, Radu e Lulic, a lungo assenti. Molto positivo il torneo di Candreva, spesso decisivo e mai così prolifico e  l’impatto di Keità, fiore all’occhiello di un floridissimo vivaio che, dopo Onazi, è pronto a lanciare l’anno prossimo i vari Tounkara e Minala. Si potrebbe ripartire da lì, vista la bontà dell’organico in generale e una struttura dietro molto solida. Che sia il caso di lanciare in panca il più piccolo dei fratelli Inzaghi?

LIVORNO 4

Spiace bocciare inesorabilmente i  labronici ma la classifica – davvero misera – sta a testimoniare di un campionato vissuto sempre sull’orlo del precipizio, escluso un interessante avvio, nel quale la squadra di Nicola, sorretta da un rinnovato entusiasmo, era riuscita a sorprendere non poco anche squadre molto più attrezzate. Col tempo però si sono palesati limiti di organico, di qualità generale della rosa, di esperienza. Paulinho si è dimostrato attaccante da altri palcoscenici, alcune perle le ha regalate anche l’esperto – ma esordiente assoluto a questi livelli – Emerson, mentre si è visto poco il promettente Siligardi (una costante per lui sono gli infortuni). Troppi gol subiti, difficile è stato mantenere l’equilibrio tra i reparti, e a poco è servito il cambio in corsa dell’allenatore con il conseguente rientro di Nicola.

MILAN 4,5

Stava per compiersi un altro miracolo ma, diciamolo onestamente, il Milan quest’anno non avrebbe proprio meritato la qualificazione in Europa. Troppa improvvisazione, troppo caos, situazione che pare essere sfuggita di mano da più parti, tanti nodi da sciogliere, a partire da quello relativo all’allenatore. Seedorf già bocciato? Ma cosa avrebbe potuto fare di più, rosa alla mano? Sicuramente pecca di inesperienza e forse si è posto male dall’inizio ma ha trovato pure una situazione difficilmente gestibile. Nel grigiore generale vi è ben poco da salvare, tranne forse un redivivo Kakà (lontanissimi comunque i fasti pre-Real Madrid), un Poli che però a forza di correre per tutti rischia di perdere identità e bussola e parzialmente i due innesti di gennaio (più Rami che Taarabt, anche se la sensazione è che non verranno riscattati, preferendo nuovamente la scelta obbligata (?) dei parametri zero). Deludente Montolivo, disastrosi Constant, Mexes e Abate, quasi impresentabile in vista dei Mondiali. Per il futuro si spera almeno di poter contare nuovamente sui due gioielli De Sciglio e El Shaarawy, quest’anno praticamente mai utilizzati.

NAPOLI 8

Ok, lontanissimi dai bianconeri, ma il bilancio di Benitez al suo primo anno a Napoli è senz’altro positivo, avendo centrato il terzo posto, gli stessi punti dell’anno precedente (seppur con un organico migliore, nonostante la cessione estiva di Cavani) e avendo battuto il record di gol. D’altronde l’attacco è stato davvero atomico in tutti i suoi interpreti (Higuain, Callejon, Mertens finiti in doppia cifra; il talento di casa Insigne maturato anche tatticamente hanno garantito spettacolo e concretezza), il tutto senza l’apporto del miglior Hamsik. Bene anche gli innesti di gennaio Henrique, dimostratosi polivalente e finito nella rosa di Scolari per il Mondiale brasiliano, Jorginho, uomo del futuro e Goulham, in odor di riconferma, nonostante il rientro sicuro di uno sfortunato Zuniga, fermo in quello che doveva essere il campionato della sua conferma ai massimi livelli. Si può migliorare per il futuro la difesa e magari arricchire di qualità il centrocampo, nel frattempo sono tutti da promuovere.

PARMA 7,5

Il ritorno in Europa è il giusto premio a quella che si dice una programmazione seria. In punta di piedi Ghirardi è riuscito dacchè si è insediato a offuscare i fantasmi di Tanzi, restituendo credibilità e prestigio a società e città. In pratica tutti i giocatori sono di proprietà e Parma è diventata una meta ideale per rilanciarsi o per consolidarsi, a partire da Donadoni al quale suggerirei di non cedere alle sirene rossonere, almeno per un po’. Nella città ducale ci sono infatti i presupposti tecnici per migliorare ancora, fermo restando le conferme dei big Cassano – mai così continuo – e Parolo, giustamente premiato da Prandelli col ritorno in azzurro e la possibilità concreta di approdare a Brasile 2014. Si è rilanciato alla grande anche Cassani, padrone della fascia destra, forse il miglior interprete nel ruolo dell’intero torneo, mentre meritano una citazione anche il portiere Mirante, l’affidabile Marchionni, un rinato Schelotto (dopo il flop interista e la dimenticabile parentesi al Sassuolo) e la rivelazione Paletta, naturalizzato italiano a furor di popolo, dopo alcune prestazioni monstre. A mio avviso rimangono ancora troppo altalenanti le prestazioni di Amauri che, come per magia, riemerge nei finali di stagione e del velocista Biabiany: uno coi suoi mezzi dovrebbe essere più decisivo e costante durante il campionato.

ROMA 8,5

Garcia stava per compiere un miracolo, ma alla fine era davvero molto impegnativo riuscire a mantenere i ritmi indiavolati della Juventus. Tuttavia al tecnico francese, esordiente assoluto in serie A, vanno dati grandi meriti, primo fra tutti quello di aver ricompattato un ambiente che sembrava ormai distrutto, dando fiducia ai singoli giocatori, pungolandoli al punto giusto. Poi ovviamente la società c’ha messo del suo, sostituendo egregiamente le partenze eccellenti di Lamela e Marquinhos con giocatori poi rivelatisi top player – almeno per la serie A – come Benatia, a lungo ammirato nell’Udinese e Gervinho, incompiuto all’Arsenal ma che, ritrovato il mentore Garcia, ha dato il meglio di sé, sfornando assist e prestazioni da urlo. Ottimi i giovani Florenzi e Destro, in gol con regolarità straordinaria e il centrocampista olandese Strootman, prima dell’infortunio, tra i migliori in assoluto nel suo ruolo. Ha colpito pure il buon rendimento di un ritrovato Maicon e l’impennata di Castan e Pjanic, ormai idolo indiscusso dei tifosi. Anche De Rossi è tornato sui suoi eccellenti standard, mentre Totti ha giocato poco, centellinando le presenze ma garantendo sempre prestazioni sopra la media. Possono progredire ancora elementi come Dodò e Ljaijc mentre sembrano assai valide le credenziali del giovane fatto in casa Romagnoli, polivalente difensore.

SAMPDORIA 5,5

Mihajlovic è un tecnico di sicura prospettiva, di grande personalità e a lui va dato il merito di aver risollevato la squadra da una situazione che si era davvero fatta pericolosa. Tuttavia tende a tenere tutti sulla corda e questo si traduce spesso con formazioni e moduli che non sono mai uguali. Tanti giocatori che si sono alternati e pochi punti fermi. Tanta corsa, aggressività e gioco il più delle volte arrembante ma poco equilibrato. Buono il rendimento di Eder, mai così prolifico in serie A e la costante crescita di Soriano, uomo a tutto campo. Tengono botta i “vecchi” Palombo e Gastaldello, a differenza di Maxi Lopez dal quale era lecito aspettarsi di più in zona gol. In attacco meglio di lui il gigante Okaka e il giovane Gabbiadini, che ha bissato la positiva stagione di Bologna. Rendimento costante per De Silvestri, a lungo nel giro azzurro e per il promettente Obiang, corteggiato da club di fascia alta come il Napoli. Gli altri giocatori sono stati in bilico tra una sufficienza risicata e qualche prestazione sopra le righe.

SASSUOLO 7

A parte la terribile gestione di Malesani, arrivato a gennaio con una squadra demoralizzata e fortemente rinnovata, la matricola assoluta al ballo dei debuttanti ha fatto la sua gran bella figura, tentando di giocarsela ad armi pari con tutti (e questo gli è costato anche pessime figure, memorabile il passivo di 7 reti contro l’Inter), privilegiando sempre il gioco offensivo che alla lunga ha pagato in termini di risultati. D’altronde gli interpreti migliori stavano là davanti, nei giovani Berardi, autentica rivelazione del campionato con i suoi 16 gol, Zaza, dalla personalità strabordante, e Sansone, giunto a gennaio in una maxi operazione col Parma. Già in rosa spiccavano elementi come il regista Marrone (a lungo comunque bersagliato da problemi fisici),Floro Flores, capitan Magnanelli, il portiere Pegolo e il solido terzino Longhi ma a questi saggiamente si sono aggiunti validissimi calciatori, esperti a certi livelli, come Cannavaro e Manfredini e Biondini. Un miracolo quello compiuto da Di Francesco, visto come si era messa la stagione ma il risultato sul campo, la salvezza matematica con un turno di anticipo, è assolutamente legittimo e meritato. La sensazione è che il Sassuolo possa costruire una piccola grande storia nel contesto della serie A, visto che la società di patron Squinzi è composta da dirigenti validissimi e l’ambiente – come si dice – è quello ideale per “fare” calcio.

TORINO 7,5

L’Europa che mancava da 20 anni e che è sfumata – in pieno stile Toro, spiace dirlo – nella maniera più drammatica, con un rigore decisivo sbagliato nei minuti di recupero dell’ultimissima giornata da uno dei giocatori simbolo della squadra. Come racchiudere tante emozioni in pochi istanti forse davvero solo la squadra granata è in grado di farlo ma probabilmente per una volta i tifosi avrebbero volentieri barattato questa condizione di “unicità” dei propri colori in cambio di una partecipazione europea che sarebbe stata alla portata, fermo restando i meriti del Parma, che ha superato il Torino al fotofinish. Ventura ha portato a compimento la sua creatura, virando su un inedito 3-5-2 molto elastico, col risultato di trovare il bandolo della matassa a livello difensivo (dove davvero i granata, con un Moretti mai così positivo, un Glik guerriero e un Maksimovic talento emergente abile anche largo a destra sono sembrati spesso insuperabili) e di poter permettersi un attacco imperniato su un super Immobile, capocannoniere del campionato, coadiuvato dalle frecce Cerci e El Kaddouri, i più dotati tecnicamente della squadra. Buono anche l’apporto di Kurtic, giunto in prestito dal Sassuolo in cambio di Brighi (e nel cambio c’ha guadagnato alla grande il Toro) e la conferma dell’esperto Vives. Ora il difficile sarà trattenere i gioielli d’attacco ma, specie per Immobile sarà alquanto improbabile viste le sirene del Borussia Dortmund. Troppi giocatori purtroppo sono in prestito o in comproprietà, servirà un grande sforzo da parte di Cairo per non rompere il giocattolo.

UDINESE 5,5

La salvezza giunta senza troppi patemi non è sufficiente a giudicare positiva la stagione dell’Udinese, che per tanti anni ci ha abituati a ben altre ribalte. Chiaro, l’obiettivo è quello di valorizzare i tanti nomi della rosa, e questa pare essere stata la classica stagione “di transizione”, non essendo emerso nessun possibile crack a breve termine e considerando come Di Natale, colpo di coda finale a parte che lo ha fatto avvicinare per l’ennesima volta alla soglia dei 20 gol in campionato, sia a un passo dal dire stop (ma a mio avviso vorrà raggiungere la vicina fantastica quota dei 200 gol in serie A). Sono da tenere d’occhio comunque un Pereyra in crescita, così come l’eclettico Bruno Fernandes e lo svizzero Widmer. Ha deluso invece Muriel, sul quale puntualmente continuo a scommettere ad alti livelli ma probabilmente forse è giunto il tempo per lui di cambiare aria. Passi indietro per Basta e Allan, che non diventeranno mai dei top player come altri che li hanno preceduti nel ruolo, mentre lo potrebbe diventare prestissimo il prodotto di casa Scuffet, udinese doc, classe ’96, diventerà maggiorenne a fine maggio, e che già pare un veterano tra i pali, come accadde a Buffon agli esordi. Vedremo se Guidolin proseguirà per l’ennesima volta la sua avventura come allenatore in Friuli, altrimenti dovrebbe comunque rimanere in società: pare davvero difficile immaginarlo lontano da questa bellissima realtà.

VERONA 7,5

Per lunghi tratti la vera rivelazione dell’intero campionato. Fino a gennaio ha funzionato tutto e in ogni caso aver concluso con la possibilità (a quel punto remota, ma comunque reale) fino all’ultima giornata di giocarsela per la qualificazione in Europa League la dice tutta sull’eccezionalità del torneo della squadra di Mandorlini, grande artefice, al pari del ds Sogliano, dello straordinario risultato ottenuto. Certo, tanti fattori forse irripetibili, dalla rinascita di Toni, dato per finito e invece autore di 20 gol (ok, sarebbero 21, va’) che ha cullato per tutto l’anno il sogno del Mondiale all’esplosione di Romulo, autentico jolly e candidato azzurro in vista dei Mondiali. Avere l’oriundo in squadra significa giocare in 12, garantito. E poi la fragorosa crescita di Jorginho, ceduto fra le polemiche già a gennaio al Napoli (il calo di rendimento della squadra, al di là di un senso di appagamento per quanto fatto nel girone di andata, è coinciso con la sua mancata sostituzione, poi ben compensata dal recupero di un redivivo Donadel, più che di un promettente ma ancora acerbo Cirigliano) e soprattutto la scoperta di Iturbe, autentico crack del campionato. Di lui in realtà gli appassionati di calcio giovanile già conoscevano le grandi doti, mai totalmente espresse però al Porto o al River, invece a Verona è cresciuto in modo esponenziale, sbagliando raramente partita e anzi migliorando molto a livello tattico. L’idea è che questo ventunenne, dalla tecnica e dalla personalità incredibili, possa con gli anni a venire, segnare un’epoca (deve migliorare ancora in zona gol ma c’è da dire che spesso e volentieri ha giostrato molto largo sulla fascia, costretto a estenuanti ripiegamenti). Nonostante il buon contributo del portiere Rafael e l’esperienza di Moras, il reparto difensivo, nel quale è mancato a lungo capitan Maietta, è parso perforabile in troppe occasioni. Urge assolutamente migliorare il livello tecnico in quella zona, e magari mettersi già alla caccia degli eredi di Romulo e Iturbe, visto che sarà realisticamente impossibile trattenere entrambi.

Aspettando la Lazio, il Catania vola a – 3 dalla zona Champions League!

Da anni alcune squadre italiane non fanno più notizia. Parma, Cagliari, Chievo e Catania ormai sono realtà ben consolidate, man mano che passano i campionati. Cambiano gli allenatori, ma le rose paiono consolidate, forti di cicli che stanno contribuendo a garantire risultati. Ma se Parma, Cagliari e Chievo fanno i conti con salvezze che poi, più o meno agevolmente, riescono in effetti a raggiungere, il Catania da tre stagioni a questa parte sembra aver alzato imperiosamente l’asticella delle ambizioni, issandosi sino a posizioni davvero insperate e raggiungendo le migliori prestazioni di tutta la sua lunga storia.

Artefice dei miglioramenti è stato lo scorso anno un tecnico in ascesa come il giovane Montella, ma quest’anno Rolando Maran, se possibile, sta ancora facendo meglio, forte delle esperienze maturate a Brescia, Trieste e soprattutto Varese.

Meno spettacolare, forse, del collega napoletano, ma più pragmatico e continuo. Forse è anche una questione legata al “ruolo” di provenienza in campo: Montella, l’Aeroplanino, è stato una punta tra le migliori italiane della sua epoca, un enfant prodige nel ruolo di attaccante, mentre Maran ha vissuto una carriera, seppur dignitosa, certamente lontana dalle luci ribalta, solido difensore di un Chievo che non era ancora quello “dei miracoli”.

il regista Lodi e il fantasista tascabile Gomez: i due pezzi pregiati di uno splendido mosaico

il regista Lodi e il fantasista tascabile Gomez: i due pezzi pregiati di uno splendido mosaico

Ma il merito, come anticipato, va suddiviso tra le parti: una società modello che, pur non contando più sull’esperto ds Lo Monaco . che fuori da qui comunque sta combinando pochino – si avvale di persone come il patron Pulvirenti e il direttore generale Gasparin, uno che il calcio lo conosce davvero in profondità; e poi, ovviamente, vengono i giocatori, più o meno gli stessi da 3/4 anni a questa parte.

La squadra rossoazzurra, più volte definita una colonia argentina per l’elevato numero di atleti provenienti da lì, gioca a memoria un calcio fantasioso, grintoso, consolidato, efficace e piacevole a vedersi. Non c’è un leader, ma tanti buonissimi calciatori che stanno concorrendo al raggiungimento di un sogno, se è vero che la squadra dell’Etna, nel momento in cui scrivo (con la Lazio che deve recuperare una gara) si trova a – 3 dalla zona Champions League, dal terzo posto ora appannaggio del Milan. E in una classifica così corta, dove dal terzo posto in poi, sembra mancare la componente della continuità nella maggior parte delle squadre in corsa per l’Europa, proprio il Catania potrebbe, sorretta da un tangibile entusiasmo, mettere a segno il colpo grosso!

Ecco i protagonisti di questa splendida realtà provinciale, emanazione comunque di una città molto popolata.

ANDUJAR come il portiere della Samp Romero, fa parte della rosa della nazionale argentina. E’ ritornato sicuro di sè e più consapevole dei suoi notevoli mezzi, dopo il breve allontanamento. Gran fisico e capacità di guidare al meglio la difesa

ALVAREZ poco reclamizzato il terzino tutta grinta, che può alla bisogna ben figurare anche a sinistra. Un “tracagnotto” che in campo non molla mai l’osso, come Andujar ha vissuto una stagione lontana da Catania, ma una volta rientrato non ha più lasciato il suo posto come terzino destro

SPOLLI per anni ha composto con Silvestre (poi smarritosi nella metropoli Milano) una delle migliori coppie di centrali di tutta la A. Ormai pronto per grandi palcoscenici, anche se mi verrebbe difficile vederlo con indosso un’altra casacca

LEGROTTAGLIE ne ha vissute di vite calcistiche il buon Nick e anche a Catania riesce a fare la differenza, con la sua lunghissima esperienza ad alti livelli maturata, il suo equilibrio, la sua tecnica. 37 anni e non dimostrarli, forse raggiungerà l’amico Del Piero a Sydney

MARCHESE letteralmente esploso a Catania, dopo le timide esperienze a Torino e Chievo, tra le altre. Ha soffiato il posto a Capuano, quando il napoletano era infortunato, ma poi non ha più lasciato il ruolo di terzino sinistro, diventando uomo mercato, col suo contratto vicino alla scadenza.

IZCO tra i più “vecchi” come militanza, da dodicesimo uomo, classico jolly utile a coprire più ruoli, da un paio d’anni si è appropriato stabilmente della fascia destra. Col suo temperamento e la sua condizione atletica al top, riesce ad aiutare il centrocampo, a inserirsi, correndo spesso e volentieri per due

LODI uomo mercato conteso dalle big, a quasi 30 anni Francesco è probabilmente – escluso Pirlo – il miglior regista della serie A. Grande talento sin da quando aveva 16 anni e vestiva da leader le maglie della nazionali giovanili azzurre. Il ruolo a metù tra centrocampo e attacco lo ha penalizzato ma piazzato davanti alla difesa fa letteralmente la differenza. E nei calci di punizione è efficace quanto Mihajlovic, tra l’altro ex tecnico della squadra.

ALMIRON un centrocampista esperto, figlio d’arte, la cui formazione calcistica è avvenuta in Italia, quando giunse giovanissimo all’Udinese. Molte le casacche cambiate, con possibilità di emergere ad alti livelli fallita alla Juventus, ma sembra che la dimensione migliore per le sue qualità e la sua personalità sia proprio quella delle provinciali, visto anche quanto bene ha fatto a Bari. Lo paragonavano a Veron, non ha la stimmate di quel fuoriclasse ma ormai è un campione di affidabilità

BARRIENTOS un sogno inseguito a lungo, con l’argentino spesso fermo ai box ma mai abbandonato dalla società che è sempre stata convinta delle immense qualità tecniche di questo fantasista. Non segna molto, non è nemmeno tanto veloce. appare assai gracile ma tocca il pallone in maniera incredibile, non spreca una palla e sa sempre dove lanciare il pallone, quale giocata sia la migliore da fare in un determinato momento

BERGESSIO centravanti atipico per il calcio italiano, uno di quelli che non si risparmia, che apre varchi, che corre, mettendo in campo anima e cuore. Non segna tantissimo ma i suoi gol sono sempre “d’autore”, titolare indiscusso con ogni allenatore

GOMEZ insieme a Lodi è forse il giocatore del Catania più monitorato e visionato della squadra, visto che da anni garantisce giocate spettacolari mai fini a sè stessi, un talento innato e una forza, una determinazione che il fisico assai minuto (alla Giovinco) non ha mai penalizzato. Dribbla quando occorre, inventa assist a ripetizione e spesso e volentieri coglie marcature di rilievo.

Ma tutta la rosa sembra ben attrezzata, a cominciare da quei giocatori in grado sempre di farsi trovare pronti, su tutti la bandiera Biagianti, che pure aveva esordito in Nazionale, prima di incappare in una lunga serie di problemi fisici, il difensore Bellusci, paragonato al giovane Cannavaro e la punta Castro, che si è inserito con un’incredibile naturalezza e spesso funge da titolare nel tridente offensivo.

Non si sa dove arriverà alla fine il Catania ma certo è doveroso rimarcarne le imprese, visto che, al di là dei risultati, ciò che colpisce è la splendida alchimia tra giocatori, titolari e riserve, tecnico e società… e poi gli 11 di Maran giocano un calcio davvero bellissimo

Il segreto della rinascita del Milan? Massimiliano Allegri!

Ammetto di essere stato parecchio duro, ai nastri di partenza del campionato di serie A, nel giudicare – per l’apposita rubrica del Guerin sulle presentazioni delle squadre – il Milan, orfano delle stelle Ibra e Thiago Silva e di moltissimi dei senatori che hanno contribuito nell’ultimo decennio ad accrescerne ulteriormente la quotazione internazionale.

Ritenendo il Milan quanto meno una mina vagante, sapevo certo di non fare un complimento ai rossoneri, ma il giudizio era sincero e dettato da un evidente impoverimento sul campo. L’inizio disastroso sembrava confermare le già scarse aspettative e solo i gol del talento El Shaarawy, esploso in tutta la sua forza, e gli innesti di giovani del vivaio come il polivalente De Sciglio sembravano dare un po’ di luce all’intera stagione. Con l’allenatore sempre in bilico, nonostante, almeno in Europa, il Milan fosse andato avanti bene per la sua strada. A distanza di pochi mesi però ecco risorgere il Diavolo, che si ritrova – con quasi tutto un girone di ritorno da disputare – in una classifica non solo dignitosa, ma pure consona a un obiettivo minimo, eppure importante, vale a dire l’accesso al turno preliminare di Champions League, quel terzo posto che solo a dicembre sembrava utopia, e che ora invece dista solo sei punti. Cos’è cambiato in sostanza nel Milan da allora, qual è il segreto di una così fragorosa rinascita (il Milan negli ultimi dieci turni ha fatto più punti anche della capolista Juventus o del Napoli)? Se da un punto di vista del gioco, i limiti sono ancora evidenti, colpa di una rosa ridotta all’osso a livello qualitativo, da un punto di vista della continuità di risultati e della voglia di lottare fino alla fine per il risultato i progressi sono stati evidenti e i meriti a mio avviso sono da trovare nella bravura di Allegri, tecnico più volte dato sulla graticola e invece in grado di trasmettere ai suoi la giusta calma e consapevolezza dei propri mezzi, necessarie componenti per risalire la china.

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Poco reclamizzato, il tecnico toscano – che nei modi di fare ricorda un altro ex milanista, Albertino Bigon, poi trainer del Napoli dello scudetto-bis – è stato in grado di ridare un’anima alla squadra, anche a costo di fare scelte impopolari. Alcuni ancora gli rinfacciano il mancato rinnovo di Pirlo, poi condottiero dei rivali bianconeri nella passata stagione, ma ormai pare appurato che le responsabilità dell’allenatore furono alquanto minime. In realtà, tutto il campionato attuale del Milan è un continuo tourbillon di schemi, moduli e uomini diversi, alla ricerca di una perfezione che evidentemente quest’anno sarà impossibile ottenere. Eppure la scelta di affidarsi a un nuovo ciclo e di mantenere intatte dopo sbandamento iniziale, le credenziali di giocatori abituati a ben altra pasta, si sta rivelando vincente, alla faccia di chi ne chiedeva insistentemente l’esonero anticipato… altro che panettone lontano da Milano. Non solo i già citati El Shaarawy o De Sciglio, da qualche partita è titolare fisso anche il francese Niang, sorta di Balotelli se possibile più fisico, un tornado nel tridente d’attacco, anche se ancora fumoso (stiamo parlando di un ’94!). Montolivo sta prendendo per mano la squadra a centrocampo, e pure Nocerino, addirittura dato in partenza dopo la stagione boom del 2012, sta tornando su buoni livelli di eccellenza. Peccato per il grave infortunio che ha messo fuori gioco l’esperto olandese De Jong, ma almeno si sono rivisti calciatori affidabili come il francese Flamini. Rimane l’enigma della difesa, dove il più brillante pare essere l’adattato Constant, che agirebbe meglio qualche metro più avanti. Bocciati Acerbi e Mesbah, rimane enigmatico il colombiano Zapata, lontano anni luce dalle vette di Udine e più vicino ai flop col Villareal e sconcertante talvolta il rendimento di Mexes, che alterna buone prestazioni ad altre quasi imbarazzanti. Eppure, nel contesto di una situazione alquanto deficitaria, i rossoneri sono lì, a -6 dalla rivelazione Lazio e vicinissimi a quell’Inter che, almeno sulla carta, sembrerebbe avere qualcosa in più. Grande quindi il merito di Allegri, il primo vero artefice delle rinnovate ambizioni milaniste.

Eugenio Corini può condurre il Chievo all’ennesima salvezza in serie A

Eugenio Corini è un predestinato del nostro calcio, anche da allenatore, e poco importa che i suoi precedenti non siano molto incoraggianti, visto il fallimento a Portogruaro e le poco felici esperienze cadette con Crotone e Frosinone. Dico questo perchè il Genio, anche da calciatore aveva abituato i tifosi e gli addetti ai lavori a continui sali e scendi, fino alla – magari – tardiva ma altresì fragorosa e clamorosa consacrazione con la maglia gialloblu del Chievo, lui che in gioventù a 20 anni si era ritrovato a dirigere il traffico nientemeno che alla Juventus, la stessa che aveva appena acquistato il nazionale azzurro del momento, il campionissimo Roby Baggio, giunto a Torino a far coppia con Totò Schillaci, dopo il boom di Italia 90. Tanta strada calcata da allora, con alterne fortune, ma senza mai smarrire la fiducia nei propri notevoli mezzi tecnici e consapevole che prima o poi la sua personalità debordante e la sua maestria nel guidare le squadre, da vero allenatore in campo, avrebbe avuto la meglio su episodi infelici e inciampi di carriera. Meritava l’azzurro, questo il vero cruccio per Corini, probabilmente il miglior regista della sua generazione, anche più forte dell’amico Demetrio Albertini che invece seppe imporsi al primo colpo nel Milan, squadra in cui era cresciuto e puntualmente lanciato titolare, dopo lo splendido apprendistato padovano.

il tecnico del Chievo, Eugenio Corini

il tecnico del Chievo, Eugenio Corini

Corini quest’anno ha davanti un’impresa difficile, ma non titanica, quella di condurre alla salvezza la sua squadra del cuore, il Chievo. E pazienza se magari non sarà una salvezza comoda, come quella centrata da alcuni predecessori come Di Carlo o Pioli. In una stagione, in cui la squadra della diga pare ridimensionata o indebolita, lui ha saputo ridonarne le caratteristiche principali, dei tempi in cui giocava lui: la voglia di continuare a sognare, o volare, riferendoci a quell’appellativo, i “Mussi Volanti”, simpaticamente tirati in ballo dagli ultras rivali cittadini dell’Hellas, quando davvero pareva impensabile che le gerarchie a Verona potessero ribaltarsi. Con un Paloschi finalmente ristabilito fisicamente, un Pellissier sempre leader indiscusso, guerrieri mai domi come Luca Rigoni, il vecchio Luciano e uomini di indubbio talento come Andreolli o il francese Thereau, Corini – puntando sul bel gioco – può davvero segnare un altro punto di svolta per la società modello del calcio italiano, regalando al campionato italiano un altro derby cittadino… sempre che l’Hellas mantenga le promesse e i pronostici di tornare finalmente in serie A.