Che impresa del Toro a Bilbao! I granata hanno fatto rivivere emozioni d’altri tempi non solo ai propri tifosi ma a tutti coloro che amano il calcio

Per una volta mi va di smettere i panni del cronista, del giornalista sportivo che deve analizzare in maniera obiettiva una determinata partita, situazione, competizione, per poter liberamente condividere a cuore aperto quella che è una grossa emozione provata ieri col passaggio del turno in Europa League del Torino di Ventura.

Sì, quel Torino che mancava dall’Europa da tempo immemore, passato attraverso fallimenti, rinascite, nuove illusioni e consolidamenti talvolta levigati verso il basso, da due anni a questa parte ha deciso di far rinverdire i fasti della sua gloriosa, eccezionale, unica storia.

Senza scomodare gli Invincibili di Superga, coloro che seppero portare il nome del Torino e di Torino nel mondo e che sono divenuti leggendari, gareggiare in Europa per i granata equivaleva comunque a darsi una connotazione che meglio compete alla squadra, memore di trascorsi che, in quanto a emozioni, certo non hanno nulla da invidiare a club più blasonati.

Ma se la sconfitta in finale di Coppa Uefa contro l’Ajax negli anni ’90, con Mondonico alla guida, era frutto di un’escalation verticale verso i piani alti della serie A, l’impresa (perchè di questo si tratta) di ieri sera in quel di Bilbao, apre nuovi e forse inaspettati scenari, dimostrando con i fatti che il Torino da subito ha creduto nelle potenzialità di questa competizione, sorella minore della Champions League. Soprattutto non ha mai messo in dubbio il proprio valore per bocca del tecnico Ventura, nemmeno quando a inizio stagione sembrava ostico ritrovare la quadra della rosa, dopo le inevitabili – ma non per questo meno dolorose – cessioni dei big offensivi Immobile e Cerci.

ATHLETIC CLUB BILBAO VS. TORINO

Già la gara d’andata, disputata in casa in un Olimpico d’altri tempi, aveva messo in mostra una squadra vogliosa, determinata e alla fine il risultato, al termine di un incontro disputato in modo gagliardo, era stato considerato comunque positivo, nonostante il pareggio con reti che, in teoria, pareva andare a vantaggio dei baschi, specie conoscendo la loro reputazione tra le mura amiche.

Insomma, in trasferta serviva una partita tutto cuore, ma anche tecnica, perchè non dimentichiamo che questi sono gli stessi che a inizio stagione, nei preliminari di Champions, fecero fuori nientemeno che il Napoli!

La vittoria, degna sì della storia granata, è stata sofferta, con ben tre reti siglate nel catino di Bilbao, tre splendide reti in rimonta, segno che il “tremendismo” da queste parti in fondo non è mai passato di moda.

Il fatto poi che i marcatori siano stati tre tra i maggiori interpreti della squadra significa poco o nulla, visto che non è banale affermare come a colpire in questo brillante scorcio di stagione, sia la compattezza e l’unione di un gruppo, che giochi questo o quell’altro la sostanza poco cambia.

Ieri tutti hanno giocato sopra le righe, con menzione speciale che mi sento di fare per due simboli di questa squadra come il “vecchio” Vives e l’immenso capitano Glik, che più di ogni altro incarna l’essenza del giocatore granata, e per un El Kaddouri troppe volte criticato, forse perchè da uno con il suo talento il tifoso si aspetta sempre qualche giocata “fuori classifica”.

E’ la sostanza targata Ventura il valore aggiunto, un tecnico che ha saputo tener duro, non scoraggiandosi quando i risultati stentavano ad arrivare e modellando via via un undici non fisso o stabile ma sempre equilibrato.

Molto ha aiutato il fatto che Quagliarella, uno dei principali candidati a sostituire i due totem offensivi ceduti in estate, abbia ingranato la quarta nel momento cruciale della stagione. L’attaccante napoletano non ha certo bisogno di presentazioni, ma ha pagato un duro scotto all’inizio quando la sua condizione fisica non era certo accettabile. L’ultimo arrivato, l’argentino Maxi Lopez, ha portato esperienza e molta motivazione, voglia di spaccare il mondo, dopo le ultime stagioni perse a immalinconirsi spesso in panchina, anche in squadre oggettivamente non così dotate tecnicamente come il Chievo.

Di Darmian pare scontato affermare come sia il gioiello del Torino, il Nazionale sulla bocca di tutti i migliori club italiani. Bravo Cairo a non aver ceduto a molte lusinghe di mercato e averlo trattenuto almeno fino a fine campionato.

Dicevamo che all’inizio è stato necessario lavorare di cesello, cercare di capire il reale apporto che molti nuovi nomi avrebbero potuto dare. Se il terzino fluidificante brasiliano Bruno Peres ci ha messo meno di un tempo per capire la serie A e diventare spesso padrone della sua fascia di competenza, mettendo in difficoltà quasi tutti i rivali (chiedere conferma anche agli juventini Evra e Vidal che ancora se lo sognano sfrecciare alle loro spalle), altri hanno necessitato di più tempo ma ora sono tutti elementi preziosissimi, oltre che “futuribili” (i vari Martinez, Benassi, Jansson).

Ieri sera i granata hanno dimostrato una volta per tutte che la strada intrapresa è quella giusta, come dimostra la splendida conferma in campionato. La partita ha ribadito che anche se la qualità di Immobile e Cerci forse non è stata del tutto compensata nei singoli, nel complesso niente è andato perduto dello spirito, della determinazione, della grinta, della voglia di imporre il proprio gioco, senza timore di farsi schiacciare da quello altrui.

E se è vero che 5 squadre italiane approdate tutte insieme agli Ottavi di Europa League rappresentano un vero record nella storia della competizione, giunti a questo punto tutto è possibile e nessuno può vietare sogni e speranze ai tifosi del Toro.

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Il Chievo, vincendo il suo primo campionato Primavera, entra nella storia del calcio italiano

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L’attesissima sfida valevole per lo scettro di miglior squadra del campionato di calcio Primavera, riservato agli Under 20, è stata aggiudicata dal sorprendente Chievo ai danni di un comunque forte e mai domo Torino. Due squadre che si sono equivalse sul piano del gioco, spiccando per tutto il lunghissimo torneo per compattezza difensiva (del Toro il minor passivo in assoluto fra tutti i gironi eliminatori della Regular Season, del Chievo il portiere – Moschin, addirittura classe ’96 – il miglior giocatore delle Final Eight giudicato al termine della kermesse) e per spirito di gruppo. Uno spirito di gruppo capace di non far pesare le notevoli assenze che entrambe le compagini palesavano giunti alla meritata finale. Hanno fatto più clamore le assenze degli avversari del Torino di Moreno Longo (vero cuore granata, da giovane calciatore cresciuto a pane e Toro, aveva già perso una finale Primavera contro la Juventus di Del Piero, Cammarata, Binotto, Manfredini, Sartor e Dal Canto), vale da dire quelle della Lazio in semifinale (gli squalificati Lombardi e Minala) e appunto del Chievo in finale (la fortissima coppia d’attacco Da Silva, capocannoniere dell’intero campionato Primavera e esordiente quest’anno in serie A e Alimi) ma indubbiamente anche ai piemontesi mancavano abili pedine dello scacchiere. A onor di cronaca occorre ribadire che, per quanto non indifferenti, le assenze sono state ben suffragate, specie tra i veronesi, con l’attaccante Gatto (fratello dell’altrettanto talentuoso attaccante del Lanciano, nazionale Under 21 di serie B) assolutamente tra i migliori ieri sera tra i suoi.

Il Torino era partito forte, con una spinta costante ma alla prova dei fatti, inconsistente, riuscendo raramente a impensierire il forte portiere avversario. Solo sul finale l’arrembante terzino sinistro granata Barreca (cui ci sentiamo di scommettere per l’immediato futuro) ha fallito un’occasione d’oro, poco prima di approdare agli scontati – a quel punto, visto l’equilibrio mostrato in campo – tempi supplementari. Lì hanno prevalso soprattutto la paura e la stanchezza, nonostante quasi allo scadere del secondo tempo supplementare l’attaccante  franco-camerunense del Chievo Yamga si sia letteralmente divorato una nitida occasione da gol dentro l’area piccola. Il sostituto dell’implacabile brasiliano Da Silva si è però fatto ampiamente perdonare trasformando con grande freddezza il quarto rigore della serie, “inducendo” all’errore il povero torinista Morra, che a quel punto aveva la patata bollente tra i piedi, considerando che la serie dei penalty si era aperta con l’errore (traversa) del forte Gyasi.

Il Chievo a questo punto conquista, senza ricorrere all’ultimo tiro dal dischetto previsto per il centrocampista dai piedi buoni Messetti, la sua prima importante coppa nazionale, vincendo il Campionato Primavera 2014. Un suggello a un vivaio straordinario, che da quasi dieci anni rientra nelle magnifiche dei playoff, con l’apice raggiunto l’anno scorso, battuto solo in semifinale dai futuri campioni della Lazio. Già c’erano state belle e significative affermazioni con i tantissimi ragazzi – in età Giovanissimi e Allievi – prestati negli anni alle varie Nazionali, non ultimi il fenomenale terzino Costa, rientrato proprio per sprintare sulla fascia nel secondo tempo di ieri, dopo un gravissimo infortunio. Costa, nato a due passi da casa mia, a Noventa Vicentina, è una colonna dell’Under 19 e già ieri in pochi minuti ha sfoderato giocate d’alta classe, mostrando un buon piede sinistro e segnando uno dei rigori della lotteria finale. Nella squadra clivense, entrata ieri sera nella storia, meritano una citazione moltissimi interpreti, dall’insuperabile Moschin, capace di scalare gerarchie in campionato e di rivelarsi para tutto nelle decisive gare playoff contro le più quotate Juventus e Fiorentina. Coetaneo di Scuffet, non è un gigante d’altezza, ma è reattivo, scattante e freddo in porta, sempre sicuro, guarda gli avversari dritti negli occhi, senza timore. La difesa a 3, imperniata sul capitano Kevin Magri, ieri travolto dal tifo di tanti amici e parenti giunti a Rimini dalla natìa Campobasso, è una cerniera insuperabile, con Aldrovandi e il gigante Brunetti, anch’egli impeccabile al pari di Magri, ben sostenuta ai lati dall’inesauribile Troiani a destra e Costa a sinistra (ieri e a lungo nel torneo sostituito egregiamente dal giovanissimo classe ’96  Sanè). A centrocampo il fosforo è garantito dal mancino Messetti, con al centro la piovra Mbaye, un autentico colosso in mezzo e a sostegno il coriaceo Steffè, che ha partecipato da prezioso rincalzo alla spedizione della Nazionale Under 17 al recente Mondiale di categoria. Grande senso tattico per la mezz’ala a metà con l’Inter, così come Tibolla, rientrato in nerazzurro a gennaio. In attacco, detto dell’agile e tecnico Gatto, è spiaciuto non aver visto all’opera lo straordinario bomber Da Silva, appiedato dal giudice sportivo per un turno dopo la tirata semifinale contro i viola. Un grande plauso alla società e a mister Nicolato, che ha rappresentato la continuità per il Chievo in tutti questi anni.

Nel Toro, che rimane la squadra più titolata d’Italia a livello Primavera con 8 affermazioni (senza contare le 7 coppe Italia e i tornei di Viareggio), la vittoria è sfuggita, a 20 anni e più dall’ultima finale, quando si scontrarono due futuri campionissimi come il già citato Del Piero, simbolo della Juventus e Bobo Vieri che mosse proprio in granata i primi passi di una fulgida carriera. Le carte in regola per puntare in altissimo c’erano tutte, dopo aver letteralmente dominato il proprio girone (come il Chievo dall’altra parte, primo in classifica in un girone con Atalanta, Milan e Inter), e mostrato per tutto l’anno grandi doti tecniche e agonistiche in elementi di sicuro avvenire come il citato Barreca, dal sinistro fatato e dalla corsa infinita, già più volte finito in prima squadra con Ventura, senza però assaporare la gioia dell’esordio, o come nella fantasiosa punta Aramu, stella conclamata della squadra, 19enne ma già molto esperto, avendo sempre giocato con compagni più grandi di lui, anche di due anni. Benissimo anche l’altro terzino, l’ex juventino Bertinetti, spina nel fianco sull’out destro, il play basso Comentale, l’interno Coccolo, stantuffo inesauribile o il centrale difensivo Ientile. Insomma, gli ingredienti per ripartire ci sono tutti, e va dato grande merito alla gestione Cairo, in grado di ridare grande dignità a un vivaio storico, caduto tristemente nell’oblio a causa di scellerate presidenze precedenti al suo avvento in società. La cosa più importante sarebbe quella di compiere un ulteriore passo in avanti, portando alcuni di queste giovani stelle tra i “grandi” della prima squadra, a iniziare magari già dal ritiro estivo di quest’anno.