Quando pensavo che “The Smurfs” fossero un gruppo britpop!

Sembra incredibile a pensarlo adesso, ma c’è stato un tempo – relativamente vicino (si parla di metà anni ’90) – in cui Internet non era proprio alla portata di tutti. Cominciavano a fare capolino nelle città i primi Internet Point ma i tempi di connessione erano spesso lunghissimi, a seconda delle zone, e i costi, non dico proibitivi, ma nemmeno praticamente “free” come adesso, e non certo da altri dispositivi che non fossero i soliti computer. Insomma, per documentarsi esistevano molti altri modi, magari – anzi, quasi sicuramente – più autorevoli e certificati, come le vecchie enciclopedie, i libri, anche la televisione e le radio. Per chi, come me, era appassionato di musica, esistevano tante riviste specializzate ma così pure la bella pratica di andare a ordinarsi le riviste oltre Manica, o oltre Oceano (vabbè, qui mi potranno capire solo i “fanatici”).

Con Internet però è indubbio che molte distanze si siano avvicinate, o quasi azzerate. Qualsiasi tipo di informazione è a portata di click. Certo, poi bisogna quanto meno verificare ma anche in quel caso le soluzioni sono alla portata di tutti e in tempi brevi.

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Tutta questa premessa per dirvi che all’epoca della mia vera infatuazione per la musica passata poi a posteri come “britpop” Internet non era così diffuso, per lo meno non lo era a casa mia o nei dintorni. Così, quando gli Oasis, i Blur o i Suede iniziarono a insinuarsi in me con le loro splendide canzone e atmosfere, avevo voglia di raggranellare ogni tipo di notizia su di loro e su altri gruppi. Le riviste erano sì fondamentali, eppure alcuni gruppi erano (giustamente, col senno di poi) lasciati in secondo piano. In Italia l’ondata inglese stava lentamente ma inesorabilmente arrivando, terminata la fortunata stagione del grunge in modo tragico (con il suicidio di Cobain) e in classifica emergevano soprattutto i già citati Oasis e Blur, protagonisti in patria dell’osannata, quanto artefatta, “battle of the bands”, ma anche Radiohead e, più tardi, Verve. Scorgendo le classifiche inglesi però, accanto a questi gruppi divenuti poi classici del loro tempo, stavano a far bella mostra di sé altri esponenti del ribattezzato filone britpop. Gente che gli appassionati del genere conosce bene ma che in realtà da noi ebbero poca eco a livello di massa. Alludo a Bluetones, Ocean Colour Scene, Menswe@r, Sleeper, Elastica. Tutti gli altri nomi che ogni tanto finivano nei primissimi posti in classifica erano magari meteore ma di mia conoscenza. Invece quegli “Smurfs” proprio non mi dicevano niente. Mai una riga in nessuna rivista musicale, mai indicati nel britpop, il nome tradotto che non mi diceva assolutamente nulla (non c’erano Internet, lo ricordo, e i dizionari cartacei di inglese non riportavano nessun termine associato a questo bizzarro nominativo). Insomma, buio totale per me. Eppure per quasi 2 anni consecutivi rimasero nei piani altissimi delle charts inglesi, sia per Melody Maker che per New Musical Express, in classifiche ufficiali quindi. Ricordo che nel ’96 in particolare “The Smurfs go pop” stette al primo posto quasi per un mese! Ah, e nessun video mai visto su Mtv, allora rete esclusivamente musicale e che sul britpop puntò moltissimo. Passarono anni, di loro mi dimenticai celermente. Quando anni dopo capii chi fossero, quasi mi vergognai della mia “ricerca” folle iniziata prima. Per fortuna non ne parlai con nessuno dei miei amici super appassionati. Perché mi è venuto in mente tutto questo nel 2014? Perché, proprio vicino al mio ufficio, la mia collega aveva sopra la scrivania un pacchetto di fazzoletti, probabilmente dei suoi bimbi, con sopra disegnati i mitici Puffi e la scritta, in inglese, “The Smurfs”! Hai capito, e io che credevo che Cristina D’Avena con le canzoni dei cartoni facesse successo solo da noi. Invece, anche nell’Inghilterra tanto all’avanguardia in fatto musicale, in charts dominate dai gruppi britpop, i più venduti erano gli strani ometti blu con le loro simpatiche canzoncine!

ps: nella settimana in cui in Inghilterra “The Smurfs go pop!” era primo in classifica, da noi in Italia in vetta stazionava Olmo & Friends, il disco del personaggio di Fabio De Luigi lanciato con successo nel programma della Gialappa’s Band!

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C’è voglia di Britpop! 1994-2014: il movimento compie 20 anni

Il 2014 è anno di ricorrenze in ambito musicale. Molto si è scritto riguardo l’anniversario della morte di Kurt Cobain, leader degli indimenticabili Nirvana, e d’altronde il peso specifico che quel gruppo, ma direi più nello specifico proprio il suo biondo e tormentato leader, hanno rappresentato per tutto il movimento grunge è stato davvero notevole, se non decisivo.

Per molti addetti ai lavori quel genere musicale, così ibrido tra istanze ribelli, punk e rivoluzionarie, rappresentativo di un reale malessere dei suoi massimi interpreti, e suoni talvolta impregnati di quell’hard rock un po’ classico, fu davvero l’ultimo serio vagito “generazionale”, prima dell’ingresso nella “neo-modernità” fatta di tanta tecnologia, internet, social, talent e chi più ne ha, più ne metta.

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Eppure, coevo seppur distante da esso anni luce, e nato anzi in un primo momento quasi come contraltare, come urgente risposta artistica, 20 anni fa, veniva sancito anche il momento di apice di un altro movimento musicale, altrettanto di impatto sull’epoca e come il grunge, tirando le fila, abbastanza effimero: il cosiddetto “britpop”, di matrice assolutamente inglese, come segnala già il nome.

Britpop che in sè non significava nulla, perchè includeva la radice “brit” e “pop”, il chè poteva significare che inclusi finissero gruppi anche distanti anni luce fra loro, accomunati però, almeno nel periodo di massimo fulgore, tra il ’94 e il ’97 (ebbene sì, direi che il boom del movimento si può incasellare in quel triennio) da un sentire profondo comune, anche da un’estetica di fondo se vogliamo (pur con tutti i distinguo del caso), ma soprattutto dalla voglia, dal desiderio di riappropriarsi delle proprie caratteristiche, dei propri valori, dei costumi che sembravano essere stati brutalmente spazzati via dall’ondata dei gruppi americani.

Lo esemplifica perfettamente questo pensiero, ergendolo a filosofia, il leader dei Blur Damon Albarn in tante interviste dell’epoca e lo ribadisce a gran voce pure nella biografia ufficiale del gruppo “3862 giorni”. D’altronde proprio Albarn, di recente tornato con un interessante progetto a suo nome dai toni malinconici e minimali, era a capo della band più in voga al periodo, e poteva ben fare da portavoce a tante band, essendo passato da diverse fasi prima di giungere al meritato e straripante successo col best seller “Parklife”, uscito nel 1994.

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Ed è divenuto quasi spontaneamente pure quell’imperdibile disco il simbolo stesso del periodo di massimo fulgore del movimento, tanto che all’unanimità si festeggia il ventennale del Britpop, facendo riferimento all’esplosione in classifica del disco in questione, dopo che i Blur nelle precedenti uscite si erano solo timidamente fatti conoscere, ma apparendo meno credibili in ambito “baggy” ai tempi del loro esordio “Leisure” rispetto a band simbolo di “Madchester” come Stone Roses, Charlatans o Happy Mondays, o al contrario troppo in anticipo sui tempi nel ’92 quando partorirono “Modern life is rubbish”, in un momento in cui il britpop appunto non era ancora in auge e imperava la brevissima stagione dello shoegazing caro a band come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride.

Nel ’94 invece i semi erano stati gettati, non solo abbondantemente dagli stessi Blur, ma seppur con modalità diverse e con musiche che partivano da altri modelli, anche da gruppi attivi come Suede, Pulp, Auteurs, Manic Street Preachers, persino i Radiohead che col primo disco in realtà fecero proseliti soprattutto in Usa grazie a un inno che paradossalmente spruzzava più di morente grunge che non di frizzante britpop: “Creep”.

Inoltre, esattamente 20 anni fa, gli Oasis che avevano debuttato un anno prima con “Definitely Maybe”, raccolsero i frutti, decollando in classifica e piazzando una serie interminabile di hit nelle charts indie e non solo, spianando la strada a quella rivalità che i media inglesi (su tutti Melody Maker e New Musical Express) fecero poi deflagrare nella “battle of the bands” dell’anno successivo quando l’attesa per l’uscita dei due nuovi singoli anticipatori dei rispettivi album di Blur e Oasis, si fece davvero spasmodica. Sulla scia di un’esposizione clamorosa e di un successo certificato in milioni di copie, con successi mietuti in Europa, le due band fecero da volano a tantissimi altri gruppi che si muovevano su territori filologici molto simili, più che su territori puramente musicali. Gruppi di giovanissimi come Supergrass o Menswe@r fecero il botto in classifica, ma se i primi seppero crescere di album in album, evolvendosi e abbandonando quelle sonorità allegre, super pop, “beatlesiane” della prim’ora fino a diventare una indie rock band con tutti i crismi, i secondi, guidati dall’enigmatico Jonny Dean, non durarono che il tempo dell’esordio “Nuisance”, visto che già la replica, “Hay Tiempo”, è ormai da tempo roba per collezionisti, essendo stato distribuito prevalentemente in Giappone, dove la band aveva un seguito enorme. E che dire di band quali Bluetones che piazzarono ai piani alti almeno due singoli destinati a divenire classici del genere quali “Bluetonic” e “Slight return”? Guidati da una coppia di fratelli, sembrava sin troppo evidente il rimando ai Gallagher. Anche Ocean Colour Scene (per un biennio addirittura superiori in patria sul piano delle vendite agli Oasis), Cast, guidati dall’ex bassista dei mai dimenticati La’s, gli Sleeper e gli Elastica, guidati da due “sex symbol” del movimento, i Verve che esplosero proprio in quel periodo dopo essersi sciolti anni prima, gli Ash, i Marion, i Mansun, i Kula Shaker, persino i Placebo a inizio carriera, gli Shed Seven e i Gene, tanto per citare gruppi tanto diversi gli uni dagli altri, per alcuni anni divennero delle vere star del movimento. Queste band entrarono nel cuore di migliaia di fans, non solo in Inghilterra, ma creando solide basi di sostenitori fedeli nel tempo anche nel resto d’Europa, come ho avuto modo di verificare in occasione di stupende reunion (quella dei già citati Shed Seven, ma anche di gruppi molto meno celebri come Northern Uproar, Geneva o i più primordiali Adorable, già inseriti nel filone “shoegazer”). Se i nomi poi si ampliano come fama e impatto, è inevitabile che anche nei rispettivi concerti di reunion, il numero dei presenti e le dimensioni dell’evento siano più rilevanti: è stato il caso dei fortunati concerti di Pulp, Suede e appunto Blur, chiudendo il cerchio del discorso. A questo punto mancherebbero all’appello gli Oasis che sul piano dei numeri furono certamente il massimo mai raggiunto per un gruppo inglese dai tempi di Beatles e Rolling Stones. Mai come nel loro caso sarebbe una manna dal cielo, considerando il basso profilo intrapreso dai Beady Eye dell’inquieto Liam con alcuni ultimi sodali degli Oasis e il progetto solista di Noel che, seppur non deludente, non ha aggiunto nulla di memorabile al catalogo di canzoni messe a reperto dal brillante autore di Manchester.

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Insomma, nell’aria c’è voglia di Britpop, di recuperare e di mettere ordine all’interno di un periodo che, seppur  breve, dicevamo, ha comunque segnato inesorabilmente i cuori e gli animi di molti appassionati, fermo restando che la musica inglese non si è mai fermata dal produrre band e artisti assolutamente di rilievo anche negli anni a venire (basti pensare che sul finire del decennio e inizio duemila arrivarono Coldplay, Muse, Keane, Kaiser Chiefs, anche se i tempi erano inevitabilmente mutati e così pure le “mode” e il significato originario che stava alla base dell’irruenza e dell’ascesa del britpop).

E sono felice di anticipare che tra i miei vari progetti editoriali ci sarà pure quello di un volume enciclopedico sulla storia del britpop anni ’90, con la raccolta più completa possibile di tutti i gruppi, famosi e meno, seminali o di nicchia, che hanno contributo a rendere unico quel periodo della storia della musica inglese e non solo, con schede singole e tutte le discografie. Sarà un progetto in cui avrò il piacere di coinvolgere un mio carissimo amico giornalista, uno dei massimi esperti in materia (lo scrivo senza timore di smentita), attuale collaboratore tra gli altri della storica rivista Rockerilla, che in quel periodo dedicò tantissimo spazio alle band che prenderò in esame. Sarà stupendo scrivere un libro a quattro mani con colui che da 20 anni – guarda caso – è anche uno dei miei migliori amici (chiudendo con una nota altamente autobiografica, posso dire che sarà persino uno dei miei testimoni di nozze!). Ne riparlerò a tempo debito ovviamente, ma l’idea è più che concreta!

 

Blur live in Italia: si va di britpop!

Dopo i Pulp, visti l’anno scorso a Pordenone, è la volta dei Blur che torneranno in Italia per una mini serie di concerti. E tutti i fans del gruppo, come me, non possono che gioire, visto che si tratta di un gruppo che assolutamente ha fatto la storia – non solo del pop rock di matrice inglese anni ’90 – ma di tutto un periodo musicale davvero unico, se si pensa che in quel decennio ci furono pure l’esplosione del grunge e la definitiva consacrazione dell’hip hop. Ma un nuovo rinascimento inglese lo si era avuto proprio grazie al quartetto di Colchester, che ha saputo, partendo dal movimento baggy, progredire vorticosamente album dopo album, fino all’epocale “Parklife”, manifesto di un’intera generazione brit-pop. Poi ci fu la rivalità con gli altri super big del genere, gli Oasis dei fratelli Gallagher e la svolta totale da un punto di vista musicale, con la rinuncia alle facili melodie beatlesiane in favore di suoni più sporchi, più rock ma in un certo senso più articolati, più “artistici” sulla falsariga di ciò che, in modo assai più grezzo, producevano quando da giovanissimi ancora si facevano chiamare Seymour.

I Blur ai tempi d'oro, negli anni 90

I Blur ai tempi d’oro, negli anni 90

Un grande gruppo quello di Damon Albarn, poliedrico frontman, Graham Coxon, geniale e schivo chitarrista, Alex James, il bassista glamour e Dave Rowntree, che tutto sembrava tranne che un batterista rock.

La sigla Blur era stata in qualche modo congelata, ma già dopo la dipartita dell’irrequieto Coxon, che mal sopportava le luci accecanti del successo e del music business, di fatto non esisteva più, con i componenti della band tutti protesi verso altri progetti.

Soprattutto il leader Albarn, l’intellettuale del gruppo, si era dato un gran daffare in questi anni, sia alla guida dei Good, Bad & Queens, poliedrico gruppo pop orchestrale, fautori di un album che sapeva di colonna sonora morriconiana, sia come mentore e factotum della sigla Gorillaz, dietro la quale appunto si celava il suo genio creativo. Band virtuale, composta da personaggi fumettistici, assieme al produttore Dan Nakamura e al disegnatore Jamie Hewlett, ha messo insieme una miriade di singoli pop dance elettronici, in grado di scalare le classifiche internazionali grazie al sound dall’indubbio appeal.

Graham aveva continuato a pubblicare validi album lo-fi, mentre Alex si era prodigato sopratutto come autore e conduttore tv, famoso soprattutto per un suo documentario sul trattamento della coca in Colombia.

La reunion dei 4 era già avvenuta fragorosamente nel Regno Unito, con splendide e acclamate esibizioni nei Festival più prestigiosi di Inghilterra; poi era stata la volta di un paio di nuovi brani, più vicini alle atmosfere degli ultimi Blur a dire la verità, più che di quelli freschi e orecchiabili dei tempi belli, ma è stato pur sempre una grande gioia risentirli in studio.

Ora finalmente l’ufficialità delle date italiane e… noi ci saremo, in prima linea! Con gli amici di sempre, appassionati incalliti brit pop, con la nostalgia che scorrerà a fiumi, con la felicità che si leggerà nei nostri occhi, con le canzoni da mandare a memoria, in cori sfrenati. Immensi Blur, ci vediamo a luglio!

I Blur di nuovo insieme, versione 2013

I Blur di nuovo insieme, versione 2013

Oggi la replica dell’ultima puntata di OUT OF TIME! un saluto e un piccolo bilancio su questa splendida avventura radiofonica

Oggi alle 15 andrà in onda la replica dell’ultima puntata del mio programma radio OUT OF TIME, da me ideato e condotto per 15 settimane , da ottobre scorso a oggi.

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Da molto tempo mi ero staccato dalla conduzione radiofonica, sia per oggettivi altri impegni, sia perchè sembrava un’avventura stupenda ma in ogni caso relegata a un determinato periodo della mia vita (quello universitario, quando assieme agli amici Ricky, Nicola, Fabrizio e Claudio ci eravamo avvicinati a Radio Popolare Verona).

Invece negli anni non ho mai abbandonato definitivamente questo mondo, soprattutto in occasione di eventi, concerti o quant’altro mi ritrovavo spesso in prima linea con gli amici  di sempre. Fu in quel modo che conobbi Dalse di Yastaradio, il quale da subito pensò a un eventuale spazio all’interno della sua interessante webradio (per cui già da anni Ricky collaborava).

All’inizio, parlo di circa 5 anni fa, non me la sentii di dare l’ok per una cosa che richiede molto tempo, visto che tra lavoro, collaborazioni varie e impegni personali sapevo di essere incasinato. Quindi, ho iniziato in sordina, da recensore di molti dischi. Tra articoli e interviste, la collaborazione è andata avanti per anni, fino al “rompete le righe” e alla decisione di riprendere in mano un microfono.

15 puntate, tutte diverse ovviamente una dall’altra, molto “libere” nella più ampia accezione del termine, nel senso che il contesto di Yastaradio assomiglia davvero, nei suoi aspetti migliori e più interessanti, al periodo degli anni 70 e delle radio libere.

La prima puntata è stata di rodaggio: è andata bene, in molti amici mi hanno ascoltato, e il Dalse mi disse che me l’ero cavata egregiamente per essere una sorta di seconda “prima volta”.

In realtà la voce era rotta dall’emozione, parevo a tratti il buon Ezio Luzzi, come mi fecero ironicamente notare alcuni amici ma la prova fu superata.

Poi è stato un crescendo, sia per qualità della proposta, sia per una maggiore sicurezza acquisita.

A me piace parlare, raccontare aneddoti, chicche su questo o quel gruppo, e talvolta ho parlato forse sin troppo, ma in realtà direi che sono soddisfatto. La conduzione, a detta di molti, si è fatta via via più sciolta e brillante (conservo ancora tutte le vostre mail contenenti suggerimenti, consigli, piccole critiche e complimenti) e a livello musicale spero di essere riuscito ad accontentare un po’ tutti, visto che ho alternato tanti generi, tanti artisti, tante canzoni, molte legate agli anni 90 (argomento principe di un mio saggio di prossima uscita) ma altre slegate da contesti e riconducibili agli anni 60/70 fino ai giorni nostri.

Alcune puntate sono state “speciali”: come quella dedicata ai cantautori, puntata tra le più apprezzate, o quella sulle voci femminili. Altre sono state di tipo monografico, nelle quali ho dedicato spazio e tempo ad artisti che stimo come i Modena City Ramblers, i Rem (da cui ho preso il titolo del programma stesso) al Britpop, con la riproposizione della “battle of the bands” che vide contrapposti nel 95 i due gruppi più famosi di quel filone,i Blur e gli Oasis.

Due puntate le ho dedicate al movimento del rock italiano e, a dir la verità,  sono quelle che mi hanno fatto giungere più messaggi sulla mia casella elettronica. Soprattutto mail di ringraziamento per aver ripescato questo o quel gruppo ma anche gente che mi chiedeva come mai ho dedicato poco spazio a Afterhours o Marlene Kuntz, quando invece (basta riascoltare le puntate) ho speso ovvie parole d’elogio per due tra le più rappresentative band italiane emerse negli ultimi 20 anni.

Un’avventura splendida, questa di OUT OF TIME, che ora per sopraggiunti imminenti impegni, devo gioco forza sospendere. Nel corso della 15esima puntata mi sono perso tra saluti e ringraziamenti, ma ci tenevo particolarmente.

Ora però posso annunciare con estrema sicurezza  che mi risentirete presto in radio, visto che preparerò 5 puntate di tipo monografico  per il programma già avviato “MonoFono”. A me piace moltissimo sviscerare le storie degli artisti, andare alle radici e raccontarne i momenti salienti della carriera.  Mantengo un po’ di mistero sugli artisti ai quali mi dedicherò, anticipando solo che si tratterà di 3 band straniere, di cui una “classica” e due più contemporanee (e ancora sulle scene internazionali) e di due artisti italiani.

Insomma, il mio è un arrivederci! Ci sentiremo presto dalle frequenze web di http://www.yastaradio.com.

Un saluto enorme e un grande GRAZIE a chi mi ha sempre sostenuto e incoraggiato in questo mio programma.

Torna il mio programma radio OUT OF TIME, tutti i venerdì su Yastaradio

Dopo la pausa doverosa in concomitanza con le festività Natalizie, stasera al consueto orario (21 – 22,15) ritornerà puntale la mia trasmissione radiofonica OUT OF TIME, in onda sulle frequenze web di Yastaradio.com.

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Si tratta già della dodicesima puntata, un grande traguardo, su cui posso abbozzare un primo bilancio.

La trasmissione procede bene, con possibilità per gli ascoltatori di potermi sentire pure in replica, ad un orario in cui molti sono in ufficio per lavoro o in auto, dalle ore 15 alle 16.15 circa). Per alcuni fedeli sostenitori l’appuntamento preferito è il venerdì, prima di approntare la serata, per altri appunto il martedì pomeriggio.

La piena libertà artistica mi ha consentito, nell’arco di questi primi 3 mesi (come vola il tempo!) di sperimentare, proponendo la musica che essenzialmente prediligo. Ma siccome non sono legato a un genere in particolare, la natura del mio programma è spesso ondivaga, anche se molto spazio è stato dato al movimento del rock tricolore, visto che difficilmente alcuni brani, o alcuni artisti vengono passati nelle radio tradizionali. Il bello di una webradio, e di Yastaradio, nello specifico, è il clima da “radio libera” che si respira, la possibilità di spaziare, di non incasinarsi in scalette o dettami commerciali. Questo non a scapito della pura improvvisazione o della scarsa professionalità, in certe cose il Dalse, il boss della radio, è fermo e sempre “perfetto”.

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Ma c’è una libertà di espressione, di avvallare idee, di proporre brani dimenticati, di lanciare alcuni nomi nuovi, di trattare argomenti tematici, non solo a livello musicale… a me è successo con alcune puntate in particolare, una dedicata all’editoria italiana, un’altra con la descrizione e l’analisi di due film antitetici che avevo visto in sequenza.

Nella puntata del rientro dalle “vacanze” metterò in onda una monografia, dopo quella sui Modena City Ramblers. Stavolta però parlerò di due gruppi, e della loro storica rivalità che aveva toccato vette nel periodo d’oro del Britpop, quando andò in scena la famosa “Battle of the bands”, quella disputata tra Blur e Oasis.

Nostalgici del pop inglese anni ’90, quindi, mi rivolgo direttamente a voi… stasera, collegatevi con Yastaradio e vi ritroverete scaraventati nuovamente nei mitici anni ’90, quando sembrava che Damon Albarn e Liam  Gallagher fossero i nuovi dominatori del rock mondiale.

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E così posso anche annunciarvi che, al termine delle 15 puntate di OUT OF TIME, non lascerò la conduzione “tout court” visto che sarò impegnato proprio con una serie di puntate monografiche dedicate a singoli artisti. Senza pretese di insegnare chissà che, però mi piace l’idea di una radio che possa ancora fare informazione musicale, perchè non dobbiamo dare per scontato che l’ascoltatore sia sempre ferrato in tutti gli argomenti musicali, o al contrario che consideri la radio solo come pure intrattenimento. A quanto pare, gli ascoltatori di Yastaradio sono fedeli, appassionati e anche curiosi, competenti. E io spero con Out of Time di garantire brillantezza nella conduzione, così come professionalità e un pizzico di allegria.

Splendida serata a Pedemonte con i Northern Uproar e le giovani Lovecats

Venerdì sera ho assistito, o meglio partecipato, a una splendida esibizione live di uno dei gruppi maggiormente rimasti nel cuore degli appassionati britpop: i Northern Uproar, in quel dell’osteria Panevino di Pedemonte, splendida seconda volta con un appuntamento legato al revival inglese anni ’90 dopo l’exploit dell’anno scorso con Pete Fijalkowski, leader dei mai dimenticati Adorable.

Il fatto che a capo dell’organizzazione dell’evento ci fossero amici veri come Ricky, Elisa e Claudio e che di fatto ci si sia ritrovati in un clima di piena socievolezza e spontaneità, ha conferito al tutto un’aurea ancora più magica all’evento, già di per sè imperdibile. In duetto i Northern Uproar da Manchester hanno gettato l’anima nello spazio adibito al concerto, “maltrattando” le chitarre acustiche nel tentativo di ricreare le sferragliate elettriche dei brani che li resero celebri una quindicina d’anni fa, quando sul filone degli Oasis, si buttarono nella mischia con il loro efficace “pub rock”, come spesso veniva definito dai media inglesi quella splendida miscela di melodia e irruenza giovanile.

Invece, in questa veste, a risaltare sono state soprattutto le fresche melodie, mai smielate, ma comunque intense e romantiche, nonostante all’apparenza i due non paiano proprio dei modelli di bon ton, pur essendosi dimostrati invero disponibilissimi, alla mano e per nulla altezzosi.

Ad aprire il concerto ci hanno pensato le Lovecats, interessante duo veronese, in cui a colpire sono soprattutto l’omogeneità e il grandissimo equilibrio non solo formale e musicale, ma pure di impatto visivo delle due giovanissime cantautrici, le quali hanno interpretato tutti brani autografi. Simpatiche, sbarazzine e per nulla a disagio, mostrano piena consapevolezza mischiata a una normale stesura acerba dei propri pezzi, e non potrebbe essere altrimenti, essendo loro nate nel ’94. Si prospetta un futuro roseo per le due, in possesso di una voce flebile, ma accompagnata da una grinta e una personalità già ben definite, come si evince pure dal modo di interagire col pubblico. L’impianto è quello tipico del folk, secondo un atteggiamento chiaramente lo-fi.

Come non concludere sottolineando il grande impegno di Riccardo, Elisa e Claudio nell’essere riusciti a organizzare questa mini tourneeè che vedrà impegnati i Northern in altre due date ravvicinate. Bello, accogliente il locale e sempre stupendo immergersi in un mondo britpop che ha caratterizzato la nostra crescita e passione musicale e che è stato in grado di unire persone così diverse, ma accomunate da identiche istanze musicali, soprattutto nell’approccio al disco, al concerto, alla scena. E a 35/37 o 45 anni si può ancora chiudere gli occhi, inserire un disco dell’epoca nel lettore cd, pardon mp3 e tornare a ballare come fossimo a Camden.

PELLEeCALAMAIO intervista in esclusiva Daniele Groff

E’ stato un grande piacere per me intervistare un artista che ho sempre stimato e seguito attentamente lungo tutto il suo percorso: Daniele Groff!

Nome emergente del panorama pop rock italiano di fine 90, ha all’ attivo un decennio di buoni dischi, singoli di successo, collaborazioni prestigiose (tra cui quella con Renato Zero) e innovazioni sulla scia di uno stile di molto debitore dell’allora fiorente britpop (Oasis su tutti) ma pure originale, specie negli arrangiamenti.

Successivamente entra in una fase di apparente oblio, in un quinquennio sabbatico, almeno per quanto riguarda la produzione in studio, fino al ritorno sulle scene con un progetto veramente nuovo.

Ne parlo al telefono con il diretto interessato che non nasconde il suo grande entusiasmo per la sua ultima iniziativa.

“Sì, Gianni, è così. Non nascondo che si tratti di un progetto davvero innovativo, almeno per il contesto italiano, e mi auspico precursore di un nuovo fenomeno: il crowdfunding.

In pratica si tratta di raccogliere fondi per dei progetti, per offrire un servizio, un prodotto. E’ un processo rivoluzionario, nel quale credo molto, che dà modo a chiunque di contribuire concretamente alla realizzazione di un qualcosa, nel mio caso ovviamente di un progetto musicale”

“Direi che, detta così, si tratterebbe davvero di qualcosa di inedito per l’Italia?”

“Sì, è un concetto nuovo, e come tale facile anche a fraintendimenti, equivoci. Non si tratta certo di spillare soldi a nessuno, ma di dare la possibilità reale a chi vuole farlo (amici, fans, appassionati) di co-finanziare un prodotto che poi verrà messo in commercio. Una raccolta fondi, detta in parole più semplici, necessaria anche per gli artisti di una certa fama, specie considerando i tempi che stiamo percorrendo, tra crisi del disco, perdita di una coscienza culturale e musicale. Non sono stato proprio il primissimo in Italia, ma di certo questa cosa sta avendo un’eco positiva, se ne sta parlando e discutendo in giro”

“Quindi, tu Daniele, utilizzi una piattaforma per mettere a disposizione i tuoi pezzi?”

“Esattamente, o meglio, ho caricato il mio progetto di crowdfunding in una piattaforma europea, poco nota ancora in Italia, ma in piena espansione all’estero: si chiama “Ulule”. Ho mutuato questa esperienza da un’amica americana che ha riscosso un buon riscontro con un’iniziativa identica mediante una piattaforma americana “Kickstarter”. Non posso prevedere il futuro ma sono soddisfatto di quanto seminato finora. Il 17 ottobre è il termine per la mia raccolta fondi, l’obiettivo era di arrivare a una somma non immensa ma quanto mi basta almeno per partire a registrare i pezzi in uno studio come intendo io e con strumenti ad hoc. L’obiettivo che mi prefiggo infatti è quello di arrivare più in alto possibile, e questo per me significa insinuarmi nel difficilissimo mercato inglese. Mi piacerebbe ottenere un sound altamente professionale e proporre i nastri a produttori quotati, per questo è un po’ che faccio spola Inghilterra/Trento. Non è facile, soprattutto per noi italiani, un po’ periferici e marginali al cospetto di un mercato inglese e americano, il top per un musicista.”

“Beh, a sentire i tuoi dischi e, andando a ritroso, mi sembra che tu parta da ottime referenze musicali, visto che sin dai tuoi esordi, hai proposto una musica veramente diversa da ciò che andava all’epoca in Italia. Era il periodo del rock alternativo (Marlene, Afterhours, CSI, Bluvertigo e molti altri) e tu te ne uscisti con un album pieno zeppo di citazioni britpop, impregnato di quel sound molto filo- Oasis ma che ricordava più che altro un tuo mondo di riferimento ben preciso, al di là del punto di vista prettamente musicale. E singoli come il tormentone “Daisy”, “Io sono io” o “Adesso” hanno riscosso un notevole successo”

“Quello che dici è vero, ho da subito cercato un percorso tutto mio, meno incline alle tendenze del momento e penso di aver ottenuto quanto meritato sul campo. Ho avuto soddisfazioni, erano anni ancora buoni per la musica, si vendevano dischi, si andava al Festivalbar, ho fatto Sanremo (tra l’altro senza mai snaturarsi, ndr) ma sin dall’inizio ho pensato di evolvermi, senza adagiarmi sugli allori. In molti spingevano verso una direzione più pop, simile all’album di debutto, invece poi me ne sono uscito con un album meno immediato, diverso negli arrangiamenti, fino a “Mi accordo” che doveva rappresentare una summa del mio percorso musicale”

“Mi accordo” a mio avviso è un grande album, con l’esperimento della canzone bilingue, pezzi in italiano e diversi pezzi in inglese, alcuni dei quali di grande spessore. Penso in particolare a “By Yourself” che davvero non avrebbe sfigurato in uno dei primi album dei fratelli Gallagher”

“L’album secondo me ha mantenuto le promesse, ma come dicevo, io sono sempre alla ricerca di soluzioni nuove, e quindi, pur avendo un approccio quasi naturale con la lingua inglese, perché l’ho studiata da anni e conosciuta a fondo, tento il salto, produrre un disco per il mercato inglese, o meglio, per tutti ovviamente, ma magari sotto l’egida di un’etichetta inglese. Ho conosciuto un artista danese, Mads Langer, noto per la sua bella cover acustica del celebre brano “You are not alone” e chiacchierando con lui abbiamo evidenziato gli stessi problemi legati alla musica e alle categorie di mercato. Ci sono in sostanza tre fasce distinte: la prima riguarda Paesi che hanno il predominio delle produzioni, ovviamente USA e Inghilterra, poi c’è il mercato europeo, con artisti che, magari cantando in lingua inglese riescono a emergere oltre i loro confini, e poi c’è il mercato autoctono con i fenomeni “locali”, il che non significa che non siano progetti interessanti o validi, ma certamente poco esportabili. Io voglio provare umilmente, dandomi da fare, a entrare in prima fascia”

“Hai collaborato tra gli altri con Hinkel, chitarrista della famosa band tedesca dei Fool’s Garden (quelli di Lemon Tree per intenderci). Loro possono fungere da esempio di artisti non anglofoni che riescono a emergere al di fuori del loro contesto?”

“In un certo senso, sì, considera tuttavia che, per mentalità, la Germania, così come a maggior ragione i Paesi Scandinavi, hanno un approccio molto diverso nei confronti della lingua inglese, la parlano di più, sono in un certo senso avvantaggiati rispetto agli italiani.”

“Non posso non chiedetelo Daniele, come mai tutto questo silenzio? Era pure uscito un singolo nel 2007 che sembrava l’anticamera di un atteso nuovo album di inediti, a 3 anni dall’ultimo “Mi accordo” del 2004”.

“Semplicemente per quanto accennato prima: nella musica e nel modo di usufruire, utilizzare o produrre musica è cambiato tutto da un quinquennio a questa parte. Avevo pubblicato “Prendimi” nel 2007, avevo diversi altri brani pronti e ti lascio immaginare che all’interno della casa discografica in molti spingevano per far uscire il disco, uscire nel mercato. Il problema era che il mercato non c’è più, tolti ovviamente i super big della musica italiana o i nuovi fenomeni della tv. Con il mio produttore storico, con cui ho lavorato fianco a fianco sin dai miei esordi, non eravamo più in piena sintonia su certe scelte, capita quando si matura e si cresce, non solo da un punto di vista musicale. Non rinnego nulla del mio passato ma è logico che con l’assurdo discorso del “senno di poi”, alcune cose non le rifarei o le affronterei in modo diverso. Ma se ora sono così è anche per merito magari di quegli sbagli. Insomma, mettici pure che il singolo non aveva avuto tutta questa presa a livello radiofonico, se paragonato ad altre mie canzoni, fatto sta che il progetto di quel disco si è arenato, spegnendosi progressivamente: inutile procedere nell’arte se non si è convinti al 100% di quello che stai facendo. E ora eccomi qui, finalmente con la voglia di rimettermi in gioco nel vero senso della parola.”

“Non mi resta Daniele che farti il mio più grande “In bocca al lupo” per questo tuo nuovo progetto e augurarti che tu possa essere davvero precursore di un nuovo modo di fare musica”

“Ti ringrazio, Gianni. Guarda, come detto prima, credo molto nel crowdfunding, sono sicuro che negli anni diverrà sempre più popolare anche da noi e ne approfitto pure per ricordare che il 20 ottobre aprirà un sito tutto italiano dedicato appunto al crowdfunding, con una nuova piattaforma dedicata esclusivamente alla musica, si chiama “Musicraiser”, quindi qualche passo in questa direzione si sta facendo anche da noi”