Il momento no dell’Hellas Verona

Sembrava la squadra da battere, a detta di tutti, tifosi e soprattutto addetti ai lavori, la favorita numero uno per la promozione diretta in serie A. Invece l’Hellas Verona, dopo aver in effetti dato questa parvenza di grandezza suprema, pur nel contesto di un torneo non certo di gran livello, si è come liquefatto alle prime difficoltà, subendo ben 9 reti in due gare.

C’è già chi parla di crisi conclamata, di incapacità della squadra di reggere certi urti, certe pressioni, di una sopravvalutazione della rosa, dell’immaturità di alcuni elementi, di essersi montati la testa per le troppe luci dei riflettori. Dove sta la verità? E soprattutto, sarà caduta libera, da qui in avanti fino al termine del girone d’andata, quando si dovranno incontrare squadre di caratura medio/alta quali Bari, Entella, Cesena e Carpi, e le insidie del derby veneto rappresentato dal Vicenza?

Riavvolgiamo indietro il nastro. Non serve resettare tutto alla prima giornata, o ai presagi estivi: in fondo basta collocare il nostro timer a due settimane fa, all’indomani della netta vittoria esterna in quel di La Spezia, campo notoriamente ostico, sia per l’ambiente casalingo del Picco, sia per la qualità della squadra locale. Un 4 a 1 netto che diede il via a una girandola impazzita di complimenti, titoloni, spazi, previsioni da far girare la testa, col rischio concreto – e poi materializzatosi – che ciò facesse perdere la concentrazione in vista di una gara al Bentegodi che pareva quantomeno abbordabile, contro un Novara in crisi di identità e di risultati.

Dando per buone queste attenuanti, ma facendo in ogni caso registrare un campanello d’allarme (chè uno 0 a 4 tra le mura amiche non è mai un buon segnale di salute), ci si attendeva una reazione, la classica prova d’orgoglio contro un Cittadella, che sì aveva subito qualche battuta d’arresto dopo il folgorante inizio di stagione, ma che comunque rimaneva terzo in classifica, sorretto da entusiasmo, buon gioco e del ruolo certificato di rivelazione del campionato.

Pronti, via e dopo nemmeno 30 secondi il Pazzo metteva in rete dopo azione in velocità da manuale. Sembrava la chiusura del cerchio, col Verona pronto a riprendersi gli elogi e i titoli, oltretutto col ritorno al gol del suo principale campione, forse l’unico autentico della rosa. Altre giocate collettive o dei singoli, in quei primi 10 minuti, fecero drizzare le antenne anche a scafati uomini di campo ed esperti come i commentatori Sky Claudio Onofri e Daniele Barone, che a un certo punto si sbilanciarono dicendo che “sembra di vedere una partita di Champions League”.

Esagerazioni a parte, è per dare la misura di quanto potenzialmente forte possa essere il Verona, quanta qualità ci sia tra i piedi di alcuni elementi. I nomi non li cito ma sono proprio quelli che hanno occupato spazi nei giornali, nelle tv, guadagnando fior di titoli, di apprezzamenti e di investiture importanti per il futuro.

Si è trattato solo di un sogno allora? No, però occorre anche fare i conti con la realtà e ammettere, lo sappiamo poi bene per esperienza diretta, visto quante volte ci siamo già passati da promozioni dalla B alla A, che contano anche altri elementi, gli stessi messi in mostra ad esempio dai nostri ultimi avversari. La corsa, la determinazione, la grinta, la motivazione, la voglia di arrivare al traguardo (che, ahinoi, non era assolutamente già stato conseguito, anzi!), la tanto evocata personalità, di squadra e nei singoli.

Non ci si può abbattere alla prima difficoltà, al primo gol subito, alla prima sbandata, perchè quella è stata contro il Novara, erroracci arbitrali a parte. Invece, i nostri sembrano impauriti, inermi, indisponenti, a disagio, fuori contesto, fuori…categoria!

Una difesa colabrodo, errori che definire “da dilettanti” ancora non rende l’idea, l’incapacità palese di far fronte alla furia avversaria e la sensazione, reale (e già provata a dismisura nelle ultime due precedenti stagioni) che ogni singola azione offensiva avversaria potesse arrecarci seri danni, leggasi gol. Davvero, potevano essere 5 come 6 o 7, questa è la cruda realtà. E anche se sento invocare l’assenza di due buoni difensori cadetti come Caracciolo e Cherubin (ma non era l’ex enfant prodige del calcio italiano Bianchetti il punto fermo della nostra retroguardia?) come scusante per tanta imbarazzante pochezza difensiva, veramente mi pare fuori luogo appellarsi a questo.

Il fatto è che abbiamo sempre subito alla prima – e talvolta unica – concessione agli avversari. Poi ne facevamo 3-4 e tutti giustamente contenti ma non appena si alzavano i ritmi, gli avversari perdevano quella sorta di timore reverenziale (cosa che ormai non avrà più nessuno) e ci contrastavano sul piano della grinta, i problemi si manifestavano. La baracca la salvavano poi la qualità dei nostri interpreti offensivi, il tiki taka in chiave minore adottato da Pecchia a centrocampo, le parate – ebbene sì – del tanto vituperato Nicolas, che pareva imbattibile sulle palle alte, con quelle sue prese “sicure”. Già, sin troppo sicure, e questa sicurezza, forse addirittura questa “spocchia”nelle giocate in varie zone del campo, ha finito per nuocere impietosamente sui nostri risultati. Senza umiltà, senza la consapevolezza che non abbiamo ancora conquistato nulla, e tutto è ancora da dimostrare, non si va da nessuna parte.

Il calendario adesso non è d’aiuto, proprio per il nome delle avversarie che incontreremo, e sarà decisivo stavolta sì vedere se e come la squadra reagirà.

Pecchia si è assunto ogni responsabilità, ma è evidente che non è così. Io non rinnegherò mai il bel gioco e le belle sensazioni che mi ha trasmesso in questo primo scorcio di campionato. Amo il gioco offensivo, propositivo, di qualità, che dalle nostre parti mancava da tanto tempo ma ora mi aspetto più carattere da parte di coloro che hanno più doti. E allora, in fondo al pezzo, i nomi li faccio. Sì, proprio voi, Romulo, Pazzini, Siligardi, Fossati, Bessa… siete da serie A? Siete i “fenomeni” della B? Sapete davvero fare la differenza? E allora, ok, siate voi a tirare la carretta. Anche attraverso il bel gioco, ma non solo in questo modo. Soprattutto fatelo col cuore, lottando, senza perdervi d’animo, che nessuno ha mai chiesto di tornare in A a dicembre o di emulare il Barcellona.

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DOSSIER FIGLI E FRATELLI D’ARTE NEL MONDO DEL CALCIO

Nel calcio, come in ogni settore lavorativo, è facile imbattersi nei cosiddetti “figli d’arte”, quei protagonisti di una certa professione o disciplina che possono “vantare” un cognome di un certo prestigio, tale in alcune situazioni da poter ambire a possibilità di carriera altrimenti precluse. Pensiamo a tanti giovani rampolli di famiglia che assumono incarichi prestigiosi nelle aziende messe in piedi dai propri genitori o più semplicemente a certi fenomeni di vero e proprio nepotismo che hanno riguardato, sino ai nostri giorni in maniera persino preponderante, la sfera sociale e politica. Ma in alcuni ambiti è davvero impossibile bluffare, avvalendosi cioè di un importante cognome per fare strada. Pensiamo agli artisti in genere, del cinema o della musica, dove esistono belle eccezioni, ma a cui non basta chiamarsi “Lennon” o “Presley” per diventare ai livelli del padre, né tanto meno “De Sica”. Dove vige il talento, esistono delle forme di “giustizia” o quanto meno di obbiettività che indicano una strada privilegiata alla meritocrazia, diffusa ad ogni latitudine, in quanto queste regole valgono all’estero come in Italia, territorio privilegiato per questa inchiesta.

Nel calcio, come in tutti gli sport, d’altronde, alle chiacchiere si contrappongono dati, numeri e vittorie e, pertanto, non basta portare un nome sulla maglietta (per quanto prestigioso, pensiamo al “Maradona” del Cervia, la squadra del Reality “Campioni” che aveva assoldato il figlio di Diego sperando si presume in una ancora più efficace strategia di marketing, non fosse già bastata in quel contesto la tv). Ma neppure il fratello minore di Maradona, Hugo (una comparsata nell’Ascoli ventisette anni fa) seppe minimamente avvicinarsi a cotanti gesta calcistiche. Eppure, non sempre un cognome “di peso” si dimostra essere alla prova dei fatti un boomerang. Esistono casi importanti di giocatori che hanno avvicinato, eguagliato e in pochi sparuti casi superato i trionfi del padre, aprendo la porta a vere dinastie di atleti.

Foto storica, con l'immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell'Inter di Herrera

Foto storica, con l’immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell’Inter di Herrera

Sin dai tempi pionieristici pre- Campionato unico, era solito vedere nelle fila delle squadre, coppie di fratelli. Uno dei massimi esponenti calcistici degli anni 10 e 20 (ma la cui carriera si protrasse fin quasi a metà degli anni ’30, con una ricomparsa nel ’39 ad Arezzo a quasi 45 anni) è Luigi Cevenini, detto “terzo” (III in numeri romani, come si era soliti usare all’epoca), in quanto poteva vantare due fratelli maggiori e due minori calciatori come lui. Luigi tuttavia divenne presto il più completo, la star di famiglia, accumulando qualcosa come 190 partite in campionato condite da ben 158 reti, nonostante lo stop forzato di 4 anni in piena Prima Guerra Mondiale, dal 15 al 19, quando vestiva la maglia del Milan.

Nella Juve del quinquennio, centravanti infallibile e assai prolifico, prima di un ridimensionamento tecnico coinciso con un infortunio, era Felice Placido Borel, detto anche II, perché già il fratello di Aldo Giuseppe, anch’egli tra gli altri giocatore della Juve in precedenza. Borel II divenne campione del Mondo nel ’34, seppur da comprimario dietro i più affermati Meazza, Schiavio e Orsi, e segnò la bellezza di 132 reti in carriera in 257 gare di campionato, in pratica una ogni due partite.

Negli anni ’40, dal suo esordio in A sino al tragico epilogo di Superga, furoreggia il 10 di Valentino Mazzola, giocatore universale, riconosciuto dai più come il massimo talento della sua epoca. Porta in dote al Torino ben cinque scudetti consecutivi, intervallati dalla parentesi dello Spezia nel campionato di guerra del ’44, trascinando la squadra granata nella leggenda di questo sport. Eppure uno dei suoi figli, l’interista Sandro, riuscì a eguagliarne le gesta, nonostante una differenza tecnica piuttosto evidente, sia come ruolo che come personalità in campo. Sandrino, efficace sia come finto centravanti che successivamente come interno, vinse con la squadra nerazzurra ben 4 scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali, divenendo pure capocannoniere in una stagione (come successe al padre, seppur quest’ultimo non giocasse da attaccante).

Meno felice la carriera del fratello minore Ferruccio, che alcuni accreditavano da giovane come più promettente rispetto a Sandro, in possesso di una tecnica cristallina e di un modo di stare in campo (centrocampista puro o trequartista) non dissimile da quello del padre Valentino.

Eppure Ferruccio, piuttosto discontinuo, dopo le giovanili nell’Inter e la positiva esperienza di Venezia, sulle orme del padre, non seppe confermarsi ad alti livelli, mancando il salto di qualità in squadre come Lecco, Lazio e Fiorentina, sfiorendo in serie C a nemmeno 30 anni, con il Sant’Angelo.

Da metà degli anni ’60 fino agli inizi degli ’80 uno dei migliori cannonieri italiani è stato Giuseppe Savoldi, cresciuto nella fucina di talenti dell’Atalanta ma poi consacratosi tra Bologna e Napoli, dove divenne mister miliardo. Per lui, bomber di razza, la bellezza di 168 reti in 405 gare di campionato (con l’apice del titolo di cannoniere nel ’73 insieme a Pulici e Rivera, mentre poca fortuna ebbe in Nazionale, vista la concomitanza di tanti validi giocatori nel ruolo di prima punta.

Il fratello minore Gianluigi, precocemente scomparso a 58 anni nel 2008 dopo una grave malattia, pur talentuoso nel ruolo di mezz’ala non seppe avvicinarsi alle vette di Giuseppe, pur entrando dopo la trafila atalantina e due esperienze formative in categorie minori, nelle grazie della Juventus. Il bianconero tuttavia sembrava andargli troppo largo, vista la concorrenza di fenomeni nel ruolo (su tutti Capello e Haller) e così proseguì la carriera tra Cesena e Vicenza, senza tuttavia mai far decollare le buone premesse.

In genere, un ruolo completamente diverso rispetto al predecessore, può aiutare nell’allontanare confronti spesso rischiosi. Venendo quindi ai giorni nostri non si può certo dire che Daniele Conti stia sfigurando in serie A, seppur non toccando i vertici del padre Bruno, favoloso fantasista mancino protagonista del Mundial ’82 dove fu eletto da Pelè come miglior giocatore della manifestazione. Daniele non possiede le doti tecniche del padre ma abbina forza fisica e senso tattico da gran regista che gli hanno consentito, una volta smentito gli scettici, una carriera che sinora lo ha portato al totale di 361 presenze, quasi tutte nella massima serie, se si escludono i 4 anni di B ad inizio carriera, e quasi tutti con la sola maglia del Cagliari, squadra adottiva dopo il precoce esordio in maglia giallorossa sulle orme del padre.

Maggiori tuttavia i casi di figli d’arte nel calcio che non riescono ad esprimere quanto fatto in carriera dai loro padri. Per loro all’inizio il nome non è un problema, nel senso che più facilmente rispetto al ragazzino che parte dal club locale possono arrivare in vivai importanti ma poi molto spesso i riflettori cominciano a puntare su di loro. Tutti, dai tifosi alla dirigenza, ai semplici appassionati sportivi, si aspettano quel “qualcosa” in più che il cognome dovrebbe in qualche modo garantire, come se la genetica contasse su tutto. In questi casi essere “figli di papà” non aiuta, lo certificano casi come quelli di Alessandro Bettega, Mattia Altobelli, Marco Fanna, Mattia Pin che, seppur ancora giovani, hanno abbandonato da tempo sogni di gloria e di professionismo, mentre appare impervia anche la strada di Gianmarco Zigoni e Matteo Mandorlini, nonostante l’indubbio talento messo in mostra nelle categorie giovanili.

Dura pure la vita dei fratelli d’arte, specie se il tuo, di nome Roberto,  è stato Pallone d’Oro nel ’93, finalista al Mondiale l’anno successivo o molto più semplicemente il miglior giocatore italiano degli ultimi 50 anni. Eddy Baggio ha speso una carriera tra tanta serie C e un po’ di B, segnando comunque a palate (soprattutto nelle Marche, ad Ascoli e Ancona ma anche a Pisa e Catania tra le altre) e onorando il suo cognome con tanta passione e dignità.

E mentre all’orizzonte del grande calcio si stanno affacciando i figli di Maurizio Ganz e Antonio Comi (rispettivamente Simone e Gianmario), trascinante coppia gol dell’ultima Primavera del Milan, a Carpi si è fatto le ossa Filippo Boniperti, nipote del grande Giampiero, icona juventina e a Gubbio l’anno scorso ha ben debuttato il centrale difensivo scuola Torino e Inter Simone Benedetti (figlio del cuore Toro Silvano), c’è anche chi ha saputo superare, forti di una carriera straordinaria le pur bellissime carriere dei propri cari.

Christian Vieri, possente attaccante che ha militato in tantissime squadre (le due di Torino, le due milanesi, la Lazio, l’Atalanta, l’Atletico Madrid, il Monaco, la Fiorentina e negli anni di gavetta al Pisa, al Venezia e al Ravenna) è uno dei più prolifici attaccanti italiani di sempre, con i suoi 142 gol in serie A. In tutta la carriera ne segnerà ben 194 solo nei vari campionati con l’apice dei 24 gol in altrettante gare nell’unico anno in Spagna con i “Colchoneros” e i ben 103 in 144 con la maglia dell’Inter, tra il 1999 e il 2005, periodo in cui da molti addetti ai lavori era considerato il miglior centravanti del mondo.

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Il padre Roberto, gran talento della trequarti negli anni ’60, agiva in posizione più arretrata, da classico 10 di fantasia e giocò le sue migliori stagioni alla Sampdoria, ma poi fallì alla Juventus e successivamente si limitò al compitino alla Roma e al Bologna. Dotato di ottima tecnica ma di scarsa propensione al sacrificio, optò poi per scelte di vita che lo condurranno prima a giocare a Toronto e successivamente in Australia, dove nacque l’altro figlio Max, anch’egli discreto giocatore cadetto in Italia, ma senza la grinta e la personalità del fratellone “Bobo”.

Il caso più eclatante di giocatore italiano in grado di superare la già egregia carriera del padre è tuttavia quello di Paolo Maldini, figlio di Cesare.

Quest’ultimo, classe ’32, triestino di ferro, dopo due promettenti stagioni nella squadra di casa, la gloriosa Triestina di cui divenne a soli 21 anni capitano, passò al Milan, legando indissolubilmente il suo nome al club rossonero, forte di 347 presenze e 3 reti. Difensore straordinario, col fisico, il senso tattico, uno dei più efficaci primi “liberi” del nostro calcio, si impose grazie anche alla strabordante personalità e intelligenza calcistica. Battendo in finale il Benfica di Eusebio nel ’63, toccò a lui, emblema e capitano del Milan, alzare in cielo la prima Coppa dei Campioni, stessa sorte toccata esattamente 40 anni dopo dal figlio Paolo, che di coppe dei campioni prima ne aveva già vinte 3 e successivamente nel 2007 a quasi 39 anni  ne avrebbe vinta un’altra, portando così il suo totale a 5.

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(la dinastia dei Maldini: Paolo e il padre Cesare alzano da capitani la Coppa dei Campioni con la maglia del Milan… e all’orizzonte si prepara per il grande calcio il giovane Christian, classe ’96, figlio di Paolo e già negli Allievi dei rossoneri)

Difensore universale, ha composto per anni una delle difese meglio assortite di tutta la storia del calcio, con Tassotti, Costacurta e Baresi, debuttando da terzino sinistro, ruolo in cui si impose come il migliore in assoluto della sua epoca, per poi passare in tarda età a centrale, sulla falsariga di altri grandi difensori italiani. Sin dal suo debutto in serie A, datato 20 gennaio 1985 a nemmeno 18 anni, fu palese che del raccomandato non aveva proprio nulla e la sua lunghissima carriera (cui ricordare tutti i numeri e trofei diventa quasi un’impresa, basti pensare al record di partite ufficiali con lo stesso club, il Milan, ben 902 o quello delle finali di Champions in coabitazione col madridista Gento, 8  per farsi un’idea della sua statura di giocatore) ne è una fulgida testimonianza. E alla finestra è già pronto in rampa di lancio il figlio Christian, classe ’96, che gli addetti ai lavori indicano già come probabile erede in campo al Milan, giusto prosecutore di una dinastia davvero unica.