I calciatori italiani e la gavetta: quante differenze con i corrispettivi stranieri!

Mai come in questa seconda parte dell’anno si è assistito a un progressivo calo di competitività del nostro calcio. Un declino che ha chiaramente radici lontane e che non è ascrivibile a una sola causa ma che ha, coi pessimi risultati conseguiti al Mondiale brasiliano della nostra Nazionale e con le palesi difficoltà dei nostri maggiori club europei nelle manifestazioni in corso, raggiunto livelli d’emergenza nel momento in cui scriviamo.

Con l’avvento di Conte, qualcosa sembra essersi mosso verso una valorizzazione di nuove risorse, certamente presenti tra i nostri calciatori, ma troppe volte nascoste o lasciate svanire.

A dire la verità, i 9 punti in 3 poco probanti partite delle qualificazioni a Euro 2016, sono frutto soprattutto di una mentalità radicata nel nostro modo di giocare, ed escludendo la convincente prova contro l’Olanda in amichevole (la prima assoluta con in panchina il nuovo tecnico) sul piano del gioco abbiamo assistito a “spettacoli” invero non eccezionali.

Difficile tra l’altro anche per i più volenterosi provare ad attingere a piene mani da un serbatoio azzurro che stenta a produrre giocatori pronti per le grandi ribalte. Si badi bene: non giocatori validi tecnicamente – quelli ne abbiamo, basta osservare le competizioni giovanili, non ultima il recente Europeo Under 21 che ci ha visti cedere le armi solo in finale contro i favoritissimi spagnoli -, ma giocatori pronti, già fatti e finiti.

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Già che si stia puntando su un’inedita coppia di attaccanti (Immobile e Zaza, oltre alle convocazioni di Pellè, Destro e El Shaarawy) ci lascia intendere che la voglia di rinnovamento c’è, ma obiettivamente la missione diventa quantomeno ardua, se teniamo conto che le nostre migliori squadre sono infarcite sempre più da giocatori esteri (non tutti propriamente dei campioni).

In questo modo risulta automatico andare a pescare tra le rose delle squadre medie/basse dove almeno figurano più italiani, con la conseguenza però che pochi di loro potranno avere sulle spalle quella esperienza minima, necessaria per affrontare competizioni internazionali importanti.

Tutto il contrario di ciò che accade all’estero dove, dati alla mano, si nota come quasi tutti i giocatori che entrano stabilmente nel giro delle proprie nazionali, lo facciano molto prima dei nostri corrispettivi, limitando a pochi anni la propria gavetta e riducendola anzi a un fisiologico inserimento nelle loro squadre dal cui vivaio provengono.

Analizzando le attuali rose della serie A, risulta che gli italiani sono solo in leggera maggioranza rispetto agli stranieri (e nel caso di alcune nostre big, addirittura in inferiorità, basti pensare ai casi di Inter, Napoli o Fiorentina); ancora meno quelle che si affidano a talenti cresciuto nel loro vivaio. Solo Empoli (con una media superiore, visto che provengono dalle giovanili Bassi, Moro, Signorelli, Pucciarelli, Pelagotti, Dossena, Shekiladze, Cammillucci, Valdifiori e i lanciatissimi Tonelli, Hysaj e Rugani) e Atalanta sembrano davvero credere nel valore e nell’importanza dei propri talenti, e vedono il settore giovanile non solo come una possibilità di assestamento, ma anche come fonte di investimento. Altri esempi dicono l’opposto: negli anni buoni (decennio 2000, che l’ha vista vincente a più livelli) la Juventus è riuscita a portare in prima squadra i soli Marchisio – l’unico a imporsi anche in azzurro – e Giovinco; il Milan e l’Inter hanno fatto, se possibile, ancora peggio, visto che nell’ultimo lustro hanno ceduto a cuor leggero, all’estero, i vari Cristante (i rossoneri), Santon, Donati e Caldirola (i nerazzurri). E la rotta non l’hanno invertita nemmeno le ultime due vincitrici del campionato Primavera, Lazio e Chievo. Se i biancocelesti hanno comunque dato buone chances a Onazi e Keita di misurarsi con i “grandi”, la squadra della Diga ha invece optato per una politica diversa, non tenendo in rosa neanche un giocatore tra quelli che hanno furoreggiato per tutto la scorsa stagione, conclusa con una storica affermazione. E si parla di una squadra non dai grandi mezzi finanziari, in piena lotta per non retrocedere. Davvero nessuno tra quei giocatori avrebbe potuto fare alla causa del Chievo? Il vero problema che si trova ad affrontare Conte nel tentativo di far tornare competitiva la Nazionale maggiore è trovare un ricambio generazionale pronto per le ribalte internazionali.

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l'ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest'anno posto nella rosa della prima squadra

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l’ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest’anno posto nella rosa della prima squadra

Un proposito difficile da realizzare visto che, tolta la Juventus, le altre squadre che giocano in Europa, comprese Torino e Lazio, nel loro 11 hanno ben poco di italiano. La rosa attuale, specie in ruoli come la difesa e il centrocampo, necessiterebbe di aria nuova. Verratti da due anni spopola nel Psg, visto che in patria nessuna squadra ha scommesso su di lui, ma viene visto ancora come vice – Pirlo. Ci sono Florenzi e Poli che sgomitano ma tra i convocati figurano anche Giaccherini, Parolo e Candreva, con alle spalle una lunga gavetta, impensabile per i giocatori tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, per non dire argentini o brasiliani. Giack ha giocato con Forlì, Bellaria, Pavia e Cesena, prima di approdare tre anni fa, 26enne alla Juventus. Parolo, anch’egli un 85, partito dal Como, ha girovagato a lungo con Pistoiese, Verona e Cesena (all’epoca in serie C), affermandosi in Romagna nella massima serie, prima di passare al Parma e da quest’anno alla Lazio. Dove è diventato sempre più un leader Candreva, 27 anni, che sin da giovane era protagonista nelle varie under azzurre, quando militava nel vivaio della Ternana. Eppure si è affermato solo due anni fa giungendo nella capitale, dopo gli anni a Terni, il breve passaggio a Udine, la rivelazione a Livorno, la bocciatura prematura alla Juventus e nuove tappe intermedie a Parma e Cesena. Poli e Darmian, considerati ancora come promesse, hanno già 25 anni, un’età in cui all’estero, se hai talento, sei già affermatissimo. Il terzino poi, ex giovane stella del Milan (che in quel reparto certamente non brilla in quanto a interpreti), e tra i pochi a salvarsi dal naufragio azzurro ai Mondiali brasiliani, nella sessione di mercato estivo sembrava a un passo dalla Roma ma poi è rimasto in granata, con i giallorossi che nel ruolo gli hanno preferito Cole e Holebas. Non vanno meglio le cose in difesa dove si sta finalmente dando fiducia a Ranocchia ma mancano riserve all’altezza, per la semplice ragione che i nostri interpreti giocano in squadre di bassa classifica o in cadetteria. Astori, che nei piani della Roma dovrebbe essere titolare a fianco di Manolas, ha comunque 27 anni e prima d’ora mai aveva calcato grandi ribalte, diventando una bandiera del Cagliari di Cellino, dopo anni di gavetta addirittura in serie C, con Pizzighettone e Cremonese.

All’estero è diverso. Eclatanti i casi delle due super potenze espresse nelle ultime edizioni dei Mondiali. Spagna e Germania, diverse come cultura calcistica e modo di intendere il gioco, sono però simili nel voler imporre un modello che si basa sul gioco propositivo, brillante, fresco, reso possibile anche dal continuo rinnovamento, nonostante una base già di prim’ordine. La Spagna, giunta alla fine di un ciclo irripetibile, si è già assicurata un futuro, inserendo in blocco quegli stessi giocatori che si stanno da anni imponendo in ambito giovanile, Under 19, 20 e 21. Il materiale è ottimo, con i vari Isco, Alcantara, Illaramendi, Rodrigo emersi nell’ultimo Europeo Under 21 e che stanno mantenendo le promesse, così come ha avuto un impatto devastante la ventunenne punta del Valencia Paco Alcacer, con 3 reti in altrettante gare in questa prima fase di qualificazione europea. Hanno già esordito anche il terzino Bernat, classe ’93, e la punta El Haddadi, addirittura classe 1995! E che dire di Koke, leader dell’Atletico Madrid e protagonista di una stagione splendida? Sono davvero pochissimi, a differenza dell’Italia, gli over 30 dell’attuale rosa delle Furie Rosse (in pratica il solo Casillas; Iniesta invece ne farà 31 nel 2015).

Ancora più emblematico il caso della Germania, prima al Mondiale con una delle rose più giovani (era la quarta in assoluto con un’età media di 26 anni e 114 giorni, dietro solo a Belgio, 26 anni e 15 giorni e le due africane Nigeria e Ghana, addirittura sui 25 anni) ma che lo stesso sta sentendo l’esigenza di rinverdire ulteriormente i suoi ranghi. Lo dimostrano gli innesti di giocatori come Kramer, Ginter, Durm o Rudiger, tutta gente di 20, massimo 21 anni. In rosa i soli Grosskreutz, prima di affermarsi definitivamente al Borussia Dortmund, dove era cresciuto, o i nomi nuovi Bellarabi e Kruse hanno alle spalle un po’ di gavetta in seconda serie tedesca ma nessuno tra i big (Muller, Ozil, Khedira, Reus, Neuer, il solo Hummels ma con la seconda squadra del Bayern dai 18 ai 20 anni) ha faticato per emergere tra i grandi, non avendo mai giocato in seconda serie, e men che meno in terza.

Il Belgio, con un copioso numero di figli di immigrati che ormai costituiscono la base per tutte le loro rappresentative, e l’Olanda vantano sì rose giovanissime (età media attorno ai 26 anni e mezzo, inferiori a Spagna e Francia che sono oltre i 27) ma allo stesso tempo esperte. Gli oranje vantano un gruppo di giocatori che si sta imponendo nelle maggiori squadre europee o sono comunque protagonisti ad alti livelli in patria, dove scarseggiano gli stranieri a favore della piena valorizzazione dei vivai nazionali (emblematici i casi di Ajax e Feyenoord, con quest’ultimo che in prima squadra vanta ben 17 giocatori provenienti dal proprio settore giovanile, di cui 6 finiti stabilmente in Nazionale).

Questo è l’esempio da seguire per il calcio italiano: occorre dare la possibilità ai migliori interpreti di esprimersi a certi livelli, senza incorrere a gavette lunghissime, col serio rischio che arrivino agli appuntamenti importanti ormai a un’età in cui all’estero i coetanei hanno già accumulato preziosa esperienza in più. Si tratta di un percorso lungo e che comporta un radicale cambio di mentalità ma sicuramente percorribile, visto che – cosa più importante – il materiale umano su cui lavorare è comunque di prima qualità.

 

Dal sito del GS l’articolo scritto per la mia rubrica “Stelle comete”, stavolta dedicato a Hossam Mido

Di storie come quella che vi vado a raccontare è piena la memoria calcistica ma ciò non scalfisce talvolta il senso di amarezza che mi pervade quando mi appresto a rispolverarle, specie se si ama il calcio giovanile e ci si trova per gioco a scommettere sul futuro ad alti livelli di fenomeni in pectore. Uno di questi in tempi recenti rispondeva al nome di Hossam Mido, attaccante egiziano che nel corso della sua (breve) carriera ha girato un po’ ovunque con alterne fortune.

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A 16 anni giù impressiona in Patria con lo Zamalek, attirando da subito le mira di prestigiosi club europei. La tappa belga al Gent è significativa di un’accresciuta maturità, nel contesto di una realtà più competitiva e lui replica l’exploit “casalingo” mettendo a referto 11 reti in 22 partite. Arriva così all’Ajax, non in uno dei suoi momenti migliori ma pur sempre nell’elite calcistica, specie per quanto concerne la formazione, la crescita e soprattutto il lancio di giovani talenti. E’ una squadra largamente multietnica, assieme all’attaccante mancino troviamo Ibrahimovic (svedese), Maxwell (brasiliano) e Chivu (rumeno), di due anni più anziani o il sudafricano Pienaar, mentre l’ala autoctona è ben rappresentata dall’esterno Van Der Meyde (transitato poi anche all’Inter) e dai più giovani Van Der Vaart e Sneijder, tutti dal futuro assicurato, sono pronti a scommettere gli addetti ai lavori. Ma in mezzo a tanto fulgido talento sono proprio i due piloni offensivi Mido e Ibrahimovic, così armoniosi nell’unire prestanza e forza fisica associandola squisitamente a indubbie doti tecniche, a colpire l’immaginario di molti. Amici – rivali, come si evince dall’autobiografia dello svedese del Psg, in campo sono magari incostanti e giocoforza acerbi ma fioccano i gol (per Mido nella fattispecie 21 in 40 presenze, mantenendo così la prodigiosa media di un gol ogni due gare in pratica). Già nel 2002 il giovanissimo egiziano è votato miglior giocatore africano dell’anno, a testimonianza del fatto che le aspettative, fino a quel momento corroborate dai fatti, erano più che legittime.

due giovanissimi campioni in sboccio, a inizio anni 2000: Ibrahimovic e Mido ai tempi dell'Ajax

due giovanissimi campioni in sboccio, a inizio anni 2000: Ibrahimovic e Mido ai tempi dell’Ajax

Il parallelo però con Ibra termina di diritto qui: mentre l’ex tra gli altri di Juve, Inter e Milan inizierà a mietere successi personali e di club anno dopo anno, per Mido comincerà una vorticosa giostra fatta di sali-scendi paurosi. Dalla fugace, seppur positiva, esperienza spagnola al Celta Vigo (4 gol in 8 partite) fino al Marsiglia, dove terminerà la stagione 2004 con 7 reti in 22 gare, alternando giocate magistrali a pause incomprensibili e un difficile rapporto con l’ambiente, eccolo approdare nella capitale italiana per la stagione 2004/2005, nella sponda giallorossa del Tevere. Mido non ha ancora 25 anni ma qualcosa è andato perso, la maturità tanto sospirata non è ancora giunta a compimento, specie a livello comportamentale, mentre a livello tecnico paga, oltre che una obbiettiva difficoltà di ambientamento, una scadente condizione fisica che lo fa apparire tutto fuorchè in forma per guidare l’attacco di una compagine ambiziosa a livello italiano ed europeo. Il suo tabellino finale sarà impietoso, il peggiore della sua carriera: 8 miseri gettoni di presenza “vergini”, non bagnati da nessun gol e passaggio in velocità ad un’altra realtà ostica, il Tottenham Hotspur.

A Londra però Mido sembra rinascere, mostrando a intermittenza tutto il talento di cui dispone. Ormai da anni non si esibisce più all’ala sinistra, giostra piuttosto da punta centrale, dove può far valere il suo metro e 90 d’altezza e le sue capacità acrobatiche: tornerà a un discreto  bottino di realizzazioni, 12 in 39 partite, non sufficienti a conti fatti per guadagnarsi la conferma. Le successive tappe inglesi avvengono in piazze calde, seppur “minori”, quali Middlesbrough e Wigan, dove il suo apporto sarà per lo più irrilevante, con un totale di 7 gol in 2 anni. Ma al di là delle impietose e crude statistiche – che nel caso di un attaccante spesso però giocoforza vanno a fare la differenza – ciò che colpisce negativamente in lui è il non saper mantenere alti i livelli di professionalità e gli standard atletici, considerando che in carriera, a parte qualche infortunio di poco conto, non si può dire che abbia dovuto superare grossi ostacoli da questo punto di vista. Le sue intemperanze caratteriali sono altresì note pure a livello di nazionale, se è vero che già nel 2006 lui, che dell’Egitto è l’autentica stella su cui puntare a mani basse, a causa di un grosso litigio col suo allenatore, viene escluso a Coppa d’Africa in corso in quella che sarà un’edizione storica, terminata con la vittoria nella manifestazione della sua squadra, davanti al pubblico di casa. Alla soglia dei 30 anni Mido si trova così ormai in un limbo, “costretto” a rientrare in patria per una “improvvisata” stagione in patria, nello stesso club che lo lanciò come professionista, lo Zamalek. 1 gol soltanto e l’impressione tangibile che gli fossero venute meno ogni forma di motivazione. Dal 2010 al 2013 tra West Ham, i successivi revival con Ajax e Zamalek e una tappa transitoria al Barnsley, nella scorsa stagione in Championship salvatosi per il rotto della cuffia, essendo giunto quart’ultimo in graduatoria, ha accumulato un totale di 18 presenze, segnando 5 reti, preludio di un precoce ma a quel punto quasi scontato prematuro addio al calcio giocato.

Ad appena 31anni (essendo nato al Cairo nel febbraio dell’83) Mido è il più giovane allenatore della storia egiziana. Lui giura di aver messo la “testa a posto” e di essere pronto a tornare (o diventare) protagonista in questa nuova veste, che lo carica sicuramente di nuove responsabilità. Ha rifiutato la panchina delle giovanili del Psg per seguire il cuore, allenare lo Zamalek e lanciare talenti che, come lui, partiti da questo club potranno magari diventare importanti a livello internazionale, se solo saranno in grado di trovare il giusto equilibrio tra doti tecniche e caratteriali, connubio in lui clamorosamente non andato a buon fine, altrimenti starei qui a scrivere di un attaccante in grado di segnare un’epoca.

(a cura di Gianni Gardon)

Rivalutiamo il calcio italiano: ieri il Milan ha ridimensionato il fenomeno Barcellona con una gara d’altri tempi

Milan – Barcellona 2 a 0: fosse successo una ventina d’anni fa, nel periodo in cui il calcio italiano era al top nel mondo per qualità di interpreti e di gioco, nessuno avrebbe lanciato titoli come “impresa rossonera” o cose simili.

Ma si sa, ormai siamo bistrattati un po’ ovunque, persino quel simpaticone di Gary Lineker – uno che non mi sembra abbia vinto tantissimo a livello internazionale – ha twittato dal suo profilo un bel “Portsmouth – Barcellona 2- 0”. Ah ah ah, che simpaticone, proprio un bell’humour inglese, niente da eccepire.

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La realtà è che, seppur ridimensionato, il calcio italiano ha ancora le potenzialità per riemergere, a partire dalla bellissima e, tanto per cambiare, sorprendente esperienza nei recenti Europei al lancio definitivo dei nostri migliori talenti.

Ok, mancano gli stadi di proprietà, mancano probabilmente anche quelle innovazioni tattiche che ci hanno sempre contraddistinto sin dai primordi del calcio professionistico, ma possibile che siano proprio gli italiani per primi a non riconoscere che non siamo proprio così scarsi? E’ vero, la nostra qualità media è peggiorata e non ci sono più i campioni di un certo livello a calcare i nostri palcoscenici ma il popolo italiano è capace anche di rialzarsi con ingegno e fantasia.

E’ successo ieri quindi che il Barcellona, per il quale ormai credo siano conclusi gli aggettivi altisonanti da ogni vocabolario, così come le iperbole sparate da tutti i mass media possibili e inimmaginabili, abbia perso contro un Milan certo in crescita da un paio di mesi a questa parte, ma fortemente in disarmo dinnanzi a una simile corazzata.

Risultato: la squadra rossonera ha dato una lezione di calcio ai catalani. Lo so, amplifico il concetto e molti non concorderanno; nessuna scienza è meno inesatta del calcio ma resta il fatto che due gol di scarto non siano proprio pochi da rimontare, nonostante i titoli spagnoli già parlino di rimonta sicura.

Le opinioni sono sempre soggettive e seguo (e mi occupo) di calcio da tanto tempo ormai per riconoscere che il Barcellona sta segnando un’epoca e che si tratta in ogni caso della squadra più forte del mondo.

Ma davanti a certi dati non si può più parlare di casualità… qui entra in gioco la statistica.

Il famoso tichi taca, così ammaliante ed efficace, ieri si è tradotto in un possesso palla altamente sterile e improduttivo. Nessun tiro in porta, se non dalla lunghissima distanza, per il dio Messi poi nessun dribbling riuscito e al suo cospetto aveva davanti un semi – esordiente come Constant, autore di una notevole partita.

Non mi voglio “perdere” il decennio di Messi, cercando il pelo nell’uovo per criticarlo a ogni costo… ma resta un clamoroso dato di fatto: uno che in fatto di reti ha una media da extraterrestre come lui (più di un gol a partita, contando le gare di Liga, Champions e quelle con la nazionale argentina) contro le italiane ha siglato appena 3 gol (nessuno su azione) in 10 partite. Insomma, non si tratta di un caso, significa che le squadre italiane, magari difendendosi (ma senza vergognarsi di questo; in fondo a livello tattico siamo sempre stati i migliori nel leggere e interpretare le partite) sanno come contrastarlo e farlo tornare “normale”.

E poi, diciamolo, sarà fortissimo, ha segnato quasi 100 gol in due campionati in Spagna, ma da noi ci riuscirebbe davvero? Inoltre, è vero che con la palla al piede fa quello che vuole, ma in fondo nel corso degli anni in Italia ne abbiamo visti di campioni così. Ci siamo forse dimenticati di Platini, Zico, Van Basten, Ronaldo, Baggio, Zidane? … Maradona???

Per questo un po’ mi stupisco quando sento delle esagerazioni incredibili, tipo che il Barcellona è la squadra più forte di ogni epoca! E l’Honved, il Grande Torino, il Real delle 5 coppe Campioni, l’Ajax di Cruyff, il Milan di Sacchi?

Forse in molti hanno la memoria corta, ma anche fosse vero che Messi, Iniesta, Xavi e compagni sono i migliori della storia, beh… ieri non lo hanno fatto vedere. Al limite sono parsi presuntuosi e poco combattivi, per nulla reattivi.

Magari i milanisti giustamente toccheranno ferro in vista della partita di ritorno, ma nel frattempo la loro squadra del cuore ha dimostrato che il movimento calcistico italiano è ancora vivo e ha nuovamente qualcosa da insegnare.

La metamorfosi di Emanuelson

Quando Urby Emanuelson giunse al Milan c’erano diversi punti di scetticismo su di lui. Prodotto delle giovanili dell’Ajax, come molti altri lancieri, lanciato prestissimo tra i professionisti in prima squadra, dopo i primi bagliori iniziali, da terzino sinistro con le trecce al vento, aveva lasciato perdere dietro di sè tracce del suo talento.

In un Ajax oggettivamente non trascendentale, nemmeno in patria, dove in questi anni ha spesso lasciato il passo, oltre che alle rivale storiche, anche a compagini minori come Utrecht e Az Alkmaar, non ha mai fatto la differenza e, per quanto ancora giovane (classe ’86) appariva una sorta di incompiuto, pur con l’attestato di sicurezza Ajax! Da terzino con libertà di spingersi in avanti (ma d’altronde in Olanda chi non lo fa?) a vera ala sinistra e talvolta interno, mai mezzapunta o fantasista. Nel Milan, che ha scommesso su di lui e sul suo talento, ci ha messo molto a farsi valere ma a quanto pare ha seminato benissimo nell’ombra, col lavoro quotidiano negli allenamenti.

Poteva diventare come Taiwo, il terzino nigeriano acquistato dal Marsiglia che accreditavano come buon propulsore ma valido anche in difesa, e invece Allegri, dopo aver giudicato inadeguato al calcio italiano l’africano, nei confronti di Emanuelson ha osato di più, intravedendo doti tattiche non indifferenti e quanto mai inaspettate.

Ne è passata di strada negli ultimi mesi dai primi esperimenti come trequartista alle spalle di Ibra e Robinho. Prima inconcludente e tendenzialmente confusionario, ora appare invece un instancabile stantuffo, una zanzara sempre pronta a pungere, un giocatore moderno che sa sempre dove, come e quando occupare gli spazi in campo. Se poi trova pure il varco giusto, ecco che l’olandese riesce ancora e meglio di un tempo a involarsi letteralmente sulle fasce o verso la porta, come in occasione dello splendido gol segnato al Parma. Insomma Emanuelson si è giocato alla grande le sue carte, con umiltà, adattandosi certo ma con l’attitudine giusta, quella cioè di un professionista con alle spalle già diverse presenze nella sua nazionale eppure desideroso di mettersi in gioco in un grande club. Ora quando rientreranno Boateng, Pato, gli altri giocatori dediti all’attacco rossonero, sanno che dovranno giocarsi le loro carte con questo terribile furetto olandese, un vero e proprio “guastatore offensivo” delle aree altrui

Il nuovo che avanza piano

Per i nostalgici del calcio è avvilente constatare l’avanzare di nuove realtà regine del mercato, certamente abili sì, ma grazie soprattutto a investitori che col tifo e i colori c’entrano poco o nulla. Americani, sceicchi, russi, arabi, adesso anche i cinesi, si sono issati sulle cime di club europei con la smania di poter primeggiare subito, impadronendosi di un sistema assai in difficoltà, causa la crisi economica che sta colpendo quasi tutti i settori di produzione. E quindi, potendo disporre di fondi che paiono pressoché illimitati, regolano un’attività che era bella anche perché fatta di riti, suggestioni, blasone, oltre che di vittorie e cacce all’ultimo uomo – copertina.
Afferrando la preda a colpi di denaro, privano squadre dei loro talenti migliori, quando ancora questi non hanno manifestato che una parte delle loro capacità e lo fanno a scapito spesso e volentieri della professionalità, quella che ti consente di ideare un progetto a lungo termine, di coltivare l’oro che stai piantando in casa con cure giornaliere.
Alla resa dei conti però paiono improbabili alcuni club nel tentativo di rivaleggiare con altri ben più abituati a vincere e soffrire (e con loro i rispettivi supporter). Il Manchester City da due anni rivoluziona la propria rosa, ogni volta aumentando il prezzo d’esborso sul mercato, facendo in un certo senso una raccolta delle figurine. Intanto la Community Shield l'hanno vinta i cugini dello United! Fatica pure il Real Madrid a tornare a vincere, nonostante investimenti del medesimo tenore, figuriamoci squadre che non hanno mai vinto nulla. Lo stesso PSG o il Malaga, tra i pochi club ad avere le palanche per acquistare a peso d’oro i cosiddetti fenomeni moderni del calcio (la maggior parte di essi pompati a dismisura da procuratori) riusciranno davvero a invertire la rotta? Dubito fortemente che già nei loro campionati nazionali possano fare il botto (guardate l’imbarazzante esordio dei parigini, sconfitti in casa all’esordio stagionale).
Lo stesso Chelsea, che si è fregiato di diversi anni in cui è stato assoluto protagonista delle sessioni di mercato, potendo schierare i migliori giocatori su piazza, ha faticato a diventare "grande". Nonostante in campionato sia arrivato gradualmente alla pari delle big “storiche” (in alcuni casi, sopravanzandole pure), nelle competizioni europee ha raccolto più delusioni che trofei. E sulla testa dei tifosi incombe sempre il pericolo che il generoso Roman Abrahmovic si possa stufare del suo “giocattolo”.
Contemporaneamente alla (presunta) ascesa di questi club capitanati da miliardari, improvvisati calciofili, si è assistito da qualche anno a questa parte al declino di alcune storiche grandi a livello mondiale. In Europa il Celtic e l’Ajax, squadre che non rappresentano soltanto una città o una nazione, ma portano dentro di sé una vastissima gamma di valori e di risvolti storici, hanno perso da tempo smalto nei confronti non solo delle big europee ma perdono colpi pure nel proprio campionato.  L' esempio più eclatante di nobile decaduta e di ennesimo specchio dei tempi è stata l’inopinata retrocessione del River Plate. Solo il tempo ci potrà dare risposte più concrete sull’evoluzione di queste nuove potenze del calcio… ma quanto ci metteranno per acquisire la gloria e la nobiltà, la stima e il rispetto di tutti gli amanti di questo sport?