Si chiude il 2016: ecco le mie classifiche dei 10 migliori dischi internazionali e 10 migliori dischi italiani

E così siamo giunti all’epilogo del 2016,  un anno musicale alquanto funesto per quanto riguarda le dipartite da questo mondo, con illustri nomi del pop e del rock passati a miglior vita (ultimo George Michael, spentosi ad appena 53 anni).

Alcuni sul filo di lana sono riusciti a consegnarci album di pregevole fattura – che infatti trovano spazio nelle primissime posizioni della mia graduatoria – altri rimarranno comunque lassù nell’Olimpo della musica.

Per la prima volta, chi mi legge abitualmente lo sa, trovano spazio dischi di grandi “vecchi”, e ancora non sono riuscito a darmi una risposta definitiva sul fatto che abbia in qualche modo prevalso la sfera emotiva, o comunque giocato una buona parte nei miei giudizi. Fatto sta che sia Nick Cave che Leonard Cohen ad esempio fanno capolino qui… e David Bowie… beh, lui si è issato molto ma molto in alto.

A scanso di equivoci occorre precisare che di grandi album si tratta, molto significativi e intensi, nella più vasta accezione dei termini.

Poi accanto troverete anche nomi emergenti o di artisti destinati a diventare grandi. O magari no, ma che in ogni caso ci hanno lasciato dischi ben rappresentativi di questa stagione.

Troverete poi anche una top ten più specifica, dedicata alla musica italiana, che figura sempre tra i miei ascolti e da cui non posso prescindere, anche per interesse mio personale, per quanto i miei gusti siano più anglofoni.

L’ultima postilla la voglio dedicare agli assenti, alcuni dei quali so che campeggeranno in cima a liste di colleghi anche molto quotati. Dovendo ragionare da critico, ammetto che dischi come quelli di Frank Ocean, Bon Iver o della sorella d’arte Solange Knowles siano di ottima fattura, specie per quanto riguarda i suoni. In particolare mi ha colpito il lavoro della giovane astro nascente del soul, ma ritenendoli lontani dai miei gusti ho fatto prevalere il cuore, relegando i loro dischi a posizioni subalterne alla prima decina. Stesso dicasi per un album che ho pure apprezzato ma che a mio avviso è parso inferiore alle attese, alludo a quello dei Last Shadow Puppets.

Insomma, non è mai semplice fare queste liste ma è anche bello confrontarsi tra appassionati e in qualche modo mettere un punto e a capo su ciò che è appena stato.

Magari qualche ascolto ancora più approfondito farebbe lievemente modificare la mia classifica ma visto che in palio non ci sono telegatti la vado qui ora a elencare per voi…

TOP 10 WORLD

download

1 – David BowieBlackstar

2 – Daughter Not To Disappear

3 – PJ HarveyThe Hope Six Demolition Project

4 – Nick Cave & The Bad SeedsSkeleton Tree

5 – Parquet CourtsHuman Performance

6 – Leonard CohenYou Want It Darker

7 – Car Seat HeadrestTeens Of Denial

8 – Angel OlsenMy Woman

9 – Ed HarcourtFurnaces

10 – RadioheadA Moon Shaped Pool

TOP 10 ITALIA

download

1- MottaLa fine dei vent’anni

2- Vinicio CaposselaCanzoni della cupa

3 – Niccolò Fabi Una somma di piccole cose

4 – AfterhoursFolfiri o Folfox

5- Jack SavorettiSleep no more

6 – Gerardo BalestrieriCanzoni nascoste

7 – Daniele SilvestriAcrobati

8 – Yo Yo MundiEvidenti tracce di felicità

9 – Siberia In un sogno è la mia patria

10 – The Zen CircusLa terza guerra mondiale

 

Annunci

Recensione di “Sheepwolf”, il nuovo e sorprendente album della poliedrica Viola (Violante Placido)

Confesso di essermi messo all’ascolto attento di questo disco con uno stato d’animo ben diverso da quello che purtroppo anima tanti recensori, spinti talvolta da pregiudizio. E nel caso di Viola, alias Violante Placido, la cosa avviene di frequente, essendo lei famosissima “figlia di cotanto padre”. Ma, dicevo, il mio stato d’animo non contemplava assolutamente pregiudizio, anzi, ero ansioso di ascoltarla alla seconda prova discografica, dopo aver letteralmente consumato il suo cd d’esordio, uscito ben 7 anni prima rispetto a  questo recente “Sheepwolf”. Attesa ripagata, fatta di anni in cui la poliedrica Placido, neo mamma del piccolo Vasco,  oltre ad affermarsi pienamente come una delle attrici più talentuose della sua generazione, mietendo successi in fiction tv così come in produzioni hollywoodiane a fianco di nomi di assoluto grido (da George Clooney a Nicholas Cage), ha accumulato esperienza in questa sua veste più “alternativa”, diciamo così, di moderna cantautrice “indie”, se il termine non fosse ormai così abusato e spesso decontestualizzato.

viola

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: Viola sin dai primi timidi passi in musica ha scelto un profilo molto lontano da platee glamour, mainstream, preferendo assecondare la sua indole più introversa, rock, viscerale, in parte lontana dallo stereotipo cui si è soliti associare le “dive”. Ha esordito con una piccola etichetta, gestita dall’ex Giuliodorme, l’eclettico Giulio Corda, all’insegna di un genere pop folk quasi etereo in alcuni suoi punti. Laddove “Don’t be shy… ” accarezzava con suoni puliti, minimali e una voce delicata ma invero ancora un po’ acerba, “Sheepwolf”, edito dall’illuminata etichetta discografica Mescal, recupera sonorità più dure, distorte, malate, ma allo stesso tempo sognanti, malinconiche a tratti, efficace affresco di uno spettro sonoro/musicale eterogeneo ma allo stesso tempo molto a fuoco, ben rappresentativo delle tante anime della cantautrice. Lo ha fatto avvalendosi di un team d’eccezione, con la conferma di un gruppo solido, di amici, alla produzione e alla collaborazione dei pezzi. A suonare con lei l’altro Giuliodorme – ora nel nuovo progetto Guna col già citato Giulio Corda – Andrea Moscianese, che ha composto assieme a Viola “Scared of my ghosts”, Leziero Rescigno, Fabio Rondanini e Giuseppe Fiori, mentre un ruolo più rilevante lo hanno avuto Gaben (Alessandro Gabini) e Lele Battista. Entrambi polistrumentisti, il primo – con cui la Placido ha avuto pure una breve relazione… chiusa parentesi gossipara –  è produttore e co-autore di diverse parti musicali; il secondo, nome di punta tra i cantautori della scuderia Mescal, ha scritto con Viola gli unici brani in italiano presenti in scaletta, tra cui il singolo di lancio “Precipitazioni”.

vil

Sin dal primo brano, si intuisce che la direzione musicale è cambiata e che Violante, autrice di tutti i brani, è cresciuta artisticamente, ampliando il suo raggio d’azione.

“Dreams”, a dispetto del titolo, si insinua minacciosa col suo incedere elettronico e le voci come artefatte da un vocoder, provenienti da un pianeta lontano. Siamo lontanissimi dal brano che apriva il suo album d’esordio. Se “Together” accarezzava dolcemente, “Dreams” un po’ inquieta e ci proietta in un viaggio nuovo, più irto di pericoli forse, ma altrettanto affascinante.

Con la successiva “Funny Faces”, con testo e musica suoi, i suoni si fanno più amorevolmente pop: si sentono echi dei mai dimenticati milanesi Soon, anche se probabilmente la vicinanza è del tutto casuale, visto il differente background musicale.

“Scared of my ghosts” è una frizzante canzone mid-tempo con aperture rock che ricordano un certo indie pop anni ’90, quello caro a band come gli inglesi Sleeper o gli americani Veruca Salt, guidati dalle due leader Louise Post e Nina Gordon.

Si arriva così al picco più emozionale dell’intera raccolta, rappresentato dall’uno-due “We will save the show” e “Hey sister”, delle quali Viola ha scritto e composto testi e musiche. Il lirismo vola alto in strofe come “Oh what shame, what a waste of time/making excuses, while you’re trying to hide/thinking that it’s not your time/we will save the show/we will let everybody know/we’re so happy”.

“Hey sister” è la prima vera ballata in cui ci si imbatte, con l’interpretazione che sale di intensità.

In “Don’t come close” fanno capolino delle spigolature alla Pj Harvey, con la voce che a tratti si carica di rabbia, mentre con “Systematic Rules” i toni tornano più delicati, a fianco di uno dei testi più ispirati dell’intera raccolta.

“You poison me” recupera invece l’intensità e la profondità delle tracce 4 e 5 già citate, preludio al singolo “Precipitazioni”, come detto in precedenza frutto della collaborazione con l’ex leader de “La Sintesi”, Lele Battista. Si tratta di una canzone malinconica, esistenziale (“esci allo scoperto/pieno di precauzioni inutili/esci allo scoperto/ma ti nascondi lo stesso… non restare nell’ombra di te stesso”). Il sound è quello di un pop rock spruzzato di elettronica non invasiva. Più lenta ed eterea la successiva “Qualcosa dev’essere successo”, unica canzone scritta interamente da Battista. Chiudono la scaletta le meno convincenti “Always late” e il brano eponimo dell’album, dalle tinte scure e dal testo corrosivo.

Un album a suo modo sorprendente, proprio per l’ampia tavolozza di colori messi in mostra, frutto di un’acquisita maturità espressiva e che dovrebbe godere di maggior risalto. Duole dirlo ma se fosse stata un’artista d’Oltre Oceano a presentare un’opera così, molto probabilmente avrebbe ottenuto più visibilità e clamore. Ma si sa, spesso per i “figli d’arte” il pregiudizio è difficile da superare. A me in fondo non interessa sapere quale sia la “vera” Violante, se quella “chic” che partecipa alle passerelle di moda e alle serate di gala; quella magnetica della pubblicità di prodotti di bellezza o quella più “alternativa” a cui piace esprimersi imbracciando una chitarra e duettando con artisti del calibro di Mauro Giovanardi o i Perturbazione, con cui debutterà nella serata speciale dei duetti a Sanremo. Preludio questo, chissà,  di una sua partecipazione futura alla più famosa rassegna canora italiana, dopo che, si vocifera, già quest’anno si era presentata con un brano in coppia con il cantautore (e bassista degli Afterhours) Roberto Dellera.

Probabilmente Viola è un insieme di tutto questo, un’artista a tutto tondo che merita il successo che si è conquistata negli anni.

una splendida Violante Placido

una splendida Violante Placido

Dossier Sanremo: ha ancora senso per gli artisti “alternativi” partecipare al Festival? Ecco chi ha svoltato e chi no dopo la gara.

Nella lunga storia sanremese si sono succedute negli anni molte presenze di artisti cosiddetti “alternativi”, gente cioè che palesemente proponeva brani poco in linea con la classicità della kermesse in questione.

Spesso si tratta di veri e propri ingressi nel mondo dorato della musica propriamente detta “di consumo”, ma il più delle volte sembra che Sanremo possa costituire una sorta di “promozione”, o di consacrazione presso un pubblico certamente più vasto di quello che questi artisti poco conosciuti dalla massa solitamente raccolgono.

Ci sono però dei pro e dei contro e con questo articolo – che non ha pretese di completezza, nonostante i diversi artisti che prenderò in esame – miro a dimostrare che il Festival magari non ti cambierà la vita, ma costituisce invero sempre un viatico fondamentale per la carriera di un artista, nel bene e nel male. Dopo avervi partecipato nulla sarà più come prima.

rino

Il primo in cui mi imbatto è un folkloristico cantastorie che sul finire degli anni ’70 era davvero difficile da incasellare per la critica musicale. Rino Gaetano era lontanissimo dai cantautori classici, sia a livello di tematiche, sia come struttura dei suoi brani che come testi:  cinici, surreali e talvolta irriverenti ma sempre capaci di far pensare. Un “giullare” della musica italiana, che sul palco sanremese diventò un vero fenomeno di costume, grazie alla divertente e liberatoria “Gianna”. Arriverà a un passo dalla vittoria finale, ma il vero trionfatore di quell’edizione sarà proprio lui, che con il singolo sanremese conquisterà il grande pubblico, prima della precoce morte che lo verrà a cogliere, quando davvero stava per diventare un modello di riferimento per i giovani cantanti di inizio anni ’80. Pezzi come “Il cielo è sempre più blu” o “Mio fratello è figlio unico” rimangono pietre miliari di tutta la produzione italica, brani originali e in un certo senso ancora attuali.

Negli 80 si esibisce sul prestigioso palco sanremese anche un giovane gruppo, lontanissimo dagli stilemi cari al Festival. I Decibel suonano post punk spruzzato di new wave, alla loro guida un giovanissimo Enrico Ruggeri appare bizzarro con i suoi occhialoni bianchi ma anche in possesso di ottime corde vocali e della giusta genialità per far parlare di sé a lungo negli anni a venire. Il buon Rouge, discostandosi dai suoni cari al suo gruppo e scandagliando la vasta gamma della musica leggera italiana, diverrà poi uno dei massimi cantautori italiani, tra i più raffinati e versatili.

vasco

Destano stupore e meraviglia, specie col senno di poi (visto le onorate e lunghissime carriere portate avanti) le esibizioni di due super big della musica italiana: Vasco Rossi e Zucchero. Ma a dire il vero, all’epoca il loro modo di cantare e di comunicare era davvero particolare per i palati sanremesi e nessuno, sul momento, si scandalizzò delle loro sfortunate performance. Se Zucchero ebbe bisogno di incidere anni dopo un album epocale come “Blue’s” per divenire un fenomeno di massa, Vasco già dopo la manifestazione televisiva, fece breccia nel cuore di centinaia di migliaia di giovani, che ben si immedesimavano in lui, nelle sue storie, spesso disperate e ribelli. “Vita spericolata” non avrebbe potuto, a essere attenti, passare inosservata, col suo carico di pathos e il suo trasporto, con la sua interpretazione biascicata, lontanissima dal bel canto. A fine anno l’album “Bollicine” consacrerà il Blasco e il suo popolo, vendendo un milione di copie e aggiudicandosi il prestigioso Festivalbar.

Ma negli anni 80, nonostante alcuni attribuiscano l’episodio a una puntata del Festivalbar, secondo alcune autorevoli fonti (“Dizionario Completo della canzone italiana” a cura di Enrico Deregibus, ed. Giunti e “Enciclopedia del Rock Italiano”, ed. Arcana) fece la sua apparizione sul palco dell’Ariston anche un artista davvero sui generis, chiamato Faust’O. Un personaggio quasi alieno, che riuscì a mettere in scena durante la sua esibizione in play back del brano “Hotel Plaza” (in quegli anni era consentito) il gesto più punk dell’intera storia sanremese, con lui che si mise a mangiare candidamente una mela. Solo gli Aeroplanitaliani del geniale Alessio Bertallot, molti anni dopo, nel 92, fecero un gesto altrettanto ribelle, rimanere zitti per più di 10 secondi durante la loro canzone, intitolata appunto “ Zitti, zitti (Il silenzio è d’oro)”.

Eppure per Fausto Rossi, questo il vero nome di Faust’O, Sanremo rappresentò il classico “quarto d’ora di celebrità” caro a Andy Warhol, per poi tornare tra le pieghe del mondo alternativo, quando non proprio nel pieno anonimato. Ha continuato a fare dischi col suo vero nome, è attivo su Facebook ed è una persona ricca di umanità, artista sensibile e attento, ma la celebrità vera per lui non è mai arrivata.

Un forte impulso alle partecipazioni di artisti alternativi ci fu negli anni 90, con band emergenti del movimento legato al rock italiano che hanno cercato, tramite la vetrina del Festival, di sdoganarsi presso il grande pubblico, non sempre però con grandi risultati. Quasi in sequenza, gruppi celebri nel circuito alternativo o comunque rock come i Bluvertigo, i Negrita e i Timoria calcarono l’Ariston, trovando però più delusioni che altro, e non spostando di una virgola il loro percorso, limitando l’esperienza di Sanremo a una semplice tappa verso una crescente carriera. In particolare i Negrita portarono un brano debole, tra i peggiori del loro repertorio, ma ciò non impedì, al di là di una posizione nelle retrovie, a Pau e compagni di proseguire alla grande il loro cammino, fino a divenire uno dei pilastri del rinascente rock nostrano.

elioo

Nel 96 però per pochissimo non accade qualcosa di inaudito, di inconsueto, quanto meno di anomalo. Uno dei gruppi demenziali per eccellenza, noto sotto la sigla “Elio e le storie tese” finì addirittura per insidiare i vincitori Ron e Tosca, piazzandosi secondo, tra l’altro con annesse polemiche. Elio letteralmente sbancò, passando da artista seguitissimo ma pur sempre di culto a dominatore delle classifiche e delle radio. La sua “Terra dei cachi”, specchio fedele in chiave ironica del nostro Paese, è divenuta negli anni un vero e proprio classico sanremese (e come ben sapete, quest’anno, a distanza di 17 anni, hanno replicato il secondo posto di allora con la scoppiettante e geniale “La canzone mononota”).

Un’altra band che beneficiò non poco della kermesse ligure per ampliare il proprio pubblico e fare il cosiddetto salto tra i grandi è certamente quella dei Subsonica, la cui “Tutti i miei sbagli”, pur non discostandosi dal sound elettronico caro al gruppo torinese, fece breccia sin da subito presso una platea generalista. Il successivo album entrò direttamente al primo posto delle classifiche di vendite, confermando la band di Samuel e Max Casacci come una delle migliori della loro epoca.

negramaro

Nel 2005 tra i giovani fece scandalo l’esclusione nella prima serata sanremese di un giovane gruppo salentino, i Negramaro. Guidati dal talentuoso Giuliano Sangiorgi, diventato successivamente uno dei più ricercati songwriters italiani (ha scritto tra gli altri per Mina e Malika Ayane, contribuendo all’affermazione di quest’ultima), il gruppo esplose subito, vendendo centinaia di migliaia di copie dell’album “Mentre tutto scorre”, il cui titolo riprendeva quello del favoloso brano presentato a Sanremo Giovani.

Arriviamo così ai giorni nostri. Qualche anno fa si presentarono all’Ariston i La Crus, nonostante di fatto non esistessero più (infatti la dicitura ufficiale riportava Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus). Giovanardi, noto ai più come Giò, era l’anima e il leader della band milanese che tentò più volte, in concomitanza con il loro miglior periodo discografico, di accedere a Sanremo, cercando in qualche modo una consacrazione del suo gruppo, il cui genere, un mix di classicismo e contemporaneità, in effetti non avrebbe sfigurato al cospetto di artisti più navigati.

E’ stata la volta infine delle top band alternative italiane, dei gruppi rock per eccellenza emersi in Italia negli ultimi 20 anni (tanto che i loro dischi, rispettivamente “Hai paura del buio?” e “Catartica” sono risultati i più votati in assoluti degli ultimi 20 anni in un sondaggio organizzato dal portale Rockit).

Sto parlando degli Afterhours di Manuel Agnelli e dei Marlene Kuntz di Cristiano Godano. Le loro apparizioni sanremesi con brani ben congeniati come “Il paese è reale” e “Canzone per un figlio” tuttavia poco o nulla hanno aggiunto alla carriera di entrambi e Sanremo è divenuto quindi una specie di suggello di una carriera spesa con onore nel circuito underground.

marte

La stessa cosa a mio avviso si ripeterà per i Marta sui Tubi e gli Almamegretta, le ultime due band prese in esame per questo dossier. Le loro recenti partecipazioni sono state tutto sommate positive e dignitose – diciamo che come sempre mi accade con artisti che sento affini, mi sono pure emozionato nel vederli su quel palco – ma credo che non serviranno da volano per fare il classico “botto” in classifica (posto che i dischi ormai quasi non si vendono più). Come ho scritto in un recente post dedicato al Festival, il rischio che possono correre è semmai il contrario, cioè che siano d’ora in poi guardati con sospetto da quello stesso pubblico “indie” che ne ha da anni decretato un piccolo successo. Ma stiamo comunque parlando di due gruppi saldi, maturi e che hanno i mezzi per “difendersi” da eventuali accuse di essersi in qualche modo “venduti”. Direi che proprio saremmo fuori strada, visto che hanno presentato dei bei brani, in linea con il loro particolare repertorio.

Out of Time: prima puntata ok!!! E nella prossima si parlerà di editoria

E così ieri sera alle 21 ha preso il via il mio nuovissimo programma radiofonico, in onda su Yastaradio.com

http://www.yastaradio.com/

Devo ammettere che l’emozione è stata tangibile, tornavo in radio dopo la lontana (e mai dimenticata) esperienza a RadioPopolareVerona, quando appena ventenne, in compagnia dei grandissimi amici Riccardo Cavrioli (attualmente conduttore a Popolare Network con il bellissimo programma “L’impaziente Inglese”) e l’espertone Claudio Rizzi, mi ritrovai a dividere microfono e tante idee in quella che era sì una formazione seminale ma cementata da anni di passione musicale.

Lo stesso spirito, ma con ovvia maggior esperienza e competenza acquisita lo voglio imprimere in questo spazio tutto mio, sullo stile delle fantastiche radio libere di fine anni ’70.

Ringrazio davvero tutti coloro che mi hanno sostenuto e ascoltato nella prima puntata, grazie per gli incoraggiamenti, i consigli – anche tecnici, lo ammetto – le considerazioni, grazie per la condivisione musicale che ci lega e che ci legherà da qui a Natale circa.

Qualche anticipazione sulla seconda puntata? Beh, innanzitutto parlerò di editoria e del momento storico che si trova a vivere questo contesto, non dissimile da quanto successe nella musica un decennio fa, con l’innesto degli mp3 e di Internet. Mi trovo parte in causa, perchè come sapete ho esordito l’anno scorso con un romanzo di narrativa, a cui darò seguito fra un mese circa con la pubblicazione di un secondo libro (sempre per Nulla die edizioni) e allora ho voluto dedicare spazio e tempo per un argomento ben dibattuto in rete ma poco presente nei media di alto consumo.

La parte musicale farà comunque ancora la parte del leone, con perle come Strokes, Suede, Mogwai, Smashing Pumpkins, Cranberries, Afterhours, il gruppo locale dei Legs of Lamb – bravissimi – e molti altri!

 

a presto allora, e vi ricordo che vado in onda il VENERDI ALLE 21 e in replica il MARTEDI ALLE 15 sulle frequenze di Yastaradio.com

un abbraccio!!!

qui vi allego pure la scheda del programma

 

Out of Time è un programma musicale condotto da Gianni Gardon, ad alcuni noto come “Vanoli ” o “Villegas”.

Si tratta di uno spazio molto libero dove, accanto a puntate a tema su argomenti come la musica, l’editoria o l’attualità, predomineranno le belle atmosfere e le buoni vibrazioni.

Out of Time, il cui nome è una sorta di omaggio ai R.E.M. e a uno dei loro album più rappresentativi (lo stesso che contiene la celebre hit Losing My Religion) si pone come “mission” quella di prevaricare generi musicali o epoche, infischiandone di mode, tendenze e superficialità varie per puntare sulla qualità, sulle emozioni da condividere col pubblico.

Rock, indie, folk, country, pop, italiano o straniero, ma anche escursioni nella world music, il tutto centrifugato e miscelato con le dosi giuste…. Fuori dal tempo e… dalla norma!!!

Tutti i venerdì dalle 21 su Yastaradio.com

contatti su questo blog oppure all’indirizzo mail yastagianni@libero.it

 

 

 

 

 

 

Intervista ad Alessandra Gismondi dei Pitch, storica band anni ’90

PELLEeCALAMAIO è lietissimo di ospitare una vera voce rock italiana… Alessandra Gismondi dei Pitch, storica band anni ’90 tornata in pista cinque anni fa

Ciao Alessandra, ti ho seguita attentamente sin dagli anni ’90, epoca in cui esordivi con i tuoi Pitch. Un rock genuino, viscerale, poco incline ai compromessi e mi sembra legato agli anni eroici, come i ’70. Ma al di là del rock delle origini, pure all’epoca del vostro debutto discografico girava ottima musica. Quali erano le tue maggiori influenze?

Ho sempre ascoltato tantissima musica fin da bambina: dalla musica classica che rimane al momento il mio ascolto preferito,  al post punk degli anni ’80 alla new wave sia inglese che americana.

Un cantato rock femminile in Italia è sempre particolare, e so che molti furono colpiti dalla tua attitudine sul palco e dai testi sinceri e diretti. In qualche modo pensi di essere stata penalizzata nel confronto con i tuoi colleghi rocker maschili o si era già in una fase di transizione, verso una cultura musicale che avrebbe poi lanciato fior di artiste internazionali?

Non ho mai pensato di essere penalizzata in nulla anzi al contrario a me  è stata data una possibilità bellissima quella pubblicare 2 album con Vox Pop e BMG.  Di gruppi ce n’erano a palate ma  noi proponevamo  un alternative rock molto “naif”  e spontaneo che ci  dato modo di distinguerci dalla massa dandoci la  possibilità’ di cavalcare un’onda musicale ed un periodo fantastico.

Chiudendo con questo argomento, all’epoca apprezzavo tantissimo anche Soon, Scisma, Divine o Mira Spinosa, tutti gruppi a forte tinte rosa, ma pure i Csi associavano l’angelica voce di Ginevra di Marco a quella cavernosa di GL Ferretti. Che ricordi hai di queste band?

Ricordi bellissimi, perché erano anche i gruppi italiani che prediligevo e partecipando ai festivals ho avuto la possibilità’ di conoscerli tutti personalmente.

La collaborazione con gli Afterhours, dopo l’album uscito su Vox Pop e le dritte di Manuel Agnelli ha portato anche a una canzone tra le più applaudite dai fan della band milanese: “Lasciami leccare l’adrenalina”, dove la tua impronta è evidente. Lì in molti nell’ambiente (all’epoca collaboravo a RadioPopolareVerona) auspicavano un decollo dei Pitch, sull’orma ad esempio dei Prozac +.. so che non esiste una formula magica per il successo, ma nel vostro caso mi sembra che gli ingredienti dosati al punto giusto ci fossero tutti, a partire dalle belle canzoni. Invece dopo soli due album e un hit alternativa come “Nei Young” (con ottima Selen, mi sento di precisare) addirittura lo scioglimento. Ti va di riavvolgere per i lettori del mio blog il nastro della memoria?

La scelta di sciogliere il gruppo solo dopo due album è stata dettata dal fatto che all’interno della band non c’era più la grinta e la sintonia perfetta per poter proseguire alla realizzazione di  un terzo album. A quel punto ho preso la decisione di  raggiungere mia madre che viveva in Australia e mi sono presa una bella vacanza. E’ stata una scelta coerente con la mia filosofia di “vita musicale” perché suono e canto per  passione e non ho mai auspicato a raggiungere successi sanremesi.  Tra l’altro anche i prozac + si sono sciolti dopo una manciata di dischi, la stessa storia che hanno vissuto tanti altri gruppi, proprio gli stessi che hai citato sopra.

Nuova line up e ritorno in pista, anche se sono cambiate diverse cose, a partire dall’utilizzo della lingua inglese e da un sound meno punk, per così dire.. ma nel 2007, anno d’uscita di “Violet dinner”, terza fatica discografica i tempi per la discografia paiono davvero cambiati.. sei una di quelle nostalgiche o pensi che sia meglio ora che grazie al supporto tecnologico e ai social network è facile far arrivare la propria musica ovunque?

Il primo ep dei Pitch autoprodotto era in lingua inglese, solo successivamente grazie alla vicinanza di Manuel sono stata incuriosita a cantare in italiano. Ho sempre vissuto tra Inghilterra, Stati Uniti e Australia (mia madre ci ha vissuto per un ventennio) per questo motivo mi riesce più facile esprimermi musicalmente in  lingua inglese. Non è stata una decisione forzata ma solo una scelta  stilistica e di gusto personale. A partire dall’uscita di “A violent dinner” del 2007 ad oggi sono successe tante cose e progetti musicali. Ho militato in 3 bands, Pitch in primis e poi Schonwald un progetto electro-wave con il quale ho  pubblicato nel 2008 un album che mi  ha dato la possibilità di intraprendere 4 tours europei  (entro il 2012 e’ prevista l’uscita del nuovo disco per Hozac Records di Chicago) mentre nel 2009 ho formato insieme a due membri dei Giardini di Mirò il progetto Vessel che mi ha dato la possibilità di spaziare in sonorità psichedelic folk e più’ soffici e con i quali ho suonato  fino a tutto il 2010.

Nel 2011 ho pubblicato il quarto album  Pitch “Comme un Flux” supportato dal tour che ha toccato i maggiori rock club e festivals  del nord e sud Italia.

Ho sempre prediletto  sia il vinile che il cd a scapito degli mp3 ma per quanto riguarda il supporto tecnologico è sicuramente una finestra sul mondo che da modo alla musica di essere fruita più velocemente avendo così un bacino più’ ampio di utenza ed insieme ai social networks creano una rete  che offre una buona visibilità ed ottimi riscontri soprattutto nell’ambito in cui una band si colloca.

Sei sempre in formissima e la tua passione pare davvero intaccata… ma è giusto che artisti che propongono musica come la tua abbiano così pochi spazi “ufficiali” per esprimersi?… Possibile che in Italia non si riesca a creare dei canali alternativi, delle radio o degli spazi giusti per band di qualità? Sentire i discografici ringraziare Amici e X Factor per aver risollevato le sorti della musica italiana mi mette molto tristezza!

Se per spazi ufficiali intendi quelli televisivi sono daccordo  con te e ti confermo che per “noi” non ce ne sono ma ritengo che per quanto riguarda la strada alternativa esistono radio soprattutto web, siti, blog sia italiani che esteri che supportano in maniera importante ed intelligente quello che è una proposta diversa da quello che è il “mondo di Amici”.

un caloroso saluto a una grande artista, piena di passione e talento. In bocca al lupo per i tanti progetti

(qui sotto  il video di uno storico brano dei Pitch)

Come rinnegare l’indie! Ma poi ha ancora senso parlare di Indie vs Mainstream?

In una recente intervista , Manuel Agnelli, leader degli Afterhours in procinto di tornare alla ribalta con un album di inediti (dal titolo pessimo, lasciatemelo dire), ha dissertato sull’inutilità della scena cosiddetta indie, chiamata pure underground, alternativa e chi più ne ha più ne metta.

http://vimeo.com/37674634

Il fatto che essa, da un punto di vista prettamente musicale sia a un binario morto, che si riciclino idee, che nascano sempre più emuli di gruppi che in qualche modo sono emersi (un riferimento al suo?), che ci si debba vestire tutti uguali, insomma, tutta una serie di istanze quasi “ideologiche” che vanno a rasentare la mania, la demagogia, il senso sterile di appartenenza a qualcosa di inviolabile dall’esterno.

Tutto condivisibile, per carità, ne ho conosciuti tanti di gruppi che si atteggiano un sacco, senza accorgersi che stanno solo facendo delle “pose”, scopiazzando più o meno consapevolmente questo o quel gruppo “di punta”.

Ma che me lo venga a sottolineare un artista (che pure ho apprezzato e ascoltato parecchio a fasi alterne della mia vita) come Manuel Agnelli che fino all’altro giorno ci sguazzava in questa scena, manco l’avesse davvero creata lui, beh, questo non condivido.

Una voce fuori dal coro stona sempre, mi ha detto un amico su facebook con cui ho iniziato una discussione al riguardo, e d’altronde Manuel ha detto una cosa sacrosanta, il suo merito è solo stato quello di fare buoni dischi e poi, gli altri, inermi, l’hanno alzato a messia.

Eh no, amici, non è così semplice il discorso. Io c’ero a quei concerti dove Manuel faceva il finto kitsch, rimanendo mezzo nudo, mettendosi la maschera da maiale e giocando a essere tamarro declamava i suoi testi violenti; c’ero quando con sufficienza estrema si aggirava tra i padiglioni del Meeting delle etichette indipendenti con l’aria del vate con al suo seguito i fedeli; c’ero quando ha collaborato con Emidio Clementi e si sentiva “figo” solo perchè stava a Bologna. Sono cresciuto anch’io in quell’epoca e con quella (buona) musica, e anche se magari non ne avevamo percezione, il “mostro” dell’immaginario indie è nato così, con questa sequela di grandi gruppi che stavano bene tra loro, senza molto mischiarsi col mainstream (al quale la maggior parte di essi comunque ambivano e le recenti partecipazioni a Sanremo dei Marlene e Afterhours, prima ancora quelle di Bluvertigo, Negrita e Subsonica sono lì a dimostrarlo). Si era “snob” nei confronti dell’altro senza magari saperlo. E ora che sei “arrivato” è facile ironizzare o, peggio, prendere la distanze da questi nuovi gruppi che si fanno chiamare “indie” e navigano a testa bassa.

Il discorso è che questa frattura tra due mondi (indie e mainstream) è sempre esistita ma preferisco quelli che sin da subito prendono le distanze dall’una o dall’altra portando avanti una carriera onesta e coerente, non chi si issava a paladino di un genere (rock alternativo) e ora considera “merda” tutto quello che rappresenta.

Verdena: la più grande rock band italiana! (?)

 

In Italia è molto difficile proporre del rock, parlo di quello vero, non di canzoni che contemplano un qualche giro di chitarra elettrica, in mezzo a una melassa di miele.
Escludendo chi ormai lo fa “di mestiere”, nel senso che scrive quasi come avesse il pilota automatico (sì, Vasco e Liga, sto parlando di voi), sono ben pochi quelli che, oltre ad avere avuto l’attitudine e la convinzione giusta, ce l’hanno poi fatta a esportarla a una moltitudine di persone. Chi, come me, ha amato nella prima fase della gioventù (la seconda terminerà quando avrò compiuto 40 anni!) band come CSI, Afterhours, Massimo Volume o Marlene Kuntz, deve purtroppo constatare che il tempo è prima di tutto passato anche per loro, non solo per me che sono un passivo ascoltatore di dischi. Rimangono ottimi gruppi, sia chiaro, ma la spinta creativa, il fuoco sacro dell’arte ha lasciato via via spazio a una consapevolezza nuova, a una maturità stilistica che non compromette certo il loro prestigioso percorso, ma ne mina la statura di rock band, visto che in pratica il loro genere è poi sconfinato, se non nel mainstream (mi vengono in mente i casi di Negramaro e Negrita), almeno nel più calmo ed evocativo “rock d’autore”, etichetta che racchiude un po’ chiunque proponga musica “di qualità”.

Eppure, c’è un gruppo che, seppur giunto al quinto album (dato non per scontato, visto la precocità con cui molte band anche promettenti ci lasciano le penne e gli strumenti prima), continua a insistere a non voler uniformarsi a clichè, magari validissimi, ma pur sempre limitanti. Sto parlando dei bergamaschi Verdena!

Band che ha esordito giovanissima, nella seconda metà degli anni ’90 e che non ha mai smesso la sua ricerca… di un suono, di una suggestione, di un’alchimia sonora. Perché, più dei testi – come si suole nella maggior parte delle band, il gruppo dei fratelli Alberto e Luca Ferrari e della bassista Roberta Sammarelli punta più a stupire con la musica: tagliente, aggressiva, suggestiva, psichedelica, ruggente, mistica, intimista, grunge, dilatata, morbida, rude. Una vasta gamma di soluzioni che, di album in album, li ha consacrati da un punto di vista della longevità e della tenuta, non per questo andando a minacciare una certa freschezza, insita nelle band “emergenti”, quella sorta di irruenza positiva che caratterizza chi vuole dimostrare di voler spaccare il mondo con una chitarra, un basso e una batteria, evadendo da una routine tranciante, soprattutto se si nasce e cresce lontano dalle metropoli come Milano o Roma. E allora, pezzi come “Valvonauta”, un incrocio riuscito tra i nostrani Marlene Kuntz (contribuiva molto il modo di cantare e il look dell’epoca di un ventenne Alberto) e i fenomeni Nirvana, si sono cementati nell’immaginario rock nostrano. “Spaceman” è assolutamente commovente, mentre dal terzo album in poi la sperimentazione l’ha fatta da padrone, mentre prima si preferivano le tirate hard rock – punk, anche se sarebbe una bestemmia parlare dei Verdena restringendoli a una categoria.
“Luna”, “Mina”, “Angie”, “Non prendere l’acme Eugene”, “Gulliver”, “Canos”, “Trovami un modo semplice per uscirne” o le più recenti “Loniterp”, geniale anagramma degli Interpol, omaggiati nel pezzo, “Rossella roll over”, “Razzi, arpia, inferno e fiamme”risultano quasi decontestualizzati da ogni epoca, gemme che splendono di vita propria.
Lunga vita ai Verdena!