C’è voglia di Britpop! 1994-2014: il movimento compie 20 anni

Il 2014 è anno di ricorrenze in ambito musicale. Molto si è scritto riguardo l’anniversario della morte di Kurt Cobain, leader degli indimenticabili Nirvana, e d’altronde il peso specifico che quel gruppo, ma direi più nello specifico proprio il suo biondo e tormentato leader, hanno rappresentato per tutto il movimento grunge è stato davvero notevole, se non decisivo.

Per molti addetti ai lavori quel genere musicale, così ibrido tra istanze ribelli, punk e rivoluzionarie, rappresentativo di un reale malessere dei suoi massimi interpreti, e suoni talvolta impregnati di quell’hard rock un po’ classico, fu davvero l’ultimo serio vagito “generazionale”, prima dell’ingresso nella “neo-modernità” fatta di tanta tecnologia, internet, social, talent e chi più ne ha, più ne metta.

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Eppure, coevo seppur distante da esso anni luce, e nato anzi in un primo momento quasi come contraltare, come urgente risposta artistica, 20 anni fa, veniva sancito anche il momento di apice di un altro movimento musicale, altrettanto di impatto sull’epoca e come il grunge, tirando le fila, abbastanza effimero: il cosiddetto “britpop”, di matrice assolutamente inglese, come segnala già il nome.

Britpop che in sè non significava nulla, perchè includeva la radice “brit” e “pop”, il chè poteva significare che inclusi finissero gruppi anche distanti anni luce fra loro, accomunati però, almeno nel periodo di massimo fulgore, tra il ’94 e il ’97 (ebbene sì, direi che il boom del movimento si può incasellare in quel triennio) da un sentire profondo comune, anche da un’estetica di fondo se vogliamo (pur con tutti i distinguo del caso), ma soprattutto dalla voglia, dal desiderio di riappropriarsi delle proprie caratteristiche, dei propri valori, dei costumi che sembravano essere stati brutalmente spazzati via dall’ondata dei gruppi americani.

Lo esemplifica perfettamente questo pensiero, ergendolo a filosofia, il leader dei Blur Damon Albarn in tante interviste dell’epoca e lo ribadisce a gran voce pure nella biografia ufficiale del gruppo “3862 giorni”. D’altronde proprio Albarn, di recente tornato con un interessante progetto a suo nome dai toni malinconici e minimali, era a capo della band più in voga al periodo, e poteva ben fare da portavoce a tante band, essendo passato da diverse fasi prima di giungere al meritato e straripante successo col best seller “Parklife”, uscito nel 1994.

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Ed è divenuto quasi spontaneamente pure quell’imperdibile disco il simbolo stesso del periodo di massimo fulgore del movimento, tanto che all’unanimità si festeggia il ventennale del Britpop, facendo riferimento all’esplosione in classifica del disco in questione, dopo che i Blur nelle precedenti uscite si erano solo timidamente fatti conoscere, ma apparendo meno credibili in ambito “baggy” ai tempi del loro esordio “Leisure” rispetto a band simbolo di “Madchester” come Stone Roses, Charlatans o Happy Mondays, o al contrario troppo in anticipo sui tempi nel ’92 quando partorirono “Modern life is rubbish”, in un momento in cui il britpop appunto non era ancora in auge e imperava la brevissima stagione dello shoegazing caro a band come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride.

Nel ’94 invece i semi erano stati gettati, non solo abbondantemente dagli stessi Blur, ma seppur con modalità diverse e con musiche che partivano da altri modelli, anche da gruppi attivi come Suede, Pulp, Auteurs, Manic Street Preachers, persino i Radiohead che col primo disco in realtà fecero proseliti soprattutto in Usa grazie a un inno che paradossalmente spruzzava più di morente grunge che non di frizzante britpop: “Creep”.

Inoltre, esattamente 20 anni fa, gli Oasis che avevano debuttato un anno prima con “Definitely Maybe”, raccolsero i frutti, decollando in classifica e piazzando una serie interminabile di hit nelle charts indie e non solo, spianando la strada a quella rivalità che i media inglesi (su tutti Melody Maker e New Musical Express) fecero poi deflagrare nella “battle of the bands” dell’anno successivo quando l’attesa per l’uscita dei due nuovi singoli anticipatori dei rispettivi album di Blur e Oasis, si fece davvero spasmodica. Sulla scia di un’esposizione clamorosa e di un successo certificato in milioni di copie, con successi mietuti in Europa, le due band fecero da volano a tantissimi altri gruppi che si muovevano su territori filologici molto simili, più che su territori puramente musicali. Gruppi di giovanissimi come Supergrass o Menswe@r fecero il botto in classifica, ma se i primi seppero crescere di album in album, evolvendosi e abbandonando quelle sonorità allegre, super pop, “beatlesiane” della prim’ora fino a diventare una indie rock band con tutti i crismi, i secondi, guidati dall’enigmatico Jonny Dean, non durarono che il tempo dell’esordio “Nuisance”, visto che già la replica, “Hay Tiempo”, è ormai da tempo roba per collezionisti, essendo stato distribuito prevalentemente in Giappone, dove la band aveva un seguito enorme. E che dire di band quali Bluetones che piazzarono ai piani alti almeno due singoli destinati a divenire classici del genere quali “Bluetonic” e “Slight return”? Guidati da una coppia di fratelli, sembrava sin troppo evidente il rimando ai Gallagher. Anche Ocean Colour Scene (per un biennio addirittura superiori in patria sul piano delle vendite agli Oasis), Cast, guidati dall’ex bassista dei mai dimenticati La’s, gli Sleeper e gli Elastica, guidati da due “sex symbol” del movimento, i Verve che esplosero proprio in quel periodo dopo essersi sciolti anni prima, gli Ash, i Marion, i Mansun, i Kula Shaker, persino i Placebo a inizio carriera, gli Shed Seven e i Gene, tanto per citare gruppi tanto diversi gli uni dagli altri, per alcuni anni divennero delle vere star del movimento. Queste band entrarono nel cuore di migliaia di fans, non solo in Inghilterra, ma creando solide basi di sostenitori fedeli nel tempo anche nel resto d’Europa, come ho avuto modo di verificare in occasione di stupende reunion (quella dei già citati Shed Seven, ma anche di gruppi molto meno celebri come Northern Uproar, Geneva o i più primordiali Adorable, già inseriti nel filone “shoegazer”). Se i nomi poi si ampliano come fama e impatto, è inevitabile che anche nei rispettivi concerti di reunion, il numero dei presenti e le dimensioni dell’evento siano più rilevanti: è stato il caso dei fortunati concerti di Pulp, Suede e appunto Blur, chiudendo il cerchio del discorso. A questo punto mancherebbero all’appello gli Oasis che sul piano dei numeri furono certamente il massimo mai raggiunto per un gruppo inglese dai tempi di Beatles e Rolling Stones. Mai come nel loro caso sarebbe una manna dal cielo, considerando il basso profilo intrapreso dai Beady Eye dell’inquieto Liam con alcuni ultimi sodali degli Oasis e il progetto solista di Noel che, seppur non deludente, non ha aggiunto nulla di memorabile al catalogo di canzoni messe a reperto dal brillante autore di Manchester.

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Insomma, nell’aria c’è voglia di Britpop, di recuperare e di mettere ordine all’interno di un periodo che, seppur  breve, dicevamo, ha comunque segnato inesorabilmente i cuori e gli animi di molti appassionati, fermo restando che la musica inglese non si è mai fermata dal produrre band e artisti assolutamente di rilievo anche negli anni a venire (basti pensare che sul finire del decennio e inizio duemila arrivarono Coldplay, Muse, Keane, Kaiser Chiefs, anche se i tempi erano inevitabilmente mutati e così pure le “mode” e il significato originario che stava alla base dell’irruenza e dell’ascesa del britpop).

E sono felice di anticipare che tra i miei vari progetti editoriali ci sarà pure quello di un volume enciclopedico sulla storia del britpop anni ’90, con la raccolta più completa possibile di tutti i gruppi, famosi e meno, seminali o di nicchia, che hanno contributo a rendere unico quel periodo della storia della musica inglese e non solo, con schede singole e tutte le discografie. Sarà un progetto in cui avrò il piacere di coinvolgere un mio carissimo amico giornalista, uno dei massimi esperti in materia (lo scrivo senza timore di smentita), attuale collaboratore tra gli altri della storica rivista Rockerilla, che in quel periodo dedicò tantissimo spazio alle band che prenderò in esame. Sarà stupendo scrivere un libro a quattro mani con colui che da 20 anni – guarda caso – è anche uno dei miei migliori amici (chiudendo con una nota altamente autobiografica, posso dire che sarà persino uno dei miei testimoni di nozze!). Ne riparlerò a tempo debito ovviamente, ma l’idea è più che concreta!

 

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Splendida serata a Pedemonte con i Northern Uproar e le giovani Lovecats

Venerdì sera ho assistito, o meglio partecipato, a una splendida esibizione live di uno dei gruppi maggiormente rimasti nel cuore degli appassionati britpop: i Northern Uproar, in quel dell’osteria Panevino di Pedemonte, splendida seconda volta con un appuntamento legato al revival inglese anni ’90 dopo l’exploit dell’anno scorso con Pete Fijalkowski, leader dei mai dimenticati Adorable.

Il fatto che a capo dell’organizzazione dell’evento ci fossero amici veri come Ricky, Elisa e Claudio e che di fatto ci si sia ritrovati in un clima di piena socievolezza e spontaneità, ha conferito al tutto un’aurea ancora più magica all’evento, già di per sè imperdibile. In duetto i Northern Uproar da Manchester hanno gettato l’anima nello spazio adibito al concerto, “maltrattando” le chitarre acustiche nel tentativo di ricreare le sferragliate elettriche dei brani che li resero celebri una quindicina d’anni fa, quando sul filone degli Oasis, si buttarono nella mischia con il loro efficace “pub rock”, come spesso veniva definito dai media inglesi quella splendida miscela di melodia e irruenza giovanile.

Invece, in questa veste, a risaltare sono state soprattutto le fresche melodie, mai smielate, ma comunque intense e romantiche, nonostante all’apparenza i due non paiano proprio dei modelli di bon ton, pur essendosi dimostrati invero disponibilissimi, alla mano e per nulla altezzosi.

Ad aprire il concerto ci hanno pensato le Lovecats, interessante duo veronese, in cui a colpire sono soprattutto l’omogeneità e il grandissimo equilibrio non solo formale e musicale, ma pure di impatto visivo delle due giovanissime cantautrici, le quali hanno interpretato tutti brani autografi. Simpatiche, sbarazzine e per nulla a disagio, mostrano piena consapevolezza mischiata a una normale stesura acerba dei propri pezzi, e non potrebbe essere altrimenti, essendo loro nate nel ’94. Si prospetta un futuro roseo per le due, in possesso di una voce flebile, ma accompagnata da una grinta e una personalità già ben definite, come si evince pure dal modo di interagire col pubblico. L’impianto è quello tipico del folk, secondo un atteggiamento chiaramente lo-fi.

Come non concludere sottolineando il grande impegno di Riccardo, Elisa e Claudio nell’essere riusciti a organizzare questa mini tourneeè che vedrà impegnati i Northern in altre due date ravvicinate. Bello, accogliente il locale e sempre stupendo immergersi in un mondo britpop che ha caratterizzato la nostra crescita e passione musicale e che è stato in grado di unire persone così diverse, ma accomunate da identiche istanze musicali, soprattutto nell’approccio al disco, al concerto, alla scena. E a 35/37 o 45 anni si può ancora chiudere gli occhi, inserire un disco dell’epoca nel lettore cd, pardon mp3 e tornare a ballare come fossimo a Camden.

Alberto Morselli, ex Modena City Ramblers, una delle più belle voci italiane in assoluto!

I lettori del mio romanzo non avranno potuto fare a meno di notare la mia grande passione musicale, che traspare non solo nelle numerose citazioni (comunque mai fini a sè stessi ma a mio avviso importanti nel contesto storico che descrivo) ma anche in alcune considerazioni dei personaggi nei confronti di questo o quell’altro gruppo.

Ad esempio a un certo punto Claudio, nel tentativo di consolare Ricky affranto per lo scioglimento della sua band numero 1, gli Adorable di Piotr Fijalkowski, lo incoraggia dicendogli che prima o poi coronerà il suo sogno di conoscere il leader (una specie di rimando, o meglio di “sogno premonitore”, visto che un anno dopo che scrissi il romanzo, il “vero” Ricky, uno dei miei migliori amici e dj a RadioPopolare Verona, ha davvero ospitato Fijalkowski a casa sua dopo aver organizzato un suo concerto solista nel veronese).

Allo stesso tempo Claudio aggiunge poi che anche il suo idolo, Alberto Morselli dei Modena City Ramblers, aveva da poco lasciato la band e che prima o poi gli avrebbe voluto dire di persona quanto sia stato importante per lui la sua musica. Non dico che quello fossi io, o che davvero mirassi a conoscere Albertone ma di fatto forse la cosa capiterà presto anche a me.

Ho conosciuto Alberto via mail qualche tempo fa, è stato davvero gentilissimo e in un certo senso colpito dalle mie parole di “fan” equilibrato, rammaricato per non averlo mai visto dal vivo all’opera con la band ma allo stesso tempo rispettoso della sua scelta di lasciare i Modena.

Alberto si era interessato al mio lavoro di educatore attivo con il teatro, e incuriosito dal fatto che l’avessi omaggiato nel mio romanzo d’esordio. Ci siamo ripromessi che glielo porterò di persona quanto prima, ovviamente corredato di una bella dedica. L’occasione potrebbe essere presto ma non posso sbilanciarmi e poi Alberto ha dimostrato di non essere tipo “da riflettori”, quindi per quanto piccolo possa essere il mio blog direi che mi terrò nel cuore quell’incontro con il mio “idolo”.

Ciò che allora mi preme fare oggi è raccontare un po’ del Morselli artista, anche perchè per molti appassionati dei Modena City Ramblers (e non solo) è una sorta di desaparecido della musica italiana.

Occorre inevitabilmente partire dalla sua voce: splendida, profonda, comunicativa, emozionante, calda, avvolgente,  estesa. Insomma, uno dei migliori cantanti italiani della sua generazione, e qui parlano i fatti, non si tratta di soggettive considerazioni personali. Una tecnica cristallina unita a una spontaneità di esecuzione che me lo fanno preferire ad altri interpreti dall’ottima voce come Pelù o Renga.

E poi una passione smisurata per l’Irlanda, per le cose semplici, come si evince dall’esordio dei MODENA “Riportando tutti a casa” dove divide il microfono con un ancora acerbo Cisco ma emerge clamorosamente per bravura e personalità. Poi Cisco saprà rifarsi, crescerà moltissimo fino a diventare un leader a tutti gli effetti e un cantautore pazzesco ma questa è un’altra storia.

All’epoca del primo disco i fari sono puntati su tutta la band, capace di far divertire, riflettere, pensare, saltare e commuovere. Gran merito è dell’ensemble, delle straordinarie musiche partorite da Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani, dai pregevoli arrangiamenti del “vecchio” Lucio Gaetani ma è indubbio che a colpire sia soprattutto QUELLA voce, la voce di Morselli.

Poi accade l’irreparabile purtroppo! Non mi occupo e interesso di gossip quindi mi fermo a ciò che è stato tramandato ai posteri: nette divergenze artistiche, causate da opinioni diverse sull’utilizzo di sempre maggiori messaggi politici portano alla rottura definitiva  tra Alberto e il gruppo, all’alba del secondo attesissimo album della band, quello che sarebbe diventato “LA GRANDE FAMIGLIA”.

Come si legge nella biografia della band, il bellissimo libro “Combat Folk”, all’inizio sembrava che potesse almeno registrare le canzoni e poi lasciare la band, una cosa che sarebbe potuta tornargli utile anche per un’eventuale carriera solista da intraprendere da lì a poco (d’altronde dopo l’ottimo successo dell’esordio chi avrebbe immaginato che si sarebbe ritirato dalle scene?). Ci furono dei tentativi di mediazione da parte della band ma giorno per giorno cresceva il malessere di Alberto che non si riconosceva più in quello che faceva. Un peccato quindi, sconforto grande per i tanti fan, interrogativi degli addetti ai lavori sul futuro della band senza il loro cantante principale e punto di svolta per i Modena stessi che decisero di affidarsi per le voci al giovane Cisco. Poi abbiamo visto che è successo, con la band sempre più in forma, sempre più “militante”, sempre più grande e un Cisco Bellotti maturo, responsabile, efficace.

Di Alberto invece si persero progressivamente le tracce fino all’apertura di un sito internet che sembrava preludio a una grande novità. Lucio Gaetani e altri nella biografia scrissero che Alberto aveva più talenti: era un ottimo fotografo (e difatti la copertina del primo album storico della band è la sua ed è stupenda), un ottimo grafico (creò il logo della band) e pure gestore di un pub che andava alla grande. Ma sotto sotto evidentemente covava ancora la passione e l’amore per la musica, cosicchè nell’ormai lontano 2005, a dieci anni esatti dalla sua uscita dal gruppo, ecco spuntare “Da un’altra parte”, disco solista di Alberto Morselli prodotto dall’amico Ferraboschi. Un disco inaspettato, tanto atteso dal sottoscritto, e che, sin dalle primissime note iniziali di “Chiunque, comunque, dovunque” tradisce emozione, voglia di riscatto, desiderio di “esserci” nonostante il tono generale dei brani sia molto “leggero”, non in termine spregiativo ma di condizione, di forma. La sostanza invece sta tutta nelle splendide esecuzioni vocali del Nostro, per il quale sembra che il tempo non si sia fermato mai. Tutte le tracce sono scritte da lui, i testi sono semplici ma non banali, arrivano dritti all’ascoltatore, non vi è traccia di politica ma qualche spruzzatina di Irlanda sì, d’altronde l’amore per quella magica terra era frutto della curiosità del gruppo, della genuinità e della spontaneità e quella resiste a ogni sorta di crisi interiore. Un album che ho letteralmente consumato di ascolti, dalla dolcissima “La cosa per cui sono famoso al mondo” alla calda “Twice”, dalla malinconica “I miss you” alla frizzante “Canzone del tempo che va” alla splendida, emozionante traccia che dà il titolo all’intera raccolta, con il testo che qui diventa pura poesia.

ORA PERO’ , ALBERTO, NEL FRATTEMPO SONO PASSATI ALTRI 7 ANNI DA QUESTO DISCO QUINDI NON FARCI ASPETTARE ANCORA PER MOLTO: VOGLIAMO NUOVE CANZONI, VOGLIAMO RIASCOLTARE LA TUA SPLENDIDA VOCE! 

Una serata con Piotr degli Adorable tra maccheroni e grande musica!

Prima dell’ufficiale passaggio in un’altra piattaforma, mi piace congedarmi con un post dedicato a un grande artista con cui ho avuto il piacere di condividere una splendida serata ieri a Pedemonte, in Valpolicella. Piotr Fijalkowski è quello che gli addetti ai lavori definiscono un “artista di culto”, ma è stato (ed è) soprattutto un grande cantante, capace di emozionare con la sua voce oggi come allora, quando guidava gli inglesi Adorable.
Di origine polacca,  cresce in Inghilterra e si fa portavoce assieme a Ride e Suede di quel fenomeno musicale anticipatore di un paio d’anni del movimento Britpop, del quale tuttavia il suo gruppo possedeva già in grembo tutti i cromosomi, miscelati sapientemente a un’aurea new wave e shoegazer (attitudine che stava imperando e che durò per una breve ma intensa stagione, grazie a band quali My Bloody Valentine e, soprattutto, Jesus & Mary Chain). Piotr è da subito artista sensibile e dalle spiccate doti compositive e il suo debutto arriva nella top 50 inglese, in un’epoca (’93) in cui stavano emergendo con forza i già citati Suede e i Verve. L’esordio contiene già un gioiello, “Homeboy” , il cui video ha una buona diffusione sui canali tematici di Mtv, in particolare nel programma cult “Alternative Nation”. Il seguito “Fake” non delude le aspettative degli appassionati di indie rock ma affievolisce l’interesse dei media, tutti protesti a salutare l’avvento di Oasis e l’esplosione dei Blur.
Piotr torna gradualmente nell’anonimato, come i suoi Adorable, che di lì a poco si sciolgono per dissidi interni. Lui non demorde e fonda i più intimisti Polak, gruppo che regala assolute perle ma che non raggiunge le classifiche. Il culto di Pete resiste negli anni e la musica degli Adorable rimane intatta nella sua bellezza, fino alle sporadiche uscite in acustico in giro per l’Europa, sempre salutate dal calore di un pubblico sparuto ma fedele e costante negli anni. Quello che ha combinato il mio carissimo amico Ricky Cavrioli ha dell’incredibile, in quanto insieme all’altro amico ed ex collega di radio Claudio Ricci, è riuscito a organizzare una serata live all’Osteria Pane e Vino di Pedemonte.
Un’atmosfera raccolta, un clima intimo e familiare, nel contesto di un paesino che sembra uscito da una favola. Seduti a un tavolone, sono capitato proprio di fronte a lui, mentre Ricky di fianco furoreggiava col suo inglese e con le sue curiosità. Piotr mi ha confidato che per la prima volta aveva mangiato polenta e brasato, per non parlare degli spaghetti alla carbonara e al pesto gustati a casa di Ricky, grazie alla sua gentilissima mamma. Il giorno prima Claudio gli aveva fatto visitare Venezia. Piotr era loquace, simpatico, cordiale. Man mano che la gente nel locale aumentava, cresceva in loro la curiosità nel vedere un artista così a suo agio con noi, e noi con lui. Conosco tanti nell’ambiente in Italia e posso assicurare che raramente mi è capitato di assistere a una serata così, da noi si tende a “tirarsela”, mentre già Rick Witter degli ShedSeven mi aveva impressionato tantissimo alcuni mesi fa per la sua semplicità. Con noi ieri anche la mitica Sara Mazo, ex cantante dei mai dimenticati Scisma, un’amica che rivedo sempre con piacere, e poi componenti dei bresciani Edwood, i trentini Camp Lion (meritano tanto questi ragazzi!), e autentici cultori della musica indie come Aurelio, Corrado, Elena, Elisa. Una serata che mi ha regalato tante risate, sorrisi ma per una volta hanno davvero prevalso le emozioni più forti, e un po’ di commozione, lo ammetto!
Grande, grande Piotr Fijalkowski!